L’universo degli impauriti, a bordo delle navi da salvataggio

Il Manifesto – 12 luglio 2017

REPORTAGE. Arrestiamo umani. A bordo delle navi di salvataggio fuori dalle coste libiche c’è un universo fatto di sudore, urina, vomito, sangue. E sperando di non respirare l’odore della morte, in quel mondo si trovano anche persone provenienti da paesi diversi ma accomunate dalla fuga: da guerre, torture, arresti arbitrari, stupri e violenze

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di Federica Iezzi

Tripoli (Libia) – Sul ventre di un’onda, tra la notte fonda e l’alba, la luna perde il suo bagliore e il cielo e il mare si sciolgono in un’oscurità così profonda che permette soltanto di fiutare il dolore acuto della miseria umana. È una mescolanza informe di sudore, urina, vomito, sangue. E si prega sempre che non ci sia anche l’odore della morte.

IL MAR MEDITERRANEO, lucido alla nuova luce di ogni mattino, è diventato il percorso migratorio più mortale al mondo. Nel 2016 gli sbarchi attraverso il Mediterraneo hanno superato i 360.000 e più di 5.000 migranti hanno perso la vita, prima di raggiungere i tanto bramati porti europei, i quali capofila rimangono quelli italiani. Solo nel 2017 le profondità oscure di questo mare sono diventate la tomba per più di 2.000 migranti.

LE ACQUE SALATE tra Libia e Italia accolgono instancabilmente chi fugge dai fucili, dalla repressione e dalla povertà della propria patria. Sovraffollate imbarcazioni da pesca in legno, imbottite in poliuretano, poco adatte per attraversare un fiume, tanto meno un vasto mare, parlano decine di dialetti diversi. Costa d’Avorio, Nigeria, Liberia, Somalia, Eritrea, Sudan senza dimenticare Siria, Afghanistan, Pakistan e Bangladesh.

Sono rifugiati. Rischiano tutto per avere una possibilità di libertà e dignità. Le centinaia di giubbotti salvavita, verniciati di un arancione che fa male agli occhi, stipati sul ponte principale della nave di soccorso, risvegliano il mondo alla severità imposta dall’Europa. Le storie si sovrappongono tutte. Kamal ha viaggiato per otto mesi da Mvolo, in Sud Sudan.

HA VISSUTO LA GUERRA e ha lasciato che gli passasse accanto, ha partecipato a proteste contro il governo del suo paese, è stato arrestato per le sue idee, è stato percosso, violentato e messo in isolamento, senza cibo e solo con acqua, per giorni nelle carceri sudanesi.

Poi è finito in Libia, dove è stato bloccato dai miliziani. Detenuto nei pressi di Misurata, in uno dei centri da loro gestiti, che non compare in nessuna cartina politica, ha pagato 400 dollari per essere rilasciato. E dopo otto mesi ha pagato ancora, questa volta i contrabbandieri, per attraversare il Mediterraneo.

Kamal ci dice «Le madri nei pescherecci non si rendevano conto che i loro bambini non erano più vivi, non si rendevano conto che tenevano in braccio bambini morti. La morte cancella tutti i lineamenti. Preferisco morire sulla terra. La morte in mare è silenziosa e solitaria».
Lo ascoltiamo abbassando gli occhi e pensando che forse in quel momento, quando l’ultimo respiro ti accompagna in acqua, in mezzo alla vastità del mare, una vita può sembrare insignificante. La speranza è aggrappata con le unghie sanguinanti ai bambini senza voce che sono ancora custoditi nelle pance delle donne.

LE ROTTE NEL MARE NOSTRUM hanno preso quota dopo l’accordo chiuso tra i civili Paesi dell’Unione europea e la Turchia, riguardo la violenta interruzione della via migratoria attraverso i Balcani.

Per i migranti dell’Africa occidentale, la via Agadez-Dirkou-Sabha è quella abitualmente solcata. In viaggi di migliaia di chilometri attraverso Niger e Libia, si arriva, in sella ai pick-up dei contrabbandieri, sulle coste libiche tra Zawarah e Sabratha, a ovest di Tripoli.
I migranti dell’Africa orientale, in particolare del Corno d’Africa, seguono la via Khartoum-Kufra, grazie alla quale i deserti del Sudan e della Libia, sono collegati a Bengasi.

DA TRIPOLI O BENGASI si aspetta il bel tempo, si salpa e non si sa se si arriva. Le piccole imbarcazioni gestite dal business lucrativo di contrabbando di persone, di una Libia totalmente instabile politicamente, viaggiano alla velocità di cinque miglia all’ora. Il distruttivo viaggio fino alle coste europee può durare più di 40 ore. A non meno di sessanta miglia nautiche (110 chilometri) dalla costa libica inizia l’area di azione dell’agenzia europea Frontex: spesso per i migranti è l’unica speranza di arrivare vivi all’altro capo del Mediterraneo.

SULLA NAVE l’odore è pungente. Arrivano da Eritrea, Etiopia, Gambia, Senegal, Nigeria, Mali. La maggior parte è a piedi nudi, con le gambe di ebano coperte di polvere e sale marino incrostato. A soli 17 anni, Jawo è in viaggio dalla capitale gambiana, Banjul. Il suo viaggio è iniziato dopo che il padre è stato arrestato per motivi politici. Ha viaggiato attraverso Mali, Burkina Faso e Niger per raggiungere la Libia sud-occidentale. Ci racconta che i trafficanti lo hanno messo nella parte posteriore di un camioncino e hanno guidato per dieci giorni sulle dune desolate del Sahara.

«Potevamo portare una tanica da quattro litri di acqua ciascuno. Gli ultimi giorni non ho bevuto nulla. La sabbia mi entrava negli occhi e io non avevo nemmeno la forza di chiuderli. Il mio sguardo era fisso verso un orizzonte che sembrava non finire mai».
Ci racconta che una volta arrivati sulla costa libica, prima di imbarcarsi, tutti i migranti ricevono una chiamata. Il trafficante che subentra, li fa riunire in un posto specifico. Tutti i telefoni vengono raccolti e confiscati.

Non si possono portare bagagli e fino al momento dell’imbarco vengono forniti cibo, acqua e servizi igienici. Molti raggiungono di notte il peschereccio sorteggiato per la traversata e non trovano spazio. Questo significa partenza rimandata ma soprattutto altra permanenza in Libia, dove si rischia di finire in carcere. Per Jawo, che ha attraversato il Sahara e il Mediterraneo, un nuovo viaggio è destinato ad iniziare in una nuova terra. Lo aspettano i volontari con scatoloni di cartone pieni di sandali. Gli viene consegnato un paio di scarpe in gomma. Jawo viene contrassegnato con un numero e svanisce dietro una tenda. «Non pensavo di arrivare vivo», è così che ci saluta, impaurito per la vecchia vita lasciata e per la nuova da iniziare.

ABDOULAYE ARRIVA DA GAO, in Mali. È arrivato ad Agadez in autobus. Da lì un contrabbandiere per 800 dollari l’ha portato a Tripoli. Ha dormito per giorni in un magazzino abbandonato a Sabratha: «Mi hanno detto che se mi vedevano, mi avrebbero portato in carcere. È dura in Libia uscire dal carcere. Ti tengono in ostaggio, fino a che non li paghi. Così da quel magazzino affollato, che condividevo con altre 60 persone, uscivo soltanto di notte per bere e mangiare. Il Ramadan mi ha aiutato, digiunavo dall’alba al tramonto, e non pensavo alla sete in quei giorni bollenti».

I CONTRABBANDIERI hanno promesso a Abdoulaye che per 400 dollari l’avrebbero buttato su una barca per raggiungere l’Italia. E l’hanno fatto. Era un gommone di 20 metri di lunghezza, alimentato da un motore esterno.

«Eravamo 130, stipati in uno spazio disegnato per 25 persone. Quel motore faceva un rumore strano. Io sapevo che non saremmo andati lontani, a Gao ero meccanico. Ma avevo paura delle milizie e dei soldati libici, avevo paura dei contrabbandieri. Avevo paura della mia ombra. Così sono salito e ho pregato»

A Abdoulaye hanno dato un giubbotto salvavita che ha pagato quattro dollari, non c’era spazio per altro. Uno dei contrabbandieri con un AK-47 in mano è saltato nel gommone, e li ha diretti verso il mare. Dopo solo un’ora di viaggio, ad aspettarlo in pieno mare un’imbarcazione a vela che lo ha riportato a terra. A capo dei pescherecci spesso rimane un rifugiato dotato di una formazione nautica rudimentale. A volte si riescono a reperire veri pescatori, egiziani o tunisini, che cercano semplicemente un mezzo per arrivare in Europa.

«Improvvisamente il mare e il cielo avevano lo stesso colore: il nero»
LA REALTÀ diventa così pesante che la maggior parte delle persone rimane seduta in silenzio. Troppo impauriti per parlare, per piangere, per gridare, per fare domande.
Poi il primo bip sul radar e Abdoulaye sale sulla nave bianca di soccorso. «Ho visto tute bianche protettive, caschi e giubbotti di salvataggio». Non sapeva chi avrebbe trovato, non sapeva che l’avrebbe visitato un medico, non sapeva che gli avrebbero dato da bere e da mangiare. Ci dice «grazie», l’aveva imparato in Mali dal suo telefono sequestrato dal contrabbandiere con l’AK-47 in Libia. È il grazie che ci ha fatto commuovere.

Il Manifesto “REPORTAGE. L’universo degli impauriti, a bordo delle navi da salvataggio” di Federica Iezzi

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