Voices from Bosnia

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Bihać – Bira refugees centre

On Oslobođenje 21/01/2019

di Federica Iezzi

Bihać – The answers also come from the broken spirits and the bruised bodies of people like Maned.

A jacket of some size larger, a bag on the shoulders, an hand always stretched towards those who are more in difficulty.

Maned has traveled for miles to reach with his family Bihać.

“We walked for 15 hours a day, every day. Our journey started in 2015 in Herat “, he tells us. With a bus from Kabul they reached the city of Zaranj, in the southwestern afghan province of Nimroz, on the border with Iran and Pakistan. “We traveled with 20 other people, we passed the iranian border at Pul-e-Abrisham and then the border with Turkey, to reach the eastern turkish Van province”. The journey continues on foot, following traffickers, to the western turkish city of Edirne, on the border with Greece. “We spent a year trapped in Idomeni, in wet tents and unofficial camps. Then the transition to the Macedonian town of Lojane, a receptacle of traffickers and corruption, on the northeastern border with Serbia. For another year we were rebounded from one refugees camp to another in Serbia”. From Serbia to Bosnia the last obstacle is the city of Zvornik, on the Drina river. Defeated by fatigue and pain, stripped of his last savings, he says “I’m an engineer and I’m not working since 2015”.

How do smugglers get paid? This is one of the most interesting of the findings.

Migrant families don’t pay the money directly to smugglers, they pay the money to a third party, usually a money handler, normally in one of the main bazaars in Kabul. The money is only released by that third party to the smuggler once the migrant has arrived safely in his or her country of destination. So think about this, there is a money-back guarantee on smuggling. If you don’t make it to your destination safely the smuggler gets nothing. The money taken from the third party, from the money handler, goes back to the family and the whole deal is called off. This is how it works in Afghanistan.

Oslobodjenje ‘Migrantske rute su i rute trgovaca ljudima’


On Oslobođenje 14/01/2019

di Federica Iezzi

Bihać –  Usman can’t walk for more than half an hour without stopping. It is the sad result of croatian police violence on the refugees. “I walked tirelessly from Lashkar Gah”.

In the last weeks the italian NGO One Life ONLUS, in Bosnia and Herzegovina, has regularly treated patients, sometimes even women and small children, with wounds allegedly inflicted by state authorities when attempting to cross into Croatia, where, according to their testimonies, their claims for asylum and protection are regularly ignored.

Painful arms and legs, with visible bruises under the clothes and under the covers, are the news masks of the harsh Bosnian winter.

“I left Bira refugees centre, in Bihać, in the afternoon. It is an open camp”, Usman tells us. At the entrance to the field there is an almost frenetic coming and going of people.

“I stayed out all afternoon, I had my backpack with me, so maybe someone understood that I wanted to try to play – The Game -. I walked until Velika Kladuša”. From the north-western city of Bosnia, the border with Croatia is two kilometers away.

“At the border I was beaten by policemen”. Usman has extensive bruises on his leg, back and face.

The staff of Bira refugees center in Bihać know the stories like Usman one. They keep the bed for 48 hours for people who try to cross the border: it is sufficient time to understand if they can pass or if they are sent back.

After repeatedly being pushed back or forced to return to Bosnia on their own, asylum seekers find themselves in settlements such as open fields and squats while formal government camps are full.

“The use of violence is clearly not acceptable. It’s not acceptable under European human rights law, it’s not acceptable under international human rights law and it is to my mind also, not necessary.  It is possible to control borders in a strict matter without violence”, tell us dr Federica Iezzi, president of italian NGO One Life ONLUS.

Oslobođenje ‘Čemu nasilje policije nad izbjeglicama?’

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I manganelli croati sui sogni dei migranti

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Il Manifesto – 29 dicembre 2019

REPORTAGE. Arrestiamo umani. Braccia e gambe doloranti, con lividi visibili sotto vestiti e coperte: preda dei populismi, la fallimentare politica europea in tema di accoglienza sta affondando nelle fredde colline boscose del confine nord-occidentale della Bosnia con la Croazia

di Federica Iezzi

Sarajevo – Usman non riesce a camminare per più di mezz’ora senza doversi fermare. «E pensare che ho camminato senza sosta da Lashkar Gah». È il triste risultato dei manganelli della polizia croata sulle ossa dei rifugiati, già segnate dal freddo, dopo l’ennesimo sforzo infruttuoso di attraversare il confine croato-bosniaco.
Braccia e gambe doloranti, con visibili lividi sotto i vestiti e sotto le coperte: nuove maschere del rigido inverno bosniaco.

«SONO USCITO DAL CENTRO di accoglienza di Bira, a Bihac, di pomeriggio. Lì sei libero di farlo», ci racconta Usman. In effetti all’accesso al campo si assiste a un via vai quasi frenetico di ragazzi poco più che sedicenni, che arrivano al bar accanto e che tornano con burek e coca cola. «Sono rimasto fuori tutto il pomeriggio, avevo portato con me lo zaino, quindi forse qualcuno ha capito che volevo provare ad attraversare il confine. Ho camminato fino a Velika Kladuša». Dalla città nord-occidentale della Bosnia, la granica, il confine come lo chiamano i bosniaci, è a circa due chilometri.

Poco lontano dalla fila di auto regolari, popolate da famiglie regolari, che entrano in una Croazia pronta a difendere con ogni mezzo lecito e illecito il suo posto in Unione europea, spuntano le distese di reti e filo spinato, provviste di schieramenti di polizia, pronti a mandare indietro chi cerca irregolarmente di metter piede in terra croata.

LA CROAZIA È DAL 2015 governata dall’Unione Democratica Croata, partito nazionalista che onora i criminali di guerra, condannati per la pulizia etnica durante il conflitto degli anni ’90 nell’ex Jugoslavia, e che ha represso i molteplici crimini del regime fantoccio nazista croato, durante la seconda guerra mondiale. Il Paese sta attualmente spingendo per l’ammissione nella zona Schengen dell’Unione europea, e cerca di dimostrare di poter mantenere le sue frontiere sicure. Per cui il corredo dell’ingresso illegale è la violenza.

«Al confine sono stato picchiato dai poliziotti». Usman ha estesi ematomi su una gamba, sulla schiena e sul viso. Difficile non credergli. Difficile pensare che quel segno profondo sulla coscia non sia opera di un manganello.
Il personale del Bira refugees centre di Bihac conosce ormai a memoria le storie come quella di Usman. Mantengono il posto letto per 48 ore ai ragazzi che tentano di attraversare il confine: è un tempo sufficiente per capire se riescono a passare o se vengono mandati indietro. Se i ragazzi tornano dopo le fatidiche 48 ore, è vero che avranno perso il loro posto letto nella loro tenda, ma passeranno comunque le notti in brandine. Nessuno viene lasciato fuori. In realtà nessuno sente «proprio» quel luogo.

SONO SEMPRE PIÙ NUMEROSE le denunce per violenze e furti da parte delle forze dell’ordine croate, durante le espulsioni sommarie dal Paese.
Il Ministero dell’Interno croato respinge con fermezza ogni accusa, dichiarando semplicemente che l’Unione europea ha incaricato gli Stati membri di adottare tutte le necessarie misure legislative e amministrative interne, per contrastare i movimenti migratori. I funzionari dell’Unione europea, pur richiedendo controlli di frontiera più rigorosi, enfatizzano un approccio internazionale riguardo il trattamento umanitario verso migranti e rifugiati.

Nel frattempo, in questa spirale di dispute, senza vincitori né vinti, migliaia di migranti rimangono imbottigliati dentro e intorno alla cittadina nord-occidentale bosniaca di Bihac, prima di quest’anno conosciuta solo dagli amanti del rafting sul fiume Una.

FINO A 200 MIGRANTI continuano ad arrivare ogni giorno nell’area di Bihac. Nel Bira refugees centre ogni giorno inizia con la lotta per le scarpe e con la fila infinita per la colazione.

Secondo i dati diffusi dal Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, nel 2018 la sola Bosnia ha registrato l’ingresso di oltre 27.000 rifugiati e migranti, molti dei quali provenienti da Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, Pakistan, Yemen, Africa del nord.
FARIDEH ARRIVA DALLA CITTÀ curda di Hamadan, in Iran. È rimasta per due anni in Serbia, principale punto di partenza verso gli stati dell’Unione europea, per chi attraversava la rotta balcanica, senza visto d’ingresso. Dal 2015 il confine settentrionale della Serbia con l’Ungheria è stato sigillato da una recinzione, per cui il flusso migratorio ha virato verso la Bosnia. I volontari medici dell’italiana One Life Onlus, che opera in Bosnia-Erzegovina a fianco dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, stanno visitando sua figlia Asma al Sedra refugees camp, uno dei due centri di accoglienza allestiti a Bihac, insieme al Bira refugees centre.

«NON C’È SPERANZA di passare» ci dice Farideh, con lacrime di disperazione e vergogna negli occhi. La fallimentare politica europea incapace di riconciliare la realtà populista anti-immigrati con la lotta umana per una dignità di sopravvivenza, è affondata nelle fredde colline boscose, lungo il confine nord-occidentale della Bosnia con la Croazia.

Le risposte arrivano anche dagli spiriti spezzati e dai corpi contusi di persone come Maned. Un giaccone di qualche misura più grande, una grossa busta sulle spalle, una mano sempre tesa verso chi è più in difficoltà.

In queste ultime settimane una coltre spessa di neve nasconde case, strade e montagne. La Bosnia appare così impervia, eppure nei -9 gradi del nord, gruppi di migranti e rifugiati si fanno largo tra i banchi di nebbia e le tormente di neve.

Maned ha percorso chilometri di manti ghiacciati all’alba, su tratti desolati, fuori dai centri abitati e dalle mappe stradali, per giungere con la sua famiglia a Bihac, teatro di orrendi combattimenti durante la guerra che ha travolto l’ex Jugoslavia nei primi anni ’90.

«ABBIAMO CAMMINATO per 15 ore al giorno, ogni giorno. Il nostro viaggio è iniziato nel 2015 da Herat» ci racconta.
Con un autobus da Kabul hanno raggiunto la città di Zaranj, nella provincia sudoccidentale afgana di Nimroz, al confine con Iran e Pakistan. «Abbiamo attraversato insieme ad altre 20 persone prima il confine con l’Iran a Pul-e-Abrisham e poi il confine con la Turchia, per entrare nella provincia orientale turca di Van».
Il viaggio continua a piedi, al seguito di trafficanti, fino alla città occidentale turca di Edirne, al confine con la Grecia. «Abbiamo trascorso un anno intrappolati a Idomeni, in tende umide e campi non ufficiali. Poi il passaggio in Macedonia, fino alla cittadina macedone di Lojane, ricettacolo di trafficanti e corruzione, al confine nordorientale con la Serbia. Per un altro anno siamo stati rimbalzati da un campo rifugiati all’altro in Serbia».

DALLA SERBIA ALLA BOSNIA l’ultimo ostacolo è la città di Zvornik, sulle rive del fiume Drina. Sconfitto dalla stanchezza e dal dolore, spogliato dei suoi ultimi risparmi, ci dice «Sono un ingegnere e dal 2015 non lavoro».

Chiediamo a Maned come vengono pagati i contrabbandieri. Il sistema è totalmente differente rispetto a quello usato dai migranti africani, per esempio. In Afghanistan il denaro per il viaggio viene affidato ad un cambiavalute, spesso nei bazar di Kabul.

«Il pacchetto di denaro viene consegnato al contrabbandiere solo se il migrante arriva in sicurezza nel Paese di destinazione prescelto, altrimenti l’accordo viene annullato e il denaro torna nelle tasche del migrante».

C’è dunque una sorta di garanzia di rimborso sul contrabbando. Continua «Come si sta in Italia? Mi hanno chiesto 4.000 euro per raggiungere Trieste o Milano».

Il Manifesto “REPORTAGE. I manganelli croati sui sogni dei migranti” di Federica Iezzi

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Crossing the border is the beginning of the story

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On Oslobođenje 27.11.2018
Interview to Federica Iezzi by Edin Salčinović

 

Why you joined the humanitarian mission?

I’m following the balkan route from august 2015, when I worked in sanitarian field in Gevgelija, Macedonia.
Despite declarations by governments that improvements need to be made to peoples’ immediate conditions, this is far from happening today.
Between March and August 2015 transit countries try to adapt to the unexpected and significant increase in arrivals with reactive policies. For example, due to the influx of people, Macedonia changed its ‘Law on Asylum and Temporary Protection’. Migrants now must obtain a document that allows them to legally transit through and leave the country within a period of 72 hours.
These policies represent cynical complicity in the organised business of reducing human beings to merchandise in human traffickers’ hands.
The recent rise in people using Albania, Montenegro, Bosnia and partly Serbia as a new transit route to reach Western Europe, re-opening the European migration policies dilemma.
That’s why with the italian NGO ‘One Life ONLUS’ we are supporting in sanitarian aspect the migrant needs.

 

With what you’ve been facing since coming to Bosnia?

Last october, with One Life ONLUS, I start an official collaboration with IOM (International Organization for Migration), already present in Bihać and Velika Kladuša refugees camps.
From the 2016 EU-Turkey deal, what we have seen in Greece, in France, in the Balkans and beyond, are a growing trend of border closures and push backs.
This agreement created in March 2016 meant to ensure the deportation of almost all asylum seekers arriving in Europe, and has seen thousands of people stranded in legal limbo in squalid conditions.
Blinded by the single-minded goal of keeping people outside of Europe, European funding is helping to stop the migration flows, but this policy is also feeding a criminal system of abuse.
All people need access to protection, asylum and increased voluntary repatriation procedures. They need an escape to safety via safe and legal passage, but to date, only a tiny fraction of people have been able to access this.

 

Infectious diseases still represent an important cause of morbidity and mortality. Are migrants at risk of infectious diseases?

The most frequent health problems of newly arrived refugees and migrants include infectious diseases, accidental injuries, hypothermia, burns, gastrointestinal illnesses, cardiovascular events, pregnancy and delivery related complications.
Vulnerable individuals, especially children, are prone to respiratory infections and gastrointestinal illnesses because of poor living conditions, suboptimal hygiene and deprivation during migration, and they require access to proper health care. Poor hygienic conditions can also lead to skin infections.
In spite of the common perception of an association between migration and the importation of infectious diseases, there is no systematic association. Communicable diseases are associated primarily with poverty. Migrants often come from communities affected by war, conflict or economic crisis and undertake long, exhausting journeys that increase their risks for diseases that include communicable diseases, particularly measles, and food and waterborne diseases.

 

How do economic crises affect migrants’ risk of infectious disease?

When people are on the move and reach geographical areas different from those of their home country, they are more likely to experience disrupted or uncertain supplies of safe food and water, especially under difficult and sometimes desperate circumstances. In addition, basic public services, such as electricity and transport, can break down. In these conditions, people may be more prone to use inedible or contaminated food ingredients, cook food improperly or eat spoilt food. Refugees and migrants typically become ill during their journey, especially in overcrowded settlements. Living conditions can lead to unsanitary conditions for obtaining, storing or preparing food, and overcrowding increases the likelihood of outbreaks of food- and waterborne diseases.

 

Could act of migration be viewed as an opportunity for improving health – for example, through ensuring immunisation for people from countries with disrupted services.

Basic water, sanitation and hygiene standards are frequently not met during the journeys of refugees and migrants. Border or arrival points frequently lack sufficient numbers of sanitation facilities and washrooms; drinking-water is often not available in sufficient amounts, and the origin is unknown or water is untreated; hand-washing with soap and personal hygiene, including laundry, is often compromised. Waste bins and regular removal of waste in reception centres are insufficient, posing additional health threats for migrants, as flies, mosquitoes and rodents readily find breeding places.
It is important to prevent the development and spread of foodborne and waterborne diseases among refugees and migrants, especially during their stay in camps, where these diseases can easily attain epidemic proportions, especially in spontaneous settlements.
Access to sanitary facilities, including hand-washing, and sufficient amounts of safe drinking-water is critical for the prevention of food- and waterborne diseases, and water, sanitation and hygiene facilities at border points and reception centres should be thoroughly assessed.
Despite the widespread availability of vaccines in all countries of the Region, many people are opting not to avail themselves of the benefits of immunization due to misconceptions about vaccines. For others, access to vaccination services may be problematic.

 

Winter comes. Do the refugees in the camps in Bihać and Velika Kladuša have adequate living conditions?

The needs of refugees and the internally displaced are significantly higher during winter.
With One Life ONLUS, I’m deeply worried at the situation of refugees and migrants faced with harsh winter conditions across Europe. We have stepped up our assistance in several countries, including Bosnia.
Saving lives must be a priority and we urge States authorities across Europe to do more to assist and protect refugees and migrants.
Thousand refugees, asylum-seekers and migrants living in Bosnia, are now accommodated in heated government shelters. However, we are concerned at the situation of refugees who still stay rough in inadequate informal sites on the borders.

 

Who is responsible for this situation?

Three years since the start of the European refugee crisis, the continent’s politics are still convulsed by disagreements over migration.
The European Union’s immigration policy is a failure and was the greatest mistake made and will only pave the way for a humanitarian catastrophe.
We strongly reiterate our call to increase safe pathways for the admission of people in need of protection, including via resettlement, family reunification, private sponsorship and other mechanisms to provide a viable alternative to irregular movement and reliance on human smugglers.
The last EU-Turkey deal threatens the right of all people to seek asylum and violates your obligation to assist them.
Pushing people back to their country of last transit transforms asylum into nothing but a political bargaining chip to keep refugees as far away from European borders and the eyes of the European voting public as possible. Today, there is virtually no option left for people to safely reach European shores to claim asylum.
This deal is sending a troubling signal to the rest of the world: countries can buy their way out of providing asylum. If replicated by many nations, the concept of refugee will cease to exist. People will be trapped in warzones unable to flee for their lives, with no choice but to stay and die.

 

Do you think that Bosnian politicians could do more for refugees?

Last year, there were fewer than 1.000 migrant arrivals to Bosnia, but this year the Balkan country has seen at least 14.000.
In Velika Kladuša, a makeshift field camp on the outskirts of the town is home to about 800 people. Basic tents made from wooden sticks and tarpaulin provide temporary shelter for those planning a crossing, and those arriving back from violent returns.
In nearby Bihać, about 2.000 people are living, 30 to a room, in the concrete shell of a half-built building, left uncompleted by the bosnian war.
And other refugees camp are under construction.
The numbers heading north from Greece via Albania, Montenegro and Bosnia have considerably increased since last year, with Bosnia now struggling to provide accommodation and food to around 14.000.
It has put a particular strain on Bosnia, still in the long process of recovery from a 1992-95 war that killed 100.000 people and left the country divided along ethnic lines.
Bosnians memories of war and deprivation are still fresh, some residents have been quick to help, organising volunteers and donating food and clothes. But the situation has stirred fear and prejudice in others.
Dozens of local councillors and mayors from northwestern Bosnia staged a protest over the state’s handling of the situation. They are not against migrants, but they ask the Council of Ministers to find adequate accommodation and to get them off the streets.

 

While I was with migrants, they was constantly asking: “Will border be open?”. What do you think about that?

Croatia’s border with Bosnia stretches for several hundred miles and is porous, but getting across the border is just the start of the game.
Those, with the 2.500 dollars smugglers charge for the trip to Italy, spend a week or more walking, sleeping in the day and moving by night, attempting to stay inside forested areas and avoiding roads and villages. Often, they are found by Croatian police close to the border with Slovenia, driven to the Bosnian border and unceremoniously shoved back.
Croatia is not part of the Schengen zone of free movement inside the EU, but hopes to accede to it soon, and as such is keen to prove it can police the EU’s external border. Croatia, governed by the alliance HDZ-Most since January 2016, thus began to protect the EU’s external borders, frequently resorting to illegal rejection and violence.
Amnesty International, as well as a number of Croatian non-governmental organisations and media, have documented cases of police using disproportionate force. The use of violence is not an exception, but a consolidated practice.
Minister of the Interior Davor Božinović has declined all responsibility, emphasising the need to control the borders and fulfill the technical conditions set by the European Union to enter the Schengen area, which Croatia hopes to access in 2019. The insistence on respect for the law in stopping the flow of what are now called ‘illegal migrants’ contrasts with the behaviour of the police, which uses violence and sabotages the right to asylum outside any form of legal legitimacy.

 

Many migrants want to come to Italy. Is Italy a good country for them?

UN was alarmed by recent anti-migrant violence in European countries like Germany, Austria and Italy.
Italians of all political persuasions are irritated by the way immigration has been mismanaged.
Italy’s interior minister, the leader of the hardline anti-immigration policy, has been accused of fomenting intolerance and hatred towards migrants with his uncompromising rhetoric. As head of the hard-right Lega Nord party, he made bold promises during Italy’s election campaign earlier this year to kick out half a million migrants. But rhetoric has fallen far short of reality.
A lack of bilateral agreements with source countries, making it hard to send some nationalities back home, as well as the time it takes to process migrants’ requests for asylum and the appeals they are entitled to lodge if rejected.
The insane decision to close Italian ports to NGO rescue vessels had had devastating consequences for vulnerable people.
Salvini’s rise to power has heightened concerns in Italy about the escalation of racist and xenophobic violence in the country.

 

Right-wing politics are in expansion in Europe. Is that dangerous?

Across Europe, nationalist and far-right parties have made significant electoral gains.
The joint programme for italian government includes plans for migrants mass deportations, in line with the strong anti-immigration stance.
From its beginnings, as an anti-euro party, the far-right Alternative for Germany has pushed for strict anti-immigrant policies.
A far-right party in neighbouring Austria has vowed a hard-line on immigration.
The anti-immigration Sweden Democrats made significant gains in the last general election. The party has its roots in neo-Nazism.
The french far-right National Front is opposed to EU and blames Brussels for mass immigration.
Last april, Hungary’s Prime Minister Viktor Orbán secured a third term in office with a landslide victory in an election dominated by immigration.
Although it fell a long way short of a majority, the anti-immigrant Slovenian Democratic Party was the largest party in 2018 general election.
Here the disastrous european landscape.

Oslobodenje “Prelazak granice je početak priče”

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Migranti sulla rotta balcanica

Mentinfuga – 08/11/2018

INTERVISTA a Federica Iezzi a cura di Pasquale Esposito

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Campi rifugiati a Bihać, nel nord della Bosnia-Erzegovina

Gli esseri umani, per sfuggire alle loro sofferenze causate da guerre, regimi dittatoriali, dalla povertà e dai cataclismi climatici, continuano a migrare. Quasi tutti i paesi oramai non provano nemmeno a trovare soluzioni, si adoperano solo per respingerli. Con Federica Iezzi, cardiochirurgo pediatrico e curatrice di un sito web di informazione (federicaiezzi.wordpress.com), parliamo della rotta balcanica e della situazione in alcuni campi al confine bosniaco-croato.

 

Prima di entrare nel vivo della nostra intervista vorrei chiederle di riepilogare, a beneficio di tutti, e per comprendere meglio il livello di chiusura che stiamo adottando, la collocazione dei muri anti-migranti in Europa

Mentre i governi europei sono riusciti ad arginare il flusso migratorio attraverso il Mediterraneo verso l’Europa, esiste purtroppo una vergognosa mappa di muri eretti sui confini di ciascun Paese della comunità europea.
Si inizia nell’agosto 2015 con la Bulgaria di Plevneliev e del muro lungo 269 chilometri che corre lungo il confine con la Turchia. Solo un mese dopo si continua con le immagini strazianti del muro di cemento e filo spinato e delle violenze nell’Ungheria di Orbán.
Nel 2016 è stata la volta della Slovenia che ha iniziato ad innalzare i suoi pannelli anti-migranti a Gruškovje e Obrezje. In tutto sono stati complessivamente dispiegati più di 180 chilometri di filo spinato dal valico di Gibina fino alla valle del fiume Dragogna in Istria, a difesa del confine esterno di Schengen.
Nell’aprile del 2016 l’Austria ha presentato ufficialmente il suo muro contro i migranti. E nel novembre dello stesso anno anche la Macedonia ha completato il suo muro, accuratamente sormontato da filo spinato, con il confine greco.
A questi si sono uniti Francia e Gran Bretagna con il grande muro di Calais, voluto dal governo di Londra per impedire ai migranti il passaggio dalla Francia.
Il quadro si completa con la Norvegia che ha aumentato i controlli alle frontiere e agli arrivi dei traghetti da Germania, Svezia e Danimarca. Rinforzo delle ispezioni e imposizione di misure severe anche in Belgio e Slovacchia.

La rotta balcanica che avrebbe aperto le porte all’Europa ancora nel 2015 vedeva transitare centinaia di migliaia di donne, bambini e uomini in fuga da guerre e miseria. Nel 2016 quando l’Unione europea ha chiuso un accordo miliardario con la Turchia si è teoricamente chiusa, ma di fatto il flusso migratorio non si è arrestato del tutto. Ora che gli ultimi governi italiani e l’Ue bloccano i migranti del Mediterraneo, i flussi migratori hanno ripreso pesantemente la strada della Spagna ed è nuovamente tornata alle cronache la rotta balcanica. È dì questi giorni la tensione al confine tra Bosnia e Croazia. Lei attualmente in quale area sta portando il suo aiuto?

Il flusso migratorio non si è mai arrestato. Alla chiusura di vecchi itinerari, è seguita l’apertura di nuove rotte.
L’Unione Europea versò nel 2016 tre miliardi di euro di aiuti nelle casse turche, per la sola gestione dei campi profughi. Per completezza di informazione la maggior parte di questi campi è non ufficiale, quindi tuttora i profughi al loro interno non hanno diritto a ricevere nessun sostegno da parte del governo Erdoğan. Inoltre l’Unione Europea ha mobilitato fino a un massimo di altri tre miliardi di euro entro fine 2018.
Continuano ad esserci forti difficoltà nel valutare l’impatto dei fondi investiti. Basti pensare che fra i canali di finanziamento sono finite anche forniture militari.
Attualmente, con l’organizzazione non governativa, One Life ONLUS, stiamo affiancando negli interventi sanitari, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), nel cantone di Una-Sana, nell’area nord-occidentale della Bosnia-Erzegovina, al confine con la Croazia.
Le stime formali parlano di circa 3.000-3.500 migranti nell’area compresa tra le due città di confine bosniaco-croato di Bihać e Velika Kladuša.
Gli arrivi e le partenze cambiano repentinamente ogni giorno, per cui la più grande sfida rimane la sistemazione ufficiale. Abbiamo attraversamenti irregolari di confine e altrettanti violenti respingimenti in Croazia ogni giorno.

Vuole raccontarci quale atmosfera c’è tra i migranti, come dialogano tra di loro viste le culture e le lingue diverse, come sopravvivono? E le forze dell’ordine e i militari come si comportano?

I migranti in Bosnia sono per lo più provenienti da Afghanistan, Pakistan, Siria e Iraq, qualcuno dal Sahel dopo aver attraversato la rotta di Agadez. Di questi, la metà sono bambini tra i due mesi e i 16 anni. Alcuni con le mamme, altri sono soli, altri ancora sono accompagnati da amici di famiglia.
La sopravvivenza è legata al rispetto delle loro tradizioni. Ciascuna vita si interseca con l’altra. Non si avvertono distinzioni di etnia e religione.
I racconti sono amaramente comuni. Il viaggio spesso è fatto in silenzio, così nessuno può capire dall’accento la provenienza. Non si hanno notizie riguardo la propria famiglia per giorni, mesi. Né i propri parenti conoscono i luoghi dove sei. E questo è già sufficientemente inumano. Nonostante ciò ognuno di loro cerca di rendere normale la quotidianità. E io stessa mi chiedo come si fa a non essere esasperati.
I campi a Bihać e Velika Kladuša sono presidiati dalla polizia bosniaca. Piccole unità all’ingresso di ogni campo, come controllori dei movimenti.
A causa della mancanza di alloggi ufficiali, la protezione e la sicurezza diventano una preoccupazione. La vulnerabilità delle persone spesso sfocia in vere e proprie frodi da parte di contrabbandieri e trafficanti senza scrupoli
Altra storia sono le cruente testimonianze sui respingimenti violenti al confine con la Croazia. In nessun caso le forze dell’ordine avrebbero il diritto di usare la violenza, anche quando i migranti cercano di attraversare i confini in modo irregolare. È vero che ciascuno Stato ha il diritto di decidere se accettare o meno il migrante nel proprio territorio, ma i maltrattamenti non dovrebbero essere permessi. La nostra posizione ufficiale è molto chiara, nel rispetto delle leggi internazionali sui diritti umani, nel rispetto del diritto internazionale umanitario e nel rispetto del diritto di accesso all’asilo.

Quale situazione registra tra i migranti e la popolazione locale? È reale la solidarietà legata al richiamo del trauma della vicina guerra bosniaca?

Un aumento del 600-700% degli arrivi in Bosnia ha messo in crisi una struttura amministrativa già particolarmente complessa, risultato di un ‘patto di carta’, quello di Dayton del 1995.
Tutti gli abitanti della Bosnia, per interposti e contrapposti crimini, sono stati trasformati in profughi e la rotta balcanica occidentale, che solo due anni fa, sorprendentemente, non sfiorava il Paese, oggi riapre lacerazioni non ancora cicatrizzate.
Il primo obiettivo dei migranti, dall’ingresso in Bosnia, è Sarajevo, dove possono presentare una richiesta di asilo all’ufficio immigrazione locale. Mancando totalmente di strutture di accoglienza, solo fino a qualche mese fa nascevano accampamenti di fortuna nel centro storico della capitale, in condizioni disastrose. E a Sarajevo tutti gli abitanti hanno tragici ricordi della guerra, sanno con esattezza il significato dell’essere rifugiati, dunque il supporto è stato immediato e senza alcun compenso.
Malgrado ciò, tra gli abitanti del Paese si è creata una bipartizione ben chiara: c’è chi ha visioni nazionalistiche e addita i migranti come pericolo, e chi invece ci si rispecchia e li aiuta.
L’esempio più eclatante di questa bipartizione è stato il trasferimento dei migranti dal parco di Sarajevo al centro di Salakovac, vicino Mostar, nel Cantone dell’Erzegovina-Neretva, dove la popolazione principale, dall’enorme atteggiamento di ospitalità, è quella croata e bosniaca.
D’altra parte, la Repubblica Srpska, a maggioranza serba, ha categoricamente rifiutato di accettare qualsiasi migrante sul suo territorio.

La scorsa primavera il primo ministro bosniaco Denis Zvizdić annuncio che avrebbe rinforzato la polizia di frontiera per bloccare migranti illegali. Le politiche anti-migranti, in Bosnia, subiranno degli inasprimenti in considerazione della conferma dei due grandi partiti nazionalisti vincitori delle elezioni del 7 ottobre scorso, i nazionalisti bosgnacchi (SDA) e quelli serbi (SNSD)?

Nel corso dell’anno, pur essendo consapevoli dell’arrivo inevitabile di un numero sempre maggiore di rifugiati, le autorità bosniache non sono riuscite a rispondere adeguatamente alla crisi umanitaria. La risposta è arrivata, come spesso succede, dai semplici cittadini e da alcune organizzazione non governative internazionale.
Zvizdić, spalleggiato dalla Turchia, ha dichiarato in più incontri ufficiali che il Paese non ha alcuna capacità di accettare migliaia di rifugiati. La Bosnia conta ancora oggi circa 85.000 sfollati interni, triste risultato della guerra degli anni ’90, il che diminuisce necessariamente la capacità delle autorità di accettare e sostenere un numero, destinato ad allargarsi a macchia d’olio, di migranti. A questo purtroppo si aggiunge una chiara mancanza di volontà politica.
In un certo senso, non sorprende che il flusso migratorio sia stato trascinato nelle dispute politiche della Bosnia, come elemento di modifica dei dati demografici nel Paese e come elemento di minaccia alla sicurezza.
In un Paese disfunzionale e ancora profondamente diviso tra bosniaci musulmani, serbi ortodossi e croati cattolici, i migranti sono stati impugnati come arma politica.
Il leader separatista serbo (SNSD) Milorad Dodik ha chiuso i confini della Repubblica Srpska ai migranti, considerando una cospirazione politica l’arrivo e l’inserimento, nella trama territoriale bosniaca, di popolazione di religione musulmana.
Dunque, il successo delle due principali forze politiche della destra nazionalista, per niente disponibili a una società multietnica, potrebbe portare a debilitare le istituzioni statali stesse e per questo accodarsi alle incoerenti politiche sull’accoglienza ai migranti che imperano nell’Unione Europea.

Mentinfuga “Migranti sulla rotta balcanica”

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REPORTAGE “In fuga sulla ferita balcanica”

Il Manifesto – 27/10/2018

Reportage dalla Valle di Bihać. La rotta balcanica è ‘chiusa’ dal marzo 2016, ma nel 2018 sono stati migliaia i passaggi. Al confine croato-bosniaco 400 profughi da Siria, Iraq, Afghanistan e Sahel sono bloccati dalla polizia. Dietro c’è il Muro di Orbán. Camminano con una sola certezza ‘La guerra ci guarda da ogni direzione’

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Bosnia – Campo rifugiati di Velika Kladuša

di Federica Iezzi

Sarajevo – La rotta balcanica è stata calpestata da milioni di passi fino al 2016. Da Turchia e Grecia si addentrava per arrivare in Europa occidentale, attraversando Bulgaria e Macedonia prima, Serbia e Ungheria poi. Sebbene la rotta sia stata ufficialmente chiusa da quando il criminale accordo tra UE e Turchia è entrato in vigore nel marzo 2016, ci sono stati almeno 4.000 attraversamenti non documentati in Bosnia nei primi mesi del 2018. Spesso la provenienza è dai centri per richiedenti asilo e di accoglienza-migranti nelle regioni balcaniche meridionali, dove i rifugiati permangono ai limiti della sopravvivenza per mesi.

«LA POLIZIA di frontiera croata è l’ennesimo incubo» ci dice Faisal con visibili segni di percosse sul viso. Violenze, aggressioni e abusi sono i protagonisti dei racconti dei rifugiati. Il Ministero degli Interni croato nega tutte le accuse, insistendo sul fatto che la polizia ha sempre osservato la legge. «I rapporti della polizia croata sui cosiddetti pushback illegali non sono corretti», raccontano le dichiarazioni ufficiali.

LA POLITICA violenta di Orbán in Ungheria, la dura sorveglianza dei confini e la brutalità della polizia ungherese contro i migranti hanno spalancato le porte ad una nuova rotta attraverso i Balcani, che attraversa Albania, Montenegro e Bosnia. E così il commercio clandestino di essere umani, dal Sahel ha raggiunto anche la Bosnia. Qui i rifugiati pagano i contrabbandieri fino a 1200 dollari per il passaggio in Croazia o Slovenia. Altri tentano di attraversare il confine su camion o treni. La maggior parte ancora cerca di entrare in territorio croato a piedi.

DALLA GRECIA il passaggio in Albania è relativamente semplice sulla città di confine di Kakavia. A Tirana i taxi collettivi traghettano illecitamente i rifugiati fino al confine nord con il Montenegro. Nonostante il governo Rama conosca esattamente l’entità dei movimenti del passaggio non legale dei rifugiati, lo permette senza osservazioni. «In fondo in Albania rimangono solo per qualche giorno», sono le affermazioni dei funzionari, secondo i racconti raccolti tra i rifugiati.

UNA VOLTA giunti a Bozaj, sul confine montenegrino, la via continua seguendo a piedi la rete ferroviaria fino a Podgorica, la capitale montenegrina. È da qui che inizia il tragitto verso la Bosnia-Erzegovina, dove la sopravvivenza è legata spesso a campi non ufficiali e edifici abbandonati. Le strade partono dalle città meridionali di Trebinjie, Višegrad, Foca e Goražde, che attraversano l’intero Paese per arrivare nelle città nord-occidentali di confine di Bihać e Velika Kladuša. L’uso della violenza deliberata e calcolata da parte della polizia croata sul confine bosniaco-croato è l’ostacolo successivo, come accadeva con la brutalità della polizia ungherese sui confini della vecchia rotta balcanica. La Bosnia è sempre stata un rifugio per chi era in fuga. Nel 1400 accoglieva i profughi ebrei perseguitati in Spagna e Portogallo, e non nei ghetti, come fece la maggior parte dei Paesi europei, ma con l’integrazione a Sarajevo. E già dal Medioevo, il Paese accoglieva i catari del sud della Francia e i gli eretici bogomili.

NEI CAMPI profughi il tempo è fermo al giorno in cui ognuno dei rifugiati ha lasciato la propria casa. Per i bambini: lezioni a scuola congelate. Nessun lavoro per gli uomini. Nessuna quotidianità per le donne. Si dipende interamente dalla bontà o dall’indifferenza del vicino. Un crudele esperimento sociale. Nel centro di accoglienza di Bihać, per ora sono presenti almeno 400 rifugiati, per lo più provenienti da Afghanistan, Pakistan, Siria e Iraq, qualcuno dal Sahel dopo aver attraversato la rotta di Agadez. Di questi, la metà sono bambini tra i due mesi e i 16 anni. Alcuni con le mamme, altri sono soli, altri ancora sono accompagnati da amici di famiglia.

LA SITUAZIONE è totalmente diversa nel campo di Borici, tra Bihać e Cazin, dove le presenze cambiano freneticamente ogni giorno. Il ritmo incessante di nuovi arrivi e nuove partenze non permettono un censimento esatto. Ed è la stessa situazione che troviamo nel campo di Velika Kladuša, unico punto di raccolta gestito dalla municipalità della città, dopo la decisione dello stesso sindaco, Fikret Abdić , «originale» figura della crisi bosniaca. Già discusso manager del colosso agroalimentare jugoslavo Agrokomerc, a inizio guerra anni Novanta era il leader musulmano più popolare di Alja Izetbegovic. La rottura tra i due provocò quella con i musulmani di Sarajevo, quando Abdić proclamò la Regione autonoma del Bihać. Ne nacque una guerra feroce tra musulmani. Fu condannato a 20 anni per crimini di guerra in Croazia.

SEGUIAMO con gli occhi la ferrovia che attraversa la terra bosniaca e che si perde ai piedi dei boschi e tra i villaggi. Piccoli gruppi di rifugiati si fanno strada nella fitta nebbia delle montagne. Instancabili camminano verso nord, su strade secondarie, seguendo i binari dei treni o sfidando i boschi, dove non di rado pernottano. Basta guardare quanto fitti siano questi boschi di conifere, faggi e castagni, per capire come mai la scelta dei rifugiati sia caduta su questa via, in cui scemano le percentuali di essere arrestati e rimandati a morire nei propri Paesi. «La guerra ci osserva da ogni direzione. Non sai mai se ti stanno seguendo con un mirino o se sarai tu la prossima vittima», ci dice Saad. Le storie sono comuni e si ripetono in duri corsi e ricorsi storici. Il desiderio di ogni rifugiato è tornare nel proprio Paese di origine, anche se attanagliato e tormentato da migliaia di problemi. La guerra, la fame, la disperazione più profonda impedisce il rientro di questa gente nelle proprie case, nelle proprie vite. «Vedere morti e feriti abbandonati nelle nostre strade è normale», continua Saad. Questa è la grande distorsione dell’anima di quanto vivono. E allora chi è il vero responsabile dei flussi migratori?

«NON SO QUANTI chilometri a piedi ho fatto da Herat. Hai un paio di scarpe che ti devono bastare per tutto. Se è caldo o freddo non ha importanza. Alla fine di ogni giornata di cammino avevo le caviglie gonfie e ferite sulla pelle che non si rimarginavano mai. Si impara a sopportare quel dolore, così come quello delle ferite da freddo sulle mani. Respiri l’aria di chi cammina davanti a te. Il freddo ti entra nelle ossa. Ti scorre nel sangue. Di notte a volte non sai se sei ancora vivo o se sei morto. Se muoio, solo e abbandonato, a 4000 chilometri da casa chi lo dirà alla mia mamma? Quanto tempo ci vorrà per dimenticare tutto questo?». Ascoltiamo, indifesi contro l’indifferenza del mondo, in rispettoso silenzio, le parole e le lacrime di Tawfiq. Non c’è da aggiungere altro. Vengono etichettati come profughi, pensando che avere un permesso di soggiorno rappresenti il fine ultimo, quello che spalancherà loro la porta della felicità. Ma non è così perché quando la gente è costretta a lasciare il proprio Paese, quel Paese smette di vivere. Le poche cose che riescono a crescervi, marciscono in fretta.

IN QUELL’INFINITO viaggio porti con te solo un nome e cognome che ti martella la testa, nessun documento, nessun segno del passato. Sai solo come ti chiami e questo è l’unico patrimonio che puoi consegnare. Alla domanda come si continua a vivere in fuga dalla guerra, Taiba ci risponde: «Devi almeno pensare a quello che farai oggi e domani». Ha lasciato l’Iraq quattro mesi fa e spesso durante il viaggio l’unico tetto sopra la sua testa è stato un sottile telo di plastica sostenuto da bastoni. Ha smesso di fare piani per il futuro, ha smesso di sperare che tornerà a lavorare a scuola, ha smesso di credere che tutta la sua famiglia un giorno si riunirà. Ci dice, con una malinconica rassegnazione: «A Mosul non sarà possibile vivere per altri 20 anni».

NELL’ULTIMA campagna elettorale bosniaca, le voci nazionaliste sono state preponderanti. Qui il dopoguerra, in qualche modo, non è ancora concluso. In Bosnia Erzegovina tutti hanno vissuto la condizione di profughi e ora la nuova rotta balcanica occidentale, riapre lacerazioni non ancora cicatrizzate.

Il Manifesto “In fuga sulla ferita balcanica” di Federica Iezzi

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Il rumore sordo della povertà attraversa le strade di Caracas

Il Manifesto – 04/07/2018

REPORTAGE. Venezuela. In Venezuela crisi petrolifera e scelte economiche, embargo illegale Usa, sanzioni illecite della UE e governi golpisti in America Latina, rendono sempre più dura la vita della popolazione. A pagare il prezzo più alto, come al solito, sono i bambini

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Venezuela – Asì se vive en Caracas

di Federica Iezzi

Caracas – «Qua la guerriglia si sposta di città in città ma non finisce mai». Sono le crude parole di Franco. Ha solo sette anni. L’abbiamo incontrato da solo nelle strade tutte uguali di Caracas, con una busta di verdura in mano. Suo padre faceva parte della schiera di quelli che chiamavano «ribelli». Ma poi chi sono i «ribelli» agli occhi dei bambini? Le turbolenze economiche e politiche spediscono regolarmente migliaia di persone nelle strade per protestare, a favore o contro il governo del presidente Nicolas Maduro.

E LONTANO DALLE STRADE, la nuova normalità per i venezuelani è diventata lotta quotidiana. Lottano per sopravvivere a fronte di gravi carenze di cibo, medicine, acqua. Da mesi manca la farina. Centinaia di forni industriali sono in silenzio, manca il lavoro che c’era dietro la preparazione del pane.
E negli scaffali delle farmacie non c’è nemmeno l’aspirina: se sei così fortunato da trovarla, il prezzo per poterla comprare è ingiustificabilmente fuori misura. Il tutto è stato sapientemente stabilito da un duro embargo che coinvolge le più grandi compagnie multinazionali di farmaci e vaccini. E su chi hanno effetto certe scelte? Sui bambini con la febbre che i genitori non possono curare, per esempio.

I pochi ristoranti rimasti chiudono le porte prima di sera a causa dell’aumentata paura della violenza. Hanno acqua corrente solo il lunedì e il martedì, il resto della settimana si vive grazie a un serbatoio.

E BISOGNA SPERARE che non si rompa nulla dei macchinari usati in cucina, perché ottenere pezzi di ricambio diventa un incubo, si possono arrivare a investire fino a due mesi di stipendio per l’acquisto di un pezzo rotto. Con un’economia in declino, la gente è tornata a scambiarsi i materiali. Si scambia farina di mais con le uova. I barbieri fuori città tagliano i capelli per yucca, banane o carne di scarto. I proprietari dei ristoranti offrono un piatto caldo in cambio di pacchetti di tovaglioli di carta.

IL SALARIO MEDIO MENSILE del Paese è di 1.300.000 bolívar, circa 6 euro sul mercato nero, cifra sufficiente per acquistare due cartoni di uova, un chilo di farina di mais e una scatola di pasta, due litri di latte, tonno e pane. Mentre l’iperinflazione continua a salire a livelli esorbitanti, i soldi perdono sempre più valore.

«El dinero no alcanza para nada» («I soldi non sono sufficienti per comprare nulla» nda), ci dice la gente che incontriamo ogni giorno nelle perenni file sulle strade. Anche quando il cibo è disponibile nei negozi, lo stipendio medio non è sufficiente per sfamare una famiglia.

«Non sappiamo se ci possiamo permettere di comprare da mangiare la prossima settimana»: questa è una delle preoccupazioni più comuni all’interno delle case.
Lo spirito della revolución bolivariana contro i grandi proprietari terrieri, i vecchi latifondisti, la borghesia compradora, i militari golpisti e a favore di contadini, operai, senza terra e indigeni, si è affidata totalmente alle entrate petrolifere. Questo è stato sufficiente per finanziare i nobili programmi di alfabetizzazione, gli investimenti per garanzie sociali, la lotta anticolonialista. Ma quando il prezzo del petrolio è crollato nel 2014, il governo ha tagliato le importazioni e utilizzato le sue piccole riserve per pagare il suo debito estero ed evitare il default. Questo si è trasformato nella crisi di oggi.

IL BLOCCO ECONOMICO illegale guidato dagli Usa, le sanzioni illecite di Stati uniti, UE e governi golpisti dell’America latina hanno fatto il resto. Tentativi di corruzione, boicottaggi economici e finanziari, embarghi, finanziamento di oppositori politici, controllo dei mass media locali, militarizzazione di gruppi radicali. È una storia già vista in America latina che crudelmente si ripete oggi ai danni del governo Maduro. Al mercato nero il prezzo di un dollaro si aggira intorno a 200.000 bolívar. Lo stipendio medio settimanale è di 250.000 bolívar. Una saponetta costa 200.000 bolívar, quindi spesso bisogna scegliere se mangiare o lavarsi adeguatamente. ‘Una scatola di antibiotico, quando lo trovi, può costare più dell’intero stipendio mensile’ ci dice Linda.

Visto che anche i contanti sono scarsi, non è raro trovare lunghe code di persone in tutta la città in attesa di prelevare denaro. In media, gli sportelli automatici consentono il ritiro di soli 10.000 bolívar al giorno (5 centesimi di dollaro).

«Se si guarda dall’alto la città, sembriamo tutti piccole formiche che corrono impazzite da una parte all’altra. La sensazione è quella di vivere in una prigione. La libertà non fa più parte delle nostre vite», continua Linda.
«Senza essere prigionieri, non abbiamo la libertà di muoverci. Non siamo liberi di consumare ciò che vogliamo, ma ciò che gli altri scelgono per noi». Gli effetti della crisi capitalista e della recessione economica hanno avuto un impatto sull’economia globale di ciascun Paese, siano essi colonialisti o territori dipendenti. Gli effetti sono diversi in quanto i primi hanno il controllo diretto su ogni settore dell’economia, mentre i secondi sono subordinati alle decisioni delle grandi potenze.

IL VENEZUELA NON È SFUGGITO a questa realtà. Ci sono molte parole per descrivere cosa sta succedendo nel Paese: crisi, implosione, caduta. C’è l’inflazione alle stelle, la mancanza di generi alimentari e medicine di base, la crisi della sanità pubblica. C’è la crisi energetica, con ostinati black-out e carenza d’acqua. C’è violenza diffusa. Certamente, la situazione in Venezuela è complessa. Complessa come la realtà in ogni Paese che si sta avvicinando a una rottura definitiva con la sua realtà.

IL SABOTAGGIO della produzione, il blocco internazionale e il boicottaggio economico si esprimono in molteplici forme, tra cui la fuga di commercianti nei Paesi limitrofi, il deflusso di capitali e di forza lavoro, con un conseguente impatto diretto su economia locale e condizioni di vita della popolazione. «La prassi è questa. Dall’alba mi metto in fila fuori dal negozio di alimentari più vicino a casa. Dopo molte ore viene scannerizzata la mia impronta digitale e il sofisticato database governativo recupera le mie informazioni personali. Questo dirà alla cassiera non solo il mio indirizzo, il mio nome completo e il mio numero di telefono, ma anche se ho già comprato la razione di cibo assegnata alla mia famiglia in quel mese», ci racconta Adelita.

Se è così, Adelita verrà rimandata a casa a mani vuote. Ci sono droni che sorvolano la fila che si estende per svariati isolati nelle strade e nessuno ne conosce lo scopo.

Il Manifesto “Il rumore sordo della povertà attraversa le strade di Caracas” di Federica Iezzi

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PRIMO MAGGIO. L’Africa nel lavoro delle donne, dei medici e delle miniere di diamanti

Nena News Agency – 01/05/2018

Dal Botswana al Kenya, dal Sud Sudan al Ghana, un breve viaggio nel continente africano dove i diritti del lavoro restano negati

di Federica Iezzi

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Ghana – La storia dei malati in Ghana evidenzia il vuoto nelle competenze mediche e chirurgiche disponibili nel continente africano. Molti medici e professionisti della salute africani altamente qualificati praticano la medicina e la chirurgia all’avanguardia nelle principali istituzioni mediche al di fuori dell’Africa. Sono preziosi per gli ospedali e per i paesi in cui lavorano, ma i loro cuori rimangono nella loro terra.

A partire dal 2000, un quinto di tutti i medici di origine africana e un decimo di tutti gli operatori sanitari di origine africana lavorano all’estero. Esperti di politica sanitaria globale hanno suggerito una serie di misure per invertire questa tendenza. Spesso i medici africani che vivono all’estero hanno famiglie in Africa e sono motivati a contribuire al miglioramento dell’assistenza sanitaria nel continente. Mentre alcuni sono pronti a tornare nei loro paesi nativi, altri non sono pronti ad una radicale scelta di vita, senza alcuna assicurazione riguardo il futuro.

E allora, in assenza di leggi governative di tutela del lavoro, i professionisti sanitari africani della diaspora provano a trasferire le loro competenze sul continente attraverso seminari educativi e workshop di formazione.

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Botswana – La miniera di Jwaneng di Debswana è un gigantesco calderone di polvere pallida, di due chilometri di diametro nel punto più largo, pattugliata ogni giorno da colossali camion da 300 tonnellate che lavorano sui pendii terrazzati.

Di proprietà condivisa tra De Beers e il governo del Botswana, è la miniera di diamanti più ricca del mondo. Eppure, i lavoratori dell’industria dei diamanti non condividono questa ricchezza, con salari medi che arrivano al massimo a 225 dollari al mese. A dispetto dell’enorme progetto, la disoccupazione nel paese è costantemente elevata e l’industria mineraria ormai quasi completamente meccanizzata non crea posti di lavoro.

Il Botswana Diamond Workers Union e il Botswana Power Corporation Workers Union hanno rivelato che le aziende nel settore della lucidatura dei diamanti stanno regolarmente infrangendo le leggi sul lavoro.

Secondo i delegati sindacali, i lavoratori sono sommariamente licenziati per reati minori e accuse non testate e la sicurezza sul luogo di lavoro è spesso compromessa. Le pratiche discriminatorie, attraverso cui le società diamantifere offrono maggiori vantaggi agli espatriati rispetto ai lavoratori locali, sono una dura realtà.

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Kenya – Quando si arriva nel campo profughi di Kakuma, nel nord del Kenya, si hanno solo i vestiti addosso e opzioni limitate per la sopravvivenza, secondo i dati dell’Ocha (United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs).

Alcune donne, attraverso la creazione di una rudimentale cooperativa, stanno provando a vendere coperte preparate a mano. Altre hanno costruito partendo dal nulla panetterie che ora permettono di far andare avanti le proprie famiglie. Il pane viene venduto in molte delle istituzioni del campo stesso, comprese le sue scuole.

Si guadagna poco meno di 300 dollari al mese, soldi che vengono investiti per il pagamento delle tasse scolastiche e per l’acquisto di beni di prima necessità per la famiglia.

Queste donne sono convinte che l’autosufficienza sia possibile, anche in un campo rifugiati. È fondamentale l’accesso al credito, il supporto legale per ottenere lo status di rifugiato e i permessi di lavoro dai governi ospitanti.

Aziende e attori governativi keniani stanno creando opportunità per aiutare i rifugiati a diventare autosufficienti in modo sostenibile, attraverso la logistica, l’illuminazione solare, il crowdsourced mapping.

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Sud Sudan – Il tonfo sordo di una noce di cocco lanciata contro una pietra piatta è il richiamo per i bambini attorno al tukul, alla casa dell’Africa orientale. È l’unico momento della giornata in cui il riposo è sacro.

Decine di migliaia di persone in Sud Sudan sono state uccise e più di 3,5 milioni sono gli sfollati. Donne e bambini hanno pagato un prezzo particolarmente alto negli scontri, con oltre due milioni di bambini sfollati, denunce di pulizia etnica e stupri perpetrati da tutte le parti in conflitto.

Mentre gli uomini combattono, molte donne vengono lasciate a casa con l’ingente peso sulle spalle della cura delle proprie famiglie. E allora camminano per ore alla ricerca dell’acqua per curare i campi e raccolgono frutti selvatici dagli alberi per riuscire a vendere prodotti agricoli.Lavorano in aziende secondarie per generare più reddito e lontano dalla linea del conflitto, sembrano difendere davvero il paese.

Oggi la maggior parte delle attività agricole e di pastorizia è rivolta alle donne. Il bestiame è molto importante per i gruppi etnici locali, poiché funziona come una sorta di valuta. Secondo il piano di bilancio nazionale approvato per il 2017/2018, il Sud Sudan ha investito solo il 3% della propria spesa complessiva per la garanzia di lavoro.

Nena News Agency “PRIMO MAGGIO. L’Africa nel lavoro delle donne, dei medici e delle miniere di diamanti” di Federica Iezzi

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