Macías Nguema, il braccio del lungo sfruttamento coloniale della Guinea Equatoriale

Nena News Agency – 04/08/2020

L’indipendenza non ha portato a una reale autodeterminazione. Il leader golpista ha governato il Paese con il pugno di ferro, nel silenzio dell’ONU e dell’Unione Africana mentre Spagna e Francia si accaparravano le sue risorse 

Francisco Marcias Nguema

Guinea Equatoriale, Francisco Marcias Nguema

di Federica Iezzi

Roma, 4 agosto 2020, Nena News – Isolata dalla lingua, dalla cultura e dalla geografia, la Guinea Equatoriale, nell’area tropicale dell’Africa occidentale, resta un Paese tanto anonimo e impoverito quanto il suo governo crudele e decadente. Ottenuta l’indipendenza dalla Spagna negli anni ’70, un terzo della popolazione della Guinea Equatoriale fu ucciso o fuggì in esilio, sotto la guida di Francisco Macías Nguema, un semi-letterato di corte, selezionato dai colonizzatori spagnoli in partenza, per preservare i loro interessi.

Nel ‘Golpe de la Libertad’ del 1979, suo nipote, comandante dell’esercito e capo della polizia Teodoro Obiang Nguema, usò truppe marocchine per prendere il potere, guidate dalle mani spagnole.

Gruppi per i diritti umani hanno continuato a segnalare per anni detenzioni senza processo, torture, scomparsa di attivisti dell’opposizione, di intellettuali, professionisti e politici e saccheggio delle vaste risorse petrolifere del Paese. Macías Nguema, come risposta rovesciò tutti i capi di accusa riguardanti gli abusi dei diritti umani su Obiang Nguema, con la storica frase ‘Non ero il capo della polizia’.

Un complotto commedia e un profondo serbatoio di petrolio hanno riscattato il Paese dall’anonimato, ma l’oppressione e la corruzione sono perpetrate ancora oggi. Né le Nazioni Unite né l’Organizzazione per l’Unità Africana hanno mosso un passo in anni di eventi catastrofici, i Paesi vicini così come l’Occidente hanno mantenuto il silenzio, per interessi legati al commercio di petrolio.

Quando Macías Nguema assunse l’incarico di primo presidente della Guinea Equatoriale, dopo una elezione-farsa pilotata da Madrid, il futuro economico della nazione sembrava decisamente promettente. I guadagni del cacao erano ai massimi storici, il commercio legato alla pesca era su una curva ascendente.

Gli aiuti spagnoli si sono concentrati sui settori dell’istruzione, della sanità e della cooperazione culturale del Paese, in cambio dell’egemonia sul petrolio. La Guinea Equatoriale si classificava come il terzo maggior produttore di petrolio nell’Africa sub-sahariana, con uno dei redditi pro-capite più alti del continente. Dati che oggi contrastano con la sua 141esima posizione su 189 Paesi inclusi dalle Nazioni Unite nel suo indice di sviluppo umano.

Presto Macías Nguema iniziò a smantellare il quadro costituzionale della nazione, sulle orme della dittatura spagnola di Franco. Soppresse tutti i partiti politici esistenti e decretò la formazione del Partido Único Nacional de Trabajadores (Punt). Sciolse l’Assemblea Nazionale e si dichiarò presidente a vita.

L’ingravescente instabilità del Paese divenne insostenibile per la Spagna. Il governo spagnolo allora impose sanzioni diplomatiche contro il duro regime di Macías Nguema e allo stesso tempo represse la stampa spagnola che tentava di raccontare gli eventi in Guinea. Petrolio e gas hanno messo a tacere la stampa. Il silenzio di Madrid su questo piccolo Paese africano è stato una costante che è durata 42 anni, dopo la revoca del veto di informazione.

Rivendicando il danno causato dalla dittatura macista, il governo militare guineano aveva un grande interesse nel consolidare le sue relazioni con la Francia, poiché gli aiuti francesi potevano contrastare l’influenza spagnola e rafforzare le relazioni della stessa Guinea con i paesi francofoni vicini.

La Guinea Equatoriale è ancora dominata da una brutale dittatura. Non è più afflitta dalla dittatura omicida e capricciosa di Macías Nguema, ma dalla più venale dittatura di Obiang Nguema. La società civile e l’economia non vengono più polverizzate e represse, piuttosto vengono sfruttate e saccheggiate. Nena News

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CONGO. La parabola di Mobutu, il golpista anticomunista voluto dagli USA e poi detronizzato

Nena News Agency – 30/07/2020

Usato dal Belgio e dalla CIA per sostituire Lumumba, governò il paese con la violenza delle torture e la corruzione. Ma con la caduta dell’URSS, non serviva più. E Washington l’ha costretto al ritiro con una guerra

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Mobutu Sese Seko – ex Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo

di Federica Iezzi

Roma, 30 luglio 2020, Nena News – È il più grande Paese dell’Africa sub-sahariana, la Repubblica Democratica del Congo, ed è uno dei più poveri e sofferenti del mondo, e più pericolosamente vicini allo stato di fallimento.

Sebbene vaste porzioni della Repubblica Democratica del Congo siano pacifiche, le parti nord-orientali della Nazione sono in uno stato di conflitto di basso livello dalla fine della guerra fredda, con sconvolgimenti politici, disordini civili e movimenti secessionisti.

Per 32 anni l’ex-Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, è stato nelle mani di Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Za ​​Banga, considerato pilastro di pragmatismo e buon senso. Nato a Lisala, nell’estremo nord-ovest dell’allora Congo-Kinshasa, si arruolò giovanissimo nell’esercito belga. Proprio grazie alle armi conobbe i principali politici congolesi di fine anni ’50, tra cui Patrice Lumumba, l’allora primo ministro del Congo, con cui si unì al Mouvement National Congolais (MNC).

L’ascesa meteorica di Mobutu al potere arrivò durante la crisi del Congo nei primi anni ’60. Il Paese era appena emerso dalla catastrofe del dominio belga. Re Leopoldo II, probabilmente il più illustre di tutti i colonialisti, lo trasformò in un feudo personale, uccidendo e schiavizzando la popolazione per arricchirsi di avorio e gomma.

L’esercito aveva il compito di impedire la secessione delle province ricche di minerali di Katanga e Kasaï. Nello stallo politico, quando la Cia aiutò il Belgio ad assassinare Lumumba, Mobutu prese il potere con un colpo di stato.

Gli ambasciatori statunitensi e britannici sostennero il dittatore, come un sincero anticomunista e la migliore speranza per il futuro del Congo. Gli Stati Uniti hanno continuato a considerare Mobutu un utile alleato sia contro il comunismo globale sia contro i movimenti radicali dell’Africa. Era vitale per gli sforzi dei ribelli dell’Unita (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola), sostenuti dagli Stati Uniti, nell’atto di rovesciare il governo Mpla (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola) di sinistra, nella vicina Angola.

La Zaïrianisation, la politica incostituzionale di Mobutu di nazionalizzare le industrie e distribuire contratti redditizi ai suoi alleati, si rivelò da subito catastrofica. E l’economia del Paese venne scaraventata verso un rapido e paralizzante declino. Il regime di Mobutu trovò negli Stati Uniti il patrocinio necessario a sopravvivere di fronte al collasso economico. Gli stessi Stati Uniti hanno contribuito a incanalare i prestiti della Banca Mondiale e i crediti del Fondo Monetario Internazionale al governo di Mobutu.

Mobutu ha continuato con una combinazione machiavellica di omicidi, detenzioni arbitrarie, violazione dei diritti umani e torture da un lato e corruzione, eccessi e sontuosità dall’altro.

Al termine della guerra fredda, quando l’Unione Sovietica crollò, Mobutu non era più utile agli Stati Uniti, per cui invece di sostenere il regime autocratico congolese, gli Stati Uniti imposero gravi pressioni su Mobutu per una democrazia multipartitica. Come atto finale Paul Kagame, leader del Rwanda, usò l’avversario congolese di lunga data di Mobutu, Laurent Kabila, per fronteggiare il movimento Alliance des Forces Democratiques pour la Liberation du Zaire (ADFL-Z), che avrebbe fatto crollare il governo Kinshasa e detronizzare Mobutu.

L’esercito utilizzò questo vuoto di potere per scatenare la follia nel Paese a partire dal settembre 1991. Le forze armate del Ruanda, e i suoi alleati Uganda e Burundi, combatterono ferocemente contro l’esercito congolese, appoggiato da Angola, Ciad, Namibia, Sudan e Zimbabwe. Joseph Kabila, figlio di Laurent Kabila, fu l’unico leader a contribuire ad un accordo di pace, guidato dalle Nazioni Unite nel 2002, che ha lasciato nel Paese una profonda instabilità.

Il Paese sembra traghettato verso una regressione al passato violento, piuttosto che verso un futuro progressista. I negoziati sulla transizione verso un’era davvero democratica non dovrebbero limitarsi al dialogo tra i soli politici ma dovrebbero incoraggiare un processo di rimodellamento completo della politica nazionale. Nena News

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Repubblica Centrafricana: una storia di violenza e repressione all’ombra di Parigi

Nena News Agency – 23/07/2020

L’ex presidente Jean-Bedel Bokassa resta il simbolo di repressione  e crudeltà ma la fine del suo potere è stata seguita da decenni di investimenti insufficienti, corruzione, sfruttamento, guerre civili e non meno di quattro colpi di stato

Repubblica Centrafricana – Jean Bedel Bokassa

di Federica Iezzi

Roma, 23 luglio 2020, Nena News – L’instabilità politica e la debolezza amministrativa sono state caratteristiche permanenti della Repubblica Centrafricana sin dalla sua indipendenza. Questa è, quindi, la storia di un crollo predetto.

Mentre la Repubblica Centrafricana di Touadéra oggi barcolla attraverso la peggiore violenza della sua storia, l’ex presidente Jean-Bedel Bokassa rimane il paradigma dell’eccesso e della crudeltà, nella tragicità di questo Paese. Combattente nell’esercito francese, Bokassa poco più che ragazzino ha partecipato allo sbarco alleato in Provenza e combattuto in Indocina e in Algeria. Pluridecorato in battaglia, le è stata conferita infine la nazionalità francese.

Con l’appoggio di Parigi il dittatore si autoproclamò presidente della Repubblica Centrafricana nel 1966.

Aumentò l’estrazione dell’uranio e dell’oro, realizzò considerevoli infrastrutture, costituì l’assemblea nazionale, migliorò università e ospedali, richiamando investitori internazionali. Allo stesso tempo, portò avanti una selvaggia serie di torture e omicidi ai danni degli oppositori e dei rivali politici. Niente di tutto ciò ha impedito la stretta amicizia di Bokassa con Valéry Giscard d’Estaing, ministro delle finanze francese nei primi anni ’70, poi presidente francese dal 1974 al 1981.

Nel 1977, Bokassa si dichiarò imperatore del Paese dell’Africa equatoriale e la cerimonia di incoronazione è ricordata in quanto costò l’equivalente di tutti gli aiuti allo sviluppo francesi per quell’anno. La Francia provò una certa lealtà nei suoi confronti, non vedendo alcuna alternativa a lui, nonostante le sue straordinarie idiosincrasie.

Bokassa sfruttò l’alleanza francese per reclutare armi e aiuti internazionali, nettare del suo regime corrotto. In cambio, la Francia di Giscard, sfruttò avidamente l’uranio della Repubblica Centrafricana per alimentare l’industria nucleare francese. Dopo soli due anni, mentre Bokassa era in visita in Libia, Giscard inviò le forze speciali francesi a deporlo e quindi costringerlo all’esilio.

La Repubblica Centrafricana sulla scena internazionale è raccontata come uno dei Paesi più poveri e più deboli dell’Africa. Negli ultimi anni improvvisamente ha ricevuto più attenzione internazionale per il conflitto settario che lo tormenta e che vacilla sull’orlo del genocidio. Sebbene ora governato da un presidente eletto democraticamente, Faustin-Archange Touadéra, il Paese è ancora devastato dalla violenza.

La fine dell’impero di Bokassa è stata seguita da decenni di investimenti insufficienti, corruzione, sfruttamento, guerre civili e non meno di quattro colpi di stato. Michel Djotodia, guida dell’Union des Forces pour le Rassemblement Démocratiques e membro di séléka, partito rivoluzionario centrafricano che dal 2012 ha preso il potere nella Repubblica Centrafricana, si è insediato come primo sovrano musulmano del Paese, estromettendo l’allora presidente François Bozizé, che proveniva invece dalla maggioranza cristiana, anti-balaka.

Da quel momento le milizie delle due comunità religiose hanno alimentato un conflitto sanguinario, che ha prodotto quasi 950.000 sfollati interni, di cui quasi 500.000 solo nella capitale Bangui. I 5.500 peacekeepers internazionali francesi e dell’Unione Africana, sono sembrati semplicemente troppo pochi per far fronte ad una guerriglia armata di milizie che si dispiegava furiosamente attraverso i villaggi.

Il palcoscenico era pronto per un conflitto settario bollente. Quindi, ciò che era iniziato come una ribellione contro una presidenza corrotta e dispotica è finito come violenza comunitaria settaria, dove né Unione Africana, né Francia ha ristabilito ordine e legge.

Le Nazioni Unite hanno recentemente annunciato un ampliamento del dispiegamento delle forze di pace, portando la coalizione multinazionale a 12.000 unità. La base di lavoro è quella di elezioni politiche credibili e una nuova costituzione che garantisca protezione e garantisca la rappresentanza politica per entrambe le comunità religiose. Senza dimenticare il taglio netto del sostegno finanziario ai gruppi ribelli, proveniente da diamanti e avorio illegalmente esportati dal Paese. Un maggiormente controllato sistema di certificazione del Kimberley Process per riesaminare l’approvvigionamento di diamanti, contribuirebbe a fermare la vendita impetuosa e irregolare. Così come una meticolosa sorveglianza dei bracconieri sopprimerebbe il commercio nero dell’avorio. Nena News

Nena News Agency “Repubblica Centrafricana: una storia di violenza e repressione all’ombra di Parigi” di Federica Iezzi

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UGANDA. Dall’indipendenza dalla Gran Bretagna al regno del terrore di Idi Amin

Nena News Agency – 17/07/2020

Pedina in varie occasioni della guerra non dichiarata tra il mondo arabo e l’Occidente, il Paese africano ha avuto a partire dagli anni ’60 ottime relazioni con Israele con cui, dopo la rottura diplomatica ai tempi della dittatura di Amin, mantiene tuttora ottimi rapporti

The Unseen Archive of Idi Amin

Uganda, The unseen archive of Idi Amin

di Federica Iezzi

Roma, 17 luglio 2020, Nena News – Cuore verde dell’Africa orientale, l’Uganda è attualmente alle prese con il compito di riunire una vasta gamma di gruppi di minoranze etniche in uno stato-nazione, deciso e imposto da vecchi confini geografici, disegnati dai padroni coloniali inglesi, causa negli anni di duri conflitti.

Il Paese oggi non è in pericolo di rinnovata guerra civile o violenza ribelle, ma rischia di scivolare in una crisi politica che potrebbe minacciare la stabilità conquistata negli anni. Kampala si destreggia tra politiche di patrocinio inefficienti, una spirale discendente di governance in declino, scarsi risultati economici e insicurezza locale.

Dopo 20 anni di conflitti e lo sfollamento di circa due milioni di persone, durante il mandato dell’ultima presidenza autocratica di Yoweri Museveni, l’Uganda divenne di nuovo una pedina nella guerra apparentemente infinita e non dichiarata tra il mondo arabo e l’Occidente. Nel 1994, l’amministrazione Clinton iniziò a finanziare in aiuti militari l’Uganda e altri Paesi africani, per destabilizzare i governi di matrice araba.

In cambio, l’attuale leader ugandese ha ricevuto tolleranza dai Paesi occidentali, in violazioni dei diritti umani, brogli elettorali, torture e uccisioni di sostenitori dell’opposizione. Tradizione angosciante tra i leader occidentali di confondere l’abuso e la repressione per motivi di sicurezza, con la normalità.

Tra i Paesi occidentali, Israele ha avuto sicuramente un rapporto speciale con l’Uganda, già dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1962. A partire dagli anni cinquanta, David Ben-Gurion, allora Primo Ministro israeliano, cercò partenariati strategici con gli stati ai margini del mondo arabo, compresi Uganda, Kenya, Iran e Turchia, per contrastare le nazioni ostili ai confini di Israele. Come parte di quella che divenne nota come la ‘dottrina periferica’, Israele addestrò ed equipaggiò i militari dell’Uganda e realizzò progetti di costruzione, di agricoltura e di sviluppo.

Le relazioni dell’allora demagogo presidente Idi Amin con Israele si inasprirono, dopo che Israele si rifiutò di vendere aerei da combattimento a Amin con i quali, il leader sperava di bombardare la Tanzania, dove l’ex presidente ugandese Obote stava sollevando un esercito ribelle.

Amin si rivolse alla Libia di Gheddafi, che accettò di vendere armi agli ugandesi, ma solo se quest’ultimo avesse rotto i legami con Israele. Dunque l’impulsività bizzarra di Amin espulse prontamente tutti gli israeliani dal Paese e installò l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nell’ex-ambasciata israeliana. La religione islamica divenne un feticcio per questo uomo squilibrato, e la sua schietta trasgressione ne fece un grave danno alla causa musulmana in Africa.

Ma quale è stata la vita e quali le miserie di Idi Oumee Amin Dada?

Nato a Koboko, nell’Uganda nordoccidentale, da padre Kakwa e madre Lugbara, Idi Amin si unì presto ai King’s African Rifles (KAR), un reggimento dell’esercito coloniale britannico, con cui combattè in Somalia contro i ribelli Shifta e in Kenya nella repressione della rivolta Mau Mau.

Dittatore spietato la cui ascesa al potere fu facilitata dalle autorità coloniali britanniche, estremamente carismatico e abile, ottenne il grado di ‘effendi’, la posizione più alta per un soldato dell’Africa nera all’interno del KAR, e fu presto nominato comandante delle forze armate.

Dopo oltre 70 anni sotto il dominio britannico, l’Uganda ottenne l’indipendenza nel 1962 e Milton Obote divenne il primo ministro del Paese. Nel 1964, Obote strinse una forte alleanza con Amin, che contribuì ad espandere le dimensioni e il potere dell’esercito ugandese. Nel febbraio del 1966, in seguito alle accuse secondo cui Obote e Amin erano responsabili del contrabbando di oro, caffè e avorio, scambiati per armi, nell’attuale Repubblica Democratica del Congo, Obote sospese la costituzione e si autoproclamò presidente esecutivo.

Obote iniziò a mettere in discussione la lealtà di Amin e durante una sua breve assenza, Amin, attraverso un colpo di stato, prese il controllo del Paese costringendo Obote all’esilio.

Una volta al potere, Amin iniziò le esecuzioni di massa su Acholi e Lango, tribù cristiane fedeli a Obote e quindi percepite come una minaccia. Attraverso forze di sicurezza interne da lui organizzate, come lo State Research Bureau (SRB) e la Public Safety Unity (PSU), ha di fatto eliminato chiunque si opponesse al suo regime.

Nel 1979 il regno del terrore di Amin terminò quando gli esiliati ugandesi e tanzaniani presero il controllo della capitale Kampala, costringendo il dittatore a fuggire. L’amministrazione di Kijambiya (‘macellaio’ come gli ugandesi chiamavano Amin) ha governato l’Uganda con il fervore e l’energia di una campagna militare. Mai consegnato alla giustizia per i suoi atroci crimini, sebbene originariamente cercasse rifugio in Libia, Amin ha trascorso comodamente il resto della sua vita in Arabia Saudita.

La brutalità di Amin, ha suscitato fascino oltre i confini dell’Uganda. Alcuni nazionalisti africani applaudirono i suoi insulti agli europei. Gli arabi radicali libici, guidati da Muammar al-Gheddafi, lo corteggiarono attivamente come alleato, e per un certo periodo lo fece anche l’Unione Sovietica.

I media del governo di Amin facevano parte di uno scintillante ensemble che ha contribuito a creare un’ingannevole narrazione degli eventi. Ecco perché così tanti ugandesi hanno trovato motivo per sostenere il governo di Amin. La presenza di telecamere negli eventi pubblici ha trasformato occasioni banali e accessorie, in una contraffatta cronaca di lotta nazionale.

Oggi, dopo tanta storia, che pochi ugandesi credano che il cambiamento politico avverrà attraverso l’urna elettorale, una rivolta popolare o un dialogo nazionale attendibile non sorprende, dato lo stato dell’opposizione politica, che soffre di carenza di finanziamenti, combattimenti e cooptazione del regime. Nena News

Nena News Agency “UGANDA. Dall’indipendenza dalla Gran Bretagna al regno del terrore di Idi Amin” di Federica Iezzi

 

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AFRICA. Resta alta la tensione in Mali dopo gli scontri dei giorni scorsi

Nena News Agency – 14/07/2020

Di fronte ai disordini, il primo ministro maliano Boubou Cisse ha promesso di formare rapidamente un governo. Mesi dopo le ultime elezioni, il fragile paese dell’Africa occidentale non ha ancora un esecutivo

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Roma, 14 luglio 2020, Nena News – Resta grave la crisi politica che nei giorni scorsi ha scatenato proteste violente in Mali – con 11 morti – guidate dal gruppo M5-RFP (Rassemblement des Forces Patriotiques), una coalizione di leader politici, religiosi e della società civile, contro la presidenza di Ibrahim Boubacar Keita.

Mobilitati dall’influente leader musulmano Imam Mahmoud Dicko, un predicatore carismatico e estremamente influente, decine di migliaia di sostenitori dell’opposizione si sono radunati nelle strade delle principali città maliane, per denunciare il presidente e il suo entourage. La scorsa settimana Keita aveva annunciato lo scioglimento della Corte Costituzionale, ha abrogato le licenze di tutti i membri rimanenti della stessa Corte, in modo che i nuovi giudici possano essere nominati già a partire dalla prossima settimana. Ora cerca di arginare il movimento di opposizione di recente formazione, aprendo le porte alla fondazione di un governo di unità nazionale.

Le proteste sono divampate dopo che il presidente ha lanciato, senza successo, riforme intese a placare gli oppositori e aver respinto le loro richieste di sciogliere il parlamento e formare un governo di transizione. L’opposizione continua a chiedere le immediate dimissioni del presidente, il quale ha risposto con l’arbitrario arresto di numerosi esponenti politici, tra cui Choguel Kokala Maiga e Mountaga Tall.

I manifestanti nei giorni scorsi hanno bloccato le strade principali di Bamako, hanno attaccato il parlamento e hanno preso d’assalto i locali della maggiore emittente televisiva statale ORTM (Office de Radio et Télévision du Mali). I leader dell’opposizione inoltre hanno pubblicato un documento in dieci punti che chiede disobbedienza civile, con raccomandazioni che includono il blocco dell’accesso agli edifici statali e l’occupazione di incroci stradali.

Le forze di sicurezza in risposta hanno immediatamente preso di mira il quartier generale del CMAS, un movimento di opposizione guidato da Mahmoud Dicko, parte della coalizione di opposizione M5-RFP.

Si teme che l’impasse possa ulteriormente destabilizzare il Paese e mentre prosegue la campagna militare contro gruppi armati ribelli, nella regione del Sahel, in Africa occidentale. Il Paese ha faticato a contenere la ribellione armata dei separatisti Tuareg nel nord, emersa per la prima volta nel 2012, prima di estendersi al centro della nazione e al vicino Burkina Faso e Niger. Migliaia di civili sono stati uccisi e centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni.

Malgrado la presenza di già oltre 13.000 caschi blu di MINUSMA e l’Operazione francese Barkhane presente in tutto il Sahel con base a N’Djamena, la Francia ha lanciato una nuova task force, Takuba, che prenderà il via il 15 luglio 2020. Soldati estoni e francesi si addestreranno con militari maliani. Parigi fa inoltre sapere che ad ottobre arriveranno 60 membri di forze speciali ceche e che a gennaio 150 militari svedesi si uniranno a Takuba. E’ probabile che anche l’Italia accetti di mandare forze militari.

I ribelli stanno causando il caos nel Mali centrale, dove quest’anno circa 600 civili sono stati uccisi durante attacchi di gruppi armati e violenza tra comunità. Amnesty International ha dichiarato che il deterioramento della situazione della sicurezza potrebbe alimentare il disastro umanitario. Nena News

Nena News Agency “AFRICA. Resta alta la tensione in Mali dopo gli scontri dei giorni scorsi” di Federica Iezzi

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AFRICA. L’uccisione di Abdelmalek Droukdel non ha indebolito Al-Qaeda

Nena News Agency – 03/07/2020

Malgrado l’enfasi data alla notizia, la morte un mese fa di Droukdel non comporterà uno spostamento significativo dell’equilibrio di potere, né un indebolimento dei gruppi jihadisti del Sahel. Gli interessi italiani in quella regione

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Roma, 3 luglio 2020, Nena News – Lo scorso 5 giugno AFRICOM (United States Africa Command) ha confermato la notizia della morte di Abdelmalek Droukdel in un’operazione a guida francese nella città maliana di Talhandak, vicino a Tessalit. La morte di Droukdel è stata subito descritta come un duro colpo per al-Qaeda nella regione ma la provata adattabilità dell’organizzazione jihadista indica la sua capacità non solo di sopravvivere ma anche di continuare a guadagnare terreno in tutto il Sahel.

Diversi veterani di AQIM (al-Qaeda in the Islamic Maghreb) sono in linea per la successione al potere, incluso il leader del Council of Notables, Abu Ubaydah Yusef al-Annabi.

Senza dubbio la questione della successione di Droukdel solleva diversi problemi, non ultimo quello riguardanti le dinamiche etniche dello stesso AQIM, tra i vari gruppi regionali affiliati ad al-Qaeda. La leadership di AQIM è sempre stata algerina. Un cambiamento drastico potrebbe avere l’effetto di limitare l’influenza del gruppo in tutto il Sahel, poiché il conflitto si sta spostando dall’Algeria a sud, verso il Mali centrale e altri stati confinanti. Cellule indipendenti come il Group to Support Islam and Muslims (GSIM) e l’Islamic State in Greater Sahara (ISGS) hanno finora condotto frequenti attacchi a civili, a truppe armate straniere e locali e a strutture governative. Ma ciò ha avuto riflessi modesti sulla compattezza di AQIM.

Negli ultimi anni, la sfera jihadista saheliana ha in gran parte giocato secondo le proprie regole. Le organizzazioni basate nel Sahel hanno progressivamente guadagnato rilevanza sotto la guida di figure locali, come Iyad Ag Ghali, maliano di etnia tuareg, che ha fatto parte del Movimento popolare dell’Azawad negli anni ’90. I gruppi più attivi della regione, quali Katiba Macina e ISGS non erano sotto il comando diretto di Droukdel.

Sebbene rappresenti un’importante avvenimento simbolico, la morte di Droukdel probabilmente non comporterà uno spostamento significativo dell’equilibrio di potere, né un indebolimento dei gruppi jihadisti del Sahel. Il clima di sicurezza, di natura estremamente complessa, rivela una realtà distinta: la morte di Droukdel è solo un successo figurativo e non porterà a una tangibile regressione della violenza nel Sahel.

Attualmente, secondo il Fragile State Index 2020, il Ciad, il Niger e il Mali registrano score rispettivamente di 106, 95 e 96, occupando così la zona di allarme. Amplificata dall’assenza di robusti apparati statali e dalla presenza di reali carenze istituzionali, l’attività dei gruppi terroristici in tutti i Paesi del Sahel, ha provocato lo sfollamento di migliaia di civili. Chiaramente, questo ciclo di violenza conferma il fatto che l’influenza di Droukdel non è stata decisiva per modellare l’ordine nel Sahel.

Droukdel era nato nel 1970 a Meftah, in Algeria. La carriera jihadista che lo ha fatto emergere come uno dei più longevi comandanti regionali di al-Qaeda, fino a diventare emiro di AQIM, è iniziata con il suo coinvolgimento nel Groupe Islamique Armé, un gruppo ribelle islamico nato durante la guerra civile algerina. Il gruppo si separò e ne nacque il Groupe Salafiste pour la Prédication et le Combat, che Droukdel ha guidato a partire dal 2004.

Considerato un leader carismatico, Droukdel ha svolto un ruolo chiave nello stabilire connessioni tra la jihad globale e locale. Sotto la sua guida, AQIM si è allargata oltre l’Algeria tanto da essere identificata come una minaccia regionale, in particolare nel Sahel, operando in Mali, Mauritania, Libia, Tunisia e Niger.

Nel 2012 Droukdel fu condannato da un tribunale in Algeria per omicidio, appartenenza a un’organizzazione terroristica e attentati letali. Ha eluso la cattura per anni, nonostante la significativa presenza di forze armate francesi in risposta alle operazioni jihadiste in Mali, nell’operazione Serval e nell’operazione Barkhane, insieme ad altre forze, tra cui oltre 14.000 truppe ONU.

L’Italia da tempo è coinvolta nel Sahel. Contribuisce alle azioni multilaterali in materia di controllo nell’area, attraverso la missione di stabilizzazione MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission) in Mali, l’EUCAP (European Union Capacity Building Mission) in Niger e nel Sahel, l’EUTM (EU-Training Mission) in Mali e il progetto GAR-SI Sahel (Groupes d’Action Rapides – Surveillance et Intervention au Sahel), guidato dalla Spagna.

Tra il 2017 e il 2019, l’Italia ha concluso accordi bilaterali con Burkina Faso, Niger e Ciad, contribuendo ai lavori della coalizione del G5-Sahel, che mirano a preservare il ruolo di interlocutore privilegiato nel continente africano, oltre che sul piano demografico, anche su quello economico-produttivo.

L’interesse strategico italiano si destreggia tra il controllo della frontiera con la Libia, la stabilità del nord Africa, la gestione delle rotte migratorie e lo sfruttamento di fonti energetiche in Africa sub-sahariana.

Anche l’ultimo decreto missioni internazionali, deliberato lo scorso 4 giugno, conferma per il 2020, un rinnovato interesse strategico dell’Italia in Africa sub-sahariana. La novità di maggiore rilievo, riguarda i 15 milioni di euro, investiti dal governo, per la partecipazione italiana alla task force Takuba, organo multinazionale con l’ufficiale mandato di addestrare e assistere le forze armate e le forze speciali locali, nella lotta contro i gruppi armati jihadisti nel Sahel. Nena News

Nena News Agency “AFRICA. L’uccisione di Abdelmalek Droukdel non ha indebolito Al-Qaeda” di Federica Iezzi

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Dall’Egitto al Camerun, crescono i casi di coronavirus in Africa

Nena News Agency – 13/03/2020

Il contagio da Covid-19 si sposta all’interno del continente africano, incontrando di fronte a sé sistemi sanitari deboli. Quasi tutti i governi hanno istituito controlli agli ingressi

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#outbreak #COVID19

di Federica Iezzi

Roma, 13 marzo 2020, Nena News – Continua il clima di allerta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, riguardo i contagi da COVID-19 che entrano nei Paesi con sistemi sanitari deboli.

Quasi tutti i governi africani hanno messo pubblicamente in atto severi controlli nei punti di entrata, in particolare negli aeroporti. Casi di coronavirus sono stati confermati in Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Senegal e Nigeria. Le compagnie aeree africane hanno cancellato voli di linea per la Cina ad eccezione dell’Ethiopian Airlines.

Il Nord Africa è sicuramente la regione più colpita, finora solo la Libia è sfuggita al contagio dilagante. L’Egitto ha attualmente all’attivo 59 casi confermati mentre l’Algeria ne ha 20, Tunisia, Marocco hanno 5 e 3 casi rispettivamente. E l’Egitto registra la prima morte legata a Covid-19 in Africa. Il ministero della salute ha confermato che il caso riguardava un cittadino tedesco di 60 anni, ricoverato per polmonite acuta in un ospedale pubblico della capitale.

Invece, il numero di casi confermati di coronavirus in Algeria è più che raddoppiato, negli ultimi giorni. Il ministero della sanità dell’Algeria ha riferito che la maggior parte dei casi è stata registrata nel distretto di Blida, a circa 30 chilometri dalla capitale, Algeri.

Il ministro della sanità tunisino Abdelatif el-Mekki, ha dichiarato la sospensione dei servizi di traghetto verso l’Italia. La notizia segue la conferma di un primo caso nel Paese, un cittadino tunisino arrivato di recente dall’Italia via mare. Altre misure adottate dalle autorità includono un terminal separato nell’aeroporto di Tunisi per i voli dall’Italia, che tiene separati i passeggeri prima di un processo di screening.

Il Burkina Faso ha confermato due casi di coronavirus. I pazienti sono di origine burkinabé ed erano di ritorno dalla Francia. Così il Burkina Faso diventa il sesto paese dell’Africa sub-sahariana a segnalare test positivi per il coronavirus.

L’Africa occidentale è la seconda regione più colpita con casi segnalati in Nigeria, Senegal e Togo. Il Camerun è l’unico paese dell’Africa centrale con due casi mentre nell’Africa meridionale solo il Sudafrica ha sette casi. Anche il Camerun ha confermato il primo caso di coronavirus. Si tratta di un cittadino francese di 58 anni che è arrivato nel Paese a fine febbraio. Il paziente è attualmente in cura nell’ospedale centrale di Yaoundé.

La Nigeria e il Ruanda intensificano le misure di controllo. Questa settimana il presidente nigeriano Muhammadu Buhari ha annunciato una task force sul coronavirus con l’obiettivo di aiutare a controllare la diffusione che ad oggi ha colpito due persone.

Il Ministro della Sanità nigeriano ha registrato il suo secondo caso di coronavirus, nello stato di Ogun, strettamente collegato al caso che ha coinvolto un italiano nello stato di Lagos. Il Nigeria Centre for Disease Control ha sottolineato che il paziente è stato messo in isolamento mentre continuano le tracce di altri possibili contatti.

Il Ruanda, nonostante non abbia confermato casi di coronavirus, si è mosso per intensificare le misure di prevenzione dell’epidemia che sta colpendo tutti i blocchi regionali del continente, con minor impetuosità l’Africa orientale. Mentre il Kenya identifica come aree ad alto rischio le due città costiere di Mombasa e Kilifi e la sua capitale Nairobi, per il grande afflusso di turisti.

Il ministro della sanità della Repubblica Democratica del Congo, Eteni Longondo, ha dichiarato in un comunicato ufficiale che ai viaggiatori provenienti da Italia, Francia, Germania e Cina, senza sintomi, verrà chiesta l’auto-quarantena di 14 giorni all’entrata nel Paese africano, mentre quelli con sintomi saranno immediatamente trasferiti in impianti di isolamento.

Il governo del Togo ha confermato il primo caso di infezione da coronavirus, nella capitale Lome. La paziente era entrata in Togo attraverso il confine terrestre di Sanvi Condji all’inizio di marzo, dopo plurimi spostamenti tra Benin, Germania, Francia e Turchia.

Il primo caso registrato in Sudafrica è stato identificato come un paziente di 38 anni che ha viaggiato in Italia. Gli altri casi sono riconducibili alla nave messa in quarantena a gennaio ‘Diamond Princess’. Nena News

Nena News Agency “Dall’Egitto al Camerun, crescono i casi di coronavirus in Africa

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Il premio Giustolisi ai reportage di Federica Iezzi per Il Manifesto

Il Manifesto – 13 novembre 2019

#Internazionale

Con i reportage sulle rotte migratorie tra Corno d’Africa, Medio Oriente, Afghanistan e Balcani pubblicati su queste pagine (qui l’ultimo della serie), Federica Iezzi si è aggiudicata l’edizione 2019 del premio intitolato a Franco Giustolisi. A lei vanno dunque le felicitazioni di tutta la redazione del manifesto.

Nella categoria “Giustizia e Verità” premiato ex aequo anche a Lorenzo Cremonesi (Corriere della sera) per un’inchiesta su padre dall’Oglio. Menzione speciale a Giulio Mola (Quotidiano nazionale), per l’inchiesta «Sport malato». Il Premio speciale «Franco Giustolisi – Fuori dall’armadio- Senato» va invece a Valerio Cataldi (Rai3/Tg3) per Narcotica. Tra gli altri riconoscimenti di quest’anno, «Diario americano» di Roberto Festa (Radio Popolare) ha vinto quello dedicato alla radiofonia.

#rassegnastampa Rassegna stampa Premio Giustolisi 2019

Chieti Today “Premio Giustolisi vince Federica Iezzi, medico-reporter di Bucchianico”

Il Manifesto “In fuga sulla ferita balcanica” di Federica Iezzi

Il Manifesto “I manganelli croati sui sogni dei migranti” di Federica Iezzi

Il Manifesto “Nei balcani la guerra dopo la guerra” di Federica Iezzi

Il Manifesto “Visto da Mogadiscio, un orizzonte di tende per la Somalia” di Federica Iezzi

Il Manifesto “Unica assicurazione, il clan. Così abbiamo aiutato i somali a casa loro” di Federica Iezzi

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Vucjak: the toxic camp where Europe discards its refugees

Il Manifesto Global – 25/09/2019

REPORTAGE. In the Vucjak refugee camp, people survive without assistance, between toxic waste and landmines from the Bosnian War. The lack of basic infrastructure and sanitation services in Vucjak is an egregious violation of the minimum standards set by the norms of the United Nations

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Bihac – Borici temporary reception center (photo credit Renato Ferrantini per One Life ONLUS)

di Federica Iezzi

Sarajevo – Nestled among the wooded peaks of the Plješevica mountains, surrounded by areas still full of landmines from the Yugoslavian wars, the Vucjak refugee camp in northwestern Bosnia stands as shocking proof of the crisis that is still raging at the European Union’s back door. The United Nations has recently described this refugee camp, located a few miles from the barbed-wire-fortified Croatian border, as totally inadequate to accommodate civilians.

There are no major international NGOs working in this refugee camp. It’s officially run by the municipalities of the town of Bihac and unofficially left in the hands of the volunteers from the local Bihac branch of the Red Cross.

It was built after the Bosnian authorities and the municipal governments of the Canton of Una-Sana decided that the migrants could no longer remain in public spaces or abandoned buildings, all located within city limits. Here, bits of plastic and glass, old clothes turned into rags and used tires litter the contaminated soil.

They are all toxic remnants of the past. The camp is located on the site of an old landfill, which was still in operation only a few years ago. The conditions are extremely troubling. Survival is constantly threatened by the non-drinkable water and the land soaked in poison dumped over the years, with the only assistance coming from the work of volunteers.

At least 1,000 migrants are crammed into this living hell. They come from Afghanistan, Iraq, Iran, Syria and Pakistan. Access to clean water is limited to 10 hours per day, as there is no permanent usable water supply.

Vucjak echoes all the inhumanity of the Calais refugee camp in northern France and the abject indifference of European governments. The lack of basic infrastructure and sanitation services in Vucjak is an egregious violation of the minimum standards set by the norms of the United Nations.

In the middle of the camp, an enormous map shows the location of the local minefields. Every day, several times a day, police trucks take Bosnian migrants who are outside the circuits of temporary shelters—those run by the International Organization for Migration—and dump them in Vucjak.

Like stray dogs, they are thrown out in the middle of the camp, after opening the rear door of the van, secured with a shiny new lock. It is strictly forbidden to film these scenes, so there are no photographs, videos or propaganda materials to show what is happening, but the practice goes on undisturbed.

Despite the humanitarian injustice being perpetrated, the migrants are not even complaining about the anti-personnel mines, their poor state of health or the lack of sanitation. Instead, they’re telling stories about the “passive” violence they suffer at the hands of the border police. In recent weeks, the Croatian police have introduced a new cruel twist: confiscating and burning the food, clothing, shoes, backpacks and cell phones of any migrants who try to “play the game” of crossing the border.

If you’re planning to cross the Croatian-Bosnian border, you’ll have to spend about 100 marks (just over €50) on food, mostly bread and similar basic foods. Often, those 100 marks represent months of savings, so burning the food is a sign of the most remorseless cruelty.

Emad fled from Syria with his wife and young son, just 2 years old. He tried to play “the game” and cross the border, but they turned him back to the Borici temporary reception center in the town of Bihac, after they robbed him of everything. While the medical staff from One Life, an Italian NGO, examined his son, Emad held out a plastic bag with a phone inside. He asked me if I wanted to buy it, so he could use the money to try again to cross the border with Croatia. The scene was heartbreaking.

Since January 2018, almost 36,000 migrants have entered Bosnia and remained trapped between the European policies designed to reduce illegal crossings and the political stalemate in Bosnia, which effectively prevents local authorities from offering any protection.

From Turkey and Greece, there are two main routes through Bosnia: one that crosses through northern Macedonia and Serbia, the other through Albania and Montenegro.

Standing in the Vucjak camp, among a crowd of abused bodies and broken bones, we are face to face with the appalling consequences of European geopolitics. As a result of the cynical effort by the Croatian government to prove that it has what it takes to join the Schengen free movement area, the country is rejecting migrants without following proper asylum procedures.

Gulraiz’s journey started in Kunduz, Afghanistan. We struggled to gain her trust. The loneliness that the migrants are steeped in is insurmountable. They smile, but their eyes are vacant. Month after month, they have been walking without rest and without any support. They travel together with occasional friends they make, mere companions along their path.

It cost her one mark to recharge her precious old phone in Vucjak. After telling us a few stories, she showed us on her phone the map that she would use to try “the game” once again, starting from the Plješevica mountain, crossing through the thick Bosnian forest, passing by the Bosnian town of Šturlic, then arriving in an area with circled granicni prelaz, the border crossing points. A constellation of red dots, places, coordinates and steps, all displayed using Google Maps’s “satellite” function.

A blond Bosnian policeman stopped us. His shirt was buttoned up to the top, he had a defiant air and a grim posture. He checked our documents. He wrote our names down in a crumpled notebook, without giving any explanation, seemingly trying to intimidate us.

There is a very thin line here surrounding the crime of aiding and abetting illegal immigration. We were forced to move along. I could not forget the image of Gulraiz’s satellite map. In my hands, I felt the weariness of Abdurahman, who was trying to mend his backpack with needle and thread after the inhuman journey that brought him here. And I kept seeing the eyes—wide with uncertainty—of the young people who weren’t lucky enough to have a badge granting them access to the “5-star resorts” (by comparison) of the temporary reception centers.

I left Bosnia with the image of Ibrahim, just over 3 years old, following right behind his dad with arms folded at the back, imitating his sad, weary posture.

Il Manifesto Global ‘Vucjak: the toxic camp where Europe discards its refugees’ di Federica Iezzi

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REPORTAGE. Il campo tossico dove l’Europa scorda i migranti

Il Manifesto – 24 settembre 2019

REPORTAGE. Muri e migrazioni. A Vucjak, in Bosnia, si sopravvive senza assistenza, tra rifiuti e mine anti-uomo: il campo si trova sopra una vecchia discarica, l’acqua non è potabile e la terra, mai bonificata, è intrisa di veleni. E chi tenta la fuga in Croazia trova la polizia e il suo ‘gioco’: cibo confiscato e zaini dati alle fiamme

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Bosnia-Herzegovina – Vučjak refugees camp (photo credit Renato Ferrantini per One Life ONLUS)

di Federica Iezzi

Sarajevo – Nascosto tra le cime boscose del monte Plješevica e circondato da zone ancora minate delle guerre jugoslave, il campo rifugiati di Vucjak, nella Bosnia nord-occidentale, è una prova scioccante della crisi che si è abbattuta contro la porta di servizio dell’Unione europea. Le Nazioni unite hanno recentemente descritto questo campo, a pochi chilometri dal confine spinato croato, come del tutto inadeguato ad accogliere civili.

UNICO CAMPO in cui non sono presenti le grandi organizzazioni non-governative internazionali, è ufficialmente gestito dalla municipalità della cittadina di Bihac. E sotto-affidata, non ufficialmente, ai volontari della Croce Rossa locale di Bihac.

È sorto dopo che le autorità della Bosnia e i governi municipali del Cantone di Una-Sana, hanno deciso che i migranti non potevano più rimanere negli spazi pubblici o negli edifici abbandonati, entro i limiti della città.
Plastica, vetro, vecchi vestiti ormai diventati stracci, copertoni di gomme usate giacciono sul terreno contaminato.

Si tratta di resti tossici del passato. Il campo si trova sul sito di una vecchia discarica, in attività solo fino a qualche anno fa. Le condizioni sono terribilmente preoccupanti. La sopravvivenza è legata all’acqua non potabile, alla terra intrisa di anni di veleni, al solo lavoro dei volontari.

ALMENO UN MIGLIAIO di migranti sono ammassati in questo inferno. Provengono da Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, Pakistan. L’accesso all’acqua è ridotto a dieci ore al giorno, non esiste un approvvigionamento idrico permanente.

Vucjak fa eco all’inumanità del campo profughi di Calais in Francia del nord e all’abietta inazione dei governi europei. La mancanza di infrastrutture di base e servizi igienico-sanitari a Vucjak viola profondamente le norme minime stabilite dai canoni delle Nazioni unite.

Nel bel mezzo del campo, un’enorme mappa mostra la posizione dei campi minati locali. Ogni giorno, più volte al giorno, camionette della polizia bosniaca riversano su Vucjak migranti che sono fuori dai circuiti dei centri di accoglienza temporanei, quelli dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni.

Come cani randagi, vengono scaricati in mezzo al campo, dopo aver aperto il portellone posteriore del furgone, sigillato da uno sfolgorante lucchetto. È strettamente proibito riprendere queste scene, non ci sono fotografie, video o materiali propagandistici, ma è una pratica che va avanti indisturbatamente.

Nonostante l’ingiustizia umanitaria, non sono le mine antiuomo, le condizioni precarie di salute o la mancanza di servizi igienico-sanitari che i migranti raccontano. Raccontano le violenze «passive» della polizia di confine. Nelle ultime settimane c’è un nuovo gioco che usa la polizia croata: rastrellare e bruciare cibo, vestiti, scarpe, zaini, telefoni dei ragazzi che tentano il game.

Nella programmazione dell’attraversamento del confine croato-bosniaco, si spendono circa 100 marchi (poco più di 50 euro) in generi alimentari, per lo più pane e derivati. Spesso quei 100 marchi rappresentano i risparmi di mesi, così bruciare il cibo diventa un segnale di terribile spietatezza.

Emad è fuggito dalla Siria, con la moglie e il figlioletto di appena due anni. Ha tentato il game ma l’hanno rispedito nel Borici temporary reception center della città di Bihac, derubandolo di tutto. Mentre lo staff medico dell’associazione italiana One Life Onlus visita il figlio, Emad ci porge una busta di plastica con un telefono all’interno. Ci chiede se lo vogliamo comprare, così con quei soldi può provare di nuovo ad attraversare il confine con la Croazia. È straziante. Non ci sono parole.

DAL GENNAIO 2018, quasi 36mila migranti sono entrati in Bosnia, rimanendo intrappolati tra le politiche europee, progettate per ridurre gli attraversamenti irregolari, e la situazione di stallo politico in Bosnia, che di fatto impedisce alle autorità locali di fornire protezione.

Dalla Turchia e dalla Grecia, sono due le principali vie di passaggio per la Bosnia: una attraversa la Macedonia del nord e la Serbia, l’altra attraversa l’Albania e il Montenegro.

In piedi nel campo di Vucjak, tra una folla di corpi maltrattati e ossa rotte, ci si trova di fronte alle feroci conseguenze della geopolitica europea. Nel cinico sforzo del governo croato di dimostrare di avere le carte in regola per aderire all’area Schengen di libera circolazione, il Paese respinge i migranti senza seguire le adeguate procedure di asilo.

IL VIAGGIO DI GULRAIZ inizia a Kunduz, in Afghanistan. Facciamo fatica a guadagnare la sua fiducia. La solitudine che accompagna i migranti è invalicabile. Sorridono, ma gli occhi sono vuoti. Mese dopo mese camminano senza alcun riposo e senza alcun appoggio. Si viaggia insieme ad amici di circostanza, a meri compagni di percorso.

Per un marco ha ricaricato il suo prezioso e vecchio telefono a Vucjak. Dopo qualche racconto, ci mostra sul telefono la mappa che userà per tentare il game partendo dal monte Plješevica, addentrandosi nel fitto bosco bosniaco, passando per la cittadina bosniaca di Šturlic, fino ad arrivare agli anelati cartelli del granicni prelaz, il valico di frontiera. Un firmamento di punti rossi, di luoghi, di coordinate, di passi compaiono sulla funzione ‘satellite’ di Google Maps.

Ci ferma un biondo poliziotto bosniaco. Camicia chiusa fino all’ultimo bottone, aria spavalda e bieche gambe di piombo. Ci prende i documenti. Cerca di intimorirci segnando i nostri nomi su un taccuino spiegazzato, senza darci alcuna spiegazione.

Il favoreggiamento all’immigrazione clandestina ha un confine sottile. Siamo costretti ad allontanarci. Lo facciamo con l’immagine negli occhi della mappa satellitare di Gulraiz, con le mani segnate da un viaggio inumano di Abdurahman che con ago e filo riparava il suo zaino, con gli occhi sgranati dall’incertezza dei ragazzi che non hanno un badge per il ’5 stelle’ dei centri di accoglienza temporanei.

Lasciamo la Bosnia con l’immagine di Ibrahim, poco più di tre anni, che segue camminando il suo papà, imitandolo con le braccia piegate all’indietro.

Il Manifesto ‘Il campo tossico dove l’Europa scorda i migranti’ di Federica Iezzi

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