L’ISIS non regala misericordia

Il Manifesto 26 luglio 2016

REPORTAGE. Parlano i testimoni di al-Hasakah, prima occupata dallo Stato islamico poi liberata dai curdi dell’YPG: «Qui si moriva di fame, povertà, omicidio, stupro, arresto». Le donne e le bambine avevano l’obbligo di indossare il niqab, il velo integrale, pena la lapidazione pubblica

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di Federica Iezzi

Al-Hasakah (Siria) «Ha ridotto in macerie case, palazzi e chiese, ha lesionato ospedali, caserme, università e si è scatenato con violenza contro migliaia di persone inermi. Ha distrutto vite, ha annientato speranze» è così che Amal, solo 15 anni, vede la guerra con cui convive da più di cinque anni. Abita, con quello che è rimasto della sua famiglia, nella provincia di al-Hasakah, città nell’angolo nord-orientale della Siria.

Abita in un piano sotterraneo della sua vecchia casa, non tanto per il pericolo dei bombardamenti a cui ormai tutti sono abituati, ma perché la vecchia casa è stata totalmente rasa al suolo. E adesso quello che era il pavimento di quella casa è diventato il soffitto della nuova. Nel governatorato di al-Hasakah, in particolare nel Jazira Canton, tutto è iniziato con un’offensiva lanciata nel febbraio di due anni fa, dai combattenti dello Stato Islamico (ISIS), che hanno conquistato almeno 200 villaggi.

E a Tell Brak, uno di questi villaggi tra al-Hasakah e Qamishli, cominciano i combattimenti tra l’Isis e la milizia kurda dell’Unità di Protezione Popolare (YPG). Nonostante l’isolamento all’interno del corridoio meridionale del capoluogo di provincia, i jihadisti hanno dettato legge.

«Prima guardavamo solo in televisione le barbarie dell’Isis. Morti, torture, violenze erano il nostro incubo ogni sera. Poi sono arrivati nelle nostre strade, nei nostri panifici, nelle nostre moschee. E d’un tratto niente più elettricità, assistenza medica, acqua e rifornimenti alimentari come riso, zucchero, pasta e benzina», ci spiega con una precisione disarmante Amal. Grazie alla rete di organizzazioni umanitarie kurde, aiuti e servizi sono stati forniti con enormi sforzi. Al taglio arbitrario dell’elettricità e alla carenza cronica di acqua potabile, il governo kurdo ha risposto con distribuzioni capillari di cibo, materiale sanitario e acqua.

Parliamo con lei durante l’Eid al-Fitr, festa che segue i sacrifici del mese di digiuno, mentre la maggior parte delle botteghe del suq centrale, ha aperto i battenti con luci e bibite colorate. La gente passeggia nel suq e sembra quasi inspiegabilmente non intimorita. «Dobbiamo continuare a fare quelle cose che ci aiutano a rendere la vita il più normale possibile».

Ma dov’è la normalità in Siria?

Ma dov’è la normalità in Siria? Si sono perse tutte le cose che si danno per scontato ogni giorno, dall’aprire trascuratamente un rubinetto e veder uscire acqua, all’andare in un negozio a comprare latte. «E sì, mi mancano le cose più banali. Una doccia calda, una bottiglia di Coca-Cola, andare in bici a scuola».

I primi a fuggire da al-Hasakah, sono stati i cristiani che hanno abitato la zona per decenni. Quasi 4.000 famiglie hanno lasciato case e quotidianità. Deserto in pochi giorni il quartiere sud-orientale di al-Nachwa. 120.000 persone hanno trovato rifugio in città e villaggi circostanti, secondo i dati riportati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari.
«Ho dormito in un campo all’aperto per il caldo insopportabile. Di giorno invece eravamo ospitati in chiese, monasteri e scuole», ricorda Sarah.

«Pregavo, ma non sapevo cosa cercavo con le mie preghiere. Una parte di me era arrabbiata, un’altra parte si vergognava per le scadenti condizioni a cui costringevo i miei figli».
Oggi si continua a vivere in un labirinto di processi amministrativi, si vive sotto un’autorità, si ha paura di attraversare un territorio con un’autorità diversa. E dove le due autorità si sovrappongono bisogna stare lontano dai guai.

«Al-Hasakah è divisa tra la milizia kurda e le forze fedeli al presidente al-Assad. Vivo in un quartiere controllato dalle forze di regime e evito il posto di blocco kurdo che mi costringerebbe a fare il servizio militare obbligatorio», ci dice spaventato Abood, appena 19 anni. Fa il tassista e usa strade secondarie e sconosciute alle mappe, per spostarsi da al-Hasakah a Qamishli. «Ho due patenti di guida: la prima per il governo siriano, nel caso in cui la polizia di Stato mi ferma, e la seconda è per i curdi, nel caso in cui vengo controllato dall’Asayish, la polizia curda».

Al racconto di Abood si unisce Yana, i cui genitori hanno un piccolo negozio in una delle sfortunate aree in cui sia il regime sia le amministrazioni kurde hanno influenza. «Abbiamo pagato le tasse governative mensili e, a sorpresa, una tassa settimanale alle autorità kurde, per la pulizia delle strade».

Solo nell’agosto del 2015 dopo combattimenti prolungati, le forze kurde hanno ufficialmente dichiarato la liberazione della città di al-Hasakah dagli insorti dell’Isis. «La campagna è stata condotta su tre livelli. Con il primo abbiamo circondato i villaggi occupati dal Daesh. La seconda fase è stata caratterizzata dal taglio delle rotte di approvvigionamento, negando ai combattenti la libertà di movimento. Il terzo livello ha previsto la progressiva riconquista dei quartieri dalla periferia al centro», ci spiega Felat comandante dell’YPG.

«Quando la al-Hasakah-al-Shaddadah road è stata chiusa dall’esercito kurdo, ci siamo sentiti in trappola nel mezzo di scenari già vissuti. La paura dell’assedio ci ha perseguitati e oppressi, mentre crescevano la carenza di cibo, acqua e medicine. Eravamo disposti perfino a fuggire a piedi attraverso i ripidi percorsi di montagna», ci racconta Tejaw, 25 anni e quattro figli. «Anche l’aereoporto di Qamishli era inaccessibile. Chi poteva volare? Solo chi aveva conoscenti che lavoravano per il regime siriano, in particolare che lavoravano nella Air Force Intelligence Directorate. In questo caso si potevano ottenere voli in aerei cargo per 160 dollari».

Anche se sempre meno civili hanno voglia di discutere dell’attuale situazione in Siria, Tejaw ci fa entrare nella tenda in cui vive nel campo di al-Hawl, a est di al-Hasakah, e inizia «I sostenitori del regime si sentono liberi di parlare solo nelle aree controllate dal regime e gli oppositori parlano nei campi profughi», questa la sua eloquente semplificazione.

«Di cosa si moriva quando il califfato ha rubato le nostre case? Di fame, povertà, omicidio, stupro, arresto, macellazione. L’Isis non regala misericordia, se sei vecchio o bambino, uomo o donna. Ogni goccia di sangue versata dal nostro popolo, ogni parete distrutta che portava storie di generazioni, ogni vecchio quartiere spazzato via dalle cartine rappresentano una storia persa, che non apparirà mai su nessun libro», continua.

Al confine con Turchia e Iraq

Al-Hasakah è sempre stato uno degli obiettivi principali dello Stato islamico. Considerando gli stretti legami tra tribù arabe al confine tra Iraq e Siria, al-Hasakah rappresenta tutt’oggi il più facile mezzo per un’ulteriore espansione trans-frontiera dei possedimenti del califfato nero.

Nei quartieri di al-Hasakah la graduale riapertura dei mercati, delle attività commerciali e dei locali, il ripristino del lavoro negli istituti statali e nel settore della sicurezza, si affaccia su una città che deve ancora fare i conti con edifici cancellati, case, punti di ritrovo e strade irriconoscibili.

Il peso umanitario conta oltre mezzo milione di sfollati interni da governatorati vicini, quali Deir Ezzor, al-Raqqa e Aleppo. Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, ha permesso ad almeno 400 donne di ritornare alla vita lavorativa e spesso i materiali prodotti sono stati distribuiti ai residenti in stato di bisogno, dall’abbigliamento alle coperte.

«L’Isis ha sempre imposto restrizioni ampie alle libertà personali. Tutte le donne, comprese le bambine, avevano l’obbligo di indossare il niqab, il velo integrale, pena la lapidazione pubblica. Niente veli, guanti, borse, scarpe o accessori colorati. La città era una gigante prigione. Internet in casa era vietato e la maggior parte delle reti pubbliche era interrotta. I telefoni cellulari erano vietati e nessuno era autorizzato a fumare sigarette nei luoghi pubblici», ricorda Tejaw.

«Dovevamo pagare ai funzionari del califfato una somma a titolo di imposta, ed era anche previsto un dono volontario extra di 2.000 lire siriane (10 dollari circa). Le persone non potevano permettersi di comprare nulla. Molti negozi hanno chiuso e il prezzo del carburante e del gas è aumentato di cinque volte. Alcuni miei amici hanno collaborato con i militanti per ricevere maggiori razioni di cibo e carburante. 15 kg di farina e 10 kg di riso erano le quantità che riceveva una famiglia vicina all’Isis».

Telecamere sulle strade principali e pattuglie della Hisbah, la polizia locale, erano il temuto occhio dell’Isis sui civili delle città conquistate. Propaganda e indottrinamento erano ovunque. Dai programmi scolastici al reclutamento militare. Nelle scuole è stato vietato l’insegnamento della storia e del diritto. Le classi erano separate, studenti da un lato, studentesse dall’altro. Militanti dell’Isis pattugliavano le scuole primarie e secondarie, interrogando gli studenti sulla legge islamica.

Al-Hasakah aveva dalla rete nazionale di 20 ore di elettricità al giorno, che sono scese prima a sei-otto, poi a meno di due. Ogni quartiere della città aveva l’acqua una volta alla settimana.
Non c’erano generi alimentari, l’ospedale non aveva medici o infermieri, e non c’erano nemmeno le medicine di base. È questo quello che continua a raccontarci Tejaw.

Il Manifesto 26.07.2016 “L’ISIS non regala misericordia” di Federica Iezzi

Nena News Agency “REPORTAGE. L’ISIS non regala misericordia” di Federica Iezzi

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ZIMBABWE. Pugno di ferro di Mugabe contro il dissenso

Nena News Agency – 16/07/2016

Arrestato Evan Mawarire, il leader del movimento di protesta internet ‘This Flag’. In caso di condanna rischia fino a 20 anni di carcere

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di Federica Iezzi

Roma, 16 luglio 2016, Nena News  – Arrestato con l’accusa di incitamento alla violenza pubblica, Evan Mawarire, il leader zimbabwiano del movimento di protesta internet ‘This Flag’. In caso di condanna, Mawarire rischia fino a 20 anni di carcere. Con la campagna di social media ha esortato i cittadini dello Zimbabwe a contestare il regime del Presidente Robert Mugabe, affinché adotti misure utili a salvare l’economia decadente del Paese.

Iniziata lo scorso aprile su YouTube, la campagna ha toccato con rabbia corruzione pubblica, elevato tasso di disoccupazione e problemi economici. Avvolto nella bandiera nazionale, Mawarire ha rotto un incantesimo che aveva mantenuto i cittadini dello Zimbabwe in silenzio per anni, troppo timorosi per protestare contro fallimenti e abusi del governo.

Le crisi immediate in Zimbabwe comprendono la carenza di liquidità, l’incapacità del governo di pagare i dipendenti pubblici come insegnanti, operatori sanitari e pensionati, l’imposizione goffa dei controlli sulle importazioni di prodotti alimentari di uso quotidiano e articoli per la casa.

Mawarire ha descritto lo Zimbabwe dopo 36 anni di governo da parte dell’Unione Nazionale Africana di Zimbabwe-Fronte Patriottico (ZANU-PF) di Mugabe, come un Paese soffocato. Ospedali senza acqua, sistema di istruzione pubblica fatiscente, impennata dei livelli di povertà e disoccupazione.

Dopo il successo della campagna ‘Shutdown Zimbabwe’, che ha paralizzato il Paese e reso deserte le sue strade la scorsa settimana, l’opposizione minaccia nuove proteste.

Iniziato settimana scorsa, il peculiare sciopero non solo ha tenuto chiuso uffici, negozi, scuole e amministrazioni ma ha tenuto in casa la gente. Molte persone non si sono recate a lavoro ed è stato garantito soltanto un servizio minimo del trasporto pubblico. Lo ‘stay away from work’ di imprese e pubblici esercizi, nella nazione africana del sud, risulta il più grande sciopero dal 2005.

Un sondaggio informale riportato da Nehanda Radio ha rivelato difficoltà di accesso e interruzioni inusuali dei più comuni social network, grazie ai quali comunicazioni e informazioni toccavano ogni dipendente.

L’ondata di disordini in Zimbabwe, sotto il governo autoritario di Mugabe, è stata guidata da una crisi economica che ha lasciato le banche in rosso.

E oggi il governo fatica a pagare i suoi lavoratori in tempo. Unica azione correttiva è stato il pagamento anticipato di circa 100 dollari per ogni dipendente pubblico per attutire il debito che continua a crescere, in un Paese dove l’83% di quattro miliardi di dollari di bilancio del governo, va verso gli stipendi dei dipendenti pubblici.

La situazione attuale è il risultato della crisi finanziaria che ha colpito non solo il governo, ma anche il settore privato in cui alcuni lavoratori hanno continuato la loro opera per mesi senza stipendio.

La macchina del regime è molto visibile in un Paese dove il 90% della popolazione non ha posti di lavoro formali.

La scorsa settimana le forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere le proteste divampate al di fuori della capitale Harare.

Il Ministro dell’Interno zimbabwiano Ignatius Chombo in una conferenza stampa ha avvertito che la partecipazione alle proteste avrebbe avuto una sequela legale.

I leader dell’opposizione invitano la popolazione a continuare scioperi, manifestazioni e proteste contro il collasso economico’.

Come eredità degli scioperi della scorsa settimana, sono da segnalare torture e brutalità da parte delle forze dell’ordine, avvenuti in particolare nel quartiere di Burombo ad Harare, e nelle città di Mzilikazi e Bulawayo. Si contano decine di feriti e arresti illegittimi. Nena News

Nena News Agency “ZIMBABWE. Pugno di ferro di Mugabe contro il dissenso” di Federica Iezzi

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