GAZA. Dopo le bombe il Wafa Hospital si ricostruisce

Nena News Agency – 03/08/2016

A due anni dall’operazione Margine Protettivo, nel quale fu distrutto dai raid israeliani, l’ospedale di Shujaiyyah prova a tornare alla normalità. Intervista al direttore sanitario, dottor Alashi

°Nuova sede el-Wafa a al-Zahara

Al-Zahara (Gaza City) – Nuova sede dell’el-Wafa Rehabilitation Hospital

di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza), 03 agosto 2016, Nena News – Unico ospedale riabilitativo nella Striscia di Gaza, l’el-Wafa Rehabilitation Hospital ha accolto senza sosta anziani, lungodegenti, malati, pazienti con gravi disabilità mentali e neurologiche, paraplegici e paralitici, per più di vent’anni, nel quartiere di Shujaiyya‬, a est di Gaza City.

Colpito duramente in passato da un’ostinata serie di pesanti attacchi aerei e di terra, durante le operazioni militari israeliane Piombo Fuso (2008-2009), Pilastro di Difesa (2012) e Margine Protettivo (2014), l’el-Wafa soffre ancora una grossa carenza di materiale medico e chirurgico. L’assedio nella Striscia di Gaza non permette l’ingresso di farmaci per terapie croniche, gas medicali, strumentazione sanitaria e pezzi di ricambio per equipaggiamenti danneggiati.

Durante l’ultima offensiva israeliana, a seguito di tre diversi attacchi, la struttura sanitaria è stata totalmente rasa al suolo. I raid aerei israeliani sull’ospedale sono stati mirati e precisi. Alle ufficiali e reiterate richieste di spiegazione‬, da parte dell’amministrazione della struttura sanitaria, non sono mai arrivate risposte dalle autorità israeliane.

Ancora oggi, dopo due anni, del decennale lavoro dell’el-Wafa a Shujaiyya non rimangono che vecchi fogli di terapie, coperti dalle macerie. All’ospedale è stata affidata dal Ministero della Sanità palestinese una nuova sede, nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City.

Abbiamo incontrato e intervistato il direttore generale dell’el-Wafa hospital, dr Basman Alashi.

°Fig.1 - Dr Basman Alashi nell'el-Wafa hospital

Il dr Basman Alashi nell’el-Wafa Hospital

In che modo le autorità israeliane giustificano gli attacchi e la distruzione completa dell’el-Wafa hospital?

Le autorità israeliane hanno usato due storie diverse per giustificare la totale demolizione della struttura ospedaliera.

Primo, l’esercito israeliano ha coperto l’attacco, pubblicando immagini satellitari dell’aerea del bombardamento e contrassegnando come el-Wafa, un edificio che di fatto era la sede del Right to Life Society. Nelle stesse foto satellitari le autorità israeliane hanno etichettato, senza alcun riscontro, aree adiacenti l’el-Wafa, come siti di partenza di razzi M75, da parte del braccio armato di Hamas.

°Fig.2 - Errore IDF

Il target erroneo dell’aviazione militare israeliana

Secondo, un video distribuito dall’esercito ha cercato di raccontare i bombardamenti, ma le riprese comprendevano immagini di un attacco simile all’el-Wafa, avvenuto nel 2008-2009, durante l’operazione militare israeliana sulla Striscia di Gaza ‘Piombo Fuso’.

°Fig.4 Bombardamenti dell'IDF.jpg

Bombardamenti dell’IDF sull’el-Wafa Hospital

Il 17 luglio 2014 durante la notte, l’esercito israeliano ha costretto il personale ospedaliero e i pazienti ad evacuare l’ospedale mentre era sotto attacco. Abbiamo evacuato e bloccato l’intero ospedale per proteggere gli edifici e le attrezzature. Da quel momento l’ospedale è rimasto sotto la completa sorveglianza e il totale controllo dell’esercito israeliano. La sicurezza e la salvaguardia di di edifici e materiale erano nelle loro mani. Nonostante le affermazioni fuorvianti e le infondate accuse della presenza di militanti palestinesi in aree adiacenti, l’esercito israeliano ha continuato a colpire l’ospedale e, infine, ha raso al suolo tutti e quattro gli edifici il 23 luglio 2014.

L’el-Wafa hospital, nel quartiere di Shujaiyya, era in una posizione strategica. A soli pochi chilometri dalla linea di confine tra Striscia di Gaza e Territori Palestinesi Occupati. E’ facile pensare che l’eliminazione fisica della costruzione avrebbe potuto aprire, nel corso dell’operazione Margine Protettivo, una via di passaggio delle truppe israeliane di terra. Qual è la sua opinione?

Credo che sia stato l’obiettivo principale dell’esercito. Hanno progettato meticolosamente l’attacco per impedire qualsiasi protesta da parte dei media. Hanno messo in piedi le storie del lancio dei razzi e dei colpi di arma da fuoco a partire dall’edificio ospedaliero, che hanno trasformato senza scrupolo in un centro di commando di Hamas. Sapevano bene che sarebbe stato difficile giustificare la distruzione di un ospedale noto, funzionante, con ottimi risultati clinici, esistente dal 1990.

Tutte false le giustificazioni e le ragioni raccontate, ma i media internazionali hanno rivolto lo sguardo altrove e hanno regalato a Israele per l’ennesima volta la licenza di uccidere. Il mondo dei media ha dato così il lasciapassare all’esercito israeliano: bombardare ospedali, uccidere civili innocenti e spezzare la vita di bambini nei Territori Palestinesi è consentito. E’ stato dato loro immunità e impunità.

Il periodo subito dopo il primo attacco aereo è stato un momento molto difficile: la paura e la preoccupazione dei pazienti, l’incerta evacuazione dell’ospedale. Quali sono i suoi ricordi di quei giorni?

Sono rimasto assolutamente scioccato durante il primo attacco, l’11 luglio 2014, alle 02:00 della notte. In quelle ore, abbiamo parlato con molte organizzazioni internazionali. Tutti ci hanno assicurato che il bombardamento dell’ospedale era stato un errore e non si sarebbe verificato di nuovo.

Durante la guerra, ho continuato a visitare e curare pazienti e fragili anziani. Ogni giorno e ogni notte ero profondamente preoccupato per la loro incolumità, così abbiamo deciso di spostare tutto il nostro lavoro sul primo piano dell’ospedale, per proteggere sia i pazienti sia il personale sanitario dai bombardamenti israeliani delle aree circostanti.

Non riuscivo né a capire né a credere come “l’esercito più morale del mondo” avesse potuto indirizzare bombe, granate, missili e razzi su malati, anziani e indifesi. Non riuscivo proprio a capire come una situazione del genere potesse ancora verificarsi lecitamente nel 2014.

Qual è stato il ruolo della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa durante il delicato intervento di evacuazione dei pazienti?

Abbiamo avuto continui contatti con la Croce Rossa durante il bombardamento dell’ospedale, contatti in cui è stato ribadito l’errore da parte dell’esercito israeliano di considerare come obiettivo militare l’el-Wafa. Tuttavia, gli attacchi aerei sull’ospedale non si sono fermati. Durante la giornata designata di evacuazione forzata, ho ricevuto chiamate da parte dello staff della Croce Rossa sul mio telefono personale. Queste le parole al telefono di Gail Corbett, delegata della Croce Rossa (nda infermiera inserita nei programmi di supporto della Croce Rossa neozelandese, nella Striscia di Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati): “Mr. Alashi, ho un messaggio per lei da parte dell’esercito israeliano. Quanto tempo è necessario per l’evacuazione completa dell’ospedale?”. La mia risposta ferma è stata che avevo bisogno di almeno due ore.

Dopo alcuni minuti, ho ricevuto una seconda chiamata con un secondo messaggio, sempre dalla stessa persona. Ha detto: “La massima autorità dell’esercito israeliano ha dato l’ordine di non sparare sull’el-Wafa, ma l’ordine non ha raggiunto in tempo il livello più basso dell’esercito”. Le ho chiesto “State aiutando Israele?”. Stavano ancora bombardando l’ospedale mentre parlavamo al telefono.

Il giorno successivo, abbiamo chiesto alla Croce Rossa di darci il permesso di portare via dall’ospedale alcuni farmaci e alcune attrezzature innovative e costose. La dura risposta è stata che non potevano aiutarci ad ottenere il permesso dall’esercito israeliano. La MezzaLuna Rossa gazawi è stata disponibile nella fornitura di farmaci di emergenza durante l’offensiva. Hanno contattato diverse organizzazioni internazionali e hanno contribuito alla campagna di sensibilizzazione con l’obiettivo di porre fine agli attacchi contro strutture sanitarie. Il loro sostegno comunque è stato limitato al funzionamento di quello che era rimasto dell’ospedale.

La sede temporanea dell’ospedale è attualmente nella zona di al-Zahara, nella periferia di Gaza City. Molti strumenti, attrezzature mediche e materiali sono stati persi. Cos’è cambiato nella vita dei vostri pazienti?

Durante i primi 12 mesi dalla distruzione dell’el-Wafa, tutto il nostro personale ospedaliero ha continuato il proprio lavoro con grande esperienza e profonda conoscenza delle sfide da combattere nel post-trauma. Uno dei miei operatori sanitari mi ha detto “Ci sentiamo come negli anni ’30. Possiamo usare solo le mani per trattare il post-trauma. Senza attrezzature mediche per la diagnosi e senza medicina per ridurre il dolore”. Oggi, con l’aiuto di organizzazioni donatrici, siamo stati in grado di riportare nell’ospedale molta dell’attrezzatura perduta.

Ci può dare una descrizione dello stato d’animo dei pazienti in quelle ore? C’è una storia speciale di un paziente che vuole condividere con noi?

La storia di una paziente potrebbe descrivere tutto. E’ quella di Ayah Abadan, una ragazza di 20 anni, con emiplegia. Ricorda il giorno in cui è stato evacuato l’ospedale: lei è stata portata via su un lenzuolo. Da allora, ogni notte, sente ancora i rumori delle esplosioni, i vetri rotti, le urla e la confusione. Ricorda tutti questi eventi. E il ricordo più terrificante è il vedere quello che accade intorno a te, ma non avere la capacità di muoverti. I suoi piedi avrebbero potuto bruciare nel fuoco dell’esplosione, mentre lei sarebbe rimasta seduta e incapace di allontanarsi. Tutte queste immagini sono oggi ferme e indelebili nella sua memoria.

Ayah guarda l’ospedale distrutto dietro di sé e chiede “E ora come faccio? Come può l’esercito israeliano colpire proprio noi, pazienti e anziani paralizzati?”. L’aggressione israeliana ha creato circostanze molto complesse e difficili da risolvere per pazienti legati ad una terapia cronica, per pazienti legati ad una cura insostituibile, per pazienti la cui sola speranza, non avendo la libertà di muoversi, era legata all’unico ospedale riabilitativo presente nella Striscia di Gaza. Ayah dice che Israele deve essere ritenuto responsabile davanti al Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi contro i palestinesi.

°Fig.5 - La paziente Ayah Abadan all'el-Wafa

La paziente Ayah Abadan all’el-Wafa Hospital

Qual è la situazione dei servizi periferici di fisioterapia? L’ultima guerra ha causato almeno 11.000 feriti e la metà di loro ha bisogno di cure riabilitative particolari. Come riuscite a gestire tutti loro come unico ospedale di riabilitazione nella Striscia di Gaza?

Dal momento in cui Israele ha distrutto l’unico ospedale riabilitativo a Gaza, nessuno era in grado di ottenere e seguire un percorso di fisioterapia e rieducazione medica adeguato. Molti pazienti sono stati costretti a rimanere semplicemente a casa. In più, alcune delle loro case erano invivibili a causa di estesi danneggiamenti, elemento che ha sicuramente determinato un peggioramento della prognosi. Subito dopo la guerra, abbiamo iniziato un intenso programma di riabilitazione medica a Rafah e Khan Younis e seguito oltre 11.000 pazienti a domicilio. A Gaza City, ci siamo trasferiti nella nostra posizione temporanea a al-Zahra, continuando a ricevere pazienti.

E per il futuro dell’el-Wafa? La vostra idea è quella di tornare a Gaza City. I fondi e le donazioni saranno sufficienti per ricostruire un nuovo ospedale con tutti i servizi medici?

Abbiamo deciso di non ricostruire l’ospedale nella stessa posizione a Gaza City, cioè vicino al confine con Israele o nella zona di Shujaiyya.
Molte organizzazioni internazionali ci stanno aiutando nei lenti processi di ricostruzione dell’ospedale. Abbiamo ricevuto un terreno di 4.000 metri quadrati nel centro di Gaza come sede del nuovo ospedale. L’Islamic Bank di Jeddah ha stanziato 1,4 milioni di dollari per la prima fase della ricostruzione e ha promesso di aggiungere più fondi alla seconda fase. Anche i medici europei hanno promesso finanziamenti per apparecchiature medicali da destinare al nostro nuovo ospedale.

Il futuro è pieno di speranza finché ci saranno persone come lei che permettono al mondo di conoscere, passando attraverso disagi e sopraffazioni. La distruzione dell’ospedale non sarà dimenticata e la giustizia alla fine avrà la sua vittoria. Nena News

Nena News Agency “GAZA. Dopo le bombe il Wafa Hospital si ricostruisce” di Federica Iezzi

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Il dramma dei malati gravi, uscire da Gaza è un inferno

Nena News Agency – 02/o6/2016

Le procedure per lasciare la Striscia per motivi di salute,  passando per il valico di Erez con Israele, sono lunghe e complesse, possono bloccarsi in qualsiasi momento, quasi sempre per “ragioni di sicurezza”. E altrettanto difficili sono sull’altro valico, Rafah, verso l’Egitto, ormai chiuso per gran parte dell’anno 

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di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza), 2 giugno 2016, Nena News  – Nel solo mese di marzo, le richieste di permessi alle autorità israeliane di uscita dalla Striscia di Gaza, attraverso il valico di Erez, per cure mediche sono state 2.205. Di queste ne sono state approvate solo il 69%. Rifiutata l’uscita a 121 pazienti tra cui 5 bambini. Nessuna risposta per 564 pazienti. Quasi impossibile ottenere permessi di uscita nell’età compresa tra 16 e 55 anni.

Il maggior numero di richieste è quello per cure oncologiche, seguono pediatria, ortopedia, cardiologia, ematologia, oftalmologia, neurochirurgia, medicina nucleare, urologia e chirurgia generale.

In Cisgiordania, Israele e Giordania. E’ qui che vengono curati i pazienti di Gaza. I principali ospedali che accolgono i malati della Striscia sono il Makassed hospital, l’Augusta Victoria hospital, il St John Eye hospital e l’Hadassah Ein Karem hospital di Gerusalemme Est, la Najah university-hospital di Nablus, il Tel-Hashomir di Ramat Gan in Israele e l’al-Ahli hospital di Hebron.

E’ lunga la trafila che un paziente palestinese deve seguire per uscire da Gaza. Intanto deve avere una garanzia finanziaria valido del Ministero della Salute palestinese e un appuntamento già fissato con l’ospedale ospitante. Già se la validità di questi due documenti scade prima che il paziente riceva il permesso, tutto il processo ricomincia mestamente da capo.

Dopo visita medica da parte di specialisti di Gaza o certificazione da parte del direttore generale di un ospedale gazawi, ciascuna pratica deve essere approvata da una commissione medica del Service Purchasing Department del Ministero della Salute palestinese, sia sulla Striscia di Gaza sia a Ramallah. I criteri maggiori per l’approvazione sono l’assenza di un particolare servizio sanitario nel territorio di Gaza e l’evidenza della copertura dell’assicurazione medica.

Dunque la richiesta di permesso corredata da documenti di identità del paziente e della famiglia, visita medica e certificazione completa per la copertura dei costi deve essere presentata all’Israeli District Liaison Office almeno 7-10 giorni prima della data del ricevimento nell’ospedale ospitante, pena l’esclusione.

Parallelamente inizia l’arduo cammino per la richiesta del visto di entrata in Israele, per cure mediche. La pratica dura almeno tre settimane.

Stessa trafila tocca agli accompagnatori: che sia una mamma per la sua bambina o una moglie per il marito o un figlio per il genitore malato. I permessi adesso sono stati ristretti solo ai parenti di primo grado con età superiore a 55 anni. Tutto sotto la condizione dei controlli di sicurezza.

E allora chi copre i costi delle cure per i pazienti palestinesi che riescono ad uscire dalla Striscia? Per il 94% è il Ministero della Salute di Ramallah con circa dieci milioni di shekel (due milioni e mezzo di dollari) al mese. Seguono le organizzazioni non-governative Nour al-Alam, Peres Centre for Peace, Physician for Human Rights, Military Medical Services. Solo il 2% riesce a coprire autonomamente tutte le spese.

I costi per la cura dei palestinesi fuori dal territorio della Striscia raggiungono il 30% dell’intero budget per la sanità. Sicuramente sono una significativa fonte di entrate per gli ospedali cisgiordani e israeliani.

Nei Paesi arabi, il tempo medio di permanenza in ospedale di un paziente palestinese è di circa tre settimane, per periodi di cura più lunghi è necessario ottenere un ulteriore permesso.

Ultimo scoglio per chi ha un nome ‘vicino’ alle famiglie di Hamas, sono le cosiddette interviste di sicurezza da parte dell’Israeli General Security Services. Lo scorso marzo, 82 pazienti sono stati sottoposti ad interviste di sicurezza. Il risultato è stata l’interruzione del processo utile ad ottenere il permesso di entrata in Israele. E ad Erez non mancano nemmeno gli arresti di pazienti palestinesi con regolare permesso di uscita. Naturalmente si parla di detenzioni senza legale processo.

E visto che attualmente i servizi e i sistemi di sicurezza israeliani sono strettamente legati a quelli egiziani, a un palestinese a cui venga negato l’ingresso in Israele, verrà negato anche quello in Egitto. Questo si aggiunge alla ormai quasi completa chiusura del valico di Rafah, al confine tra Striscia di Gaza e Egitto, durante l’intero anno.

Secondo i dati del Medical Referral Directorate di Ramallah, nel 2015, 23.896 pazienti hanno ottenuto i permessi di uscita dalla Striscia di Gaza per cure mediche. E 6.689 dall’inizio di quest’anno. Nena News

Nena News Agency “Il dramma dei malati gravi, uscire da Gaza è un inferno” – di Federica Iezzi

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GAZA. Shaad e Salwa, bambini che tentano di tornare alla vita

Nena News Agency – 06/04/2016

La storia di due fratellini di Tal el-Hawa, rimasti gravemente feriti in un bombardamento israeliano durante l’offensiva militare Margine Protettivo dell’estate 2014. Come loro tanti altri bambini di Gaza, disabili per il resto della loro vita

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di Federica Iezzi

Gaza City, 6 aprile 2016, Nena News  – Ha ancora i segni di Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana sulla Striscia di Gaza, la piccola casa di Shaad e Salwa, nel quartiere di Tal el-Hawa, a sud di Gaza City. Quartiere abitato da quasi 9.000 civili, pesantemente colpito da raid aerei e colpi di artiglieria. Una porta, la sera chiusa solo con un chiavistello, fa da ingresso all’armonia di una casa accogliente che ha dovuto rinunciare all’infanzia di due bambini.

Shaad ha 8 anni e a causa di una granata l’estate di due anni fa ha perso la vista e ha rischiato di non poter più camminare. La sua gamba sinistra porta ben visibili le profonde cicatrici di una guerra violenta e arbitraria. Salwa è la sorella maggiore di Shaad, ha 10 anni. La stessa granata ha colpito ancora quella famiglia. Salwa ha perso il suo viso pulito da bambina. Al posto della pelle liscia oggi c’è il ricordo di un’ustione che segna il suo volto, nonostante sia tutto sorridente. Un sorriso che contagia i suoi genitori e sua nonna.

Giocavano insieme fuori casa quando un rumore assordante dall’alto ha terrorizzato il quartiere e immobilizzato a terra i bambini. Tra sangue e polvere Salwa si è alzata da quella terra martoriata. Non riusciva a sentire niente ma con gli occhi cercava solo il fratello. Shaad non poteva muoversi. Sapeva di essere vivo ma non vedeva Salwa e non l’avrebbe mai più rivista. Vedeva solo ombre. Non poteva correre via da quel terreno che continuava a vibrare, perché la gamba sinistra non si muoveva.

Shaad ci dice “Sto bene, grazie a Dio”. Con la sorella, fu portato sanguinante, a bordo di una macchina, allo Shifa hospital di Gaza City. La madre continuava a gridare ai medici di non tagliare la gamba a suo figlio. Dopo un intervento di chirurgia ortopedica e tre interventi di chirurgia plastica, oggi Shaad riesce a stare in piedi. Cammina lentamente, appoggiato alle mura della sua casa. Lo attendono altre procedure ortopediche per stabilizzare il bacino e le ossa della gamba. Nel frattempo ha imparato a leggere con il sistema di scrittura braille. Ha un ‘libro speciale’, così lo chiama Shaad, che gli permette di continuare a studiare. Nonostante i movimenti inconsulti, le improvvise contrazione e gli scatti, ci legge alcuni passi del Corano con una pronuncia perfetta dell’arabo classico.

Ogni piccolo rumore, si trasforma ancora in confusione che Shaad avverte alzando il tono della voce. La mamma ci racconta che è il suo modo di manifestare la paura. La vicinanza della sorella, il solo sentire la sua presenza tra il vociare e il disordine, lo riesce a tranquillizzare.

Salwa lo scorso anno è stata sottoposta ad un delicato intervento di chirurgia plastica, che le ha restituito per metà il suo volto. Sotto i capelli ricci quasi non si nota la cicatrice. “Sono stata fortunata quel giorno, tante mie amiche non ci sono più. All’inizio non avevo più voglia di giocare, poi non sapevo con chi giocare, adesso è indifferente”, ci dice con una voce ferma.

Né Shaad né Salwa hanno ottenuto i permessi per uscire dalla Striscia di Gaza, per cure mediche.

Più di mille complessi residenziali sono stati presi di mira e almeno 17.000 case e famiglie sono state distrutte dall’esercito israeliano durante l’offensiva militare di un anno e mezzo fa contro il movimento islamico Hamas che però ha colpito soprattutto la popolazione e causato distruzioni immense. L’eredità di Margine Protettivo è la morte di centinaia di bambini. Almeno 3.000 quelli feriti e un centinaio quelli con disabilità permanenti. E secondo i dati degli ultimi report dell’UNICEF, 373.000 bambini e ragazzi palestinesi hanno bisogno di assistenza psicosociale e solo 3.000 di loro ne usufruisce.

Molti bambini, come Shaad e Salwa, sono stati testimoni di sei operazioni militari a Gaza in otto anni, che hanno toccato la vita a più di 5.000 bambini e hanno lasciato un numero sproporzionatamente alto di disabilità tra la generazione più giovane della Striscia. Nena News

Nena News Agency “GAZA. Shaad e Salwa, bambini che tentano di tornare alla vita” di Federica Iezzi

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GAZA. Sanità in ginocchio, vittima del blocco e dei conflitti politici

Nena News Agency – 10/03/2016

Intervista ad Angelo Stefanini, Coordinatore dei programmi sanitari della Cooperazione Italiana nei Territori Palestinesi Occupati dal 2008 al 2011 e rappresentante a Gerusalemme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002

UNRWA Primary Health Care

Intervista di Federica Iezzi

Gaza, 10 marzo 2016, Nena News – A seguire l’intervista realizzata da Federica Iezzi ad Angelo Stefanini, Coordinatore dei programmi sanitari della Cooperazione Italiana nei Territori Palestinesi Occupati dal 2008 al 2011 e rappresentante a Gerusalemme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002.

Com’è la situazione sanitaria a Gaza oggi?

La situazione sanitaria palestinese è frutto di tutta la sua storia. La caratteristica principale è quella della sua frammentazione. Frammentazione tra il Ministero della Sanità, l’UNRWA e le varie Organizzazioni Non Governative palestinesi e internazionali. Ognuna delle ONG ha la propria storia, loyalty, ambiti e compiti specifici. Nessuna inoltre sembra essere esente da posizioni politiche, anche se tutte si dichiarano apolitiche. Uno dei fattori principali che impattano e che sono responsabili di come si sta sviluppando o desviluppando il sistema sanitario sia in Cisgiordania sia a Gaza, risulta essere proprio la Comunità Internazionale con i suoi aiuti. L’enormità di aiuti che riceve un palestinese pro-capite è mal distribuita e consegnata con poca coerenza. E questo riflette il senso di colpa che ha la stessa Comunità Internazionale per non riuscire a risolvere la situazione politica. Anche se gli aiuti si pensa abbiano solo un impatto di tipo tecnico, in una situazione di conflitto come nei Territori Palestinesi, hanno indubbiamente un impatto sull’andamento di quello che una volta chiamavano ‘processo di pace’. Perché? Perché l’aiuto avrà un suo destinatario preciso che può essere una famiglia, un ospedale, un settore all’interno del sistema sanitario, una ONG locale, il Ministero della Sanità, l’UNRWA. Il fatto stesso che si aiuti uno e non evidentemente l’altro crea già i presupposti per un conflitto interno. Se con uno specifico aiuto viene rinforzata una sezione, viene indebolita in qualche modo l’altra, quindi inevitabilmente gli aiuti hanno un effetto divisivo nelle dinamiche interne.

L’effetto divisivo è visibile anche sulla popolazione?

Purtroppo anche sui civili. In queste ore un’enorme quantità di aiuti sta arrivando dagli Stati Uniti, per essere indirizzati esclusivamente al settore privato sanitario palestinese. Questo vuol dire che si va a rafforzare uno degli attori del sistema sanitario, a scapito dell’altro. E quindi a privilegiare uno degli attori che non dovrebbe essere il principale. Il sistema sanitario di un Paese democratico in genere dovrebbe essere gestito e governato dalla struttura politica. Le politiche sanitarie sono parte dell’entità governativa. In questo caso si rafforza un attore in un modo che decide il mondo esterno. Quindi anche il processo dell’identificazione delle priorità che, per definizione, è un percorso politico viene ad essere completamente scavalcato.

E’ una mossa politica da parte degli Stati Uniti?

Non forse esplicitamente ma in modo piuttosto ovvio, il Ministero della Sanità di Ramallah non ha mai avuto nessuna intenzione di rafforzare la sanità di Gaza, perchè il successo di questa sulla Striscia, sarebbe stato equivalente a un successo di Hamas. Le aspettative e le politiche di Fatah sono uno dei fattori principali che deframmentano il sistema sanitario gazawi.

Come l’occupazione ha modellato gli attuali sistemi sanitari a Gaza?

La situazione di Gaza è asimmetrica per la prevalenza di rifugiati. Ne consegue un autorevole potere dell’UNRWA, con i suoi interventi di alta qualità che operano solo in parallelo con il Ministero della Sanità gazawi. Un esempio è proprio la gestione ‘privata’ delle loro cliniche per la Primary Health Care. Uno dei progetti portati avanti dalla Ong Palestine Children’s Relief Fund Italia, al momento sostenuto dalla Regione Toscana, “Cooperazione sanitaria pediatrica per l’emergenza a Gaza”, prevede proprio l’organizzazione di un workshop per permettere prima di tutto la comunicazione tra le parti. Il fine ultimo è la collaborazione tra UNRWA, con i suoi centri sanitari che coprono il 70% del fabbisogno a Gaza, Ministero della Sanità, con i suoi servizi, i suoi ospedali e le sue strutture sanitarie, e altre ONG indipendenti. Le conseguenze dell’erogazione dei servizi in maniera frammentaria sono: le destinazioni difformi e la ripetizione degli stessi esami per la stessa persona in seno ai tre attori sanitari principali. L’impatto degli aiuti paradossalmente ha un effetto divisivo, rallenta il processo di pace e acuisce il conflitto, aumentando le divisioni e le discrepanze.

Quali sono le colpe dell’occupazione?

Alle morti legate alle offensive militari israeliane su Gaza, è da aggiungere una violenza strutturale, dovuta a una quotidiana perdita di salute per la situazione di povertà, di stress, di condizioni psicosociali degradanti. In Cisgiordania la violenza è indiretta, più subdola, fatta dalla frustrazione quotidiana di chi non riesce a muoversi, dalla demolizione delle case, dalle incursioni militari notturne, dalla paura per la tortura nelle carceri. Questo ha un impatto devastante nella stessa salute della popolazione. L’accesso ai materiali sanitari a Gaza è ridotto in modo considerevole. Per esempio, tutti i farmaci che vengono destinati alla Striscia devono attraversare il Central Store di Ramallah e spesso non ricevono il nulla-osta al passaggio.

L’ostruzionismo non è evidente, non è eclatante ma si percepisce chiaramente. Ancora, la qualità delle prestazioni mediche e dei servizi nei Territori Palestinesi continua a inclinarsi perchè se un medico palestinese non ha la libertà di partecipare a meeting o conferenze internazionali, non ha la possibilità di confrontarsi con altri medici, non può aggiornarsi per mezzo della lettura di articoli scientifici, non avrà mai uno stimolo a migliorare e ad aumentare il suo standard qualitativo. Possibile che non si possa fare in modo che i donatori si assumano le proprie responsabilità dal punto di vista di accountability? Se con un aiuto si crea un problema è responsabilità del donatore la risoluzione del problema.

La Comunità Internazionale fa di tutto per aiutare i palestinesi, però non riesce a smuovere di un millimetro la posizione di Israele da un punto di vista politico, dal punto di vista dell’occupazione. Mantenere lo status-quo vuol dire normalizzare una situazione che è inaccettabile secondo le norme del Diritto Internazionale Umanitario. E in questo modo la Comunità Internazionale si ritrova paradossalmente a sovvenzionare Israele. Secondo la quarta Convenzione di Ginevra, il Paese occupante ha la responsabilità del benessere del Paese occupato, e invece a Gaza la garanzia è data dalla Comunità Internazionale a proprie spese. E i fondi che Israele non spende per il benessere del Paese occupato, magari li spende per armamenti militari.

Come si può migliorare la salute della popolazione di Gaza?

Devono prima di tutto migliorare le condizioni di vita e i determinanti sociali, quali, il livello di occupazione, l’istruzione, la qualità della quotidianità. Ma finché si ha un Paese che viene mantenuto a livello minimo anche di alimentazione, tanti discorsi hanno poco senso. Il sistema può essere migliorato capillarizzando e uniformando i servizi sanitari di base, secondo i bisogni reali della popolazione. Sempre con l’idea del ‘primum non nocere’, quindi senza creare più divisioni di quelle che già sono presenti, a causa della non corretta distribuzione degli aiuti.

Il territorio di Gaza è ben coperto dai Primary Health Care che però non hanno tutti lo stesso livello di qualificazione. I centri dell’UNRWA sono molto più efficaci, molto meglio organizzati, molto meglio forniti rispetto a quelli del Ministero della Sanità. Perché gli investimenti sono maggiori, perché hanno un personale selezionato in base a qualità e non in base all’appartenenza politica. Nei Centri si inizia a portare avanti il programma della ‘Family Health Team’, in cui il personale sanitario lavora in maniera multidisciplinare avendo come target la famiglia nella sua interezza. Questo significa mirare l’intervento sanitario al benessere globale della famiglia. Nena News

Nena News Agency “GAZA. Sanità in ginocchio, vittima del blocco e dei conflitti politici” di Federica Iezzi

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FOTO. Il PCRF cura i cuori dei bambini di Gaza

Nena News Agency – 07/03/2016

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di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza), 7 marzo 2016, Nena News – Da pochi giorni conclusa la diciassettesima missione di cardiochirurgia pediatrica sulla Striscia di Gaza. Altri nove piccoli pazienti sono stati sottoposti a delicati interventi al cuore, grazie al lavoro del team guidato dal dr Stefano Luisi, responsabile del Palestine Children’s Relief Fund (PCRF) – Italy Chapter, presso l’European Gaza Hospital, di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza.

Hanno partecipato alla missione: Stefano Luisi e Federica Iezzi (cardiochirurghi), Pierantonio Furfori, Carmelo Vullo, Cristiana Carollo e Tatiana Chicu (anestesisti), Vittoria De Lucia (cardiologa), Federica Raffin (perfusionista), Angela Prendin (infermiera), Martina Luisi (coordinatrice del PCRF Italia) e Angelo Stefanini (consulente per il PCRF Italia in materia di Primary Health Care).

Nelle 17 missioni di cardiochirurgia pediatrica, realizzate sulla Striscia di Gaza a partire dal 2013, di cui dieci tutte italiane, sono stati operati più di 150 bambini. Almeno 90 i bimbi operati durante le missioni italiane, a cui si aggiungono i piccoli sottoposti a procedure chirurgiche con i team australiano, inglese, americano, francese e belga.

Lavorando a stretto contatto con il team palestinese, i medici italiani continuano a portare avanti il piano di formazione sanitaria di giovani medici e infermieri palestinesi. Con estrema difficoltà, per le sempre più scarse e brevi occasioni di apertura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, unica via di uscita per i gazawi, conclusi già periodi di formazione in Italia per due di loro.

Grazie al progetto biennale “Cooperazione sanitaria pediatrica per l’emergenza a Gaza”, sostenuto dalla regione Toscana, verranno per la prima volta incrementate anche le iniziative del Primary Health Care, all’interno dei diversi distretti della Striscia. Il progetto in passato è stato fondamentale per il sostegno dei lavori di ristrutturazione e riabilitazione dell’European Gaza Hospital di Khan Younis, colpito duramente da Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana.

Nena News Agency “FOTO. Il PCRF cura i cuori dei bambini di Gaza” – di Federica Iezzi

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GAZA: ospedali al collasso, mancano i farmaci

Il Manifesto – 05 agosto 2015

Sanità. Senza il 32% dei medicinali di prima assistenza. Le cause: embargo, crisi economica e mancata collaborazione tra Hamas e Ramallah

Rafah (Striscia di Gaza) - Al-Najjar hospital

Rafah (Striscia di Gaza) – Al-Najjar hospital

di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza) – Ogni strut­tura sani­ta­ria rima­sta in piedi nella Stri­scia di Gaza dopo Mar­gine Pro­tet­tivo, sta soprav­vi­vendo ad una grave carenza di far­maci e for­ni­ture medi­che. Risul­tato degli otto anni di embargo impo­sto da Israele e Egitto, di un lungo anno di crisi finan­zia­ria all’interno dell’Anp e di una mar­cata man­canza di coo­pe­ra­zione tra il governo di Ramal­lah e Hamas a Gaza. Attual­mente manca il 32% dei far­maci di assi­stenza pri­ma­ria, il 54% dei far­maci immu­no­lo­gici e il 30% dei far­maci onco­lo­gici. Sono dispo­ni­bili solo 260 dei 900 mate­riali sani­tari di con­sumo essen­ziali. Secondo il Mini­stero della Sanità pale­sti­nese nella Stri­scia sono assenti 118 tipi di far­maci (25%) e 334 pre­sidi sani­tari (37%).
Alcuni ane­ste­tici man­cano del tutto. Solo 33 dei 46 far­maci psi­chia­trici essen­ziali sono disponibili.

La con­di­zione dei malati di can­cro a Gaza è segnata dalla carenza di far­maci anti­tu­mo­rali dovuta al blocco impla­ca­bile di Israele del ter­ri­to­rio costiero pale­sti­nese, e dall’impossibilità di rag­giun­gere ospe­dali fuori dalla Stri­scia. Ogni mese solo il 10%, dei 1500 gazawi che chie­dono il per­messo di ingresso in Cisgior­da­nia, Israele e Egitto per cure medi­che, riceve un appro­priato trat­ta­mento anti-tumorale. Negli ultimi dieci anni il numero dei pazienti con can­cro nella Stri­scia di Gaza è lie­vi­tato. Car­ci­noma tiroi­deo, leu­ce­mia e mie­loma mul­ti­plo sono i tumori con più alta fre­quenza. Sotto accusa: l’uso di armi da guerra da parte di Israele in zone alta­mente popo­late, l’uso indi­scri­mi­nato di fosforo bianco già dall’offensiva mili­tare israe­liana del 2008, i con­sumi di acqua inqui­nata, l’uso di ter­reni inqui­nati per la coltivazione.

Nel dipar­ti­mento di onco­lo­gia dell’al-Shifa hospi­tal, a Gaza City, ven­gono trat­tati 150 pazienti onco­lo­gici al giorno, con tre medici, cin­que infer­mieri e solo 15 posti letto. Ogni mese 70–100 nuovi casi. Si lavora con poco meno del 40% dei far­maci anti­tu­mo­rali neces­sari. Proi­bita la radio­te­ra­pia e la tera­pia mole­co­lare, per­ché dal valico com­mer­ciale di Kerem Abu Salem, al con­fine con Israele, non entrano né i mac­chi­nari per la radio­te­ra­pia esterna né i nuovi far­maci onco­lo­gici. Dia­gnosi sem­pre meno accu­rate per la man­canza dei rea­genti di labo­ra­to­rio e dei mac­chi­nari per esami stru­men­tali. I voluti e per­pe­trati ritardi da parte delle auto­rità israe­liane nel rila­scio del nulla osta di sicu­rezza per l’importazione dei far­maci met­tono a repen­ta­glio ogni giorno la vita dei pazienti affetti da cancro.

Il pro­gramma di tra­pianti del rene, unico ini­ziato a Gaza nel 2013, è pra­ti­ca­mente fermo per­ché Israele proi­bi­sce l’ingresso degli immu­no­sop­pres­sori, cate­go­ria di far­maci uti­liz­zata per evi­tare il rigetto dell’organo. Le restri­zioni sui vali­chi di fron­tiera hanno esa­cer­bato le con­di­zioni di salute degli abi­tanti di Gaza che con­vi­vono con malat­tie cro­ni­che. I far­maci pro­ve­nienti da Israele sono molto più costosi di quelli che arri­vano dall’Egitto. Dif­fi­cili da pro­cu­rarsi per­fino anti­per­ten­sivi e anti­dia­be­tici. E una volta otte­nuti i costi sono spro­po­si­tati e le con­se­gne lente. In più l’insulina per i dia­be­tici richiede refri­ge­ra­zione costante, per poter con­ser­vare la sua effi­ca­cia, che diventa illu­so­ria in un posto in cui manca l’elettricità per 18 ore al giorno. Bloc­cate anche le dona­zioni da orga­niz­za­zioni arabe e inter­na­zio­nali attra­verso il valico di Rafah, al con­fine con l’Egitto, aperto sol­tanto per 15 giorni quest’anno.

I mate­riali sot­to­po­sti a spe­ci­fici per­messi da parte del Mini­stero della Difesa israe­liano spesso sono sem­plici pezzi di ricam­bio per appa­rec­chia­ture dan­neg­giate da anni di degrado. I cosid­detti mate­riali nella lista israe­liana «dual-use», quelli che secondo Tel Aviv pos­sono avere un duplice uti­lizzo, mili­tare e non, spesso sono rea­genti o pro­dotti chi­mici che entrano nel pro­cesso di pre­pa­ra­zione di medi­ci­nali nelle indu­strie far­ma­ceu­ti­che, che prima sod­di­sfa­vano il 15% del fab­bi­so­gno locale. In entrambi i casi ven­gono fer­mati a Kerem Abu Salem. Inol­tre i ser­vizi sani­tari a Gaza sono tenuti a pagare per il depo­sito in Israele delle attrez­za­ture medi­che acqui­state, durante gli inter­mi­na­bili con­trolli di sicu­rezza israeliani.

Il Manifesto 05/09/2015 “GAZA: ospedali al collasso, mancano i farmaci” di Federica Iezzi

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I perchè della mortalità infantile a Gaza

Nena News Agency – 17 agosto 2015

Assenza di medicinali, resistenza ai pochi permessi da Israele, allattamento da madri che hanno respirato fosforo bianco, consanguineità: ecco perché nella Striscia il tasso di mortalità infantile è così alto

children-of-gaza

di Federica Iezzi

Roma, 17 agosto 2015, Nena News – Secondo i dati dell’ultimo report dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), il tasso di mortalità neonatale, cioè il numero di bambini che muoiono prima di quattro settimane, nella Striscia di Gaza è salito al 22.4‰ contro il 2‰ documentato in Israele.

Il tasso di mortalità neonatale, insieme al tasso di mortalità infantile, cioè il numero di bambini che muoiono entro del primo anno di vita, è uno dei più importanti indicatori del benessere socio-economico e delle condizioni sanitarie di un Paese.
La dipendenza economica e la debolezza sociale sono fattori che incidono sui tassi di morbilità, cioè sulla frequenza con cui una malattia si manifesta in una popolazione, e di mortalità.

Anche la monitorizzazione della salute materno-fetale si riflette sulla mortalità infantile, attraverso corretta nutrizione e alimentazione, adeguati controlli medici a madre e nascituro e allattamento al seno.

Il semplice allattamento al seno ha un ruolo rilevante nella prevenzione delle infezioni neonatali, riducendo i tassi di mortalità. Gli effetti dei gas tossici (fosforo bianco), respirati durante le ultime offensive militari israeliane sulla Striscia di Gaza, sono correlati alla progressiva riduzione nella produzione di latte in donne in età fertile.

Malattie infettive e respiratorie, inadeguata alimentazione, carenti condizioni igienico-sanitarie fanno crescere i tassi di mortalità neonatale e infantile.

L’impatto a lungo termine dell’assedio a Gaza con la conseguente carenza di materiale sanitario e di farmaci è un aspetto strettamente correlato all’aumento dei tassi di mortalità neonatale e infantile.

Ne sono un esempio gli antibiotici. Israele non permette l’ingresso a Gaza attualmente di 154 differenti tipi di medicine, tra cui diverse classi di antibiotici. Per cui ne viene usata una limitata gamma per la cura di infezioni. Utilizzando a tappeto sempre lo stesso farmaco, per ogni tipo di infezione, si creano resistenze. Dunque i microrganismi diventano sempre meno sensibili agli antibiotici, facendo crescere i tassi di mortalità a causa di infezioni che diventano incurabili e letali.

Secondo la lista dettagliatamente redatta dal Ministero della Difesa israeliano, a Gaza non è permesso l’ingresso dei cosiddetti materiali ‘dual use’. Sono prodotti che possono avere un duplice utilizzo. Materiali chimici come dietilenetriammina, trietilenetetramina, amminoetilpiperazina, etilendiammina e una serie di catalizzatori, che se entrano nel processo di preparazione di medicinali nelle industrie farmaceutiche diventano salvavita, se invece diventano componenti di razzi e munizioni, si trasformano in un pericolo per lo stato di Israele. E allora tutto bandito dal governo di Tel Aviv, a discapito di chi con quei farmaci, nella Striscia, può scorgere la guarigione.

La quantità di farmaci che dalla Cisgiordania raggiunge effettivamente Gaza, copre appena il 5-7% del fabbisogno locale.

Crescono i tassi di morbilità e di conseguenza quelli di mortalità neonatale, per la mancanza delle semplici culle termiche per i neonati. A Gaza non entrano nuovi materiali e le culle che sono rimaste nei dipartimenti ospedalieri di neonatologia, bombardati, distrutti e smantellati durante Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana sulla Striscia, o non funzionano perfettamente o funzionano a metà, non riscaldando, a causa della preoccupante discontinuità elettrica. Prematuri e neonati di basso peso vengono così sottoposti a rigide temperature che favoriscono ipotermia, infezioni sistemiche e malattie respiratorie.

Le operazioni militari israeliane su Gaza, la divisione politica palestinese, l’assedio di Israele e la chiusura egiziana del valico di Rafah, impedisce di fatto alle fabbriche locali di ottenere le materie prime, necessarie per la produzione di farmaci, e i pezzi di ricambio per apparecchiature medicali, danneggiate dalla guerra e da anni di degrado.

Nonostante licenze dal Ministero israeliano della Sanità e approvazioni dalle aziende fornitrici israeliane, i materiali grezzi, si fermano al valico di Kerem Shalom, unico valico commerciale funzionante tra Striscia di Gaza e resto del mondo, senza nessuna motivazione fornita dalle autorità di Tel Aviv.

Ancora, le complicate procedure di ingresso da Israele di vaccini contro rosolia, morbillo, parotite e poliomielite mettono a rischio le campagne di vaccinazione nella Striscia di Gaza. Fattore direttamente correlato alla mortalità infantile. Secondo i dati dell’UNICEF l’ultimo ingresso di vaccini nella Striscia, risale allo scorso novembre, con l’accesso di 65.429 singole dosi di vaccino antipolio e 50.000 dosi di vaccino anti-pneumococco, per qualcosa come 400.000 bambini

Infine il fenomeno della consanguineità, inevitabile in un Paese i cui movimenti delle persone sono aspramente ristretti, accresce i tassi di mortalità neonatale, a causa dell’alta percentuale di evenienza di difetti genetici. Nel 2013, 960 bambini su 3128 sono nati da matrimoni tra consanguinei.

Secondo i più recenti dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 19% delle morti neonatali a Gaza sono legate a malformazioni congenite o disordini metabolici. Nena News

Nena News Agency “I perchè della mortalità infantile a Gaza” di Federica Iezzi

Il Manifesto “Torna a crescere la mortalità infantile a Gaza” di Michele Giorgio

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