Macedonia di disperazione

Il Manifesto – 28 agosto 2015

Il racconto. A Gevgelija in attesa del treno che porta verso il nord

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di Federica Iezzi

Gevgelija (Macedonia) – Folle di rifu­giati siriani tra le mon­ta­gne mace­doni di Kouf e Pajak. Campi saturi di piog­gia, notti fredde e umide tra­scorse all’aperto. Niente riparo. Poco cibo e poca acqua. Die­tro il filo spi­nato, entrate razio­nate dalla poli­zia mace­done. Gra­nate e lacri­mo­geni. È il qua­dro alla irri­co­no­sci­bile sta­zione fer­ro­via­ria di Gev­ge­lija, a due chi­lo­me­tri dal con­fine greco-macedone.

Da giu­gno almeno 44.000 migranti, soprat­tutto siriani, sono entrati in Mace­do­nia. I dati dell’Alto com­mis­sa­riato delle Nazioni Unite per i rifu­giati, in que­sta set­ti­mana, hanno con­tato 1.500–2.000 ingressi ogni giorno. Il primo obiet­tivo è salire nel treno che da Gev­ge­lija porta a Sko­pje o Taba­no­v­tse, nel nord della Mace­do­nia. Punto di con­tatto con le città serbe e quindi con l’Ungheria. E poi pro­se­guire per la Black Road attra­verso l’Europa.

Rag­giun­gere l’Ungheria — nono­stante l’accoglienza dall’incalzante con­trollo di 2.100 poli­ziotti, dispie­gati sui 175 chi­lo­me­tri di con­fine con la Ser­bia — signi­fica entrare nei Paesi della zona Schen­gen. Dun­que, viag­giare in tutta l’Unione euro­pea senza essere bloc­cati ai vali­chi di fron­tiera e avere la pos­si­bi­lità di chie­dere asilo poli­tico.
Dichia­rato lo stato di emer­genza, le auto­rità, per giorni, hanno lasciato migliaia di rifu­giati nella pol­ve­rosa no man’s land tra Mace­do­nia e Gre­cia. Non sono immi­grati. Non sono qui per ragioni eco­no­mi­che. Sono rifugiati.

Robar, Amira, 23 anni e incinta del secondo figlio, e il pic­colo Elyas, di soli due anni, hanno cam­mi­nato a piedi da al-Hasakah, nel nord-est della Siria, a al-Derbasya, al con­fine con la Tur­chia. Robar nella sua città, pro­vata dall’assalto durato mesi da parte dello Stato Isla­mico, ha incon­trato il suo «con­tatto». Rasheed, un traf­fi­cante siriano, che ha per­messo loro di attra­ver­sare il con­fine turco-siriano, nell’area di al-Qamishli. Robar dice: «I traf­fi­canti cono­scono le vie. Ogni vil­lag­gio siriano ha la sua via per acce­dere alla Tur­chia. Noi abbiamo cam­mi­nato un chi­lo­me­tro attra­verso una pic­cola strada tra i campi». Con­ti­nua: «Io e mia moglie abbiamo pagato 300 dol­lari a testa solo per pas­sare il con­fine. Elyas non ha pagato nulla».

È invece Nesli­han il traf­fi­cante turco a cui Robar e Amira hanno dato 1.200 euro, per un viag­gio di tre ore in mare dal porto turco di Bodrum all’isola greca di Leros. Amira rac­conta: «Siamo arri­vati ad Atene, in un tra­ghetto insieme ad altri 2.500 migranti», e sospira «Due set­ti­mane da al-Hasakah alla Gre­cia, nasco­sti per ore nei boschi del con­fine turco-siriano, aspet­tando di attra­ver­sarlo di notte, ran­nic­chiati e con­trab­ban­dati in gom­moni e mer­can­tili, implo­rando acqua». Poi il viag­gio è con­ti­nuato a piedi. Dieci giorni, 500 chi­lo­me­tri. Fino a Gev­ge­lija, son­no­lenta cit­ta­della macedone.

Qui nes­sun cen­tro di acco­glienza li attende. Arri­vano da Aleppo, Homs, Kobane, Tar­tus, Hama e Dama­sco. Gli ultimi passi sui binari che por­tano dal vil­lag­gio greco di Ido­meni ai treni di Gev­ge­lija. Pre­sto i rifu­giati incon­trano la poli­zia mace­done. Li obbli­gano ad aspet­tare senza motivo e per un tempo non defi­nito. Dor­mono su sca­tole di car­tone per le strade, men­tre atten­dono l’arrivo dei docu­menti e il per­messo di rima­nere in Mace­do­nia o Ser­bia per 72 ore.

Spesso non esi­ste una mèta. «La mag­gior parte vuole andare in Ger­ma­nia o in Sve­zia» con­fer­mano le auto­rità macedoni.

Samer è arri­vato in treno a Taba­no­v­tse, vicino al con­fine con la Ser­bia. Per tre volte ha cer­cato di attra­ver­sare il con­fine tra Mace­do­nia e Ser­bia e per tre volte è stato respinto dai sol­dati serbi.

Sa del muro che con­ti­nuano a costruire tra Ser­bia e Unghe­ria? «È una rete, si può pas­sare sotto…». Il fra­tello ha attra­ver­sato il con­fine serbo-ungherese, nei pressi di Asot­tha­lom. Lui farà lo stesso.

Da Gev­ge­lija par­tono solo tre treni al giorno per Sko­pje. Il biglietto (che prima costava 6,50 euro) adesso costa 10 euro. Nes­suna restri­zione sul numero di biglietti ven­duti: signi­fica che i colo­rati treni rossi e gialli mace­doni diven­tano vagoni merci. La scena è la stessa per ogni par­tenza. Spin­toni, grida e ammassi di per­sone sulle ban­chine. Tutti i vagoni si riem­piono troppo rapi­da­mente, lasciando a terra donne e bam­bini in lacrime.

Le ban­chine della pic­cola sta­zione fer­ro­via­ria di Gev­ge­lija degli anni ’70, hanno spa­zio suf­fi­ciente per una ven­tina di pas­seg­geri. Fino a poche set­ti­mane fa si aspet­ta­vano i treni aran­cioni che por­ta­vano verso il nord. Ora si lotta per un posto. Esau­sti si dorme ovun­que: basta tro­vare un posto, sotto una stri­scia di luce tre­mo­lante. È il risul­tato della rotta dei Bal­cani occi­den­tali: mare, giorni di cam­mino e con­trolli. Spie­tata quanto la tra­ver­sata in mare dalla Libia.

Ci sono due rotte attra­verso i Bal­cani dalla Tur­chia. Quella dei Bal­cani orien­tali, diretta in Bul­ga­ria, via terra, com­pli­cata dalla recin­zione di reti metal­li­che e filo spi­nato, costruita lungo i 160 chi­lo­me­tri del con­fine turco-bulgaro. E quella dei Bal­cani occi­den­tali, diretta in Unghe­ria, attra­verso Gre­cia o Alba­nia, Mace­do­nia e Serbia.

Coloro che soprav­vi­vono rischiano di essere pic­chiati dai traf­fi­canti o dalla poli­zia locale. O peg­gio, arre­stati e inse­riti nella lista dei richie­denti asilo poli­tico in paesi come l’Ungheria, di fatto negando ogni pos­si­bi­lità di otte­nere asilo invece in Ger­ma­nia, Sve­zia o Regno Unito.

Secondo l’UNHCR, negli ultimi giorni, più di 10 mila per­sone hanno rag­giunto la sta­zione di Pre­sevo, in Ser­bia.
Hisham, pale­sti­nese rifu­giato nel campo di Yar­mouk a sud di Dama­sco, è arri­vato nella città unghe­rese di Sze­ged, ma è rima­sto fermo per giorni in uno dei pic­coli campi dis­se­mi­nati sulla strada prin­ci­pale tra Sko­pje e Bel­grado, prima di rag­giun­gere il cen­tro di regi­stra­zione dei rifu­giati a Pre­sevo in Serbia.

Nella sta­zione di Pre­sevo, gio­vani serbi con­trat­tano con i rifu­giati i prezzi degli auto­bus. Hisham spiega: «Sono 25 euro per Bel­grado, 32 per Subo­tica. I bam­bini pic­coli viag­giano gra­tis. Dopo 400 chi­lo­me­tri fino a Bel­grado, ne riman­gono solo 200 per l’Ungheria».

Il Manifesto, 28/08/2015 “Macedonia di disperazione” di Federica Iezzi

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Se la terra promessa è la Somalia

Il Manifesto – 26 agosto 2015

REPORTAGE

YEMEN. Tra i rifugiati in fuga dal conflitto yemenita, vittime della tratta che dal Golfo di Aden li conduce verso il Corno d’Africa. Su rotte ignote anche alle navi militari saudite dispiegate nell’area

Gibuti - Campo profughi UNHCR di Markazi

Gibuti – Campo profughi UNHCR di Markazi

di Federica Iezzi

Al-Mokha (Yemen) – Vec­chie navi da carico che fino allo scorso marzo tra­spor­ta­vano bestiame, ora almeno una volta a set­ti­mana, dopo 30 ore di navi­ga­zione, sca­ra­ven­tano debi­li­tati rifu­giati dallo Yemen in Soma­lia o a Gibuti. I mer­can­tili par­tono dal porto yeme­nita di al-Mokha, a ovest della città di Taiz, dal porto di Hodeida, nell’omonimo gover­na­to­rato, e dal porto di al-Mukalla, nella regione costiera di Hadh­ra­maut. Seguono la tratta pre­sta­bi­lita nel golfo di Aden.

All’ingresso del Mar Rosso, Bab al-Mandeb è il canale chiave di tra­sporto che separa l’Africa dalla peni­sola ara­bica. Largo solo 30 chi­lo­me­tri nel punto più stretto. Nello stretto ci sono tre prin­ci­pali rotte di con­trab­bando, tutte poco distanti dal porto di al-Mokha. Rotte non sog­gette ai con­trolli di sicu­rezza per anni, da sem­pre uti­liz­zate per il traf­fico di armi, droga, petro­lio e per­sone. Ignote per­fino alle navi mili­tari della Coa­li­zione sau­dita dispie­gate nell’area.

Nad­heer, un avvo­cato yeme­nita, rac­conta: «Il viag­gio può costare dai 100 ai 300 dol­lari. Anche per i bam­bini. Le bar­che tra­spor­tano 200 per­sone e 600 ton­nel­late di merce». E con­ti­nua: «Lo Yemen è diven­tato un luogo dif­fi­cile da abban­do­nare. La via di terra per l’Arabia Sau­dita è bloc­cata dai ribelli hou­thi. Le città costiere meri­dio­nali pre­si­diate dagli hou­thi sono inavvicinabili».

I rifu­giati sbar­cano in Soma­lia, nei porti di Ber­bera e Lughaya, nella regione auto­noma del Soma­li­land, o nel porto di Bos­saso, nel Pun­tland, e tro­vano rifu­gio tem­po­ra­neo spesso nei para­liz­zanti campi spon­ta­nei, non uffi­ciali, dove c’è ener­gia elet­trica per appena 8 ore al giorno.

Tra i rifu­giati, ci sono anche somali bantu fug­giti venti anni fa dalla spi­rale di vio­lenza che tut­tora ancora deva­sta la loro terra. All’epoca tro­va­rono casa in Yemen, ma ora il governo somalo di Has­san Sheikh Moha­mud ha offerto il suo soste­gno alla Coa­li­zione sau­dita nella lotta con­tro i ribelli di al-Qaeda gui­dati dall’emiro Qasim al-Raymi, e con­tro la mino­ranza sciita hou­thi, appog­giata dalle forze fedeli all’ex pre­si­dente yeme­nita Ali Abdul­lah Saleh e dall’Iran. Dun­que la popo­la­zione yeme­nita che fino a poche set­ti­mane fa con­vi­veva con i tra­pian­tati somali, oggi li aggredisce.

I dati dell’UNHCR, l’Alto Com­mis­sa­riato delle Nazioni Unite per i Rifu­giati, par­lano di 28.596 yeme­niti arri­vati in Soma­lia, tra cui almeno 12.000 bam­bini, dall’inizio del con­flitto. Nel cen­tro di acco­glienza, alle­stito nel porto di Ber­bera, uomini, donne e il pianto incon­so­la­bile dei bam­bini pos­sono sostare solo tre giorni. Rice­vono cibo, acqua e cure medi­che. Ci sono solo cin­que ser­vizi igie­nici per più di 400 per­sone. Da Ber­bera in massa si pre­ci­pi­tano nella capi­tale Har­gheisa, dove si acco­dano alle infi­nite file delle strut­ture della Mez­za­luna Rossa, per man­giare e per chie­dere asilo.

Senza cibo, né scarpe, secondo i dati dell’Organizzazione Inter­na­zio­nale per le Migra­zioni, 23.360 rifu­giati sono tran­si­tati nel cen­tro di al-Rhama e poi accolti nel campo di Mar­kazi, nella pic­cola città por­tuale di Obock, in Gibuti. Su petro­liere o mer­can­tili. Senza posti veri. Un com­mer­cio fio­rente di biglietti e passaporti.

Faaid, un agente marit­timo del porto di Ber­bera, ci dice che «1.325 per­sone sono arri­vate in Soma­lia e a Gibuti nelle due set­ti­mane suc­ces­sive all’inizio del con­flitto in Yemen». Le Nazioni Unite par­lano di almeno 900 per­sone arri­vate nel Corno d’Africa negli ultimi 10 giorni. 58.234 il totale di arrivi tra Gibuti, Soma­lia, Sudan e Etio­pia. Secondo i doga­nieri del porto di al-Mokha, più di 150 per­sone lasciano lo Yemen legal­mente ogni giorno. Sono i pesca­tori con le loro bar­che o chi ha soldi suf­fi­cienti per com­prare un posto sui mer­can­tili. E ogni giorno, come merce di con­trab­bando, più di 400 per­sone affron­tano quel mare, su bar­che di medie dimen­sioni. Di pro­prietà di com­mer­cianti o pesca­tori yeme­niti, ven­gono com­prate qual­che giorno prima della pre­vi­sta par­tenza, da bande di trafficanti.

Berbera, Somaliland (Somalia) - Golfo di Aden

Berbera, Somaliland (Somalia) – Golfo di Aden

Tutto ini­zia in mezzo alle 18.000 per­sone del campo pro­fu­ghi di al-Kharaz, a 150 chi­lo­me­tri a ovest del porto di Aden. Strade bucate dai mor­tai. Nella deserta regione del sud dello Yemen, durante la distri­bu­zione di cibo da parte del World Food Pro­gramme, quando le per­sone sono ammas­sate e le tem­pe­ra­ture arri­vano a 35 gradi, Fadaaq, un ragazzo forse di 19 anni, ini­zia la “ricerca”. Fadaaq, ci rac­con­tano nel campo, lavora per con­trab­ban­dieri migranti in Kuwait. L’obiettivo è di tro­vare almeno 30 per­sone per ogni viaggio.

Il tra­sporto dal campo al porto di al-Mokha è in auto­bus. Ogni rifu­giato paga dai 25 ai 50 dol­lari, incon­trando diversi chec­k­point mili­tari sulla strada, fre­quente tar­get dei mili­ziani di al-Qaeda.

C’è anche chi, dai quar­tieri di Cra­ter, Ash Sheikh Outh­man, Khur Mak­sar e Atta­wahi della città di Aden, cam­mina a piedi per due giorni interi, fino a al-Mokha. Lo Stato Isla­mico e al-Qaeda hanno bloc­cato la mag­gior parte delle strade tra Sana’a e Aden.

Si aspet­tano anche 15 giorni nel porto, in attesa di un posto sui mer­can­tili o in attesa di sal­dare il debito con i con­trab­ban­dieri. Si dorme per terra su teli. Si aspetta l’acqua dalle orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie. Agenti di poli­zia, guar­die di fron­tiera e diplo­ma­tici fanno finta di non vedere.

Il con­trab­bando di migranti coin­volge reclu­ta­tori, tra­spor­ta­tori, alber­ga­tori, faci­li­ta­tori, ese­cu­tori, orga­niz­za­tori e finan­zia­tori. Spesso i traf­fi­canti sono essi stessi migranti. Spesso i migranti clan­de­stini gui­dano le bar­che. Spesso si usano imprese ad alta inten­sità di capi­tale per il rici­clo dei proventi.

Tre­cento pas­seg­geri è il mas­simo per una barca di 17 metri. Ma le bar­che ven­gono cari­cate di 700–800 per­sone. Su quasi ogni barca la sto­ria è la stessa. Ven­gono rac­colti tutti i tele­foni cel­lu­lari. Tutti par­tono senza baga­glio. Hanno diritto a man­giare, bere e andare in bagno fino al momento dell’imbarco.

Ci rac­conta Reem: «Mi hanno por­tata in un posto dove ho incon­trato altri come me, in viag­gio verso la Soma­lia. In totale era­vamo 157. Una parte del viag­gio l’ho fatta in piedi, per far posto ai miei figli. Poi sono riu­scita a sedermi con le gambe appog­giate al petto. Sono rima­sta per più di dieci ore così». Reem ci ha detto che arri­vati a Ber­bera, in Soma­li­land, hanno spinto tutti fuori dalla barca, in mare. Alcuni sono anne­gati. Altri sono riu­sciti a rag­giun­gere la riva. La barca è spa­rita in pochi minuti tra le onde.

A Mareero, Qaw e Elayo, nella regione somala del Pun­tland, a Obock, in Gibuti, a Bab al-Mandeb, al largo della città di Taiz, e nel golfo di Aden, l’UNHCR ha regi­strato il più alto numero di decessi nel Mar Rosso e nel Mar Arabico.

Il Manifesto, 26/08/2015 “Se la terra promessa è la Somalia” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “Se la terra promessa è la Somalia” di Federica Iezzi

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In Yemen si muore nel silenzio

Nena News Agency – 20 agosto 2015

I dati pubblicati da ONU e Amnesty International sono impietosi: 850mila bambini malnutriti, 21 milioni di civili senza accesso regolare a cibo e cure mediche. E mentre l’organizzazione per i diritti umani accusa tutte le parti di crimini di guerra, il mondo ha voltato lo sguardo

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di Federica Iezzi

Sana’a (Yemen), 20 agosto 2015, Nena News – Da un lato il riconosciuto presidente sunnita Abdel Rabbo Monsour Hadi, sostenuto da Stati Uniti, Unione Europea e dalla maggioranza dei Paesi del Medio Oriente. Dall’altro, nel sud dello Yemen, i ribelli di al-Qaeda, oggi guidati da Qasim al-Raymi, e nel nord la minoranza sciita Houthi, appoggiata dalle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e dall’Iran.

Nel mezzo 26 milioni di persone che necessitano di assistenza internazionale, 330 mila sfollati interni, 12 milioni di individui a rischio insicurezza alimentare, 20 milioni senza accesso all’acqua potabile.

Secondo gli ultimi aggiornamenti dell’OHCHR, Office of the High Commissioner for Human Rights, dall’inizio del conflitto armato in Yemen, lo scorso 26 marzo, il numero delle vittime è salito a 6.221, incluso 1.950 civili e 398 bambini, e quello dei feriti a 22.110. Almeno 15 milioni i rifugiati, tra cui 1,2 milioni di sfollati interni. Il conflitto ha interessato 20 dei 22 governatorati del Paese.

L’UNHCR ha monitorizzato la registrazione di 28 mila rifugiati yemeniti in Somalia, 21.726 a Gibuti, 706 in Etiopia. Dopo viaggi estenuanti di 30 ore in mercantili. Tra i Paesi di arrivo degli yemeniti in fuga dalla guerra anche Oman e Arabia Saudita. Nel sultanato mediorientale sono stati registrati 5 mila arrivi dall’inizio del conflitto, mentre il numero di yemeniti in Arabia Saudita è salito a circa 30 mila negli ultimi quattro mesi.

Nel suo ultimo report Amnesty International accusa, di attacchi indiscriminati ai civili, la Coalizione saudita e i gruppi armati che supportano e si oppongono agli Houti. In particolare, sono state documentate violenze nelle città meridionali di Aden e Taiz. I raid aerei dell’esercito di Riyad dibattuti dall’organizzazione britannica sono: quello sulla città portuale di Mokha a sud-ovest del paese, che uccise almeno 63 civili; quello sul villaggio di Tahrur, nel goverantorato di Lahj, in cui persero la vita dieci membri della famiglia Faraa, tra cui quattro bambini; quello sulla moschea del villaggio di Waht, dove sono stati uccisi 11 civili; quello sul mercato popolare del villaggio di Fayush, dove i morti sono stati circa 40; quello sul quartiere di al-Mujaliyya, nella città di Taiz, con distruzione della al-Arwa school e quello sui villaggi di Dar Saber e di al-Akma, nell’area di Taiz, in cui hanno perso la vita 19 persone. Gli attacchi risalgono ai mesi di giugno e luglio scorsi. Dibattuti anche i violenti scontri via terra, tra houthi e lealisti, a Aden, Lahj, Al-Dhale’ e Taiz, per cui hanno perso la vita decine di bambini.

L’intensificarsi del conflitto negli ultimi mesi ha devastato Aden. Distrutti vite e mezzi di sussistenza della città portuale e della maggior parte dei suoi abitanti. Si scappa per cercare sicurezza, ma sono pericolosi perfino i posti di blocco militari. La mancanza di acqua ed elettricità, così come la paura di bombardamenti, hanno costretto i residenti dei quartieri sotto il controllo Houthi, di Crater, Khor Maksar e Ma’allah a Aden, a lasciare le proprie case.

Le milizie Houthi e i gruppi filo-governativi hanno regolarmente lanciato attacchi in quartieri residenziali densamente popolati, in prossimità di abitazioni, scuole e ospedali. Lasciate senza acqua ed elettricità infrastrutture civili. Ostacolata la consegna di aiuti umanitari. Almeno 160 strutture sanitarie sono state chiuse in tutto il territorio yemenita.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di una situazione sanitaria particolarmente critica a Aden. Si è osservato un aumento del numero di casi sospetti di malaria e febbre dengue. 850.000 bambini malnutriti. Molte persone non hanno accesso diretto a cibo, carburante, assistenza medica e acqua potabile.

Fino ad oggi, l’OMS ha distribuito più di 175 tonnellate di medicinali e forniture mediche e più di 500.000 litri di carburante per permettere un’attività minima nei principali ospedali, laboratori analisi e centri dialisi in 13 governatorati, raggiungendo un totale di quasi cinque milioni di persone, tra cui 700.000 sfollati interni e 140.000 bambini al di sotto dei cinque anni. Nena News

Nena News Agency “In Yemen si muore nel silenzio” di Federica Iezzi

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I perchè della mortalità infantile a Gaza

Nena News Agency – 17 agosto 2015

Assenza di medicinali, resistenza ai pochi permessi da Israele, allattamento da madri che hanno respirato fosforo bianco, consanguineità: ecco perché nella Striscia il tasso di mortalità infantile è così alto

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di Federica Iezzi

Roma, 17 agosto 2015, Nena News – Secondo i dati dell’ultimo report dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), il tasso di mortalità neonatale, cioè il numero di bambini che muoiono prima di quattro settimane, nella Striscia di Gaza è salito al 22.4‰ contro il 2‰ documentato in Israele.

Il tasso di mortalità neonatale, insieme al tasso di mortalità infantile, cioè il numero di bambini che muoiono entro del primo anno di vita, è uno dei più importanti indicatori del benessere socio-economico e delle condizioni sanitarie di un Paese.
La dipendenza economica e la debolezza sociale sono fattori che incidono sui tassi di morbilità, cioè sulla frequenza con cui una malattia si manifesta in una popolazione, e di mortalità.

Anche la monitorizzazione della salute materno-fetale si riflette sulla mortalità infantile, attraverso corretta nutrizione e alimentazione, adeguati controlli medici a madre e nascituro e allattamento al seno.

Il semplice allattamento al seno ha un ruolo rilevante nella prevenzione delle infezioni neonatali, riducendo i tassi di mortalità. Gli effetti dei gas tossici (fosforo bianco), respirati durante le ultime offensive militari israeliane sulla Striscia di Gaza, sono correlati alla progressiva riduzione nella produzione di latte in donne in età fertile.

Malattie infettive e respiratorie, inadeguata alimentazione, carenti condizioni igienico-sanitarie fanno crescere i tassi di mortalità neonatale e infantile.

L’impatto a lungo termine dell’assedio a Gaza con la conseguente carenza di materiale sanitario e di farmaci è un aspetto strettamente correlato all’aumento dei tassi di mortalità neonatale e infantile.

Ne sono un esempio gli antibiotici. Israele non permette l’ingresso a Gaza attualmente di 154 differenti tipi di medicine, tra cui diverse classi di antibiotici. Per cui ne viene usata una limitata gamma per la cura di infezioni. Utilizzando a tappeto sempre lo stesso farmaco, per ogni tipo di infezione, si creano resistenze. Dunque i microrganismi diventano sempre meno sensibili agli antibiotici, facendo crescere i tassi di mortalità a causa di infezioni che diventano incurabili e letali.

Secondo la lista dettagliatamente redatta dal Ministero della Difesa israeliano, a Gaza non è permesso l’ingresso dei cosiddetti materiali ‘dual use’. Sono prodotti che possono avere un duplice utilizzo. Materiali chimici come dietilenetriammina, trietilenetetramina, amminoetilpiperazina, etilendiammina e una serie di catalizzatori, che se entrano nel processo di preparazione di medicinali nelle industrie farmaceutiche diventano salvavita, se invece diventano componenti di razzi e munizioni, si trasformano in un pericolo per lo stato di Israele. E allora tutto bandito dal governo di Tel Aviv, a discapito di chi con quei farmaci, nella Striscia, può scorgere la guarigione.

La quantità di farmaci che dalla Cisgiordania raggiunge effettivamente Gaza, copre appena il 5-7% del fabbisogno locale.

Crescono i tassi di morbilità e di conseguenza quelli di mortalità neonatale, per la mancanza delle semplici culle termiche per i neonati. A Gaza non entrano nuovi materiali e le culle che sono rimaste nei dipartimenti ospedalieri di neonatologia, bombardati, distrutti e smantellati durante Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana sulla Striscia, o non funzionano perfettamente o funzionano a metà, non riscaldando, a causa della preoccupante discontinuità elettrica. Prematuri e neonati di basso peso vengono così sottoposti a rigide temperature che favoriscono ipotermia, infezioni sistemiche e malattie respiratorie.

Le operazioni militari israeliane su Gaza, la divisione politica palestinese, l’assedio di Israele e la chiusura egiziana del valico di Rafah, impedisce di fatto alle fabbriche locali di ottenere le materie prime, necessarie per la produzione di farmaci, e i pezzi di ricambio per apparecchiature medicali, danneggiate dalla guerra e da anni di degrado.

Nonostante licenze dal Ministero israeliano della Sanità e approvazioni dalle aziende fornitrici israeliane, i materiali grezzi, si fermano al valico di Kerem Shalom, unico valico commerciale funzionante tra Striscia di Gaza e resto del mondo, senza nessuna motivazione fornita dalle autorità di Tel Aviv.

Ancora, le complicate procedure di ingresso da Israele di vaccini contro rosolia, morbillo, parotite e poliomielite mettono a rischio le campagne di vaccinazione nella Striscia di Gaza. Fattore direttamente correlato alla mortalità infantile. Secondo i dati dell’UNICEF l’ultimo ingresso di vaccini nella Striscia, risale allo scorso novembre, con l’accesso di 65.429 singole dosi di vaccino antipolio e 50.000 dosi di vaccino anti-pneumococco, per qualcosa come 400.000 bambini

Infine il fenomeno della consanguineità, inevitabile in un Paese i cui movimenti delle persone sono aspramente ristretti, accresce i tassi di mortalità neonatale, a causa dell’alta percentuale di evenienza di difetti genetici. Nel 2013, 960 bambini su 3128 sono nati da matrimoni tra consanguinei.

Secondo i più recenti dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 19% delle morti neonatali a Gaza sono legate a malformazioni congenite o disordini metabolici. Nena News

Nena News Agency “I perchè della mortalità infantile a Gaza” di Federica Iezzi

Il Manifesto “Torna a crescere la mortalità infantile a Gaza” di Michele Giorgio

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REPORTAGE. Iraq, un milione di profughi che il mondo non vede

Nena News Agency – 13 agosto 2015

Racconto dai campi profughi di Dhuha al-Rawii, Baharka e Arbat e dal confine Iraq-Turchia, per raccontare la tragedia dei rifugiati iracheni. Uomini, donne e bambini che hanno perduto tutto dopo la violenta nascita dello Stato Islamico e l’offensiva aerea lanciata dalla Coalizione a guida USA

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di Federica Iezzi

Baghdad (Iraq), 13 agosto 2015, Nena News – Mesi di bombardamenti del governo iracheno, della Coalizione Internazionale, guidata dagli Stati Uniti, dei jihadisti dello Stato Islamico. Mezzi corazzati e violente rivolte di militanti. Chiusura delle principali strade che portano fuori città e che impediscono ai civili di fuggire. A Falluja come a Mosul.

Dall’ingresso del Califfato nella provincia di Anbar, all’inizio dello scorso anno, più di un milione di iracheni ha lasciato le proprie case. Di questi, almeno 350.000 sono attualmente rifugiati nell’area di Baghdad. I campi sono costruiti in aree tra cui Abu Ghraib, Razwania, Jamia, Sadr Yousefia, Dora e zone vicine al ponte di Bezebz.

Il campo di Dhuha al-Rawii nel quartiere occidentale di Mansur, nella capitale Baghdad, è un piccolo accampamento di circa 200 famiglie. E’ situato su quello che era un parcheggio. Ora vicino c’è una moschea sunnita.

“Mentre i rumori di mortai e bombardamenti in lontananza erano diventati un suono comune, la violenza iniziata nei quartieri di Falluja, ha distrutto case e vite. Elettricità intermittente, spesso totalmente assente. Lavoro soffocato e prezzi del cibo alle stelle” ci racconta Kasim, giovane studente di ingegneria. “Studiavo all’Anbar University. E’ stata devastata dagli uomini del Daesh”, continua “mi sono ritrovato a Dhuha al-Rawii. Ci sono arrivato a piedi nudi perchè le mie scarpe sono rimaste nel fango. Ho la mia vita ma non ho più la mia famiglia”.

Perfino gli abitanti sciiti e la maggior parte dei residenti sunniti del quartiere di Hayy Al-Jami’a, nello stesso distretto di Mansur, sono stati costretti a rifugiarsi a Dhuha al-Rawii.

Nel campo c’è un tanour per fare il pane tradizionale iracheno, una grande cucina dove le donne possono preparare pasti giornalieri. Sono stati costruiti servizi igienici per sostituire quelli portatili temporanei.

Sono in corso da un quarto di secolo, dalla prima guerra del Golfo, le migrazioni della popolazione irachena. Il Paese ora deve far fronte a quasi 3,5 milioni di sfollati interni. Dopo le aree a nord, il maggior numero di sfollati interni iracheni, sono nella provincia di Anbar a ovest con 400.000 anime, a Kirkuk al centro con 350.000 e a Baghdad con più di 300.000.

Inghiottiti dai combattimenti, ora vivono in tende, dai pavimenti di stuoie di plastica, costruite su tela e pali di legno, nel campo profughi Baharka, nella provincia di Erbil.

Alcuni ragazzi guardano timidamente da dietro la tela delle loro tende i camion, con gli aiuti umanitari, arrivare. Una bambina porta una vasca di plastica grande come lei, ha imparato che con i camion arrivano le cisterne di acqua fresca da bere. Le donne che lavano i vestiti sotto il sole rovente si fermano. I bambini con le loro magliettine rosse, verdi, azzurre e gialle sono gli unici lampi di colore tra la polvere grigia del campo. Un cartellino se la famiglia è composta da meno di sette membri. Due cartellini se ci sono più di sette figli. Riso, lattine di fave, olio vegetale, zucchero e pane sono tra le razioni giornaliere di cibo, consegnate insieme a cherosene e coperte.

Non c’è molto in prossimità del campo. Pianure polverose con modeste case di mattoni all’orizzonte. Una guardia armata al cancello, veglia file e file di tende. Se si lascia il campo si deve essere di ritorno prima delle 18. C’è una tenda di attività per i bambini di età compresa tra uno e sei anni. Non ancora c’è una scuola. Sono 1.649 i bambini al di sotto dei 18 anni che vivono nel campo.

All’interno di una delle tende, Telenaz, volto segnato dal tempo e dalla fatica, ci dice “Abitavo a Ramadi. Gli uomini dell’ISIS ci hanno fatto indossare vestiti neri. Guanti e calze scure. Non bastava più il niqab, dicevano che venivano mostrati troppo i nostri occhi”. La pena per chi disobbediva alle regole era di 40 frustate.

Yassin, suo figlio, è un bambino di 14 anni e ha il compito di assicurarsi che il campo rimanga pulito. Ogni giorno distribuisce buste di plastica a bimbi più piccoli di lui per raccogliere la spazzatura.

A Erbil, a partire dallo scorso settembre, si sono riversate 176.784 persone, secondo un rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Erbil, con una popolazione di 1.5 milioni, ha assorbito circa 120.000 rifugiati, per la maggiorparte dalle province di Ninive e Salah al-Din.

Inizialmente progettato come centro di transito per al massimo 700 famiglie irachene, oggi ospita circa 3.000 famiglie. 18.000 persone. Nel campo dell’UNHCR di Arbat per sfollati interni, nel nord-est della provincia irachena di Sulaymaniyya, ci sono una piccola farmacia, con poche medicine, e una tenda medica con infermieri di guardia e poco materiale. L’acqua scarseggia, l’elettricità è discontinua e i sistemi sanitari sono insufficienti. Solo 500 latrine e 600 docce.

In ogni tenda, in ogni rifugio, gli stessi occhi spenti. Chiediamo a Noora, una ragazzina disabile, dove avessero portato i suoi libri di scuola. Ci risponde piangendo. Nena News

Nena News Agency “REPORTAGE. Iraq, un milione di profughi che il mondo non vede” di Federica Iezzi

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YEMEN. La guerra dimenticata

The Republic of Yemen

Agosto 2017 – Quasi cinquemila vittime, molte delle quali bambini, con oltre tre milioni persone costrette ad abbandonare le proprie case, mentre il 70% della popolazione, circa 19 milioni di persone, hanno bisogno immediato di aiuti umanitari per sopravvivere, e tra loro sette milioni lottano ogni giorno per avere un pasto decente.

I principali Paesi esportatori di armi continuano a investire sempre più denaro per la vendita ai Paesi della coalizione a guida saudita coinvolta nel conflitto (di cui fanno parte Bahrain, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Marocco, Qatar, Sudan). A contribuire infatti alla fornitura di materiale bellico sono Stati Uniti, Turchia, Francia, Regno Unito, Canada, mentre in occasione del VII anniversario dell’entrata in vigore della Convenzione sulle Munizioni Cluster, la Campagna Italiana contro le mine ONLUS ha denunciato l’utilizzo da parte della coalizione saudita di bombe a grappolo di produzione brasiliana “in pieno e costante disprezzo delle vite umane e del diritto umanitario”. E poi c’è l’Italia, in particolare la Sardegna, dove nel piccolo comune di Domusnovas, in provincia di Carbonia-Iglesias, opera la fabbrica d’armi RWM (di proprietà tedesca e sede legale a Ghedi, Brescia). Qui sarebbero state prodotte 20 mila bombe solo nel 2016, di cui gran parte destinate all’Arabia Saudita, in piena violazione della legge 185/1990 che vieta le esportazioni di tutti i materiali militari e loro componenti verso Paesi in stato di conflitto armato.

Nelle aree dello Yemen maggiormente colpite dall’epidemia di colera, più di un milione di bambini sotto i cinque anni di età risulta attualmente malnutrito, tra cui circa 200.000 bambini affetti da gravi forme di malnutrizione, secondo Save the Children. In tutto lo Yemen, tra il 27 aprile e il 29 luglio scorsi, sono stati registrati oltre 425.000 casi di sospetto colera, con 1.900 decessi. Dalla fine di aprile, quasi la metà dei nuovi casi di colera (44%) e un terzo dei decessi (32%) riguarda bambini di età inferiore ai 15 anni.

RaiNews24 “Yemen, la guerra al buio”


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Luglio 2017 – Si aggrava l’epidemia di colera nello Yemen dove, secondo la Croce Rossa Internazionale, ci sono 300.000 nuovi casi sospetti. Per l’Organizzazione mondiale della Sanità, il 41% di questi sono bambini. Oltre 1.600 persone sono morte fino a oggi a causa della malattia e le strutture sanitarie del paese sono al collasso. Sono stati attivati 45 centri per il trattamento della reidratazione e della diarrea a al-Hudaydah, Lahj e Aden.

Stando alla relazione governativa annuale sul’export militare, nel 2016 sono state consegnate 21.822 bombe, ma sul numero di pezzi realmente esportati erano state avviate due inchieste giudiziarie a Cagliari e Brescia. Le procure, però, hanno trasmesso per competenza i fascicoli ai pubblici ministeri di Roma. L’elenco dei destinatari e il tipo di armi ad essi destinate, è coperto dal segreto. L’incrocio dei dati forniti nelle varie tabelle ministeriali, permette però di affermare che una licenza da 411 milioni di euro alla RWM Italia è destinata proprio all’Arabia Saudita. Si tratta dell’autorizzazione all’esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84. Informazione che coincide esattamente con il contenuto di un documento finanziario della tedesca Rheinmetall che per l’anno 2016 segnala un ordine «molto significativo» del valore di 411 milioni di euro proveniente da un cliente della regione ‘Mena’, che sta per Medio-Oriente e Nord Africa. Nella lista dei Paesi verso i quali la Germania ha esportato più armamenti nel 2016, l’Arabia saudita è terza dietro Algeria e Stati Uniti.
La recente risoluzione UE non solo ribadisce la necessità che tutti gli Stati membri dell’Unione applichino rigorosamente le disposizioni sancite nella Posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio sull’esportazione di armi, ma soprattutto ricorda, a tale riguardo, quanto indicato nella sua risoluzione del 25 febbraio 2016. E cioè che il Parlamento europeo con quella risoluzione ha invitato l’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita.

Left “Lo Yemen non è un Paese per bambini” di Laura Silvia Battaglia

Al Jazeera “The war in Yemen explained in 3 minutes”


Juan Herrero

Giugno 2016 – Dal marzo 2015, il conflitto in Yemen conta più di 8.000 morti e almeno 44.000 feriti, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Oltre tre milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, troppo spesso senza sicurezza. Circa quattro milioni e mezzo di persone hanno bisogno di un riparo di emergenza. Almeno 6.000 persone, tra cui più di 2.000 bambini, in Yemen convivono forzatamente con una disabilità legata agli effetti di esplosioni e bombardamenti.
Sono 18 milioni i civili che attendono sostegno umanitario e di questi, 12 milioni hanno bisogno di assistenza urgente. Su 333 distretti distribuiti nei 22 governatorati yemeniti, 43 continuano ad avere difficile accesso via terra, per gli operatori umanitari. In questi distretti vivono più di due milioni di persone. Marib, Sa’ada, e il governatorato di Taiz hanno il maggior numero di distretti difficili da raggiungere.

Almeno 13 milioni di civili, il 50% dell’intera popolazione in Yemen, lotta quotidianamente per cercare acqua pulita per bere o coltivare. Più di 14 milioni di yemeniti dipendono attualmente da aiuti umanitari.
A Sana’a si può usare l’acqua di rubinetto solo qualche volta alla settimana, a Taiz una volta al mese e nelle zone rurali il disagio è ancora peggiore.
I bombardamenti sugli impianti di desalinizzazione nelle città portuali, prima fra tutte al-Mokha, aggravano la situazione. Le 33 aziende idriche e sanitarie locali del paese sono state fortemente colpite. La produzione di acqua è stata seriamente ostacolata dalla mancanza di gasolio, utile per il corretto funzionamento delle pompe degli acquedotti sotterranei e delle strutture di trattamento.

Secondo i dati del Disasters Emergency Committee più di 270 strutture sanitarie nello Yemen sono state danneggiate dagli effetti del conflitto e le recenti stime suggeriscono che più di metà delle 3.500 strutture sanitarie del Paese valutate, sono ormai chiuse o funzionano solo parzialmente. E in 49 distretti mancano medici specialisti. Questo ha lasciato otto milioni di bambini senza accesso all’assistenza sanitaria di base.
Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa, tra marzo 2015 e lo scorso marzo ci sono stati almeno 160 attacchi contro ospedali e centri di salute con il loro personale, si sono ripetuti intimidazioni e bombardamenti fino a limitazioni all’accesso alla cura e alla somministrazione di farmaci. Nel mese di novembre 2016, c’era un letto di ospedale ogni 1.600 persone e circa il 50% delle strutture sanitarie non erano operative.

Più di 2.000 scuole delle 16.000 presenti in Yemen non sono più agibili a causa dei bombardamenti. Almeno 900 sono quelle completamente o parzialmente distrutte, le altre vengono utilizzate come rifugio per gli sfollanti interni.

Secondo il Legal Center for Rights and Development, decine tra porti e aeroporti e più di 500 strade e ponti sono stati colpiti dai bombardamenti sauditi. I bombardamenti seriati della coalizione a guida saudita hanno distrutto più di 50 siti archeologici in tutto il Paese. Distrutte case storiche abitate da più di 2.500 anni, nel vecchio quartiere di Sana’a, dichiarato patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Quasi 15 milioni di persone non ha accesso all’assistenza sanitaria e le grandi epidemie come quella di colera, legata all’acqua non purificata, continua disordinatamente a diffondersi, con oltre 49mila casi sospetti e 361 morti. Le città più colpite sono la capitale Sana’a, Hajjah, nel nord-ovest del paese e Amran, al centro.

Secondo i dati diffusi dall’UNICEF i 22 governatori dello Yemen sono sull’orlo della carestia. Il prezzo del cibo è aumentato del 55% e il PIL è diminuito di quasi il 33%. Il numero di estremamente poveri e vulnerabili è notevolmente elevato: circa l’80% delle famiglie è in debito e metà della popolazione vive con meno di due dollari al giorno.
L’insicurezza alimentare è aumentata significativamente negli ultimi due anni. Sette su 22 governatorati sono in piena emergenza: Taiz, Abyan, Sa’ada, Hajjah, al-Hudaydah, Lahj e Shabwah.
Circa la metà dei bambini dell’intero paese è affetta da malnutrizione cronica. Almeno 370mila bambini soffrono dei segni acuti della malnutrizione.

Nena News Agency “YEMEN. Sette giorni in sette foto” di Federica Iezzi

Mentinfuga “Con Federica Iezzi parliamo del disastro umanitario nello Yemen”

Contropiano “Di ritorno dallo Yemen. Intervista alla dottoressa Iezzi”

Radio Città Aperta – Anubi “In Yemen ci sta una guerra ma nessuno ne parla”


A nurse feeds a newborn baby in a special care unit at a hospital in Sanaa

Maggio 2017 – Si è tenuto lo scorso 25 aprile l’incontro a Ginevra dei rappresentanti dei governi dei Paesi donatori per affrontare la tragedia che si sta consumando in Yemen.
Un incontro nato con l’obiettivo di arrivare allo stanziamento di almeno 2 miliardi di dollari entro la fine dell’anno, per fornire assistenza umanitaria ad una popolazione colpita da una delle peggiori carestie della storia recente, per effetto di un conflitto che negli ultimi due anni ha causato 7.800 vittime e oltre tre milioni di sfollati. Nel silenzio assordante dell’opinione pubblica mondiale.
In questo momento nel Paese il 70% della popolazione, più di 18 milioni di abitanti, ha bisogno di assistenza umanitaria, tra loro sette milioni di persone, in diverse aree del Paese, non hanno accesso al cibo.

L’embargo de facto che sta interessando il porto di al-Hudaydah, punto di ingresso per circa il 70% delle importazioni alimentari dello Yemen, blocca la catena di aiuti umanitari.
Ed è proprio qui che si dovrebbero tenere nuovi colloqui di pace entro la fine di maggio per fermare l’escalation di scontri in Yemen. In questa fase del conflitto il porto di al-Hudaydah rappresenta l’obiettivo principale su cui si appresta a convergere l’operazione ‘Golden Spear’, scattata lo scorso gennaio nel distretto nord-occidentale di Dhubab (situato circa 30 chilometri a nord rispetto allo stretto di Bab el-Mandab), con lo scopo di riprendere possesso delle aree in mano ai ribelli houthi situate lungo i 450 chilometri di coste occidentali sul Mar Rosso.
Il fronte degli houthi si è mostrato possibilista sull’apertura di nuove trattative. Gli houthi hanno tutto l’interesse a evitare che al-Hudaydah finisca nel mirino dei caccia sauditi, salvaguardando così uno degli ultimi canali di comunicazione con il resto del mondo. Al contrario l’Arabia Saudita non sembra affatto intenzionata a trattare.

Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa, tra marzo 2015 e lo scorso marzo ci sono stati almeno 160 attacchi contro ospedali e centri di salute con il loro personale, si sono ripetuti intimidazioni e bombardamenti fino a limitazioni all’accesso alla cura e alla somministrazione di farmaci. Nel mese di novembre 2016, c’era un letto di ospedale ogni 1.600 persone e circa il 50% delle strutture sanitarie non erano operative.

All’interno di questo disastroso quadro, l’Italia ha avuto e continua ad avere un ruolo determinante nello sviluppo della guerra e nel consentire l’approvvigionamento di armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Il ministro della difesa Roberta Pinotti ha smentito la partecipazione dell’Italia nella fornitura degli armamenti, mentre l’allora ministro degli esteri Paolo Gentiloni ha sostenuto che la vendita di armi fosse legittima perché non esiste un embargo con l’Arabia Saudita. Se da un lato gli accordi economici fra i due Paesi non prevedono un embargo alla vendita delle armi, l’articolo 11 della nostra Costituzione e la legge n.185 del 1990, stabiliscono espressamente il divieto di esportare materiali di armamento.

Il Manifesto 30/05/2017 “REPORTAGE. Bombe e colera: silenzio di morte sullo Yemen” di Federica Iezzi


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Aprile 2017 – Il conflitto in Yemen, scoppiato nel marzo 2015, è tra i meno raccontati del Medio Oriente. Eppure ha fatto secondo l’ONU, tra marzo 2015 e aprile 2016, fra 7.400 e 16.200 morti e 43.000 feriti. Più di 3.200 i bambini uccisi o feriti. Almeno tre sono i suoi aspetti cruciali: l’emergenza sanitaria, aggravata dagli attacchi diretti contro le strutture mediche; le difficoltà economiche e l’isolamento internazionale che colpiscono il paese da mesi, contribuendo ad aumentare i tassi di povertà e malnutrizione; il fallimento nell’adottare misure di protezione da parte dei governi che sostengono la coalizione Saudita (USA, UK, Francia) senza escludere le responsabilità dei paesi, tra cui l’Italia, coinvolti nel commercio delle armi utilizzate in questo conflitto.

Ad oggi, nonostante la massiccia offensiva militare, alla quale partecipano soldati dell’Arabia Saudita, del Qatar, degli Emirati Arabi, del Marocco, dell’Egitto e del Pakistan, oltre ai mercenari statunitensi della Blackwater prima e della DynCorp attualmente, con uso anche di armi proibite dal diritto internazionale come le bombe al fosforo, Sana’a e altre città sono ancora in mano agli Houthi.
Oltre ai bombardamenti c’è anche un disumano assedio militare che impedisce l’approvvigionamento di cibo e medicinali per una popolazione stremata dalla guerra. Secondo recenti dati ONU, l’80% degli yemeniti rischia la fame. Questo embargo sta aggravando drasticamente la situazione di un Paese in cui il 90% del fabbisogno in beni alimentari di base proviene dalle importazioni, e sta condannando migliaia di bambini alla morte anche per fame.
Intanto Scotland Yard sta valutando le denunce presentate sui sospetti crimini di guerra commessi nello Yemen dall’Arabia Saudita, alleata strategica di Londra.

Le armi che stanno uccidendo la popolazione yemenita sono spagnole, francesi, italiane, tedesche, australiane, statunitensi, britanniche e brasiliane. Questo il grido dell’unica NGO spagnola impegnata in Yemen, ‘Solidarios Sin Fronteras’.

Nena News Agency ” UNICEF: un milione e mezzo di bambini rischiano la morte da malnutrizione” di Federica Iezzi


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Marzo 2017 – A due anni dall’inizio della campagna militare saudita contro i ribelli sciiti Houthi, il conflitto yemenita continua a mietere vittime (oltre 10mila) e sfollati (più di due milioni quelli interni). In questa fase gli scontri sono concentrati soprattutto lungo la costa occidentale bagnata dal Mar Rosso dove l’esercito governativo, con il sostegno di una vasta coalizione arabo-sunnita guidata da Riad, sta provando a strappare terreno ai ribelli nel tentativo di invertire la tendenza di una guerra rivelatasi finora fallimentare per la compagine che vuole ristabilire al potere il presidente Abdrabbouh Mansour Hadi.

Gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro campagna di bombardamenti contro al-Qaeda nella Penisola Araba (AQAP) per eliminare i jihadisti dallo Yemen. Da alcuni giorni le forze statunitensi hanno moltiplicato i raid aerei nel sud del paese, al confine tra le province di Shabwa, Abyan e Al Bayda.

Nel frattempo sul terreno la situazione umanitaria continua a degradarsi. In un rapporto pubblicato all’inizio del 2017, l’UNICEF parlava della crisi dei servizi pubblici, sull’orlo dell’implosione, e della necessità di aiuti umanitari, in particolare per aiutare i bambini colpiti dalla carestia.
Oltre 17 milioni di persone vivono nell’insicurezza alimentare, e fra queste circa 7 milioni la soffrono in forma grave. Nonostante le difficoltà, a febbraio in Yemen il WFP ha raggiunto 4.9 milioni di persone in stato di insicurezza alimentare.
Sei mesi dopo il ritiro delle proprie équipe dal nord dello Yemen, a seguito del bombardamento dell’ospedale di Haydan, Medici Senza Frontiere ha riavviato le attività della struttura sanitaria, nel governatorato di Sa’ada.


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Febbraio 2017 – Più di 17 milioni di persone stanno lottando ogni giorno per nutrirsi: è quanto emerge dalla prima valutazione congiunta, realizzata da tre agenzie delle Nazioni Unite, sul livello di vita delle famiglie in Yemen dopo l’escalation del conflitto che da metà marzo 2015 sta dilaniando il paese. Secondo l’analisi condotta dalla FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations) assieme all’UNICEF (United Nations Children’s Fund) ed al WFP (World Food Programme) ed alle autorità yemenite, sono almeno 17 milioni le persone che hanno difficoltà a nutrirsi.
Il 60% delle famiglie vive di agricoltura ma la produzione è crollata drasticamente nel 2016, rispetto ai livelli pre-crisi. Più di un milione e mezzo di famiglie che lavorano nell’agricoltura non hanno più accesso ai mezzi di produzione agricoli (sementi, fertilizzanti, carburante per l’irrigazione). Circa 860 mila famiglie sono impegnate nella produzione di bestiame ma molte sono state costrette a vendere gli animali per soddisfare altre esigenze domestiche.

In Yemen la guerra sta avendo un impatto devastante sulla popolazione civile, sia per il numero delle vittime dirette sia per il collasso dei sistemi sanitari. È quanto emerge dal nuovo rapporto di Medici Senza Frontiere sull’assistenza medica in tempo di guerra, diffuso a livello internazionale.
Il rapporto si concentra in particolare sulla situazione di Taiz, la terza città più grande del Paese, essa stessa lungo la linea del fronte, dove da quasi due anni la popolazione vive in un continuo stato di paura e sofferenza.
Anche i servizi sanitari a Taiz sono entrati nel mirino delle violenze, con ospedali danneggiati direttamente da bombardamenti e sparatorie.
La paralisi del sistema sanitario, insieme alle sempre più difficili condizioni di vita, ha causato un peggioramento della salute delle persone, con conseguenze particolarmente gravi per i gruppi vulnerabili, come le donne incinte, i neonati e i bambini piccoli. La maggior parte delle famiglie oggi vive in assenza o con scarsa energia elettrica e insufficienti quantità di cibo e acqua.

Il generale Ahmed Saif al-Yafei, capo di Stato maggiore delle forze governative yemenite, è stato ucciso nella città costiera di al-Mokha, ad opera dei ribelli armati houthi, rivali delle forze yemenite fedeli al presidente deposto Abd-Rabbu Mansour Hadi. E due capi militari dei ribelli sciiti Houthi sono stati uccisi nel governatorato di al Hajjah, 127 chilometri a nord-est di Sana’a.

Nena News Agency “YEMEN. Guerra civile e bombe saudite non fermano i migranti dal Corno d’Africa” di Federica Iezzi


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Gennaio 2017 – Continua la guerra che da quasi due anni oppone gli Houthi, il movimento degli sciiti zaiditi del nord (alleati con i miliziani dell’ex presidente Saleh), all’esercito regolare, sostenuto dai bombardamenti della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. E, nelle aree contese e nei territori controllati dal governo, operano sia al-Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap) che l’ISIS.

Nuovi scontri tra ribelli Houthi e forza pro-governative nella provincia sudorientale di Shabwa e nel distretto di Osaylan dopo l’avanzata delle forze filogovernative.
Le truppe governative sono vicine alla conquista della zona di Bab al Mandab, che si affaccia sul Mar Rosso, strategica per il controllo del passaggio delle navi. Anche il fronte di Saada, nel nord del paese, ha visto violenti combattimenti e decine di morti tra le fila dei ribelli sciiti.

L’Unione Europea ha stanziato 12 milioni di euro in favore dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) per assistere i circa 14 milioni di persone che soffrono di insicurezza alimentare nello Yemen.


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Dicembre 2016 – E mentre il governo di Hadi (riconosciuto dalla comunità internazionale) e quello rivale di Sana’a (sostenuto ufficiosamente dall’Iran) non riescono a trovare una intesa che ponga fine alla guerra, la situazione umanitaria in Yemen continua a peggiorare.
Delle 11mila vittime dirette del conflitto in corso, dal marzo 2015, oltre 1.200 sono minori. È il tragico bilancio stilato da Save the Children e pubblicato insieme al rapporto sul sistema sanitario yemenita a quasi due anni dall’inizio dell’operazione saudita ‘Tempesta Decisiva’.
La mancanza cronica di strumentazione medica e di staff sanitario sta causando altri 10mila morti per anno, si legge nel rapporto. Circa mille bambini muoiono ogni settimana per cause prevedibili come diarrea, malnutrizione e infezioni del tratto respiratorio.

L’Arabia Saudita continua impunita ad usare le armi comprate dalle compagnie belliche occidentali. Compra dagli Stati Uniti, dall’Italia, che da poco ha tributato una nuova visita a re Salman con il ministro della difesa Roberta Pinotti, e dalla Gran Bretagna.
Secondo Human Rights Watch, più di 160 yemeniti sono rimasti uccisi in un mese dalle bombe che Washington ha venduto a Riyadh nonostante gli americani fossero già a conoscenza delle violazioni commesse nel Paese dalla monarchia wahhabita.


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Novembre 2016 – I ribelli sciiti Houthi e la coalizione militare a guida saudita hanno raggiunto un accordo per la cessazione delle ostilità in Yemen a partire dal 17 novembre, ha annunciato il segretario di Stato USA John Kerry. Tutte le parti in conflitto hanno anche concordato di lavorare per dar vita entro la fine dell’anno ad un governo di unità nazionale yemenita.

La guerra di Yemen, ancora irrisolta dopo tre round di colloqui (tra Svizzera e Kuwait) e tentativi di tregua falliti, ha causato circa 10 mila morti e oltre 3 milioni di sfollati interni, secondo le stime delle Nazioni Unite. Le linee del fronte sono diverse: la provincia della capitale Sana’a, Taiz, le regioni centrali (come al-Bayda e Mareb), le aree adiacenti allo stretto del Bab- el-Mandeb, tra mar Rosso e golfo di Aden, snodo fondamentale per il commercio petrolifero internazionale. Inoltre, il confine tra Arabia Saudita e Yemen, dove operano gli huthi, è oggetto di guerriglia quotidiana e lanci di missili, mentre le aree riconquistate dai filo-governativi, come le città portuali di Aden e Mukalla, vivono un pericoloso vuoto di sicurezza di cui beneficiano i gruppi jihadisti, come al-Qaeda nella Penisola Arabica.

Le strutture sanitarie dell’intero Yemen, a oggi, segnalano più di 32.200 vittime. L’OHCHR (Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights) ha verificato 8.875 violazioni dei diritti umani: una media di 43 al giorno. Circa 14 milioni vivono in insicurezza alimentare (di cui 7,6 milioni in insicurezza alimentare grave); 19 milioni di esseri umani non hanno accesso adeguato ad acqua pulita e servizi igienici e quasi 320.000 bambini sono gravemente malnutriti; 14 milioni di persone non hanno accesso sufficiente alle cure sanitarie; 3 milioni di bambini e donne in gravidanza o allattamento richiedono un trattamento di malnutrizione; 2 milioni sono attualmente gli sfollati all’interno dello Yemen e altri 121.000 yemeniti hanno lasciato il Paese. Gli sfollati sono attualmente ospitati in 260 scuole, mentre circa 13.000 bambini non hanno accesso all’istruzione.
L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) testimonia che il colera sta mettendo a rischio contagio quasi 8 milioni di yemeniti. Da ottobre scorso la malattia cresce e 2/3 della popolazione non ha accesso ad acqua pulita. Al momento, 23 centri di trattamento colera sono stati istituiti in 9 zone del paese; altri 16 si costruiranno. Il 6 ottobre 2016, il Ministero della Sanità Pubblica e della Popolazione yemenita ha confermato un’epidemia di colera a Sana’a e Al Bayda.

A causa delle violenze Houthi che assediano la città di Taiz da marzo, oltre 1.600 civili sono stati uccisi dai combattenti di entrambe le parti in campo. L’organizzazione di diritti umani yemenita Mwatana, parla di sistematiche uccisioni e ferimenti di civili.


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Ottobre 2016 – Al governo guidato dal presidente Abd Rabbo Mansour Hadi nella città meridionale di Aden, si aggiunge ora una nuova amministrazione a Sana’a, espressione del potere degli houthi.

L’UNICEF stima che 2.108 scuole in tutto il paese non possano più essere utilizzate, o perché distrutte o danneggiate, o perché ospitano famiglie sfollate o perché vengono utilizzate per scopi militari. A causa delle violenze e della chiusura delle scuole, oltre 350mila bambini non hanno potuto completare il proprio percorso scolastico l’anno scorso. Il numero totale di bambini che non vanno a scuola in Yemen è arrivato ad oltre due milioni.

La guerra civile che si protrae da 18 mesi e il blocco navale stanno creando le condizioni per una catastrofica carestia, che colpisce circa la metà dei 28 milioni di abitanti. A essere in pericolo, sono soprattutto i bambini. Secondo l’allarme lanciato dalle Nazioni Unite, circa un milione e mezzo di bambini soffre di forme di malnutrizione e 370mila è in pericolo di vita a causa degli effetti della fame. Secondo il World Food Programme, la maggior parte dei bambini sotto i cinque anni in Yemen soffre di disturbi della crescita a causa della malnutrizione cronica.

Almeno 1.188 bambini sono stati uccisi e più di 1.796 sono rimasti feriti negli attacchi aerei e nei combattimenti a terra dall’inizio del conflitto. Decine di scuole e ospedali sono stati attaccati ed è molto diffuso il reclutamento e impiego di bambini per usi militari, anche in ruoli di prima linea.


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Settembre 2016 – Da 18 mesi un conflitto pesantissimo e terribile, che ha causato 10.000 morti (oltre 3.000 bambini), 32.000 feriti e oltre 3 milioni di sfollati, affligge lo Yemen e la sua popolazione civile.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato l’uso di bombe a grappolo da parte dell’aviazione saudita, violazioni continue dei regolamenti bellici internazionali, civili presi di mira e tecniche di bombardamento“double-tap” (tecnica di fuoco che prevede un primo colpo a segno sull’obiettivo, spesso civile, e un secondo, in successione, all’arrivo dei soccorsi) e soprattutto un assordante silenzio internazionale, sia delle Nazioni Unite che delle cancellerie occidentali.

14,5 milioni di yemeniti non hanno più accesso né all’acqua potabile né ad alcun tipo di cure mediche per via del conflitto, servizi divenuti una necessità e carenti. Dopo cinque mesi di cessate il fuoco e l’avvio di colloqui di pace in Kuwait nel mese di agosto l’escalation delle violenze, violazioni continue della tregua e la ripresa massiccia dei bombardamenti hanno ulteriormente aggravato una situazione già fortemente drammatica. I bombardamenti dei sauditi, che sostengono il governo continuano a colpire infrastrutture e postazioni civili, cosa che rende impossibile l’ingresso degli aiuti umanitari in città, e a mietere vittime al di fuori delle milizie ribelli Houthi.

Il Regno Unito fornisce ai sauditi supporto logistico e di intelligence, vende armamenti all’esercito dei Saud e ha sostenuto la risoluzione del Consiglio sul blocco commerciale, una calamità umanitaria per la popolazione civile

Il premier yemenita Ahmed Obeid Bin Dagher è giunto al Cairo per incontri con alte autorità egiziane per discutere gli ultimi sviluppi della crisi nel Paese devastato da anni di guerra civile. La missione di Dagher cade in un momento difficile per lo Yemen dopo il fallimento dei colloqui di pace in Kuwait sponsorizzati dall’ONU. L’Egitto fa parte della coalizione a guida saudita contro i ribelli sciiti Houthi, alleati dell’Iran.


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Agosto 2016 – Le Nazioni Unite affermano che da quando è iniziata l’offensiva saudita a sostegno di Hadi, il conflitto avrebbe causato circa 32.000 tra morti e feriti e avrebbe portato allo sfollamento interno di 2,3 milioni persone e alla migrazione di altri 120.000, principalmente in direzione Gibuti e Somalia.

Secondo un recente report delle Nazioni Unite, sia i ribelli sciiti houthi che la coalizione sunnita a guida saudita hanno commesso violazioni del diritto internazionale in Yemen.

La rappresentanza Houthi avrebbe rifiutato l’accordo siglato in Kuwait per un arretramento delle proprie forze dalle tre principali città del Paese e i rappresentanti del Governo avrebbero, per questo, lasciato i colloqui in atto. Secondo il piano proposto, i ribelli sciiti (sostenuti ufficialmente dall’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, ma ufficiosamente dall’Iran) dovrebbero ritirarsi dalla capitale Sana’a e dalle due principali città del Paese, consegnare le armi e restituire le istituzioni statali occupate nel settembre 2014. Posizione inaccettabile per gli houthi.

A Taez, bombardata da salafiti la moschea Sheikh Abdulhadi al-Sudi, uno dei più importanti edifici religiosi sufi.


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Luglio 2016 – Ad oggi la situazione sul campo si presenta in una fase di stallo. Le forze di Hadi controllano la parte meridionale del paese, dove è situata Aden, la più importane città yemenita dopo la capitale divenuta sede delle istituzioni governative. Gli Houthi e i militari di Saleh controllano la parte settentrionale, dove sorge la capitale Sana’a. Secondo stime delle Nazioni Unite il conflitto in Yemen ha ucciso oltre 6.400 persone e causato 2,8 milioni di sfollati.

Dopo i deludenti risultati dei processi di pace a Ginevra nel Dicembre 2015, più di due mesi sono passati, anche da quando la delegazione yemenita si è recata in Kuwait. Allora l’inviato delle Nazioni Unite, Ismail Ould Cheikh, era ottimista circa la creazione di un progetto di pace. Parlare di pace in un’atmosfera di guerra feroce, che non si ferma neanche un attimo, nonostante i costanti annunci di tregua, è un chiaro segnale della mancanza di qualsiasi volontà reale di ottenerla. In ogni caso, il governo yemenita ha accettato di partecipare alla nuova sessione di dialoghi con la delegazione dei ribelli sciiti Houthi a Kuwait city.

Continua dall’Italia la forniture di bombe all’Arabia Saudita che regolarmente partono dalla Sardegna. Il ministro della Difesa del governo italiano, Roberta Pinotti, ha sottoscritto un accordo di cooperazione militare, per un valore di 5 miliardi di euro, con il Qatar, fedele alleato saudita nell’impresa bellica yemenita.

La coalizione a guida saudita avrebbe bombardato industrie, magazzini, fattorie e centrali elettriche durante la sua campagna militare in Yemen “con la volontà di danneggiare il futuro del Paese”. A denunciare nuovamente il blocco sunnita è la ONG statunitense Human Rights Watch.


Yemen

Giugno 2016 – Secondo il nuovo rapporto dell’UNICEF lanciato oggi sull’infanzia nello Yemen “Childhood on the Brink. The Impact of Violence and Conflict on Yemen and its Children”, verificati 1.560 gravi violazioni dei diritti umani a carico dei bambini. Secondo il rapporto, nel solo 2015, oltre 900 bambini sono stati uccisi e oltre 1.300 sono rimasti feriti.

Amnesty International ha ripetutamente documentato le violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, anche ai danni dei bambini, da parte degli stati membri della coalizione a guida saudita impegnata nel conflitto dello Yemen, responsabile di attacchi aerei contro le scuole e dell’uso delle bombe a grappolo.

Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, dall’inizio dell’operazione militare lanciata nel marzo 2015 e guidata da Riad a sostegno del governo del presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi, almeno 6.400 sono rimaste uccise e circa l’80% della popolazione versa in condizioni critiche e necessita di aiuti umanitari.
Accordo per la liberazione dei prigionieri minorenni nello Yemen: è il primo risultato concreto dei negoziati in corso in Kuwait da aprile. L’Arabia Saudita punta alla capitale e promette di rompere il cessate il fuoco se il dialogo fallirà. Ma la tregua è uno specchietto per le allodole: in pochi giorni quasi 100 vittime. Il fragile negoziato in corso in Kuwait è collassato. Mai realmente partito, se si fa eccezione per l’accordo per la liberazione reciproca di prigionieri.

La coalizione araba continua ad avere un ruolo di primo piano, da quando, nel marzo 2015, ha lanciato l’operazione ‘tempesta decisiva’ contro gli Huthi. Uno dei più significativi successi di quest’operazione è stata la riconquista di Aden, città che occupa una posizione strategica, per via della sua vicinanza allo stretto di Bab al-Mandeb, punto di passaggio delle imbarcazioni internazionali. Le decine di migliaia di combattenti di Ansar Allah sono riusciti a dominare l’intera capitale, Sana’a, occupando gli edifici governativi. Fra i due litiganti, ad approfittarne è Al Qaeda, che consolida la propria presenza nelle città nel sud del paese.


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Maggio 2016 – In Yemen continua l’offensiva delle forze armate governative che hanno preso di mira le postazioni dei ribelli Houti e delle unità dell’esercito rimaste fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, nei pressi della base militare di Nehm, a est della capitale Sanaa.

Dal settembre del 2014, quando sono entrati nella capitale Sanaa, ad oggi i ribelli sciiti hanno conquistato gran parte del nord dello Yemen (regione a maggioranza sciita zaydita), estendendosi anche verso sud dalla provincia settentrionale di Sada. Otto delle 22 province yemenite sono ancora sotto il loro controllo e cinque di esse restano contese, compresa la strategica provincia di Taiz dove i lealisti faticano ad avanzare. Detengono inoltre il controllo dei porti strategici di Hodeida e Mokha sul Mar Rosso.
Le forze lealiste, coadiuvate dalla coalizione militare a guida saudita, finora sono riuscite a non perdere posizioni in quello che era lo Stato dello Yemen del Sud, compresa la sua antica capitale Aden. Un territorio in cui resta però molto radicato il gruppo jihadista al-Qaeda nella Penisola Arabica, concentrato soprattutto nella provincia dell’Hadramawt e nella città di Mukalla. Riconquistato anche il distretto di Mansura.

L’ONU ha intanto annunciato che i negoziati di pace tra le parti, iniziati il 21 aprile in Kuwait, sono ripresi dopo tre giorni di interruzione, dovuti alle presunte violazioni del cessate il fuoco da parte dei ribelli.

Secondo le stime dell’ONU, finora il conflitto, in oltre un anno di combattimenti, ha causato la morte di 6.400 persone, oltre 30mila feriti e circa 3 milioni di sfollati.

Colpite da caccia della coalizione coordinata da Riad e da raid aerei statunitensi postazioni jihadiste nelle città di Mukalla (nell’Hadramawt) e di Zinjibar (nella provincia di Abyan).


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Aprile 2016 – Oltre seimila morti, 2,5 milioni di sfollati, abusi, crimini di guerra. Ospedali, scuole, fabbriche e campi profughi bombardati. Oltre 1.000 bambini uccisi nei raid e oltre 740 morti nei combattimenti.

A far sperare in una tregua, per il momento, sono solo i fragilissimi negoziati che potrebbero portare a un cessate il fuoco, il 10 aprile e ai colloqui di pace che dovrebbero iniziare il 18 in Kuwait.

I ribelli sciiti yemeniti dell’imam Abdel Malik al-Houthi hanno condotto un pesante bombardamento a colpi di mortaio sull’ospedale di Mareb. Inoltre le forze governative, sostenute dall’Arabia Saudita, sono riuscite a conquistare buona parte del territorio della provincia di al-Jawf nel nord del Paese.


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Marzo 2016 – Circa 170mila persone hanno abbandonato lo Yemen finora, dirette soprattutto verso Gibuti, Etiopia, Somalia e Sudan. La guerra ha provocato danni devastanti per 26 milioni di yemeniti, che faticano a sopravvivere. Stime prudenti delle Nazioni Unite parlano di seimila persone uccise, metà delle quali civili, e di quattro quinti degli yemeniti che necessitano di aiuti dall’esterno. Più della metà di loro hanno scarso accesso al cibo e almeno 320mila bambini di meno di cinque anni sono gravemente malnutriti. Gli sfollati sono oltre 2,4 milioni.

Uno spiraglio si apre di fronte allo Yemen: a quasi un anno dall’inizio dell’operazione “Tempesta Decisiva”, scatenata da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar e Egitto contro il movimento ribelle Houthi, ieri sera per la prima volta le due parti si sarebbero incontrare a Riyadh.

Intanto gli scontri proseguono secondo lo schema degli ultimi mesi. I centri principali di battaglia sono Sana’a a nord, Taiz al centro e Aden a sud. È qui che la resistenza Houthi tenta di sopravvivere al doppio attacco di coalizione sunnita e al Qaeda nella Penisola Arabica, che conquista sempre più terreno. L’organizzazione fondamentalista islamica ha annunciato la conquista della città di ‘Azzam, una cittadina di 50.000 abitanti situata tra Aden e la ricca provincia di gas e petrolio dell’Hadramawt.

Ancora civili yemeniti massacrati da raid sauditi su un mercato nella città di Mastaba, nella provincia di Hajja.

Il Parlamento Europeo ha votato la storica richiesta alle istituzioni di Bruxelles di imporre un embargo militare contro Riyadh, colpevole di violare il diritto internazionale in Yemen


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Febbraio 2016 – Il numero di morti è salito a 8.143, tra cui 1.996 bambini. Secondo i dati delle Nazioni Unite, i sauditi sono accusati di 119 casi di bombardamenti e azioni sistematiche contro la popolazione civile. Due milioni di bambini non possono andare a scuola a causa dei combattimenti. Sono almeno 130 le strutture sanitarie del Paese colpite da missili lanciati da terra o da attacchi aerei. Molti ospedali sono chiusi.

Il governo yemenita, appoggiato dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, in quasi un anno di guerra è riuscito a conquistare praticamente solo Aden. Ancora in lotta per la rimozione dell’assedio houthi su Taiz. La capitale Sanaa per ora è ancora saldamente nelle mani degli insorti.


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Gennaio 2016 – Secondo l’UNHCR, circa l’80% della popolazione dello Yemen (25 milioni), necessita di assistenza umanitaria. 14.4 milioni di abitanti sono considerati a rischio denutrizione, dai dati del World Food Programme e tra questi almeno 1.3 milioni di bambini soffre attualmente di malnutrizione, secondo l’ultimo aggiornamento dell’UNICEF. Colpiti 70 ospedali e centri sanitari, con circa 15 milioni di persone senza cure. 8.875 violazioni dei diritti umani secondo l’UN Office of the High Commissioner for Human Rights.
Il conflitto è finora costato la vita a 5.979 persone, 28.808 i feriti, di cui 3 milioni con disabilità permanenti. Almeno due milioni e mezzo il numero degli sfollati interni, 121.000 i rifugiati che hanno abbandonato il Paese, dai dati del World Health Organization.

Si è concluso il cessate il fuoco entrato in vigore il 15 dicembre scorso e prolungato dopo i colloqui in Svizzera tra le parti in conflitto. Tutti i tentativi di trasformarlo in un accordo di pace duraturo sono falliti finora e la tregua è stata ripetutamente violata da entrambe le parti: le forze fedeli al presidente Abd Mansur Hadi Rabbuh e il movimento Houthi.
In programma a metà gennaio la ripresa del dialogo tra Houthi, sciiti appoggiati dall’Iran, e sostenitori dell’attuale governo, appoggiati dalla Coalizione degli Stati del Golfo.

Le forze governative controllerebbero il 70% del territorio yemenita.
Durissimi combattimenti nella provincia settentrionale di Hajjah e a Haradh, nel nord-ovest del Paese. Avanzata delle forze governative nei distretti di Hazm, al-Ghayl e al-Maton, nella provincia settentrionale di Jawf, nel distretto ricco di petrolio di Usaylan, nella provincia di Shabwa.
Raid aerei della coalizione saudita hanno attaccato basi militari dei ribelli Houthi a Jawf, Hodeida e Sana’a. Scontri anche nella provincia meridionale di Najran, contesa tra Yemen e Arabia Saudita e attualmente annessa a quest’ultima, per l’indipendenza da Riyadh di un movimento sunnita.

Le autorità della città yemenita di Aden impongono un coprifuoco notturno alla popolazione.

Continuano gli attacchi aerei dell’aviazione saudita contro centri medici yemeniti nelle province di Taiz e di Sadaa, ripettivamente nel sud est e nel nordest dello Yemen. Dopo i bombardamenti sull’ospedale di Haydan nel governatorato di Sa’dah e sul centro di salute a Taiz, colpito ancora un ospedale gestito da Medici Senza Frontiere: l’ospedale di Shiara nel distretto di Razeh, nel nord dello Yemen.

Il Regno Unito dispone di una presenza militare in Arabia Saudita nella guerra scatenata contro lo Yemen.


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Dicembre 2015 – Secondo Save the Children 1.3 milioni di bambini, sotto i 5 anni soffre di malnutrizione acuta e 8 milioni di minori sono senza cibo sufficiente. 21 milioni di persone in territorio yemenita ha bisogno di aiuti umanitari. 8875 violazioni dei diritti umani. 2.3 milioni di civili sfollati nei governatorati di Aden, Taiz, Hajjah e al-Dhale’e. 5700 i morti.

I combattimenti tra ribelli sciiti e forze governative, appoggiate dalla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, si stanno concentrando nel sud del paese per il controllo della fondamentale provincia di Taiz.

L’ISIS, allo stesso modo di al Qaeda nelle aree costiere di Mukallah, e nel sud del Paese, ha approfittato del caos creato dalla guerra civile per cercare di diffondere le proprie istanze tra i sunniti locali.

Entrato in vigore un cessate il fuoco di sette giorni il 15 dicembre. Arrivate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità 100 tonnellate di medicinali e attrezzature mediche, distribuite a 13 ospedali nel sud del Paese. Il blocco navale imposto dall’Arabia Saudita ha ripetutamente impedito l’arrivo di cibo e medicinali.

IRIN News – “2015: Yemen’s horrible year” http://newirin.irinnews.org/yemens-horrible-year


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Novembre 2015 – Gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani parlano di 5.564 morti, tra cui 410 bambini, e 26.568 feriti in Yemen. 2,3 milioni gli sfollati interni.

Nella lotta tra i ribelli sciiti Houthi e le forze del presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi, quasi un terzo dello Yemen è in mano ai qaedisti (che nella regione prendono il nome di Al Qaeda in Arabic Peninsula), guidati da Ayman al-Zawahiri. I qaedisti controllano la provincia di Hadramawat, che va dal confine saudita fino a sud nella città portuale di Mukalla.

I caccia della coalizione impegnata nella penisola araba hanno intensificato i raid aerei sulle postazioni degli Houthi a Taiz. L’impossibilità di accesso umanitario ha privato migliaia di persone dell’assistenza alimentare, per più di un mese. Secondo il programma di assistenza alimentare dell’ONU, dieci dei 22 governatorati dello Yemen sono a un passo dalla carestia. 7,6 milioni di persone soffrono insicurezza alimentare.

A spalleggiare l’esercito saudita i 6.000 uomini inviati dal Senegal e i 2.000 del Sudan.

Nena News Agency “YEMEN. Sanità al collasso per bombardamenti sauditi” – di Federica Iezzi


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Ottobre 2015 – Secondo le Nazioni Unite, le vittime della guerra in Yemen superano 4.500 morti, di cui la metà civili. Dopo mesi di conflitto, sono 1.7 milioni i bambini a rischio malnutrizione e 500 quelli uccisi negli ultimi mesi. Dall’inizio del conflitto, a marzo 2015, 41 scuole e 61 ospedali sono stati danneggiati o distrutti. Inoltre più di 15 milioni di persone non hanno più accesso ai servizi sanitari e più di 1,8 milioni di bambini hanno interrotto il loro percorso scolastico.

Nell’ultimo rapporto diffuso da Amnesty International sotto accusa per crimini di guerra almeno 13 attacchi condotti dalla coalizione a guida saudita nella zona di Sa’da, nello Yemen nord-orientale. Il rapporto denuncia inoltre l’uso delle bombe a grappolo, armi vietate a livello internazionale. Bombardamenti della coalizione contro i ribelli houthi, guidata dall’Arabia Saudita, hanno colpito un ospedale di Medici Senza Frontiere, nel distretto di Heedan, nel governatorato di Sa’da, nel nord dello Yemen.

Ad oggi la coalizione saudita sta impiegando oltre 10 mila militari stranieri, in gran parte sauditi, emiratini e qatarioti. Continuano i pesanti bombardamenti su Hudaydah, Marib, Haja’ah, Dhamar e Taiz. Sono almeno 1300 i civili uccisi dai bombardamenti dei ribelli sciiti yemeniti contro i quartieri residenziali della città. La città di Aden e la zona meridionale dello Yemen è preda oggi del gruppo al-Qaeda nella Penisola Arabica.

Secondo il World Food Programme, 22 province yemenite e almeno 26 milioni di abitanti, sono in uno stato di emergenza alimentare.


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Settembre 2015 – Secondo dati delle Nazioni Unite, gli obiettivi civili parzialmente o completamente distrutti in Yemen sono almeno 207. Più di 4300 i morti. 15,2 milioni di persone non hanno accesso alle cure mediche e 20 milioni non hanno a disposizione acqua potabile. Secondo dati UNOCHA, il 95% delle morti nel conflitto in Yemen è dovuto all’uso di armi esplosive in aree residenziali.

Nell’area di Aden, le forze houthi sono state costrette a ritirarsi, incalzate dalle forze leali all’ex Presidente Hadi. Decisivo è stato l’intervento di truppe degli Emirati. Una divisione corazzata è penetrata in Yemen con centinaia di mezzi e almeno tremila uomini tra sauditi e soldati del Golfo, con la successiva riconquista delle province di Lahj, Ibb e della città di Lawder. Il gruppo al-Hirak (Movimento indipendentista del sud), i cui membri hanno combattuto ad Aden, non ha alcun interesse a raggiungere la capitale Sana’a con le truppe della coalizione saudita.

Sollecitato l’United Nations Human Rights Council, da organizzazioni non governative ad istituire una commissione d’inchiesta, per indagare sulle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario commesse dalle parti in lotta nel conflitto in Yemen.

Chiuso per 48 ore l’al-Sabeen Hospital, il maggiore ospedale di Sana’a, per mancanza di farmaci e materiale sanitario.

Le truppe saudite entrano nel nord del Paese, per la prima volta dall’inizio del conflitto. Supportate da Qatar, Egitto e Emirati Arabi Uniti. Continuano i bombardamenti governativi sulle postazioni houthi. Distrutta dalla coalizione sunnita, guidata dall’Arabia Saudita, una base militare dei ribelli houthi nella provincia di Marib. Raid aerei anche sulla capitale Sana’a e sulle città di Sarwah e al-Jufaineh, nello Yemen centrale. Colpite postazioni dei miliziani sciiti Houthi. Raid aerei colpiscono depositi di armi a Hagga, Marib, Hodeida, Bayda e Sana’a.

Dopo avere riconquistato Aden, le truppe dei Paesi del Golfo sono impegnate in un’avanzata di terra che mira a conquistare tutta la provincia di Mareb e in particolare l’altura di Talal al Balas, per poi avvicinarsi alla capitale Sana’a. Sono circa 10mila i soldati dei Paesi arabi alleati entrati a Mareb via terra dal confine saudita, muniti di armi pesanti.

Dopo 6 mesi di esilio in Arabia Saudita, il presidente yemenita Abd Rabbo Mansur Hadi rientra a Aden, nel Sud del Paese.


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Agosto 2015 – Dall’inizio del conflitto almeno 3.800 morti, tra cui 398 bambini, 19.000 feriti, tra cui 605 bambini, e 1.267.590 milioni di rifugiati, tra cui 624.000 bambini. Solo nelle prime due settimane di agosto, uccisi 34 e feriti 85 civili. Secondo i dati dell’UNHCR, dallo scorso marzo 28.596 rifugiati yemeniti sono arrivati in Somalia, tra cui 12.000 bambini, 23.360 a Gibuti, 706 in Etiopia. Tra i Paesi di arrivo degli yemeniti in fuga dalla guerra anche Oman e Arabia Saudita. Nel sultanato mediorientale sono stati registrati 5 mila arrivi dell’inizio del conflitto, mentre il numero di yemeniti in Arabia Saudita è salito a circa 30 mila negli ultimi quattro mesi.

Sotto i colpi di un raid aereo ogni dieci minuti, 16 milioni di persone necessita di assistenza internazionale, 330 mila sono gli sfollati interni, 12 milioni gli individui a rischio insicurezza alimentare. Un milione e 300mila bambini non hanno cibo in Yemen mentre l’Arabia Saudita blocca gli aiuti delle organizzazioni umanitarie. 5,9 milioni di bambini combattono contro la denutrizione.

Continuano i bombardamenti governativi su aree della provincia di ‎Taiz‬, ‎Hodeida‬, ‎Abyan‬, ‎Saada‬ e ‎Hajjah‬. Le forze lealiste riprendono il controllo della città di Loder, l’ultima città rimasta in mano ai ribelli houthi, nell’area di Abyan, e delle città di Shabwa e Taiz. Sotto assedio la città di Ibb dalle unità della Resistenza Popolare yemenita (pilastro delle forze fedeli al presidente Hadi). Gli Houthi mantengono il controllo su Sana’a e sull’estremo nord dello Yemen, nelle aree delle montagne di Saada.

Nell’ultimo report Amnesty International accusa di attacchi indiscriminati ai civili la Coalizione saudita e i gruppi armati che supportano e si oppongono agli houti. In particolare documenta le violenze nelle città meridionali di Aden e Taiz.

Secondo i dati dell’UNICEF, chiuse in due mesi di conflitto almeno 3600 scuole in Yemen. 1,8 milioni di bambini sono rimasti attualmente senza educazione scolastica.

Amnesty International “Nowhere safe for civilians. Airstrikes and ground attacks in Yemen”

Nena News Agency “In Yemen si muore nel silenzio” di Federica Iezzi

Il Manifesto 26.08.2015 “Se la terra promessa è la Somalia” di Federica Iezzi


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Luglio 2015 – È salito a circa quattromila morti il bilancio del conflitto in Yemen. Lo ha denunciato a Ginevra il portavoce dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tarik Jasarevic. Le vittime della guerra sono 3.984, compresi 1.859 civili e 365 bambini. I feriti sono circa 19.300, tra i quali 4.200 civili e 484 bambini.

Il blocco imposto al Paese impedisce l’afflusso di carburante, cibo e generi di prima necessità, un disastro per un paese nel quale più di 3 milioni di persone contavano sugli aiuti alimentari internazionali prima della guerra.

Nella città di Taiz i militanti di al-Qaeda e gli uomini armati del gruppo jihadista al-Islah hanno attaccato il carcere centrale e liberato 1.200 ribelli. Questa è la terza operazione terroristica contro un carcere yemenita per liberare i terroristi. In precedenza i militanti avevano attaccato la prigione centrale di Sana’a e un carcere della provincia di Amran.

Bombardamenti sauditi sulla città di Beni-Hassan, in Yemen nord-occidentale, colpito un mercato, al termine del digiuno del Ramadan. Gli Houthi hanno per settimane bombardato in modo indiscriminato le aree residenziali della città di Aden.

I ribelli sciiti hanno respinto la proposta di tregua di cinque giorni offerta ieri dall’Arabia Saudita, dopo violenti raid condotti contro la città portuale di Mokha.

Sfruttando il sostegno logistico dell’esercito di Riyad e la copertura aerea dei suoi caccia, le milizie della Resistenza Popolare, fedeli al presidente Abdrabbuh Mansour Hadi, hanno ripreso il controllo del palazzo presidenziale sulla collina di Al-Maashiq. Tornano sotto il controllo delle forze governative anche: lo scalo aeroportuale di Aden, la provincia meridionale di Dalea, la città di ‎Zinjibar e la base militare di al-Anad e la città di Huta a ‎Lahej‬, nel sud del Paese.

I crimini di guerra e la carenza di cibo e rifornimenti stanno provocando per la popolazione una doppia sofferenza, causata non solo dalle diverse parti del conflitto, ma anche dalla Risoluzione 2216 (2015) adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad aprile. Proposta dalla Giordania e supportata attivamente da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, l’obiettivo dichiarato della Risoluzione, ai sensi del capitolo 7 della Carta dell’ONU, era di porre fine alla violenza in Yemen, anche attraverso un embargo sulle armi agli houthi. In questo modo la coalizione militare ha avuto carta bianca per bombardare tutte le infrastrutture, come strade, aeroporti e distributori di benzina, che potevano avvantaggiare i ribelli dal punto di vista militare e imporre restrizioni sul commercio aereo e marittimo che hanno rapidamente isolato l’intero paese dal mondo esterno.


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Giugno 2015 – Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le vittime civili hanno raggiunto le 2.584, mentre i feriti sarebbero 11.065.

Rapporti delle organizzazioni per i diritti umani affermano che nello Yemen ci sono state consistenti violazioni del diritto internazionale: l’uso, da parte dei sauditi, di bombe a grappolo, fabbricate negli Stati Uniti, il bombardamento indiscriminato di Saada, attacchi vendicativi e punitivi contro i civili e le loro proprietà ad Aden da parte degli Houthi, l’uso di bambini soldato.

Un embargo, garantito da forze navali statunitensi, impedisce l’arrivo di qualunque aiuto umanitario. Mancano acqua, medicine, cibo, energia elettrica e carburante per milioni di persone.

Gli ospedali del Paese non sono in grado di far fronte alle urgenze in quanto mancano le medicine. Chiusi 160 centri medici per mancanza di sicurezza, materiali e carburante. Nell’area di Aden focolai epidemici di febbre emorragica Dengue.

Attacco sferrato dalla coalizione a guida saudita ha causato la distruzione di tre edifici della città vecchia della capitale yemenita Sana`a.


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Maggio 2015 – Duemila morti, ottomila feriti e 16 milioni di persone senza più accesso all’acqua potabile: sono i risultati della guerra in Yemen fra ribelli houthi e forze arabe guidate dall’Arabia Saudita, secondo un recente rapporto di Amnesty International. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, fra le vittime 234 bambini. Milioni di persone vivono assediate dai combattimenti, senza accesso ad acqua potabile e servizi ospedalieri. L’ONU documenta circa mezzo milione di yemeniti sfollati, in fuga dalle bombe e dai combattimenti.

I colloqui voluti dalle Nazioni Unite per porre fine al conflitto nello Yemen, previsti per il 28 maggio a Ginevra, sono stati posticipati allontanando così l’ipotesi di mettere fine al conflitto nel Paese.

Continuano i combattimenti in diverse zone di Aden: nei distretti centrali di Mualla e Khor Maksar. Aerei da guerra della coalizione hanno colpito una base militare houthi nella capitale Sana’a.


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Aprile 2015 – I bombardamenti nel paese, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, avrebbero provocato già 750 morti dallo scorso marzo. Secondo l’ONU, sono almeno 405 i civili uccisi nei bombardamenti e oltre 120. 000 gli sfollati del paese.

L’offensiva militare guidata dall’Arabia Saudita continua con bombardamenti quotidiani contro i ribelli sciiti Houthi. Questi ultimi hanno il controllo di Bab el-Mandeb e gran parte della città di Aden. Intanto continuano i combattimenti tra i ribelli houthi e i sostenitori del presidente del Paese Hadi, a Taiz, Ataq e al-Said, nel sud dello Yemen.

Cambi di alleanze stanno segnando il conflitto: allontanamento diplomatico dell’Algeria, che si è rifiutata di entrare nella coalizione anti-Houthi, neutralità del Pakistan, prima al fianco di Riyadh, avvicinamento dell’Oman all’Iran, distacco della Turchia, che continua a combattere e finanziare insieme al Qatar i jihadisti contro i governi e le milizie sciite. Rimangono schierati con determinazione al fianco dei sauditi Egitto e Emirati Arabi Uniti.


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Marzo 2015 – Nella notte tra mercoledì 25 e giovedì 26 marzo raid aerei dell’Arabia Saudita e della coalizione dei paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Qatar, Egitto, Marocco, Giordania, Sudan, Pakistan) hanno colpito postazioni dei ribelli sciiti houthi, che nelle ultime settimane hanno preso il controllo della capitale Sana’a e di altri territori nell’ovest del Paese.
Bombardati l’aeroporto di Sana’a, le provincie nord-occidentali di Sa’dha e di Hajjah, vicino al confine con l’Arabia Saudita, roccaforte degli sciiti, la base militare al-Dulaimi, il campo sfollati di El-Mazraa.

L’Arabia Saudita ha dispiegato 100 aerei da caccia, 150mila militari e unità navali.

L’intervento saudita è stato condannato dai paesi a maggioranza sciita, con in testa l’Iran . Critiche da Russia, Siria, Iraq e dal partito sciita libanese Hezbollah. Stati Uniti e Gran Bretagna, insieme alla Lega Araba, sostengono invece l’incursione in Yemen.

Militanti dello Stato Islamico hanno compiuto attentati in due moschee sciite della capitale Sana’a, uccidendo 137 persone.


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La storia recente dello Yemen, è cambiata tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, quando, dopo molte pressioni, Ali Abdullah Saleh, il capo del Paese da oltre trent’anni, ha accettato di lasciare il potere e Abdel Rabbo Monsour Hadi è diventato il nuovo presidente.

Contro Hadi i ribelli di al-Qaeda, guidati da Nasser al Wuhayshi, nel sud del Paese, e gli sciiti houthi, appoggiati dalle forze fedeli all’ex presidente Saleh e dall’Iran, nel nord del Paese.

L’insurrezione yemenita vede in prima fila, gli houthi, un gruppo armato sciita che negli ultimi mesi ha conquistato il potere. Lo scorso settembre gli houthi, originari del nord del paese, sono entrati a Sana’a, la capitale e l’hanno conquistata. Hanno dissolto il parlamento, posto agli arresti domiciliari il capo dello Stato e istituito un processo di transizione di due anni sotto la loro leadership. Si tratta, praticamente, di un colpo di stato anche se non ufficialmente riconosciuto.
Abdel Rabbo Monsour Hadi trova rifugio a Aden, poi a Riyadh, la capitale saudita, da dove ha messo insieme forze leali per combattere gli sciiti.

Intanto a Sana’a è cresciuta l’opposizione contro gli houthi, in prima fila c’è al-Qaeda, nella penisola arabica, il movimento rivoluzionario dei giovani e i gruppi secessionisti provenienti dalle tribù del sud.
In pericolo la stabilità dell’intera regione dove i focolai di guerra civile sono già molti e dove lo Stato Islamico si presenta come la migliore soluzione politica per i sunniti.

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Il nuovo Iraq che non ha posto per i cristiani

Nena News Agency – 06 agosto 2015

Da più di un milione, oggi la popolazione cristiana in Iraq arriva appena a 300 mila anime. ISIS e sostegno straniero le cause di un eccidio silenzioso 

An Iraqi Christian child rests on a phew inside the Church of the Virgin Mary in the town of Bartala, on June 15, 2012, east of the northern city of Mosul, as some Iraqi security remain in the town to protect the local churches and community.  The exiled governor of Mosul, Iraq's second city which was seized by Islamist fighters last week, has called for US and Turkish air strikes against the militants.  AFP PHOTO/KARIM SAHIB

di Federica Iezzi

Baghdad, 6 agosto 2015, Nena News – Le perplessità dei cristiani da Mosul a Qaraqosh sono le stesse. Quale sarà il nostro futuro qui? Come possiamo convincere i nostri giovani a rimanere nel loro Paese? Come possiamo ricostruire le nostre case? Come possiamo avere indietro il nostro lavoro? Da più di un milione, oggi la popolazione cristiana in Iraq arriva appena a 300 mila anime.

“I jihadisti dello Stato Islamico, i sunniti più estremisti, agli ordini di al-Baghdadi possono essere fermati oggi solo da una reazione dei sunniti moderati, in Medio Oriente” ci dice un sacerdote secolare siro-cattolico dell’arcieparchia di Hassaké-Nisibi.

Lo Stato Islamico autonominato non è nato nel vuoto. Si è nutrito di città sunnite una dopo l’altra, del sostegno delle popolazioni sunnite che subirono brutali rappresaglie settarie dal governo di al-Maliki, appoggiato dagli Stati Uniti. La storia dell’Iraq non è legata all’ISIS, ma è quella di una guerra faziosa eternamente in corso tra musulmani sunniti e sciiti.

Quando i combattenti dell’ISIS presero il controllo di aree sunnite nell’Iraq occidentale un anno fa, incoraggiarono violenza e rabbia contro il governo sciita di Baghdad, al potere dal 2003. Per i sunniti e l’ISIS, il governo di Baghdad è stato un nemico comune. Si creò un matrimonio di necessità. Oggi attriti e crepe si rincorrono nel rapporto ISIS-sunniti per le pesanti richieste di fedeltà del Califfato nero e l’assillante esigenza di attuare la shari’a.

La dottrina fondamentalista sunnita è complice dunque nell’eccidio dei cristiani in Iraq. Terreno fertile coltivato poi dalla legge dell’ISIS. Non sono consentiti simboli cristiani. Introdotta la “tassa religiosa”, obbligatoria ai non musulmani. Le case dei cristiani a Mosul sono marchiate dalla lettera araba N (nun) che sta per ‘Nasara’ (nazareni). I luoghi di culto oggi sono cenere. Conversione, fuga o morte. E’ questo che potevano scegliere i cristiani nel nord dell’Iraq. “I cristiani in Iraq, per ironia della sorte, si sentivano più sicuri sotto Saddam Hussein” racconta avvilito padre Issah, il sacerdote siro-cattolico.

Quando qualche mese fa Rahel tornò nella casa dove viveva a Tel Tamar, nel nord-est della Siria, trovò davanti la sua terra un cartello che diceva ‘Proprietà dello Stato Islamico’. L’ISIS ha preso il controllo delle città cristiane, a maggioranza curda, nella valle del fiume Khabur, lo scorso giugno. A febbraio centinaia di cristiani sono stati costretti a lasciare i propri villaggi per le violente incursioni del gruppo estremista nelle aree di al-Hasakah e Qamishli. Si sono susseguiti sanguinosi assedi. La gente era affamata, le case bruciate, le chiese profanate e saccheggiate, i figli mutilati e i feriti trascinati lontani dalle granate. I miliziani hanno nascosto mine nelle case, nelle fattorie, nei campi e nelle antiche rovine cattoliche. I risultati sono stati: l’uccisione di più di due dozzine di civili, il sequestro di circa 300 e la fuga di almeno 2.500 persone.

Costretti a lasciare le proprie case e passare anni in campi profughi, i cristiani di Siria e Iraq restano nel mirino dei gruppi jihadisti. Circa 200 mila cristiani iracheni hanno trovato rifugio in Kurdistan. Almeno 138 mila cristiani siriani hanno oggi lo status da rifugiato in Libano e paesi limitrofi.

In città come Aleppo i cristiani imbracciano le armi contro i ribelli dell’Esercito Siriano Libero. In altre, combattono contro i jihadisti dell’ISIS a fianco dei peshmerga curdi ad Arbil in Iraq, o dell’Esercito Nazionale Siriano ad al-Hasakah, in Siria. Comunità decimate e in frantumi in mezzo al lungo conflitto in Siria, e nella terra dello Stato Islamico di Mosul e della piana di Ninive in Iraq.

La maggior parte dei siriani siriaci sostiene il governo di al-Assad. “I ribelli locali, perfidamente spalleggiati dal governo turco, hanno interamente distrutto case e chiese cristiane in villaggi come Kassab, nella provincia di Latakia, Maaloula, a nord-est di Damasco, Homs e non certo come danni collaterali da colpi lanciati contro le forze governative. L’esercito di Damasco ha ripreso il controllo di città cristiane, come prova della determinazione di al-Assad di proteggere le minoranze religiose”, ci dice esaltato Ouseph. E continua “Dall’altra parte non c’è opposizione democratica, solo gruppi estremisti. Nè Daesh nè ribelli sono i nostri vicini islamici con cui abbiamo convissuto serenamente per anni”.

Yacoubieh è un villaggio a maggioranza cristiana nella provincia nord-occidentale di Idlib, sotto il controllo dei miliziani di Jabhat al-Nusra, braccio siriano di al-Qaeda, da quando all’inizio di quest’anno sono state allontanate le forze di regime. “I nostri figli sono senza cibo, acqua e medicine. Non c’è elettricità per 15 ore al giorno”, ci raccontano le voci dei frati francescani, dal convento colpito da un missile solo una settimana fa. Limitati da posti di blocco militari gli ingressi e le uscite ai quartieri. “Annientare chiese e monasteri, rapire ecclesiastici, affamare la popolazione sono solo alcuni dei crimini che i ribelli commettono contro la comunità cristiana di Siria e Iraq”, continuano.

I cristiani hanno camminato per le strade irachene e siriane per più di mille anni. Oggi c’è silenzio. Ogni strada è deserta. Case e beni abbandonati alle depredazioni anti-governative che Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Turchia e i loro alleati sostengono. Nena News

Nena News Agency “Il nuovo Iraq che non ha posto per i cristiani” di Federica Iezzi

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