Medio Oriente. Il Natale lontano

Nena News Agency – 26 dicembre 2014

Il Medio Oriente si prepara a vivere un nuovo Natale di  paura e sangue tra assedio israeliano, Stato Islamico e continui scontri tra i gruppi ribelli e il regime siriano 

A Kurdish refugee child from the Syrian town of Kobani walks in the rain in a camp in the southeastern town of Suruc

di Federica Iezzi

Erbil (Iraq), 26 dicembre 2014, Nena News – Nel quartiere cristiano di Ainkawa a Erbil, il Natale è segnato dalle tende  di plastica blu e bianche delle Nazioni Unite. Ormai sono le uniche case delle migliaia di famiglie di caldei cattolici che, per generazioni, hanno abitato questo lembo di Iraq. Prima dell’invasione degli Stati Uniti nel 2003, inizio di un conflitto settario che, feroce, continua ancora oggi, nelle montagne irachene viveva un milione di cristiani. Oggi  ne rimangono appena 250.000.

La comunità cristiana di Baghdad è stata totalmente annientata e la maggior parte dei cristiani scampati agli abusi, ai rapimenti e alle violenze, si è rifugiata nel nord dell’Iraq, a Mosul, e nella regione di Nineveh, nei villaggi di Quaraqosh, al-Qosh e Telkeff. E qui ha inizio una nuova lotta impari con i jihadisti dello Stato Islamico. I cristiani del quartiere di Karakus, a Mosul, hanno lasciato l’Iraq con i soli vestiti che avevano indosso.

La persecuzione delle minoranze religiose è stata il tratto distintivo dei combattenti dell’ISIS, che continuano l’avanzata senza sosta sui 100 mila chilometri quadrati da Aleppo, a nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq. Distrutte, incendiate e saccheggiate tutte le chiese. Parlare di Natale e di cristianesimo è proibito. Solo 100.000 cristiani hanno trovato rifugio nel Kurdistan iracheno.

In Siria rapimenti, torture, uccisioni di massa e decapitazioni tormentano da più di tre anni le vite delle minoranze religiose. Almeno 200.000 cristiani sono fuggiti dal conflitto interno siriano e oggi come profughi occupano tende o rifugi governativi, nei paesi limitrofi. Chi è rimasto in terra siriana, dove in passato vivevano più di 2 milioni di cristiani, ha trovato un riparo ad al-Hasakah, a nordest.

I cristiani del quartiere di Hamidiyeh, nella città di Homs assediata per più di due anni, questo Natale sono tornati a decorare strade, porte e balconi distrutti. In Majla Square, gli anziani del quartiere hanno costruito un presepe di macerie. Nell’Aleppo senza acqua, elettricità e gas si è celebrata la tradizionale messa di mezzanotte. Semplici preghiere di pace nella cattedrale Mariamita di Damasco.

Con poche ore di elettricità al giorno, luci di Natale spente adornano la Striscia di Gaza. Gli attacchi dell’esercito israeliano restano come un’ombra nei giorni duri degli abitanti di Gaza. Quest’anno, almeno 500 cristiani della Striscia hanno ottenuto il permesso di entrare in Cisgiordania. Hanno attraversato Erez soltanto i palestinesi di età inferiore ai 16 anni e superiore ai 35, per passare la notte di Natale a Betlemme. Una magra consolazione per i circa 1500 cristiani che abitano Gaza e sono costretti a vivere sotto il pesante assedio di Israele dal 2006.

Nel cuore di Gaza City alcune vetrine sono addobbate con rami di pino. L’operazione Margine Protettivo, portata avanti per 50 giorni dal governo di Tel Aviv, che ha fatto crollare la Striscia quest’estate, ha ucciso centinaia di cristiani e distrutto le loro case. Le famiglie rimaste preparano un piccolo albero con candele rosse e verdi per i bambini. Nena News

Nena News Agency “Medio Oriente. Il Natale lontano” – di Federica Iezzi

 

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SIRIA. Ad uccidere è anche la fame

Siria – Ad al-Rastan (Homs) manca il latte che è spesso disperatamente sostituito da soluzioni di acqua e zucchero

 

Nena News Agency – 14 giugno 2014

Secondo i dati ONU, almeno 250.000 siriani sono a rischio immediato di fame. I lunghi assedi, i bombardamenti indiscriminati dell’esercito governativo e dei miliziani islamici, l’obbligata assenza di aiuti umanitari, hanno come risultato quello di affamare disastrosamente la popolazione civile 

 

Douma (Siria) - by Abd Doumany

Douma (Siria) – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 14 giugno 2014, Nena News  – Secondo i recenti report dell’ONU, nella Siria in preda alla guerra civile ci sono almeno 250.000 persone che si trovano in zone difficilmente raggiungibili dall’assistenza umanitaria e che sono quindi a rischio fame. Quest’anno il World Food Programme, ha previsto di fornire assistenza alimentare a 6,5 milioni di siriani. 4 milioni di persone all’interno della Siria e 2,5 milioni di rifugiati nei paesi limitrofi: Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto.

In terra siriana, nelle maggiori città e nei più isolati villaggi la situazione è sovrapponibile: gli scaffali dei negozi sono desolatamente vuoti. Dalle strade malridotte si vedono campi abbandonati alla noncuranza, si attraversano villaggi che sopravvivono a stento non potendo più contare sui raccolti agricoli. Troppo pericoloso seminare. Manca il gasolio, per permettere il funzionamento dei sistemi di irrigazione, specialmente nelle aree agricole di Idlib, Aleppo e Homs, le più coinvolte nel conflitto. I trattamenti e i concimi sono costosissimi e spesso introvabili.

Le zone orientali del Paese, lambite dalle acque dell’Eufrate, che consentivano la quasi totalità del sostentamento alimentare della popolazione siriana, sono oggi quelle più colpite dai bombardamenti. A questo si aggiunge la siccità che colpisce le colture nelle zone occidentali. Si vedono i primi segni di una ingente carestia.Alla scarsa produzione si sommano le imponenti difficoltà legate alla distribuzione del cibo. Percorrere le strade militarizzate della Siria, tra le centinaia di posti di blocco e attraversando le linee del fronte, è sempre più pericoloso.

Dai dati dell’Ufficio di Statistica Siriana, il costo di pane e cereali sono aumentati del 115%.

Secondo Human Rights Watch nelle campagne che circondano Damasco e Homs cresce la scarsità di cibo. Nelle zone tenute sotto assedio, 288 mila civili sopravvive mangiando olive, verdure di campo, erbe e radici. Quasi ogni giorno si hanno notizie di scontri a fuoco, attentati falliti e episodi di violenza. E poi si fa i conti con  la pratica dell’assedio e con quel che ne consegue: mancanza di cibo, di medicine, di generi di prima necessità.

Lo scorso febbraio il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2139, ha imposto al governo siriano e alle forze dell’opposizione di consentire l’accesso ai convogli umanitari nelle aree abitate dai civili. Nelle aree controllate dall’esercito regolare, le Agenzie delle Nazioni Unite operano con il consenso di Damasco, permesso che viene spesso rifiutato quando l’intervento è nelle zone, faticosamente accessibili, in mano ai ribelli.

Attualmente il World Food Programme trasporta derrate alimentari nel nord-est della Siria, superando il confine con la Turchia, attraverso il passaggio Nusaybin.

Dunque, oggi, ad uccidere in Siria è anche la fame. Dagli ultimi comunicati del Damascus Center for Human Rights Studies, nel solo mese di maggio in Siria sono morte 2422 persone, tra cui 290 bambini.

Secondo le agenzie umanitarie, prime fra tutte Amnesty International, solo nel campo profughi palestinese di Yarmouk, nella periferia sud di Damasco, circa 20 mila persone si trovano in uno stato di estrema povertà e a rischio malnutrizione, per il mancato arrivo degli aiuti umanitari. Le forze ribelli controllano il campo da oltre un anno e l’esercito ha iniziato un assedio lo scorso giugno. Negli ultimi due mesi più 100 persone sono morte per fame o per mancanza di farmaci essenziali. Nel campo, l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente) riesce saltuariamente a consegnare aiuti, solo dopo estenuanti e ripetute richieste di permesso al governo di Assad.

La mancanza di un coprifuoco e i bombardamenti in pieno giorno senza preavviso, da parte dell’esercito di Assad e da parte dei miliziani jihadisti dell’opposizione, rendono impossibile perfino rovistare per strada alla ricerca di cibo. Rendono impossibile fuggire dai combattimenti che infuriano tutt’intorno. Per il Diritto Internazionale Umanitario, colpire zone densamente popolate da civili, dalle quali la popolazione non ha alcun modo di fuggire, e assediarla fino alla fame, è un crimine di guerra. Nena News

 

Nena News Agency “SIRIA. Ad uccidere è anche la fame” – di Federica Iezzi

 

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La dottoressa dal velo bianco

Nena News Agency – 19 marzo 2014

Missione di cardiochirurgia – European Gaza Hospital – Khan Younis (Striscia di Gaza)

 

La storia di Shaymaa Shurrab, pediatra palestinese all’European Gaza hospital di Khan Younis, prendendosi cura dei bambini della sua terra, nonostante i mille impedimenti

 

 

di Federica Iezzi (Cardiochirurgo pediatra)

 

Shaymaa Shurrab, pediatra palestinese

Shaymaa Shurrab, pediatra palestinese

Striscia di Gaza, 19 marzo 2014, Nena News – Ci sono vite che passano inosservate, i cui ardenti racconti invece penetrano violentemente sotto la pelle. Questa è la storia della dottoressa dal velo bianco.

Il suo nome è Shaymaa Shurrab. Ha 28 anni. È nata in Arabia Saudita da una famiglia palestinese, ha trascorso la sua infanzia nel villaggio di Abha, non lontano dalle coste del Mar Rosso. Durante la guerra del Golfo del 1991 lei e la sua famiglia furono strappati dalle montagne saudite, trattenuti sul confine giordano e poi deportati nella Striscia.

I primi anni dell’adolescenza e le scuole correvano parallelamente, fino al giorno in cui, tra migliaia di studenti, le fu affidata una borsa di studio per frequentare la facoltà di Medicina in Siria, all’università di Damasco. A 16 anni si è ritrovata improvvisamente donna, senza una famiglia a cui chiedere conforto, senza la quiete dell’infanzia ma solo con responsabilità, obblighi e saggezza da imparare. Anche quegli anni passano velocemente e si ritrova medico, in un paese diverso dal suo paese che sente fortemente come la sua casa, con gente diversa dalla sua gente, che sente come la sua famiglia.

A causa dell’assedio israeliano sulla Striscia di Gaza e la continua chiusura del valico di Rafah, al confine tra la Striscia e l’Egitto, i risparmi di quei quattro anni la portarono a rivedere i suoi genitori a Gaza soltanto nel 2008. Il 2008 fu un doloroso anno nel taccuino degli avvenimenti, accuratamente custodito dalla Striscia di Gaza, per i sanguinosi e selvaggi attacchi da parte delle forze israeliane contro gli obiettivi sospettati di essere legati al governo di Hamas. Parliamo di quella che oggi i libri ricordano come “operazione Piombo fuso”. Era il dicembre 2008. I morti solo durante la prima giornata di bombardamenti, un sabato di freddo sole invernale, furono 300. In tutto si contarono circa 700 vittime. In qualsiasi strada, vicolo, viale si poteva sentire l’odore di sangue, il sapore della morte, l’essenza di corpi martoriati per avere la sola colpa di difendere le loro case, le loro storie, le loro vite, le loro idee. Shaymaa per qualche mese lavora come volontario a Khan Younis, nell’European Gaza hospital. Finalmente la Rafah circondata da alte mura, apre i suoi cancelli e Shaymaa raggiunge di nuovo la Siria dove inizia la sua specializzazione in pediatria. Dopo gli 11 anni di solitudine, fede, duro lavoro, intervallati da attimi di cupo sconforto, passati a Damasco, Shaymaa oggi è la pediatra che si prende cura dei bimbi della sua terra, nonostante i mille impedimenti e gli incoerenti ostacoli.

Nella guerra civile scoppiata in Siria nel 2011, per Bashar Al-Assad ogni palestinese risultava colpevole a causa della sua nazionalità. L’unica colpa era il possesso di un passaporto palestinese. Così Shaymaa per l’ennesima volta è stata scaraventata inumanamente al di là del muro della Striscia.

Oggi, instancabile, con il suo composto hijab bianco che le tiene coperta la testa, lavora nella terapia intensiva neonatale dell’European Gaza hospital. È stata il nostro braccio destro in rianimazione durante la missione di cardiochirurgia pediatrica. Precisa, intelligente, competente cura i suoi bambini, supporta e sostiene i grigi timori dei genitori. Ed ecco il suono intenso della sua voce “the only thing that could stop me is death”. Nena News

 

Nena News Agency “La dottoressa dal velo bianco” – di Federica Iezzi

 

 

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