Haiti in stato d’urgenza permanente

Il Manifesto – 08 giugno 2022

REPORTAGE – DI CATASTROFE IN CATASTROFE. Un Paese tra i più poveri e densamente popolati al mondo. Dove fame e malattie sono solo uno dei tanti modi per morire e l’escalation violenta delle gang che tiene in ostaggio la popolazione diventa anche un problema di salute pubblica per l’impatto rovinoso che ha sull’accesso alle cure. Unitamente a corruzione, instabilità politica, governi falliti e disastri naturali. Prima e dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse. Unica salvezza, lo spirito del kombit creolo

Federica Iezzi, PORT-AU-PRINCE

Il traffico di Port-au-Prince è maledettamente disorganizzato come quello delle grandi città dei Paesi più poveri e dimenticati da Dio. Ma allo scattare della sirena di un mezzo di soccorso che taglia l’aria, l’ingorgo diventa improvvisamente mansueto. E tutti, in strada, piccoli e grandi, aiutano per permettere al mezzo di passare in spazi improbabili.

FRASI E SIMBOLI della religione cattolica sono impressi a fuoco sulle carrozzerie delle macchine, delle autocisterne di carburante, sui muri e sugli ingressi dei piccoli negozi.Per la carenza di carburante, affiora cronicamente in città il pericoloso spettro dell’arresto dei taxi comuni. Ormai unico mezzo che permette alla maggior parte della popolazione di spostarsi per lavorare, per andare a scuola o per raggiungere un ospedale. Di ogni forma e dai colori più sgargianti, sfrecciano nella polvere delle strade brecciate, con a bordo le più variegate coorti di persone. Dalle studentesse adolescenti in uniforme e con le mollettine bianche a fermare le treccine, alla donna incinta che deve correre in ospedale, ai ragazzi che cercano senza fortuna un lavoro. Conservano sempre la stessa espressione, senza mostrare alcun turbamento. Uno stato di urgenza quasi permanente nel quale vive il Paese. Inutile crudeltà della storia che molti hanno combattuto, ma molti altri hanno solo subito.

Anche prima dell’assassinio del presidente Jovenel Moïse, la violenza, in gran parte perpetrata da gruppi criminali finanziati da potenti élite di imprenditori e politici, l’insicurezza, la corruzione straripante e l’impunità giudiziaria avevano marchiato la vita sociale e l’economia di un Paese in cui la sopravvivenza di più della metà della popolazione è legata a meno di 2 dollari al giorno.

Il vuoto di potere del Paese si trasforma in una lotta modellata da: pretendenti al governo, passioni delle fazioni rivali, bande di strada e una crisi costituzionale in corso. E le stesse debolezze istituzionali incoraggiano un comportamento non democratico.

LA VIOLENZA È DIVENTATA un problema di salute pubblica ad Haiti per migliaia di persone che vivono in aree controllate o influenzate dalle gang, con un impatto rovinoso sull’accesso alle cure mediche. Le gang fanno parte del panorama politico haitiano da decenni, spesso schierate dai leader per raccogliere sostegno o reprimere l’opposizione.

L’escalation della violenza delle bande armate ha causato lo sfollamento interno di centinaia di famiglie che oggi sono costrette a vivere in condizioni di estrema vulnerabilità, principalmente nell’area metropolitana di Port-au-Prince, storicamente segnata dalle disuguaglianze economiche e sociali causate dalla globalizzazione.

La difficoltà delle persone che vivono nei quartieri della capitale assediati di Cité Soleil, Carrefour, Croix-des-Bouquets, a soddisfare i propri bisogni vitali, è direttamente influenzata dalla privazione dei servizi di base, come salute, acqua, cibo, riparo. La fame e le malattie sono solo un altro modo di morire che si aggiunge a quelli che già travolgono la gente ogni giorno.

CON GLI ULTIMI SCONTRI ARMATI che stanno devastando la città, si teme che la vasta area di Croix-des-Bouquets, che collega la capitale all’altopiano centrale e al confine con la vicina Repubblica Dominicana, possa diventare la prossima terra di nessuno di Haiti dopo Martissant, il quartiere sud totalmente sotto il controllo di gang. Se Croix-des-Bouquets cadesse completamente nelle mani delle bande armate, lascerebbe Port-au-Prince con un solo accesso, quello settentrionale.

Strade bloccate, mancanza di trasporti, mancanza di soldi per pagare le spese sanitarie: rimangono queste le sfide maggiori per l’accesso alle cure. E per chi le vince, a causa delle zone sempre più ampie in mano alle gang, per raggiungere alcuni quartieri di Port-au-Prince si è costretti a circumnavigare la città. La mostruosità che cambia la vita.

Gli indicatori sanitari e sociali riflettono l’instabilità politica e la profonda crisi economica subita dal Paese. Con una popolazione di oltre 9 milioni di abitanti, di cui l’80% vive al di sotto della soglia di povertà, Haiti è uno dei Paesi più densamente popolati e più poveri dell’emisfero occidentale.

L’ALTO TASSO DI MORTALITÀ è il risultato della diffusa povertà, delle scarse infrastrutture sanitarie e della mancanza di assistenza sanitaria accessibile. Nel 2022, almeno 4,9 milioni di haitiani avranno bisogno di assistenza umanitaria. L’agitazione politica, le tensioni sociali, il diffuso senso di insicurezza hanno contribuito a ridurre la capacità delle famiglie di soddisfare i propri bisogni e di accedere ai servizi essenziali.

L’istantanea di Haiti come stato in perenne bisogno è un correttivo all’idea di stato fallito. Non si tratta solo di aiuti in sé, ma di interferenze e interventi stranieri, in un continuo barcollare di catastrofe in catastrofe, tra golpe, governi falliti e disastri naturali. I governi recenti sono stati in gran parte lontani dalla condizione di povertà degli haitiani, nominati all’interno della stessa casta ristretta di oligarchi, politicamente collegati alle potenze straniere, che hanno perseguito la stabilità a breve termine rispetto alla sostenibilità a lungo termine.

«On l’a dans les yeux, la peau, les mains» (Ce l’abbiamo negli occhi, nella pelle, nelle mani). Cosi Jacques Roumain portava il mondo dentro le case di Haiti. Oggi si vendono caricabatterie per telefoni a ogni angolo di Port-au-Prince. E per rafforzare il concetto che trattasi di oggetto sacro, la gente i caricabatterie li porta al collo come fossero un ciondolo.

LA RESILIENZA, LA RESISTENZA, l’aiuto tra vicini, amici e parenti che si riassumono nel concetto del kombit creolo, fanno annegare gli occhi in una disperazione che ha i suoi traffici. La vita della strada, fatta di odori e puzze, di voci e grida, sotto il sole che cuoce la pelle. E d’improvviso le strade deserte si animano e compare l’immagine di una bambina, con un vestitino intero e infradito colorate, che si lava i piedi sotto le perdite d’acqua di un’autocisterna delle Nazioni Unite. Si può leggere tutta la sua purezza d’animo. Qui si diventa grandi anche da piccoli.

Il Manifesto – ‘REPORTAGE. Haiti in stato d’urgenza permanente’, di Federica Iezzi https://ilmanifesto.it/haiti-in-stato-durgenza-permanente

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La testimonianza da HAITI. Shelaiska tornava da scuola e le hanno sparato, l’abbiamo salvata

Corriere della Sera – 26 maggio 2022

#mondocapovolto

di Federica Iezzi

Port-au-Prince, Haiti – Shelaiska è arrivata da Cité Soleil, uno dei quartieri più problematici della capitale haitiana Port-au-Prince. Occhi neri in cui si può leggere tutta la paura di una bambina di 7 anni che si sveglia in ospedale, dopo essere stata ferita in una sparatoria tra gruppi armati. Siamo al centro traumatologico d’urgenza e per grandi ustionati di Tabarre che Medici Senza Frontiere, presente nel Paese da piu di trent’anni, gestisce nella capitale. È qui che Shelaiska è stata portata di corsa con mezzi di fortuna, in fin di vita.

Tornava a casa da scuola con il suo papà, quando la raffica di proiettili le ha colpito entrambe le gambe. Ed è proprio in quella frazione di secondo, che il mondo di tutte le persone vicine a Shelaiska è cambiato. Non si gioca per strada a Cité Soleil, non si va a trovare amici, non si passeggia. Si esce solo per motivi essenziali, per andare a lavorare, a scuola o all’ospedale. Prendendo grandi rischi e decidendo anche per i bambini. Non ti salva nemmeno il coprifuoco.

I rischi sono molteplici. Oltre al pericolo delle pallottole vaganti, c’è per esempio anche quello del fuoco: un gioco pericoloso usato dai membri di questi gruppi armati, per lo più giovani sbandati, per mandare messaggi intimidatori e punire in modo indiscriminato uomini, donne e bambini. I danni sono spesso irreparabili, molti soccombono alle ustioni. Il reinserimento nella società di un grande ustionato è estremamente difficile.

La violenza è diventata un problema di salute pubblica ad Haiti per migliaia di persone che vivono in aree della capitale soggette al controllo o alla violenza dalle gang, con un impatto rovinoso sull’accesso alle cure mediche. La violenza viene a gravare ulteriormente sugli abitanti dei quartieri della capitale assediati di Martissant, Cité Soleil, Carrefour, Croix-des-Bouquets, che faticano già a far fronte ai loro propri bisogni vitali: in molti non hanno accesso all’acqua, alla salute, al cibo, ai ricoveri.

Dopo decenni di instabilità politica, violenza e povertà persistente, oggi, la prima repubblica nera e indipendente della storia moderna, è nota piuttosto come un Paese in crisi che non come una nazione dal ricco passato politico e culturale. Haiti è uno dei Paesi più densamente popolati e più poveri dell’emisfero occidentale.

L’accesso al sistema sanitario, già molto fragile, è reso piu complicato dai numerosi scioperi che colpiscono il settore. L’assistenza sanitaria privata è fuori portata della maggioranza che fatica persino a pagarsi il trasporto per recarsi in una struttura medica. A questa situazione vengono ad aggiungersi le barriere create dall’insicurezza e dai cicli di violenza: interi quartieri isolati da scontri a fuoco e barricate che impediscono la circolazione di veicoli e ambulanze. La violenza si espande a zone sempre più ampie della capitale e costringe la gente a fare lunghe circumnavigazioni per raggiungere alcuni quartieri di Port-au-Prince.

Gli scontri ricorrenti tra bande armate spingono centinaia di persone a fuggire. Alcune si rifugiano presso famiglie di accoglienza finché la violenza non cessa, ma tante altre non tornano indietro. Se hanno i mezzi finanziari si troveranno un alloggio alternativo altrove, altrimenti finiranno in campi per sfollati dove vivranno in condizioni di estrema vulnerabilità. Tutti sognano di lasciare il Paese.

Questa stessa violenza oggi avrebbe potuto rubare la vita a Shelaiska che viene trasportata di corsa in sala operatoria per guadagnare quel tempo che non c’è. Gli occhi smarriti del padre, devastati ma lucidi, l’accompagnano e la sostengono in questa sua battaglia per la vita. Le armi da fuoco di grosso calibro spesso non risparmiano. Facili da usare, precise, efficaci. I proiettili esplodono nel corpo e trovarne i frammenti diventa un lavoro estenuante.

Tutte le sale operatorie sono occupate e accanto a Shelaiska un esercito di altri pazienti lotta tra la vita e la morte. Nonostante la stanchezza, la rassegnazione e lo sgomento, medici e infermieri resistono. È fortunata Shelaiska: molto provata, la bimba passa dalla terapia intensiva al reparto. Si salverà. Ma la paura di non poter più camminare o chissà, la preoccupazione di rientrare in quella casa che non sente più sicura, continua a tormentarla durante tutto il periodo di degenza. Sarà solo quando, dopo giorni di lacrime, nel corridoio dell’ospedale poggerà i piedi di nuovo per terra che ci regala il primo sorriso. Guarda confusa e un po’ stupita medici e infermieri e cerca lo sguardo sollecito del papà, mentre stenta a fare i primi passi.

E se non ci fosse stato l’ospedale di Medici Senza Frontiere? Dove avrebbero portato Shelaiska? Ogni corsa sarebbe stata vana, ogni prezioso attimo sarebbe stato perso. Un ospedale può fare la differenza tra la vita e la morte in un posto devastato dalla violenza come Port-au-Prince.

Corriere della Sera – Mondo Capovolto 26/05/2022 https://www.corriere.it/NewsletterCorriere/mondo-capovolto/48fa4f94-dc36-11ec-b480-f783b433fe60_CorriereMondoCapovolto.shtml?paragraph=2&fbclid=IwAR1L4SppSa9s3kR_hy2gY7z-G7QtTr0EVDLqJe6d67o7Ia593JpKi20qzIQ

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Byenvini an Ayiti

-Bienvenue dans ma réalité-

Médecins Sans Frontières

Adattamento. È una parola che ti segue in tutte le missioni umanitarie.
È come riniziare ogni volta da capo – Salam alaikum, kaif al hal? Ana Federica. I’m a surgeon. Je viens de l’Italie.
Ogni risposta è un nuovo percorso, ogni risposta è una nuova persona.
E così inizia il viaggio. Ti adatti agli orari – dopo voli, cambi e corse. Inizi non solo a parlare un’altra lingua ma addirittura pensi in un’altra lingua, scompare il concetto di traduzione. Nulla, risparmi energie pensando la frase direttamente in francese, inglese, arabo. Ti adatti a dormire ovunque, che sia un letto o una panchina in aeroporto. Ti adatti alla cucina colorata caraibica, a quella africana, al ramadan dei Paesi arabi. E alla doccia fredda. Appoggi i tuoi vestiti nei nuovi armadi e ti accorgi di quanti passi hanno fatto con te. Riconosci i rumori della guerra, delle strade, dei generatori di corrente.
E ti adatti alla vita nel nuovo ospedale. Nuove regole, nuove linee guida, nuovi interventi chirurgici, nuovi tempi.
‘Dov’è la sala operatoria?’ E dopo mesi di missione, non ti sembra reale aver fatto questa domanda quando hai messo piede per la prima volta in ospedale, perché è come se quella strada l’avessi calpestata da sempre. È come se fosse scritta sulla tua linea della vita.
Ma il vero elemento straordinario sono le persone. Tutte. Quelle che ti riempiono le giornate con diecimila domande, quelle che ti osservano e hanno la grande capacità di imparare così, quelle che non vogliono che vai via, quelle per le quali rimani una guida anche dopo anni di distanza.
-Hic et nunc-


Port-au-Prince, Haiti

Gennaio 2022 – Dalla metà del 2018 Haiti è alle prese con una grave crisi politica ed economica.

In seguito ad un’escalation di proteste contro corruzione e peggioramento delle condizioni di vita, il presidente Jovenel Moïse è stato assassinato lo scorso luglio nella sua residenza a Port-au-Prince, dopo un precedente sventato tentativo di colpo di stato, peggiorando l’instabilità nel Paese.

Il potere legislativo è decaduto ormai da gennaio 2020 e il 2022 si preannuncia un anno estremamente complicato, a causa delle scadenze politiche successive all’assassinio del Presidente.

Il terremoto dello scorso agosto ha provocato oltre 2.200 morti e più di 10 mila feriti. E la memoria è andata subito al catastrofico terremoto del 2010, che fece contare più di 200.000 vittime.

La successiva tempesta tropicale Grace si è abbattuta sulle zone meridionali dell’isola, complicando notevolmente le operazioni di soccorso, rendendo molte aree inaccessibili, danneggiando strutture provvisorie utilizzate come riparo e pronto soccorso per cure mediche urgenti.

Il sistema sanitario e l’accesso negli ospedali sono condizionati dall’insicurezza generale. Le urgenze si sono sommate a enormi problemi strutturali: la fragilità cronica del sistema sanitario e l’insicurezza per i continui scontri tra le gang. Secondo le Nazioni Unite, più di 90 bande armate operano in tutto il Paese, controllando oltre la metà della capitale Port-au-Prince.

La Repubblica Dominicana ha riavviato le deportazioni di haitiani privi di documenti.
Nel maggio 2021, gli Stati Uniti hanno esteso di 18 mesi lo status di protezione temporanea per gli haitiani. Lo scorso settembre l’amministrazione Biden ha decretato l’espulsione di migliaia di migranti haitiani entrati a Del Rio, cittadina di confine tra il Texas ed il Messico. Nonostante la crisi umanitaria ad Haiti, decine di richiedenti asilo, sono stati brutalmente allontanati dagli Stati Uniti.

Lo scorso ottobre esplode la crisi del carburante, con bande criminali che hanno bloccato il Varreaux terminal a Port-au-Prince. A rischio l’operatività di strutture sanitarie. Difficile anche il trasporto di aiuti umanitari.

A dicembre, l’esplosione di un’autocisterna che trasportava carburante a Cap-Haitien, nel nord di Haiti, ha provocato decide di morti e feriti gravi.
Le bande armate controllano la distribuzione di carburante nel Paese. Haiti non ha un vero esercito, dopo il suo smantellamento nel 1995 a seguito dell’ennesimo colpo di stato militare. Inoltre deve far fronte alla debolezza delle forze di polizia composte da uomini mal armati, scarsamente addestrati, spesso corrotti e totalmente inadeguati a rispondere al crescente potere delle gang.


Febbraio 2022 – Haiti è entrata in una nuova fase di transizione politica. In scadenza il mandato ad interim del primo ministro Ariel Henry, la cui legittimità è stata contestata fin dall’inizio.
Ariel non lascerà il suo incarico prima di poter cedere il potere a un nuovo presidente democraticamente eletto. Ma per poter prendere in considerazione lo svolgimento di elezioni nel Paese, è necessario risolvere il problema dell’insicurezza.
Di fronte a un tale vuoto istituzionale, le fazioni politiche e i gruppi della società civile si contendono la legittimità per proporre una via d’uscita dalla crisi.
Intanto le gang hanno trasformato Haiti in una prigione a cielo aperto per i suoi cittadini. Il Paese è controllato da bande armate che impediscono la libera circolazione di persone e merci.
La situazione politica e umanitaria di Haiti continua a essere discussa al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il mandato di BINUH (United Nations Integrated Office in Haiti) è stato prorogato fino al luglio 2022, per rafforzare la stabilità politica, tutelare e promuovere i diritti umani.

Precipitazioni intermittenti di varia intensità hanno provocato allagamenti in decine di comuni nei dipartimenti del nord, nord-est e Nippes. L’accesso alle aree colpite rimane molto difficile a causa dello stato delle strade e delle infrastrutture danneggiate dalle forti piogge.

Secondo l’ultimo report di Human Rights Watch, oltre un terzo della popolazione non ha accesso all’acqua potabile e due terzi hanno servizi igienici limitati o inesistenti. 4,4 milioni di haitiani vive con insicurezza alimentare e 217.000 bambini soffrono di malnutrizione da moderata a grave.


Marzo 2022 – Poco meno della metà degli haitiani di età pari o superiore a 15 anni è analfabeta. Il sistema educativo del Paese è altamente diseguale. La qualità dell’istruzione pubblica è generalmente molto scarsa e l’85% delle scuole sono private e applicano tasse che escludono la maggior parte dei bambini provenienti da famiglie a basso reddito.
Oltre 3 milioni di bambini non sono stati in grado di frequentare la scuola per mesi negli ultimi due anni, per motivi di sicurezza e restrizioni.
Il terremoto del 2021 ha distrutto o gravemente danneggiato 308 scuole, colpendo 100.000 bambini. Già prima del terremoto, l’UNICEF stimava che 500.000 bambini fossero a rischio di abbandono scolastico.

La violenza politica e i rapimenti legati alle bande continuano nonostante i gruppi haitiani si siano incontrati in Louisiana, negli Stati Uniti, per discutere delle prossime elezioni. Nel quartiere di Martissant, ovest di Port-au-Prince, dove un violento conflitto tra bande infuria da oltre sei mesi, i civili continuano ad essere mirati deliberatamente e indiscriminatamente.


Aprile 2022 – Sospensione temporanea delle attività nel centro di Drouillard di Medici Senza Frontiere, nell’agglomerato di Cité Soleil a Port-au-Prince, a causa della violenza tra gang. Aperto nel 2011, il centro di Drouillard ha fornito cure di emergenza e di stabilizzazione alla popolazione. Il centro rimarrà chiuso, finché non saranno garantite le condizioni di sicurezza, per consentire un accesso imparziale alle cure e non sarà violato il rispetto della neutralità delle strutture sanitarie.

Rimangono alti i livelli di insicurezza alimentare e malnutrizione. Secondo le ultime stime dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), circa 4,5 milioni di haitiani (45% della popolazione totale) fronteggeranno la fame nel 2022. Di questi, più di 1,3 milioni saranno in emergenza (fase 4 IPC).

Pesanti colpi di arma da fuoco a Butte Boyer, nella zona di Croix-des-Bouquets, comune nell’area metropolitana di Port-au-Prince. Il gruppo armato 400-Mawozo combatte ancora contro bande rivali, guidate dal gruppo Chen Mechan, per controllare la zona di Croix-des-Missions e Bon-Repos. Decine di feriti sono stati accolti nel Centre de traumatologie d’urgence et de grands brûlés de Tabarre nella capitale Port-au-Prince, mentre l’insicurezza sta tornando ad essere un serio ostacolo all’accesso alle cure.

Si teme che la vasta area di Croix-des-Bouquets, che collega la capitale all’altopiano centrale e al confine con la vicina Repubblica Dominicana, possa diventare la prossima terra di nessuno di Haiti dopo Martissant, il quartiere sud totalmente sotto il controllo di gang. Se Croix-des-Bouquets cadesse completamente nelle mani delle bande armate, lascerebbe Port-au-Prince con un solo accesso, quello settentrionale.

Le conseguenze dello stoccaggio improprio di carburante, alimentato dallo spettro della penuria del mercato, continuano ad essere causa di preoccupanti esplosioni. Ultimi gravi incidenti a Milot, zona Barrière Battant (département du Nord) e a Montrouis, St Marc (département de l’Artibonite). Decine di feriti sono stati trasportati in condizioni critiche presso il Centre de traumatologie d’urgence et de grands brûlés de Tabarre, a Port-au-Prince.

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CULTURA. Un Nobel contro i silenzi e le bugie del colonialismo

Nena News Agency – 11/10/2021

Autore di dieci romanzi e svariati racconti, il tanzaniano ABDULRAZAK GURNAH è stato premiato per ‘la sua intransigente e compassionevole penetrazione degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel divario tra culture e continenti’. Uno scrittore che ha dedicato la sua opera a narrare nei modi più belli e inquietanti ciò che sradica le persone e le costringe alla fuga

di Federica Iezzi

Roma, 11 ottobre 2021, Nena News – Il Premio Nobel per la letteratura 2021 è l’autore tanzaniano Abdulrazak Gurnah. Il prestigioso premio è stato assegnato per la ‘compassionevole penetrazione degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel divario tra culture e continenti’.

Nato a Zanzibar e trasferitosi in Gran Bretagna come rifugiato negli anni ’60, Gurnah ha recentemente lasciato la sua cattedra di letteratura inglese e post-coloniale all’Università del Kent, a Canterbury, dopo aver seguito il lavoro di scrittori come Soyinka, Ngũgĩ wa Thiong’o e Salman Rushdie.

È il primo scrittore africano a vincere il premio dopo Doris Lessing, scrittrice zimbabwese di origine britannica (2007), John Maxwell Coetzee, scrittore, saggista e accademico sudafricano naturalizzato australiano (2003), Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana (1991), Nagib Mahfuz, scrittore, giornalista e sceneggiatore egiziano (1988), e Wole Soyinka, drammaturgo, poeta, scrittore e saggista nigeriano (1986). Dei 118 vincitori della letteratura, da quando è stato assegnato il primo Nobel nel 1901, più dell’80% sono stati europei o nordamericani.

Ha pubblicato 10 romanzi e alcuni racconti. È noto al grande pubblico per il suo lavoro del 1994 Paradise, ambientato nell’Africa orientale coloniale durante la prima guerra mondiale, selezionato per il Booker Prize for Fiction e per il Whitbread Prize.

Anders Olsson, presidente del Comitato Nobel per la letteratura, lo ha definito “uno degli scrittori postcoloniali più importanti del mondo”, dal suo debutto con Memory of Departure, in sostanza la sua storia di profugo, al suo più recente Afterlives, storia che affronta gli effetti generazionali del colonialismo.

“Non credo che i recenti sviluppi politici nel mondo o la crisi dei rifugiati abbiano influito su questa scelta, ma penso che probabilmente il premio arriva dalla necessità di guardare più da vicino l’importanza e l’acutezza della letteratura post-coloniale”’, così Gurnah commenta il suo Nobel.

Gurnah ha sempre scritto sul tema dell’immigrazione, nei modi più belli e inquietanti di ciò che sradica le persone e le fa esplodere attraverso i continenti. In uno dei suoi più pregiati romanzi By the Sea, c’è l’immagine inquietante di un uomo all’aeroporto di Heathrow con una scatola di incenso intagliata, ed è tutto ciò che ha. Arriva e dice un’unica parola, ed è ‘asilo’.

Gurnah è uno scrittore potente e ricco di sfumature il cui lirismo ellittico contrasta i silenzi e le bugie della storia imperiale degli anni ’50 imposta nell’Africa orientale. I personaggi dei suoi romanzi, si trovano nell’abisso tra culture e continenti, tra la vita lasciata alle spalle e la vita a venire, affrontando razzismo e pregiudizio. Tra frammenti di casa, poi voci più lunghe, poi storie di altre persone, le sue opere esplorano il trauma persistente del colonialismo, della guerra e dello sfollamento.

Gli stessi temi che lo hanno impegnato all’inizio della sua carriera, quando stava ancora elaborando gli effetti del suo stesso sfollamento, si sentono sempre più urgenti oggi, visto che sia ​​l’Europa che gli Stati Uniti sono stati colpiti da un contraccolpo contro immigrati e rifugiati, allontanati dai loro Paesi di origine a causa di instabilità politica e guerre. Nena News

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Perchè Kabul non è Saigon


15/08/2021 – Dalla Casa Bianca al Pentagono, dalla NATO alle cancellerie europee è gara a mascherare la sconfitta del ritiro delle truppe alleate dall’Afghanistan, annunciato dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden.
Del resto l’accordo firmato in Qatar dall’amministrazione Trump e dai talebani nel febbraio 2020, con l’esclusione del governo Ghani, aveva l’obiettivo di offrire a Washington l’alibi per il ritiro, non certo di conseguire la stabilità dell’Afghanistan con improbabili intese tra governo e insorti jihadisti.

Gravissimo quanto affermato dal Segretario di Stato USA, Antony John Blinken, in seguito all’insediamento del regime talebano a Kabul, ‘We went to Afghanistan 20 years ago, with one mission in mind, and that was to deal with the people who attacked us on 9/11. And that mission has been successful’.


WIKILEAKS https://wardiaries.wikileaks.org/


Mentre il piano di risposta umanitaria delle Nazioni Unite per l’Afghanistan rimane poco chiaro, milioni di civili rischiano di perdere spazi sicuri e supporto. La fornitura di assistenza umanitaria rimane limitata e difficile, sulla maggiorparte del territorio afghano.

Mesi di violenza hanno provocato frequenti interruzioni nei servizi sanitari. Almeno 14,5 milioni di persone (circa il 33% della popolazione totale) necessitava di assistenza sanitaria prima della recente escalation. Secondo il World Food Programme almeno 14 milioni di civili sono oggi obbligati ad affrontare una crisi alimentare già in atto (fase 3 IPC – Integrated Food Security Phase Classification). La metà della popolazione afghana, ovvero 18 milioni di persone, dipende da aiuti umanitari e il 97% di questa potrebbe presto sprofondare al di sotto della soglia di povertà.

Al Jazeera ‘Afghanistan – Visualising the impact of 20 years of war’


#analisi

di Federica Iezzi

La Turchia, unico Paese a maggioranza musulmana nella NATO, è stato a lungo diplomaticamente e politicamente influente in Afghanistan. Eppure ha profondi legami storici, culturali, religiosi ed etnici sia con l’Afghanistan, sia con il vicino Pakistan, il principale sostenitore del regime talebano.
Durante gli ultimi vent’anni, la Turchia ha mantenuto stretti legami con varie fazioni etniche e politiche in competizione nel Paese, con la capacità di influenzare voti, milizie e coalizioni di governo – compresi i talebani. I legami turchi sono particolarmente forti con le comunità di etnia uzbeka e turkmena dell’Afghanistan settentrionale.
La Turchia conta attualmente oltre 500 soldati in Afghanistan, impegnati prima nella missione ISAF (Forza Internazionale di Assistenza per la Sicurezza) poi nella Resolute Support Mission, truppe che non hanno mai partecipato attivamente ai combattimenti. Le loro attività si sono limitate a fornire sicurezza nella sezione militare dell’aeroporto di Kabul e ad addestrare le forze di sicurezza afghane.
A causa del suo ruolo ‘non attivo’ in Afghanistan, oggi la Turchia ha migliori relazioni con i talebani rispetto a qualsiasi altro Paese della NATO.
Sebbene i talebani abbiano già intimato alla Turchia di evacuare le sue truppe, Ankara sta facendo pressioni sul gruppo di combattenti affinché abbandoni le sue obiezioni anche attraverso i suoi preziosi alleati, Pakistan e Qatar. Indubbiamente, Turchia e Pakistan vantano forti legami strategici e hanno una visione politica sempre più allineata sulla scena globale. Entra nel quadro anche l’Ungheria di Orbán, che ha gestito la sicurezza nell’aeroporto di Kabul nel periodo 2010-2013. Gli ungheresi dunque potrebbero essere riconosciuti come partner esperti e affidabili.
L’attuale vuoto strategico in Afghanistan e il rapido peggioramento della sicurezza nel Paese, ha spinto la Turchia a chiedere sempre maggiori responsabilità nella gestione e nella protezione del cruciale aeroporto Hamid Karzai di Kabul, la principale porta d’accesso in Afghanistan.
E’ evidente che l’aeroporto di Kabul continuerà ad avere un’importanza strategica per i Paesi della NATO, per il mantenimento di una presenza diplomatica nei prossimi mesi e anni.
Il presidente turco non ha mai nascosto il suo desiderio di aumentare il peso politico della Turchia nel mondo musulmano. Sotto il suo governo, la Turchia ha notevolmente aumentato la sua influenza nell’Asia meridionale musulmana. Ankara è impegnata militarmente e diplomaticamente in molti teatri contemporanei – Libia, Siria e Iraq direttamente, Ucraina e Caucaso nella cooperazione in materia di sicurezza, Africa come progetti di sviluppo. E nell’era post-USA, Ankara ha molto da guadagnare rimanendo un attore chiave in Afghanistan.
Negli ultimi anni, il governo Erdogan ha compiuto diverse mosse di politica estera volte a mettere da parte l’Arabia Saudita e collocare la Turchia come il nuovo leader del mondo musulmano sunnita. Ha partecipato attivamente ai conflitti regionali, come la guerra in Siria, contro l’Arabia Saudita e i suoi alleati, ed è stata esplicita nelle sue critiche a Riyadh su varie questioni, dall’embargo contro il Qatar all’assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi.
Mantenere un ruolo attivo in Afghanistan, dopo il ritiro degli Stati Uniti, aiuterebbe la Turchia ad aumentare la sua importanza all’interno della NATO e a sanare le relazioni tese con gli stessi Stati Uniti.
A Bruxelles, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha sottolineato l’importanza della Turchia e il ruolo chiave che potrebbe svolgere in futuro in Afghanistan. Nessun piano di spiegamento è stato ancora deciso ufficialmente, anche se i negoziati tra Ankara e Washington potrebbero attualmente essere in corso dietro le quinte. Gli storici avversari NATO, Russia e Iran, così come l’Arabia Saudita, combattono contro la presenza turca in Afghanistan.


26/08/2021 – Almeno 175 civili uccisi e centinaia di feriti sono il risultato dell’attacco suicida nell’aeroporto Hamid Karzai di Kabul, rivendicato dall’Islamic State in Khorasan Province (ISKP). L’ISKP è una diretta appendice dello Stato Islamico. Khorasan si riferisce alla regione storica, sotto un antico califfato, che includeva aree in Afghanistan, Iran, Pakistan e Turkmenistan.

La banale risposta del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ad un copione già scritto, non tarda ad arrivare ‘We will hunt you down and make you pay’.

Come atto politico dovuto, gli Stati Uniti, usando un drone reaper, hanno compiuto un gesto di rappresaglia nell’area di Nangharar, provincia afghana nord-orientale, storica base ISKP.


06/09/2021 – Mentre i talebani rivendicano la loro vittoria sulle forze di opposizione nell’ultima provincia del Panjshir, l’anti-Taliban National Resistance Front (NRF), afferma di essere ancora presente in posizioni strategiche nella valle del Panjshir, per continuare la lotta. Proprio il Panjshir, un’aspra valle tra le montagne a nord di Kabul, ha resistito al controllo sia dell’esercito sovietico durante la lunga guerra negli anni ’80 sia del governo talebano dal 1996 al 2001.


07/09/2021 – Annunciato governo ad interim in Afghanistan. Il premier si conferma il mullah Mohammad Hassan, già capo del Consiglio direttivo dei talebani, la Rahbari Shura – inoltre figura nella lista dell’ONU di persone designate come ‘terroristi o associati a terroristi’. Il suo vice sarà il mullah Abdul Ghani Baradar, co-fondatore dei talebani, negoziatore con gli USA a Doha. Mawlawi Mohammad Yaqub, figlio del mullah Omar, guiderà il Ministero della Difesa e Sirajuddin Haqqani, figlio del celebre comandante della jihad anti-sovietica Jalaluddin Haqqani, quello dell’Interno.

A nessuna donna, di alcun gruppo etnico o movimento politico, è stato assegnato un incarico. Così come alla minoranza hazara, il terzo gruppo etnico più numeroso dell’Afghanistan. Nella nuova amministrazione i pashtun rappresentano oltre il 90% del quadro governativo.


17/09/2021 – Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso all’unanimità di rinnovare il mandato UNAMA – United Nations Assistance Mission in Afghanistan, per ulteriori sei mesi. Stabilita nel 2002, la missione continuerà la sua funzione di state building.

Quaranta milioni di afghani vivono nel timore di un disastroso crollo del sistema sanitario. Farmaci, forniture mediche e carburante rasentano già la carenza cronica. Mancano strutture ospedaliere e programmi di prevenzione. Difficile è l’accesso all’assistenza sanitaria di base. I professionisti sono stati costretti a lasciare il Paese e sono assenti programmi di formazione medica.

Da quando i Talebani hanno ripreso il controllo del Paese, Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, hanno bruscamente frenato il flusso di assistenza in Afghanistan. I finanziamenti internazionali permettono di finanziare circa l’80% del bilancio statale e nel 2020 i flussi di aiuti esteri hanno rappresentato circa il 43% dell’economia del Paese.

Cresce il numero di sfollati interni secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre. Maggiormente colpite le province di Kandahar, Helmand e Uruzgan, con un totale di 35.000 sfollati interni. E quelle nordorientali di Takhar, Kunduz, Baghlan e Badakhshan con almeno 49.000 sfollati interni.


In Afghanistan scuole medie e superiori restano chiuse alle ragazze. Per ora alle studentesse afghane sarà permesso l’accesso all’educazione primaria. E’ l’unico Paese al mondo a vietare, di fatto, l’istruzione femminile. Mahbouba Saraj, attivista afghana e presidente della NGO Afghanistan’s women network afferma che i talebani non avranno altra scelta, se non quella di rispettare i diritti delle donne afghane se vogliono sfuggire al collasso economico, all’isolamento diplomatico e restare al potere. Tuttavia, nonostante il discorso apparentemente pacato e assecondante dei rappresentanti del movimento islamista al potere, Seraj non crede alle promesse dei talebani quando assicurano che le donne afghane potranno, molto presto, tornare a lavorare e studiare.

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Fighting for their lives on the frontline in Yemen

Il Manifesto Global – 07 june 2021

REPORTAGE. In Yemen, civilians continue to die despite the ceasefire. And 16 million people are left without humanitarian assistance. We report from the villages most exposed to the conflict and from the Doctors Without Borders hospital in al-Mokha, a gem in a destroyed country

di Federica Iezzi

Taiz, Yemen – ‘I pray to Allah that you may return soon’. When your wonderful team says this to you while looking up at the sky and putting their hands on their hearts, it means you have managed to touch the soul of the project.

We are in the city of Al-Mokha, in the hospital of Doctors Without Borders. When you set foot in this hospital, you realize that you have found a jewel in a country entirely destroyed by war. Devastated streets, houses demolished by the fury of the bombs, dwellings half rebuilt, men walking in the main streets with Kalashnikovs hanging on their shoulders, not even a trace of women to be seen.

The hospital is operating for the benefit of the direct and indirect victims of the fierce armed conflict that has been tearing through the country for more than six years. It is the only hospital on Yemen’s west coast that provides emergency surgical care to the civilian population, victims of war-related violence. Patients come mainly from the areas close to the front lines of the Taiz governorate (Mawza, Dhubab, al-Wazi’iyah) and from the southern one of al-Hudaydah (Khawkah, Hays, at-Tuhayta, ad-Durayhimi, Bait al-Faqih), areas controlled by the Saudi-led coalition, where access to care is very unequal.

Indiscriminate fighting and active hostilities in densely populated areas continue to be a major cause of death for Yemeni civilians. Rural districts have been hit hard, with over 60% of the civilian casualties, most of which are in the al-Hudaydah governorate, at-Tuhayta and Hays districts and Taiz governorate. In these areas, access to humanitarian assistance is severely limited.

Despite the UN-brokered ceasefire in al-Hudaydah, the number of incidents with civilian victims in the governorate has increased. When front lines are dynamic and shifting, the impact of war on civilians is often significantly greater than when front lines are static.

The conflict in Taiz governorate is paradigmatic. Regional rivalries between the Gulf states and Iran and untrammeled local competition for power and influence have grown and played off each other, spreading like wildfire across Yemen. To some extent, the local clashes are a direct result of broader regional dynamics. Pursuing a more proactive foreign policy in recent years, the UAE has vowed to combat political Islam—represented in Yemen by the multifaceted al-Islah party—in all its forms, throughout the region and beyond.

After the town of al-Mafraq, more than 40 km from al-Mokha, along a road marked with blue dots on Google Maps, there is suddenly a gap in the main road, marking the proximity to the front line. We are less than a mile away from the fighting.

On that stretch of road is where snipers are positioned. We continue on a dirt road detour that lengthens the route. The gap is marked by a mound of dirt on which a plastic pipe is planted. All the local drivers know that this sign means detour. From that point on, only the mountains stand between the battlefields, the roads and the houses. We pass through 12 checkpoints, going through the same queue for checks, and after two hours we arrive in the district of al-Wazi’iyah, in the governorate of Taiz.

The landscape is different here compared to Yemen’s arid, windy and sultry west coast. At the foot of the mountains, with the water of the Wadi Rasyan, the color green is everywhere, with acacias and palms. We pass through small villages. We meet a pharmacist who, after years of study and sacrifice, now drives a truck delivering tea to the city of Aden: “There are no other job opportunities,” he tells us.

Some health facilities have been supported by Save the Children, the Yemen Humanitarian Fund and Unicef for years. No more support has come in since August. In the villages of al-Khoba and al-Khuraif, the stories are the same. Salaries for staff have not arrived, medicines and laboratory reagents are running out. We ask what’s going to happen to them. We are told that in all likelihood, they will receive government support eventually, but in the meantime the flow of patients is decreasing towards zero. Civilian movements are minimized due to the proximity to the front line, military checkpoints and completely destroyed roads. The result is that treatments are delayed in a highly concerning manner, with rampant chronicity of otherwise curable diseases.

Healthcare personnel are offering some services for a fee, such as ultrasounds during pregnancy, laboratory tests and microscopic examinations. Some health districts have private pharmacies, whose candy-colored drugs are unmistakably “made in China.” The escalation of the conflict, the deterioration of the economic situation, food insecurity and poor nutritional conditions are signs of an imminent collapse.

About 20 million people in Yemen, out of a total population of 24 million, are in need of some form of humanitarian assistance and protection. Since 2015, the conflict has forced 4 million people to flee their homes, making the country the fourth-largest crisis in the world in terms of internally displaced persons.

The total number of reported victims is estimated at over 230,000, mainly in the cities of Taiz, Aden, Sana’a and Sa’adah. UN agencies and major non-governmental organizations have repeatedly expressed concern about human rights violations, urging a halt to indiscriminate bombing.

According to the latest statement released by the United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, more than 16 million Yemenis, two-thirds of the population, are in need of humanitarian assistance. Among them, more than 12 million are in dire need. Meanwhile, preventable diseases have become pervasive, and morbidity and mortality are increasing exponentially. There are 15 million civilians without access to basic health care, 400,000 children in need of psychosocial support and 75,000 who have contracted diseases that can be eradicated with regular rounds of vaccination.

The conflict has devastated the health services. According to the World Health Organization, more than half of the 5,000 health facilities in Yemen are not functioning or are partially functioning, in 22 governorates. Thousands of health professionals are underutilized due to the destruction of health facilities, lack of medicines and inaccessibility on the part of the population. According to the Health Resources and Services Availability Monitoring System (HeRAMS) dataset for 2020, among Yemen’s 333 districts, 18% have no doctors at all. But one tiny spark of life continues to fight the last desperate battle, in the Doctors Without Borders hospital.

In Al-Mokha, there are always noises: car horns, sirens, gunshots, anti-aircraft artillery tests, fireworks. At first it all seems like one big din, with everything blurring together, but then you start to recognize exactly what everything is. Sounds of grenades. Then sirens. And you already know you have to run to put on your abaya and jump into the car that will take you to the hospital. The air always smells of smoke, gunpowder and sand.

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YEMEN, in lotta per la vita sulla linea del fronte

Il Manifesto – 03 giugno 2021

REPORTAGE – Nello Yemen malgrado il cessate il fuoco i civili continuano a morire. E 16 milioni di persone restano senza assistenza umanitaria. Reportage dai villaggi più esposti al confitto e dall’ospedale di Medici senza frontiere a al-Mokha, un gioiello in un Paese distrutto

di Federica Iezzi

Taiz, Yemen‘Prego Allah perché tu possa tornare presto’. Quando il tuo team meraviglioso ti dice questo guardando il cielo e portandosi le mani al cuore, significa che hai toccato l’anima del progetto.

Siamo nella città di al-Mokha, nell’ospedale di Medici Senza Frontiere. Mettendo piede nell’ospedale, ci si rende conto di avere tra le mani un gioiello in un Paese interamente distrutto dalla guerra. Strade devastate, case abbattute dalla furia delle bombe, case ricostruite a metà, uomini a piedi nelle vie principali con kalashnikov in spalla, delle donne nemmeno l’ombra.

L’ATTIVITÀ DELL’OSPEDALE è rivolta alle vittime dirette e indirette del feroce conflitto armato che logora il Paese da più di sei anni. È’ l’unico ospedale sulla costa occidentale yemenita che fornisce cure chirurgiche di emergenza alla popolazione civile, vittima della violenza legata alla guerra. I pazienti provengono principalmente dalle aree limitrofe alle linee del fronte del governatorato di Taiz (Mawza, Dhubab, al-Wazi’iyah) e da quello meridionale di al-Hudaydah (Khawkah, Hays, at-Tuhayta, ad-Durayhimi, Bait al-Faqih), aree controllate dalla coalizione guidata dall’Arabia saudita, dove l’accesso alle cure è sostanzialmente ineguale.

I combattimenti indiscriminati e le ostilità attive presso zone densamente popolate continuano ad essere una delle principali cause di morte per la popolazione civile yemenita. I distretti rurali sono duramente colpiti, con oltre il 60% delle vittime civili, la maggior parte delle quali si trova nel governatorato di al-Hudaydah, nei distretti di at-Tuhayta e Hays, e nel governatorato di Taiz. Proprio in queste aree, l’accesso all’assistenza umanitaria è gravemente limitato.

Nonostante il cessate il fuoco mediato dalle Nazioni unite a al-Hudaydah, il numero di incidenti civili nel governatorato è aumentato. Quando le linee del fronte sono dinamiche e mutevoli, l’impatto della guerra sui civili è spesso significativamente maggiore rispetto a quando le linee del fronte sono statiche.

IL CONFLITTO nel governatorato di Taiz è emblematico. Le rivalità regionali tra gli Stati del Golfo e l’Iran e l’ipercompetizione locale per il potere e l’influenza si sono sviluppate e intersecate, espandendosi a macchia d’olio in tutto lo Yemen. In una certa misura, gli scontri locali sono il risultato diretto di dinamiche regionali più ampie. Affermando una politica estera più proattiva negli ultimi anni, gli Emirati arabi uniti hanno promesso di combattere l’Islam politico – incarnato nello Yemen dal poliedrico partito al-Islah – in tutte le sue forme, in tutta la regione e oltre.

DOPO LA CITTADINA di al-Mafraq, a più di 40 km da al-Mokha, lungo la via segnata con i puntini blu su google maps, improvvisamente c’è un’interruzione della strada principale, che segna la vicinanza alla linea del fronte. Siamo a circa un chilometro dai combattimenti.
Proprio in quel tratto di strada sono posizionati i tiratori scelti. Si continua su una strada sterrata che allunga il percorso. L’interruzione è segnalata da una montagnetta di terra su cui è piantato un tubo in plastica. Tutti gli autisti sanno che quel segno corrisponde a una deviazione. Da quel momento solo le montagne dividono il terreno di combattimento, le strade e le case. Passiamo attraverso 12 posti di blocco con la medesima coda di controlli e dopo due ore arriviamo nel distretto di al-Wazi’iyah, nel governatorato di Taiz.

IL PAESAGGIO CAMBIA, rispetto alla west coast yemenita arida, ventosa e afosa. Ai piedi delle montagne, con l’acqua del Wadi Rasyan, regna il verde con acacie e palme. Attraversiamo piccoli villaggi. Incontriamo un farmacista che, dopo anni di studio e sacrifici, guida un camion che trasporta thè fino alla città di Aden: «Non ci sono altre opportunità di lavoro», ci dice.

Alcune Health Facilities sono state supportate da Save the Children, Yemen Humanitarian Fund e Unicef per anni. Da agosto non arriva più nulla. Nel villaggio di al-Khoba come in quello di al-Khuraif le storie si ripetono. Non arrivano gli stipendi per il personale, le medicine e i reagenti di laboratorio stanno finendo. Chiediamo che fine faranno. Ci dicono che con molta probabilità avranno un sostegno governativo, ma nel frattempo il flusso di pazienti diminuisce fino a scomparire. I movimenti dei civili sono ridotti al minimo per la vicinanza con la linea del fronte, per i posti di blocco militare e per le strade totalmente distrutte. Il risultato è che le cure sono dilazionate in modo preoccupante, con la cronicità dilagante di patologie altrimenti sanabili.

IL PERSONALE SANITARIO offre alcuni servizi a pagamento, come ecografie in gravidanza, esami di laboratorio, esami al microscopio. Alcuni distretti sanitari hanno all’interno farmacie private, i cui farmaci colorati come caramelle sono inconfondibilmente “made in China”. L’escalation del conflitto, il deterioramento della situazione economica, l’insicurezza alimentare e le condizioni nutrizionali indicano un imminente collasso.

Circa 20 milioni di persone nello Yemen, su una popolazione totale di 24 milioni, necessita di una qualche forma di assistenza umanitaria e protezione. Dal 2015, il conflitto ha costretto 4 milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni, rendendo il Paese la quarta più grande crisi, se si parla di sfollati interni, al mondo.

IL NUMERO TOTALE DI VITTIME riportate è stimato a oltre 230 mila, principalmente nelle città di Taiz, Aden, Sana’a e Sa’adah. Le agenzie delle Nazioni Unite e le maggiori organizzazioni non governative hanno ripetutamente espresso preoccupazione per le violazioni dei diritti umani, esortando a fermare i bombardamenti indiscriminati.

Secondo l’ultima dichiarazione, rilasciata dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, più di 16 milioni di yemeniti, due terzi della popolazione, hanno bisogno di assistenza umanitaria. Tra questi più di 12 milioni sono in grave bisogno. Nel frattempo, le malattie prevenibili sono diventate pervasive e la morbilità e la mortalità stanno esponenzialmente aumentando. Sono 15 milioni i civili senza accesso all’assistenza sanitaria di base, 400 mila i bambini che necessitano di sostegno psicosociale e 75 mila quelli che contraggono malattie abbattibili con i regolari cicli di vaccinazione.

IL CONFLITTO HA DEVASTATO i servizi sanitari. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, più della metà delle 5 mila strutture sanitarie dello Yemen non sono funzionanti o lo sono parzialmente, in 22 governatorati. Migliaia di professionisti sanitari sono sottoutilizzati a causa della distruzione delle strutture sanitarie, della mancanza di farmaci e dell’inaccessibilità della popolazione. Secondo il dataset 2020 dell’Health Resources and Services Availability Monitoring System (HeRAMS), dei 333 distretti dello Yemen, il 18% non ha affatto medici. Ma una particella di vita continua a combattere l’ultima disperata battaglia, nell’ospedale di Medici Senza Frontiere.

A AL-MOKHA ci sono sempre rumori: clacson, sirene, armi da fuoco, prove di artiglieria antiaerea, fuochi d’artificio. All’inizio sembra tutto un grande frastuono, tutto si confonde, ma poi inizi a riconoscere esattamente di cosa si tratta. Rumori di granate. Poi sirene. E già sai che devi correre a mettere la tua abaya per saltare nella macchina che ti porta in ospedale. Nell’aria c’è sempre odore di fumo, di polvere da sparo e di sabbia.

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Macías Nguema, il braccio del lungo sfruttamento coloniale della Guinea Equatoriale

Nena News Agency – 04/08/2020

L’indipendenza non ha portato a una reale autodeterminazione. Il leader golpista ha governato il Paese con il pugno di ferro, nel silenzio dell’ONU e dell’Unione Africana mentre Spagna e Francia si accaparravano le sue risorse 

Francisco Marcias Nguema

Guinea Equatoriale, Francisco Marcias Nguema

di Federica Iezzi

Roma, 4 agosto 2020, Nena News – Isolata dalla lingua, dalla cultura e dalla geografia, la Guinea Equatoriale, nell’area tropicale dell’Africa occidentale, resta un Paese tanto anonimo e impoverito quanto il suo governo crudele e decadente. Ottenuta l’indipendenza dalla Spagna negli anni ’70, un terzo della popolazione della Guinea Equatoriale fu ucciso o fuggì in esilio, sotto la guida di Francisco Macías Nguema, un semi-letterato di corte, selezionato dai colonizzatori spagnoli in partenza, per preservare i loro interessi.

Nel ‘Golpe de la Libertad’ del 1979, suo nipote, comandante dell’esercito e capo della polizia Teodoro Obiang Nguema, usò truppe marocchine per prendere il potere, guidate dalle mani spagnole.

Gruppi per i diritti umani hanno continuato a segnalare per anni detenzioni senza processo, torture, scomparsa di attivisti dell’opposizione, di intellettuali, professionisti e politici e saccheggio delle vaste risorse petrolifere del Paese. Macías Nguema, come risposta rovesciò tutti i capi di accusa riguardanti gli abusi dei diritti umani su Obiang Nguema, con la storica frase ‘Non ero il capo della polizia’.

Un complotto commedia e un profondo serbatoio di petrolio hanno riscattato il Paese dall’anonimato, ma l’oppressione e la corruzione sono perpetrate ancora oggi. Né le Nazioni Unite né l’Organizzazione per l’Unità Africana hanno mosso un passo in anni di eventi catastrofici, i Paesi vicini così come l’Occidente hanno mantenuto il silenzio, per interessi legati al commercio di petrolio.

Quando Macías Nguema assunse l’incarico di primo presidente della Guinea Equatoriale, dopo una elezione-farsa pilotata da Madrid, il futuro economico della nazione sembrava decisamente promettente. I guadagni del cacao erano ai massimi storici, il commercio legato alla pesca era su una curva ascendente.

Gli aiuti spagnoli si sono concentrati sui settori dell’istruzione, della sanità e della cooperazione culturale del Paese, in cambio dell’egemonia sul petrolio. La Guinea Equatoriale si classificava come il terzo maggior produttore di petrolio nell’Africa sub-sahariana, con uno dei redditi pro-capite più alti del continente. Dati che oggi contrastano con la sua 141esima posizione su 189 Paesi inclusi dalle Nazioni Unite nel suo indice di sviluppo umano.

Presto Macías Nguema iniziò a smantellare il quadro costituzionale della nazione, sulle orme della dittatura spagnola di Franco. Soppresse tutti i partiti politici esistenti e decretò la formazione del Partido Único Nacional de Trabajadores (Punt). Sciolse l’Assemblea Nazionale e si dichiarò presidente a vita.

L’ingravescente instabilità del Paese divenne insostenibile per la Spagna. Il governo spagnolo allora impose sanzioni diplomatiche contro il duro regime di Macías Nguema e allo stesso tempo represse la stampa spagnola che tentava di raccontare gli eventi in Guinea. Petrolio e gas hanno messo a tacere la stampa. Il silenzio di Madrid su questo piccolo Paese africano è stato una costante che è durata 42 anni, dopo la revoca del veto di informazione.

Rivendicando il danno causato dalla dittatura macista, il governo militare guineano aveva un grande interesse nel consolidare le sue relazioni con la Francia, poiché gli aiuti francesi potevano contrastare l’influenza spagnola e rafforzare le relazioni della stessa Guinea con i paesi francofoni vicini.

La Guinea Equatoriale è ancora dominata da una brutale dittatura. Non è più afflitta dalla dittatura omicida e capricciosa di Macías Nguema, ma dalla più venale dittatura di Obiang Nguema. La società civile e l’economia non vengono più polverizzate e represse, piuttosto vengono sfruttate e saccheggiate. Nena News

Nena News Agency “Macias Nguema, il braccio del lungo sfruttamento coloniale della Guinea Equatoriale” di Federica Iezzi

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CONGO. La parabola di Mobutu, il golpista anticomunista voluto dagli USA e poi detronizzato

Nena News Agency – 30/07/2020

Usato dal Belgio e dalla CIA per sostituire Lumumba, governò il paese con la violenza delle torture e la corruzione. Ma con la caduta dell’URSS, non serviva più. E Washington l’ha costretto al ritiro con una guerra

Final Phase Digital

Mobutu Sese Seko – ex Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo

di Federica Iezzi

Roma, 30 luglio 2020, Nena News – È il più grande Paese dell’Africa sub-sahariana, la Repubblica Democratica del Congo, ed è uno dei più poveri e sofferenti del mondo, e più pericolosamente vicini allo stato di fallimento.

Sebbene vaste porzioni della Repubblica Democratica del Congo siano pacifiche, le parti nord-orientali della Nazione sono in uno stato di conflitto di basso livello dalla fine della guerra fredda, con sconvolgimenti politici, disordini civili e movimenti secessionisti.

Per 32 anni l’ex-Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, è stato nelle mani di Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Za ​​Banga, considerato pilastro di pragmatismo e buon senso. Nato a Lisala, nell’estremo nord-ovest dell’allora Congo-Kinshasa, si arruolò giovanissimo nell’esercito belga. Proprio grazie alle armi conobbe i principali politici congolesi di fine anni ’50, tra cui Patrice Lumumba, l’allora primo ministro del Congo, con cui si unì al Mouvement National Congolais (MNC).

L’ascesa meteorica di Mobutu al potere arrivò durante la crisi del Congo nei primi anni ’60. Il Paese era appena emerso dalla catastrofe del dominio belga. Re Leopoldo II, probabilmente il più illustre di tutti i colonialisti, lo trasformò in un feudo personale, uccidendo e schiavizzando la popolazione per arricchirsi di avorio e gomma.

L’esercito aveva il compito di impedire la secessione delle province ricche di minerali di Katanga e Kasaï. Nello stallo politico, quando la Cia aiutò il Belgio ad assassinare Lumumba, Mobutu prese il potere con un colpo di stato.

Gli ambasciatori statunitensi e britannici sostennero il dittatore, come un sincero anticomunista e la migliore speranza per il futuro del Congo. Gli Stati Uniti hanno continuato a considerare Mobutu un utile alleato sia contro il comunismo globale sia contro i movimenti radicali dell’Africa. Era vitale per gli sforzi dei ribelli dell’Unita (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola), sostenuti dagli Stati Uniti, nell’atto di rovesciare il governo Mpla (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola) di sinistra, nella vicina Angola.

La Zaïrianisation, la politica incostituzionale di Mobutu di nazionalizzare le industrie e distribuire contratti redditizi ai suoi alleati, si rivelò da subito catastrofica. E l’economia del Paese venne scaraventata verso un rapido e paralizzante declino. Il regime di Mobutu trovò negli Stati Uniti il patrocinio necessario a sopravvivere di fronte al collasso economico. Gli stessi Stati Uniti hanno contribuito a incanalare i prestiti della Banca Mondiale e i crediti del Fondo Monetario Internazionale al governo di Mobutu.

Mobutu ha continuato con una combinazione machiavellica di omicidi, detenzioni arbitrarie, violazione dei diritti umani e torture da un lato e corruzione, eccessi e sontuosità dall’altro.

Al termine della guerra fredda, quando l’Unione Sovietica crollò, Mobutu non era più utile agli Stati Uniti, per cui invece di sostenere il regime autocratico congolese, gli Stati Uniti imposero gravi pressioni su Mobutu per una democrazia multipartitica. Come atto finale Paul Kagame, leader del Rwanda, usò l’avversario congolese di lunga data di Mobutu, Laurent Kabila, per fronteggiare il movimento Alliance des Forces Democratiques pour la Liberation du Zaire (ADFL-Z), che avrebbe fatto crollare il governo Kinshasa e detronizzare Mobutu.

L’esercito utilizzò questo vuoto di potere per scatenare la follia nel Paese a partire dal settembre 1991. Le forze armate del Ruanda, e i suoi alleati Uganda e Burundi, combatterono ferocemente contro l’esercito congolese, appoggiato da Angola, Ciad, Namibia, Sudan e Zimbabwe. Joseph Kabila, figlio di Laurent Kabila, fu l’unico leader a contribuire ad un accordo di pace, guidato dalle Nazioni Unite nel 2002, che ha lasciato nel Paese una profonda instabilità.

Il Paese sembra traghettato verso una regressione al passato violento, piuttosto che verso un futuro progressista. I negoziati sulla transizione verso un’era davvero democratica non dovrebbero limitarsi al dialogo tra i soli politici ma dovrebbero incoraggiare un processo di rimodellamento completo della politica nazionale. Nena News

Nena News Agency “CONGO. La parabola di Mobuto, il golpista anticomunista voluto dagli USA e poi detronizzato” di Federica Iezzi

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Repubblica Centrafricana: una storia di violenza e repressione all’ombra di Parigi

Nena News Agency – 23/07/2020

L’ex presidente Jean-Bedel Bokassa resta il simbolo di repressione  e crudeltà ma la fine del suo potere è stata seguita da decenni di investimenti insufficienti, corruzione, sfruttamento, guerre civili e non meno di quattro colpi di stato

Repubblica Centrafricana – Jean Bedel Bokassa

di Federica Iezzi

Roma, 23 luglio 2020, Nena News – L’instabilità politica e la debolezza amministrativa sono state caratteristiche permanenti della Repubblica Centrafricana sin dalla sua indipendenza. Questa è, quindi, la storia di un crollo predetto.

Mentre la Repubblica Centrafricana di Touadéra oggi barcolla attraverso la peggiore violenza della sua storia, l’ex presidente Jean-Bedel Bokassa rimane il paradigma dell’eccesso e della crudeltà, nella tragicità di questo Paese. Combattente nell’esercito francese, Bokassa poco più che ragazzino ha partecipato allo sbarco alleato in Provenza e combattuto in Indocina e in Algeria. Pluridecorato in battaglia, le è stata conferita infine la nazionalità francese.

Con l’appoggio di Parigi il dittatore si autoproclamò presidente della Repubblica Centrafricana nel 1966.

Aumentò l’estrazione dell’uranio e dell’oro, realizzò considerevoli infrastrutture, costituì l’assemblea nazionale, migliorò università e ospedali, richiamando investitori internazionali. Allo stesso tempo, portò avanti una selvaggia serie di torture e omicidi ai danni degli oppositori e dei rivali politici. Niente di tutto ciò ha impedito la stretta amicizia di Bokassa con Valéry Giscard d’Estaing, ministro delle finanze francese nei primi anni ’70, poi presidente francese dal 1974 al 1981.

Nel 1977, Bokassa si dichiarò imperatore del Paese dell’Africa equatoriale e la cerimonia di incoronazione è ricordata in quanto costò l’equivalente di tutti gli aiuti allo sviluppo francesi per quell’anno. La Francia provò una certa lealtà nei suoi confronti, non vedendo alcuna alternativa a lui, nonostante le sue straordinarie idiosincrasie.

Bokassa sfruttò l’alleanza francese per reclutare armi e aiuti internazionali, nettare del suo regime corrotto. In cambio, la Francia di Giscard, sfruttò avidamente l’uranio della Repubblica Centrafricana per alimentare l’industria nucleare francese. Dopo soli due anni, mentre Bokassa era in visita in Libia, Giscard inviò le forze speciali francesi a deporlo e quindi costringerlo all’esilio.

La Repubblica Centrafricana sulla scena internazionale è raccontata come uno dei Paesi più poveri e più deboli dell’Africa. Negli ultimi anni improvvisamente ha ricevuto più attenzione internazionale per il conflitto settario che lo tormenta e che vacilla sull’orlo del genocidio. Sebbene ora governato da un presidente eletto democraticamente, Faustin-Archange Touadéra, il Paese è ancora devastato dalla violenza.

La fine dell’impero di Bokassa è stata seguita da decenni di investimenti insufficienti, corruzione, sfruttamento, guerre civili e non meno di quattro colpi di stato. Michel Djotodia, guida dell’Union des Forces pour le Rassemblement Démocratiques e membro di séléka, partito rivoluzionario centrafricano che dal 2012 ha preso il potere nella Repubblica Centrafricana, si è insediato come primo sovrano musulmano del Paese, estromettendo l’allora presidente François Bozizé, che proveniva invece dalla maggioranza cristiana, anti-balaka.

Da quel momento le milizie delle due comunità religiose hanno alimentato un conflitto sanguinario, che ha prodotto quasi 950.000 sfollati interni, di cui quasi 500.000 solo nella capitale Bangui. I 5.500 peacekeepers internazionali francesi e dell’Unione Africana, sono sembrati semplicemente troppo pochi per far fronte ad una guerriglia armata di milizie che si dispiegava furiosamente attraverso i villaggi.

Il palcoscenico era pronto per un conflitto settario bollente. Quindi, ciò che era iniziato come una ribellione contro una presidenza corrotta e dispotica è finito come violenza comunitaria settaria, dove né Unione Africana, né Francia ha ristabilito ordine e legge.

Le Nazioni Unite hanno recentemente annunciato un ampliamento del dispiegamento delle forze di pace, portando la coalizione multinazionale a 12.000 unità. La base di lavoro è quella di elezioni politiche credibili e una nuova costituzione che garantisca protezione e garantisca la rappresentanza politica per entrambe le comunità religiose. Senza dimenticare il taglio netto del sostegno finanziario ai gruppi ribelli, proveniente da diamanti e avorio illegalmente esportati dal Paese. Un maggiormente controllato sistema di certificazione del Kimberley Process per riesaminare l’approvvigionamento di diamanti, contribuirebbe a fermare la vendita impetuosa e irregolare. Così come una meticolosa sorveglianza dei bracconieri sopprimerebbe il commercio nero dell’avorio. Nena News

Nena News Agency “Repubblica Centrafricana: una storia di violenza e repressione all’ombra di Parigi” di Federica Iezzi

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