UNICEF. Un milione e mezzo di bambini rischiano la morte da malnutrizione

Nena News Agency – 22/04/2017

Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen soffrono gravissime carestie, dovute alla guerra ma con origini diverse: territori occupati da gruppi jihadisti, conflitti, errori della comunità internazionale, siccità, blocchi aerei

Sud Sudan

di Federica Iezzi

Roma, 22 aprile 2017, Nena News – I bambini. Sono sempre loro a pagare le conseguenze peggiori di guerre, carestie e disastri naturali in varie aree del mondo. In TV li vediamo spaventati, con gli occhi incavati e persi nel vuoto, spesso soli. Eppure il cosiddetto mondo sviluppato volge lo sguardo dall’altra parte e preferisce non sapere che più di un milione di neonati e bimbi rischiano realmente di morire di fame.

L’allarme arriva diretto dall’UNICEF. Almeno un milione e mezzo di bambini tra Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen, risultano a rischio di morte imminente da malnutrizione. E più di 20 milioni di persone si troveranno ad affrontare la fame nei prossimi sei mesi.

La grave catastrofe provocata da malnutrizione e carestia, che oggi stringe questi paesi, risulta in gran parte provocata dagli scorretti atteggiamenti umani. Un’azione più veloce è prerogativa irrinunciabile per non permettere che si ripeta la tragica carestia che colpì il Corno d’Africa nel 2011 e che solo in Somalia uccise 250mila persone.

Nello Yemen, dove la guerra ha imperversato per più di due anni, 462mila bambini soffrono di malnutrizione. Non ancora dichiarato lo stato di carestia, lo Yemen fa i conti con 27 milioni di persone nel limbo dell’insicurezza alimentare. Tre milioni di persone soffrono di malnutrizione acuta, di cui più di due milioni sono bambini.

Il destino per altri 500mila bambini è ancora peggiore: malnutrizione acuta grave. Secondo l’Unicef si è assistito ad un aumento del 200% rispetto al 2014. Anche prima del conflitto interno, lo Yemen era costretto a fronteggiare la difficoltà della fame cronica. Ma era un problema, per la maggior parte, gestibile, visto che le agenzie umanitarie riuscivano a muoversi per il paese con relativa facilità.

L’economia è ora in piena caduta libera, con l’80% delle famiglie in debito. Il costo del cibo è elevato visto che i ritardi e le cancellazioni di voli commerciali e viaggi con navi mercantili sono all’ordine del giorno.

Almeno 450mila bambini sono gravemente malnutriti nel nord-est della Nigeria, territorio minato dei jihadisti di Boko Haram, che non permettono ancora l’ingresso di convogli umanitari. La crisi nigeriana è una crisi sia di finanziamento che di accesso. L’emergenza è stata lenta a rivelare la sua vera dimensione. Boko Haram aveva il controllo di gran parte del nord-est fino al 2014 e poco si sapeva dei bisogni dei civili intrappolati in quelle zone. E le zone rurali ancora oggi rimangono inaccessibili. Inoltre rimane il problema dell’insicurezza alimentare dei 1,8 milioni di sfollati interni nei tre stati del nord-est di Adamawa, Borno e Yobe.

La siccità in Somalia ha lasciato 185mila bambini sull’orlo della fame, cifra destinata a salire fatalmente. Anche qui, si osservano reazioni al rallentatore da parte della Comunità Internazionale. Vaste aree del Paese in cui la crisi alimentare tocca livelli preoccupanti e dove i guerriglieri di al-Shabab sono l’autorità de facto, sono classificate come ‘no-go zone’ per quasi tutte le agenzie umanitarie, a cui viene negato il permesso di accesso e di lavoro.

In Sud Sudan oltre 270mila bambini sono malnutriti. Già invocato da ONU e governo locale lo stato di carestia in alcune zone a nord del paese, in cui vivono più di 20mila bambini. Il paese è un mosaico sconcertante di gruppi armati, tra le fazioni ribelli, l’esercito e le milizie governative. E tutte le parti sembra si siano impegnate in uccisioni di massa a sfondo etnico. E le uniche scelte in mano alle agenzie umanitarie sono state le misure straordinarie negli interventi, spesso senza un programma concreto alle spalle.

Attualmente le aree a rischio di fame potrebbero avere una possibilità di scongiurare una catastrofe, se l’accesso umanitario rimanesse protetto e rispettato, secondo una dichiarazione dell’UNOCHA.

Sono già in programma visite da parte degli ambasciatori del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel nord della Nigeria, in Camerun, Ciad e Niger, con il fine comune di evitare il ripetersi di una delle più gravi carestie di sempre, che colpì l’Etiopia nei primi anni ‘80. Dopo anni di siccità consecutivi, la dittatura militare di Mengistu, ha visto morire di stenti più di un milione di civili.

E in quegli anni l’attenzione della comunità internazionale si concentrò sull’impedire spedizioni di aiuti umanitari nelle aree controllate dai ribelli, che condusse definitivamente l’Etiopia al baratro.

Più di tre decenni più tardi, il rischio per Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen è il medesimo. Da cosa è sorretto il rischio? La risposta più semplice è il conflitto, che accomuna le storie dei quattro Paesi. Queste quattro carestie hanno somiglianze ma origini diverse. Diverse traiettorie. E le esigenze di conseguenza sono differenti.

Evitare una catastrofe umanitaria è solo una parte della battaglia. Ideare una strategia di risposta corretta e assicurare l’accesso necessario in zone dove la guerra entra complessa e frammentaria sono la vera sfida.

L’assistenza di emergenza aiuta solo se le persone che possono accedervi. Molto maggiore dovrebbe essere l’accento sulle contrattazioni diplomatiche nell’impegno della risoluzione dei conflitti, alcuni dei quali trascinati per anni, e per i quali qualsiasi metodo di assistenza umanitaria non risulta altro che un palliativo. Nena News

Nena News Agency “UNICEF. Un milione e mezzo di bambini rischiano la morte da malnutrizione” di Federica Iezzi

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Repubblica Democratica del Congo. Kabila: elezioni nel 2017? Si, forse

Nena News Agency – 20/04/2017

L’opposizione riunita nel Rassemblement Congolais pour la Démocratie accusa Kabila di ritardare il voto per tentare di rimanere al potere. Il governo risponde che mancano i fondi per organizzare le elezioni

UN RDC

di Federica Iezzi

Roma, 20 aprile 2017, Nena NewsIl presidente della Repubblica Democratica del Congo Joseph Kabila si è impegnato a tenere nuove elezioni nel 2017, alla fine di una brutale insurrezione nel centro del Paese. Tuttavia le figure dell’opposizione del Rassemblement Congolais pour la Démocratie, accusano Kabila di ritardare il voto per tentare di rimanere al potere. La risposta del governo è stata quella della mancanza di fondi per organizzare un voto nazionale.

Ma perché il presidente avrebbe deciso di aggrapparsi al potere alla scadenza del suo termine costituzionale, nel dicembre 2016? Perché l’uomo che ha organizzato le due elezioni multipartitiche della Repubblica Democratica del Congo appena dopo l’indipendenza, ha scelto caos e instabilità? Perché non ha capitanato il primo trasferimento pacifico del potere del Congo che sarebbe potuta rimanere la sua più grande eredità?

Intanto Kabila ha nominato come primo ministro Bruno Tshibala, ex membro del più grande partito di opposizione, una mossa che potrebbe dividere ulteriormente gli avversari, dopo che i colloqui per negoziare la fine del suo mandato presidenziale, si sono freddati.

Nel discorso strettamente legato a questa mossa, Kabila ha ribadito, innanzitutto, di non ricercare un terzo mandato, inoltre di non voler alterare la costituzione del Congo e di impegnarsi per liberare i prigionieri politici del Paese. In cambio, il Rassemblement ha accettato di formare un governo di unità nazionale, scegliere un primo ministro, organizzare elezioni libere e giuste, garantire un trasferimento di potere regolare e non violento alla fine del 2017.

Gli oppositori di Kabila, importante fetta del governo congolese dall’assassinio del padre Laurent-Désiré Kabila nel 2001, sospettano un ripetuto ritardo delle elezioni, utile ad organizzare un referendum che consenta legalmente un suo terzo mandato, come hanno fatto i suoi omologhi nel Rwanda, nello Zimbabwe, nel Gabon.

La tesi di Bernabe Kikaya, consigliere diplomatico di Kabila, sostiene che il Presidente rimarrebbe al potere, a dispetto della costituzione del Congo, per evitare una crisi politica. La ragione reale, che si sospetta tra le opposizioni, è che Kabila avrebbe scelto di aggrapparsi al potere perché sarebbe responsabile del coinvolgimento governativo in guerre e conflitti, cause della morte di oltre cinque milioni e mezzo di civili congolesi, nel decennio 1998-2008. In questo contesto, è piuttosto difficile pensare a una ragione per cui Kabila voglia rinunciare al potere, se non forzato.

Ed è ancora più difficile immaginare di voler consentire la creazione di un governo transitorio guidato da Felix Tshisekedi, la scelta del Rassemblemt come capo di Stato, in cui figure di opposizione potrebbero avere importanti ruoli ministeriali, tra cui il potere di nominare un nuovo capo della polizia, dell’esercito, dell’intelligence, della corte suprema, della commissione elettorale e degli ambasciatori. Tutte posizioni attraverso le quali Kabila è riuscito a governare il Congo come il suo feudo privato.

Allora quali sono le ragioni che reggono la fiducia a Joseph Kabila? La prima è legata alla Francia. L’Unione Europea non potrebbe imporre sanzioni sulla Repubblica Democratica del Congo, per non perdere il veto francese sulle loro ex-colonie africane, ognuna delle quali traghettate da un dittatore.

La seconda delle ragioni è la Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno recentemente deciso di tagliare il numero delle truppe ONU in Congo e hanno rifiutato di intraprendere azioni punitive contro Kabila. Nena News

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SUD SUDAN. Quando l’aiuto umanitario alimenta la guerra

Nena News Agency – 07/04/2017

La crisi umanitaria in Sud Sudan ha raggiunto misure di estrema gravità ma la risposta internazionale appare guidata da preoccupazioni di politica estera, ripercorrendo una storia già vista in Afghanistan, Darfur, Bosnia, Rwanda

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di Federica Iezzi

Roma, 7 aprile 2017, Nena News – Chi viene davvero sostenuto dagli aiuti umanitari in Sud Sudan? La risposta della Comunità Internazionale spesso è stata guidata non dalle reali condizioni umanitarie ma da preoccupazioni nazionali e di politica estera, ripercorrendo una storia già vista in Afghanistan, Darfur, Bosnia, Rwanda.

La definiscono politicizzazione dell’assistenza umanitaria. In realtà non è altro che una continua scelta di schieramento.

La crisi umanitaria in Sud Sudan ha raggiunto misure di estrema gravità. Insicurezza sulle istituzioni, povertà, cattiva salute, spostamenti di massa di civili e orrendi abusi dei diritti umani hanno lasciato un quadro interno di inazione politica.

Il numero di persone in fuga dal Sud Sudan ha raggiunto il picco di 1,5 milioni di rifugiati. La maggior parte dei rifugiati è accolta dall’Uganda, dove sono arrivate circa 698.000 persone. L’Etiopia ne accoglie circa 342.000, mentre oltre 305.00 sono accolte in Sudan, circa 89.000 in Kenya, 68.000 nella Repubblica Democratica del Congo e 4.900 nella Repubblica Centrafricana. A questi si aggiungono altri 2,1 milioni di sud-sudanesi sfollati all’interno del Paese. Almeno 7 milioni e mezzo di civili sono dipendenti da aiuti umanitari. Più di un milione di bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione grave. E più di 300.000 sono i morti,dall’inizio del conflitto nel 2013.

Non c’è alcun dubbio che l’aiuto umanitario è carico di controversie e imparzialità politiche ed etiche enormi. Come ci si può assicurare che gli aiuti non vadano ad alimentare il conflitto, che non diventino il mezzo per discriminare le stesse persone che si cerca di aiutare?

Di fronte al dilemma di alimentare un’economia di guerra o di sostenere strategie politiche o peggio militari, l’essenziale interesse è quello di preservare lo spazio umanitario. Anche se questo comporta una programmazione minimalista degli aiuti.

Infatti, una volta che le esigenze di emergenza della popolazione vengono soddisfatte, addirittura si dovrebbe decidere di revocare l’aiuto umanitario, qualora avesse una forte possibilità di prolungare la guerra. Questo è stato per esempio il caso degli aiuti umanitari nei campi profughi rwandesi in Congo e in Tanzania, bloccati nel 1994. O il caso degli aiuti umanitari sospesi ai Khmer Rossi lungo il confine tra Thailandia e Cambogia, negli anni ‘80. O ancora il caso degli aiuti umanitari utilizzati come strumento per coprire le brutali politiche di migrazione forzata messe in atto dal regime di Menghistu in Etiopia. Il dilemma rimane da anni lo stesso: ‘come sostenere le vittime senza fornire anche un aiuto ai loro aguzzini?’.

La difficoltà è quella di costruire un consenso su quando e dove tracciare la linea di demarcazione. L’Operazione Lifeline nata nel lontano 1989 in Sud Sudan, tra le agenzie delle Nazioni Unite e almeno 35 organizzazioni non governative internazionali, con lo scopo di garantire aiuti umanitari alla popolazione vulnerabile, ha ripetutamente fallito la sua missione. Non sono state affrontate le carenze strutturali del regime di aiuti, non sono state garantite valutazioni umanitarie indipendenti, non è stato tutelato il monitoraggio.

I mandati di molte ONG sono rimasti offuscati tra lo strettamente umanitario e la raccolta di informazioni politiche, il monitoraggio dei diritti umani, il ruolo non ufficiale nella conduzione del conflitto. Si è persa l’assistenza indipendente e imparziale.

C’è da porsi diverse domande sul Sud Sudan.

In primo luogo va esaminato il rapporto tra le organizzazioni di soccorso e la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite (UNMISS), che ad oggi ha preso circa 200.000 minoranze etniche sotto la sua protezione, nei tentacolari campi sorvegliati. I gruppi di soccorso hanno acriticamente accettato la politica delle Nazioni Unite di sostenere i civili in questi ghetti etnici, per lo più situati in aree remote, con strade dissestate e cattiva sicurezza. L’ONU insiste sul ritenerli siti temporanei. Ma molti di questi campi sono stati utilizzati per scopi politici precisi, che li rendono improbabilmente smantellabili. Ad esempio, quello nella città settentrionale di Bentiu è il risultato di una campagna militare mirata a spopolare le aree produttrici di petrolio e a distruggere il cuore del gruppo etnico dei Nuer. Le organizzazioni umanitarie che forniscono servizi all’interno di siti di protezione UNMISS sono dunque complici nel fornire un falso senso di sicurezza agli abitanti.

Le organizzazioni umanitarie hanno per anni sostenuto in maniera involontaria l’assetto di guerra del governo sud-sudanese. Con l’offerta di servizi sociali nelle zone controllate dal governo, per esempio, che hanno consentito al governo stesso di spendere la maggior parte dei suoi ricavi sul fronte militare, senza affrontare i problemi che continuano a schiacciare la popolazione civile.

E ancora, le scuole nei campi interni non sono istituzioni di apprendimento formale, ma sono semplicemente spazi di apprendimento temporanei, dove gli insegnanti sono volontari. Di fatto, si contribuisce a creare un sistema di segregazione, rafforzando lo slancio verso la ghettizzazione permanente e le divisioni sociali durature. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. Quando l’aiuto umanitario alimenta la guerra” di Federica Iezzi

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UGANDA. Frontiere aperte per i rifugiati sud-sudanesi

Nena News Agency – 27/03/2017

Lo stato africano ospita attualmente più di 800.000 persone fuggite dal Sud Sudan dove almeno 50.000 persone sono morte nella guerra civile iniziata nel dicembre 2013

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di Federica Iezzi

Kampala (Uganda), 27 marzo 2017, Nena News – Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), l’Uganda ospita attualmente più di 800.000 rifugiati del Sud Sudan. In 572.000 si sono riversati in Uganda dal luglio scorso. Nel mese di marzo i nuovi arrivi hanno sfiorato una media di oltre 2.800 al giorno. Il primo ministro ugandese, Ruhakana Rugunda, ha ribadito che l’Uganda ha continuato a mantenere le frontiere aperte, ma che l’afflusso massiccio di questi mesi sta esaurendo le risorse dei servizi pubblici e delle infrastrutture locali.

La mancanza di attenzione internazionale per la crisi che non si è mai chiusa in Sud Sudan, il sottofinanziamento cronico, la carenza di adeguate razioni di cibo, di acqua potabile, di servizi sanitari e educativi, stanno compromettendo perfino gli aiuti salvavita alla popolazione dello Stato africano più giovane, sul punto di un nuovo genocidio. L’approccio dell’Uganda al “problema rifugiati” è tra i più progressisti nel continente africano. Dopo aver ricevuto lo status di rifugiato, a ognuno di loro viene consegnata una piccola area di terreno di circa 60 metri, in insediamenti integrati all’interno della Comunità locale ospitante.

Nelle regioni centrali dell’Uganda e a sud-ovest, questi terreni vengono forniti direttamente dal Governo Museveni. Nelle regioni settentrionali dell’Uganda, dove è ospitato il maggior numero di rifugiati del Sud Sudan, il terreno viene concesso dalla stessa Comunità locale ospitante, consentendo ai rifugiati di accedere ai piani di sviluppo nazionali e ai mercati del lavoro.

E’ proprio nel nord Uganda, al confine con il Sud Sudan, che nasce l’insediamento Bidi Bidi, uno dei campi rifugiati più grandi al mondo, costruito in soli sei mesi, come riflesso della crisi in corso in Sud Sudan. Ospita almeno 270.000 persone, in una sparsa raccolta di villaggi e in un labirinto angusto di tende. Seminati in tutto l’insediamento mercati e piccoli negozi gestiti dai rifugiati stessi, scuole, parchi giochi e centri medici.

L’Uganda è stata scelta, dalla Comunità Internazionale, secondo il Comprehensive Refugee Response Framework, come modello sperimentale di un approccio globale alla protezione dei rifugiati che integra risposta umanitaria a sviluppo mirato, a vantaggio sia dei rifugiati che delle Comunità ospitanti. In realtà, con la sua longeva dittatura, è stata chiaramente intrappolata, in maniera permanente, dall’AFRICOM, con un falso pretesto umanitario, divenuto occupazione permanente del territorio sud sudanese. Dietro: solo interessi economici.

Parte del greggio sud sudanese sarà raffinato insieme a quello ugandese ad Hoima, nella Regione Occidentale, e venduto sotto forma di carburante e derivati. La stessa Hoima sarà sede di una raffineria regionale dalla capacità di 120.000 barili al giorno. Ed ecco come la nascente industria del petrolio ugandese troverà maggiori sbocchi, dietro ricchi compensi esteri.

Secondo le Nazioni Unite sono necessari almeno 250 milioni di dollari per sostenere i rifugiati del Sud Sudan in Uganda. Senza considerare che l’Uganda è destinazione anche di profughi provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dal Burundi. Almeno 50.000 persone sono morte nella guerra civile iniziata in Sud Sudan nel dicembre 2013, come risultato della lotta al potere tra il presidente Salva Kiir e l’ex vice-Presidente Riek Machar. La coppia ha firmato un accordo di pace traballante un anno fa, ma i combattimenti feroci non si sono spenti.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, circa 100.000 persone lottano contro la malnutrizione in Sud Sudan e un altro milione è sull’orlo della fame. Attualmente in Uganda almeno 1,6 milioni di persone hanno bisogno di aiuti alimentari. Nena News

Nena News Agency “UGANDA. Frontiere aperte per i rifugiati sud-sudanesi” di Federica Iezzi

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KENYA. Terminato lo sciopero della sanità

Nena News Agency – 21/03/2017

Dopo quattro anni di richieste, funzionari di governo e rappresentanti sindacali hanno trovato l’accordo: il nuovo contratto collettivo dei medici prevede un aumento di stipendio tra i 500 e i 700 dollari, 40 ore di lavoro a settimana e il riconoscimento degli straordinari

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di Federica Iezzi

Nairobi (Kenya), 22 marzo 2017, Nena News – Termina dopo più di 100 giorni, lo sciopero degli operatori sanitari in Kenya. Senza fondi e sovraccaricato a lungo, il sistema sanitario kenyano, di fronte a tre mesi di assenza di assistenza sanitaria, è arrivato vicino al collasso. Da dicembre uno sciopero ha coinvolto almeno 5.000 medici dopo molteplici tentativi di raggiungere un compromesso con il Ministero della Salute. Lo sciopero è arrivato nel bel mezzo delle feroci critiche al governo dell’attuale presidente Uhuru Kenyatta, che cerca la rielezione nel prossimo mese di agosto.

Strumenti e equipaggiamenti carenti o danneggiati, insufficienza di personale medico specialistico, bassi salari per inaccettabili orari di lavoro: questi solo alcuni dei motivi per cui, per mesi, si è trascinato lo sciopero. In una grave situazione di stallo, medici militari sono stati arruolati negli ospedali pubblici del Paese per cercare di ridurre i disagi.

Tra lunghi e dispendiosi viaggi per raggiungere gli ospedali maggiori del Paese, in parte funzionanti, e procedure costose, in assenza di copertura assicurativa sanitaria, la gente dei distretti kenyani più poveri è stata costretta a rinunciare alle cure. Circa 2.500 strutture sanitarie pubbliche sono state colpite dallo sciopero e decine di malati sono morti durante l’astensione dal lavoro del personale medico, visto che la maggior parte dei kenyani non può permettersi assistenza sanitaria privata.

Ma quali erano davvero le condizioni di lavoro offerte agli operatori sanitari pubblici in Kenya? Gli stipendi netti di medici nuovi assunti erano uguali al 58% del PIL pro-capite rispetto per esempio all’86% in Malawi, al 116% in Zimbabwe e al 154% nella Repubblica Democratica del Congo, secondo i dati della Banca Mondiale. Oltre alla misera retribuzione, la maggior parte delle strutture sanitarie sono ancora gravemente sotto organico, costringendo i lavoratori a lunghe turnazioni e in più in strutture inadeguate.

Nessuna offerta per trattenere gli operatori sanitari a rimanere nel proprio Paese e nessun vantaggio a chi si offre di lavorare nelle ardue condizioni delle zone rurali. Dopo quattro lunghi anni di richieste, funzionari di governo e rappresentanti sindacali sono dunque arrivati ad un accordo per una più equa retribuzione e un legale orario di lavoro.

Lo stipendio medio di un medico kenyano nelle strutture pubbliche era solo tra i 400 e gli 850 dollari al mese. Il nuovo contratto collettivo prevede un aumento di stipendio tra i 500 e i 700 dollari. I medici, che prima erano costretti a rientrare in ospedale senza turni né orari, ora lavoreranno 40 ore a settimana e sarà loro riconosciuta ogni ora di lavoro straordinario.

Le condizioni di lavoro aberranti nel settore della sanità pubblica, gli alti rischi per la salute pubblica, le fatiscenti strutture sanitarie pubbliche, la mancanza di attrezzature di base per gli ospedali periferici e la totale assenza di fondi per la ricerca, mostrano la crisi del settore sanitario del governo Kenyatta. Dal decentramento dei servizi sanitari, dal governo centrale ai governi di contea, nel 2013, ci sono stati più di due dozzine di scioperi.

La scarsa gestione delle risorse umane nelle contee, i ritardi nei pagamenti degli stipendi, la mancanza di materiali e farmaci, la mancanza di strutture adeguate per alcune specialità mediche e chirurgiche, l’impossibile progressione di carriera e i ritardi nella formazione, sono stati per anni i punti centrali delle proteste. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Terminato lo sciopero della sanità” di Federica Iezzi

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SOMALIA. Terza carestia in 25 anni

Nena News Agency – 14/03/2017

Secondo l’ONU, oltre sei milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, più di 360.000 bambini sono affetti da malnutrizione acuta. Secondo alcune stime, la siccità è peggiore dell’ultima del 2011 che uccise 250mila somali. A inizio mese, in meno di 48 ore, sono morte 110 persone per carenza di cibo e malattie nella regione di Baay

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di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 14 marzo 2017, Nena News – Bambini dagli occhi scuri e spaventati, tende senza acqua e elettricità, non un pasto adeguato per settimane. Sono un quadro comune in Somalia. Secondo le stime delle Nazioni Unite oltre sei milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare e questo significa più della metà della popolazione dell’intero Paese. Di questi, più di 363mila bambini sono affetti da malnutrizione acuta e 270mila rischiano di entrare nel tunnel della malnutrizione nell’arco di quest’anno, secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

I tre anni di siccità soprattutto nel nord del Paese, la conseguente carestia e la presenza incombente del gruppo estremista islamico al-Shabaab, hanno lasciato la Somalia e la sua gente in una situazione disperata, in una miseria dilagante. La comunità internazionale assiste alla terza carestia in Somalia in 25 anni. L’ultima, nel 2011, ha contato circa 260.000 vittime, la metà delle quali erano bambini sotto l’età di cinque anni. Secondo Save the Children la risposta della Comunità Internazionale alla minaccia della carestia in Somalia, sta ripercorrendo i gravi errori dell’ultima crisi.

Anche all’interno dei campi rifugiati, l’insicurezza alimentare è a livelli preoccupanti. Il campo rifugiati di Baidoa, a nordovest di Mogadiscio, oltre ad essere già il riparo di migliaia di sfollati interni, risultato di anni di conflitti civili, continua ad accogliere rifugiati che rientrano dal campo di Dadaab, in Kenya nord-orientale.

L’UNICEF, con il supporto dell’European Civil protection and Humanitarian aid Operation (ECHO), ha istituito centri di nutrizione nei campi rifugiati, che finora hanno permesso un tasso di recupero del 92,4% per i 42.526 bambini gravemente malnutriti in tutta la Somalia. Il programma ha mostrato grandi progressi a partire dal 2013, fornendo assistenza a migliaia di bambini malnutriti e donne in gravidanza o in allattamento.

Secondo i dati dell’UNICEF, un milione e mezzo di bambini tra Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen, risultano a rischio di morte imminente da malnutrizione. E più di 20 milioni di persone si troveranno ad affrontare la fame nei prossimi sei mesi. La siccità, che continua ad essere una piaga in Somalia, è secondo le stime peggiore dell’ultima del 2011 che uccise 250.000 persone.

A partire dallo scorso novembre, più di 135.000 persone sono state costrette a spostarsi all’interno della Somalia a causa della siccità. Nelle zone più colpite, piogge insufficienti e conseguente mancanza di acqua hanno spazzato via i raccolti. La produzione vegetale risulta drasticamente ridotta anche in zone precedentemente stabili e fertili. Il bestiame è decimato e le comunità sono costrette a vendere i loro beni e prendere in prestito cibo e denaro per sopravvivere.

In aggiunta a siccità e carestia, le malattie come il colera e il morbillo iniziano a macchiare la popolazione soprattutto pediatrica. All’inizio del mese, il primo ministro somalo Ali Hassan Khaire ha annunciato il decesso di almeno 110 persone in meno di 48 ore, per carenza di cibo e malattie, legate al fenomeno della siccità, nel sud-ovest della regione di Baay, nella Somalia meridionale. Quasi 8.000 persone sono state colpite da colera e ad oggi più di 180 sono morte. E l’OMS riporta che circa cinque milioni di persone sono a rischio di colera.

I primi progressi sul problema sono stati fatti nel 2015, quando è stato tagliato il traguardo del dimezzamento della fame nel mondo. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) riferisce che oltre 100 milioni di persone non soffrono più di disturbi legati alla malnutrizione, a partire dagli ultimi dieci anni. Testimonianza di quanto una maggiore cooperazione e il coordinamento tra governi, società civile, ricercatori, settore privato e agricoltori siano in grado di fornire soluzioni concrete per l’insicurezza alimentare. Nena News

Nena News Agency “SOMALIA. Terza carestia in 25 anni” di Federica Iezzi

Radio Città Aperta “Somalia, la guerra dimenticata e le nostre responsabilità”

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8 MARZO. Somalia, i racconti delle donne rifugiate

Nena News Agency – 08/03/2017

Attraverso le voci di Zainab e Isra, la vita dei profughi dal campo di Dadaab al ritorno forzato

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di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 8 marzo 2017, Nena News – Zainab è tornata l’anno scorso in Somalia. I suoi sei figli sono tutti nati a Dadaab, il campo rifugiati che circonda le città di Hagadera, Dagahaley e Kambios, nella contea di Garissa, nel Kenya nord-orientale.

“Un giorno ci hanno riuniti in gruppi al campo e ci hanno chiesto se volevamo tornare in Somalia. Molti di noi avevano un lavoro, una casa, una vita a Dadaab. I nostri figli andavano a scuola lì, venivano curati lì. Sono tornata a Abaarso, in Somaliland, quando il governo kenyano ha iniziato ad annunciare la chiusura del campo”. Continua: “Ricordo ancora la preoccupazione che accompagnava le nostre giornate”.

Le confuse comunicazioni riguardo la chiusura del campo di Dadaab, con il conseguente rimpatrio dei rifugiati, ha minato un equilibrio che si trascinava dai primi anni ’90. Intanto il programma di rimpatrio a Dadaab continua con una media di quasi 2.000 rifugiati che, a settimana, tornano volontariamente in Somalia. 49.376 rifugiati somali sono tornati a casa dal dicembre 2014, quando l’UNHCR ha iniziato a sostenere il rientro volontario dei rifugiati somali dal Kenya. Di questi 10.062 sono stati sostenuti nel solo 2017.

Le Nazioni Unite hanno lanciato un programma di rimpatrio volontario nel 2014, in base al quale quasi 50.000 somali sono stati assistiti finanziariamente e logisticamente per il rientro in patria, in particolare nella zona di Baidoa, a nordovest di Mogadiscio, e nella zona di Kismayu, a sudovest della capitale.

In realtà gli aiuti sono stati esigui. I circa 400 dollari per famiglia dovevano bastare per viaggio, alimentazione e costruzione di un rifugio. Molti rifugiati rientrati in Somalia, dopo anni trascorsi a Dadaab, oggi non sanno ancora dove andare. Non hanno alcun riparo. Non ci sono scuole per i bambini, né ospedali per le cure.

Kismayu, ad esempio, ospita circa 40.000 sfollati interni che vivono in un campo privo delle strutture più elementari. Zainab ci dice: “Il rimpatrio nel proprio Paese d’origine è di solito la soluzione migliore per un rifugiato. Ma non ha alcun senso se al ritorno ci si trova nella stessa situazione disperata che ci aveva spinto alla fuga”.

I campi non ufficiali nel nord della Somalia, nelle regioni amministrative di Maroodijeex, Awdal, Saahil, Togdheer, Sool e Sanaag, alle porte di villaggi, di città, di centri abitati, sembrano macchie senza forma nella sabbia arida. Il contrasto è stridente. Le pareti delle tende tappezzate da cartoni di prodotti commerciali, colorano il paesaggio desertico. E poi a disegnare l’Africa, ancora le case in lamiere dipinte di blu, bianco, giallo, rosso.

Zainab ci racconta che molti uomini hanno perso il lavoro in Kenya, dopo aver lasciato Dadaab. Spesso non viene permesso ai somali di mantenere il lavoro se non si risiede in territorio kenyano. Così, adesso le loro vite sono inglobate nei viaggi in camion di sera verso l’Etiopia per il trasporto di qat, pianta con effetti allucinogeni, largamente utilizzata nel Corno d’Africa.

I campi non ufficiali nascono a macchia d’olio, seguendo gli itinerari governativi di installazione di acqua e elettricità. Legno, mattoni di sabbia, tessuti e lamiere sono sufficienti a occupare lo spazio che sarà destinato presto alle nuove costruzioni.

Isra è entrata da poco nella sua nuova casa. Ci dice che in Kenya, a Dadaab, aveva una casa vera con pareti di mattoni e tetto di lamiera. “Avevo piatti, materassi e sedie. Appena fuori casa, avevo l’acqua corrente da bere, per lavare, per cucinare. In casa c’era la luce”.

Continua: “Qui in Somalia, si iniziano a preparare i perimetri delle case con grosse pietre. Ho aspettato mesi prima che la casa fosse pronta. Nel frattempo ho vissuto in una tenda nel villaggio di Geed Giqsi. Eravamo in 12 dentro. E’ dura senza acqua. Con Sa’ado, mia figlia maggiore, dovevamo camminare fino al fiume Marodijex ogni giorno per prendere l’acqua. E lì le buche dove si trova l’acqua sono profonde fino a tre metri”.

Adesso Isra con la sua famiglia vive in una casa alla periferia di Hargheisa. Attualmente Hargheisa è diventata la destinazione di 80.000 rifugiati e sfollati interni. Nena News

Nena News Agency “8 MARZO. Somalia, i racconti delle donne rifugiate” di Federica Iezzi

Radio Città Aperta “Somalia, la guerra dimenticata e le nostre responsabilità”

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