UCRAINA: la vita da sfollati interni

FT News – 19 febbraio 2015

Il braccio di ferro tra esercito ucraino e combattenti separatisti filorussi, nei pressi di Debaltsevo, rappresenta la più grande minaccia per l’accordo mediato dai leader di Russia, Ucraina, Germania e Francia.
Mentre il numero delle vittime tra i civili ha superato le 5000 unità e si contano almeno 12.000 feriti e un milione di sfollati

refugees

di Federica Iezzi

Mariupol (Ucraina) – A ridosso dell’accordo di Minsk, le forze governative ucraine stanno concludendo il ritiro di mezzi militari pesanti e soldati, dalla città orientale assediata di Debaltsevo, che collega le due regioni controllate dai ribelli dell’Ucraina orientale: Donetsk e Luhansk.
Le azioni da parte dei separatisti filorussi a Debaltsevo, dove vivono ancora 7000 civili, e sulla città costiera di Mariupol sono una chiara violazione del cessate il fuoco in corso, negoziato da Ucraina, Russia, Germania e Francia, in un vertice in Bielorussia la scorsa settimana.
Le aree residenziali delle due principali città ribelli di Donetsk e Luhansk sono state regolarmente colpite da colpi di mortaio e razzi. Nei bombardamenti non sono stati risparmiati nemmeno gli ospedali.
Secondo i dati dell’UNHCR i serrati combattimenti nella regione di Donetsk hanno provocato almeno un milione di sfollati interni. Oltre che la massiccia distruzione di edifici e infrastrutture.
La maggior parte degli sfollati, il 94%, proviene dall’Ucraina orientale ed è rimasta nelle regioni di Donetsk, Kharkiv e Kiev.
Secondo i dati ufficiali, circa 800.000 persone sono attualmente senza tetto a causa del conflitto.
Più di 2800 civili, tra cui circa 700 bambini e 60 persone che vivono con disabilità, sono stati evacuati dalle città di Debaltsevo, Avdiivka e Svitlodar e trasportate nelle zone settentrionali della regione di Donetsk. Evacuate anche le aree di Kramatorsk, Sviatohirsk e Kharkiv.

Ormai il numero di cittadini ucraini richiedenti asilo nei Paesi vicini, tra cui Federazione russa, Bielorussia, Moldova, Polonia, Ungheria e Romania, sale vertiginosamente, toccando le 600.000 unità.

Secondo gli osservatori dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa i profughi si spostano dall’Ucraina alla Russia, attraverso i checkpoint di Donetsk, Gukovo e Rostov.
Nelle città di transito di Belgorod, in Russia, e Kharkiv, in Ucraina, continua il grande afflusso di profughi e sfollati provenienti dal sud-est dell’Ucraina. Nei sobborghi di queste due città ci sono campi in cui i profughi prendono rifugio temporaneo, prima di un reinsediamento in altre regioni.
Circa 50.000 cittadini ucraini sono arrivati in Bielorussia nel 2014. E il flusso non accenna a diminuire.
Solo nello scorso gennaio circa 2500 ucraini, provenienti dalle regioni colpite dal conflitto armato, sono entrati nel Paese dell’Europa orientale.
Nell’Unione Europea, 11.187 ucraini hanno chiesto protezione internazionale.
A limitare l’accesso nelle aree orientali, non controllate dal governo ucraino, nuove procedure di autorizzazione per gli ingressi e ulteriori procedimenti per la garanzia di sicurezza.
Queste restrizioni stanno fortemente limitando il movimento dei cittadini ucraini, che rimangono di fatto imprigionati nelle zone di conflitto. Oltre che limitare la fornitura di assistenza umanitaria. Dieci giorni è il tempo medio per acquisire l’autorizzazione o perché venga negata.
Risale alla metà di dicembre l’ultima fornitura di aiuti umanitari a Donetsk: 5000-6000 persone sono ancora in città.
Molti residenti anziani e con basso reddito non hanno i mezzi e la possibilità di spostarsi. Gli abitanti rimasti non hanno riscaldamento. Le case sono senza elettricità e senza acqua corrente.
L’ondata di scontri ha ulteriormente limitato la fornitura di cibo, acqua e beni di prima necessità nelle zone di conflitto.

FT News “Ucraina: la vita da sfollati interni” – di Federica Iezzi

Annunci
Standard

AFRICA. AIDS fa strage di adolescenti. Il mondo non guarda

Nena News Agency – 18 febbraio 2015

Più di due milioni di ragazzi di età compresa tra 10 e 19 anni risultano HIV positivi. Circa l’80% del totale vive in Africa, consapevole di essere portatore del virus. Oggi solo uno bambino africano su quattro ha accesso al trattamento salvavita con i farmaci antiretrovirali 

The orphanage cares for children, many of whom who have lost their parents to HIV AIDS - Picture EPA

di Federica Iezzi

Roma, 18 febbraio 2015, Nena News  – Otto organizzazioni internazionali, tra cui UNAIDS (Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV), UNICEF, Organizzazione Mondiale della Sanità e PEPFAR (Piano Presidenziale di Emergenza per combattere l’AIDS) lanciano l’allarme: l’AIDS è diventato la principale causa di morte per gli adolescenti in Africa. Seconda causa di morte tra gli adolescenti a livello globale.

Più di due milioni di ragazzi di età compresa tra 10 e 19 anni risultano HIV positivi. Circa l’80% del totale vive in Africa, consapevole di essere portatore del virus, in quanto infettato alla nascita o durante il periodo di allattamento, attraverso il latte materno. Oggi in Africa solo uno bambino su quattro ha accesso al trattamento salvavita con i farmaci antiretrovirali. I dati statistici raccolti dalle Nazioni Unite nel 2013 parlano di circa 120.000 ragazzi vittime dell’AIDS. 250.000 gli adolescenti di tutto il mondo contagiati dall’HIV.

Secondo le agenzie umanitarie le ragazze adolescenti in Africa sub-sahariana sono le più colpite. Costrette fin da giovanissime, nelle baraccopoli delle grosse città africane, a vendere il proprio corpo per sopravvivere. Le stime parlano di circa 860 ragazze infettate alla settimana dal virus dell’immunodeficienza acquisita, rispetto ai 170 ragazzi. L’ultima campagna lanciata dall’UNAIDS “Global All In” mira a ridurre del 75% le infezioni da HIV negli adolescenti, e del 65% i decessi correlati all’AIDS, entro il 2020.

Il Kenya farà da apristrada per la lotta contro l’aumento delle infezioni da HIV e decessi tra gli adolescenti. Nello Stato dell’Africa Orientale, ex colonia britannica, circa 1,6 milioni di persone vive con l’HIV. Il numero di nuove infezioni è diminuito del 15% negli ultimi cinque anni. Questo tranne che tra gli adolescenti. Almeno 100.000 nuovi casi di HIV ogni anno, il 21% sono ragazze di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Il 17% di tutti i decessi per AIDS nel Paese è tra gli adolescenti.

Global All In si concentra su quattro aree di azione principali: coinvolgere e responsabilizzare gli adolescenti, migliorare la raccolta di dati, promuovere servizi adeguati alla cura, sostenere globalmente con maggiori risorse e attenzione la popolazione adolescenziale che convive con la malattia. Sensibilizzare i giovani nella tutela della propria salute sessuale. Più servizi di prevenzione. Capillare fornitura della terapia antiretrovirale alle donne incinte sieropositive. Cure dignitose nella trasmissione dell’infezione madre-figlio. Questi gli obiettivi da raggiungere. Nena News

Nena News Agency “AFRICA. AIDS fa strage di adolescenti. Il mondo non guarda” – di Federica Iezzi

Standard

ALGERIA. L’indistruttibile lotta tra berberi e arabi beduini

Nena News Agency – 17 febbraio 2015

A Ghardaia, città a 600 chilometri a sud di Algeri, non si è mai fermato il conflitto tribale fra  i Mozabiti e i Chambaa. Oggi il nuovo acuirsi degli antichi dissapori delle due comunità si fonde con i jihadisti di al-Qaeda e l’incubo ISIS

Algerian-women-Getty-images

di Federica Iezzi

Algeri, 17 febbraio 2015, Nena News – A Ghardaia, a sud del paese maghrebino, si sono riaccesi i perpetui scontri tra le due antiche comunità di Mozabiti, berberi musulmani, e Chaamba, arabi sunniti beduini. La storia di rivalità tra i due gruppi risale agli anni ’60,  quando il governo algerino ha permesso e incoraggiato la popolazione beduina a stabilirsi nella città algerina di Ghardaia, sul bordo settentrionale del Sahara. Da allora i due gruppi etnici si sono spesso scontrati su proprietà, abitazioni, terra e opportunità di lavoro.

Nel 2008 le due parti firmarono un accordo di pace, a seguito di una iniziativa del governo, ma le tensioni non si sono mai allontanate. Il governo algerino ha fatto diversi tentativi per riconciliare le due tribù rivali. Lo scorso anno l’ufficio del primo ministro Abdelmalek Sellal ha annunciato una serie di misure per allentare le tensioni, tra cui la costruzione di 30.000 case per migliorare lo sviluppo locale e la concessione di 107 milioni di dollari per sostenere l’agricoltura nella zona. Sellal ha guidato un processo di riconciliazione, senza alcun risultato.

Il fallimento da parte dei leader politici di risolvere il conflitto ha spinto molti residenti a perdere fiducia nel processo di dialogo in corso. Per molti la politica dell’attuale governo è volta a non avere una maggioranza mozabita in città.

Decenni fa popolazioni arabe, provenienti da regioni periferiche dell’Algeria, hanno occupato Ghardaia. Oggi solo il 10% di una popolazione totale che conta 600.000 abitanti, nelle zone di Ghardaia, Beni-Isguen, El-Ateuf e Guerrara, è rappresentato da mozabiti. Fino all’indipendenza dalla Francia, nelle province algerine del sud, i mozabiti costituivano la maggioranza assoluta, forte politicamente, socialmente ed economicamente. 

Oggi dai due gruppi sono stati presi di mira di nuovo locali, veicoli, edifici residenziali e commerciali. Bottiglie molotov, coltelli e pietre: le armi. Secondo le autorità provinciali, attacchi, saccheggi e incendi dolosi hanno segnato le ultime settimane. Due agenti di polizia sono stati gravemente feriti. Tre residenti anziani sono morti di inalazione di gas lacrimogeni lo scorso gennaio durante la rituale lotta tra bande rivali di studenti delle scuole superiori delle due comunità.

Circa 10.000 poliziotti sono stati dispiegati nella città di Ghardaia, per la maggiorparte nel quartiere  mozabita particolarmente colpito di Bab Lehteb. Tutto questo, in un clima in cui la minaccia terroristica di al-Qaeda nel Maghreb islamico è alle porte. La furia delle due comunità ha danneggiato palmeti, città fortificate risalenti al IX secolo, castelli e quartieri storici della città. Siti dal 1982 nella nobile lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Storicamente, gli scontri settari feroci dei due gruppi sono stati guidati dall’incapacità dello Stato algerino di affrontare le vere cause del conflitto. Incluse tutte le misure per contribuire a dissipare il senso di risentimento provato dalla minoranza mozabita. Nonostante le promesse dell’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, già nel 2011 di riformare il sistema e, nonostante le nuove leggi politiche e sociali, il regime algerino non ha apparentemente fatto alcun reale progresso per quanto riguarda la tutela dei diritti umani negli scontri tra le due tribù. Nena News

Nena News Agency “ALGERIA. L’indistruttibile lotta tra berberi e arabi beduini” – di Federica Iezzi

 

Standard

REPORTAGE. Gaza, gli ospedali sei mesi dopo Margine Protettivo

https://www.facebook.com/federica.iezzi.16/media_set?set=a.10205909180318936.1073741837.1541863947&type=1&pnref=story

Nena News Agency – 12 febbraio 2015

L’offensiva militare israeliana ha lasciato la maggior parte degli ospedali in uno stato di emergenza giornaliera.  Un percorso tra storie e bisogni

Gaza City (Gaza Strip) - Al-Quds hospital

Gaza City (Gaza Strip) – Al-Quds hospital

di Federica Iezzi

Gaza City, 12 febbraio 2015, Nena News – “Dove va?” “Gaza”. E da allora si entra in una spirale infinita di controlli, domande, interrogatori, ispezioni, visite in uffici reconditi degli aereoporti, colloqui poco graditi con la polizia di frontiera. Come un pacco postale vieni spedito a destra e sinistra, sopra e sotto scale mobili e ascensori, dentro e fuori stanze e terminal, fino a che non riesci quasi accidentalmente ad uscire da un assurdo turbine di esaltazione e follia. E’ così che ha inizio il nostro viaggio negli ospedali massacrati da Margine Protettivo, l’ultima offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza.

All’inizio di luglio colpito dall’esercito israeliano, con azioni indirette, l’European Gaza hospital di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Evacuati terapia intensiva e reparto di pediatria.

A Khan Younis colpito anche l’al-Nasser hospital il 24 luglio. Danni un po’ più lievi

Il turnover di pazienti è continuo. Visibile la condizione di precarietà e deficienza sanitaria in cui è costretto a lavorare il personale medico. Mancano medicine e pezzi di ricambio per le apparecchiature. E l’elettricità è interrotta per più di 8 ore al giorno. Da Margine Protettivo non sono stati risparmiati gli ospedali del quartiere di Tal el-Hawa, a ovest di Gaza City. La  distruzione risale all’operazione Piombo Fuso del 2008-2009 e continua con Pilastro di Difesa nel 2012. Dichiarato dalle autorità israeliane territorio nemico, ostile, perchè controllato dal movimento islamico Hamas. L’invito a lasciare il quartiere, iniziava con un missile non esplosivo, sparato da un drone sul tetto dell’edificio, che doveva essere bombardato dalle forze aeree israeliane. Nessuno sapeva quanto tempo dopo. E così il 17 luglio sotto le bombe viene moderatamente danneggiato, rimanendo aperto, l’al-Quds hospital.

Bombardate dalla marina israeliana anche la farmacia e il laboratorio analisi della clinica Khalil al-Wazer, nel sobborgo di Sheikh Ajleen, sul lungomare di Gaza City. Oggi terreno per le scavatrici che continuano il lavoro di rimozione delle macerie. Sempre a Gaza City, vicino il quartiere cristiano, danneggiati pronto soccorso e sale operatorie e distrutti i sistemi di ventilazione meccanica dell’al-Ahli Arab hospital.

L’al-Wafa rehabilitation center, a Gaza City, ricovero per anziani e disabili del quartiere di Shujaiyya, è stato colpito duramente da raid aerei israeliani il 17 luglio. Totalmente raso al suolo da un attacco il 23 luglio. Già danneggiato un paio di settimane prima da droni israeliani, con la giustificazione che militanti palestinesi avrebbero usato l’ospedale come base di partenza di colpi di mortaio. Versione mai confermata da fonti indipendenti.

All’ospedale, con i suoi 80 pazienti con gravi disabilità, è stata affidata dal Ministero della Sanità palestinese, una nuova sede, nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City, ci racconta il dottor Basman Alashi, direttore esecutivo della struttura sanitaria. Una cucina è stata adattata a nuovo laboratorio analisi. Terrazzi e balconi sono diventati le nuove stanze per la riabilitazione.

Il Shuhada al-Aqsa Martyrs hospital, a Deir al-Balah, è stato colpito dall’esplosione di missili anticarro il 21 luglio. Distrutti totalmente i dipartimenti di medicina e chirurgia generale. Cinque persone uccise. Almeno 40 i feriti. Due ambulanze danneggiate. Garantisce servizi sanitari nell’area centrale della Striscia, agli almeno 145.000 rifugiati dei campi palestinesi di Nuseirat, Bureij, Maghazi e Deir al-Balah. Abbiamo potuto constatare in dieci minuti si possono contare almeno tre cali improvvisi di tensione elettrica. Significa niente più monitor in terapia intensiva, niente più luce in sala operatoria. Di nuovo attivo anche il servizio di dialisi. Le 21 ore giornaliere senza corrente elettrica e la carenza cronica di gasolio per i generatori, rendono per ciascun paziente, le canoniche tre sedute di dialisi settimanali, di quattro ore ognuna, sempre più impraticabili.

L’attività del Balsam hospital, a Beit Lahiya, si è fermata per un mese, dal 23 luglio, dopo che la struttura è stata gravemente lesionata dai combattimenti. Era già stata colpita dai carri armati israeliani l’11 luglio. Danneggiato gravemente il terzo piano, dove c’erano il dipartimento di chirurgia e le sale operatorie. Danni minori nel reparto di pediatria, dove hanno perso la vita quattro bambini, e nella farmacia, al primo piano. Evacuato disordinatamente nel Kamal Udwan hospital, struttura da 100 posti letto, a cui afferiscono 300 mila persone tra Beit Lahiya e il campo di Jabaliya.

Oggi nel Balsam hospital sono ripresi gli interventi di piccola chirurgia. Per le radiografie sono disponibili sono apparecchiature portatili. La pediatria conta 12-13 posti letto e la neonatologia può accogliere quattro bambini, avendo a disposizione solo due ventilatori automatici. Per gli adulti, non esiste più un reparto ma solo una sorta di pronto soccorso.

Situazione sovrapponibile nella clinica al-Atatra, a ovest di Beit Lahiya, costretta a rimanere chiusa il venerdì e il sabato per mancanza di materiali.

Il 25 luglio colpito per la seconda volta l’ospedale di Beit Hanoun, nel nord della Striscia. 50.000 erano le persone che vi afferivano. L’ospedale ha accolto e trattato almeno 30 bambini, violentemente feriti, dopo l’attacco indiscriminato del 24 luglio, sulla scuola UNRWA che ospitava più di 800 palestinesi. Il direttore medico e anestesista, Dr Aiman Hamdan, ci racconta che sono stati distrutti completamente, dai bombardamenti israeliani: pronto soccorso, sale operatorie, reparto femminile e quello pediatrico, Out-Patients Clinic e generatori centrali di elettricità. Parzialmente distrutti i sistemi di erogazione di ossigeno e i ventilatori meccanici della terapia intensiva. L’ospedale è stato evacuato nel giro di 48 ore. Rimane chiuso per 10 giorni e riprende l’attività medica solo come Primary Health Care. Dopo due settimane dall’attacco rinizia anche l’attività chirurgica con turni di 24 ore per il personale sanitario e con il ritmo di un centinaio di persone visitate ogni 10 minuti.

Oggi l’ospedale conta 70 posti letto, tra cui 10 di terapia intensiva. Nelle due sale operatorie scorrono tra mille difficoltà due interventi al giorno di chirurgia generale e chirurgia pediatrica. Le attività vanno avanti con alternativamente 6 ore di elettricità e 12 ore di buio, coperte dal lavoro dei generatori elettrici. Chiaramente il gasolio, come i materiali, le apparecchiature di sostituzione, i farmaci e le forniture di ossigeno arrivano tassativamente da Israele. E spesso nei posti letto delle terapie intensive, manca l’erogazione di ossigeno. L’attività di ricostruzione del solo immobile è garantita dai fondi stanziati dal Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Nello stesso pomeriggio, erano più o meno le quattro, bombardato il Mohammed al-Durrah Children’s hospital, nel quartiere di al-Tuffah a est di Gaza City. Due bombardamenti e almeno 3-4 colpi di mortaio centrano una fabbrica di materiale plastico a 193 metri dall’ospedale. Indirettamente e intenzionalmente l’ospedale viene colpito dalle macerie dell’azienda e viene parzialmente danneggiato. Lesionati murature, finestre, porte, macchinari. Un bambino in terapia intensiva rimane ucciso, uno gravemente ferito. 30 piccoli pazienti erano ricoverati. Dopo tre giorni nuovi raid aerei ordinati dal governo di Netanyahu che distruggono totalmente la struttura.

Evacuato per ragioni di sicurezza e per i severi danni riportati, i membri dello staff medico vedono i loro pazienti trasferiti all’al-Shifa hospital e al Rantisi specialist paediatric hospital, a Gaza City. Rimane chiuso per sei mesi. L’ingresso al pronto soccorso è stato ristabilito solo durante questa settimana, con l’odore fresco e pungente della vernice grigia sulle pareti. La terapia intensiva è passata da cinque a tre posti letto disponibili. Il reparto di pediatria da 85 a 30 letti. Ancora nessun posto di terapia intensiva neonatale. Mancano monitor, computer, facilitazioni in laboratorio e farmacia. Parzialmente danneggiati e mai sostituiti gli apparecchi per ecografia e per radiografia. Vengono utilizzati 4000 litri di gasolio al mese, per i generatori di corrente elettrica. Contando che un litro di gasolio costa tra i sei e i sette shekel, vengono  di fatto regalati ad Israele tra i 24.000 e i 28.000 shekel (l’equivalente di circa 6000 euro).

L’attacco senza distinzione sull’al-Durrah paediatric hospital è oggi tra le azioni sotto indagine, come crimine di guerra.

Il primo agosto a seguito di un raid aerei del governo di Tel Aviv, il Ministero della Salute palestinese annuncia la chiusura dello Abu Youssef al-Najjar hospital, a Rafah. Nessuna sicurezza per pazienti e staff medico. Oggi plastica e cerotti sostituiscono ancora i vetri delle finestre. Il Ministero della Sanità palestinese ha ufficialmente autorizzato allo staff dell’ospedale solo attività di emergenza. Di fatto nelle due sale operatorie ruotano circa 30 interventi a settimana.

Secondo i dati di riferimento dell’Autorità Palestinese e dell’UNRWA colpite da Margine Protettivo 101 strutture sanitarie. 18 delle quali sono state gravemente o moderatamente danneggiate. Lesionati il 66% di tutti gli ospedali della Striscia. Nena News

Nena News Agency “REPORTAGE. Gaza, gli ospedali sei mesi dopo Margine Protettivo” – di Federica Iezzi

 

Standard

Zimbabwe. Le coltivazioni forzate

Nena News Agency – 06 febbraio 2015

Il governo di Harare accusato di violazione dei diritti umani per il trasferimento forzato delle vittime dell’inondazione di un anno fa, costrette a stabilirsi su terreni destinati alle piantagioni di canna da zucchero. Agli sfollati non è stata data altra alternativa che coltivare  secondo le disposizioni degli uomini di Mugabe

 

Zimbabwe - Chingwizi transit camp

Zimbabwe – Chingwizi transit camp

di Federica Iezzi

Harare (Zimbabwe), 6 febbraio 2015, Nena News – Secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch, il governo dello Zimbabwe avrebbe limitato deliberatamente gli aiuti umanitari durante l’inondazione dell’inizio del 2014. L’obiettivo sarebbe stato quello di costringere le 20.000 vittime del disastro ambientale a reinsediarsi in terreni dove il governo del Paese sudafricano prevedeva di stabilire piantagioni di canna da zucchero.

Nel febbraio 2014, dopo pesanti piogge, nel bacino di Tokwe-Mukorsi, nella regione di Masvingo, nello Zimbabwe sudorientale, una catastrofica alluvione costrinse l’esercito del Paese a trasferire circa 3.300 famiglie nel campo delle Nazioni Unite di Chingwizi. Dichiarato immediatamente lo stato di disastro nazionale dall’attuale presidente Robert Mugabe. Il governo zimbabwiano chiuse il campo nel mese di agosto, nel tentativo di trasferire in modo permanente tutte le famiglie a Bongo e Nyoni, nell’area di Nuanetsi, dove a ciascuna famiglia fu assegnato un ettaro di terreno da coltivare.

Il Ministro degli affari provinciali di Masvingo, Kudakwashe Bhasikiti, legato al partito di governo ZANU-PF, impose alle famiglie la sola coltivazione di canna da zucchero, per un progetto stabilito dettagliatamente nei piani di Mugabe. Coloro che non seguirono le disposizioni, rimasero senza mezzi di sostentamento e vennero etichettati come “nemici dello Stato”.

La polizia antisommossa ha indiscriminatamente picchiato e arrestato 300 persone durante manifestazioni. L’esercito di Mugabe ha utilizzato la violenza e l’intimidazione per sedare le proteste, e limitato la distribuzione di cibo, servizi sanitari e accesso all’istruzione a coloro che si rifiutavano di accettare i piani di reinsediamento governativi. L’assistenza alimentare era garantita alle sole famiglie reinsediate a Nuanetsi.

Oggi, un anno dopo il disastro, le famiglie di Nuanetsi sono ancora interamente dipendenti dagli aiuti umanitari. Nel settembre 2014 l’ultima derrata di aiuti umanitari dal Programma Alimentare Mondiale. Per raggiungere acqua potabile la gente è costretta a camminare per almeno 20 chilometri. Molti vivono ancora nelle tende. Mugabe ha proibito la costruzione di strutture permanenti in quanto la proprietà del terreno è ancora contesa tra il governo, il Development Trust Fund of Zimbabwe, organizzazione sotto il controllo della Presidenza, e le due società private Nuanetsi Ranch Private Limited e Zimbabwe Bio Energy Limited.

Le accuse al regime di Mugabe sono quelle di abuso e violazione dei diritti umani alle vittime delle inondazioni, costrette a lasciare improvvisamente le loro case e reinsediare terreni per programmi forzati di coltivazione. Il governo dello Zimbabwe ha costretto 20.000 persone ad accettare un pacchetto di reinsediamento che ha fornito lavoro, ad un’irrisoria retribuzione, e ha lasciato le vittime delle inondazioni del tutto indigenti.

I 28 anni del governo di Mugabe non sono stati privi di episodi di violazione dei diritti umani. Amnesty International già nel 2005 denunciò l’Operazione Murambatsvina, che portò alla distruzione di più di 92.000 abitazioni, nelle zone periferiche della città di Harare e dei più grossi centri urbani, occupate dalle baraccopoli. 700.000 persone rimasero senza una casa. Nena News

Nena News Agency “Zimbabwe. Le coltivazioni forzate” – di Federica Iezzi

Standard

REPORTAGE. Aleppo si aggrappa alla vita

Nena News Agency – 05 febbraio 2015

Mentre continuano gli scontri tra le forze governative e i qaedisti del Fronte al-Nusra, nei quartieri occidentali di Aleppo si vede la vita scorrere in tutte le sue forme disordinate, a volte interrotte e frantumate dai combattimenti. Gli abitanti non si arrendono alla guerra

 

Aleppo (Syria) - Destroyed Umayyad mosque

Aleppo (Syria) – Destroyed Umayyad mosque

di Federica Iezzi

Aleppo, 05 febbraio 2015, Nena News – Da quando infuriano di nuovo i combattimenti, famiglie intere sono state costrette a fuggire dalle loro case. Alcuni vivono in sorte di campeggi, altri nelle rovine di vecchi condomini. Gli edifici non hanno mura, come le case delle bambole vecchio stile. Dai soffitti di cemento grezzo, la pioggia si infiltra e si raccoglie in pozzanghere scure sui pavimenti di calcestruzzo. Nessun servizio igienico. Nessuna protezione se non teli di plastica forniti dalle Nazioni Unite. Si stima che siano 1,78 milioni gli sfollati di Aleppo. Il governatorato locale è dal luglio del 2012, un campo di battaglia chiave schiacciato tra i militanti dello Stato Islamico, l’esercito governativo e i ribelli cosiddetti “moderati” finanziati e appoggiati dagli Stati Uniti, da altri paesi occidentali e dalle monarchie arabe.

I qaedisti del Fronte al-Nusra, controllano aree sul lato nord-occidentale della città. L’ultimo, in ordine di tempo, ad essere strappato dalle mani del governo siriano il quartiere di al-Ashrafieh, ad ovest della città. L’esercito governativo controlla solo un terzo dei quartieri di Aleppo. La parte orientale della città è invece contesa tra ISIS e l’Esercito Siriano Libero, la milizia dell’opposizione. Le forze militari agli ordini del presidente Assad cominciano a chiudere le tangenziali a nord di Aleppo e gli abitanti temono di subire la stessa sorte di Homs se jihadisti e qaedisti non lasceranno la città. Si annuncia un assedio che potrebbe durare mesi, con pochi aiuti umanitari. Senza ingressi e senza uscite.

I combattimenti avvenuti intorno alla città di Hama hanno danneggiato le linee elettriche che rifornivano anche Aleppo. Si studia perciò alla luce delle candele e si lotta quotidianamente con i tagli dell’elettricità. E si convive anche con la scarsità di acqua. Le pompe idrauliche non funzionano più. Gli abitanti di quella che era la città più prospera della Siria, sono ridotti a raccogliere acqua dai pozzi e trasportarla in taniche.

Non c’è il latte. Non c’è gas. Non c’è lo zucchero.

Nel centro storico di Aleppo e nel souq della cittadella del tredicesimo secolo, costellati da due anni di bombardamenti, il silenzio è interrotto da disordinati spari, tra le barriere di sabbia e detriti, erette per bloccare i ribelli. Le granate non fanno distinzione tra combattenti e civili, uomini e donne, vecchi e bambini. E proprio i bambini di Aleppo hanno imparato subito la lezione: non si toccano le schegge delle bombe dopo l’esplosione. Bruciano le dita. La gente racconta che i raid aerei distruggono solo i primi quattro o cinque piani degli edifici, quindi le migliori possibilità di sopravvivenza, sono nei piani nei quali la luce non arriva.

Non c’è più nessun popolo. Non ci sono gatti né insetti. Niente.

Come succedeva nella Sarajevo negli anni ’90, oggi nelle strade all’ingresso di Aleppo si leggono cartelli scritti a mano con lettere arabe, che indicano la presenza dei qannas, i tiratori scelti delle parti in lotta. Uccidono indiscriminatamente.

Le cupole dell’antica moschea di Umayyad, terreno di battaglia fino allo scorso luglio, sono coperte da segni di razzi. Poco è rimasto dei preziosi archi, una volta case e negozi dei piccoli produttori tessili. I viali deserti della “capitale del Nord”, così è soprannominata Aleppo, sono disseminati di detriti, frammenti di bombe e proiettili, vetri rotti, edifici distrutti, finestre in frantumi, polvere e pezzi di metallo arrugginito. Ai lati delle strade si vende gasolio da riscaldamento e gas: combustibili di bassa qualità che raggiungono Aleppo dal mercato nero iracheno. E su ogni grosso incrocio, venditori ambulanti offrono generatori ben etichettati, provenienti dalla Cina. Sono gli unici affari che vanno bene perchè scarseggia l’elettricità. Nei viottoli, in parte bruciati e distrutti, del vecchio bazar di Aleppo si trovano ancora carne, verdure e pane. Le donne un tempo erano la vita dei mercati di questa città nota a tutto il mondo, oggi sono coperte dalla testa ai piedi nell’hijab e molte tengono nascosto l’intero viso sotto il niqab

L’odore di plastica bruciata rimane perennemente nella gola e il fumo sale all’infinito sopra Aleppo. I bambini frugano nelle montagne di spazzatura, per cercare materiale riciclabile. Sui marciapiedi della città anziani uomini, con kefiah dai mille colori, vendono legna da ardere.

Nel quartiere cristiano di Suleiman al-Halaby, quattro bambini su cinque non vanno più a scuola. Bombardamenti, fuoco di artiglieria e cecchini sembrano essere diventati comuni. Le famiglie devono educare i figli e portare a casa il cibo da mangiare. Fanno del loro meglio per sopravvivere in mezzo a questo conflitto, a caos e povertà. Alcuni abitanti di Aleppo ci dicono: “All’inizio di questa guerra c’era ingiustizia. Ora si è aggiunta l’umiliazione”. Nena News

Nena News Agency “REPORTAGE. Aleppo si aggrappa alla vita” – di Federica Iezzi

Standard