LIBERIA. Il gol più difficile di George Weah

Nena News Agency – 18/10/2017

L’ex calciatore del Milan ha ricevuto il 39% dei voti alle presidenziali staccando di 10 punti il rivale Joseph Boakai. Non avendo però conquistato la maggioranza assoluta al primo turno, sarà il ballottaggio di novembre a decidere se sarà il nuovo presidente

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di Federica Iezzi

Roma, 18 ottobre 2017, Nena News – Dopo mesi di manifestazioni rauche, promesse e discorsi di nuovi inizi, e sotto l’occhio vigile di 148 osservatori internazionali dell’Unione Africana, dell’ECOWAS, della Carter Foundation e dell’Istituto Nazionale Democratico, si è concluso il primo passaggio di potere democratico in Liberia.

I sondaggi si sono chiusi con alcune segnalazioni di violenza, con conteggio quasi completo e incalzanti scommesse sul vincitore. Si cerca un successore ai 12 anni di potere del primo presidente donna del continente africano, Ellen Johson Sirleaf. Dunque dopo due mandati di sei anni, limite dettato dalla Costituzione, il Premio Nobel per la pace lascia il governo di Monrovia.

Sono più di due milioni di elettori registrati. E il 20% di questi è tra i 18 e i 24 anni. Venti i candidati presidenziali. Divide gli animi la candidatura dell’ex giocatore di calcio e pallone d’oro George Weah. Per la vittoria bisogna ottenere il 50% dei voti, più uno. Non c’è mai stato un chiaro favorito al primo turno.

Secondo gli ultimi conteggi nelle 15 contee, testa a testa tra George Weah, pedina del Congresso per la Democrazia e il Cambiamento, e l’attuale vicepresidente Joseph Boakai, del centrodestra Partito dell’Unità.

Con il 95% dei voti contati, la National Election Commission liberiana, ha comunicato che Weah domina le elezioni con il 39% dei voti, Boakai guadagna il 29% dei consensi. I risultati finali sono attesi entro il 25 ottobre. Secondo la legge elettorale in Liberia, se nessun candidato ottiene una maggioranza assoluta nel primo turno elettorale, seguirà un secondo turno tra i primi due candidati. Il secondo turno elettorale è fissato per gli inizi di novembre.

La campagna elettorale di Boakai è stata improntata su integrità e fiducia, con la promessa di aumentare la spesa pubblica per l’agricoltura e per promuovere la crescita economica, lo sviluppo e il miglioramento delle infrastrutture. Il Partito dell’Unità sta ancora godendo degli evidenti vantaggi del classico partito al governo, rafforzato da risorse statali e lealtà tribali. E sta ottenendo i maggiori consensi nelle contee di Lofa, Gbarpolu, Bong, Bomi, Cape Mount, Gbarpolu e Grand Gedeh.

Profondamente impopolare nella diaspora liberiana, l’ordine del giorno di Weah che prevede la creazione di un tribunale anticorruzione e il decentramento del potere parlamentare, permettendo al popolo liberiano di essere partner attivo nella governance delle singole comunità.

Spesso definita la più antica repubblica moderna del continente nero, nel 1847, la Liberia divenne la prima repubblica africana a proclamare l’indipendenza. Membro fondatore dell’organizzazione intergovernativa Società delle Nazioni, delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione dell’Unità Africana.

I suoi problemi iniziano nel 1980 quando, con un colpo di stato militare, viene rovesciato il governo Tolbert. Da quel momento partono 23 anni di crisi politiche e di guerre civili, che determinano la morte di almeno 250.000 persone e il crollo dell’economia nazionale. La pace non è tornata nel fragile Paese fino al 2003, quando l’allora presidente Charles Taylor si è dimesso a causa di un mandato d’arresto per i crimini di guerra, commessi mentre guidava le forze ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito nella vicina Sierra Leone.

La governance calma e misurata di Ellen Johnson Sirleaf, dal 2005 ha portato pace e stabilità nello stato dell’Africa Occidentale. Mentre oltre l’80% della popolazione continuava a vivere sotto la soglia di povertà, nel 2014 il Paese è stato schiacciato dall’epidemia di Ebola. Nena News

Nena News Agency “LIBERIA. Il gol più difficile di George Weah” di Federica Iezzi

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Il milione dello Yemen

Il Manifesto – 30 settembre 2017

Golfo. L’allarme della Croce Rossa: già 700mila i casi di colera, entro l’anno altri 300mila contagiati. Ci si ammala bevendo dai pozzi. E con gli ospedali distrutti o troppo lontani si muore nel proprio letto, senza nessuna assistenza. Quando per salvarsi basterebbe acqua pulita.

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di Federica Iezzi

Il colera è ovunque. L’ultimo preoccupante report del Comitato Internazionale della Croce Rossa afferma che l’epidemia di colera in Yemen è una spirale fuori controllo.

I casi sospetti hanno sfiorato i 700mila, più di 2mila le morti correlate alla malattia. Secondo quanto riferito in un briefing a Ginevra da Alexandre Faite, capo della delegazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Yemen, è verosimile che si raggiunga un milione di casi di colera entro la fine dell’anno.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità disegna un piano in cui i casi sospetti di colera ormai serpeggiano nel 95,6% dei governatorati, in particolare in 22 su 23 governatorati e 304 su 333 distretti.

SI CONTANO PIÙ DI 5MILA nuovi sospetti contagi ogni giorno. La malattia continua a diffondersi a causa del deterioramento delle condizioni igieniche e sanitarie e delle interruzioni dell’approvvigionamento idrico.

Più di 14 milioni di yemeniti sono stati tagliati fuori dall’accesso regolare all’acqua, per non parlare del servizio di raccolta di rifiuti interrotto in tutte le grandi città. Il tasso complessivo di mortalità nel paese è dello 0,31%, il più alto è nel governatorato di Raymah, a est. I governatorati più colpiti comprendono Amran, al-Mahwit e Hajjah, al nord, e al-Dhale’e e Abyan, al sud.

Il disastro umanitario in Yemen non accenna a placarsi. Il paese è imprigionato in una spirale di violenze e patimenti che irrompono nelle vite di civili inermi, senza risparmiare neppure anziani e bambini.

E PROPRIO AI BAMBINI sono riservati i numeri più crudeli: il 54,9% di possibilità di contrarre il colera. Il colera è un’infezione acuta diarroica che si diffonde attraverso cibo o acqua contaminati. Può essere efficacemente trattata con l’immediata idratazione e con il repentino ripristino dei normali livelli di sali minerali nell’organismo, ma senza trattamento può risultare fatale.

LO YEMEN È DA ANNI teatro di una spietata guerra, capitanata ardentemente dalle forze militari di Riyadh. Mentre le morti da combattimento ottengono sporadicamente attenzione, i risultati indiretti del conflitto rimangono celati.
L’epidemia di colera, la malnutrizione incalzante, l’aumento delle morti da malattia infettive curabili, rimangono i più grandi assassini.

L’acqua che arriva nelle case è contaminata e la gente non la beve più. Si incontrano grossi serbatoi, spesso vuoti, su quelli che un tempo erano i marciapiedi delle strade principali delle città, ma non c’è approvvigionamento regolare. Nel governatorato di Hajjah, la gente beve acqua contaminata da pozzi e cisterne.

E la situazione è in peggioramento nel distretto di Abs, nel governatorato di Hajjah, nel nord dello Yemen. Qui nel mese di agosto è stato colpito l’ennesimo ospedale, sostenuto da Medici Senza Frontiere, che trattava i casi di colera.

IL DISTRETTO DI ABS ospita il numero più alto di sfollati interni, ma la maggior parte delle strutture sanitarie non funziona. Non ci sono né personale medico né attrezzature, né forniture sanitarie di base.

In 49 distretti, non ci sono medici. Almeno 30mila operatori sanitari locali non hanno ricevuto i loro stipendi da più di un anno, 3.500 centri medicali non hanno ricevuto fondi per il regolare rifornimento.

Quasi tutte le strutture e i servizi sanitari del paese hanno raggiunto livelli di cedimento irreversibili, non sono in grado di rispondere alla crescente necessità della popolazione, non sono in grado di affrontare malattie e traumi legati alla guerra. E, tuttora, molti ospedali vengono utilizzati illegittimamente come presidi militari.

LA MAGGIORPARTE della gente rimasta nelle proprie case non può permettersi nemmeno il trasporto dalle aree rurali ai centri medici più vicini. E allora diarrea, vomito, lento e tormentato spegnimento: si muore di colera in casa.

Nel suo piano di affrontare la malattia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha previsto la distribuzione di vaccini per contenere il colera e sradicare il 90% dei casi entro il 2030. Ma contenere un’epidemia di tale entità è estremamente difficile e le probabilità di perdere sono molto elevate.

Secondo il Cholera Emergency Operations Centre, i partner umanitari in Yemen supportano 250 centri di trattamento, con più di 4mila posti letti e almeno mille punti di reidratazione orale in 20 governatorati. Una campagna di sensibilizzazione porta a porta continua a coinvolgere 40mila volontari, raggiungendo circa 14 milioni di abitanti persone.

Ma il 12% dei distretti in Yemen è ancora classificato come estremamente difficile da raggiungere, tra questi Marib, al-Jawf, Sa’ada, Hajjah, Taizz, al-Bayda. E più di 1,7 milioni di persone, in questi distretti, ha urgente necessità di assistenza umanitaria.

SECONDO I DATI DIFFUSI delle Nazioni Unite, più di 10mila persone sono state uccise dal conflitto, almeno 50mila sono i feriti e i disabili, 1,6 milioni di civili sono stati costretti ad abbandonare il paese e 3 milioni sono gli sfollati interni.

Gli anni di sanguinari abusi hanno trasformato l’agonizzante Yemen nel più grande bacino di insicurezza alimentare. In base ai dati diffusi dalla piattaforma Humanitarian Needs Overview, circa 20 milioni di persone hanno bisogno di assistenza o protezione.

Di questi, per almeno 9 milioni, il bisogno si trasforma in impellente urgenza. Inoltre 17 milioni di persone non si alimentano adeguatamente.

E tra questi, quasi due milioni sono bambini e un milione sono donne in gravidanza. Direttamente correlata alla mancanza di cibo è la malnutrizione: più di 400mila bambini sotto i cinque anni sono affetti da malattie connesse alla malnutrizione acuta.

Il Manifesto 30/09/2017 “Il milione dello Yemen” di Federica Iezzi

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TUNISIA. Revocata la restrizione matrimoniale per le donne

Nena News Agency – 20/09/2017

La scorsa settimana il governo tunisino ha annunciato l’abolizione del divieto che non permetteva alle donne musulmane di sposare non-musulmani. L’abrogazione giunge dopo importanti mutamenti subiti dalle leggi sulla violenza domestica e sulle molestie sessuali negli spazi pubblici

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di Federica Iezzi

Roma, 20 settembre 2017, Nena News – È stata annunciata la scorsa settimana dal governo tunisino l’abolizione del divieto decennale di matrimonio tra donne musulmane e uomini non-musulmani. Il presidente Beji Caid Essebsi ha condotto una campagna per la parità tra i sessi, dalla sua presa in carica nel dicembre 2014. Nel corso degli anni ha annunciato diverse proposte per arrivare all’uguaglianza di genere.

La revoca del decreto di restrizione matrimoniale, istituito nel 1973, rappresentava un ostacolo alla libertà di scelta del coniuge e una violazione della costituzione tunisina, adottata nel 2014 a seguito delle proteste legate alla primavera araba, secondo il presidente tunisino.

La legge sul matrimonio costrinse per anni gli uomini non-musulmani, che volevano sposare una donna tunisina, alla conversione all’islam. Mentre gli uomini tunisini erano liberi di sposare donne non-musulmane, ma la conversione religiosa non era un obbligo. L’abrogazione della legge sul matrimonio viene dopo importanti mutamenti subiti dalle leggi sulla violenza domestica e sulle molestie sessuali negli spazi pubblici. Pietre miliari importanti in un Paese in cui la religione, nei legami coniugali, può essere al centro di numerosi conflitti familiari e lunghe lotte contro le leggi statali.

E’ evidente che il nuovo decreto non allontana le donne tunisine dagli ostacoli culturali e tradizionali in caso di matrimonio misto, ma comunque offre loro la libertà di scelta da una prospettiva giuridica. Ma mentre il governo Essebsi è riuscito ad affinare le leggi in materia di uguaglianza e violenza familiare, si trova ad affrontare un’opposizione più rigida, da parte dei teologi tunisini e dei membri del parlamento, sugli storici codici che regolano l’ereditarietà in Tunisia.

Secondo la legge islamica, alla donna spetta la metà di quanto spetta all’uomo del lascito ereditario. E una donna riceve la metà dell’eredità del defunto marito, rispetto al figlio. Nell’alta borghesia tunisina, si ovvia alle convenzioni grazie a donazioni o cessioni di proprietà ante-mortem. Sono invece le donne cresciute in ambienti rurali, tradizionalisti o meno istruiti, a pagarne le conseguenze più dure.

Il presidente ha istituito una commissione, formata da esperti per i diritti umani, incaricata di rivedere le politiche legate ai diritti di matrimonio e alle leggi di eredità e discriminazione economica, per cercare un equilibrio tra l’uguaglianza di genere da un lato e la religione e la costituzione dall’altra. Promuovendo l’istruzione per le ragazze, abolendo la poligamia e non avallando il rifiuto di una moglie fuori dalla procedura di divorzio, ufficialmente decretata da un tribunale, il codice di status personale della Tunisia ha accresciuto il suo apprezzamento, come modello progressivo per i diritti delle donne in Nord Africa e Medio Oriente.

Dura invece la risposta del mondo sunnita, da parte del Grande Imam egiziano di al-Azhar, Ahmed el-Tayeb, che ha denunciato la riforma matrimoniale, come contrapposta agli insegnamenti islamici, incitando alla violenza contro la leadership tunisina. La Tunisia ha garantito i diritti fondamentali alle donne fin dagli anni ‘60: accesso al voto, divorzio, aborto. Oggi nel parlamento tunisino il 31% dei deputati sono donne. E il numero di lavoratori di sesso femminile raggiunge il 27%. La Tunisia è considerata uno dei Paesi arabi più progressisti in termini di diritti delle donne, anche se Amnesty International ha riferito l’anno scorso che ci sono ancora pochi segni tangibili per dimostrare il miglioramento. Nena News

Nena News Agency “TUNISIA. Revocata la restrizione matrimoniale per le donne” di Federica Iezzi

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IMMIGRAZIONE. L’inferno dei centri di detenzione libici

Nena News Agency – 12/09/2017

Gli immigrati sono detenuti in celle sovraffollate, con scarsa luce naturale e ventilazione e con un inadeguato numero di latrine o bagni. Per loro non è previsto alcun processo legale, né hanno la possibilità di contestare la legittimità della loro prigionia o del loro trattamento. Secondo la ONG internazionale Medici Senza Frontiere, l’Unione Europea finanzia e perpetua il ciclo di sofferenza degli immigrati nello stato africano

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di Federica Iezzi

Roma, 12 settembre 2017, Nena News – L’Unione Europea finanzia e perpetua il ciclo di sofferenza dei migranti in Libia, costringendoli a reclusioni arbitrarie in centri di detenzione. Questo è quanto affermato nell’ultima conferenza stampa da Joanne Liu, il presidente internazionale di Medici Senza Frontiere.

Dunque la pesante accusa, appoggiata anche dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, è che la politica dei governi europei, alimentando un sistema criminale di abusi, è diretta complice delle violenze subite dai migranti in Libia. Il governo di al-Sarraj controlla ufficialmente circa due dozzine di centri di detenzione in territorio libico, attraverso la sua direzione per la lotta alla migrazione irregolare (DCIM), secondo gli ultimi dati dell’EUBAM (European Border Assistence Mission in Libya).

I finanziamenti previsti dai Paesi europei per le attività dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e dell’UNHCR per migliorare le condizioni nei centri di detenzione governativi libici rappresentano oggi solo un’illusione di fronte al milione di profughi intrappolati in Libia.

L’unica soluzione ragionevole e civile sarebbe quella di aprire percorsi legali per chi fugge da guerre, fame e violenze. La rotta migratoria africana maggiore parte da Agadez, passa per Dirkou in Niger, per arrivare alla città libica di Sabha. I migranti vengono poi dirottati dai contrabbandieri verso i porti di Tripoli o Zawiya.

La rotta percorsa dai migranti dei Paesi africani dell’ovest, invece, parte sempre dalla porta di Agadez in Niger, passa per Bamako e Gao, in Mali, e arriva a Tamanrasset, in Algeria. L’ultima parte del viaggio è comune per tutti fino alle coste libiche.

Pane, burro e acqua è tutto ciò che i migranti ricevono nell’unico pasto giornaliero, nei centri di detenzione libici. Malattie legate alle scadenti condizioni sanitarie, malnutrizione e violenze fisiche sono cicatrici indelebili di ogni migrante, secondo le molteplici denunce del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Vengono rinchiusi in celle sovraccariche, con scarsa luce naturale e ventilazione. Gli edifici sono spesso vecchie fabbriche o magazzini, con un inadeguato numero di latrine o bagni. Per i migranti è prevista una detenzione ma non è previsto nessun processo legale, nessuna possibilità di contestare la legittimità della loro prigionia o del loro trattamento.

Secondo i report dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, un considerevole numero di profughi che entra in Libia, viene scambiato nei cosiddetti mercati di schiavi, prima di finire nei centri di detenzione. A questo segue una richiesta di riscatto da parte dei trafficanti, in accordo con i militari libici, verso le famiglie dei più giovani. Se il denaro non arriva, il viaggio si ferma in Libia.

Dopo Medici Senza Frontiere, anche Save The Children e la maltese MOAS (Migrant Offshore Aid Station) sospendono le operazioni di salvataggio nel mar Mediterraneo, a causa delle forzature dettate dal codice di condotta per le ONG, imposto dal Viminale con il benestare dell’Europa, e a causa di una guardia costiera libica ostile alle attività di soccorso.

La Commissione europea risponde decantando un programma di 46 milioni di euro, per formare e rafforzare la guardia costiera libica, e stimando un brusco calo degli arrivi in Italia nel mese di agosto, scesi dell’80% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. E’ cieca invece di fronte a quanto accade nei centri di detenzione in Libia, dove torture, stupri, fame e uccisioni, sono la quotidianità. I migranti arrestati in mare dalla guardia costiera libica, modellata irresponsabilmente dai nostri militari, vengono inviati, senza dignità, nel sistema di detenzione del Paese. Qui inizia la fiorente impresa di rapimento, tortura e estorsione, di cui l’Europa è corresponsabile.

Dunque, per raggiungere un accordo con gli attori coinvolti nel traffico di esseri umani, il prezzo da pagare è quello di accettare un certo grado di violenza e violazioni dei diritti umani? L’Europa sembra disposta a pagare quel prezzo per porre fine alla crisi migratoria. A sei anni dalla rivoluzione che rovesciò la dittatura Gaddafi, una Libia, senza regole né governo, è diventata la meta per migliaia di profughi pronti a rischiare la vita, su sovraffollate imbarcazioni, pur di attraversare il Mediterraneo. Gli abusi che i rifugiati affrontano durante il pericoloso viaggio verso l’Europa, meritano una risposta globale, secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad al-Hussein.

L’accordo di Parigi, tra i leader di Francia, Germania, Italia, Spagna, Ciad, Niger e Libia sponsorizza un poco lungimirante piano per affrontare il traffico illegale di esseri umani, sostenendo i Paesi che combattono per bloccare il flusso di richiedenti asilo, attraverso prima il Sahara e poi il Mar Mediterraneo. E’ molto sottile la linea che divide queste attività dalla tutela dei diritti umani dei migranti. Nena News

Nena News Agency “IMMIGRAZIONE. L’inferno dei centri di detenzione libici” di Federica Iezzi

“Human suffering. Inside Libya’s migrant detention centres”

“MSF President Dr Joanne Liu on horrific migrant detention centres in Libya”

 

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YEMEN. I bambini e le bombe saudite

Nena News Agency – 04/09/2017

Buthina ha sei anni e ha perso otto membri della sua famiglia la scorsa settimana quando un ‘errore tecnico’ di Riyadh ha devastato la sua casa seppellendola viva per ore sotto le macerie. L’ennesimo massacro di civili a cui la Comunità Internazionale ha risposto con il consueto silenzio

La campagna mediatica #I_speak_for_Buthina

di Federica Iezzi

Roma, 4 settembre 2017, Nena News – Neppure una bambina di sei anni appena, rimasta per ore seppellita viva dalle macerie, riesce a scuotere le coscienze dei potenti sulla sanguinosa guerra che sta frantumando lo Yemen. E intanto il grido sul web non trova pace: #I_speak_for_Buthina. Questa è la storia di Buthina Muhammad Mansour Saad al-Raimi, uno squarcio sul mondo dei bambini in Yemen.

Il Paese è entrato nel terzo anno di una feroce guerra civile che non accenna ancora a placarsi, dopo più di 10.000 morti, almeno 48.000 feriti, 19 milioni di persone alla disperata ricerca di aiuti umanitari, tre milioni di sfollati interni.

Lei è tra i sopravvissuti di questa cupa guerra, in cui il ruolo dei sauditi è tanto sporco quanto i venditori di armi occidentali. Altri 1.500 bambini sono stati cancellati dal mondo a suon di bombe, mortai, proiettili, crolli e malattie. E più di 2500 sono i bambini feriti, mutilati, annullati.

Ha perso otto membri della sua famiglia, Buthina, dopo che la scorsa settimana un attacco aereo guidato dall’Arabia Saudita ha rovesciato la casa dove viveva, nel quartiere residenziale di Faj Attan, nella capitale Sana’a, zona controllata dal 2014 dagli Houthi. Ha perso la madre Amal, il padre Muhammad, quattro sorelle, Ala’a, Aya, Berdis e Raghad, il fratello Ammar, e lo zio Mounir. Nei sei appartamenti dell’edificio crollato, altre 17 persone sono state uccise e almeno 16 sono i feriti che si contano a causa dello stesso bombardamento aereo.

1. Buthina con i cinque fratelli – 2. Il crollo dell’edificio dove viveva Buthina a Sana’a – 3. Buthina all’Almutawakel hospital di Sana’a – 4. La gente di Sana’a sostiene Buthina in ospedale

La coalizione saudita ha giustificato per l’ennesima volta l’attacco indiscriminato verso i civili come un ‘errore tecnico’, continuando, senza alcuna prova ufficiale, ad accusare gli Houthi della creazione di centri di comando nelle zone residenziali di Sana’a. E la Comunità Internazionale continua a guardar scorrere il massacro, immobile e in silenzio. Oggi Buthina è ancora ricoverata all’Almutawakel hospital di Sana’a. Ha un trauma cranico, ha iniziato con fatica ad aprire l’occhio sinistro. Da quell’occhio non vede nulla. Non ha miracolosamente avuto bisogno di un intervento chirurgico d’urgenza, per ridurre le multiple fratture a livello del massiccio faciale, ma la strada per una ricostruzione ossea rimane lunga.

Si unisce ai 6000 bambini yemeniti orfani di guerra, con in braccio una bambola più grande di lei, parcheggiata in un letto di ospedale. La gente di Sana’a è, anche oggi, in fila nei corridoi del vecchio ospedale per rassicurarla e per darle anche solo una carezza, un abbraccio, un saluto. Non si sveglierà mai più accanto alla sua mamma e al suo papà, non mangerà mai più insieme ai suoi fratelli, non giocherà mai più sulle spalle dello zio. La guerra in Yemen pesa su due milioni di bambini malnutriti, su otto milioni di bambini che non hanno accesso all’acqua pulita e ai servizi igienici, su centinaia di bambini che continuano a morire e ad ammalarsi di colera, su due milioni di bambini che non vanno più a scuola.

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Buthina all’Almutawakel hospital di Sana’a con lo staff sanitario

Human Rights Watch è il promotore di ripetute richieste, al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, per la conduzione di un’indagine indipendente, sulle violazioni del diritto internazionale umanitario in Yemen. Presto sarà consultabile la relazione annuale ‘Children and armed conflict’, al momento sotto revisione del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres.

Nel 2016 la breve nomina dell’Arabia Saudita nell’elenco dei violatori dei diritti dell’infanzia, nel corso della guerra in Yemen, scatenò la collera e l’indignazione dei ricchi Paesi occidentali. Sotto una costante pressione saudita e in seguito alla sottile minaccia di interrompere i finanziamenti alle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, il segretario generale all’epoca, rimosse il Paese dall’elenco. Nena News

#I_speak_for_Buthina #StopTheWarOnYemen

Nena News Agency “YEMEN. I bambini e le bombe saudite” di Federica Iezzi

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FOCUS ON AFRICA

#focusonafrica

Rubrica a cura di Federica Iezzi su Nena News Agency

MSF_Negli ospedali in Somalia

Somalia – Vita negli ospedali

Roma, 21 ottobre 2017, Nena News

Sud Sudan – Le Nazioni Unite non avrebbero inviato truppe di mantenimento della pace nella città di Yei, in Sud Sudan, mentre gli Stati Uniti continuavano a sostenere le forze governative. Questo secondo riservati documenti delle Nazioni Unite e secondo quanto trapelato dal Dipartimento di Stato statunitense.

In un paio di settimane, a partire dalla fine del 2016, Yei è diventato un centro di pulizia etnica dando vita al secondo più grande esodo di civili in Africa, dopo il genocidio ruandese del 1994. Più di un milione di civili è fuggito in Uganda e si contano decine di migliaia di morti.

Attualmente i peacekeepers dell’Unmiss (United Nations Mission in South Sudan) sono circa 12mila, distribuiti in tutto il paese. Secondo i funzionari Onu occorrerebbero almeno 40mila unità per assicurare la pace all’Uganda. Rimangono dunque vulnerabili l’area di Yei e altri importanti centri abitati come Bentiu, Malakal e Wau.

Tunisia – I contrabbandieri tunisini offrono ai migranti una nuova strada per arrivare in Europa. Si parte dai porti tunisini di el-Haouania, Kelibia, Sousse, Mahdia, Safaqis, Djerba, Jarjis per arrivare in Sicilia. Tragitti ben noti dal 2011 ai tunisini che fuggivano dalle turbolenze politiche, provocate dal regime del presidente Zine El-Abidine Ben Ali.

Sono già stati rafforzati i controlli dalla marina militare italiana e potenziate le pattuglie di mare tunisine. Nelle ultime sei settimane, la Tunisia è diventata il nuovo hub per i migranti dell’Africa sub-sahariana. Le stime delle partenze parlano almeno di 2.700 persone già partite.

Uganda – Il Ministero della Sanità ugandese ha confermato un caso di infezione da parte del virus Marburg, responsabile di una febbre emorragica altamente infettiva, simile a Ebola. Il caso, per ora isolato, si è registrato nel villaggio di Chemuron, nel distretto orientale di Kapchorwa.

L’ultimo focolaio di Marburg nello Stato dell’Africa orientale risale al 2014, quando furono identificati 146 casi. Il serbatoio del virus sono i pipistrelli. Non ci sono attualmente trattamenti specifici o vaccini disponibili per Marburg, la terapia è dunque solo di sostegno.

Somalia – Almeno 300 persone hanno perso la vita e più di 400 sono i feriti nell’attacco che ha colpito la capitale somala Mogadiscio, nello scorso fine settimana. La prima esplosione ha distrutto decine di bancarelle e il famoso Safari hotel nel cuore della città. Pochi minuti dopo la prima esplosione, una seconda autobomba è esplosa nel vicino quartiere di Madina. Ad essere colpito è il quartiere Hamar Jabjab (conosciuto anche come K5), che ospita numerosi edifici governativi, ristoranti e alberghi.

Le limitazioni del sistema sanitario somalo impediscono una risposta medica adeguata. Paesi come Turchia e Qatar continuano a fornendo assistenza umanitaria. A uno dei peggiori attacchi in Somalia, i funzionari rispondono con dubbi. Nessun segno, né rivendicazione dal gruppo islamico al-Shabaab, collegato a al-Qaeda.

Ma è il principale indiziato: secondo fonti dell’intelligence somala, l’obiettivo del camion-bomba non sarebbe stato il centro della città, ma la base turca in costruzione nella capitale: a Voice of America-Africa e funzionari dei servizi hanno detto che tutte le segnalazioni precedenti e successive alla strage fanno riferimento alla base turca: “L’obiettivo strategico più importante poiché produrrà un esercito organizzato che [per al-Shabaab] va distrutto preventivamente”, ha aggiunto la fonte.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Rotte migratorie in Tunisia, virus Marburg in Uganda” di Federica Iezzi


WHO_Gi ospedali in Madagascar stanno fronteggiando l'emergenza peste

Madagascar – Gli ospedali cercano di fronteggiare l’emergenza peste

Roma, 14 ottobre 2017, Nena News 

Liberia – Milioni di liberiani martedì hanno votato per eleggere nuovo presidente e nuovi legislatori nella terza elezione del Paese dell’Africa occidentale, dalla fine della guerra civile nel 2003.

Fine mandato per il primo presidente femminile del continente africano Ellen Johnson Sirleaf, dopo sei anni di presidenza, limite massimo regolato dalla Costituzione.

Sono 20 i candidati presidenziali che competono per ottenere il sostegno dei più di due milioni di elettori registrati. Per la vittoria è necessario guadagnare il 50% dei voti più uno. Non c’è un chiaro favorito.

I programmi dei candidati si sovrappongono: lotta alla corruzione dilagante, risoluzione delle cicatrici della brutale guerra che ha afflitto il Paese per 14 anni, opportunità economiche e nuovi posti di lavoro per i giovani, miglioramento delle infrastrutture.

Sudan – Esteso fino alla fine di dicembre il cessate il fuoco da parte del governo sudanese contro i ribelli del Sudan People’s Liberation Movement-North, nelle regioni di South Kordofan, Darfur e Blue Nile.

L’estensione della tregua arriva qualche giorno dopo che gli Stati Uniti hanno revocato le sanzioni legate al processo, per risolvere i conflitti in corso nel Paese, da ormai 20 anni.

Il progresso per la risoluzione di questi conflitti è stata una delle molteplici richieste al governo al-Bashir, da parte degli Stati Uniti, affinché venisse eliminato l’embargo commerciale e venissero rimosse le restrizioni finanziarie che hanno isolato il Paese da anni.

Burundi – Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha segnalato abusi di potere, uccisioni, torture, arresti arbitrari, detenzioni, sparizioni e violenze sessuali ai danni dei civili, da parte delle forze di sicurezza e dei servizi di intelligence, del partito al governo in Burundi, guidato dal discusso presidente Pierre Nkurunziza.

Adottate due risoluzioni dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La prima, guidata dall’Unione Europea e con il sostegno di due stati membri africani, il Botswana e il Rwanda, prevede l’istituzione di una commissione d’inchiesta per continuare ad investigare, per un ulteriore anno, la violazione dei diritti umani nel Paese.

La seconda risoluzione prevede l’invio di esperti per una collaborazione con le autorità burundesi al fine di concludere l’inchiesta attraverso sanzioni mirate

Il Burundi rimane uno degli argomenti più discussi. Cina, Russia e Egitto inquadrano la situazione come questione interna del Paese che non interferisce con elementi in materia di sicurezza internazionale.

Madagascar – Il Madagascar sta cercando di contenere un focolaio altamente contagioso di peste. Almeno 30 sono ad oggi i morti e quasi 400 i casi sospetti, in meno di due mesi.

Sulla costa orientale, il Madagascar ogni anno, durante la stagione delle piogge, conta casi sporadici di peste polmonare. Il movimento di persone dalle aree rurali alle grandi città ha permesso un più rapido estendersi del contagio. E le autorità temono che la malattia continuerà a diffondersi.

La peste è una malattia infettiva legata alla povertà. Si diffonde a macchia di olio in luoghi con scarse condizioni sanitarie e inadeguati servizi igienici. Può uccidere rapidamente se non trattata, e può essere curata mediante uso di antibiotici se viene diagnosticata precocemente.

Nella capitala Antananarivo, il governo ha temporaneamente chiuso, per la disinfezione, università e scuole e ha vietato riunioni pubbliche, per cercare di impedire la diffusione della malattia.

Il sistema sanitario non dispone di indumenti protettivi di base e la gente tende spesso ad acquistare medicine a buon mercato nei negozi, piuttosto che nelle farmacie.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Elezioni in Liberia, violenze e abusi in Burundi, focolaio di peste in Madagascar” di Federica Iezzi


UNHCR_National Home Grown School Feeding Programme in Nigeria

Nigeria- National Home Grown School Feeding Programme

Roma, 7 ottobre 2017, Nena News 

Nigeria – Il governo federale nigeriano, ha destinato fondi per il National Home Grown School Feeding Programme. Dunque quasi tre milioni di bambini, di più di 19.000 scuole, saranno i beneficiari del programma, fortemente desiderato dal presidente Muhammadu Buhari

Con 3.325 scuole e più di 800.000 studenti, lo Stato di Kaduna ha oggi il maggior numero di strutture scolastiche coperte nell’ambito del programma. Con l’avvio dell’anno scolastico, più scuole stanno beneficiando del piano alimentare, in linea con il target del governo federale che prevede un’alimentazione sicura e corretta per 5.5 milioni di alunni entro la fine del 2017.

Somalia – Il governo di Ankara ha istituito la sua più grande base militare all’estero nella capitale somala, aumentando la presenza della Turchia nel Paese del Corno d’Africa. Ufficialmente la base addestrerà 10.000 soldati somali e il governo turco fornirà tutto il supporto necessario.

Secondo il premier somalo, Hassan Ali Khayre, l’accademia militare farebbe parte dell’impegno nella ricostruzione di un esercito di stato, soprattutto per fronteggiare la lotta alle milizie islamiche al-Shabaab. Accanto alla politica e agli interessi geopolitici della Turchia, la Somalia conta basi militari degli Stati Uniti, a 110 chilometri a nordovest di Mogadiscio, e degli Emirati Arabi Uniti, nella regione autonoma del Somaliland.

Sud Sudan – Solo due anni dopo l’ottenimento dell’indipendenza sud-sudanese nel 2013, con lo scoppio del conflitto interno, Pechino ha dovuto affrontare la scelta di entrare e sostenere un ruolo di mediazione nel Paese o abbandonare i suoi beni, tra cui campi petroliferi distrutti e saccheggiati.

I gruppi ribelli in Sud Sudan sono ben consapevoli che l’economia dello stato africano è fortemente legato agli investimenti cinesi in petrolio, che costituiscono quasi tutte le esportazioni del Sud Sudan e le entrate governative.

Già nel 2015, il ministro degli esteri cinese, in un incontro a Khartoum ha strappato un accordo per la protezione da attacchi indiscriminati, delle infrastrutture petrolifere della China National Petroleum Corporation. Tale coinvolgimento contraddice il tradizionale approccio della Cina sulla non-ingerenza nella politica interna di stati terzi, ma gli interessi economici e geopolitici di Pechino nel Sud Sudan, hanno stravolto le regole.

Repubblica Centrafricana – Migliaia di proprietari di bestiame sono stati costretti a sostare nei campi di accoglienza nella Repubblica Centrafricana, mentre la crisi interna del Paese si aggrava.

La maggior parte degli sfollati interni appartengono alla tribù fulani, popolo nomade dedito alla pastorizia. Dal 2014 le milizie cristiane anti-balaka hanno perseguitato con una serie di attacchi i pastori fulan, contribuendo all’esasperazione delle forti tensioni musulmano-cristiane. Dall’inizio del conflitto, i fulani vengono accusati di violare le proprietà terriere e le fattorie cristiane, segno di alleanza con il gruppo musulmano Seleka. Temendo abusi e oppressione, centinaia di famiglie fulani continuano a lasciare la propria terra per finire rinchiuse nei campi sfollati o per varcare il confine e raggiungere il Ciad o il Burundi. In Repubblica Centrafricana sono circa 600.000 gli sfollati interni e più di due milioni i civili che necessitano di aiuti umanitari. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Fondi scuola in NIgeria, base militare turca in Somalia” di Federica Iezzi


Sud Sudan razionamento pasti_UNHCR

Sud Sudan – Razionamento pasti UNHCR

Roma, 30 settembre 2017, Nena News

Sud Sudan – Il Sud Sudan è un esempio di come un conflitto possa influenzare la vita e il sostentamento della popolazione, causando una catastrofe umanitaria di scala enorme, riguardo mezzi di sussistenza, agricoltura e sistemi alimentari.

Secondo i dati del World Food Programme, più di 4,9 milioni di persone (oltre il 42% dell’intera popolazione) è attualmente in aperta emergenza alimentare. L’accesso al cibo è stato ostacolato dall’elevato costo dei trasporti, a causa dell’insicurezza lungo le principali vie commerciali sud-sudanesi, e da un forte aumento dei prezzi, correlato ad una severa svalutazione monetaria.

Un bambino su tre soffre di malnutrizione acuta, in particolare nella parte meridionale dell’Unity State e in altre 23 contee. La situazione è stata esacerbata da diete inadeguate, mancanza di acqua potabile, scarso accesso ai livelli di base dei servizi sanitari, a causa della continua violenza comunitaria e della distruzione di risorse rurali, con il conseguente aumento della vulnerabilità di milioni di persone.

Le violenze continuano a limitare l’accesso al mercato economico e contribuiscono alla disgregazione dei flussi commerciali che interessano gli agricoltori, i produttori di bestiame, i consumatori e i commercianti, utilizzando testualmente il cibo come arma di guerra.

Rwanda – La polizia rwandese ha arrestato Diane Shima Rwigara, imprenditrice e attivista per i diritti delle donne, candidata indipendente alle ultime elezioni presidenziali, per presunti reati contro la sicurezza statale.

Attualmente anche la madre e la sorella di Rwigara, Adeline e Anne, sono detenute per reati legati all’evasione fiscale, secondo il Rwanda National Police.

La commissione elettorale rwandese ha accusato Rwingara di falsificare documenti e firme a supporto della sua recente candidatura presidenziale. La leader dell’opposizione non raggiunse il quorum necessario di 600 firme tra la popolazione, denunciando il governo di Kigali di pressioni tra i rappresentanti dei distretti.

Attivisti rwandesi sostengono che Rwingara continua ad essere perseguitata per aver osato sfidare Paul Kagame, attuale presidente della Repubblica del Rwanda, alle elezioni del 4 agosto.

Parte integrante dell’alta borghesia tutsi e figlia di sostenitori del Fronte Patriottico Rwandese (FPR), che liberò il Rwanda dal feroce regime hutu di Juvénal Habyarimana e pose fine al genocidio nel 1994, Diane Rwigara, con il suo People Salvation Movement, continua a perseguire l’intento di promuovere la democrazia e i diritti umani.

Secondo la leader, oggi il FPR sarebbe ostaggio di una minoranza tutsi controllata dal presidente, il ‘clan ugandese’.

Sudafrica – Il più grande museo d’arte contemporanea in Africa ha finalmente, la scorsa settimana, aperto le porte al pubblico. Situato nei pressi del Grain Silo del Victoria & Alfred Waterfront, il core storico del porto di Città del Capo, lo Zeitz Museum of Contemporary Art Africa (MOCAA, https://zeitzmocaa.museum), rappresenta l’anima di una collezione di arte contemporanea e della diaspora africana. Il museo si affaccia sull’isola di Robben, tristemente nota come carcere per prigionieri politici nel periodo dell’apartheid e luogo della lunga detenzione dell’ex presidente Nelson Mandela.

Lo Zeitz MOCAA prevede di offrire una piattaforma per artisti del continente, per esporre i propri lavori, grazie a quasi 100 gallerie, sei centri di ricerca, 18 aree educative, un giardino di sculture sul tetto, sale per esibizioni ed eventi.

Lesotho – Deludenti i primi 100 giorni di carica del Primo Ministro del Lesotho, Motsoahae Thomas Thabane, imprigionato in una spirale di gravi problemi sociali. Permane il clima di una profonda cultura dell’impunità che ha alimentato le violazioni dei diritti umani da decenni, secondo quanto dichiarato da Amnesty International.

Sotto accusa i plurimi omicidi a danno delle forze di sicurezza del Lesotho, in un Paese in cui padroneggia l’instabilità politica. Modelli di arresti arbitrari, accuse di tortura e di altri maltrattamenti, mancanza di progressi nelle indagini penali per uccisioni illegali e attacchi alla libertà di espressione sono il pacchetto politico attualmente in mano al governo del Lesotho.

Partiti dell’opposizione e osservatori per i diritti umani invocano la mediazione della comunità internazionale e del Southern African Development Community per il ripristino di uno stato di diritto. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Fame in Sud Sudan, in Rwanda arrestata la candidata alle presidenziali” di Federica Iezzi


UNHCR_RDC

Repubblica Democratica del Congo – Preghiere per le vittime civili

Roma, 23 settembre 2017, Nena News

Nigeria – Continua la campagna di indipendenza della regione nigeriana del Biafra, condotta dal gruppo separatista pro-Biafra (IPOB – Indigenous People of Biafra), guidato da Mazi Nnamdi Kanu, il quale attualmente sembrerebbe in stato di arresto ad Abuja.

La sua recente detenzione, dopo quella dell’ottobre 2015, è stata nuovamente il catalizzatore di una feroce ondata di dimostrazioni da parte del gruppo etnico Igbo che domina il sud-est nigeriano. Tensione, scontri e arresti, nel corso di manifestazioni pacifiche, sono stati la cornice della settimana nella città di Port Harcourt, nello stato meridionale di Rivers, nello stato di Abia e in quello di Umuahia. Kanu, attraverso Radio Biafra, ha promesso alle autorità e alla popolazione un’agitazione non violenta, per arrivare ad un referendum sull’autodeterminazione.

I gruppi locali che sorvegliano le violazioni ai diritti umani, hanno accusato i militari nigeriani di abusi nel tentativo di mantenere l’ordine, all’interno della campagna denominata ‘Exercise Egwu Eke’. Almeno 150 sostenitori IPOB sono stati uccisi negli ultimi due anni. Centinaia i feriti.

Risale al 1967, l’ultima dichiarazione unilaterale di costituzione di una Repubblica indipendente del Biafra. Scatenò un sanguinoso conflitto interno che durò quasi tre anni e decimò più di un milione di civili.

Repubblica Democratica del Congo – La scorsa settimana, le forze congolesi hanno aperto il fuoco su una folla di manifestanti, nel sud della regione di Kivu, composta da profughi provenienti dal vicino Burundi.

Secondo i report di osservatori MONUSCO (United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of Congo), rifugiati burundesi manifestavano il loro disaccordo alle autorità locali, riguardo l’espulsione dal Paese di quattro richiedenti asilo. Un ufficiale dell’esercito congolese FARDC (Forces Armées de la République Démocratique du Congo) è stato ucciso negli scontri, portando all’ascesa della violenza. Le forze di sicurezza congolesi hanno risposto con il fuoco indiscriminato sui manifestanti.

Richiesta dalle Nazioni Unite un’immediata indagine sull’accaduto.

Attualmente vivono più di 44.000 burundesi in Repubblica Democratica del Congo. Fuggono da maltrattamenti, sparizioni forzate, assassini e omicidi mirati del governo Nkurunziza. Almeno 2.000 rifugiati abitano la zona di Kamanyola, vicino al confine con il Burundi. Dopo l’incidente, circa la metà di questi rifugiati si è trasferita nelle vicinanze della base MONUSCO.

Camerun – Il quadro legislativo antiterrorismo, emanato nel 2014 in Camerun, per contrastare il gruppo jihadista sunnita nigeriano di Boko Haram, viene utilizzato dalle autorità per arrestare e minacciare giornalisti locali.

Secondo un report del Committee to Protect Journalists (CPJ), sono state segnalate ingenti repressioni sulla stampa locale, in particolare ai danni dei giornalisti che riportano notizie di disordini civili nelle regioni camerunensi di lingua inglese. Con le elezioni che avranno luogo il prossimo anno in Camerun, i giornalisti si autocensurano e si allontanano da questioni politiche sensibili, per paura di rappresaglie.

Con l’attuale legislatura, il giornalista con un’accusa di ‘atto di terrorismo’, viene sottoposto ad un processo militare. Storie di detenzioni arbitrarie perdurano, ad esempio, per i giornalisti dell’emittente Radio France Internationale, per imporre il silenzio ai critici e sopprimere il dissenso civile. Oltre ad arrestare i giornalisti, il governo Biya ha bloccato tutte le notizie riguardanti le manifestazioni per l’indipendenza delle regioni anglofone del Camerun.

Sierra Leone – Riaprono le scuole anche in Sierra Leone per l’inizio ufficiale dell’anno scolastico. Molti residenti, nelle comunità collinari alla periferia di Freetown, continuano a fare i conti con i danni provocati dalla frane e dalle inondazioni nello scorso mese di agosto.

Almeno mille persone hanno perso la vita e 5.000 civili sono rimasti senza casa, continuando ad usare come rifugio temporaneo gli edifici scolastici. Secondo quanto riportato dall’UNICEF, non tutti gli studenti dunque hanno ancora accesso alle loro classi, per mancanza di spazi per l’insegnamento, o di soldi da parte delle famiglie.

Uganda – La polizia ugandese ha arrestato cinque studenti della Makerere University e il sindaco della capitale Kampala, Erias Lukwago, mentre gli uffici del Forum for Democratic Change (FDC), partito di opposizione, venivano sigillati, per contenere le proteste contro la rimozione dei limiti di età presidenziale.

I membri del Parlamento del partito di governo, National Resistance Movement (NRM), appoggiati da alcuni deputati indipendenti, hanno approvato una risoluzione per discutere la rimozione del limite di età presidenziale, attualmente fissato a 75 anni. Obiettivo del dibattito è permettere all’attuale presidente, Yoweri Museveni, di concorrere nuovamente alle prossime elezioni presidenziali fissate al 2021. Già nel 2005 è stato emesso un emendamento costituzionale che ha eliminato il limite di candidatura presidenziale a due termini, per consentire al presidente di correre al terzo mandato, con la conseguenza dell’ennesima vittoria del leader, che guida il Paese ormai da più di 30 anni.

L’ispettore generale della polizia, Kale Kayihura, ha dichiarato che le manifestazioni nelle strade pubbliche, sono causa di violenza e minaccia, per questo alla polizia, pesantemente presente in parlamento e nei centri urbani, è concesso di mantenere la legge e l’ordine, attraverso duri mezzi. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Campagna d’indipendenza nel Biafra, attacchi alla stampa in Camerun, riaprono le scuole in Sierra Leone” di Federica Iezzi


UNDP_Lotta per i diritti delle donne in Tunisia

Tunisia – Lotta per i diritti delle donne

Roma, 16 settembre 2017, Nena News

Tunisia – La Tunisia continua a portare avanti proposte ambiziose per riformare le leggi del Paese su matrimonio e eredità. Solo il mese scorso, il presidente Beji Caid Essebsi aveva annunciato la sua proposta di assicurare l’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto ereditario e di permettere il matrimonio tra una tunisina e uno straniero non musulmano.

Il ministro tunisino della Giustizia, Ghazi Jeribi, ha firmato una circolare per l’annullamento della legge n.216 del 1973, che impediva alle donne tunisine di sposare uomini non musulmani. Mossa che ha incontrato una forte resistenza da parte degli oppositori del presidente e da parte di organismi religiosi internazionali.

Prima d’ora, una donna musulmana non era autorizzata a sposare un non-musulmano. Contrariamente, agli uomini è consentito di sposare donne di qualsiasi fede. Secondo la legge islamica, inoltre, alle donne spetta la metà dell’eredità rispetto all’erede maschio.

Le proposte arrivano subito dopo, il pacchetto di leggi approvato per combattere la violenza contro le donne.

Kenya – L’Independent Electoral and Boundaries Commission ha fissato la data del nuovo turno elettorale in Kenya, durante la sua 204esima riunione plenaria, al 17 ottobre prossimo.

Questo avviene dopo che la Corte Suprema del Paese ha annullato i risultati delle elezioni presidenziali dello scorso 8 agosto e ha assicurato un nuovo voto entro 60 giorni.

Il tribunale ha sostenuto la petizione guidata da Raila Odinga, veterano candidato di opposizione, ai danni del presidente in carica Uhuru Kenyatta.

Le elezioni presidenziali non sono state condotte in conformità con la costituzione, rendendo inutilizzabili i risultati dichiarati. Questo quanto espresso dal capo della giustizia David Maraga.

L’ardua sfida ancora una volta rimarrà quella di autenticare tutte le schede di voto delle 40.883 stazioni elettorali, per determinare la legittimità del risultato della votazione.

Sud-Africa – Posticipato il summit Israele-Africa previsto per il prossimo ottobre, a Lomé in Togo. Il ministero degli Esteri israeliano non ha attualmente fornito una data alternativa all’incontro.

Le motivazioni ufficiali dell’annullamento delle date, sono le attuali proteste in Togo contro il regime di Gnassingbé. La motivazione reale è la minaccia di boicottaggio della conferenza da parte di diversi Paesi africani, guidati dal Sud-Africa.

Il governo Netanyahu ritiene che i Paesi africani e Israele possano trarre vantaggio da una continuativa cooperazione, soprattutto nei settori come l’acqua, l’agricoltura, la salute e la tecnologia.

La storia dell’aggressione imperialista israeliana ai danni del continente africano è chiara. Il flagrante sostegno militare di Israele, per le occupazioni di Sud-Africa e Zimbabwe negli anni ‘70, costò la vita a migliaia di civili. Per non parlare degli stretti legami con l’apartheid sudafricana, in cui Tel Aviv era il principale sostenitore del regime bianco, quando Pretoria era sotto un serrato embargo internazionale. Inoltre, calpestare i diritti degli etiopi e dei rifugiati eritrei e sudanesi, rappresenta il quotidiano disprezzo riservato oggi agli africani residenti in Israele.

Repubblica Centrafricana – Secondo gli ultimi report dell’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, migliaia di persone continuano ad essere sradicate da vaste aree della Repubblica Centrafricana e costrette a fuggire a causa di violenti combattimenti fra le fazioni in lotta.

La crisi politica nell’ex colonia francese, si protrae dal 2013, in seguito alla caduta del governo Bozizé ad opera di una coalizione di gruppi ribelli a maggioranza musulmana, chiamata Seleka. I prolungati abusi del gruppo Seleka ai danni della popolazione cristiana dell’area, hanno portato alla nascita di gruppi di autodifesa, gli Anti-balaka, con l’inizio di una campagna di violenza e il successivo esodo massivo di civili di religione musulmana verso i Paesi limitrofi.

Gruppi armati e milizie hanno commesso abusi dei diritti umani, inclusi uccisioni illegali, torture, maltrattamenti, rapimenti, violenze sessuali, saccheggi e distruzione di interi villaggi. I reati sono sotto la giurisdizione di una sezione speciale della Corte Penale Internazionale.

Il numero di sfollati interni ha sfiorato gli 800.000. In 450.000 hanno lasciato il Paese per Camerun, Ciad e Repubblica Democratica del Congo. Due milioni e mezzo di civili sono dipendenti da assistenza umanitaria.

Attualmente, più di 12.000 peacekeepers delle Nazioni Unite supportano la polizia locale a proteggere i civili e sostengono le attività del governo del presidente Faustin-Archange Touadera, la cui elezione, lo scorso anno, ha contribuito in modo significativo all’aumento delle violenze interne.

Nena News Agency “AFRICA. Salta summit Africa-Israele. Tunisia riforma leggi su matrimonio. Nuove presidenziali in Kenya” di Federica Iezzi


Distribuzione razioni di cibo in Tanzania_WFP

Tanzania – Distribuzione razioni di cibo World Food Program

Roma, 9 settembre 2017, Nena News

Sud-Africa – Previsto per il prossimo 23 ottobre, a Lomé in Togo, un summit Africa-Israele con il chiaro scopo di invertire o abolire la politica pro-araba degli Stati africani. Con il Sudafrica alla guida, Marocco, Algeria, Tunisia e Mauritania, hanno già deciso di boicottare l’incontro.

Tra le cause l’evidente sopraffazione delle minoranze africane in Israele e le discutibili attività di Israele nel continente africano, tra cui il commercio di diamanti, spesso importati illegalmente dall’Africa, come già rivelato da una relazione del 2009 dalle Nazioni Unite.

Durante la visita di Netanyahu in Africa nel 2016, il governo israeliano approvò un accordo da 13 milioni di dollari in pacchetti di sviluppo per i paesi africani. Mossa che voleva soltanto simboleggiare la pretesa di una più stretta relazione economica.

Tanzania – Ridotte le razioni alimentari per i rifugiati nei campi di Mtendeli, Nduta e Nyarugusu in Tanzania nord-occidentale da parte del World Food Programme, per mancati finanziamenti. L’agenzia delle Nazioni Unite fornisce aiuti alimentari ai più di 300mila rifugiati provenienti da Burundi e Repubblica Democratica del Congo con cinque prodotti: farina di mais, legumi, cereali, olio vegetale e sale.

La distribuzione ad agosto ha raggiunto solo il 62% delle 2.100 chilocalorie giornaliere necessarie. Il programma delle Nazioni Unite richiede urgentemente 23,6 milioni di dollari per garantire i bisogni alimentari e nutrizionali fino al mese di dicembre.

Camerun – Il presidente del Camerun, Paul Biya, ha ordinato la liberazione dei leader coinvolti nell’organizzazione della disobbedienza civile non violenta, arrestati nelle regioni camerunensi anglofone a sud-ovest e nord-ovest. Durante le manifestazioni, iniziate alla fine dello scorso anno, si contarono morti, feriti, arresti arbitrari e detenzioni senza processo, secondo i report di Amnesty International.

I leader liberati, citati nell’ordine, includono l’avvocato Felix Nkongho, il dottor Neba Fontem, Ayah Paul Abine, membro del Cameroon People’s Democratic Movement, e l’attivista Mancho Bibixy. Dunque per loro caduta di tutte le accuse davanti al tribunale militare di Yaounde. La richiesta degli attivisti anglofoni rimane la creazione di due Stati federali distinti.

Kenya – Anche in Kenya, dopo un decennio, è finalmente entrata in vigore la legge che vieta l’uso, la fabbricazione e l’importazione di materie plastiche. Previste multe fino a 38mila dollari o pene detentive fino a quattro anni per i trasgressori. Camerun, Guinea-Bissau, Mali, Tanzania, Uganda, Etiopia, Mauritania e Malawi sono tra i paesi africani che hanno già adottato tali divieti.

Ad essere sotto accusa sono principalmente i sacchetti di plastica, come causa principale di danni ambientali, danni ai terreni agricoli, inquinanti dei mari e dei siti turistici. Questo è il terzo tentativo negli ultimi dieci anni di vietare i sacchetti di plastica in Kenya.

Burundi – L’ultimo report delle Nazioni Unite parla di forti prove di crimini contro l’umanità in Burundi, tra cui torture, detenzioni e arresti arbitrari, abusi e uccisioni, commessi da forze governative e da gruppi di opposizione. I fatti risalgono al 2015, dopo che l’attuale presidente Pierre Nkurunziza ha deciso di concorrere per un terzo mandato.

Da allora, tra 500 e 2mila persone sono state uccise durante gli scontri nel paese, più di 400mila civili sono stati forzati a lasciare le proprie case, a causa delle violenze, e decine di attivisti dell’opposizione sono stati costretti all’esilio.

Gli investigatori, nominati dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, lo scorso settembre, descrivono un clima di terrore, alimentato da violazioni, sevizie e omicidi extragiudiziali. Gli abusi erano parte di un attacco generale e sistematico contro la popolazione civile che potrebbero essere considerati come parte di un piano di politica statale.

Nella relazione, gli investigatori hanno invitato il Tribunale Penale Internazionale ad aprire un’indagine. Il governo di Nkurunziza rigetta fermamente le accuse, criticando gli investigatori delle Nazioni Unite e definendoli ‘mercenari’ di un complotto occidentale, con il fine di sottomettere gli Stati africani. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Crimini contro l’umanità in Burundi, summit Africa-Israele in Togo” di Federica Iezzi


Tripoli, Libia – In attesa di attraversare il Mediterraneo

Roma, 02 settembre 2017, Nena News 

Kenya – La Corte Suprema kenyana decide di annullare il risultato delle ultime elezioni presidenziali, per irregolarità nella trasmissione dei risultati.

La commissione elettorale aveva dichiarato vincitore Uhuru Kenyatta con un margine di 1,4 milioni di voti. Il presidente Kenyatta ha dichiarato che avrebbe rispettato la sentenza del tribunale pur non essendone d’accordo, invitando il popolo kenyano a fare lo stesso.

Secondo lo storico avversario, Raila Odinga, promotore del ricorso, la decisione ha segnato un’importante spartiacque nella nazione orientale africana, creando un precedente unico per il continente.

Il nuovo turno elettorale è previsto fra 60 giorni. Si temono nuovi scontri nelle strade.

Libia – Dopo Medici Senza Frontiere, anche Save the Children e Sea Eye lasciano, per minacce e atti di forza, il mar Mediterraneo, vittime del codice di condotta per le ONG, imposto dal Viminale, con il benestare dell’Unione Europea. Al momento, come testimone scomodo, resiste solo l’ONG SOS Méditerranée.

L’attuale strategia politica, discussa al summit di Parigi, mira solo a trasformare la Libia, insieme a Ciad e Niger, in una sorta di ‘buffer zone’ a protezione dell’Europa, dalle migrazioni dell’area sub-sahariana. I cambiamenti demografici che ne risultano, con disordini sociali ed economici, sono già disastrosi per la Libia e l’effetto destabilizzante sulla politica interna non può che inevitabilmente ripercuotersi sull’Europa meridionale.

Somalia – Strage di civili, tra cui tre bambini, alla periferia della strategica città di Bariire, nella regione meridionale di Shebelle, a sud-ovest di Mogadiscio, durante un’operazione militare condotta dall’Esercito Nazionale Somalo, supportato dalle forze statunitensi.

Il capo dell’esercito somalo, il generale Ahmed Jimale Irfid, ha confermato che i civili sono stati uccisi durante un’azione non deliberata.

Catalogato come incidente e come malinteso tra le forze militari e gli agricoltori locali, scambiati per membri delle milizie al-Shabaab, l’episodio ha provocato rabbia e proteste pubbliche, nella città somala di Afgooye.

Nella lotta contro al-Shabaab sono stati impiegati più di cento soldati statunitensi, come sostegno alle forze di sicurezza somale, e sono stati uccisi indiscriminatamente più di 3000 civili dal 2013.

Repubblica Democratica del Congo – Il numero di sfollati dal conflitto nella Repubblica Democratica del Congo è quasi raddoppiato negli ultimi sei mesi arrivando a 3,8 milioni, secondo i dati dell’UNHCR. Circa 33.000 congolesi hanno lasciato il Paese per l’Angola. Inoltre, la Repubblica Democratica del Congo deve affrontare l’arrivo di circa 500.000 rifugiati in fuga da Burundi, Rwanda, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.

Uccise più di 3000 persone nella provincia del Kasai, dopo sanguinosi scontri armati tra forze governative e milizia locale. Situazione sovrapponibile nell’area sud-orientale di Tanganyika e nella regione Kivu. Le violenze sono aumentate, incluse le presunte violazioni dei diritti umani, come omicidi extragiudiziali, tortura e uso dei bambini-soldato.

Sudan – Agenti del Sudan’s National Intelligence and Security Service hanno sequestrato la stampa del quotidiano Akhir Lahza, senza riportare alcuna motivazione. Incriminata sarebbe la critica mossa dal giornale a un discorso di Bakri Hassan Saleh, vicepresidente e primo ministro del Sudan. Seconda confisca del giornale in pochi giorni, dopo le pressioni subite dal governo un anno fa.

Feisal el-Bagir, coordinatore generale di Journalists for Human Rights ha condannato la confisca e ha parlato di violazioni della libertà di stampa.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Annullate le presidenziali in Kenya, strage di civili in Somalia” di Federica Iezzi


IFRC – Uno sguardo su Freetown, Sierra Leone

Roma, 26 agosto 2017, Nena News 

Kenya – Il partito National Super Alliance (NASA), con a capo Raila Odinga, ha ufficialmente presentato ricorso alla Corte Suprema per i risultati delle ultime elezioni presidenziali che hanno visto riconfermare il mandato a Uhuru Kenyatta.

Ad essere sotto accusa il nuovo sistema di voto elettronico, secondo Odinga manipolato. Pur elogiando il comportamento della giornata elettorale, gli osservatori dell’Unione Africana hanno sollevato preoccupazioni per la trasmissione e il calcolo dei risultati, per discrepanze nei numeri e per l’assenza di fogli originali delle assemblee elettorali.

Togo – #Togoenmarche è l’ashtag che in questi giorni descrive tensioni, proteste e scontri in piazza a difesa della Costituzione del Togo. Nei mesi scorsi è stato respinto un provvedimento dal Parlamento che non impedisce all’attuale presidente Faure Gnassingbé di candidarsi per il terzo mandato consecutivo, dopo i 38 anni di governo del padre Eyadema Gnassingbé.

Migliaia di persone nella capitale Lomé hanno manifestato contro la dinastia della famiglia Gnassingbé. Protesta un paese che è stato governato dal regime militare più antico in Africa.

Sierra Leone – Continua a salire il numero di morti in Sierra Leone devastata da frane e inondazioni. Il bilancio è salito a quasi 500, secondo i funzionari della sanità. Il numero di dispersi supera i 600. E almeno 10.000 persone sono già state costrette a lasciare le proprie case.

Il crollo delle massicce pareti del Mount Sugar Loaf dopo piogge torrenziali hanno completamente seppellito aree della città di Regent, alla periferia della capitale Freetown.

Secondo quanto dichiarato dalla Federazione Internazionale delle società di Croce Rossa e mezzaluna rossa (IFRC) almeno 3.000 persone hanno bisogno di assistenza umanitaria urgente.

Angola – Terminato lo scrutinio delle schede per le elezioni del nuovo presidente angolano, tenutesi lo scorso 23 agosto. Un cambio di passo per il paese. Jose Eduardo dos Santos, lascia la presidenza dopo 38 anni di potere. A capo dell’Angola ci sarà Joao Lourenco, ministro della difesa del governo dos Santos, appoggiato dal Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA).

Contro di lui cinque candidati: Isias Henrique Ngola Samakuva dell’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), Abel Epalanga Chivukuvuku della Convergenza Ampia di Salvezza dell’Angola (CASA-CE), Lucas Benghim Gonda del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angola (FNLA), Benedito Daniel del Partito del Rinnovamento Sociale (PRS), Quintino Antonio Moreira dell’Alleanza Patriottica Nazionale (APN).

Circa nove milioni di angolani sono stati chiamati alle urne.

Gibuti – La Cina continua a prendere piede sul Corno d’Africa con la costruzione di una base militare a Gibuti. La base sarà accanto al Comando degli Stati Uniti a Camp Lemonnier, un’ex base francese con sede nella capitale. Il governo di Ismail Omar Guelleh permette alle presenze militari, l’accesso agli impianti portuali e aeroportuali gibutiani.

Gli analisti sospettano che la base faccia parte del piano cinese di stabilire una forza navale globale, ipotesi che Pechino smentisce. Secondo l’ultimo dettagliato report dell’European Council on Foreign Relations, la Cina negli ultimi anni, ha ampliato i suoi legami militari in tutta l’Africa. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Ricorsi elettorali in Kenya, inondazioni in Sierra Leone” di Federica Iezzi

 

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ELEZIONI ANGOLA. Il delfino di dos Santos è il nuovo presidente

Nena News Agency – 25/08/2017

Il partito MPLA resta a capo del paese terza economia dell’Africa sub-sahariana, oggi in crisi. Pesano ancora il post-colonizzazione e la guerra civile

Angola UNDP

di Federica Iezzi

Roma, 25 agosto 2017, Nena News – Come preannunciato dalle previsioni, alle elezioni del 23 agosto vince Joao Lourenco, ex ministro della difesa, appoggiato dal Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA), partito finora al governo.

Dopo 38 anni a capo dell’ex colonia portoghese, dunque, José Eduardo dos Santos, lascia il governo angolano. Presidente controverso, cuore della lotta contro il potere coloniale portoghese, autore di fatto di un regime autoritario che però ha istituito una libera economia di mercato, ha permesso all’Angola l’unione al Fondo Monetario Internazionale e ha adottato un sistema multipartitico. Sotto la sua guida l’Angola è uscita dalle ceneri di una sanguinosa guerra civile per diventare la terza economia dell’Africa sub-sahariana, dopo il Sudafrica e la Nigeria, e un magnete per gli investimenti esteri.

Sono stati 1.440 osservatori a monitorare le elezioni, secondo quanto dichiarato dal presidente della Commissione Elettorale Nazionale, Andre da Silva Neto. Il voto presidenziale ha visto contrapposti antichi antagonisti. L’MPLA, partito politico che ha governato il paese dell’Africa meridionale per più di quattro decenni, con il candidato Joao Lourenco, e l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), che combatte ormai per guadagnare il controllo da più di 50 anni, con il candidato Isias Henrique Ngola Samakuva.

Di cornice: Abel Epalanga Chivukuvuku della Convergenza Ampia di Salvezza dell’Angola (CASA-CE), Lucas Benghim Gonda del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angola (FNLA), Benedito Daniel del Partito del Rinnovamento Sociale (PRS), Quintino Antonio Moreira dell’Alleanza Patriottica Nazionale (APN).

L’Angola paga ancora oggi le conseguenze delle battaglie per l’indipendenza e la decolonizzazione. Terminata nel 2002, con la morte dello storico leader ribelle Jonas Savimbi, guida di UNITA, la guerra civile in Angola è durata più di 25 anni, lasciando un paese devastato.

Da allora più di 100 miliardi di dollari sono stati spesi per la ricostruzione. I numeri non sono più alti di quando, negli anni ottanta, le truppe MPLA, sostenute da Cuba e Unione Sovietica, combatterono contro le forze UNITA, sostenute da Sudafrica e dagli Stati Uniti, in cui erano in campo non solo contrasti etnici interni ma interessi stranieri alle risorse petrolifere e diamantifere angolane e alla sua posizione strategica.

Negli ultimi anni, la sfida più grande per l’MPLA è stata la gestione dell’economia angolana. Il paese, secondo produttore mondiale di petrolio greggio, è stato colpito da un calo globale dei prezzi del petrolio, con un crollo dei ricavi da 60 miliardi di dollari tre anni fa a 27 miliardi di dollari nel 2016. Dopo anni di crescente crescita, dunque, l’Angola è scivolata in recessione, con un tasso di inflazione che ha raggiunto il 42% l’anno scorso.

La campagna elettorale di UNITA verteva sulla promessa di aumentare la spesa per istruzione e salute, di combattere la corruzione e di aprire l’economia a maggiori investimenti stranieri. Anche se non è stata mai chiara la provenienza degli eventuali finanziamenti. Unita ha inoltre dichiarato la volontà di alleanza, con il secondo partito di opposizione angolano, la CASA-CE per l’eventuale formazione di un governo di coalizione. Nena News

Nena News Agency “ELEZIONI ANGOLA. Il delfino di dos Santos è il nuovo presidente” di Federica Iezzi

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