Mugabe, l’uomo che liberò lo Zimbabwe e poi lo fece prigioniero

Nena News Agency – 07/09/2019

Socialista e panafricanista, il leader scomparso ieri a 95 anni ha avuto due volti: ha guidato l’indipendenza e alfabetizzato le masse, ha eliminato gli oppositori e si è imposto al potere per trent’anni

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#insidethestory

di Federica Iezzi

Roma, 7 settembre 2019, Nena News – Lo Zimbabwe è il Paese che Robert Gabriel Mugabe ha contribuito a costruire. Ed è il paese che ha aiutato a distruggere. Uno dei leader post-coloniali africani più discussi muore dopo 30 anni di assoluto potere.

Negli anni ’70, fu il ribelle marxista trasformato in insegnante dell’Africa. Abissali contraddizioni lo descrivono. Liberatore dello Zimbabwe che ha sfidato l’Occidente. Autocrate che macellò le opposizioni.

La violenza e il caos derivanti dalla sua lotta per aggrapparsi al potere hanno portato a migliaia di morti, milioni di rifugiati e impoverimento economico. L’eredità di Mugabe è macchiata dai suoi atti distruttivi.

Mugabe nacque sotto il dominio coloniale britannico nella Rhodesia del sud nel 1924, in una famiglia di carpentieri. Nonostante le scarse prospettive scolastiche e di lavoro ebbe un’istruzione gesuita e prosperò nel mondo accademico.

Frustrato dal razzismo e dal dominio dei coloni bianchi, Mugabe abbracciò il socialismo. Trascorre 11 anni in prigione, scatenando una ribellione da dietro le sbarre attraverso il suo movimento di resistenza, lo Zimbabwe African National Union (ZANU).

Una volta libero guidò il Paese verso l’indipendenza e all’inizio degli anni ’80 fu eletto primo ministro della neo-fondata Repubblica dello Zimbabwe. Le sue prime riforme socialiste portarono insegnanti e medici nelle aree rurali e difficilmente accessibili. Nello stesso tempo, lancia una feroce repressione sui rivali politici nella regione di Matabeleland che causò la morte di circa 20mila civili.

Spietato autoritario, non gravato dalla pratica democratica e appoggiato radicalmente dal suo partito politico, ZANU-PF, Mugabe portò avanti un’innovativa politica di riforma agraria che permise agli agricoltori neri di prendere il controllo delle fattorie di proprietà bianca. Scatenò l’indignazione globale: le nazioni occidentali hanno spropositatamente aumentato le sanzioni sul Paese che è stato poi sospeso dal Commonwealth.

La diretta conseguenza fu un esodo di agricoltori bianchi, iperinflazione e carenza di prodotti alimentari che hanno ridotto del 40% l’economia, secondo i dati della Banca Mondiale.

Mugabe è stato costretto a dimettersi dai militari del Paese nel novembre 2017 a seguito delle dominanti proteste di massa a livello nazionale. Nonostante la sua uscita dalla scena politica, l’eredità di Mugabe come liberatore è stata riconosciuta dal suo successore, l’attuale presidente Emmerson Mnangagwa: “Cde Mugabe era un’icona di liberazione, un panafricanista che ha dedicato la sua vita all’emancipazione e all’empowerment del suo popolo. Il suo contributo nella storia della nostra Nazione e del nostro continente non sarà mai dimenticato. Possa la sua anima riposare nella pace eterna”. Nena News

Nena News Agency “Mugabe, l’uomo che liberò lo Zimbabwe e poi lo fece prigioniero” di Federica Iezzi

Il Manifesto “Mugabe, l’eroe che si trasformò in tiranno”

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REPORTAGE. Unica assicurazione, il clan. Così abbiamo aiutato i somali a casa loro

Il Manifesto – 28 agosto 2019

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di Federica Iezzi

Mogadiscio – La storia moderna della Somalia è un turbine di indipendenza, prosperità e democrazia negli anni ’60 e di dittatura militare dagli anni ’70, seguita da un disperato declino, regolato da una sanguinosa guerra civile e dal conseguente caos politico. L’effetto immediato della guerra è stato quello di disperdere il popolo somalo nei campi profughi e nei Paesi limitrofi.

Etichettata spesso in passato come la “Svizzera d’Africa”, la Somalia ha goduto di quasi un decennio di democrazia, grazie all’operato impeccabile del primo presidente popolarmente eletto, Adam Abdullah Osman. Dopo l’assassinio di Aden Adde e il governo dei sei giorni di Mukhtar Mohamed Hussein, esplode il colpo di stato militare guidato dal generale Mohammed Siad Barre, che ha messo fine definitivamente al periodo di governo democratico. Il regime dittatoriale di Barre creò efficacemente la Somalia moderna, costruì uno degli eserciti più forti dell’Africa e migliorò in maniera massiccia l’alfabetizzazione della popolazione. Appoggiato alternativamente da Stati uniti e Unione sovietica, ha sospeso la costituzione, bandito i partiti politici, arrestato politici e frenato la libertà di stampa.
A partire dagli anni della guerra dell’Ogaden, in Etiopia, la sua presa sul potere si indeboliva gradatamente. Uno dei risultati del suo fallimento fu l’autoproclamazione della regione settentrionale del Somaliland, che ancora oggi mantiene il suo separatismo, ma non ha quasi alcun riconoscimento internazionale.

E l’altro risultato duraturo fu la guerra civile, con fazioni in contrapposizione violenta, frequenti interventi sul territorio da parte di potenze straniere, gravi danni alle infrastrutture e all’economia dell’intero territorio.

Facente parte di una più ampia costellazione di attori internazionali che hanno invano cercato di stabilizzare il Paese per anni, l’Italia è stata in prima linea nelle vorticose e disastrose missioni di peace-enforcement in terra somala.

Né la famosa operazione Restore Hope né la successiva UNOSOM II, hanno svolto il ruolo guida nel rispondere al problema fondamentale della Somalia. Una crisi politica caratterizzata da disaccordi sulle strutture di governance, mancanza di riconciliazione e nutriti conflitti armati. Il tutto inoltre accompagnato dallo spettro di 500.000 somali morti per fame solo nell’autunno del 1992.
L’Italia, dopo quasi mezzo secolo di colonizzazione, ha sempre spinto per ricoprire un ruolo nel Corno d’Africa pur persistendo nella sua linea di politica estera di non prendere una posizione chiara in nessuna delle dispute.

Un’ondata di aiuti da parte delle Nazioni Unite, a partire dagli anni ’90 ha portato all’implacabile crollo dell’agricoltura somala e ha ridotto di fatto i contadini alla povertà. Con il profondo collasso del governo, la popolazione somala è tornata ad appoggiarsi alle proprie tribù, clan e sottoclan, per riempire il vuoto, come lungimirante forma di assicurazione.

L’insicurezza, la mancanza di protezione e garanzie da parte dello Stato e le ricorrenti crisi umanitarie oggi hanno un impatto devastante sui civili somali. Il numero di sfollati interni raggiunge i 2,7 milioni, molti dei quali senza alcuna assistenza e a grave rischio di abusi, soprattutto confinati nelle conflittuali regioni meridionali. Mentre le autorità federali e regionali hanno compiuto alcuni progressi nel chiarire ruoli e responsabilità nei settori della sicurezza e della giustizia, le lotte politiche e le tensioni interne, sono ferme in Parlamento.
Secondo i dati delle Nazioni Unite le forze di sicurezza continuano a usare violenza contro i civili durante le lotte interne, per il controllo dei posti di blocco, per le operazioni di disarmo, in particolare nella regione di Benadir, con la sua capitale Mogadiscio, e nella regione del Basso Scebeli.

Le agenzie di intelligence a livello federale, nelle regioni settentrionali, continuano arbitrariamente ad arrestare e detenere civili per periodi prolungati, senza accuse né accesso a consulenti legali o familiari. I tribunali militari reiterano procedimenti che sono molto lontani dagli standard internazionali del processo equo. Il governo non ha ancora compiuto progressi tangibili nella gestione delle forze di sicurezza abusive, in particolare in merito all’agenzia dei servizi segreti.

Le rinnovate tensioni tra le regioni autonome settentrionali del Somaliland e del Puntland, nelle contestate storiche terre di confine di Sool, hanno provocato lo spostamento di almeno 12.500 civili.

Gli stessi civili hanno subito attacchi indiscriminati durante la violenza tra clan, in particolare nelle aree di Sanaag, Galgudud e Hiraan.

Le Nazioni unite hanno evidenziato la mancanza di trasparenza riguardo le indagini e i procedimenti giudiziari della missione internazionale di peacekeeping AMISOM e hanno espresso profonda preoccupazione per la mancanza di sforzi formali, per proteggere le vittime e i testimoni delle rappresaglie.

Gravi abusi, reclutamento forzato, esecuzioni arbitrarie, spionaggio, minacce sono il terreno fertile in cui si muove il gruppo al-Shabaab. I feroci attacchi del movimento di matrice sunnita contro civili e infrastrutture, usando ordigni esplosivi improvvisati, attentati suicidi e bombardamenti, in particolare nelle regioni meridionali somale, si sono ormai trasformati in regola.

Al-Shabaab continua a vietare alla maggior parte delle organizzazioni non governative e tutte le agenzie delle Nazioni unite di lavorare nelle aree sotto il proprio controllo.

Sono passati più di nove anni da quando il Kenyan Defence Force (KDF) ha dato il via all’operazione ‘Protect the Country’ (in swahili ‘Linda Nchi’) sul confine somalo, contro gli attacchi seriati di al-Shabaab. Non ci è voluto molto perché il coinvolgimento unilaterale del Kenya fosse assorbito, e retrospettivamente legittimato, dalla missione AMISOM. Ciò ha conferito al KDF un mandato più definito: sradicare al-Shabaab e sostenere il Governo Federale della Somalia, internazionalmente riconosciuto con sede a Mogadiscio.

Con quartier generale di fatto nella città di Kismayo, le Forze di Difesa del Kenya, piuttosto che sostenere la lotta contro al-Shabaab, sono in realtà impegnate in pratiche commerciali corrotte con l’amministrazione semi-autonoma dello Jubaland e gli estremisti stessi.
Navi cariche di zucchero non raffinato entrano nel porto di Kismayo e le lasciano con un carico di carbone: pratica ormai salda e ben collaudata. Il KDF riscuote una tassa di due dollari su ogni sacchetto di zucchero, mentre al-Shabaab rastrella circa 1000 dollari per ogni camion che lascia il porto. Ognuno dei camion, inoltre, viene tassato di nuovo attraverso la Somalia dall’amministrazione dello Jubaland, e poi di nuovo da altri elementi KDF, quando attraversa il confine con il Kenya. Per il carbone, lo stesso processo lavora al contrario.
Dunque l’intervento del Kenya in Somalia è diventato un perfetto esempio dell’intersezione tra crimine organizzato e politica, con costi di gestione coperti dai donatori internazionali che finanziano AMISOM.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, più di due milioni di somali vivono di spostamenti interni prolungati, affrontando gravi abusi, tra cui uccisioni indiscriminate, sfratti forzati, violenza sessuale e accesso limitato ai servizi di base.

Secondo le agenzie umanitarie, oltre 204.000 persone sono state allontanate dalle proprie case con la forza nei primi mesi del 2019, anche dalle forze governative, principalmente nelle regioni meridionali di Benadir e Bai. Nella regione di Benadir le forze di sicurezza hanno demolito dozzine di insediamenti informali, comprese le infrastrutture umanitarie, senza avvertimenti sufficienti e senza fornire ai residenti insediamenti alternativi, lasciando circa 30.000 persone senza casa.

Le agenzie umanitarie continuano oggi ad affrontare serie sfide nell’accedere alle popolazioni vulnerabili a causa dell’insicurezza, delle restrizioni imposte dalle parti in conflitto, dei checkpoint illegali e dell’estorsione.

Il Manifesto “REPORTAGE. Unica assicurazione, il clan. Così abbiamo aiutato i somali a casa loro” di Federica Iezzi

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L’orizzonte di tende visto da Mogadiscio

Il Manifesto – 28 agosto 2019

REPORTAGE. La capitale somala prova invano a risollevarsi. Senza riuscire a integrare nel suo tessuto urbano la più alta concentrazione di sfollati interni del mondo, frutto di un complesso intreccio di conflitti, insicurezza alimentare e violazioni dei diritti umani

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di Federica Iezzi

Mogadiscio – In alcuni punti, Mogadiscio, da anni ormai sinonimo di anarchia, terrorismo e guerra urbana, è indistinguibile da molte altre città dei Paesi in via di sviluppo. Lungo la centralissima Jidka Warshaddaha, strada in prima linea della spietata guerra civile agli inizi degli anni ’90, nuovi negozi e marciapiedi hanno trasformato i pochi edifici spogli, cimeli di un duro conflitto, in arrangiate attività commerciali. Luci al neon dai colori dell’arcobaleno rimangono accese fino a notte fonda, in vuoti negozi con cianfrusaglie cinesi rigorosamente di plastica.

NELL’EX QUARTIERE governativo, le imponenti ambasciate e gli edifici del ministero, con i proiettili ancora indovati nei muri, sono ancora cinti con sacchi di sabbia. Sul lungomare, dove la distruzione è quasi totale, ora sbucano marciapiedi pavimentati che fiancheggiano le strade. È vero senza un unico edificio abitabile e con tralicci dalle decine di cavi pendenti. Qualche anno fa in piena lotta tra le milizie di al-Shabaab e i soldati della scellerata missione Amisom, una visita sul lungomare sarebbe stata fuori discussione. Anche nella sua forma più polverizzata, Mogadiscio accenna al suo potenziale recupero.

L’improvvisato progresso della capitale, si dissolve una volta raggiunti i siti non ufficiali dove stanziano quelli che le Nazioni unite qualificano come Internally Displaced People. Il fenomeno del dislocamento interno in Somalia è stato esacerbato negli ultimi anni da complesse interconnessioni tra conflitti, soprusi, insicurezza alimentare e violazioni dei diritti umani. Dei 2,7 milioni di sfollati interni, almeno la metà sono stati costretti a spostamenti a partire dalla fine del 2016. E nella maggior parte dei casi i movimenti sono avvenuti da zone rurali a siti informali urbani e peri-urbani, con al seguito condizioni non dignitose, sfratti illeciti, ambienti sovraffollati con accesso limitato ai servizi di base, violenza di genere, lavoro minorile.

EMARGINATI E DISCRIMINATI, in particolare se appartengono a una minoranza o se vengono separati dalla protezione dei propri clan, gli sfollati interni sono spesso nel mirino dei soprusi. Nel 2018 sono stati registrati circa 550.000 nuovi spostamenti dalle regioni meridionali del Paese, Galgudud, Basso e Medio Scebeli: i valori più alti nell’ultimo decennio. I più alti livelli di povertà in Somalia, si mostrano in questi insediamenti. In condizioni di quasi carestia, la gente continua ad essere dipendente da assistenza e protezione umanitaria, compreso il semplice accesso a cibo, acqua, servizi igienici, servizi sanitari, alloggio e istruzione.

Già nel 2010, Mogadiscio ospitava la più grande concentrazione di sfollati interni sul pianeta, una città all’interno di una città di 400.000 rifugiati che vivevano in un’espansione spontanea di tende costruite di stracci, nella periferia devastata del centro urbano.

Mogadiscio ha un orizzonte piena di tende, una cornice di legno. È una metropoli tesa che si estende per chilometri in ogni direzione. Sorgono tende su entrambi i lati delle alte pareti di scheletri di case o di case piegate su loro stesse, tende attorno a ex-ospedali sventrati e tende su entrambi i lati del viale imperiale, sito di parate militari e luogo fortemente voluto dall’ex dittatore Siad Barre. I bambini oggi giocano sui resti polverizzati della città e gli sfollati interni si stringono in quella poca ombra che fornisce. Mentre le tende la circondano da tutti i lati.

I CAMPI RAPPRESENTANO tutt’oggi una sfida unica per il governo della Repubblica federale somala. Nel tentativo di disconnetterli dal tessuto urbano di Mogadiscio, ancora in fase di recupero, il governo municipale ha articolato piani per spostare gli sfollati interni in una nuova posizione più gestibile, lontana dal centro della città.

Il campo profughi di Badbaado fondato dal Governo Federale di Transizione somalo nel lontano 2011, progettato per poco più di 7000 posti, oggi accoglie più di 30.000 sfollati interni. È un ammasso confuso di tende, divenute le case del popolo degli invisibili, con i loro stracci, le loro lacerazioni, il loro tracoma. A Mogadiscio è difficile dire esattamente dove finisce un campo e dove ne inizia un altro. Il confine tra sfollati e gente del posto dentro e intorno a questi campi è sfocato. E i campi periferici, come quello di Badbaado sono considerati zone vietate in qualsiasi momento della giornata.

Il settore della sicurezza nei siti spontanei è in gran parte costituito da milizie di clan sottopagate che hanno un’alleanza spesso temporanea con il governo. Il sistema è una sorta di feudo personale.

La distribuzione di cibo all’interno del campo si è arrestata ormai da anni. Molti sfollati oggi lavorano a giornata nel tentacolare suq di Bakaara a Mogadiscio in un caldo asfissiante. Come Ibrahim, 29 anni: «I miei genitori mi hanno trascinato fuori dalla nostra casa quando avevo 8 anni. La maggior parte della mia vita l’ho trascorsa in un campo profughi. Non ho più visto la mia casa, non so se è ancora in piedi, se ci abita qualcuno dentro. Non so nemmeno se la riconoscerei». L’atto stesso di selezionare chi è più “vulnerabile” incoraggia i rifugiati a rimanere vulnerabili.

LA MAGGIOR PARTE DEI PASTI presume farina di mais o grano. L’acqua, che viene trasportata su camion, è spesso severamente razionata, a causa della siccità ormai trentennale che affligge il Paese. Poiché la legna da ardere è estremamente scarsa, l’ebollizione dell’acqua viene spesso trascurata, con conseguente diffusione di infezioni gastrointestinali.

Cosa significherebbe integrare sfollati interni in un’area fragile come Mogadiscio? La tradizionale economia nomade della Somalia, basata sul bestiame, sta subendo cambiamenti traumatici e drastici a causa dei sempre più pesanti periodi di siccità.

Il governo guidato dal presidente Mohamed Abdullahi «Farmajo» dovrebbe percepire gli sfollati interni di Mogadiscio come migranti permanenti, piuttosto che come temporaneamente sfollati, e far fronte ai grandi cambiamenti economici e sociali riflessi nella rapida urbanizzazione. Il raggiungimento di soluzioni durature e stabili richiederà approcci solidi, strategici e collettivi, indipendentemente dal fatto che gli sfollati interni scelgano di tornare nei luoghi di nascita, integrarsi localmente o stabilirsi altrove.

Spesso la vita nei nuovi insediamenti per quanto dura, risulta migliore rispetto al rientro nelle aree di origine, covo di rappresaglie, fortemente carenti in servizi sociali e opportunità di sostentamento.

Il Manifesto “L’orizzonte di tende visto da Mogadiscio” di Federica Iezzi

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PRIMO MAGGIO. Le trasformazioni del lavoro nell’Africa del precariato

Nena News Agency – 01/05/2019

Nel continente con il 60% di disoccupazione giovanile, contratti a tempo e lavoro nero, a tentare il cambiamento sono piccoli imprenditori e settore agricolo

Foundation for Economic Education

#specialeprimomaggio

di Federica Iezzi

Roma, 1 maggio 2019, Nena News – Secondo gli ultimi dati divulgati dalla Foundation for Economic Education, il tasso di disoccupazione tra i ragazzi dai 18 ai 24 anni negli Stati Uniti raggiunge il 6,8%. Nel continente africano il 60% di tutti i disoccupati sono giovani. Nel solo Sudafrica si arriva a oltre il 55%. 

I pochi impiegati sono sottoccupati con lavori saltuari nel settore terziario. Per altri la prospettiva sono le fattorie o le imprese familiari. E troppo spesso i ragazzi sono costretti a destreggiarsi tra sottopagati lavori multipli.

L’Africa ha la popolazione più giovane del mondo, la mancanza di posti di lavoro fissi è un enorme fattore di rischio politico ed economico. I giovani disoccupati sono spesso attirati in gruppi militanti e contribuiscono a disordini politici. La vulnerabilità economica nella fascia giovanile è direttamente legata all’instabilità sociale che vanifica la crescita economica.

Le cattive politiche contribuiscono da decenni alla povertà del continente africano. In troppi Paesi africani, assumere e licenziare lavoratori è troppo costoso. I governi creano barriere legali e normative o non riescono a far fronte a norme sociali discriminatorie.

Come riporta la più recente relazione di Doing Business, pubblicata come ogni anno dalla Banca Mondiale, le economie a basso-medio reddito tendono ad avere una carenza di protezione. Almeno il 60% dei Paesi sub-sahariani consente contratti a tempo determinato.

I termini di avvio di un’impresa sono abissali. Ad esempio in Sierra Leone un datore di lavoro ha l’obbligo di saldare il trattamento di fine rapporto con un salario posticipato di 132 settimane, per 10 anni di lavoro continuativi. In Ghana e Zambia di 86 settimane. In Mozambico di 65 settimane. In Guinea Equatoriale di 64 settimane. Questo significa che 5 dei primi 10 Paesi con i più elevati requisiti di trattamento di fine rapporto sono nell’Africa sub-sahariana. E nessuno di questi è tra i Paesi a medio reddito.

In termini di avvio di un’impresa esecuzione di contratti, registrazione di proprietà, negoziazione trans-frontiera, ottenimento di crediti, protezione di investitori di minoranza e accesso all’elettricità, rimangono i punti deboli.

Il cambiamento deve iniziare dall’interno del continente africano. Le economie fanno ancora molto affidamento sulla produzione di materie prime (petrolio, gas, oro, legname). La caduta delle barriere commerciali, in molti Paesi, sta permettendo una notevole espansione delle industrie di servizi.

Le economie più diversificate stanno aiutando a soddisfare le esigenze dei consumatori nazionali e internazionali per beni come prodotti agricoli trasformati, cosmetici, tessuti e abbigliamento. Alcuni dei principali imprenditori africani oggi lavorano in telecomunicazioni, moda, marketing e branding per le principali multinazionali.

Il 70% della popolazione africana rimane dipendente dall’agricoltura. Come settore la sua crescita è fondamentale per aumentare la prosperità, la sicurezza alimentare, l’industrializzazione, il commercio intra-africano e rafforzare il contributo dell’Africa al commercio globale.

Governi, donatori e organizzazioni private riconoscono l’importanza e il potenziale dell’agricoltura nella costruzione di economie sostenibili e inclusive. Con investimenti continui, i piccoli agricoltori possono migliorare i loro mezzi di sostentamento e sperimentare gli effetti diretti di questa crescita.

Tuttavia, quando si tratta di introdurre la tecnologia nelle pratiche di semina, raccolta e stoccaggio, molti agricoltori si attengono agli approcci tradizionali tramandati di generazione in generazione. A volte è una semplice mancanza di consapevolezza che impedisce un cambiamento. Qualunque sia la causa, il divario tra ciò che gli agricoltori hanno e ciò che potrebbero usare per migliorare notevolmente i loro mezzi di sussistenza è persistente. I piccoli agricoltori sono la colonna portante del settore.

Ne è un esempio la Tanzania, dove l’agricoltura legata alla produzione di mais è in continua crescita. L’addestramento di circa 2.000 agricoltori su diverse tecniche per ridurre la perdita post-raccolto, con la coltivazione di almeno 1.400 tonnellate di cereali, si sono semplicemente concentrate su tecnologie di archiviazione. I risultati si sono tradotti in maggiori vendite di prodotti, maggior redditi per gli agricoltori e una migliore alimentazione per la comunità.

Nena News Agency “PRIMO MAGGIO. Le trasformazioni del lavoro nell’Africa del precariato” di Federica Iezzi

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RWANDA. Cento giorni di massacri: nessuna etnia, ma classi sociali figlie del colonialismo

Nena News Agency – 10/04/2019

Questa settimana si commemorano i 25 anni dall’inizio del genocidio ruandese, cominciato il 6 aprile 1994. Vi proponiamo un testo scritto dalla nostra collaboratrice Federica Iezzi dopo un soggiorno nel Paese

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Kigali (Rwanda) – Gisozi Genocide Memorial Center

#genocidiorwanda #25anni

di Federica Iezzi

Roma, 10 aprile 2019, Nena News – In kinyarwanda la popolazione ruandese è chiamata abanya. Sono completamente assenti specifici nomi comuni dati ai tre gruppi etnici: twa, hutu e tutsi. Questo ha il chiaro significato che i gruppi etnici in realtà non si riferiscono a una categoria biologica ma solo a una condizione sociale. Il nome hutu è stato dato agli agricoltori: abahinzi. I tutsi è il popolo errante di pastori: abarozi. Il nome twa indica il gruppo di professionisti che lavora la ceramica: ababumbyi.

I tutsi riuscirono a formare facilmente la classe agiata, visto che l’abbondanza, in passato, è sempre stata misurata in numero di capi di bestiame posseduti. Gli hutu diedero forma a un gruppo di mezzo e più numeroso. La classe povera era quella dei twa, vista la professione meno remunerativa.

Quando il 6 aprile del 1994 fu ucciso l’allora Presidente del Rwanda, Juvénal Habyarimana, iniziarono ad “eliminare” tutte le persone alte. L’altezza dei tutsi tradizionalmente era dovuta al consumo di latte, ricavato dai capi di bestiame da loro allevati, che evidentemente aiuta la crescita ossea. Gli hutu, al contrario, essendo agricoltori per costumanza, avevano sviluppato una corta e robusta muscolatura.

Venivano uccisi i dissidenti, gli hutu amici dei tutsi e chiunque non fosse d’accordo con la politica del massacro. Nel celebre “Hotel des mille collines”, conosciuto da tutti come Hotel Rwanda, i tutsi e i “traditori” hutu che rimasero nascosti nei sottoscala, erano autorizzati a bere solo l’acqua della piscina in cui nuotavano i facoltosi.

Oggi nessuno parla di appartenenza a un gruppo etnico, non esistono hutu, tutsi e twa. Dal genocidio è come se si fosse arrivati a una fine. Da lì parte una nuova esistenza. Le persone di ogni angolo del Paese sembra si vergognino di quello che è stato fatto dai propri fratelli, da uomini dalla stessa loro pelle e dallo stesso loro sangue. Se si prova a scavare nel passato di ognuna di queste persone, compare un muro spesso e invalicabile, una protezione che non fa entrare né la curiosità né la bramosia della conoscenza e non fa uscire nemmeno una scheggia di quei giorni.

La concezione dell’esistenza di tre razze nella popolazione rundese è stata solo un prodotto del colonialismo belga. Nel 1959 i belgi diedero potere esclusivo nelle mani dei tutsi, escludendo gli hutu dalla vita intellettuale. Il cambio di alleanza belga fu dovuto al solo fatto di evitare l’indipendenza del Paese.

I belgi nominarono bruscamente e in massa gli hutu ai posti di potere. Così la popolazione fu divisa in due blocchi e la conseguenza finale più amara di quella politica divisionista fu il genocidio del 1994, che ufficialmente affonda le sue basi nel 1959.

Ingente affluente del Nilo è il fiume Nyabarongo che solca la fertile terra ruandese. Nei 100 giorni del genocidio venivano gettati in queste acque i corpi senza vita dei tutsi. Seguendo il corso dell’acqua il sangue e i corpi sfigurati da colpi di machete, arrivavano in Etiopia. Dicevano: “Così tornate da dove siete arrivati”.

Lungo le strade compaiono d’improvviso grossi mucchi di pietre nere vulcaniche. Sotto mettevano i corpi dei tutsi raccogliendoli da vie, chiese e campagne. Fino al 1996 le colline che circondavano Kigali erano niente altro che sconfinati cimiteri, oggi sulla stessa terra sorgono le ville dei benestanti e gli agricoltori seminano patate e carote.

I mesi di marzo e aprile, insieme ai mesi di settembre e ottobre, rappresentano le stagioni delle piogge. L’acqua scende dal cielo accigliato e colora la terra di tutte le tonalità di verde. La gente cammina ai lati delle strade, sembra non accorgersi della pioggia che gli segna aggressivamente la pelle, prosegue indisturbata alla stessa velocità, per raggiungere un obiettivo non delineato.

La terra rossa africana vira la sua forma e il suo colore quando ci si avvicina alle montagne vulcaniche. La terra diventa scura, punteggiata da grosse pietre nere e l’acqua bagna delicatamente la superficie dell’erba.

Su ogni angolo di terra, delle valli che serpeggiano tra le colline, nascono coltivazioni di mais, tè, sorgo (usato dai contadini come preparato per la polenta o per la birra locale), carote, patate. I papiri nascondono i confini dei fiumi. Le colorate piantagioni di banano guardano, dall’alto dei pendii delle colline, questa terra nera, in continuo movimento.

Le mille colline si perdono all’orizzonte, in posti dove lo sguardo non può entrare. Dove l’uomo non può coltivare, arare, fertilizzare, bonificare e allevare, ecco che nasce indisturbata e austera, l’impenetrabile foresta pluviale.

Alle pendici dei vulcani cresce una fitta vegetazione arborea con liane e felci. Con le lobelie giganti, le ordinate file di eucalipti, le palme da olio, le acacie, boschi di bamboo e iperici, la luce quasi non arriva alla terra, che rimane perennemente lambita dalle pregiate acque piovane, celata e protetta da muschi e rosacee. La foresta è ricca di preziosi legni: il tek, l’ebano, il cedro d’Africa, arabescati da lauri, rose, ibiscus e orchidee.

Ed ecco maestose, le cime dello stesso risultato geologico che diede vita alla Rift Valley: le montagne vulcaniche di Virunga. Karisimbi. Significa montagna con cappello bianco, perché la sua cima non si vede quasi mai, visto che è per la maggior parte dell’anno coperta da un “cappello” di nebbia. Il Karisimbi è affiancato dal Bisoke. Insieme plasmano armoniosamente la casa dei gorilla di montagna.

Sabyinyo. In kinyarwanda “iryinyo” significa dente, la sua forma ricorda il profilo di una dentatura speciale che sembra masticare le nuvole grigie pesanti di pioggia. Muhabura è “la guida”, ospita un piccolo lago sul suo cratere. Gahinga è il “mucchio di pietre”.

Il confine tra Ruanda e Congo è segnato dal vulcano Nyamuragira, che ha ricordato la sua presenza alla natura pochi anni fa, coprendo di cenere e fosca lava i lussureggianti arbusti dalle sfumature del verde. Ad abitare le dormienti montagne vulcaniche sono famiglie di creature affini all’essere umano, per carattere, capacità comunicativa, abitudini, comportamento e vita sociale. I gorilla.

La famiglia “Umubano” è una di quelle vecchie famiglie, in cui i nonni insegnano ai nipoti la vita. Umubano significa “vivere insieme”. Il gruppo ha a capo un silverback di circa 20 anni che un giorno lontano lasciò le sue origini “Amahoro”, per creare una sua famiglia.

Oggi non è più solo ma ha accanto 13 membri che lo riconoscono come padre e maestro e lo rispettano. I più grandi insegnano ai più piccoli come ci si comporta in un gruppo: come e cosa si mangia, come si prepara il “letto” per dormire nel bel mezzo della foresta equatoriale, come ci si pulisce per non ammalarsi. Nena News

Nena News Agency “RWANDA. Cento giorni di massacri: nessuna etnia, ma classi sociali figlie del colonialismo” di Federica Iezzi

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REPORTAGE. Nei Balcani la guerra dopo la guerra

Il Manifesto – 09 aprile 2019

La “nuova rotta”. Reportage dal confine croato-bosniaco, dove migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono vittime dei respingimenti illegali e spesso violenti messi in atto con la complicità dell’Unione europea. Che all’assistenza umanitaria preferisce le frontiere blindate

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Bihać (Bosnia & Erzegovina) – Bira refugees centre One Life ONLUS/Renato Ferrantini

di Federica Iezzi

Velika Kladuša – Il viaggio di Nazim parte dal campo di Zeralda, a circa 30 chilometri da Algeri. È questo il punto di ritrovo per i trafficanti, ormai padroni indiscussi dei grandi deserti africani. Caricato come un numero su vecchi camion, con l’inconfondibile vessillo della Mercedes, viene trasferito a Tamanrasset, città dell’estremo sud algerino. «Lì arriva il biglietto per Agadez» ci dice Nazim con gli occhi di chi ricorda un momento di speranza. Il potente hub nigerino è la porta d’ingresso per la Libia. Abbiamo incontrato Nazim al Bira Refugees Centre di Bihac, nel nord-ovest della Bosnia. È qui che adesso vive.

I NUMERI UFFICIALI parlano di 2250 posti letto e 3914 persone registrate. Per l’81% si tratta di ragazzi soli provenienti per lo più da Siria, Afghanistan, Pakistan, Iraq, Iran. Dal gennaio 2018, oltre 23.000 migranti e richiedenti asilo sono arrivati in Bosnia. L’anno prima erano meno di 1.000.

Da Algeri sembra partire un filo diretto anche per la Turchia. Racconta Nazim: «In 24 ore e 80 euro si ottiene un visto online per la Turchia valido 180 giorni». Una volta a Istanbul la tappa successiva è la città portuale di Izmir. Da qui il passaggio nelle isole greche di Agathonisi prima e Samos poi, aprono la strada verso Atene.

DALLA GRECIA inizia la “nuova rotta balcanica” attraverso Albania, Montenegro e Serbia. «Dopo aver attraversato il confine serbo-bosniaco e passate le città di Bijeljina, Zvornik, Sapna, Kalesija, ci hanno trascinato nella città di Tuzla». Nella città nord-orientale bosniaca di Tuzla non si rimane per più di 24 ore. «Si parte presto per Sarajevo prima, e per Bihac poi».
Ufficialmente mediante una facile registrazione si ottiene il diritto legale di soggiornare in Bosnia per 14 giorni. Spesso questi documenti temporanei vengono distrutti per evitare la riammissione nel Paese e si chiede una protezione internazionale, in modo da avere almeno libertà di movimento dentro il territorio bosniaco.

«Stasera provo a prendere un autobus che da Bihac arriva direttamente a Zagabria – dice ancora Nazim -. Ho pagato il biglietto 13 euro. Spero solo che nell’autobus non ci siano controlli alla frontiera croata».

ANCHE AMNESTY International accusa l’Unione europea di essere complice dei respingimenti sistematici, illegali e spesso violenti e delle espulsioni collettive verso migranti, rifugiati e richiedenti asilo, sul confine croato-bosniaco.

Per capire le priorità dei governi europei, basta seguire il flusso di denaro. Il contributo finanziario all’assistenza umanitaria è marginale rispetto ai fondi forniti per la sicurezza delle frontiere, che includono equipaggiamenti “da guerra” per la polizia croata, aggiuntivi di generose retribuzioni.

E.B. è di nazionalità afghana. È di etnia pasthun. È un perseguitato politico. Il suo racconto è ricco di dettagli e particolari e parte da Helmand nel profondo sud dell’Afghanistan. Inizia con un’affermazione estremamente consapevole: «La distanza più breve tra l’Afghanistan e la Turchia, in linea d’aria, è di 2.947 chilometri e passa attraverso l’Iran».

E. B. RACCONTA come la rotta terrestre dall’Afghanistan attraverso l’Iran e la Turchia sia tradizionalmente usata anche per il contrabbando di oppiacei verso l’Europa». Gli chiediamo come mai in Afghanistan scelgono di passare attraverso l’Iran. La risposta è rapida e precisa: «L’Iran è la strada che tutti gli altri prendono». Le opzioni sono solo due. La prima, la meno quotata, è quella di avere un passaporto afgano e un visto iraniano valido. La seconda è quella invece di raggiungere l’Iran attraverso il Pakistan. E.B. mostra una mappa con una serie ordinata di punti rossi: Peshawar, Quetta, valico di frontiera Taftan-Mirjaveh (sul confine tra Pakistan e Iran), Taft, Tehran, Maku (nella stretta gola tra le montagne al confine con la Turchia), Dogubayazid e Istanbul. «Nell’area tra il confine pakistano e quello iraniano – racconta -, abbiamo dovuto camminare per 10 ore al giorno, senza acqua per 15 giorni. Al mattino, i contrabbandieri ci consegnavano pane e una bottiglia d’acqua che dovevano bastare per tutto il giorno. Seppur in 40 dentro lo stesso pick-up ci siamo mossi rapidamente attraverso l’Iran, ma in Turchia ci è sembrato di vivere in una moviola. Siamo arrivati a Istanbul dopo più di un mese. Da lì, i contrabbandieri ci hanno portato a Izmir».

LA TAPPA SUCCESSIVA, ci racconta, è stata la città della Turchia occidentale di Edirne, per arrivare sulla costa greca, evitando la Bulgaria.

La porta di ingresso nei Balcani è diventata la Macedonia. Qui i migranti ricevono documenti di transito ufficiali e aspettano un treno che li porti a nord verso il confine serbo. In alternativa attraversano frastagliate montagne e fitti boschi per raggiungere l’Albania prima, il Montenegro poi, solo per ritrovarsi bloccati nel collo di bottiglia bosniaco.

E.B. conferma che per molti, è stato necessario prendere in prestito denaro da parenti e amici e addirittura ipotecare le proprie case. Le modalità di pagamento, così come il costo del viaggio in Europa, variano molto: da 1.500 a oltre 8 mila dollari a persona. Il costo iniziale è di circa 500 dollari. I successivi 1.500 dollari vengono pagati all’uscita dall’Iran. Il contrabbandiere, spesso definito come un vero e proprio agente, riceve il pagamento concordato solo se il cliente arriva a destinazione.

LA TRATTA IN AFGHANISTAN funziona per lo più in comunità o in gruppi etnici. Se provieni da una determinata provincia, il tuo contrabbandiere sarà probabilmente della stessa area, percepita come più affidabile.

E.B. racconta che ha provato ad attraversare il confine tra Bosnia e Croazia per due volte. Lo chiamano the game, «il gioco». E sembra di essere all’interno di un malsano videogioco che parte intorno al monte Plješevica, ai piedi dell’abbandonata base aerea militare di Željava, utilizzata intensamente durante la guerra d’indipendenza croata nel 1991, prima dall’armata popolare jugoslava e in seguito dai serbi fino al 1995.

I cartelli rossi con le echeggianti scritte Pazi mine («Attenzione mine») e Zabranjen prolaz («Passaggio vietato»), eredità del conflitto degli anni ’90, disegnano il cammino di una guerra dopo la guerra.

E.B. la prima volta è stato trattenuto nella stazione di polizia di Slunj in Croazia, sul confine croato-bosniaco, senza avere accesso alle procedure di asilo. Rimandato indietro, se l’è cavata con qualche livido sulla schiena. E il ministro degli Interni croato Davor Božinovic continua a dichiarare con fermezza che la Croazia sta soltanto mettendo in atto azioni per impedire l’immigrazione illegale, in conformità con le sue responsabilità verso l’Unione europea.

E.B. MOSTRA UNA CARTINA in cui sono cerchiati i nomi di città e villaggi. «Quando andrà via la neve, voglio provare a camminare a piedi lungo la strada tra Plitvice e Korenica, per arrivare a Vrhovine, una città a metà strada tra i laghi di Plitvice e la città croata di Otocac. Poi attraverso Fiume raggiungere l’Italia settentrionale. Voglio arrivare in Francia o in Belgio».

Il Manifesto “REPORTAGE. Nei Balcani la guerra dopo la guerra” di Federica Iezzi

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Voices from Bosnia

mde

Bihać – Bira refugees centre

On Oslobođenje 21/01/2019

di Federica Iezzi

Bihać – The answers also come from the broken spirits and the bruised bodies of people like Maned.

A jacket of some size larger, a bag on the shoulders, an hand always stretched towards those who are more in difficulty.

Maned has traveled for miles to reach with his family Bihać.

“We walked for 15 hours a day, every day. Our journey started in 2015 in Herat “, he tells us. With a bus from Kabul they reached the city of Zaranj, in the southwestern afghan province of Nimroz, on the border with Iran and Pakistan. “We traveled with 20 other people, we passed the iranian border at Pul-e-Abrisham and then the border with Turkey, to reach the eastern turkish Van province”. The journey continues on foot, following traffickers, to the western turkish city of Edirne, on the border with Greece. “We spent a year trapped in Idomeni, in wet tents and unofficial camps. Then the transition to the Macedonian town of Lojane, a receptacle of traffickers and corruption, on the northeastern border with Serbia. For another year we were rebounded from one refugees camp to another in Serbia”. From Serbia to Bosnia the last obstacle is the city of Zvornik, on the Drina river. Defeated by fatigue and pain, stripped of his last savings, he says “I’m an engineer and I’m not working since 2015”.

How do smugglers get paid? This is one of the most interesting of the findings.

Migrant families don’t pay the money directly to smugglers, they pay the money to a third party, usually a money handler, normally in one of the main bazaars in Kabul. The money is only released by that third party to the smuggler once the migrant has arrived safely in his or her country of destination. So think about this, there is a money-back guarantee on smuggling. If you don’t make it to your destination safely the smuggler gets nothing. The money taken from the third party, from the money handler, goes back to the family and the whole deal is called off. This is how it works in Afghanistan.

Oslobodjenje ‘Migrantske rute su i rute trgovaca ljudima’


On Oslobođenje 14/01/2019

di Federica Iezzi

Bihać –  Usman can’t walk for more than half an hour without stopping. It is the sad result of croatian police violence on the refugees. “I walked tirelessly from Lashkar Gah”.

In the last weeks the italian NGO One Life ONLUS, in Bosnia and Herzegovina, has regularly treated patients, sometimes even women and small children, with wounds allegedly inflicted by state authorities when attempting to cross into Croatia, where, according to their testimonies, their claims for asylum and protection are regularly ignored.

Painful arms and legs, with visible bruises under the clothes and under the covers, are the news masks of the harsh Bosnian winter.

“I left Bira refugees centre, in Bihać, in the afternoon. It is an open camp”, Usman tells us. At the entrance to the field there is an almost frenetic coming and going of people.

“I stayed out all afternoon, I had my backpack with me, so maybe someone understood that I wanted to try to play – The Game -. I walked until Velika Kladuša”. From the north-western city of Bosnia, the border with Croatia is two kilometers away.

“At the border I was beaten by policemen”. Usman has extensive bruises on his leg, back and face.

The staff of Bira refugees center in Bihać know the stories like Usman one. They keep the bed for 48 hours for people who try to cross the border: it is sufficient time to understand if they can pass or if they are sent back.

After repeatedly being pushed back or forced to return to Bosnia on their own, asylum seekers find themselves in settlements such as open fields and squats while formal government camps are full.

“The use of violence is clearly not acceptable. It’s not acceptable under European human rights law, it’s not acceptable under international human rights law and it is to my mind also, not necessary.  It is possible to control borders in a strict matter without violence”, tell us dr Federica Iezzi, president of italian NGO One Life ONLUS.

Oslobođenje ‘Čemu nasilje policije nad izbjeglicama?’

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