KENYA. Vince Kenyatta, scoppiano gli scontri

Nena News Agency – 12/08/2017

Almeno 5 morti durante manifestazioni contro il presidente rieletto accusato dall’opposizione di Odinga di brogli. Rimane nell’aria la lotta dinastica tra le due famiglie Kenyatta e Odinga, rispettivamente kikuyu e luo

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di Federica Iezzi

Roma, 12 agosto 2017, Nena News – Mantiene l’incarico come presidente Uhuru Kenyatta, dopo essere rimasto sempre in testa, sullo storico sfindante Raila Odinga, durante le ultime elezioni in Kenya. Kenyatta vince con più del 54% dei voti contro il 44% di Odinga tra tafferugli e incredulità. Più di 15 milioni i kenyani che si sono recati alle urne, pari al 78% degli elettori registrati.

Il voto ha messo a confronto per l’ennesima volta Uhuru Kenyatta, uomo d’affari di 55 anni e figlio del presidente fondatore del Kenya, e i 72 anni di Raila Odinga, ex prigioniero politico e figlio del primo vice-presidente del Kenya.

Sebbene le prime ore dopo il voto di martedì scorso fossero state regolari nella maggioranza del territorio del paese dell’Africa orientale, scontri tra polizia e sostenitori dell’opposizione sono iniziati dopo l’incertezza dei risultati finali. Tensioni su brogli, accuse di falsificazione di voto, voti non validi e manipolazioni sul sistema informatico hanno segnato i principali seggi elettorali in Kenya.

Amnesty International ha riportato di violenze nella contea di Garissa, nella regione sudorientale del Tana River, nelle baraccopoli di Mathare di Nairobi e nella zona di Kondele nella città portuale di Kisumu. Almeno cinque persone sono state uccise durante gli scontri. Due sono state uccise nella capitale Nairobi, un’altra nella contea di Kisii, nell’ovest del paese, durante alcuni scontri con le forze di sicurezza, e altre due nella città di Hola, regione di Tana River, in un attacco a un seggio elettorale.

Gli osservatori internazionali hanno lodato la gestione delle elezioni presidenziali, con il consenso anche dell’Unione Africana, non segnalando alcun sospetto di manipolazione, nonostante le denunce dell’opposizione. Secondo il report dell’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC), organo costituzionale kenyano, le elezioni sono risultate conformi alle leggi in vigore nel paese.

Il governo Kenyatta aveva notevolmente investito in un nuovo sistema di voto elettronico, per le recenti elezioni. Ma questo sembra aver fatto poco per aumentare la fiducia dell’opposizione nel processo elettorale. Tra i motivi di tensione spicca quello per cui i candidati all’opposizione spesso dichiarano che il partito di governo utilizza risorse statali per svolgere le proprie campagne elettorali. Questo è dunque il clima con cui inizia il secondo mandato da presidente di Uhuru Kenyatta.

Rimane nell’aria la lotta dinastica tra le famiglie Kenyatta e Odinga. Entrambi i candidati hanno manipolato audacemente le loro fortezze etniche, rispettivamente kikuyu e luo, mentre i loro sostenitori hanno dimostrato ancora una volta una tenace ossessione verso i modelli di voto tradizionali. La sofisticazione elettronica del sistema di voto non è stata all’altezza dei programmi di entrambi i candidati. Nessun accenno alla lotta alla corruzione e alle macchinazioni politiche, all’incombente disoccupazione giovanile e alle riforme politiche. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Vince Kenyatta, scoppiano gli scontri” di Federica Iezzi

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MEDIO ORIENTE. Da rifugiate a spose bambine

Nena News Agency – 09/08/2017

In crescita esponenziale i matrimoni precoci che coinvolgono minorenni siriane fuggite dalla guerra. Dietro simili scelte, stanno povertà e miseria nei paesi di accoglienza

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di Federica Iezzi

Roma, 9 agosto 2017, Nena News – Il matrimonio tra adolescenti è in aumento tra i profughi siriani e le giovani ragazze rifugiate sono oggi il più pericoloso target. Sempre più spesso le famiglie rifugiate non hanno il diritto di lavorare nei paesi di accoglienza e, di fronte a situazioni economiche disperate, il matrimonio con rifugiati di lunga data, diventa una soluzione per ottenere un permesso di soggiorno e di lavoro.

Capofila nella lotta contro le ‘spose bambine’, Save the Children ha identificato Giordania e Libano come i paesi più colpiti da queste nuove pratiche. Turchia e Iraq in coda alla lista.

La storie si sovrappongono. Ragazzine che in Siria frequentavano regolarmente la scuola prima della guerra, che insanguina le strade da ormai sei anni, sono state obbligate ad abbandonare l’infanzia e a sposare cugini o parenti lontani, già parte delle comunità di rifugiati a Zaatari, a nord della Giordania, o nei 12 campi ufficiali libanesi.

Secondo uno studio del 2015 condotto dall’università francese di Saint-Joseph di Beirut, il 23% dei rifugiati siriani si è sposato. Più di un milione di siriani vive in Libano, e più della metà di loro sono figli. In Libano non esiste una legge statale che impedisca i matrimoni tra ragazzini.

In Giordania le cifre mostrano una curva crescente nel tempo. Nel 2011 il 12% dei matrimoni registrati ha coinvolto una ragazza di meno di 18 anni. Questa cifra è salita al 18% nel 2012, al 25% nel 2013 e al 32% all’inizio del 2014. Di tutti i matrimoni registrati in Giordania nel 2013, il 13% ha coinvolto una ragazza con età inferiore ai 18 anni, cifra che è rimasta relativamente consistente nel corso degli ultimi anni. Dunque più di 9.600 giovani ragazze sono state coinvolte in matrimoni precoci.

Il matrimonio tra adolescenti è sempre esistito nelle zone rurali siriane. Il 13% delle ragazze in Siria si sposa ancora prima dei 18 anni di età. L’età legale da matrimonio in Siria è fissato a 17 anni per le ragazze e a 18 per i ragazzi. Tuttavia, i leader religiosi sono nella veste di autorizzare eccezioni.

Ma la guerra ha fatto precipitare le cose. Povertà, disuguaglianza di genere e mancanza di istruzione sono le dirette cause dei matrimoni precoci. Con le famiglie che lottano per pochi dollari al giorno, giovani donne affrontano la prospettiva del matrimonio e della maternità in età molto giovane.

Per rendere le cose ancora peggiori, molti di questi matrimoni sono a breve termine e non vengono ufficialmente registrati, lasciando le ragazze con poca protezione per loro stesse e per i loro figli. Il divorzio per una donna nei campi profughi significa vergogna, additamento e stigmatizzazione senza via d’uscita.

Secondo la recente indagine dell’UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione), l’iscrizione scolastica è diminuita tra le ragazze adolescenti siriane in Giordania e Libano. All’età di 9 anni, oltre il 70% delle ragazze risulta iscritta a scuola, ma già dall’età di 16 anni la percentuale cala a meno del 17%. La scolarizzazione è direttamente correlata con il fenomeno delle ‘spose bambine’, infatti le ragazze con meno istruzione sono anche le più vulnerabili ai matrimoni precoci.

Il matrimonio poi con uomini giordani o libanesi conferisce a queste ragazze il diritto di rivendicare la cittadinanza, consentendo loro di fatto di lasciare gli insediamenti dei rifugiati. È ormai pratica comune utilizzare il matrimonio per ottenere visti d’ingresso per quasi tutti i Paesi del Medio Oriente. Nena News

Nena News Agency “MEDIO ORIENTE. Da rifugiate a spose bambine” di Federica Iezzi

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The Lancet. In Turchia campagna di terrore contro medici e accademici

Nena News Agency – 07/08/2017

Una campagna di terrore e punizione è stata scatenata dal regime di Erdogan contro migliaia di professionisti della sanità e contro gli universitari turchi, denuncia la prestigiosa rivista scientifica britannica

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di Federica Iezzi

Roma, 7 agosto 2017, Nena News – Ad essere oggetto nell’ultima campagna di informazione dell’autorevole rivista scientifica inglese ‘The Lancet’, questa volta sono 207 tra professionisti della sanità, accademici e ricercatori e 25 organizzazioni sanitarie e dei diritti umani nella Turchia di Erdogan. Tra supplementi, edizioni specialistiche e scambi di opinioni internazionali sull’avanguardia del mondo dei camici bianchi, spicca la descrizione della campagna di terrore e punizione contro migliaia di professionisti della sanità e contro gli universitari turchi.

Dopo il tentativo di colpo di stato dello scorso luglio, il governo turco ha imposto nuove e dure misure di sicurezza, che sembrano essere state create per minare la libertà civile e la democrazia. Il licenziamento improvviso e immotivato di decine di migliaia di funzionari pubblici è stato il diretto risvolto.

Come parte di questa crisi, 463 accademici sono stati licenziati arbitrariamente. Tra questi, rileva la rivista medica, 11 sono stati sospesi di recente dal proprio lavoro, azione che precede spesso il licenziamento. Vietati i viaggi fuori dal Paese. Annullati i passaporti. Diffamazione, minacce, atti intimidatori hanno perseguitato questi professionisti. Tra quelli precedentemente licenziati e recentemente sospesi sono numerosi i medici universitari dalla rispettabile reputazione internazionale.

A questo quadro si aggiungono le decine di organizzazioni non governative internazionali sanitarie, verso cui si continuano ad impedire attività in Turchia. L’attacco dello Stato turco alla libertà accademica e alla libertà di parola è parte di un più ampio attacco alla democrazia già dettagliatamente raccontato da Amnesty International.

Tutto inizia quando all’inizio dello scorso anno, più di 2000 rappresentanti universitari e della cultura turca aderiscono alla campagna ‘Academics for Peace’, che chiedeva l’avvio di colloqui di pace tra il governo turco e le organizzazioni curde, e la presenza di osservatori internazionali nelle aree di conflitto.

L’operazione di pulizia ha visto il licenziamento da allora di almeno 5000 autorità universitarie.

Il Turkish Higher Education Council e il Scientific and Technological Research Council of Turkey, istituzioni ufficiali della scienza turca, sono oggi amministrati da fedeli sostenitori di Erdogan. Le due dirette conseguenza della campagna di terrore instaurata dalla “democratica” Turchia, ombreggiano pericolose.

La prima, spiega ‘The Lancet’, è che l’adozione di leggi e politiche che penalizzano la fornitura di cure mediche a persone che ‘sfidano’ autorità statali, come i manifestanti politici, impediscono di fatto agli operatori sanitari di fornire servizi, a causa della paura di incorrere in un eventuale processo penale. La seconda è che la sanzione legata a questo tipo di politica, scoraggia la popolazione a cercare servizi sanitari, a causa della paura di essere sospettati nel coinvolgimento di proteste.

Esempio calzante è la famosa rivolta del 2013 al Gezi Park. Il regime di Erdogan, contro cui i dissensi erano rivolti, ha obbligatoriamente richiesto al personale medico di segnalare i nomi dei manifestanti feriti e dello stesso staff sanitario, dati successivamente utilizzati per arrestare arbitrariamente i manifestanti e i medici di emergenza.

La protesta su ‘The Lancet’ segue, a distanza di anni, una simile iniziativa presa da un’altra tra le più accreditate riviste del mondo scientifico, il ‘British Medical Journal’, che nel 2013 si opponeva fortemente alle violazioni della neutralità medica in Turchia. Nena News

Nena News Agency “The Lancet. In Turchia campagna di terrore contro medici e accademici” di Federica Iezzi

The Lancet “Defending academic and medical independence in Turkey”

British Medical Journal “Attacks on medical personnel in Turkey”

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AFRICA. Kenya al voto, in vista nessun cambiamento

Nena News Agency – 01/08/2017

La base elettorale di Uhuru Kenyatta è costituita da agricoltori di piccole-medie imprese agricole. Quella di Raila Odinga sono i suoi governatorati fortificati. In ogni caso nessuna delle due figure rappresenta il marchio del cambiamento per il Kenya

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di Federica Iezzi

Roma, 1 agosto 2017, Nena NewsIl prossimo otto agosto il Kenya voterà per le sue quinte elezione presidenziali a partire dalla fine dello stato unilaterale del 1991. Delle quattro elezioni precedenti, tre sono state alterate dalla violenza, compresa l’elezione 2007-2008, quando 1.100 persone sono state uccise e 650.000 sfollate, in cui il presidente in carica fu accusato di crimini contro l’umanità nei riguardi delle etnie Luo, Luhya e Kalenjin, all’epoca principali oppositori.

Gli ultimi sondaggi vedono in testa il presidente in carica Uhuru Kenyatta, con il 47% dei voti, appoggiati dal partito liberale Jubilee. Dall’opposizione risponde, con il 42% dei voti, il partito National Super Alliance (NASA), coalizione di centro-sinistra, con il suo candidato Raila Odinga.

Secondo la legge costituzionale kenyana dunque, almeno per adesso, nessun candidato ha abbastanza voti per superare la fatidica soglia del 50%, indispensabile per aggiudicarsi la vittoria. A questo si aggiunge più del 10% degli elettori registrati che non prevede di partecipare alle prossime elezioni.

Nel 2013 Kenyatta ebbe la meglio su Odinga per soli 4.000 voti, con la piaga dilagante dei voti invalidi.

In un Paese in cui l’80% della popolazione ha meno di 35 anni, solo il 13% per cento di coloro che corrono per cariche politiche, sono in quella fascia d’età. Questo dice qualcosa sulla politica paternalistica che il Kenya sta lottando per allontanare. Per anni i giovani non hanno avuto e continuano a non avere alcun ruolo nella politica nazionale del Paese. La macchina elettorale è ancora guidata da vecchi politici e vecchie politiche che non riflettono la volontà del giovane elettorato.

La base elettorale di Uhuru Kenyatta è costituita da agricoltori di piccole-medie imprese agricole che si aspettavano autorevoli investimenti nell’agricoltura, in cambio del loro sostegno alla candidatura del 2013 dello stesso Kenyatta. Promesse puntualmente disattese.

La base di Raila Odinga, sono i suoi governatorati fortificati, durante il suo mandato quinquennale come primo ministro. Il resto del Paese è inesistente. Nessuna delle due figure insomma rappresenta il marchio del cambiamento per il Kenya.

Oggi la differenza in Kenya la fanno le 47 contee, in cui è stato suddiviso il Paese nel 2010, ciascuna con un proprio bilancio e con le proprie strutture politiche. Dunque, la politica iper-locale salva gli elettori dalla delusione collettiva verso la politica nazionale. La politica di ciascuna contea ha un impatto reale sulla vita degli abitanti. Le strade che non esistevano ora esistono. I pozzi che prima non c’erano ora vengono scavati.

Secondo gli osservatori di Human Rights Watch, le contee di Mandera, Baringo South, Laikipia e Turkana, sono a più alto rischio di violenze elettorali. Al momento non è garantita nè un’adeguata sicurezza nel corretto espletamento delle operazioni di legge, né un’adeguata protezione verso i residenti. Nena News

Nena News Agency “AFRICA. Kenya al voto, in vista nessun cambiamento” di Federica Iezzi

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L’universo degli impauriti, a bordo delle navi da salvataggio

Il Manifesto – 12 luglio 2017

REPORTAGE. Arrestiamo umani. A bordo delle navi di salvataggio fuori dalle coste libiche c’è un universo fatto di sudore, urina, vomito, sangue. E sperando di non respirare l’odore della morte, in quel mondo si trovano anche persone provenienti da paesi diversi ma accomunate dalla fuga: da guerre, torture, arresti arbitrari, stupri e violenze

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di Federica Iezzi

Tripoli (Libia) – Sul ventre di un’onda, tra la notte fonda e l’alba, la luna perde il suo bagliore e il cielo e il mare si sciolgono in un’oscurità così profonda che permette soltanto di fiutare il dolore acuto della miseria umana. È una mescolanza informe di sudore, urina, vomito, sangue. E si prega sempre che non ci sia anche l’odore della morte.

IL MAR MEDITERRANEO, lucido alla nuova luce di ogni mattino, è diventato il percorso migratorio più mortale al mondo. Nel 2016 gli sbarchi attraverso il Mediterraneo hanno superato i 360.000 e più di 5.000 migranti hanno perso la vita, prima di raggiungere i tanto bramati porti europei, i quali capofila rimangono quelli italiani. Solo nel 2017 le profondità oscure di questo mare sono diventate la tomba per più di 2.000 migranti.

LE ACQUE SALATE tra Libia e Italia accolgono instancabilmente chi fugge dai fucili, dalla repressione e dalla povertà della propria patria. Sovraffollate imbarcazioni da pesca in legno, imbottite in poliuretano, poco adatte per attraversare un fiume, tanto meno un vasto mare, parlano decine di dialetti diversi. Costa d’Avorio, Nigeria, Liberia, Somalia, Eritrea, Sudan senza dimenticare Siria, Afghanistan, Pakistan e Bangladesh.

Sono rifugiati. Rischiano tutto per avere una possibilità di libertà e dignità. Le centinaia di giubbotti salvavita, verniciati di un arancione che fa male agli occhi, stipati sul ponte principale della nave di soccorso, risvegliano il mondo alla severità imposta dall’Europa. Le storie si sovrappongono tutte. Kamal ha viaggiato per otto mesi da Mvolo, in Sud Sudan.

HA VISSUTO LA GUERRA e ha lasciato che gli passasse accanto, ha partecipato a proteste contro il governo del suo paese, è stato arrestato per le sue idee, è stato percosso, violentato e messo in isolamento, senza cibo e solo con acqua, per giorni nelle carceri sudanesi.

Poi è finito in Libia, dove è stato bloccato dai miliziani. Detenuto nei pressi di Misurata, in uno dei centri da loro gestiti, che non compare in nessuna cartina politica, ha pagato 400 dollari per essere rilasciato. E dopo otto mesi ha pagato ancora, questa volta i contrabbandieri, per attraversare il Mediterraneo.

Kamal ci dice «Le madri nei pescherecci non si rendevano conto che i loro bambini non erano più vivi, non si rendevano conto che tenevano in braccio bambini morti. La morte cancella tutti i lineamenti. Preferisco morire sulla terra. La morte in mare è silenziosa e solitaria».
Lo ascoltiamo abbassando gli occhi e pensando che forse in quel momento, quando l’ultimo respiro ti accompagna in acqua, in mezzo alla vastità del mare, una vita può sembrare insignificante. La speranza è aggrappata con le unghie sanguinanti ai bambini senza voce che sono ancora custoditi nelle pance delle donne.

LE ROTTE NEL MARE NOSTRUM hanno preso quota dopo l’accordo chiuso tra i civili Paesi dell’Unione europea e la Turchia, riguardo la violenta interruzione della via migratoria attraverso i Balcani.

Per i migranti dell’Africa occidentale, la via Agadez-Dirkou-Sabha è quella abitualmente solcata. In viaggi di migliaia di chilometri attraverso Niger e Libia, si arriva, in sella ai pick-up dei contrabbandieri, sulle coste libiche tra Zawarah e Sabratha, a ovest di Tripoli.
I migranti dell’Africa orientale, in particolare del Corno d’Africa, seguono la via Khartoum-Kufra, grazie alla quale i deserti del Sudan e della Libia, sono collegati a Bengasi.

DA TRIPOLI O BENGASI si aspetta il bel tempo, si salpa e non si sa se si arriva. Le piccole imbarcazioni gestite dal business lucrativo di contrabbando di persone, di una Libia totalmente instabile politicamente, viaggiano alla velocità di cinque miglia all’ora. Il distruttivo viaggio fino alle coste europee può durare più di 40 ore. A non meno di sessanta miglia nautiche (110 chilometri) dalla costa libica inizia l’area di azione dell’agenzia europea Frontex: spesso per i migranti è l’unica speranza di arrivare vivi all’altro capo del Mediterraneo.

SULLA NAVE l’odore è pungente. Arrivano da Eritrea, Etiopia, Gambia, Senegal, Nigeria, Mali. La maggior parte è a piedi nudi, con le gambe di ebano coperte di polvere e sale marino incrostato. A soli 17 anni, Jawo è in viaggio dalla capitale gambiana, Banjul. Il suo viaggio è iniziato dopo che il padre è stato arrestato per motivi politici. Ha viaggiato attraverso Mali, Burkina Faso e Niger per raggiungere la Libia sud-occidentale. Ci racconta che i trafficanti lo hanno messo nella parte posteriore di un camioncino e hanno guidato per dieci giorni sulle dune desolate del Sahara.

«Potevamo portare una tanica da quattro litri di acqua ciascuno. Gli ultimi giorni non ho bevuto nulla. La sabbia mi entrava negli occhi e io non avevo nemmeno la forza di chiuderli. Il mio sguardo era fisso verso un orizzonte che sembrava non finire mai».
Ci racconta che una volta arrivati sulla costa libica, prima di imbarcarsi, tutti i migranti ricevono una chiamata. Il trafficante che subentra, li fa riunire in un posto specifico. Tutti i telefoni vengono raccolti e confiscati.

Non si possono portare bagagli e fino al momento dell’imbarco vengono forniti cibo, acqua e servizi igienici. Molti raggiungono di notte il peschereccio sorteggiato per la traversata e non trovano spazio. Questo significa partenza rimandata ma soprattutto altra permanenza in Libia, dove si rischia di finire in carcere. Per Jawo, che ha attraversato il Sahara e il Mediterraneo, un nuovo viaggio è destinato ad iniziare in una nuova terra. Lo aspettano i volontari con scatoloni di cartone pieni di sandali. Gli viene consegnato un paio di scarpe in gomma. Jawo viene contrassegnato con un numero e svanisce dietro una tenda. «Non pensavo di arrivare vivo», è così che ci saluta, impaurito per la vecchia vita lasciata e per la nuova da iniziare.

ABDOULAYE ARRIVA DA GAO, in Mali. È arrivato ad Agadez in autobus. Da lì un contrabbandiere per 800 dollari l’ha portato a Tripoli. Ha dormito per giorni in un magazzino abbandonato a Sabratha: «Mi hanno detto che se mi vedevano, mi avrebbero portato in carcere. È dura in Libia uscire dal carcere. Ti tengono in ostaggio, fino a che non li paghi. Così da quel magazzino affollato, che condividevo con altre 60 persone, uscivo soltanto di notte per bere e mangiare. Il Ramadan mi ha aiutato, digiunavo dall’alba al tramonto, e non pensavo alla sete in quei giorni bollenti».

I CONTRABBANDIERI hanno promesso a Abdoulaye che per 400 dollari l’avrebbero buttato su una barca per raggiungere l’Italia. E l’hanno fatto. Era un gommone di 20 metri di lunghezza, alimentato da un motore esterno.

«Eravamo 130, stipati in uno spazio disegnato per 25 persone. Quel motore faceva un rumore strano. Io sapevo che non saremmo andati lontani, a Gao ero meccanico. Ma avevo paura delle milizie e dei soldati libici, avevo paura dei contrabbandieri. Avevo paura della mia ombra. Così sono salito e ho pregato»

A Abdoulaye hanno dato un giubbotto salvavita che ha pagato quattro dollari, non c’era spazio per altro. Uno dei contrabbandieri con un AK-47 in mano è saltato nel gommone, e li ha diretti verso il mare. Dopo solo un’ora di viaggio, ad aspettarlo in pieno mare un’imbarcazione a vela che lo ha riportato a terra. A capo dei pescherecci spesso rimane un rifugiato dotato di una formazione nautica rudimentale. A volte si riescono a reperire veri pescatori, egiziani o tunisini, che cercano semplicemente un mezzo per arrivare in Europa.

«Improvvisamente il mare e il cielo avevano lo stesso colore: il nero»
LA REALTÀ diventa così pesante che la maggior parte delle persone rimane seduta in silenzio. Troppo impauriti per parlare, per piangere, per gridare, per fare domande.
Poi il primo bip sul radar e Abdoulaye sale sulla nave bianca di soccorso. «Ho visto tute bianche protettive, caschi e giubbotti di salvataggio». Non sapeva chi avrebbe trovato, non sapeva che l’avrebbe visitato un medico, non sapeva che gli avrebbero dato da bere e da mangiare. Ci dice «grazie», l’aveva imparato in Mali dal suo telefono sequestrato dal contrabbandiere con l’AK-47 in Libia. È il grazie che ci ha fatto commuovere.

Il Manifesto “REPORTAGE. L’universo degli impauriti, a bordo delle navi da salvataggio” di Federica Iezzi

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Voices from purgatory: ‘Why are we here?’

Il Manifesto Global – 22 giugno 2017

REPORTAGE. We went behind the bars of Abu Salim detention center in Libya, where thousands of migrants, including women and children, are held illegally. They’re forced to work, they’re raped and they aren’t provided proper medical care. The only way out is a bribe

Abu Salim Detention Centre - Tripoli (Libia)

by Federica Iezzi

Tripoli (Libya) – The same questions are asked over and over like a pounding litany, waiting for an answer that, at best, will arrive months later. The arbitrary detentions in Libya seem legalized.

Silence, darkness and solitude accompany the already arduous journey of thousands of families trying to escape war, persecution, violence and hunger.

Among cages, bars and temperatures approaching 38 degrees Celsius (100 Fahrenheit), the voices of the migrants ask in various dialects: “Why are we here? And when can I get out?”

We are enclosed in the vortex of the Abu Salim Detention Center, in the homonymous Tripoli district, where, according to estimates of the International Organization for Migration (IOM), there are at least 6,000 detained migrants.

The red tape for dozens of permits slows down health-related activities, monitoring and judicial processes in the 44 detention centers set up by the Libyans, including 24 managed directly by the al-Sarraj government. In the hours and hours of waiting, time does not exist. Time is the exact moment lived.

Departures of migrants from Libyan shores never stop. Thousands of people continue to arrive every day to Libya. Many try to hide, waiting to board an old fishing boat, after paying a smuggler the sum required. And then they brave the 470 kilometers of sea that separates Libya from Italy. This stretch has become a graveyard for more than 4,500 people in 2016 and more than 1,500 people already this year.

But most of the people are trapped in the limbo of detention centers. The legal situation in Libya winds its way through unconstitutional laws and transitional rules, the result of the ongoing conflict and the legacy of the Gaddafi era.

The result is that today’s migrants, refugees and asylum seekers are all considered illegal aliens and, therefore, are subject to fines, detention and deportation, based on the old 1987 and 2004 laws.

The fines can go as high as 1,000 Libyan dinars (about $730), and they skyrocket if the immigrant does not have any entry documents. The detentions involve forced labor and, almost always, end with expulsion from Libya. The term of imprisonment for a migrant is arbitrary and unpredictable, it can last from a few months to two years.

One cell, designed to hold four people, is shared by 20 women and 20 children, crammed next to one another. The four corners of the room are occupied by dozens of mattresses, thrown chaotically on the ground.

Mothers comb the hair of disoriented girls who proudly show their bare feet. There are no toys. There is not enough water for everyone. There are five bathrooms for 150 people. Often, the detainees are forced to urinate and defecate in their cells.

“I gave birth to my baby in one of these filthy toilets,” a mother named Naalia tells us. “He was covered in blood and was dying of suffocation.” She tells us about it while standing in front of those nauseatingly smelly latrines, a stench that stings the eyes. A mixture of acid, excrement and urine, washed with buckets of stagnant water.

“That image haunts me,” she says. No doctor assisted Naalia and her son that day. They did not receive any special treatment: The meal was barely 400 calories, and the milk was yellowish and diluted with well water.

Every prison guard carries a Kalashnikov. They swear they take the children out once a day, but in fact the children are let out once every four days. Outside, there is a large open area, where they roam around, doing nothing for a couple of hours, surrounded by barbed wire fences.

We sit with Victor beside the mattress on which he has slept for 10 months and he tells us: “They arrested me in Garabulli.” He wants to tell his family that he is still alive, but he cannot. During arrests, Libyan soldiers systematically confiscate all phones, so their only form of communication is interrupted.
Victor comes from the city of Kano, in northwest Nigeria. “I paid $2,000 to cross Niger, via the Agadez crossing. Then, I arrived in Sabha in Libya, and for another $700 I was led to Garabulli.”

Before risking death in the Mediterranean and before crossing the battlefields of the Libyan civil war, most West African immigrants go through Agadez, which travelers can reach by bus from almost anywhere. It is the northernmost edge of the area known as Ecowas (Economic Community of West African States), similar to Europe’s Schengen area, where people can travel without a visa.

In Agadez, all bus drivers stop and smugglers start moving people across the desert. Only a select few local drivers know which dunes lead to the Sahara and which ones lead to death. The trek to Sabha takes two weeks, without food or water.

Up to 2,000 Migrants from Sub-Saharan Africa go through Libya every week, from the border checkpoint located in the village of Tumo, between Niger and Libya, one of the three main points of entry patrolled by the Libyan army, along with Ghat and Ghadames.

When Victor recounts the details of his journey, his eyes seem unfocused. “No doctor comes to the center,” he says. It is impossible to obtain a detailed list of those held in the Abu Salim cells. No one is informed of the reason for their imprisonment. There is no formal registration, no legal process is performed and no one is allowed to talk to the judicial authorities.

Only once a month, a mobile clinic is admitted to treat skin diseases, diarrhea, and respiratory and urinary infections. The health system in Libya is close to collapse, due to chronic lack of medicines, medical equipment and personnel.

“After 4,000 km,” Victor continues, “I was ready to embark in Garabulli, along with hundreds of other poor bastards. Often, the coast guard, constantly threatened by the traffickers, close their eyes. This time, they captured us and we were taken to Abu Salim.”

There, he was forced to work on their agricultural projects, carry around sand and stones while wearing chains on his wrists, work on paving their roads and participate in the construction of waste collectors. He has been mocked, mistreated, raped and beaten. He was held in prison because he did not have enough money to pay off corrupt police.

How do they leave? The guards provide a phone to detainees and force them to call their relatives and ask them to transfer large sums of money to buy their freedom.

These chilling stories seep into your bones in the silence of the center. Each of these detentions is completely illegitimate.

Il Manifesto Global ‘Voices from purgatory: Why are we here?’ by Federica Iezzi

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REPORTAGE. Voci dal limbo ‘Perchè siamo qui’

Il Manifesto – 21 giugno 2017

Libia. Dietro le sbarre del centro di detenzione Abu Salim, dove migliaia di migranti, donne e bambini inclusi, aspettano per mesi, in condizioni estreme, una risposta alle loro domande. Storie di persone in fuga da guerre e fame, che dopo aver attraversato il deserto subiscono lunghe detenzioni illegali, private di ogni diritto

Abu Salim Detention Centre - Tripoli (Libia)

di Federica Iezzi

Tripoli (Libia) – Si sentono ripetere le stesse domande come una martellante litania, in attesa di una risposta che nella migliore delle ipotesi arriva dopo mesi. Le detenzioni arbitrarie in Libia sembrano legalizzate.

Silenzio, oscurità e solitudine accompagnano il già duro viaggio di migliaia di famiglie che provano a fuggire da guerra, persecuzione, violenza, fame.

Tra gabbie, sbarre e temperature che sfiorano i 38 gradi, le voci dei migranti scandiscono nei vari dialetti «Perché sono qui? E quando posso uscire?».

SIAMO BLOCCATI nel vortice dell’Abu Salim Detention Centre, nell’omonimo distretto di Tripoli, dove le stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), parlano di almeno 6 mila migranti detenuti.

L’ottenimento di decine di permessi rallentano l’attività sanitaria, monitoraggio e iter giudiziari nei 44 centri di detenzione dichiarati dai libici, di cui 24 gestiti direttamente dal governo di al-Sarraj. Ore e ore di inutile attesa, il tempo non esiste. Il tempo è lo stesso momento che si vive.

LE PARTENZE DEI MIGRANTI dalle coste libiche non si fermano mai. Migliaia di persone continuano ad arrivare in Libia ogni giorno. Molti cercano di nascondersi, aspettando di salire su un vecchio peschereccio, dopo aver pagato la somma richiesta dal trafficante di turno, per affrontare i 470 chilometri di mare che separano la Libia dall’Italia, diventati un cimitero per più di 4.500 persone nel 2016 e già quest’anno per più di 1.500 persone .

Ma la maggior parte della gente rimane intrappolata nel limbo dei centri di detenzione. La situazione legale in Libia si districa tra leggi incostituzionali e leggi transitorie, frutto del conflitto in corso e dell’eredità dell’era Gheddafi.

Il risultato è che oggi migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono tutti considerati illegali, e dunque soggetti a multe, detenzione e espulsione, in base a vecchie leggi del 1987 e del 2004.

Le multe arrivano fino a 1.000 dinari libici (circa 700 euro), che salgono alle stelle se si è sprovvisti di documenti d’ingresso. Le detenzioni prevedono lavori forzati e si concludono praticamente sempre con l’espulsione dal territorio libico. La durata della prigionia per un migrante è arbitraria e imprevedibile, può durare da qualche mese a due anni.

LO SPAZIO DI UNA CELLA pensato per quattro persone, viene condiviso da 20 donne e 20 bambini, stipati uno accanto all’altro. Anche i quattro angoli della stanza sono occupati da decine di materassi buttati caoticamente a terra.

Le mamme pettinano i capelli alle bambine che disorientate mostrano fiere i piedi nudi. Non ci sono giocattoli, né acqua sufficiente per tutti. 5 bagni per 150 persone. I detenuti sono spesso costretti a defecare e urinare nelle loro celle.

«HO PARTORITO IL MIO BAMBINO in uno di questi lerci gabinetti. Era ricoperto di sangue e stava morendo soffocato». Ce lo racconta in piedi di fronte all’odore nauseabondo di quelle latrine, un odore che brucia perfino gli occhi. Un misto di acido, escrementi e urina, lavati da secchiate di acqua stagnante.

«Quell’immagine mi perseguita» continua. Nessun medico è corso a raccogliere Naalia e suo figlio quel giorno. Nessun trattamento privilegiato: il pasto era sempre di 400 calorie e il latte era giallastro e allungato con l’acqua delle pozze.

Ogni guardia carceraria ha il suo kalashnikov in mano, ci giurano che portano fuori i bambini una volta al giorno. In verità i bambini escono una volta ogni quattro. Fuori c’è una grande area aperta, dove rimangono a fare niente per un paio di ore, circondati da recinzioni di filo spinato.

CI SEDIAMO accanto al materasso su cui ha dormito per dieci mesi e Victor ci racconta: «Mi hanno arrestato a Garabulli». Vorrebbe dire alla sua famiglia che è ancora vivo, ma non può. All’arresto i soldati libici confiscano tutti i telefoni, così l’unica forma di comunicazione rimasta viene interrotta.

Victor arriva dalla città di Kano, nord-ovest della Nigeria. «Ho pagato 2 mila dollari per attraversare il Niger, sulla via di Agadez. Poi sono arrivato a Sabha in Libia e per altri 700 mi hanno portato a Garabulli».

PRIMA DI RISCHIARE LA MORTE nel Mediterraneo e prima di attraversare i campi di battaglia della guerra civile libica, la maggior parte degli immigrati dall’Africa occidentale passa per Agadez, dove si può arrivare in autobus da qualunque località. È il bordo più settentrionale della cosiddetta zona Ecowas (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale), simile alla nostra area Schengen, in cui si può viaggiare senza il visto.

A Agadez tutti i conducenti di bus si fermano e inizia il contrabbando di persone alla volta deldeserto. Solo alcuni selezionati autisti locali sanno quali dune conducono al Sahara e quali alla morte. In due settimane si arriva a Sabha, senza cibo né acqua.

FINO A 2 MILA MIGRANTI provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana attraversano la Libia ogni settimana, dal posto di controllo di frontiera del villaggio di Tumo, tra Niger e Libia, uno dei tre punti principali di ingresso, pattugliati dall’esercito libico, insieme a Ghat e Ghadames.

Quando Victor racconta i dettagli del suo viaggio i suoi occhi sembrano persi nel vuoto. «Nessun medico viene al centro», ci dice. Non si riesce ad avere un elenco dettagliato di quanti si trovano nelle celle dell’Abu Salim. Nessuno viene informato della ragione per cui viene rinchiuso. Non esiste alcuna registrazione formale, nessun processo legale viene espletato e non è consentito parlare con le autorità giudiziarie.

Solo una volta al mese in una clinica mobile vengono controllate malattie della pelle, episodi di diarrea, infezioni respiratorie e urinarie. Il sistema sanitario in Libia è prossimo al crollo con mancanza cronica di medicinali, apparecchiature medicali e personale.

VICTOR INTANTO CONTINUA il suo racconto: «Dopo 4.000 chilometri, a Garabulli ero pronto ad imbarcarmi insieme a centinaia di altri poveri cristi. Spesso la guardia costiera, costantemente minacciata dai trafficanti, chiude gli occhi. Quella volta ci hanno presi e ci hanno portati a Abu Salim».

Lì ha lavorato per la loro agricoltura, ha trasportato con le catene alle mani sabbia e pietre, ha partecipato alla pavimentazione delle loro strade e alla costruzione dei collettori per i rifiuti. Schernito, maltrattato, violentato e picchiato. È stato trattenuto in prigione perché non aveva soldi sufficienti per pagare la polizia corrotta, custode di sporchi fili spinati.

Come ne escono? Le guardie forniscono un telefono super-lusso au dernier cri ai detenuti e li forzano a chiamare i propri parenti per chiedere loro di trasferire ingenti somme di denaro e comprare così la libertà.

E si continuano ad ascoltare in silenzio queste storie con il gelo che si infiltra nelle ossa. La sensazione è solo quella che ciascuna detenzione sia completamente illegittima.

Il Manifesto 21/06/2017 – REPORTAGE. Voci dal limbo ‘Perchè siamo qui’ – di Federica Iezzi

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