PRIMO MAGGIO. L’Africa nel lavoro delle donne, dei medici e delle miniere di diamanti

Nena News Agency – 01/05/2018

Dal Botswana al Kenya, dal Sud Sudan al Ghana, un breve viaggio nel continente africano dove i diritti del lavoro restano negati

di Federica Iezzi

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Ghana – La storia dei malati in Ghana evidenzia il vuoto nelle competenze mediche e chirurgiche disponibili nel continente africano. Molti medici e professionisti della salute africani altamente qualificati praticano la medicina e la chirurgia all’avanguardia nelle principali istituzioni mediche al di fuori dell’Africa. Sono preziosi per gli ospedali e per i paesi in cui lavorano, ma i loro cuori rimangono nella loro terra.

A partire dal 2000, un quinto di tutti i medici di origine africana e un decimo di tutti gli operatori sanitari di origine africana lavorano all’estero. Esperti di politica sanitaria globale hanno suggerito una serie di misure per invertire questa tendenza. Spesso i medici africani che vivono all’estero hanno famiglie in Africa e sono motivati a contribuire al miglioramento dell’assistenza sanitaria nel continente. Mentre alcuni sono pronti a tornare nei loro paesi nativi, altri non sono pronti ad una radicale scelta di vita, senza alcuna assicurazione riguardo il futuro.

E allora, in assenza di leggi governative di tutela del lavoro, i professionisti sanitari africani della diaspora provano a trasferire le loro competenze sul continente attraverso seminari educativi e workshop di formazione.

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Botswana – La miniera di Jwaneng di Debswana è un gigantesco calderone di polvere pallida, di due chilometri di diametro nel punto più largo, pattugliata ogni giorno da colossali camion da 300 tonnellate che lavorano sui pendii terrazzati.

Di proprietà condivisa tra De Beers e il governo del Botswana, è la miniera di diamanti più ricca del mondo. Eppure, i lavoratori dell’industria dei diamanti non condividono questa ricchezza, con salari medi che arrivano al massimo a 225 dollari al mese. A dispetto dell’enorme progetto, la disoccupazione nel paese è costantemente elevata e l’industria mineraria ormai quasi completamente meccanizzata non crea posti di lavoro.

Il Botswana Diamond Workers Union e il Botswana Power Corporation Workers Union hanno rivelato che le aziende nel settore della lucidatura dei diamanti stanno regolarmente infrangendo le leggi sul lavoro.

Secondo i delegati sindacali, i lavoratori sono sommariamente licenziati per reati minori e accuse non testate e la sicurezza sul luogo di lavoro è spesso compromessa. Le pratiche discriminatorie, attraverso cui le società diamantifere offrono maggiori vantaggi agli espatriati rispetto ai lavoratori locali, sono una dura realtà.

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Kenya – Quando si arriva nel campo profughi di Kakuma, nel nord del Kenya, si hanno solo i vestiti addosso e opzioni limitate per la sopravvivenza, secondo i dati dell’Ocha (United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs).

Alcune donne, attraverso la creazione di una rudimentale cooperativa, stanno provando a vendere coperte preparate a mano. Altre hanno costruito partendo dal nulla panetterie che ora permettono di far andare avanti le proprie famiglie. Il pane viene venduto in molte delle istituzioni del campo stesso, comprese le sue scuole.

Si guadagna poco meno di 300 dollari al mese, soldi che vengono investiti per il pagamento delle tasse scolastiche e per l’acquisto di beni di prima necessità per la famiglia.

Queste donne sono convinte che l’autosufficienza sia possibile, anche in un campo rifugiati. È fondamentale l’accesso al credito, il supporto legale per ottenere lo status di rifugiato e i permessi di lavoro dai governi ospitanti.

Aziende e attori governativi keniani stanno creando opportunità per aiutare i rifugiati a diventare autosufficienti in modo sostenibile, attraverso la logistica, l’illuminazione solare, il crowdsourced mapping.

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Sud Sudan – Il tonfo sordo di una noce di cocco lanciata contro una pietra piatta è il richiamo per i bambini attorno al tukul, alla casa dell’Africa orientale. È l’unico momento della giornata in cui il riposo è sacro.

Decine di migliaia di persone in Sud Sudan sono state uccise e più di 3,5 milioni sono gli sfollati. Donne e bambini hanno pagato un prezzo particolarmente alto negli scontri, con oltre due milioni di bambini sfollati, denunce di pulizia etnica e stupri perpetrati da tutte le parti in conflitto.

Mentre gli uomini combattono, molte donne vengono lasciate a casa con l’ingente peso sulle spalle della cura delle proprie famiglie. E allora camminano per ore alla ricerca dell’acqua per curare i campi e raccolgono frutti selvatici dagli alberi per riuscire a vendere prodotti agricoli.Lavorano in aziende secondarie per generare più reddito e lontano dalla linea del conflitto, sembrano difendere davvero il paese.

Oggi la maggior parte delle attività agricole e di pastorizia è rivolta alle donne. Il bestiame è molto importante per i gruppi etnici locali, poiché funziona come una sorta di valuta. Secondo il piano di bilancio nazionale approvato per il 2017/2018, il Sud Sudan ha investito solo il 3% della propria spesa complessiva per la garanzia di lavoro.

Nena News Agency “PRIMO MAGGIO. L’Africa nel lavoro delle donne, dei medici e delle miniere di diamanti” di Federica Iezzi

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8 MARZO. FOTO. Il cammino delle donne in Africa e Medio Oriente

Nena News Agency – 08/03/2018

Federica Iezzi ci porta in giro in Paesi dove le donne, affrontando ostacoli e problemi, molto spesso la lotta per la sopravvivenza, hanno accettato la sfida per la conquista dei diritti e della libertà

di Federica Iezzi

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Kenya – Nadine è la spina dorsale dello sviluppo dell’economia rurale nel distretto di Laikipia, in Kenya. La produzione agricola della sua piccola farm è un gioiello in una terra arida e infruttuosa. Instancabile, percorre ogni giorno lunghe distanze per trasportare acqua e raccogliere legna da ardere. I costumi sociali le hanno imposto per anni una limitazione alla partecipazione nei processi decisionali dell’attività agricola che porta avanti nella sua terra. Oggi è lei la regina indiscussa di un progetto agricolo autosostenibile.

La percentuale femminile di lavoro nella produzione agricola kenyana è salita al 40%. Rimane una lotta perpetua in una povertà ciclica. Le sfide storiche relative alla proprietà terriera in generale lasciano le donne in svantaggio. Gli studi condotti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, mostrano costantemente che le donne controllano meno terra e fanno molto meno ricorso a tecnologie. Si stima che se le donne avessero lo stesso accesso alle risorse in tutto il mondo, i loro rendimenti potrebbero aumentare fino al 30%, determinando una riduzione del sostentamento alimentare.

Asmara, Eritrea

Eritrea – L’Eritrea offre l’opportunità di studiare un movimento rivoluzionario moderno e di successo che ha fatto molto affidamento sui contributi delle donne sia come personale di supporto che come soldati di prima linea. Che ruolo hanno avuto le donne nell’indipendenza dell’Eritrea e quale ruolo giocano attualmente? Che ruolo gioca l’inclusione femminile nel creare una società civile? E in che modo l’aspetto generazionale del servizio militare femminile ha influenzato la percezione generale della donna?

A questo risponde la voce delle donne eritree. Oppresse da un servizio militare obbligatorio, comprensivo di addestramento, dall’età di 18 anni, che si estende spesso per decenni, non possono pianificare studi e vita sociale.

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Siria – Chi vorrebbe essere una donna ad Aleppo? La popolazione femminile della seconda città siriana si è trovata minacciata sia dagli omicidi dello Stato Islamico che dagli alleati russi del presidente, Bashar al-Assad.

Sta nuovamente cambiando l’aspetto di Aleppo. La frenetica ricostruzione su un territorio ancora pericolante tiene impegnati gli occhi occidentali.

La storia delle donne che hanno scelto di non andarsene non la racconta mai nessuno. Sono loro che rimangono, contro ogni aspettativa, per aiutare la città a sopravvivere. Sono state costrette ad affrontare ripetuti attacchi e tentativi di assassinio.

Le loro parole spezzano l’aria ‘Mi manca la mia vecchia vita. Mi manca cucinare e pulire casa per la mia famiglia’. Molte mamme temono perfino di mandare i loro figli a scuola. E allora siedono fuori dagli edifici scolastici tutto il giorno mentre i figli sono dentro. E ti ripetono ‘Se l’aula viene colpita, almeno muoio con loro’

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Iraq – Per le donne e i loro bambini vivere da rifugiati può essere particolarmente dura. Le donne che sono separate dalle loro comunità e dalle loro famiglie sono spesso esposte a un rischio più elevato di sfruttamento. Il problema è ulteriormente esacerbato da una debole protezione legale e una scarsa consapevolezza delle donne dei loro diritti. Con poco o nessun reddito regolare, queste donne e i loro figli, inoltre, affrontano una povertà schiacciante.

E’ quello che accade tutti i giorni agli sfollati interni e ai rifugiati iraqeni. Da più di dici anni fuori dalle loro case, non riconoscono una quotidianità. Le donne insegnano nelle scuole, curano negli ospedali, ascoltano le violenze nei centri qualificati. Portano avanti famiglie e tradizioni.

Hargheisa, Somalia

Somalia – Mogadiscio è un inferno vivente per le donne che lottano per nutrire i loro figli in mezzo a guerra, siccità, carestia e totale devastazione.

La Somalia è spesso descritta come un Paese senza legge, inghiottito in un conflitto che perdura da 20 anni. Uno dei maggiori rischi per la vita delle donne non è la guerra, ma la nascita. Le possibilità di sopravvivenza per una donna diminuiscono considerevolmente durante una gravidanza, a causa dell’assente assistenza prenatale, di forniture mediche inesistenti, della mancanza di infrastrutture. Il rischio di morire in seguito al parto è di una donna su 14. Uno dei tassi più alti al mondo, secondo solo all’Afghanistan.

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Palestina – Striscia di Gaza – Tre generazioni di donne nella Striscia di Gaza, nonostante violenze e soprusi, riescono a trovare ancora un motivo per sorridere.

La maggior parte di queste donne non sono mai state fuori da Gaza. Immortalate nei loro momenti privati, hanno una vita incredibilmente ricca. Lavorano, vanno a scuola, hanno speranze e sogni, sull’inumano sfondo del suono degli F16.

Quando si pensa alla striscia di Gaza, si immagina solo un posto lacerato e distrutto dalla violenza, ma allontanando le lenti dai passati conflitti si trovano esempi di forza e resilienza femminile. Molte delle sfide che affrontano le donne sono universali. Ma quando sei una ragazza a Gaza, la tua esistenza è definita dai suoi confini politici, culturali, letterali e metaforici. Nena News

Nena News Agency “8 MARZO. FOTO. Il cammino delle donne in Africa e Medio Oriente” di Federica Iezzi

 

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Un mondo spietato con i bambini, in Somalia

Il Manifesto – 03 gennaio 2018

REPORTAGE. Nel Paese con i più alti tassi di malnutrizione acuta e mortalità infantile del mondo, dopo un anno di conflitti in cui 5 milioni di persone sono rimaste prive dei servizi sanitari essenziali. La salute è un modo potente per uno Stato di esercitare la sua autorità. E spesso le guerre civili coinvolgono Nazioni che sono grandi beneficiarie di aiuti internazionali. La malattia non rispetta i confini di un Paese. Tra i chirurghi italiani che operano nella regione del Somaliland, abbandonata dall’OMS perché ‘autonoma’

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Hargheisa, Somalia – Mohamed Aden Sheikh Children Teaching Hospital

di Federica Iezzi

Hargheisa (Somalia) – La situazione umanitaria in Somalia continua a deteriorarsi per portata geografica e complessità. Secondo il recente report Somalia – Humanitarian Needs Overview 2018, più di sei milioni di persone – dunque metà della popolazione, compresi tre milioni e mezzo di bambini – hanno bisogno di assistenza e protezione umanitaria. Il numero di bambini con diagnosi di malnutrizione acuta è aumentato del 50% dall’inizio del 2017, sfiorando il milione. I tassi di «Malnutrizione acuta globale» si confermano al 17,4%, ben al di sopra delle soglie di emergenza, fissate dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

OLTRE 5,7 MILIONI DI PERSONE hanno bisogno di servizi sanitari di base, compresi i bisogni critici nella salute materna e infantile. Malattie prevenibili nella prima infanzia come diarrea, colera e morbillo continuano a mietere spietatamente vittime. Più di 20.000 casi sospetti di morbillo sono stati recentemente segnalati nelle aree di Nugaal, Mudug, Bari, Banadir e Lower Shabelle, l’84% di questi casi in bambini sotto i dieci anni.

E le promesse del governo di Mohamed Abdullahi Mohamed per il 2018, prevedono una campagna nazionale di vaccinazione contro il morbillo che si prefigge di raggiungere più di quattro milioni di bambini.

SE L’ATTIVITÀ VACCINALE è ormai ritenuta come affidabile indice di qualità di buona sanità in Occidente, nelle realtà rurali africane è considerata ancora un bene di lusso. E il governo di Mogadiscio, al momento, si classifica negli ultimi posti del panorama mondiale. La copertura vaccinale del tetano-pertosse raggiunge il 51%, per il morbillo è stata invece segnalata una copertura del solo 6% nel periodo neonatale.

IL SISTEMA SANITARIO SOMALO è stato significativamente sotto pressione per anni a causa dell’instabilità legata al conflitto civile, che affonda le sue radici negli anni ’90. Ulteriormente sovraccaricato durante il 2017 a causa di siccità, malnutrizione e malattie infettive, è stato contrassegnato da elevati tassi di morbilità e mortalità evitabili.

La mancanza di un servizio di epidemiologia completo e affidabile, ha reso difficile identificazione, valutazione e informazione sui focolai infettivi in tutte le regioni del Paese, con riscontro di lacune nella fornitura di servizi conseguentemente faticoso.

Per un bambino nato in Somalia, il rischio di morire è il più alto al mondo. Il tasso di mortalità dei bambini sotto i 5 anni è di 137/1000 nati vivi e il tasso di mortalità materna non è molto più rassicurante, è dello 0,7%.

Su più di mille strutture sanitarie in Somalia, quasi 300 sono inaccessibili o impraticabili. C’è meno di una struttura sanitaria per 10.000 abitanti. Persino questi numeri nascondono le significative disuguaglianze in termini di disponibilità di servizi sanitari nelle diverse aree del Paese.

Le stime attuali parlano di almeno cinque milioni di persone, rispetto ai 12 milioni della popolazione complessiva, senza accesso ai servizi sanitari essenziali. Almeno tre milioni di civili vivono in aree difficilmente raggiungibili dai corridoi umanitari, che cercano di far fronte al dramma di un Paese mai uscito dalla guerra, un Paese che cerca invano di opporsi al potere delle decine di milizie senza distintivo che amministrano il territorio.

NELLE AREE PIÙ COLPITE da conflitti e dislocamenti, la fornitura di farmaci essenziali e del materiale sanitario di base segue percorsi infiniti. Lo conferma il direttore internazionale del Mohamed Aden Sheikh – Children Teaching Hospital di Hargheisa, nella regione autonoma del Somaliland, il professor Piero Abbruzzese. «Il programma dell’ospedale – dice -, risultato della professionalità italiana, dovrebbe essere quello di autonomizzarsi almeno per le spese del personale e per le forniture mediche di base. Occorre ancora il supporto italiano invece per i programmi di teaching e per il reintegro di materiali di alta specializzazione». L’ospedale resta un punto di riferimento nell’intero territorio del Somaliland, incidendo tenacemente sulle politiche sanitarie del Paese.

La fornitura di servizi sanitari di base è ancora scadente per i circa 30.000 sfollati interni che abitano le regioni di Lower Shabelle e Galmudug. E considerando la grande portata degli spostamenti interni e la persistente siccità, gli sfollati interni delle aree di Doolow, Luuq, Baidoa, Marka, Bossaso, Garowe, Burco, Gaalkacyo e Buuhoodle, non hanno addirittura un accesso sicuro all’acqua.

L’impegno esclusivo con le istituzioni ufficiali, in realtà valuta male l’impatto politico di quegli aiuti internazionali che dovrebbero essere neutrali e apolitici.

La limitatezza di assistenza di base in quelle zone in cui la minima soglia di sicurezza non viene assicurata, alimenta il vortice della strumentalizzazione dell’accesso ai servizi sanitari, che sempre più spesso purtroppo etichetta il corso dei conflitti armati. E allora, il benessere diventa un modo ancora più potente per uno Stato di esercitare ed estendere la sua autorità. Spesso, i territori contesi nelle lotte civili, coinvolgono Nazioni catalogate come grandi beneficiarie di aiuti internazionali.

LE MALATTIE non considerano i confini di un Paese come limitazioni. Ne è un esempio evidente la regione indipendente del Somaliland, di fatto non riconosciuta come tale dalla comunità internazionale. Abbandonata totalmente, per esempio, dall’Organizzazione mondiale della sanità, che considera la sovranità di un Paese come prerequisito essenziale per l’accesso agli aiuti. Il risultato è una fetta di popolazione, che conta 750.000 persone rinchiuse nella soglia di povertà, esclusa da servizi igienici e sanitari, scolarizzazione, assistenza sociale.

Con programmi centralizzati che si dimostrano inefficaci e fallimentari, la cooperazione diretta con le giurisdizioni locali, sembra l’unica soluzione.

È proprio questo lo spirito su cui si basa il lavoro portato avanti dalla dottoressa Elisabetta Teruzzi, direttore f.f. della Chirurgia pediatrica dell’Azienda ospedaliero-universitaria Città della salute e della scienza di Torino, impegnata in una missione umanitaria al Mohamed Aden Sheikh – Children Teaching Hospital di Hargheisa. «Sono rimasta molto colpita dallo stato di indigenza in cui vive la popolazione del Somaliland – ci dice – e in particolar modo dalla mancanza dei basilari servizi igienici e sanitari. I bambini sono le persone che pagano di più in termini di malattie e istruzione, basti pensare che un bambino affetto da una patologia da trattare chirurgicamente, per poter essere assistito, non può che lasciare il Somaliland».

«Non esistono centri ospedalieri – prosegue Teruzzi – dove i piccoli pazienti vengano operati da chirurghi a loro dedicati e questo non solo in Somaliland, ma anche in tutto il territorio somalo e in quello della vicina Etiopia».

È INNEGABILE che l’intera Somalia abbia fatto rilevanti progressi nel rafforzare i suoi servizi sanitari, ma restano aperte notevoli sfide da affrontare: un maggior sostegno nelle voci di bilancio annuale, che al momento garantisce meno del 3% al settore sanitario, l’enorme divario tra le aree urbane e quelle rurali, la necessità di una maggiore professionalizzazione e la regolamentazione dei servizi.

Continua la dottoressa Teruzzi: «L’assistenza sanitaria è solo a pagamento presso cliniche fatiscenti. A una famiglia, composta mediamente da 6 o 7 figli, sottoporre uno di essi a una radiografia o a un’ecografia, costa dai 50 ai 100 dollari americani, l’equivalente di uno stipendio medio mensile. Tengo però anche a sottolineare che i medici e gli infermieri incontrati durante la missione umanitaria si sono rivelati tutti validi e preparati, anche se rassegnati alla situazione imperante. La speranza è quella di poter continuare a sostenere strutture di assistenza sanitaria, in cooperazione con le giurisdizioni ministeriali locali, in modo che tali strutture possano continuare ad esistere e lavorare dopo che le missioni internazionali abbiano concluso il loro intervento locale».

Il Manifesto 03/01/2018 “Un mondo spietato per i bambini, in Somalia” di Federica Iezzi

Nena News Agency “Un mondo spietato con i bambini, in Somalia” di Federica Iezzi

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Unione Europea-Unione Africana, belle parole e progetti inefficaci

Nena News Agency – 30/11/2017

Molti programmi europei in Africa, ideati per offrire formazione e incoraggiare le imprese locali, non hanno né corpo, né consistenza, né azioni concrete. Gli investimenti diretti esteri rappresentano solo il 3% del PIL africano

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di Federica Iezzi

Roma, 30 novembre 2017, Nena NewsE’ stato un summit di serrate discussioni su disoccupazione giovanile, sicurezza e soprattutto migrazione quello tra Unione Europea e Unione Africana che si è tenuto a inizio settimana ad Abijan, in Costa d’Avorio.

Tema ufficiale sono stati i giovani africani. L’incontro, arrivato ormai alla sua quinta edizione, è stato disegnato in un momento in cui la migrazione è in cima alle agende dei governi.

L’attenzione in codice, per le superpotenze europee, sono le paure sul numero di membri della popolazione africana, in rapida ed esponenziale crescita, che troveranno la loro strada verso l’Europa nei prossimi anni.

Secondo il presidente del Parlamento europeo, l’impatto sarà una ‘bomba demografica’. Risposta contraria arriva dalla politica estera dell’Unione Europea, secondo cui troppe mani in tutto il mondo si affacciano sull’incredibile energia e sul desiderio di cambiamento dell’Africa.

L’Unione Europea ha acquistato tempo, finanziando azioni per coprire le rotte del contrabbando di esseri umani trans-sahariano, fino ad arrivare a un accordo multimiliardario con la Turchia, atto a riportare indietro i migranti dalla black-road balcanica. Per finire con una manovra, l’Italia ne è protagonista, creata ad hoc ad arginare il flusso massiccio di migranti dall’Africa attraverso il Mediterraneo, costringendo i richiedenti asilo ad affrontare, senza diritti, condizioni inumane, fino alle torture vere e proprie, nei campi di detenzione in territorio libico.

Molti progetti europei di sussistenza a lungo termine in Africa, ideati per offrire formazione e incoraggiare le imprese locali, non hanno né corpo, né consistenza, né azioni concrete. Gli investimenti diretti esteri rappresentano solo il 3% del PIL africano, secondo le cifre mostrate dalla Banca mondiale.

Con potenze emergenti come Cina, Turchia, India e Singapore, che fanno ormai sempre più ingenti incursioni in Africa, Bruxelles cerca disperatamente una posizione da protagonista nel continente, decantando una leadership nei settori della tecnologia, della qualità, del know-how industriale e della formazione.

La verità è che l’approccio dell’Europa continua ad essere frammentario, con i singoli Paesi che cadono gli uni sugli altri nel perseguimento dei propri interessi e programmi. Il risultato è una strada lastricata di buone intenzioni, molte opportunità mancate e pochi successi. L’Europa non ha esercitato alcuna reale influenza politica ed economica sul futuro dell’Africa.

Il vertice è avvenuto dopo la reazione orripilata da parte di tutto il mondo riguardo le ‘aste umane’ battute tra i migranti in Libia. Dopo le pesanti denunce perpetrate da Medici Senza Frontiere e avallate dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, niente è cambiato nel sistema criminale libico di abusi nei confronti dei migranti, ancora tenuto in piedi dalla politica dei governi europei.

La risposta europea a tanta illegalità riguarda uno scarno programma di azioni poco consistenti, mirate a preparare i giovani nel trovare opportunità di lavoro, investendo nell’istruzione, nella scienza e nello sviluppo delle competenze, nell’ambito dei propri Paesi. Nena News

Nena News Agency “Unione Europea-Unione Africana, belle parole e progetti inefficaci” di Federica Iezzi

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KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta

Nena News Agency – 26/10/2017

Seggi aperti dalle 6 di questa mattina. Il Paese africano sceglie di nuovo il presidente dopo l’annullamento delle elezioni di agosto. Ma senza l’oppositore Odinga, che boicotta il voto, il risultato è scontato

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Nairobi, Kenya – Election graffiti in Nairobi commercial district

di Federica Iezzi

Roma, 26 ottobre 2017, Nena NewsIl Kenya torna a votare oggi dopo le massicce proteste nelle strade e le violenze, seguite alle elezioni presidenziali dello scorso agosto, annullate per irregolarità dalla Corte Suprema quando si attendeva la vittoria del capo dello stato uscente Uhuru Kenyatta, sull’oppositore Raila Odinga, il leader della National Super Alliance. Quest’ultimo si è poi fatto da parte lamentando la mancanza di una autentica riforma elettorale.

Come si è arrivati a questo punto?

All’inizio di agosto, il Kenya aveva votato per un nuovo presidente. Più di 15 milioni di persone hanno partecipato attivamente alla tornata elettorale. Per la prima volta è stato usato un nuovo sistema di votazione elettronico, volto ad evitare il rischio di brogli e voti non idonei. Tuttavia, nonostante il nuovo sistema in vigore, Odinga e sostenitori hanno contestato i risultati, che proclamano come vincitore Kenyatta, denunciando infiltrazioni alla banca dati dell’organo elettorale e dunque profonde manipolazioni di tutto il processo democratico.

Manifestazioni contro la vittoria di Kenyatta si sono susseguite in tutti i maggiori centri kenyani, secondo i rapporti diffusi da Amnesty International e Human Rights Watch. Quei report internazionali rafforzano le denunce degli attivisti locali e dei gruppi che difendono i diritti umani, i quali accusano la polizia kenyana di brutalità e omicidi extragiudiziali. Trentatré persone sono state uccise dalle forze di polizia nei giorni immediatamente successivi alla data del voto presidenziale di agosto.

Il portavoce della polizia Charles Owino non ha esplicitamente risposto alle denunce.

Sulle base delle accuse di frode elettorale formalizzate da Raila Odinga, la Corte Suprema ha perciò deciso di annullare il risultato elettorale, stabilendo una una nuova data entro 60 giorni. Prima al 17 ottobre, poi al 26 ottobre. Odinga in reazione ha perciò dichiarato che avrebbe partecipato alla nuova consultazione soltanto se le riforme elettorali da lui richieste sarebbero state attuate. A cominciare dalla sostituzione del capo della commissione elettorale.

Infine il 10 ottobre il leader del National Super Alliance si è ritirato dalle elezioni, a causa del mancato compimento delle riforme auspicate da parte dell’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC).

Poco dopo la decisione di abbandono di Odinga, il parlamento kenyano ha approvto una nuova legge elettorale, secondo la quale alla rinuncia di un candidato segue automaticamente la vincita del candidato contrapposto. Immediate sono state le proteste da parte dei sostenitori di Odinga che hanno colorato le strade kenyane.

Una nuova petizione è stata presentata alla Corte Suprema kenyana da attivisti per i diritti umani, secondo la quale l’attuale commissione elettorale non è pronta a verificare un sondaggio credibile.

Così mentre la macchina elettorale è in moto e i cittadini esprimono oggi la loro scelta, l’opposizione lancia nuovi pressanti appelli a boicottare il “voto vergognoso” non libero, nè giusto, dice. Il governo Kenyatta risponde invitando le persone ad esercitare il loro diritto democratico. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta” di Federica Iezzi

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LIBERIA. Il gol più difficile di George Weah

Nena News Agency – 18/10/2017

L’ex calciatore del Milan ha ricevuto il 39% dei voti alle presidenziali staccando di 10 punti il rivale Joseph Boakai. Non avendo però conquistato la maggioranza assoluta al primo turno, sarà il ballottaggio di novembre a decidere se sarà il nuovo presidente

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di Federica Iezzi

Roma, 18 ottobre 2017, Nena News – Dopo mesi di manifestazioni rauche, promesse e discorsi di nuovi inizi, e sotto l’occhio vigile di 148 osservatori internazionali dell’Unione Africana, dell’ECOWAS, della Carter Foundation e dell’Istituto Nazionale Democratico, si è concluso il primo passaggio di potere democratico in Liberia.

I sondaggi si sono chiusi con alcune segnalazioni di violenza, con conteggio quasi completo e incalzanti scommesse sul vincitore. Si cerca un successore ai 12 anni di potere del primo presidente donna del continente africano, Ellen Johson Sirleaf. Dunque dopo due mandati di sei anni, limite dettato dalla Costituzione, il Premio Nobel per la pace lascia il governo di Monrovia.

Sono più di due milioni di elettori registrati. E il 20% di questi è tra i 18 e i 24 anni. Venti i candidati presidenziali. Divide gli animi la candidatura dell’ex giocatore di calcio e pallone d’oro George Weah. Per la vittoria bisogna ottenere il 50% dei voti, più uno. Non c’è mai stato un chiaro favorito al primo turno.

Secondo gli ultimi conteggi nelle 15 contee, testa a testa tra George Weah, pedina del Congresso per la Democrazia e il Cambiamento, e l’attuale vicepresidente Joseph Boakai, del centrodestra Partito dell’Unità.

Con il 95% dei voti contati, la National Election Commission liberiana, ha comunicato che Weah domina le elezioni con il 39% dei voti, Boakai guadagna il 29% dei consensi. I risultati finali sono attesi entro il 25 ottobre. Secondo la legge elettorale in Liberia, se nessun candidato ottiene una maggioranza assoluta nel primo turno elettorale, seguirà un secondo turno tra i primi due candidati. Il secondo turno elettorale è fissato per gli inizi di novembre.

La campagna elettorale di Boakai è stata improntata su integrità e fiducia, con la promessa di aumentare la spesa pubblica per l’agricoltura e per promuovere la crescita economica, lo sviluppo e il miglioramento delle infrastrutture. Il Partito dell’Unità sta ancora godendo degli evidenti vantaggi del classico partito al governo, rafforzato da risorse statali e lealtà tribali. E sta ottenendo i maggiori consensi nelle contee di Lofa, Gbarpolu, Bong, Bomi, Cape Mount, Gbarpolu e Grand Gedeh.

Profondamente impopolare nella diaspora liberiana, l’ordine del giorno di Weah che prevede la creazione di un tribunale anticorruzione e il decentramento del potere parlamentare, permettendo al popolo liberiano di essere partner attivo nella governance delle singole comunità.

Spesso definita la più antica repubblica moderna del continente nero, nel 1847, la Liberia divenne la prima repubblica africana a proclamare l’indipendenza. Membro fondatore dell’organizzazione intergovernativa Società delle Nazioni, delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione dell’Unità Africana.

I suoi problemi iniziano nel 1980 quando, con un colpo di stato militare, viene rovesciato il governo Tolbert. Da quel momento partono 23 anni di crisi politiche e di guerre civili, che determinano la morte di almeno 250.000 persone e il crollo dell’economia nazionale. La pace non è tornata nel fragile Paese fino al 2003, quando l’allora presidente Charles Taylor si è dimesso a causa di un mandato d’arresto per i crimini di guerra, commessi mentre guidava le forze ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito nella vicina Sierra Leone.

La governance calma e misurata di Ellen Johnson Sirleaf, dal 2005 ha portato pace e stabilità nello stato dell’Africa Occidentale. Mentre oltre l’80% della popolazione continuava a vivere sotto la soglia di povertà, nel 2014 il Paese è stato schiacciato dall’epidemia di Ebola. Nena News

Nena News Agency “LIBERIA. Il gol più difficile di George Weah” di Federica Iezzi

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Il milione dello Yemen

Il Manifesto – 30 settembre 2017

Golfo. L’allarme della Croce Rossa: già 700mila i casi di colera, entro l’anno altri 300mila contagiati. Ci si ammala bevendo dai pozzi. E con gli ospedali distrutti o troppo lontani si muore nel proprio letto, senza nessuna assistenza. Quando per salvarsi basterebbe acqua pulita.

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di Federica Iezzi

Il colera è ovunque. L’ultimo preoccupante report del Comitato Internazionale della Croce Rossa afferma che l’epidemia di colera in Yemen è una spirale fuori controllo.

I casi sospetti hanno sfiorato i 700mila, più di 2mila le morti correlate alla malattia. Secondo quanto riferito in un briefing a Ginevra da Alexandre Faite, capo della delegazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Yemen, è verosimile che si raggiunga un milione di casi di colera entro la fine dell’anno.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità disegna un piano in cui i casi sospetti di colera ormai serpeggiano nel 95,6% dei governatorati, in particolare in 22 su 23 governatorati e 304 su 333 distretti.

SI CONTANO PIÙ DI 5MILA nuovi sospetti contagi ogni giorno. La malattia continua a diffondersi a causa del deterioramento delle condizioni igieniche e sanitarie e delle interruzioni dell’approvvigionamento idrico.

Più di 14 milioni di yemeniti sono stati tagliati fuori dall’accesso regolare all’acqua, per non parlare del servizio di raccolta di rifiuti interrotto in tutte le grandi città. Il tasso complessivo di mortalità nel paese è dello 0,31%, il più alto è nel governatorato di Raymah, a est. I governatorati più colpiti comprendono Amran, al-Mahwit e Hajjah, al nord, e al-Dhale’e e Abyan, al sud.

Il disastro umanitario in Yemen non accenna a placarsi. Il paese è imprigionato in una spirale di violenze e patimenti che irrompono nelle vite di civili inermi, senza risparmiare neppure anziani e bambini.

E PROPRIO AI BAMBINI sono riservati i numeri più crudeli: il 54,9% di possibilità di contrarre il colera. Il colera è un’infezione acuta diarroica che si diffonde attraverso cibo o acqua contaminati. Può essere efficacemente trattata con l’immediata idratazione e con il repentino ripristino dei normali livelli di sali minerali nell’organismo, ma senza trattamento può risultare fatale.

LO YEMEN È DA ANNI teatro di una spietata guerra, capitanata ardentemente dalle forze militari di Riyadh. Mentre le morti da combattimento ottengono sporadicamente attenzione, i risultati indiretti del conflitto rimangono celati.
L’epidemia di colera, la malnutrizione incalzante, l’aumento delle morti da malattia infettive curabili, rimangono i più grandi assassini.

L’acqua che arriva nelle case è contaminata e la gente non la beve più. Si incontrano grossi serbatoi, spesso vuoti, su quelli che un tempo erano i marciapiedi delle strade principali delle città, ma non c’è approvvigionamento regolare. Nel governatorato di Hajjah, la gente beve acqua contaminata da pozzi e cisterne.

E la situazione è in peggioramento nel distretto di Abs, nel governatorato di Hajjah, nel nord dello Yemen. Qui nel mese di agosto è stato colpito l’ennesimo ospedale, sostenuto da Medici Senza Frontiere, che trattava i casi di colera.

IL DISTRETTO DI ABS ospita il numero più alto di sfollati interni, ma la maggior parte delle strutture sanitarie non funziona. Non ci sono né personale medico né attrezzature, né forniture sanitarie di base.

In 49 distretti, non ci sono medici. Almeno 30mila operatori sanitari locali non hanno ricevuto i loro stipendi da più di un anno, 3.500 centri medicali non hanno ricevuto fondi per il regolare rifornimento.

Quasi tutte le strutture e i servizi sanitari del paese hanno raggiunto livelli di cedimento irreversibili, non sono in grado di rispondere alla crescente necessità della popolazione, non sono in grado di affrontare malattie e traumi legati alla guerra. E, tuttora, molti ospedali vengono utilizzati illegittimamente come presidi militari.

LA MAGGIORPARTE della gente rimasta nelle proprie case non può permettersi nemmeno il trasporto dalle aree rurali ai centri medici più vicini. E allora diarrea, vomito, lento e tormentato spegnimento: si muore di colera in casa.

Nel suo piano di affrontare la malattia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha previsto la distribuzione di vaccini per contenere il colera e sradicare il 90% dei casi entro il 2030. Ma contenere un’epidemia di tale entità è estremamente difficile e le probabilità di perdere sono molto elevate.

Secondo il Cholera Emergency Operations Centre, i partner umanitari in Yemen supportano 250 centri di trattamento, con più di 4mila posti letti e almeno mille punti di reidratazione orale in 20 governatorati. Una campagna di sensibilizzazione porta a porta continua a coinvolgere 40mila volontari, raggiungendo circa 14 milioni di abitanti persone.

Ma il 12% dei distretti in Yemen è ancora classificato come estremamente difficile da raggiungere, tra questi Marib, al-Jawf, Sa’ada, Hajjah, Taizz, al-Bayda. E più di 1,7 milioni di persone, in questi distretti, ha urgente necessità di assistenza umanitaria.

SECONDO I DATI DIFFUSI delle Nazioni Unite, più di 10mila persone sono state uccise dal conflitto, almeno 50mila sono i feriti e i disabili, 1,6 milioni di civili sono stati costretti ad abbandonare il paese e 3 milioni sono gli sfollati interni.

Gli anni di sanguinari abusi hanno trasformato l’agonizzante Yemen nel più grande bacino di insicurezza alimentare. In base ai dati diffusi dalla piattaforma Humanitarian Needs Overview, circa 20 milioni di persone hanno bisogno di assistenza o protezione.

Di questi, per almeno 9 milioni, il bisogno si trasforma in impellente urgenza. Inoltre 17 milioni di persone non si alimentano adeguatamente.

E tra questi, quasi due milioni sono bambini e un milione sono donne in gravidanza. Direttamente correlata alla mancanza di cibo è la malnutrizione: più di 400mila bambini sotto i cinque anni sono affetti da malattie connesse alla malnutrizione acuta.

Il Manifesto 30/09/2017 “Il milione dello Yemen” di Federica Iezzi

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