MEDIO ORIENTE. Da rifugiate a spose bambine

Nena News Agency – 09/08/2017

In crescita esponenziale i matrimoni precoci che coinvolgono minorenni siriane fuggite dalla guerra. Dietro simili scelte, stanno povertà e miseria nei paesi di accoglienza

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di Federica Iezzi

Roma, 9 agosto 2017, Nena News – Il matrimonio tra adolescenti è in aumento tra i profughi siriani e le giovani ragazze rifugiate sono oggi il più pericoloso target. Sempre più spesso le famiglie rifugiate non hanno il diritto di lavorare nei paesi di accoglienza e, di fronte a situazioni economiche disperate, il matrimonio con rifugiati di lunga data, diventa una soluzione per ottenere un permesso di soggiorno e di lavoro.

Capofila nella lotta contro le ‘spose bambine’, Save the Children ha identificato Giordania e Libano come i paesi più colpiti da queste nuove pratiche. Turchia e Iraq in coda alla lista.

La storie si sovrappongono. Ragazzine che in Siria frequentavano regolarmente la scuola prima della guerra, che insanguina le strade da ormai sei anni, sono state obbligate ad abbandonare l’infanzia e a sposare cugini o parenti lontani, già parte delle comunità di rifugiati a Zaatari, a nord della Giordania, o nei 12 campi ufficiali libanesi.

Secondo uno studio del 2015 condotto dall’università francese di Saint-Joseph di Beirut, il 23% dei rifugiati siriani si è sposato. Più di un milione di siriani vive in Libano, e più della metà di loro sono figli. In Libano non esiste una legge statale che impedisca i matrimoni tra ragazzini.

In Giordania le cifre mostrano una curva crescente nel tempo. Nel 2011 il 12% dei matrimoni registrati ha coinvolto una ragazza di meno di 18 anni. Questa cifra è salita al 18% nel 2012, al 25% nel 2013 e al 32% all’inizio del 2014. Di tutti i matrimoni registrati in Giordania nel 2013, il 13% ha coinvolto una ragazza con età inferiore ai 18 anni, cifra che è rimasta relativamente consistente nel corso degli ultimi anni. Dunque più di 9.600 giovani ragazze sono state coinvolte in matrimoni precoci.

Il matrimonio tra adolescenti è sempre esistito nelle zone rurali siriane. Il 13% delle ragazze in Siria si sposa ancora prima dei 18 anni di età. L’età legale da matrimonio in Siria è fissato a 17 anni per le ragazze e a 18 per i ragazzi. Tuttavia, i leader religiosi sono nella veste di autorizzare eccezioni.

Ma la guerra ha fatto precipitare le cose. Povertà, disuguaglianza di genere e mancanza di istruzione sono le dirette cause dei matrimoni precoci. Con le famiglie che lottano per pochi dollari al giorno, giovani donne affrontano la prospettiva del matrimonio e della maternità in età molto giovane.

Per rendere le cose ancora peggiori, molti di questi matrimoni sono a breve termine e non vengono ufficialmente registrati, lasciando le ragazze con poca protezione per loro stesse e per i loro figli. Il divorzio per una donna nei campi profughi significa vergogna, additamento e stigmatizzazione senza via d’uscita.

Secondo la recente indagine dell’UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione), l’iscrizione scolastica è diminuita tra le ragazze adolescenti siriane in Giordania e Libano. All’età di 9 anni, oltre il 70% delle ragazze risulta iscritta a scuola, ma già dall’età di 16 anni la percentuale cala a meno del 17%. La scolarizzazione è direttamente correlata con il fenomeno delle ‘spose bambine’, infatti le ragazze con meno istruzione sono anche le più vulnerabili ai matrimoni precoci.

Il matrimonio poi con uomini giordani o libanesi conferisce a queste ragazze il diritto di rivendicare la cittadinanza, consentendo loro di fatto di lasciare gli insediamenti dei rifugiati. È ormai pratica comune utilizzare il matrimonio per ottenere visti d’ingresso per quasi tutti i Paesi del Medio Oriente. Nena News

Nena News Agency “MEDIO ORIENTE. Da rifugiate a spose bambine” di Federica Iezzi

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SIRIA. Riapre una parte delle scuole ad Aleppo Est

Nena News Agency – 26/01/2016

Un totale di 3.825 studenti delle scuole primarie e secondarie hanno ripreso gli studi dopo le vacanze di Natale e Capodanno

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di Federica Iezzi

Roma, 26 gennaio 2017, Nena News – Grazie al lavoro delle autorità municipali, sono state riparate in parte 17 scuole nei quartieri orientali di una Aleppo distrutta dai combattimenti degli ultimi quattro anni. E a breve apriranno di nuovo le porte di altre sei scuole nella stessa Aleppo Est.

Un totale di 3.825 studenti delle scuole primarie e secondarie hanno ripreso gli studi dopo le vacanze di Natale e Capodanno.

Secondo i piani di ricostruzione, almeno 50 scuole sarabbero da riparare nella parte orientale della città durante l’anno scolastico in corso, e circa 100 istituzioni educative riapriranno entro l’inizio del prossimo anno scolastico. Per quattro anni i nuovi semestri sono iniziati nelle aule dei seminterrati della zona orientale della città, per appena il 6% dei bambini.

Secondo le stime delle Nazioni Unite una scuola pubblica su quattro, in tutto il Paese, è inutilizzabile a causa di danni o perchè impiegata come rifugio per gli sfollati interni.

Rannicchiati su stuoie nelle piccole aule, i bambini sfogliano libri di testo strappati e scrivono su lavagne rotte, spesso in scuole utilizzate per anni dai miliziani come basi. Scuole che prima contavano 500 studenti oggi sono senza sedie e banchi, con le finestre in frantumi, con detriti non ancora rimossi. Eppure il 70% dei bambini è tornato nelle aule ad ascoltare le lezioni dei propri insegnanti.

Grazie alla campagna di sensibilizzazione dell’UNICEF, nuovi banchi, sedie, scrivanie, armadi, riscaldatori e materiale scolastico sono stati distribuiti nelle scuole maggiormente colpite.

Oggi nella zona est di Aleppo si conta una popolazione di 65.345, secondo i calcoli delle agenzie umanitarie internazionali. I quartieri di Hanano, Tariq al-Bab e al-Qaser ospitano il maggior numero di rimpatriati, rispettivamente 16.500, 14.194 e 10.260 civili. Tuttavia, ad oggi, non è stata ancora effettuata alcuna valutazione strutturale degli edifici danneggiati, comprese le scuole, in questi quartieri.

Nonostante strade ancora piene di polvere e macerie, carenza di elettricità ed acqua, tornare a scuola per molti bambini significa incontrare amici ed insegnanti. Significa tornare alla normalità. Fino a un mese fa le voci dei bambini erano coperte dal rumore di aerei a bassa quota, da quello di mortai e armi da fuoco, oggi si sentono leggere ad alta voce, ripetere a memoria poesie, rispondere alle domande degli insegnanti.

A causa del danneggiamento degli edifici scolastici si lotta contro una generale mancanza di spazi di apprendimento. Mancano servizi igienico-sanitari e elettricità. La soluzione vagliata dal governo siriano per evitare il sovraffollamento delle aule è l’installazione di prefabbricati, come scuole.

Per 650 bambini rimasti lontani dalle scuole dal 2012, sono iniziati programmi di reinserimento nei piani didattici. Per gli studenti che hanno perso diversi anni di scuola, sono tornati disponibili programmi di apprendimento accelerati. 1.400 bambini hanno beneficiato di programmi di autoapprendimento messi a disposizione dalla Syrian Society for Social Development, nei quartieri di Hanano, Jibreen e as-Safira.

Almeno 9.800 bambini in età prescolare hanno beneficiato di attività di ‘edutainment’ in materia di istruzione non formale, nei quartieri di Jibreen e Hanano, gestiti da partner dell’UNICEF. Un totale di 4.500 bambini sono tornati in cinque scuole primarie dei quartieri di Hanano, Bayyada, Mayyasar, Shakhour e Hulluk. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Riapre una parte delle scuole ad Aleppo Est” di Federica Iezzi

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FOTOREPORTAGE. Dentro l’Aleppo della tregua

Nena News Agency – 13/01/2017

Nena News entra nella zona est della città siriana che tenta un difficile ritorno alla normalità dopo anni di combattimenti. Le macerie cominciano ad essere rimosse e i primi negozi riaprono. Ma le condizioni di vita restano misere

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di Federica Iezzi

Aleppo, 13 gennaio 2017, Nena News – Condivisione di culture e tradizioni, patria di popoli arabi sunniti, sciiti, curdi, turcomanni, alawiti, cristiani assiri e armeni: è questo che ha regalato ad Aleppo un ineguagliabile posto nel Medio Oriente.

Tornata completamente in mano al governo, dopo anni di combattimenti, Aleppo oggi è in un limbo di rovine e speranza. L’aria che si respira è ancora piena di paura e sospetto, ma non si sente più il rumore della guerra.

In 116mila avrebbero lasciato la zona orientale della città dal giorno del cessate il fuoco, mediato da Russia e Turchia. Di questi, 80mila sono sfollati interni ad Aleppo ovest e 36mila hanno raggiunto Idlib. Sono 20mila i civili che attualmente vengono assistiti ad Aleppo Est. Prima dell’inizio del conflitto siriano, la città contava 3,5 milioni di abitanti. In 35mila sarebbero rimasti uccisi durante il conflitto.

L’aspettativa di vita per la popolazione siriana è scesa mediamente di venti anni e la mortalità infantile è aumentata del 10%. Povertà e malnutrizione sono i demoni da combattere ora.

Ma la gente tornata nella zona orientale è pronta a ricominciare. Quando si entra ad Aleppo Est quello che si scorge è che la vita va avanti. E’ previsto un piano di ricostruzione, già partito con la rimozione di detriti e macerie di strutture ed edifici distrutti dai bombardamenti. All’ottimismo si affiancano le difficoltà concrete della quotidianità. Ancora per troppe poche ore al giorno elettricità e acqua potabile sono tornate nei quartieri di Aziziyeh, al-Sha’ar e al-Shakour nell’Aleppo Est.

I negozi sopravvissuti ad anni di saccheggi e i mercati che timidamente riprendono forma e colori, accolgono beni di prima necessità e prodotti alimentari che entrano dalla Turchia, attraverso i valichi di frontiera di Bab al-Salama e Jarabulus, a nord di Aleppo. Le piccole fabbriche sono tornate a produrre prodotti tessili e alimentari, nell’area industriale di al-Arqoub.

Le autorità municipali di Aleppo sono riuscite a riparare in parte 17 scuole nei quartieri orientali della città, distrutti dai combattimenti tra esercito governativo e jihadisti. E un totale di 3.825 studenti hanno ripreso gli studi. Cinque centri medici e due ospedali riprenderanno in tempi brevi un normale funzionamento. Nena News

Nena News Agency “FOTOREPORTAGE. Dentro l’Aleppo della tregua” di Federica Iezzi

“Dentro l’Aleppo della tregua” di Federica Iezzi

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La speranza di Aleppo

Il Manifesto – 12 gennaio 2017

REPORTAGE. La città assediata dal conflitto dal 2012 prova a ricostruirsi. I primi banchetti di verdure appaiono nel suq, gli ospedali registrano i nuovi nati. Sullo sfondo macerie e ferite aperte

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di Federica Iezzi

Aleppo (Siria) – “L’ospedale dove ero con i miei due bambini è stato attaccato quattro volte in tre giorni. Ci hanno fatto uscire dall’edificio perché era vicino al fronte di battaglia”. Ci arriva da lontano il racconto dalla delicata voce di Jamilaa. Esce dalla cucina e porta con sé una piccola teiera rossa, in quella sua casa attorniata da cadaveri di case.

«Come riescano a rimanere in piedi sventrate, rimane un mistero. In molte mancano porte e finestre». Alla nostra domanda sulle responsabilità di quei bombardamenti, lei risponde: «I nostri uomini sono i responsabili, che siano parte dell’esercito governativo o dell’opposizione. Gente che abitava queste case, gente che veniva curata in questi ospedali, gente che mandava i figli in queste scuole».

Rientrare con lei e la sua famiglia in quelle stanze, seppur profondamente ferite, riempie di gioia l’atmosfera ancora natalizia. Si, perché è stato Natale anche ad Aleppo per i 35mila cristiani rimasti, nel quartiere di Aziziyeh. Jamilaa ci racconta che conserva la carne sotto il sale perché l’elettricità non è sufficiente per il frigorifero. «Me l’aveva insegnato mia nonna quando ero piccola, non pensavo mi sarebbe mai potuto servire».

Dentro casa più o meno la temperatura è la stessa di quella fuori. C’è solo una piccola stufa elettrica che rimane accesa per qualche ora al giorno. C’è un caminetto ma non c’è legna da ardere.

I discorsi nelle strade di Aleppo sono velati di speranza. Speranza di tornare ad una vita normale. Per la prima volta dal 2012, le forze governative controllano l’intera Aleppo. Per la prima volta da allora, il conflitto non infuria.«Le notti sono silenziose. La mattina non ci svegliamo con il rumore assordante dei caccia», continua il marito di Jamilaa.

Per la prima volta si parla di ricostruzione. È iniziata sotto il freddo pungente una febbrile rimozione di macerie e detriti dalle strade principali. Tanta gente torna per vedere i propri negozi, le proprie case, per vedere se gli edifici sono in piedi. Nonostante l’enorme trauma e le ferite ancora aperte, tanta gente torna per restare.

Le priorità ora sono quelle del riscaldamento e dell’alimentazione. Le Nazioni Unite, entrate nella città, continuano a distribuire stuoie, coperte, vestiti, teli di plastica, per affrontare il continentale rigido inverno siriano. Le associazioni umanitarie assistono circa 20mila civili ad Aleppo Est, con pasti caldi due volte al giorno e acqua potabile. Più di un milione di persone hanno accesso di nuovo all’acqua pulita in bottiglia o tramite pozzi.

Le vie centrali di Aleppo sono oggi riempite da militari dell’esercito governativo con al seguito armi da fuoco, dalle bandiere siriane, dalla gente rimasta che cerca di comprare qualcosa da mangiare nei mercati ancora semivuoti. Ci sono teli colorati e bancarelle nella zona del mercato dell’antica città di Aleppo. Sono disposti in modo ordinato vicino l’al-Madina souq, il medievale mercato coperto, disegnato sulle mura della città, in gran parte distrutto da una guerra spietata, nonostante la protezione da parte dell’UNESCO.

È difficile da immaginare ora quel fiorente mercato che anni fa era il centro economico della città. Il grado di distruzione è estremamente grave. Le cicatrici profonde. I pezzi di storia perduti lacerano le memorie degli anziani. Le enormi quantità di macerie rendono irriconoscibili i luoghi, i passaggi, le strade, perfino per chi ha abitato la città per anni.

Non restano che crateri, rovine e sbiaditi ricordi di centinaia di negozi di sapone, spezie, seta, lana, rame, oro e prodotti della ricca agricoltura siriana. Molti venditori non possono offrire nulla se non qualche verdura, coltivata in cassette di legno davanti le proprie case. Spinaci e ravanelli sono i più facili da trovare. Il resto delle bancarelle rimane vuoto.

Servizi di Primary Health Care sono disponibili attraverso sette cliniche mobili e 12 team mobili, per la distribuzione di medicine, materiali sanitari e chirurgici, per il trattamento dei traumi, e latte per neonati. 8.836 visite: questi i numeri dall’inizio delle evacuazioni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i partner del settore sanitario forniscono assistenza a 11 strutture sanitarie pubbliche coprendo un bacino di 60mila persone. Più di 10mila bambini sono stati vaccinati contro la poliomielite; 1.381 malati sono stati trasportati nei più attrezzati ospedali della parte occidentale della città.

Anche se non c’è nessun combattimento, qualche famiglia continua ad uscire dall’Aleppo orientale, dopo approfonditi controlli, attraverso il Ramouseh checkpoint a est della città. Lo stesso da cui sono transitati i feriti nei corridoi umanitari allestiti dalla Croce Rossa Internazionale.

Sono 116mila le persone che hanno lasciato la città dal giorno del cessate il fuoco, mediato da Russia e Turchia. Di questi, 80mila sono sfollati interni ad Aleppo ovest e 36mila hanno raggiunto Idlib. E negli ultimi giorni circa 2.200 famiglie hanno fatto ritorno nel quartiere Massaken Hanano. Sono rimasti in tutta la città circa un milione e mezzo di civili, contro i quattro milioni che si contavano prima dei combattimenti.

Ma sono tornati nelle strade i bambini. E i bambini sono lo specchio di come vanno le cose. Giocano al freddo e sperano nella scuola. Alcuni di loro non entrano in un’aula da cinque anni. Sono entusiasti di sfogliare di nuovo un libro, di fare il dettato in classe, di tornare a casa per fare i compiti invece di essere costretti ad ascoltare i rumori della guerra.

E, allora, chi ha vinto una guerra che ha provocato la perdita di oltre 500mila vite, costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case e scatenato onde di profughi in stati confinanti?

Le tracce di combattimenti sono quasi ovunque. Bossoli, proiettili, vestiti e documenti di soldati uccisi, sacchi di sabbia e teli, verosimilmente tane dei cecchini, pitturano le strade di una Aleppo senza forze. Un campo di battaglia che non ha risparmiato scuole e ospedali. Circondato dalla morte. Ancora traboccante di vittime di guerra. Pericolosamente a corto di provviste, con grave mancanza di acqua pulita e elettricità. Segnato da colpi di mortaio. Ma con di nuovo la possibilità di censire le nascite e permettere ai bambini di essere registrati come siriani. È questo oggi l’al-Bayan hospital nel quartiere di al-Sha’ar, Aleppo Est. Qui si lavora ininterrottamente.

Mezzanotte ad Aleppo significa luci spente. I pochi generatori di corrente rimasti si fermano, gettando interi quartieri nel buio. E l’ospedale non è un’eccezione. I macchinari elettrici iniziano a funzionare con i comandi manuali grazie anche all’aiuto della gente comune. C’è acqua pulita per poche ore al giorno. Ci spiegano che la maggior parte dell’acqua che arriva ad Aleppo proviene dalla diga sull’Eufrate, nell’adiacente provincia di al-Raqqa, roccaforte ISIS. Ad Aleppo arriva acqua per il 20% del suo fabbisogno.

M10 è stato il nome di battaglia dell’al-Sakhour hospital, nel quartiere omonimo, un ospedale nell’Aleppo orientale, diventato sotterraneo negli ultimi mesi di combattimenti. «L’inferno ha visitato l’M10 ogni giorno – ci racconta Hayyan, volontario della Mezzaluna Rossa Siriana – Pazienti dissanguati sui pavimenti, sale operatorie sovraffollate, medici e infermieri costretti a decidere chi avrebbe potuto vivere e chi sarebbe dovuto morire».

L’ospedale è stato bombardato almeno tredici volte fino a quando è stato gravemente danneggiato nel mese di ottobre.

Oggi come molti ospedali, l’M10 è stato sostituito da edifici identificati da una mezzaluna rossa. Nelle strade del centro storico, al disegno della mezzaluna rossa si associano lunghe file di attesa. File che hanno l’aspetto di un timido ritorno alla normalità.

Il Manifesto 12/01/2017 “La speranza di Aleppo” di Federica Iezzi

Il Manifesto Global “Hope for Aleppo as normalcy slowly returns” by Federica Iezzi

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SIRIA. Ospedali al collasso ad Aleppo Est

Nena News Agency – 19/12/2016

Secondo fonti sanitarie, non ci sono più bombole di ossigeno disponibili e tutte le forniture e le scorte si stanno esaurendo. Sono almeno 400 le persone gravemente ferite o malate che necessitano l’evacuazione immediata. Scarseggia il cibo

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di Federica Iezzi

Roma, 19 dicembre 2016, Nena News – Sono ancora insufficienti gli sforzi per garantire l’accesso alle Nazioni Unite al fine di fornire assistenza umanitaria ad Aleppo. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, almeno 4,9 milioni di persone vivono in zone assediate o difficili da raggiungere nel territorio siriano.

E’ iniziata una lenta evacuazione dei feriti di Aleppo, grazie a un fragile accordo fra forze governative e forze di opposizione. Il primo convoglio della Mezzaluna Rossa siriana tra giovedì e venerdì scorso ha trasferito circa 9.000 tra civili e miliziani feriti fuori da Aleppo. Sabato le attività si erano temporaneamente fermate per un presunto non rispetto dell’accordo di tregua e sono riprese lentamente nelle ultime ore. Invece appaiono ancora difficoltose le attività di rifornimento degli ospedali e le attività di assistenza ai 40.000 civili (secondo alcune fonti sarebbero molti di meno) rimasti nei quartieri orientali della città riconquistati nei giorni scorsi dalle forze governative siriane.

In questi mesi non sono state risparmiate le strutture sanitarie nella zona est di Aleppo. Gli ospedali di Aleppo, dicono fonti dell’opposizione, sarebbero stati bombardati in più di 30 attacchi separati. Fornire cure mediche è molto complicato. Ci sono solo piccole cliniche che stanno cercando di far fronte a centinaia di feriti che i pochi medici rimasti non possono fare nulla per aiutare concretamente.

Fonti sanitarie di Aleppo Est affermano che non ci sono bombole di ossigeno disponibili e che tutte le forniture e le scorte si stanno esaurendo. Non esistono più né unità di terapia intensiva, né reparti, né pronto soccorso. Si lavora nei corridoi, nei sottoscala, sotto tettoie all’aperto. Non ci sono veicoli per trasportare i feriti né carburante, alcuni sono trasportati su carri. Non c’è nemmeno più il tempo per segnalare e contare le vittime.

Degli otto ospedali funzionanti ad Aleppo est, oggi l’unico ospedale aperto è un edificio profondamente ferito, è un edificio dai corridoi intrisi dal colore e dall’odore del sangue. Testimoni ci hanno riferito che urla e grida riempiono le sue stanze. Gran parte della zona circostante è stata distrutta. Il personale sanitario lotta con attrezzature danneggiate, mancanza di spazio per i feriti e una quantità insufficiente di forniture. La maggior parte dei pazienti è a terra. Non c’è spazio per camminare.

Scarseggiano cibo e medicine. La gente rimasta mangia fagioli bianchi schiacciati con il grano. I costi dei prodotti alimentari sono alle stelle, un chilo di farina costa venti dollari, uno di zucchero 13 dollari. Il pane è razionato: solo cinque fette per famiglia. Non ci sono più le verdure.

Per questo le autorità governative siriane e i gruppi armati di opposizione devono immediatamente e senza condizioni facilitare la consegna degli aiuti umanitari nella zona est di Aleppo: questo il disperato appello di Human Rights Watch. Secondo l’organizzazione non governativa internazionale, migliaia di sfollati sopravvivono stipati nei vicoli e negli edifici vuoti dei quartieri ad est della città. Sono almeno 400 le persone gravemente ferite o malate che necessitano l’evacuazione immediata.

Le organizzazioni umanitarie parlano di fame, malnutrizione, freddo, malattie, mancanza di acqua potabile e forniture mediche. L’offensiva ha spostato decine di migliaia di persone. Molte di loro hanno lasciato l’Aleppo orientale, altre sono state trasferite all’interno della parte occidentale della città.

Secondo fonti dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, centinaia di civili sono stati bloccati da gruppi di opposizione armati mentre tentavano di fuggire da violenze e rappresaglie. Non diverso il comportamento dell’esercito governativo che avrebbe colpito civili sospettati di sostenere i gruppi armati di opposizione. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Ospedali al collasso ad Aleppo Est” di Federica Iezzi

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Aleppo, ospedali in ginocchio

Nena News Agency – 03/10/2016

I combattimenti tra forze governative e i jihadisti e i bombardamenti aerei hanno messo in ginocchio le strutture sanitarie nella zona est della città

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di Federica Iezzi

Roma, 3 ottobre 2016, Nena News – Si è conclusa un’altra settimana di violenti combattimenti tra l’esercito regolare siriano, appoggiato dall’aviazione russa, e i qaedisti del gruppo Jabhat al-Nusra (oggi noto come Jabhat Fateh al-Sham), ad Aleppo. Divisa dal 2012 in una zona (ovest) controllata dalle forze governative e in una zona (est) controllata da una galassia di gruppi jihadisti e ribelli, la città, soprattutto da luglio, continua a seppellire morti.

I combattimenti paralizzano l’attività medica ad Aleppo, in particolare nella zona est dove vivono oltre 200mila civili. Cinque degli otto ospedali della città sono situati nei 64 quartieri in mano a jihadisti e ribelli. Sarebbero appena 30 i medici rimasti al lavoro nella zone Est e posso offrire solo terapie di base, spesso tra le macerie delle strutture bombardate. Dalla metà di luglio, secondo fonti dell’opposizione siriana, tutti gli ospedali ancora funzionanti ad Aleppo est sarebbero stati danneggiati almeno una volta dai bombardamenti, insieme a edifici residenziali, stazioni di distruzione dell’acqua e generatori elettrici.

I ribelli da parte loro lanciano ormai quotidianamente razzi e ordigni esplosivi sulla parte ovest di Aleppo causando vittime civili che il più delle volte non sono riportate dai media internazionali.

L’ultimo ospedale colpito è l’M10 (nome in codice utilizzato per gli ospedali, nel tentativo di mantenere segrete le loro posizioni). Colpito da pesanti bombardamenti e da proiettili di artiglieria anche durante la scorsa settimana, l’M10 , supportato dalla Syrian American Medical Society, era già alla metà del suo potenziale operativo. Danneggiati gravemente l’unità di terapia intensiva, i generatori di corrente, l’edificio per lo stoccaggio del combustibile e i serbatoi d’acqua. Ancora funzionanti erano il pronto soccorso, per il triage di base, e una sguarnita sala operatoria, per i casi di emergenza. Ora sono stati evacuati in una clinica adiacente i 60 pazienti rimasti al suo interno.

Dal cessate il fuoco concordato a Ginevra, con l’impegno diretto di Washington e Mosca, e crollato lo scorso 19 settembre, almeno 320 persone, tra cui circa 100 bambini, sono stati uccisi ad Aleppo, secondo i dati resi noti dall’UNICEF.

Altri bombardamenti, pare questa volta della Coalizione Internazionale, non hanno risparmiato l’M2 Hospital e il piccolo ospedale da campo nel quartiere di Sakhur, entrambi situati su linee di alimentazione divenute ormai obiettivi militari, nelle aree controllate da jihadisti e ribelli. Sono state colpite anche strutture sanitarie nel quartiere di al-Shaar, situato nel centro di Aleppo a due chilometri a nord-est della Cittadella storica della città, tra cui un ospedale ginecologico, l’al-Hakim pediatric hospital e una banca del sangue.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità al momento un solo ospedale ad Aleppo est offre ancora servizi ostetrici, con due ginecologi e un carico di lavoro di 30-35 parti al giorno.

Ad al-Shaar, uno tra i quartieri più martoriati, l’ospedale chirurgico al-Bayan non ha più sale operatorie funzionanti e i medici visitano i pazienti in un’area esterna adiacente alle macerie dell’ospedale. Una volta stabilizzati i pazienti, il personale sanitario trasporta i feriti sotto il fuoco ininterrotto per chilometri, fino a raggiungere ospedali meglio funzionanti.

Secondo un rapporto del gruppo statunitense Physicians for Human Rights, tra il giugno 2012 e l’aprile 2016, le forze aeree governative e russe avrebbero condotto almeno 50 attacchi aerei contro strutture mediche all’interno della città di Aleppo. Damasco e Mosca da parte loro negano con forza di aver preso di mira intenzionalmente le strutture sanitarie. Nena News

Nena News Agency “Aleppo, ospedali in ginocchio” di Federica Iezzi

 

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SIRIA. Manbij è finalmente libera

Nena News Agency – 09/08/2016

L’operazione delle Forze Democratiche Siriane, guidate dai kurdi dell’YPG, si è conclusa: la città al confine con la Turchia, è libera dall’assedio ISIS. Ora si aprono le discussioni sul suo futuro politico

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di Federica Iezzi

Roma, 9 agosto 2016, Nena News – E’ arrivata alla conclusione l’Operation Martyr o Commander Faysal Abu Layla, nella città di Manbij, ultima roccaforte dell’ISIS, a nord del governatorato di Aleppo. Ancora in mano ai combattenti dello Stato Islamico il quartiere di al-Sirb, ma sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane (SDF) sono, invece, l’Ihyati Bakery, il mercato centrale e i quartieri di Bazaar, Sheikh Eqil, al-Naimi e al-Kajli.

Le SDF sono entrate nel centro storico della città, dopo le incursioni di gran parte delle zone orientali, occidentali e meridionali. Liberati dall’oppressione dell’ISIS anche i villaggi della Sajur River area, nei pressi della stessa Manbij. La posizione strategica al confine con la Turchia e sulla via per la città di al-Raqqa, ha reso Manbij per più di due anni punto di passaggio di rifornimenti e di movimento di armi e di uomini per lo Stato Islamico. Insieme a al-Bab e Jarabulus, Manbij è stato uno dei tre principali centri di riferimento dell’ISIS nel nord della Siria.

I combattenti delle Forze Democratiche Siriane, appoggiate dalla coalizione a guida USA e dalle milizie curde dell’YPG (Unità di Protezione Popolare), hanno lanciato a fine maggio una campagna per riprendere il controllo della città. Pesanti combattimenti, più di 600 raid aerei e 2.300 decessi, nelle ultime sei settimane, hanno segnato la cittadina.

L’assalto finale da parte dell’SDF è iniziato lo scorso venerdì, a partire dalla parte ovest della città, dopo settimane di sbarramento alle vie di rifornimento. Sono fuggiti dalla città circa 6.000 civili durante i combattimenti. Il portavoce ufficiale dell’SDF ha annunciato la liberazione di almeno 3.000 civili dall’enclave di Manbij, dopo l’occupazione dell’al-Jazeera road, che collega i due lati della città. Salgono così a 40.000 i civili liberati nell’intera area.

Dopo la perdita del controllo su Tel Abyad durante lo scorso marzo, con Manbij per l’ISIS svanisce un altro importante centro strategico sul confine turco-siriano. Solo due giorni fa centinaia di civili, così come alcuni combattenti dell’opposizione, hanno iniziato a utilizzare l’apertura di un nuovo corridoio umanitario per lasciare la città.

Decine di famiglie sono attualmente confluite nell’area di Abu Qalqal, controllata dall SDF, a pochi chilometri dalla diga di Teshreen sul fiume Eufrate. Ancora gravi le carenze alimentari e scadenti le condizioni di salute. E si stima che ancora circa 320.000 persone siano sotto assedio nell’area di Aleppo.

Hanno avuto già inizio le discussioni sul futuro sistema politico di Manbij. Una delle opzioni più dibattute è quella di entrare nel sistema federale curdo del Rojava. Primi tra i probemi: coordinare gli aiuti umanitari, supervisionare la ricostruzione e sostenere le forze di sicurezza. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Manbij è finalmente libera” di Federica Iezzi

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