RIFUGIATI. Dall’Africa all’Europa: un anno in fuga

Nena News Agency – 20/12/2016

Nel 2016 quasi 171mila migranti sono arrivati nel Vecchio Continente dai Paesi africani, 360mila gli arrivi totali. Scappano da guerre civili e nazioni ridotte alla fame

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Idomeni – Dal villaggio greco di Idomeni i rifugiati hanno lasciato la Grecia per entrare nella Repubblica di Macedonia

di Federica Iezzi

Roma, 30 dicembre 2016, Nena News – Dall’ultimo rapporto diffuso dalle Nazioni Unite, il numero di migranti provenienti da Paesi africani che annega nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa ha raggiunto il picco di 5.000. Poco meno di 3.800 il numero di morti nel 2015. Quasi 360.000 i migranti entrati in Europa via mare quest’anno, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, arrivi concentrati in Italia e Grecia.

Il numero di migranti entrati in Italia dal continente africano ha toccato livello massimi quest’anno, sfiorando i 171.000. Su questa strada, secondo i dati dell’agenzia dell’ONU per i rifugiati, i principali Paesi di provenienza dei rifugiati sono Nigeria (15%), Gambia (10%), Somalia (9%), Costa d’Avorio, Eritrea e Guinea (8% ciascuno) e Senegal (7%). E più di 176.000 sono i rifugiati ospitati in centri di accoglienza in tutto il Paese.

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Calais – Il più grande campo di migranti d’Europa, abitato da almeno 3.000 persone, evacuato con la forza pochi giorni fa

E cercare i rifugiati prima che diventino rifugiati è molto difficile. In luoghi come l’Eritrea e il Gambia, la gente lascia illegalmente il Paese. Il più grande flusso delle moderne migrazioni africane è traghettato ad imbuto da un singolo Paese: la Libia.

Famiglie, con bambini e anziani al seguito, provengono dai Paesi del sud e dalle loro guerre civili, che lasciano Nazioni intere in rovina, provengono dai Paesi militarizzati dell’est, provengono da miseria e arbitrari governi dell’ovest. Fuggono in massa da almeno una dozzina di Paesi diversi.

I migranti vittime del fuoco incrociato sono spesso usati come pedine nella lotta per il potere. Alcuni arrivano per scelta, altri con la forza. La Libia è la fine di mesi o addirittura anni di deserto. E’ la fine dell’Africa. E’ il sottile confine prima del mare aperto.

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Lampedusa – La rotta più pericolosa: attraversare il Mediterraneo rappresenta un rischio altissimo

Intercettare il flusso significherebbe tracciare la metà di un intero continente. Per raccontare il ruolo della Libia nella crisi migratoria, si deve partire dall’instabilità lasciata da Mu’ammar Gheddafi e dal vuoto di potere della lotta tra fazioni. In questo contesto sociale le reti di contrabbando hanno prosperato, fino a creare un pianificato mercato lucrativo. Ciascun migrante arriva a pagare fino a 2.400 dollari per il viaggio dalla costa del Nord Africa verso l’Europa.

Di fatto 1.100 miglia del Paese sono diventate un confine aperto senza le forze governative di monitoraggio. L’Unione Europea nel 2008 ha sottoscritto un accordo con l’ex dittatore libico, accettando di pagare 500 milioni di dollari in cambio di uno stretto controllo sul confine. Obiettivo: no migranti. 5 miliardi in 20 anni fu il pacchetto finanziario destinato a correggere gli errori del colonialismo.

A differenza dei milioni di rifugiati provenienti dal Medio Oriente, i migranti che attraversano la Libia lo fanno in mezzo a una complessa rete di forze che hanno sradicato intere generazioni. Per anni, vaste regioni dell’Africa sub-sahariana sono state inghiottite da squallore e povertà estrema, schiacciate sotto il dominio di governi oppressivi, catturate da gruppi fondamentalisti. Il collegamento con trafficanti senza scrupoli, venditori di un passaggio sicuro verso una nuova vita, era tutto d’un tratto rappresentato solo da una telefonata.

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Macedonia – La rotta dei rifugiati, dal mare continua sul confine tra Macedonia e Serbia

Tombe senza nome. E’ questo che è diventato il punto più insidioso del Mediterraneo, in cui le sponde settentrionali della Libia si collegano alla serie di isole che circondano la costa italiana. Le autorità europee hanno cercato di reprimere la ‘blackdoor per l’Europa’ con rimpatri, sequestri, arresti, ma una nuova traballante versione sostituisce sempre la precedente e i viaggi non si arrestano.

Il piano della Commissione Europea sarebbe quello di ampliare il programma di rimpatrio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, con un accento particolare su Libia, Mali e Niger. Inoltre prevedrebbe l’assistenza a circa 24.000 migranti bloccati per essere rimpatriati e la fornitura di un riparo temporaneo agli almeno 60.000 migranti dispersi lungo le rotte di migrazione.

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Mar Mediterraneo – Dal 2000 al 2013 sono morti più di 23mila migranti nel tentativo di raggiungere l’Europa via mare

La pressione migratoria dall’Africa si prevede continui a crescere nei prossimi anni. Gli esempi del 2016 sono stati cruciali, tra muri di cinta e filo spinato per segnare il confine di un Paese, a chiusura delle frontiere e passaggi senza nessuna umanità. A poche miglia a sud da Calais appare la giungla dei campi non ufficiali che ospita almeno 7.000 migranti, provenienti per lo più dai Paesi africani. Stesso discorso vale per Idomeni, in Grecia, parte della cosiddetta “rotta balcanica”, che i migranti hanno attraversato per giungere nei Paesi del Nord Europa.

E ancora i campi profughi in Grecia. Attraverso la rotta dei Balcani, più di un milione di migranti ha oltrepassato i confini europei. La storia è sempre la stessa, campi originariamente concepiti per poche centinaia, alla fine arrivano ad accogliere migliaia di migranti in spazi angusti e senza servizi. Nena News

Nena News Agency “RIFUGIATI. Dall’Africa all’Europa: un anno in fuga” di Federica Iezzi

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SOMALIA. Lotta al morbillo

Nena News Agency – 22/12/2016

L’International Organization for Migration ha lanciato un programma di vaccinazione nella città di Kismayo. Obiettivo: raggiungere in breve tempo 2.000 persone. L’UNICEF e i suoi partner puntano a vaccinare in città 54.000 bambini sotto i 10 anni nei prossimi mesi

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di Federica Iezzi

Roma, 22 dicembre 2016, Nena News – L’International Organization for Migration ha lanciato una campagna di salute pubblica di massa per contenere l’ultima epidemia di morbillo in corso nell’area di Kismayo, a sud della Somalia. Il programma di vaccinazioni dovrebbe raggiungere in breve tempo oltre 2.000 persone, soprattutto nelle Comunità rurali. L’UNICEF e i suoi partner puntano a vaccinare 54.000 bambini sotto i 10 anni a Kismayo nei prossimi mesi.

Secondo i dati UNICEF, dallo scorso settembre, 704 casi di morbillo sono stati ufficialmente registrati in Somalia, 302 dei quali sono bambini sotto i cinque. La recente epidemia di morbillo ha destabilizzato le forze già esigue del Kismayo General Hospital, il più grande ospedale della quinta città portuale somala, dopo i trattamenti estenuanti messi in atto durante l’ultimo focolaio di colera, risalente allo scorso ottobre.

Incuranti del caldo e delle mosche, decine di bambini affollano l’ospedale. Arrivano presto le complicanze della malaria, come la polmonite, l’encefalite, la cecità. Spesso a questi bambini viene somministrata la terapia per la malaria, poi iniziano le eruzioni cutanee e il prurito agli occhi. In Somalia, il morbillo è una delle principali cause di morte tra i bambini sotto i cinque anni, malattia efficacemente prevenuta con un semplice vaccino. E proprio la Somalia ha uno dei più bassi tassi di vaccinazione in tutto il mondo.

Esistono 16 strutture in tutta la città che assicurano gratuitamente la vaccinazione contro il morbillo, ma ancora troppi bambini risultano non immunizzati. In arrivo a Kismayo da UNICEF, Ministero della Salute somalo, Croce Rossa Internazionale e OMS, 55.000 fiale di vaccini contro il morbillo insieme ad integratori di vitamina A per facilitare il processo di immunizzazione dei più piccoli. La campagna sociale lanciata dal governo di Hassan Sheikh Mohamud mira a sensibilizzare le famiglie circa fattori di rischio, eziologia, sintomi, segni e complicanze della malattia.

Inoltre operatori sanitari di comunità continuano a condurre visite casa per casa educando la popolazione all’immunizzazione di malattie prevenibili con vaccini. Evitando le disastrose complicanze della medicina tradizionale. Il morbillo è un indicatore chiave della forza di sistemi di immunizzazione di un Paese. Ad essere assistiti sono anche gli oltre 150.000 migranti vulnerabili, per la maggior parte provenienti dal Sud Sudan, sfollati interni e comunità ospitanti.

Nonostante una diminuzione del 79% di decessi per morbillo tra il 2000 e il 2015 in tutto il mondo, quasi 400 bambini ogni giorno ancora muoiono per questa infezione. E’ quanto le organizzazioni sanitarie leader affermano. Grazie alla copertura vaccinale sono stati salvati una stima di 20,3 milioni di giovani vite tra il 2000 e il 2015, secondo l’UNICEF. Nel 2015, circa 134.000 bambini sono morti a causa della malattia. Il 75% dei decessi appartengono a Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia, Nigeria e Pakistan. Nena News

Nena News Agency “SOMALIA. Lotta al morbillo” di Federica Iezzi

 

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SIRIA. Ospedali al collasso ad Aleppo Est

Nena News Agency – 19/12/2016

Secondo fonti sanitarie, non ci sono più bombole di ossigeno disponibili e tutte le forniture e le scorte si stanno esaurendo. Sono almeno 400 le persone gravemente ferite o malate che necessitano l’evacuazione immediata. Scarseggia il cibo

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di Federica Iezzi

Roma, 19 dicembre 2016, Nena News – Sono ancora insufficienti gli sforzi per garantire l’accesso alle Nazioni Unite al fine di fornire assistenza umanitaria ad Aleppo. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, almeno 4,9 milioni di persone vivono in zone assediate o difficili da raggiungere nel territorio siriano.

E’ iniziata una lenta evacuazione dei feriti di Aleppo, grazie a un fragile accordo fra forze governative e forze di opposizione. Il primo convoglio della Mezzaluna Rossa siriana tra giovedì e venerdì scorso ha trasferito circa 9.000 tra civili e miliziani feriti fuori da Aleppo. Sabato le attività si erano temporaneamente fermate per un presunto non rispetto dell’accordo di tregua e sono riprese lentamente nelle ultime ore. Invece appaiono ancora difficoltose le attività di rifornimento degli ospedali e le attività di assistenza ai 40.000 civili (secondo alcune fonti sarebbero molti di meno) rimasti nei quartieri orientali della città riconquistati nei giorni scorsi dalle forze governative siriane.

In questi mesi non sono state risparmiate le strutture sanitarie nella zona est di Aleppo. Gli ospedali di Aleppo, dicono fonti dell’opposizione, sarebbero stati bombardati in più di 30 attacchi separati. Fornire cure mediche è molto complicato. Ci sono solo piccole cliniche che stanno cercando di far fronte a centinaia di feriti che i pochi medici rimasti non possono fare nulla per aiutare concretamente.

Fonti sanitarie di Aleppo Est affermano che non ci sono bombole di ossigeno disponibili e che tutte le forniture e le scorte si stanno esaurendo. Non esistono più né unità di terapia intensiva, né reparti, né pronto soccorso. Si lavora nei corridoi, nei sottoscala, sotto tettoie all’aperto. Non ci sono veicoli per trasportare i feriti né carburante, alcuni sono trasportati su carri. Non c’è nemmeno più il tempo per segnalare e contare le vittime.

Degli otto ospedali funzionanti ad Aleppo est, oggi l’unico ospedale aperto è un edificio profondamente ferito, è un edificio dai corridoi intrisi dal colore e dall’odore del sangue. Testimoni ci hanno riferito che urla e grida riempiono le sue stanze. Gran parte della zona circostante è stata distrutta. Il personale sanitario lotta con attrezzature danneggiate, mancanza di spazio per i feriti e una quantità insufficiente di forniture. La maggior parte dei pazienti è a terra. Non c’è spazio per camminare.

Scarseggiano cibo e medicine. La gente rimasta mangia fagioli bianchi schiacciati con il grano. I costi dei prodotti alimentari sono alle stelle, un chilo di farina costa venti dollari, uno di zucchero 13 dollari. Il pane è razionato: solo cinque fette per famiglia. Non ci sono più le verdure.

Per questo le autorità governative siriane e i gruppi armati di opposizione devono immediatamente e senza condizioni facilitare la consegna degli aiuti umanitari nella zona est di Aleppo: questo il disperato appello di Human Rights Watch. Secondo l’organizzazione non governativa internazionale, migliaia di sfollati sopravvivono stipati nei vicoli e negli edifici vuoti dei quartieri ad est della città. Sono almeno 400 le persone gravemente ferite o malate che necessitano l’evacuazione immediata.

Le organizzazioni umanitarie parlano di fame, malnutrizione, freddo, malattie, mancanza di acqua potabile e forniture mediche. L’offensiva ha spostato decine di migliaia di persone. Molte di loro hanno lasciato l’Aleppo orientale, altre sono state trasferite all’interno della parte occidentale della città.

Secondo fonti dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, centinaia di civili sono stati bloccati da gruppi di opposizione armati mentre tentavano di fuggire da violenze e rappresaglie. Non diverso il comportamento dell’esercito governativo che avrebbe colpito civili sospettati di sostenere i gruppi armati di opposizione. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Ospedali al collasso ad Aleppo Est” di Federica Iezzi

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SUD SUDAN. La guerra civile piega il paese

Nena News Agency – 15/12/2016

Il costante processo di pulizia etnica in corso in diverse aree del Sud Sudan tra le 64 diverse tribù che abitano il Paese, annovera fame, stupri di gruppo e incendi di villaggi

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di Federica Iezzi

Roma, 16 dicembre 2016, Nena News – Più volte paragonata al genocidio del Rwanda, la violenza etnica in Sud Sudan orchestrata dal governo di Salva Kiir sta raggiungendo cifre vertiginose.

Nel terzo anniversario della guerra civile nel Paese più giovane del mondo, non è più sufficiente l’enorme dispiegamento delle unità di protezione ONU per separare le parti in guerra.

La violenza è scoppiata nel dicembre 2013, quando il presidente Salva Kiir ha accusato il suo vice-presidente, Riek Machar, di essere a capo di un colpo di stato. Il Paese aveva ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011 a seguito di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi avvenuti in Africa.

Le tensioni etniche hanno fatto saltare in aria istituzioni deboli e inesistente identità nazionale. Le tribù più popolose del paese, i Dinka e i Nuer, avrebbero dovuto condividere il potere nel nuovo governo. Ma l’estrema povertà e la mancanza di istituzioni ha relegato il Paese nella morsa di una guerra etnica.

Decine di migliaia, i civili che hanno perso la vita nei combattimenti. Secondo i dati OCHA più di un milione di persone ha lasciato il Paese e sono più di un milione e mezzo i rifugiati interni. Il Programma Alimentare Mondiale stima che almeno 3,6 milioni di persone hanno necessità di assistenza alimentare.

Le minacce di violenza hanno avuto solo una debole riduzione quando i leader locali sono intervenuti per fermare le continue espressioni di odio.

L’Ufficio del Consigliere Speciale delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Genocidio, ha sottolineato l’importanza in questo delicato momento di imporre un embargo sulle armi. “Il genocidio” afferma, “E’ un processo che si instaura in un lasso di tempo medio-lungo, e proprio per questo può essere evitato. Ci sono passi che possono essere adottati, prima di arrivare vicini alla catastrofe”.

Solo nello scorso mese di luglio, a seguito di un aumento della violenza nella capitale Juba, altre 4.000 unità sudanesi facenti parte della missione dell’ONU in Sud Sudan (MINUSS) erano state reclutate per la protezione dei civili. Obiettivo mancato, visto che il governo sudanese ha accettato solo il dispiegamento di truppe straniere sul suo territorio.

Il costante processo di pulizia etnica in corso in diverse aree del Sud Sudan tra le 64 diverse tribù che abitano il Paese, annovera fame, stupri di gruppo e incendi di villaggi.

L’economia schiacciata del Paese ha il più alto tasso di inflazione del mondo, arrivato a sfiorare più dell’800% nello scorso mese di ottobre.

I servizi sanitari continuano il lento processo di deterioramento, la crisi idrica nazionale è in crescita, il settore agricolo è in declino e i tassi di malnutrizione sono tra i più alti al mondo. La repressione è l’unico strumento di sopravvivenza per il regime nazionale. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. La guerra civile piega il paese” di Federica Iezzi

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GAMBIA. Jammeh sconfitto insiste, vuole un nuovo voto

Nena News Agency – 15/12/2016

Il presidente sconfitto, accusato di gravi violazioni dei diritti umani, parla di gravi irregolarità che avrebbero consentito al suo rivale, Adama Barrow, di vincere con il 4% di margine

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di Federica Iezzi

Roma, 16 dicembre 2016, Nena News – A sorpresa ha vinto l’opposizione nel piccolo stato anglofono dell’Africa Occidentale a maggioranza islamica. Il voto presidenziale del primo dicembre ha spazzato via l’autoritario governo di Yahya Jammeh in piedi dal 1994, quando un colpo di stato militare lo incoronava Presidente. A vincere le elezioni il candidato dell’opposizione Adama Barrow. Basso il margine di vittoria del neoeletto presidente Barrow su Jammeh: solo il 4%.

Perdita scioccante che all’inizio sembrava essere stata accettata dal presidente uscente Jammeh. Dichiarazione ritrattata solo dopo una settimana, contestando sia il processo che l’esito del voto presidenziale. Secondo Jammeh a invalidare le elezioni ci sarebbero state numerose irregolarità. Le ore successive all’annuncio hanno gettato il Paese in una profonda crisi politica interna. Jammeh chiede di tornare alle urne.

Gli Stati Uniti hanno criticato immediatamente la proposta di Jammeh a nuove elezioni, significherebbe ‘rimanere al potere illegittimamente’, ha sottolineato il Dipartimento di Stato in un comunicato.

Human Rights Watch, ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) e Unione Africana, hanno iniziato le proteste contro ogni tentativo illegale di sovvertire la volontà del popolo del Gambia. “Detenere, torturare e uccidere dissidenti e oppositori politici era abitudine del governo di Jammeh” ricordano a gran voce.

Il ministro degli esteri del Senegal, Mankeur Ndiaye, ha richiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, visto che in questo momento il Senegal è uno dei membri non permanenti del Consiglio.

Nel 1981 l’esercito dello stesso Senegal era intervenuto in Gambia per impedire un tentativo di colpo di stato contro l’allora presidente Dawda Jawara. Secondo Jammeh il Senegal avrebbe poi sostenuto un tentativo di colpo di stato contro di lui nel 2006.

La portavoce dell’opposizione Isatou Touray, ha criticato la decisione di Jammeh descrivendola come una ‘violazione della democrazia’.

Alcuni ufficiali militari si sono intanto già schierati con la decisione del Presidente in carica. Dunque fino a gennaio un governo di transizione traghetterà Barrow verso la presidenza e verso la prima finestra democratica dal 1965.

Ciò è in linea con una recente tendenza nella politica africana, dove baroni indipendenti si avventurano sempre più spesso nello spazio politico, a sostegno delle opposizioni.

L’esito del Gambia ripercorre i cambiamenti in atto nel continente africano. Sulla scia di Paesi come Nigeria, Ghana, Tanzania, Namibia, Kenya, Zambia, Capo Verde, Mauritius e Malawi, si continuano a seguire processi di transizione politica per la costruzione di istituzioni democratiche stabili. Ma il percorso resta tortuoso e l’instabilità regna. Nena News

Nena News Agency “GAMBIA. Jammeh sconfitto insiste, vuole un nuovo voto” di Federica Iezzi

 

 

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