SOMALIA. Autobomba a Mogadiscio: 35 morti

Nena News Agency 20/02/2017

L’attentato di ieri – il primo da quando è stato eletto il neo presidente Abdullahi Mohammed – è avvenuto nel quartiere Wadajir. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attacco, ma i jihadisti di al-Shabab sono i maggiori indiziati

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Mogadiscio (Somalia) – Kaawo Godeey market

di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 20 febbraio 2017, Nena News – Gli ultimi dati parlano di almeno 35 morti e il numero di feriti continua a salire a causa dell’esplosione di un’autobomba nella capitale somala, Mogadiscio. La violenta deflagrazione è avvenuta nel sud del quartiere Wadajir, nel Kaawo-Godeey market, riporta il funzionario di polizia, il capitano Mohamed Hussein. Rimangono brandelli di decine di negozi e bancarelle.

Appena dopo l’al-Dhuhr, la preghiera islamica di mezzogiorno, la vettura è esplosa nei pressi di un importante incrocio, punto di ritrovo di soldati, membri delle forze di sicurezza, civili e operatori commerciali. I primi feriti sono stati trasportati al Medina Hospital nell’omonimo quartiere. Almeno 30 di loro sono stati trattati per lesioni critiche. Tra le vittime anche donne e bambini.

Quello di ieri è il primo attacco nella capitale dall’elezione del neo presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, avvenuta poco più di una settimana fa. Il prezzo della strada rocciosa della Somalia verso la democrazia. Solo poche ore prima delle ultime elezioni, un attacco terroristico condotto dai militanti di al-Shabab, collegati ad al-Qaeda, ha provocato morti e feriti nell’International Village Hotel, nella città portuale di Bosasso, nella regione autonoma del Puntland.

Al momento nessun gruppo sembra aver rivendicato la responsabilità dell’esplosione al mercato di Kaawo-Godeey, anche se i militanti jihadisti di al-Shabab rimagono i maggiori indiziati. Il gruppo ha promesso di combattere il governo somalo, con il suo Ministero degli Esteri, perchè ritenuto uno Stato apostata. Il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed ha immediatamente condannato il feroce attacco.

Nonostante il costante lavoro delle truppe di pace dell’Unione Africana, dispiegate nel Paese dal 2007, i militanti di al-Shabab impongono la loro autorità in alcune zone rurali. Solo due giorni fa un ordigno esplosivo ha ucciso due persone e ne ha ferite altre nella città di Beledweyne, a nord di Mogadiscio. Nena News

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SOMALIA. Al nuovo presidente la difficile lotta a corruzione e povertà

Nena News Agency – 17/02/2017

Alle elezioni vince Farmajo sull’uscente Sheikh Mohamud. Molteplici le sfide: la minaccia degli estremisti, la carestia incombente, le fazioni in lotta e la disoccupazione dilagante

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di Federica Iezzi

Mogadiscio, 17 febbraio 2017, Nena News – Eletto al ballottaggio con 184 voti, dopo due turni di votazione, superando l’attuale capo di Stato Hassan Sheikh Mohamud, Mohamed Abdullahi Mohamed è stato dichiarato il nuovo presidente della Somalia.

Hassan Sheikh Mohamud ha ottenuto un leggero vantaggio su Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, 88 voti a 72, dopo il primo turno tra ventuno candidati. Ma Farmajo ha ottenuto un chiaro vantaggio dopo il secondo turno tra i tre candidati rimasti.

Membro del clan dominante Hawiye, l’ex presidente Hassan Sheikh Mohamud, durante i suoi cinque anni di governo, è stato in grado di accumulare consensi tra la comunità internazionale ma non è riuscito ad arginare la corruzione endemica somala. Farmajo, laureatosi presso l’Università di Buffalo, nello Stato di New York, è stato ambasciatore della Somalia negli Stati Uniti nel 1985 e primo ministro somalo, prima di lasciare la sua carica nel 2011.

Con lo scoppio della guerra civile nel 1991, con i movimenti di resistenza contro il regime di Siad Barre e, in epoca recente, con i timori legati agli attacchi da parte del gruppo estremista islamico al-Shabab, per anni i regolari turni elettorali sono stati pesantemente limitati.

Il voto della scorsa settimana è stato il culmine di un processo elettorale prolungato e controverso. E’ iniziato quando 14mila anziani e le figure regionali di spicco, hanno scelto 275 deputati e 54 senatori, i quali a loro volta sono stati il cuore elettorale del neo-presidente Farmajo.

L’esercito governativo somalo ha garantito sicurezza nella capitale durante l’intero turno elettorale. La presa del potere da parte del nuovo leader, ufficialmente in carica da ieri, ha riversato nelle strade e nelle piazze delle maggiori città somale migliaia di cittadini. Nel quartiere di Eastleigh a Nairobi, in Kenya, conosciuto come ‘piccola Mogadiscio’ i membri della diaspora somala hanno festeggiato i risultati delle elezioni. Il pensiero comune è quello di una nuova via verso la stabilità politica e la democrazia piena.

Queste sono solo le seconde elezioni democratiche nel martoriato paese del Corno d’Africa che per anni ha viaggiato nel caos. Dal dittatore Mohamed Siad Barre, al fallimento delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, dai governi di transizione e dalle corti islamiche all’intervento militare di Etiopia e Stati Uniti, dispute tra clan, corruzione, violenze, sono state pratiche quotidiane per anni.

Le elezioni, sono state in gran parte finanziate da Stati Uniti e Unione Europea. Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia sono stati tutti accusati di finanziamento delle campagne elettorali di candidati specifici e quindi, indirettamente, promotori della corruzione.

Il nuovo presidente dovrà sin dall’inizio affrontare molteplici sfide: la minaccia rappresentata da gruppi estremisti somali, la carestia incombente, le istituzioni deboli, le fazioni in lotta e la disoccupazione dilagante in un paese in cui oltre il 70% della popolazione è sotto i 30 anni.

Farmajo, rafforzate le sue credenziali come nazionalista somalo, durante la sua campagna elettorale, attraverso la critica circa i presunti tentativi dei paesi vicini per influenzare le elezioni, rappresenta una promessa per combattere i militanti islamici e per risollevare l’economia somala.

I critici disegnano Farmajo come inesperto. Preoccupano le sue opinioni fieramente indipendenti che potrebbero irritare i Paesi limitrofi come l’Etiopia e il Kenya. Nena News

Nena News Agency “SOMALIA. Al nuovo presidente la difficile lotta a corruzione e povertà” di Federica Iezzi

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YEMEN. Guerra civile e bombe saudite non fermano i migranti dal Corno d’Africa

Nena News Agency – 02/02/2017

Più di 111.500 migranti sbarcati sulle coste dello Yemen lo scorso anno e circa 100.000 nel 2015. Di questi, circa il 20% sono minori non accompagnati

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di Federica Iezzi

Roma, 2 febbraio 2017, Nena NewsNonostante la guerra civile e i bombardamenti della coalizione a guida saudita che hanno gettato lo Yemen in una profonda crisi umanitaria, migranti dal Corno d’Africa continuano a riversarsi nel Paese a tassi sempre più crescenti.

Le agenzie di monitoraggio delle migrazioni parlano di più di 111.500 migranti sbarcati sulle coste dello Yemen lo scorso anno e circa 100.000 nel 2015. Di questi, circa il 20% sono minori non accompagnati. Secondo gli ultimi dati divulgati dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, circa 12.000 migranti ogni mese, sono arrivati sulle coste yemenite come punto di passaggio per l’Arabia Saudita.

A partire dallo scorso novembre, riferisce l’UNHCR, sono sbarcati in Yemen 105.971 migranti provenienti dal Corno d’Africa, per lo più da Etiopia (88.667) e Somalia (17.293).

Yemen che già conta più di due milioni di sfollati a causa del conflitto in corso e della crisi umanitaria che ne risulta.

Ancora centinaia di migranti provenienti da Paesi dell’Africa orientale sono in arrivo nel governatorato di al-Hudaydah. Si aggiungono alle migliaia di rifugiati e richiedenti asilo vulnerabili e bloccati in Yemen, a causa di un conflitto che inizia a colpire anche le vie di passaggio utilizzate fino ad ora per raggiungere i Paesi del Golfo.

La via dei rifugiati inizia nei porti somali di Berbera e Lughaya, nella regione autonoma del Somaliland, o nel porto di Bossaso, nel Puntland, e nella città portuale di Obock in Gibuti. Prosegue tra Mar Rosso e Golfo di Aden, nello stretto di Bab al-Mandeb. E approda nei porti yemeniti di Hodeidah, al-Mokha, a ovest di Taiz, al-Mukalla, nel governatorato di Hadhramaut, e nella provincia di Shabwa, sulla costa meridionale dello Yemen. I migranti africani vengono feriti o uccisi a fianco degli yemeniti, mentre il conflitto entra nel suo terzo anno.

Allo sbarco in Yemen, molti migranti entrano in reti di contrabbando. Violenze, soprusi, torture, esose richieste di riscatto in denaro, accompagnano spesso il loro viaggio fino al Golfo. Nel solo mese di dicembre si contano 25 migranti morti in mare, durante deportazioni forzate dallo Yemen all’Arabia Saudita, attraverso rotte sul Mar Rosso. Almeno in 150 stipati su piccole imbarcazioni guidate dai contrabbandieri, seguono la ‘tratta’.

Nel 2016 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha evacuato 2.562 migranti coinvolti nel conflitto yemenita e supportato più di 21.000 migranti vulnerabili in diversi governatorati. Team sanitari mobili operano in 18 dei 22 governatorati del Paese, continuando a fornire assistenza sanitaria di base e supporto psico-sociale per i traumi legati alla guerra.

Il destino dei migranti in Yemen resta un buco nero. Non si hanno numeri dettagliati di quanti siano rimasti intrappolati nel Paese, di quanti abbiano subito abusi, di quanti siano riusciti a raggiungere effettivamente i Paesi del Golfo, di quanti siano stati reclutati da una delle parti in conflitto in Yemen. Ad oggi, si stima che almeno 9.000 migranti siano detenuti nelle carceri yemenite, sia da gruppi governativi sia da fazioni opposte. Nena News

Nena News Agency “YEMEN. Guerra civile e bombe saudite non fermano i migranti dal Corno d’Africa” di Federica Iezzi

 

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SIRIA. Riapre una parte delle scuole ad Aleppo Est

Nena News Agency – 26/01/2016

Un totale di 3.825 studenti delle scuole primarie e secondarie hanno ripreso gli studi dopo le vacanze di Natale e Capodanno

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di Federica Iezzi

Roma, 26 gennaio 2017, Nena News – Grazie al lavoro delle autorità municipali, sono state riparate in parte 17 scuole nei quartieri orientali di una Aleppo distrutta dai combattimenti degli ultimi quattro anni. E a breve apriranno di nuovo le porte di altre sei scuole nella stessa Aleppo Est.

Un totale di 3.825 studenti delle scuole primarie e secondarie hanno ripreso gli studi dopo le vacanze di Natale e Capodanno.

Secondo i piani di ricostruzione, almeno 50 scuole sarabbero da riparare nella parte orientale della città durante l’anno scolastico in corso, e circa 100 istituzioni educative riapriranno entro l’inizio del prossimo anno scolastico. Per quattro anni i nuovi semestri sono iniziati nelle aule dei seminterrati della zona orientale della città, per appena il 6% dei bambini.

Secondo le stime delle Nazioni Unite una scuola pubblica su quattro, in tutto il Paese, è inutilizzabile a causa di danni o perchè impiegata come rifugio per gli sfollati interni.

Rannicchiati su stuoie nelle piccole aule, i bambini sfogliano libri di testo strappati e scrivono su lavagne rotte, spesso in scuole utilizzate per anni dai miliziani come basi. Scuole che prima contavano 500 studenti oggi sono senza sedie e banchi, con le finestre in frantumi, con detriti non ancora rimossi. Eppure il 70% dei bambini è tornato nelle aule ad ascoltare le lezioni dei propri insegnanti.

Grazie alla campagna di sensibilizzazione dell’UNICEF, nuovi banchi, sedie, scrivanie, armadi, riscaldatori e materiale scolastico sono stati distribuiti nelle scuole maggiormente colpite.

Oggi nella zona est di Aleppo si conta una popolazione di 65.345, secondo i calcoli delle agenzie umanitarie internazionali. I quartieri di Hanano, Tariq al-Bab e al-Qaser ospitano il maggior numero di rimpatriati, rispettivamente 16.500, 14.194 e 10.260 civili. Tuttavia, ad oggi, non è stata ancora effettuata alcuna valutazione strutturale degli edifici danneggiati, comprese le scuole, in questi quartieri.

Nonostante strade ancora piene di polvere e macerie, carenza di elettricità ed acqua, tornare a scuola per molti bambini significa incontrare amici ed insegnanti. Significa tornare alla normalità. Fino a un mese fa le voci dei bambini erano coperte dal rumore di aerei a bassa quota, da quello di mortai e armi da fuoco, oggi si sentono leggere ad alta voce, ripetere a memoria poesie, rispondere alle domande degli insegnanti.

A causa del danneggiamento degli edifici scolastici si lotta contro una generale mancanza di spazi di apprendimento. Mancano servizi igienico-sanitari e elettricità. La soluzione vagliata dal governo siriano per evitare il sovraffollamento delle aule è l’installazione di prefabbricati, come scuole.

Per 650 bambini rimasti lontani dalle scuole dal 2012, sono iniziati programmi di reinserimento nei piani didattici. Per gli studenti che hanno perso diversi anni di scuola, sono tornati disponibili programmi di apprendimento accelerati. 1.400 bambini hanno beneficiato di programmi di autoapprendimento messi a disposizione dalla Syrian Society for Social Development, nei quartieri di Hanano, Jibreen e as-Safira.

Almeno 9.800 bambini in età prescolare hanno beneficiato di attività di ‘edutainment’ in materia di istruzione non formale, nei quartieri di Jibreen e Hanano, gestiti da partner dell’UNICEF. Un totale di 4.500 bambini sono tornati in cinque scuole primarie dei quartieri di Hanano, Bayyada, Mayyasar, Shakhour e Hulluk. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Riapre una parte delle scuole ad Aleppo Est” di Federica Iezzi

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FOTOREPORTAGE. Dentro l’Aleppo della tregua

Nena News Agency – 13/01/2017

Nena News entra nella zona est della città siriana che tenta un difficile ritorno alla normalità dopo anni di combattimenti. Le macerie cominciano ad essere rimosse e i primi negozi riaprono. Ma le condizioni di vita restano misere

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di Federica Iezzi

Aleppo, 13 gennaio 2017, Nena News – Condivisione di culture e tradizioni, patria di popoli arabi sunniti, sciiti, curdi, turcomanni, alawiti, cristiani assiri e armeni: è questo che ha regalato ad Aleppo un ineguagliabile posto nel Medio Oriente.

Tornata completamente in mano al governo, dopo anni di combattimenti, Aleppo oggi è in un limbo di rovine e speranza. L’aria che si respira è ancora piena di paura e sospetto, ma non si sente più il rumore della guerra.

In 116mila avrebbero lasciato la zona orientale della città dal giorno del cessate il fuoco, mediato da Russia e Turchia. Di questi, 80mila sono sfollati interni ad Aleppo ovest e 36mila hanno raggiunto Idlib. Sono 20mila i civili che attualmente vengono assistiti ad Aleppo Est. Prima dell’inizio del conflitto siriano, la città contava 3,5 milioni di abitanti. In 35mila sarebbero rimasti uccisi durante il conflitto.

L’aspettativa di vita per la popolazione siriana è scesa mediamente di venti anni e la mortalità infantile è aumentata del 10%. Povertà e malnutrizione sono i demoni da combattere ora.

Ma la gente tornata nella zona orientale è pronta a ricominciare. Quando si entra ad Aleppo Est quello che si scorge è che la vita va avanti. E’ previsto un piano di ricostruzione, già partito con la rimozione di detriti e macerie di strutture ed edifici distrutti dai bombardamenti. All’ottimismo si affiancano le difficoltà concrete della quotidianità. Ancora per troppe poche ore al giorno elettricità e acqua potabile sono tornate nei quartieri di Aziziyeh, al-Sha’ar e al-Shakour nell’Aleppo Est.

I negozi sopravvissuti ad anni di saccheggi e i mercati che timidamente riprendono forma e colori, accolgono beni di prima necessità e prodotti alimentari che entrano dalla Turchia, attraverso i valichi di frontiera di Bab al-Salama e Jarabulus, a nord di Aleppo. Le piccole fabbriche sono tornate a produrre prodotti tessili e alimentari, nell’area industriale di al-Arqoub.

Le autorità municipali di Aleppo sono riuscite a riparare in parte 17 scuole nei quartieri orientali della città, distrutti dai combattimenti tra esercito governativo e jihadisti. E un totale di 3.825 studenti hanno ripreso gli studi. Cinque centri medici e due ospedali riprenderanno in tempi brevi un normale funzionamento. Nena News

Nena News Agency “FOTOREPORTAGE. Dentro l’Aleppo della tregua” di Federica Iezzi

“Dentro l’Aleppo della tregua” di Federica Iezzi

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La speranza di Aleppo

Il Manifesto – 12 gennaio 2017

REPORTAGE. La città assediata dal conflitto dal 2012 prova a ricostruirsi. I primi banchetti di verdure appaiono nel suq, gli ospedali registrano i nuovi nati. Sullo sfondo macerie e ferite aperte

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di Federica Iezzi

Aleppo (Siria) – “L’ospedale dove ero con i miei due bambini è stato attaccato quattro volte in tre giorni. Ci hanno fatto uscire dall’edificio perché era vicino al fronte di battaglia”. Ci arriva da lontano il racconto dalla delicata voce di Jamilaa. Esce dalla cucina e porta con sé una piccola teiera rossa, in quella sua casa attorniata da cadaveri di case.

«Come riescano a rimanere in piedi sventrate, rimane un mistero. In molte mancano porte e finestre». Alla nostra domanda sulle responsabilità di quei bombardamenti, lei risponde: «I nostri uomini sono i responsabili, che siano parte dell’esercito governativo o dell’opposizione. Gente che abitava queste case, gente che veniva curata in questi ospedali, gente che mandava i figli in queste scuole».

Rientrare con lei e la sua famiglia in quelle stanze, seppur profondamente ferite, riempie di gioia l’atmosfera ancora natalizia. Si, perché è stato Natale anche ad Aleppo per i 35mila cristiani rimasti, nel quartiere di Aziziyeh. Jamilaa ci racconta che conserva la carne sotto il sale perché l’elettricità non è sufficiente per il frigorifero. «Me l’aveva insegnato mia nonna quando ero piccola, non pensavo mi sarebbe mai potuto servire».

Dentro casa più o meno la temperatura è la stessa di quella fuori. C’è solo una piccola stufa elettrica che rimane accesa per qualche ora al giorno. C’è un caminetto ma non c’è legna da ardere.

I discorsi nelle strade di Aleppo sono velati di speranza. Speranza di tornare ad una vita normale. Per la prima volta dal 2012, le forze governative controllano l’intera Aleppo. Per la prima volta da allora, il conflitto non infuria.«Le notti sono silenziose. La mattina non ci svegliamo con il rumore assordante dei caccia», continua il marito di Jamilaa.

Per la prima volta si parla di ricostruzione. È iniziata sotto il freddo pungente una febbrile rimozione di macerie e detriti dalle strade principali. Tanta gente torna per vedere i propri negozi, le proprie case, per vedere se gli edifici sono in piedi. Nonostante l’enorme trauma e le ferite ancora aperte, tanta gente torna per restare.

Le priorità ora sono quelle del riscaldamento e dell’alimentazione. Le Nazioni Unite, entrate nella città, continuano a distribuire stuoie, coperte, vestiti, teli di plastica, per affrontare il continentale rigido inverno siriano. Le associazioni umanitarie assistono circa 20mila civili ad Aleppo Est, con pasti caldi due volte al giorno e acqua potabile. Più di un milione di persone hanno accesso di nuovo all’acqua pulita in bottiglia o tramite pozzi.

Le vie centrali di Aleppo sono oggi riempite da militari dell’esercito governativo con al seguito armi da fuoco, dalle bandiere siriane, dalla gente rimasta che cerca di comprare qualcosa da mangiare nei mercati ancora semivuoti. Ci sono teli colorati e bancarelle nella zona del mercato dell’antica città di Aleppo. Sono disposti in modo ordinato vicino l’al-Madina souq, il medievale mercato coperto, disegnato sulle mura della città, in gran parte distrutto da una guerra spietata, nonostante la protezione da parte dell’UNESCO.

È difficile da immaginare ora quel fiorente mercato che anni fa era il centro economico della città. Il grado di distruzione è estremamente grave. Le cicatrici profonde. I pezzi di storia perduti lacerano le memorie degli anziani. Le enormi quantità di macerie rendono irriconoscibili i luoghi, i passaggi, le strade, perfino per chi ha abitato la città per anni.

Non restano che crateri, rovine e sbiaditi ricordi di centinaia di negozi di sapone, spezie, seta, lana, rame, oro e prodotti della ricca agricoltura siriana. Molti venditori non possono offrire nulla se non qualche verdura, coltivata in cassette di legno davanti le proprie case. Spinaci e ravanelli sono i più facili da trovare. Il resto delle bancarelle rimane vuoto.

Servizi di Primary Health Care sono disponibili attraverso sette cliniche mobili e 12 team mobili, per la distribuzione di medicine, materiali sanitari e chirurgici, per il trattamento dei traumi, e latte per neonati. 8.836 visite: questi i numeri dall’inizio delle evacuazioni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i partner del settore sanitario forniscono assistenza a 11 strutture sanitarie pubbliche coprendo un bacino di 60mila persone. Più di 10mila bambini sono stati vaccinati contro la poliomielite; 1.381 malati sono stati trasportati nei più attrezzati ospedali della parte occidentale della città.

Anche se non c’è nessun combattimento, qualche famiglia continua ad uscire dall’Aleppo orientale, dopo approfonditi controlli, attraverso il Ramouseh checkpoint a est della città. Lo stesso da cui sono transitati i feriti nei corridoi umanitari allestiti dalla Croce Rossa Internazionale.

Sono 116mila le persone che hanno lasciato la città dal giorno del cessate il fuoco, mediato da Russia e Turchia. Di questi, 80mila sono sfollati interni ad Aleppo ovest e 36mila hanno raggiunto Idlib. E negli ultimi giorni circa 2.200 famiglie hanno fatto ritorno nel quartiere Massaken Hanano. Sono rimasti in tutta la città circa un milione e mezzo di civili, contro i quattro milioni che si contavano prima dei combattimenti.

Ma sono tornati nelle strade i bambini. E i bambini sono lo specchio di come vanno le cose. Giocano al freddo e sperano nella scuola. Alcuni di loro non entrano in un’aula da cinque anni. Sono entusiasti di sfogliare di nuovo un libro, di fare il dettato in classe, di tornare a casa per fare i compiti invece di essere costretti ad ascoltare i rumori della guerra.

E, allora, chi ha vinto una guerra che ha provocato la perdita di oltre 500mila vite, costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case e scatenato onde di profughi in stati confinanti?

Le tracce di combattimenti sono quasi ovunque. Bossoli, proiettili, vestiti e documenti di soldati uccisi, sacchi di sabbia e teli, verosimilmente tane dei cecchini, pitturano le strade di una Aleppo senza forze. Un campo di battaglia che non ha risparmiato scuole e ospedali. Circondato dalla morte. Ancora traboccante di vittime di guerra. Pericolosamente a corto di provviste, con grave mancanza di acqua pulita e elettricità. Segnato da colpi di mortaio. Ma con di nuovo la possibilità di censire le nascite e permettere ai bambini di essere registrati come siriani. È questo oggi l’al-Bayan hospital nel quartiere di al-Sha’ar, Aleppo Est. Qui si lavora ininterrottamente.

Mezzanotte ad Aleppo significa luci spente. I pochi generatori di corrente rimasti si fermano, gettando interi quartieri nel buio. E l’ospedale non è un’eccezione. I macchinari elettrici iniziano a funzionare con i comandi manuali grazie anche all’aiuto della gente comune. C’è acqua pulita per poche ore al giorno. Ci spiegano che la maggior parte dell’acqua che arriva ad Aleppo proviene dalla diga sull’Eufrate, nell’adiacente provincia di al-Raqqa, roccaforte ISIS. Ad Aleppo arriva acqua per il 20% del suo fabbisogno.

M10 è stato il nome di battaglia dell’al-Sakhour hospital, nel quartiere omonimo, un ospedale nell’Aleppo orientale, diventato sotterraneo negli ultimi mesi di combattimenti. «L’inferno ha visitato l’M10 ogni giorno – ci racconta Hayyan, volontario della Mezzaluna Rossa Siriana – Pazienti dissanguati sui pavimenti, sale operatorie sovraffollate, medici e infermieri costretti a decidere chi avrebbe potuto vivere e chi sarebbe dovuto morire».

L’ospedale è stato bombardato almeno tredici volte fino a quando è stato gravemente danneggiato nel mese di ottobre.

Oggi come molti ospedali, l’M10 è stato sostituito da edifici identificati da una mezzaluna rossa. Nelle strade del centro storico, al disegno della mezzaluna rossa si associano lunghe file di attesa. File che hanno l’aspetto di un timido ritorno alla normalità.

Il Manifesto 12/01/2017 “La speranza di Aleppo” di Federica Iezzi

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RIFUGIATI. Dall’Africa all’Europa: un anno in fuga

Nena News Agency – 20/12/2016

Nel 2016 quasi 171mila migranti sono arrivati nel Vecchio Continente dai Paesi africani, 360mila gli arrivi totali. Scappano da guerre civili e nazioni ridotte alla fame

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Idomeni – Dal villaggio greco di Idomeni i rifugiati hanno lasciato la Grecia per entrare nella Repubblica di Macedonia

di Federica Iezzi

Roma, 30 dicembre 2016, Nena News – Dall’ultimo rapporto diffuso dalle Nazioni Unite, il numero di migranti provenienti da Paesi africani che annega nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa ha raggiunto il picco di 5.000. Poco meno di 3.800 il numero di morti nel 2015. Quasi 360.000 i migranti entrati in Europa via mare quest’anno, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, arrivi concentrati in Italia e Grecia.

Il numero di migranti entrati in Italia dal continente africano ha toccato livello massimi quest’anno, sfiorando i 171.000. Su questa strada, secondo i dati dell’agenzia dell’ONU per i rifugiati, i principali Paesi di provenienza dei rifugiati sono Nigeria (15%), Gambia (10%), Somalia (9%), Costa d’Avorio, Eritrea e Guinea (8% ciascuno) e Senegal (7%). E più di 176.000 sono i rifugiati ospitati in centri di accoglienza in tutto il Paese.

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Calais – Il più grande campo di migranti d’Europa, abitato da almeno 3.000 persone, evacuato con la forza pochi giorni fa

E cercare i rifugiati prima che diventino rifugiati è molto difficile. In luoghi come l’Eritrea e il Gambia, la gente lascia illegalmente il Paese. Il più grande flusso delle moderne migrazioni africane è traghettato ad imbuto da un singolo Paese: la Libia.

Famiglie, con bambini e anziani al seguito, provengono dai Paesi del sud e dalle loro guerre civili, che lasciano Nazioni intere in rovina, provengono dai Paesi militarizzati dell’est, provengono da miseria e arbitrari governi dell’ovest. Fuggono in massa da almeno una dozzina di Paesi diversi.

I migranti vittime del fuoco incrociato sono spesso usati come pedine nella lotta per il potere. Alcuni arrivano per scelta, altri con la forza. La Libia è la fine di mesi o addirittura anni di deserto. E’ la fine dell’Africa. E’ il sottile confine prima del mare aperto.

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Lampedusa – La rotta più pericolosa: attraversare il Mediterraneo rappresenta un rischio altissimo

Intercettare il flusso significherebbe tracciare la metà di un intero continente. Per raccontare il ruolo della Libia nella crisi migratoria, si deve partire dall’instabilità lasciata da Mu’ammar Gheddafi e dal vuoto di potere della lotta tra fazioni. In questo contesto sociale le reti di contrabbando hanno prosperato, fino a creare un pianificato mercato lucrativo. Ciascun migrante arriva a pagare fino a 2.400 dollari per il viaggio dalla costa del Nord Africa verso l’Europa.

Di fatto 1.100 miglia del Paese sono diventate un confine aperto senza le forze governative di monitoraggio. L’Unione Europea nel 2008 ha sottoscritto un accordo con l’ex dittatore libico, accettando di pagare 500 milioni di dollari in cambio di uno stretto controllo sul confine. Obiettivo: no migranti. 5 miliardi in 20 anni fu il pacchetto finanziario destinato a correggere gli errori del colonialismo.

A differenza dei milioni di rifugiati provenienti dal Medio Oriente, i migranti che attraversano la Libia lo fanno in mezzo a una complessa rete di forze che hanno sradicato intere generazioni. Per anni, vaste regioni dell’Africa sub-sahariana sono state inghiottite da squallore e povertà estrema, schiacciate sotto il dominio di governi oppressivi, catturate da gruppi fondamentalisti. Il collegamento con trafficanti senza scrupoli, venditori di un passaggio sicuro verso una nuova vita, era tutto d’un tratto rappresentato solo da una telefonata.

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Macedonia – La rotta dei rifugiati, dal mare continua sul confine tra Macedonia e Serbia

Tombe senza nome. E’ questo che è diventato il punto più insidioso del Mediterraneo, in cui le sponde settentrionali della Libia si collegano alla serie di isole che circondano la costa italiana. Le autorità europee hanno cercato di reprimere la ‘blackdoor per l’Europa’ con rimpatri, sequestri, arresti, ma una nuova traballante versione sostituisce sempre la precedente e i viaggi non si arrestano.

Il piano della Commissione Europea sarebbe quello di ampliare il programma di rimpatrio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, con un accento particolare su Libia, Mali e Niger. Inoltre prevedrebbe l’assistenza a circa 24.000 migranti bloccati per essere rimpatriati e la fornitura di un riparo temporaneo agli almeno 60.000 migranti dispersi lungo le rotte di migrazione.

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Mar Mediterraneo – Dal 2000 al 2013 sono morti più di 23mila migranti nel tentativo di raggiungere l’Europa via mare

La pressione migratoria dall’Africa si prevede continui a crescere nei prossimi anni. Gli esempi del 2016 sono stati cruciali, tra muri di cinta e filo spinato per segnare il confine di un Paese, a chiusura delle frontiere e passaggi senza nessuna umanità. A poche miglia a sud da Calais appare la giungla dei campi non ufficiali che ospita almeno 7.000 migranti, provenienti per lo più dai Paesi africani. Stesso discorso vale per Idomeni, in Grecia, parte della cosiddetta “rotta balcanica”, che i migranti hanno attraversato per giungere nei Paesi del Nord Europa.

E ancora i campi profughi in Grecia. Attraverso la rotta dei Balcani, più di un milione di migranti ha oltrepassato i confini europei. La storia è sempre la stessa, campi originariamente concepiti per poche centinaia, alla fine arrivano ad accogliere migliaia di migranti in spazi angusti e senza servizi. Nena News

Nena News Agency “RIFUGIATI. Dall’Africa all’Europa: un anno in fuga” di Federica Iezzi

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