GABON. L’inverno caldo di Ondimba

Nena News Agency – 29 dicembre 2014

E’ di tre morti, secondo fonti dell’opposizione, il bilancio delle proteste di massa contro l’attuale presidente gabonese, la cui famiglia è al potere da 41 anni. Nell’aria il boicottaggio delle prossime elezioni e la lotta per l’allontanamento del capo di Stato

Libreville (Gabon) -Manifestazione dell'opposizione nel quartiere di Rio

di Federica Iezzi

Libreville, 29 dicembre 2014, Nena News – Manifestazioni contro il presidente Ali Bongo Ondimba hanno segnato la fine dell’anno del Gabon, durante crescenti tensioni politiche, in un Paese che si prepara alle elezioni presidenziali del 2016. Sono definitivamente esplosi i contrasti che da settimane erano emersi tra l’opposizione e il governo del presidente Ondimba.

Il 17 dicembre scorso gli studenti dell’Università “Omar Bongo” di Libreville sono scesi in piazza per manifestare contro l’arresto di un loro rappresentante accademico, Ondo Nicolas. Gli studenti hanno marciato verso il quartiere di Nkembo, scandendo slogan antigovernativi. Forze di difesa nazionale hanno usato gas lacrimogeni per disperdere gli studenti, i quali hanno reagito con il lancio di bombe molotov.

La dittatura durata 41 anni di Omar Bongo in Gabon, poi nel 2009 ceduta al figlio Ali Bongo Ondimba, ha comprato la pace nel Paese dell’Africa centrale, ricca di giacimenti di petrolio. Il dittatore aveva sottoscritto un tacito accordo con la Francia: la concessione dei diritti esclusivi di estrazione petrolifera, in cambio dell’invio delle forze speciali a sostenerlo, quando l’opposizione fosse diventata pericolosa.

Oggi regna il malcontento. Gli esponenti dell’opposizione ribadiscono di voler proseguire la protesta fino alle dimissioni del Presidente.

Secondo il Fronte Unito delle Associazioni e dei Partiti di Opposizione, tre persone sono state uccise a Libreville negli scontri della scorsa settimana tra forze di sicurezza del Gabon e manifestanti antigovernativi. Almeno un centinaio gli arresti, tra cui cittadini di Camerun, Benin e Mali. Dozzine i feriti gravi.

Per timori relativi alla sicurezza, il ministro dell’Interno Guy Bertrand Mapangou aveva vietato la manifestazione. In risposta alle dimostrazioni pacifiche, nel popolare quartiere di Rio a Libreville, il capo dello Stato ha mobilitato le unità speciali della gendarmeria e della polizia, per schiacciare i cortei.

Ieri gli esponenti dell’opposizione che hanno organizzato la manifestazione contro il governo Ondimba sono stati convocati per essere interrogati e accusati di minare la pace nel Paese. Presenti all’interrogatorio Jean Eyeghe Ndong, ex primo ministro del Paese e l’ex segretario generale dell’Unione Africana, Jean Ping.

François Ondo Edou, il portavoce dei leader dell’opposizione, chiede l’immediato rilascio di tutti i prigionieri politici.

Alain Claude Billie Da Nzé, portavoce della Repubblica del Gabon, risponde che il governo gabonese ha il dovere di proteggere i suoi cittadini. Dichiara che le istituzioni devono punire le persone che sostengono l’odio e la prepotenza, con il pretesto di contraddizioni politiche. Il capo dell’Ufficio regionale delle Nazioni Unite per l’Africa Centrale (UNOCA), Abdoulaye Bathily, condanna la violenza risultata dalla manifestazione. Nena News

Nena News Agency “GABON. L’inverno caldo di Ondimba” – di Federica Iezzi

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Medio Oriente. Il Natale lontano

Nena News Agency – 26 dicembre 2014

Il Medio Oriente si prepara a vivere un nuovo Natale di  paura e sangue tra assedio israeliano, Stato Islamico e continui scontri tra i gruppi ribelli e il regime siriano 

A Kurdish refugee child from the Syrian town of Kobani walks in the rain in a camp in the southeastern town of Suruc

di Federica Iezzi

Erbil (Iraq), 26 dicembre 2014, Nena News – Nel quartiere cristiano di Ainkawa a Erbil, il Natale è segnato dalle tende  di plastica blu e bianche delle Nazioni Unite. Ormai sono le uniche case delle migliaia di famiglie di caldei cattolici che, per generazioni, hanno abitato questo lembo di Iraq. Prima dell’invasione degli Stati Uniti nel 2003, inizio di un conflitto settario che, feroce, continua ancora oggi, nelle montagne irachene viveva un milione di cristiani. Oggi  ne rimangono appena 250.000.

La comunità cristiana di Baghdad è stata totalmente annientata e la maggior parte dei cristiani scampati agli abusi, ai rapimenti e alle violenze, si è rifugiata nel nord dell’Iraq, a Mosul, e nella regione di Nineveh, nei villaggi di Quaraqosh, al-Qosh e Telkeff. E qui ha inizio una nuova lotta impari con i jihadisti dello Stato Islamico. I cristiani del quartiere di Karakus, a Mosul, hanno lasciato l’Iraq con i soli vestiti che avevano indosso.

La persecuzione delle minoranze religiose è stata il tratto distintivo dei combattenti dell’ISIS, che continuano l’avanzata senza sosta sui 100 mila chilometri quadrati da Aleppo, a nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq. Distrutte, incendiate e saccheggiate tutte le chiese. Parlare di Natale e di cristianesimo è proibito. Solo 100.000 cristiani hanno trovato rifugio nel Kurdistan iracheno.

In Siria rapimenti, torture, uccisioni di massa e decapitazioni tormentano da più di tre anni le vite delle minoranze religiose. Almeno 200.000 cristiani sono fuggiti dal conflitto interno siriano e oggi come profughi occupano tende o rifugi governativi, nei paesi limitrofi. Chi è rimasto in terra siriana, dove in passato vivevano più di 2 milioni di cristiani, ha trovato un riparo ad al-Hasakah, a nordest.

I cristiani del quartiere di Hamidiyeh, nella città di Homs assediata per più di due anni, questo Natale sono tornati a decorare strade, porte e balconi distrutti. In Majla Square, gli anziani del quartiere hanno costruito un presepe di macerie. Nell’Aleppo senza acqua, elettricità e gas si è celebrata la tradizionale messa di mezzanotte. Semplici preghiere di pace nella cattedrale Mariamita di Damasco.

Con poche ore di elettricità al giorno, luci di Natale spente adornano la Striscia di Gaza. Gli attacchi dell’esercito israeliano restano come un’ombra nei giorni duri degli abitanti di Gaza. Quest’anno, almeno 500 cristiani della Striscia hanno ottenuto il permesso di entrare in Cisgiordania. Hanno attraversato Erez soltanto i palestinesi di età inferiore ai 16 anni e superiore ai 35, per passare la notte di Natale a Betlemme. Una magra consolazione per i circa 1500 cristiani che abitano Gaza e sono costretti a vivere sotto il pesante assedio di Israele dal 2006.

Nel cuore di Gaza City alcune vetrine sono addobbate con rami di pino. L’operazione Margine Protettivo, portata avanti per 50 giorni dal governo di Tel Aviv, che ha fatto crollare la Striscia quest’estate, ha ucciso centinaia di cristiani e distrutto le loro case. Le famiglie rimaste preparano un piccolo albero con candele rosse e verdi per i bambini. Nena News

Nena News Agency “Medio Oriente. Il Natale lontano” – di Federica Iezzi

 

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Repubblica Democratica del Congo: la guerra dello stupro e del coltan

Nena News Agency – 17 dicembre 2014

Anni di guerre sanguinarie e di contrasti tra ribelli, miliziani e governo. Obiettivo: contendersi le ricchezze del territorio congolese che va dall’Ituri al Katanga. Solo pedine le formazioni ribelli in Congo e i capi guerriglieri, la missione internazionale, l’esercito regolare congolese FARDC e i faccendieri rwandesi  

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di Federica Iezzi

Kinshasa (RDC) – Terre espropriate e diritti violati. 72 milioni di abitanti in una regione ricca di foreste, diamanti, oro e soprattutto di coltan, minerale usato in elettronica. Questo il riassunto della vita nel Congo-Brazzaville e nel Congo-Kinshasa.

Le milizie ribelli del cosiddetto Movimento per il 23 marzo (M23), continuano ad affliggere il nord Kivu, la regione più orientale della Repubblica Democratica del Congo.

Da metà ottobre, almeno 200 vittime. Radice degli attacchi, i ribelli delle Forze Democratiche Alleate e dell’Esercito Nazionale di Liberazione dell’Uganda.

Il traffico di coltan, ma anche di oro e diamanti, frutterebbe oggi ai guerriglieri circa un milione di dollari al mese, che sarebbero, in circonvoluzioni senza fine, reimpiegati per finanziare la guerra contro il governo di Kinshasha.

Con la cattura del generale Laurent Nkunda nel 2009, leader del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), si raggiunse un accordo che prospettò la rimozione delle truppe dal Kivu e l’evoluzione del CNDP in un partito politico tradizionale.

Il trattato di pace in questione venne firmato il 23 marzo 2009 ed è proprio a questa data che il nuovo gruppo di ribelli fa riferimento, per sottolineare il carattere fallimentare di quegli accordi.

I membri dell’M23 sono prevalentemente di etnia Tutsi e la loro opposizione al governo nazionale ha origine proprio nel conflitto irrisolto tra Hutu e Tutsi in Rwanda.

L’M23 ha iniziato le sue attività nell’aprile scorso, quando alcune centinaia di soldati hanno disertato l’esercito del Congo, lamentandosi per le condizioni di vita a cui sarebbero obbligati, e unendosi agli insorti di etnia Tutsi, guidati dal generale Bosco Ntaganda.

Nello stesso periodo il governo centrale del Congo, retto da Joseph Kabila, ha minacciato di trasferire via dal nord e dal sud Kivu i soldati del CNDP. L’annuncio ha provocato un ulteriore aumento delle diserzioni e la decisione dell’M23 di marciare verso Goma, la capitale della provincia.

Negli ultimi 20 anni, nella regione orientale del Paese, vicino al confine con l’Uganda, la cittadella di Beni,  centro commerciale e roccaforte della milizia ugandese ADF-NALU, è stata martoriata dai gruppi ribelli.

Si ripete la spirale di fredda violenza nonostante la costante presenza della missione ONU MONUSCO, a protezione dei civili disarmati.

Con l’opera delle forze di pace delle Nazioni Unite, i 3000 peacekeepers di Sud Africa, Tanzania e Malawi, e con l’aiuto delle Forze armate della Repubblica Democratica del Congo, si è riusciti a ridurre da 55 a 21 i gruppi armati ribelli, nelle regioni orientali del Paese.

Sono ormai saliti a 88.500 gli sfollati nel territorio di Beni e di Walikale, secondo gli ultimi dati dell’UNHCR.

Il conflitto degli ultimi cinque anni ha visto lo scontro tra le forze governative, sostenute da Angola, Namibia e Zimbabwe, e i ribelli, appoggiati da Uganda e Rwanda.

Gran parte delle attività dei ribelli è costituita da abusi contro i civili e lo sfruttamento illegale delle risorse naturali, che si tratti di metalli, avorio o legno. Le grandi quantità di oro, rame, diamanti e di coltan, trasformato poi in tantalio, sono gli incentivi economici perchè la guerra continui.

Le donne e le bambine sono l’obiettivo della guerra che si trascina da 20 anni nell’est del Congo. Gli stupri sono diventati il modo per distruggere il popolo. Non si tratta di un singolo soldato che come per un gioco spietato violenta una ragazzina, ma di un uso sistematico della violenza sessuale per annientare l’umanità delle persone. Si stima che vengano violentate più di mille donne ogni giorno.

La guerra civile, scoppiata nel Congo orientale, oggi ormai coinvolge nove nazioni africane e ha direttamente influenzato la vita di 50 milioni di congolesi.

Educazione, giustizia, e sistemi sanitari sono crollati. Nonostante l’enorme ricchezza di risorse naturali, la Repubblica Democratica del Congo rimane uno dei paesi più poveri del mondo, con un PIL procapite di soli 171 dollari.

L’ultimo decennio di guerra nel Congo è costato oltre 5 milioni di vite. A questo si aggiunge una riduzione di aiuti umanitari da parte del World Food Programme, per cui più di 4 milioni di abitanti del Congo orientale sono oggi a rischio malnutrizione. Nena News

Nena News Agency “Repubblica Democratica del Congo: la guerra dello stupro e del coltan” – di Federica Iezzi

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FOTO. Gaza, nelle case rimaste in piedi a Khuza’a

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Nena News Agency – 15 dicembre 2014

A segnare il destino di Khuza’a è stata l’operazione israeliana Margine Protettivo. Quest’estate bombe e colpi di mortaio hanno riempito le ore di questo villaggio rurale, a sud della Striscia di Gaza, poco lontano dalla linea di confine egiziana

Khuza'a (Striscia di Gaza) - La casa distrutta di Bilal e Nazmia

Khuza’a (Striscia di Gaza) – La casa distrutta di Bilal e Nazmia

testo e foto di Federica Iezzi 

Khuza’a (Striscia di Gaza), 15 dicembre 2014, Nena News – Case piegate su loro stesse o scheletri di casa. E’ così oggi Khuza’a. Della famiglia di Bilal e Nazmia fanno parte cinque bambini: Yazin, Tala, Deema, Osama Mohammed e Asma. Vivono alla periferia del villaggio. E sentono ogni giorno l’esercito israeliano sparare verso di loro da est.

La casa di Nazmia è collassata su se stessa. E’ rimasto miracolosamente in piedi il portone marrone. Non si apre più. O non hanno più il coraggio e la forza di aprirlo. Il nuovo ingresso è un telo bianco di plastica sporco di terra e pioggia, che nasconde uno stretto corridoio dove è ammassata poca roba da mangiare, pentole e taniche di acqua.

La camera, una piccola stanza con una finestra coperta dai detriti, ha semplicemente un pavimento protetto da tappeti di plastica, dal colore del legno. Ammassati sulle pareti rimaste in piedi, coperte e vestiti, imballati nei sacchi neri dell’immondizia. Lì si beve il tè e si dorme. Con un’ora e mezza di elettricità al giorno e niente acqua corrente.

Bilal racconta che ormai da agosto continua l’incubo dei messaggi sui telefoni, con cui si invita ardentemente gli agricoltori a lasciare le proprie case. Rischio: quello di venire colpiti dagli attacchi dell’esercito israeliano. Risalgono a solo qualche giorno fa, gli ultimi colpi partiti da Israele verso Khuza’a.

Nazmia ci dice che hanno distrutto la cucina della casa di sua madre. La sua famiglia ha abbandonato il villaggio dopo uno dei primi raid aerei. I vicini le hanno raccontato che i soldati israeliani hanno abusato della casa e poi hanno ordinato ad un bulldozer di continuare a devastarla. Dopo il massacro delle persone, l’esercito di Netanyahu ha iniziato il tiro al bersaglio con gli animali: capre, pecore, gatti e cani. Tutti morti per le strade insanguinate. Bambini e animali, uomini e anziani. Stessa sorte della gente del quartiere di al-Shujaiyya, a Gaza City. Per un soldato israeliano morto in battaglia, centinaia di civili palestinesi sterminati.

E pensare che per le strade di questo piccolo lembo di terra alle cinque del pomeriggio, nell’ora in cui il muezzin richiama alla preghiera con l’adhan, si respirava il profumo della carne cotta sul fuoco.

Deema, la figlia più grande di Nazmia, dice di non riconoscere più la moschea di Ibad Alrahman nel centro del villaggio. Cumuli di detriti custodiscono la cupola della moschea, rimasta intatta ma inavvicinabile. E’ stata fatta saltare sulla dinamite. Sulla strada adiacente, i soldati israeliani facevano mettere in ginocchio la gente, per averla sotto controllo. Oggi la moschea si è trasferita in una tenda cerea, illuminata da fari bianchi. All’entrata due secchi di alluminio pieni di acqua, per il lavaggio dei piedi. Uno per le donne, uno per gli uomini. Sul pavimento della tenda, tappeti rossi arabescati, accolgono gli abitanti di Khuza’a per la preghiera del venerdì. Nena News

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FOTO. Vita nel villaggio siriano di Atmeh

Nena News Agency – 13 dicembre 2014

Solo tre anni fa bulldozer, forze di sicurezza e volontari erano uniti a scavare e tirare su le tende, in quello che chiamavano Olive tree camp. I rifugiati del nord-ovest della Siria si stiparono nel villaggio di Atmeh, sperando in un pasto caldo e in un riparo per la notte. Oggi non arrivano più aiuti umanitari

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testo e foto di Federica Iezzi

Idlib (Siria), 13 dicembre 2014, Nena News – In mezzo all’incertezza, gli abitanti del campo profughi di Atmeh fanno del loro meglio per ritagliare un po’ di ordine nella loro vita. Fino a un mese fa la regione di Jabal al-Zawiya, nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, era sotto il controllo delle forze di al-Assad. Oggi i combattenti del Fronte al-Nusra hanno occupato una serie di villaggi dell’area, ancora oggetto di attacchi da parte del regime.

Le famiglie siriane vivono sotto teli di plastica bianchi e azzurri. 30.000 persone ormai e 3200 tende. La popolazione del campo diminuisce e aumenta in base a quante bombe cadono sul terreno annientato. Alle tende si sono aggiunti edifici in lamiera. E lungo le stradine fangose del campo, si affacciano piccole botteghe che vendono falafel e coca cola.

Quando l’area attorno a Idlib era controllata dall’Esercito Siriano Libero c’erano posti di blocco ogni chilometro e soldati a presidiare i campi rifugiati. Oggi tutta la zona, fino a Kafranbel, nel sud della provincia di Idlib, è occupata da al-Qaeda e non esiste alcuna protezione.

Si cucina in tutto il campo zuppa di lenticchie. Donne e bambine alle prese con grossi pentoloni rossastri, appoggiati con poca stabilità sopra il fuoco. In mezzo a corde tese tra tenda e tenda, dove sono schierati i vestiti appena lavati, e teli di plastica, le donne iniziano a cuocere il piatto pane arabo, sul retro di grandi vasi rotondi, arroventati dalle fiamme sottostanti.

Nessun segno di assistenza umanitaria internazionale. La spiegazione ufficiale è che Idlib è una zona in mano ai ribelli. I bambini vivono tra scabbia, pidocchi, leishmaniosi e morbillo. Tremano con i sandali aperti nel fango. Adesso è arrivato il freddo. Nelle tende si accendono stufe di fortuna e non sono rari incendi e ustioni. Si affoga nell’acqua delle inondazioni e nelle acque reflue. Gli uomini cercano di scavare fossati attorno alle tende per drenare il terreno intriso. Al mattino si aspetta qualche raggio di sole che faccia asciugare sabbia e terra.

Sul pavimento della tenda di Nuzhah c’è un enorme tappeto, un paio di materassi e bicchieri di vetro. All’entrata un fuoco circondato da grosse pietre bianche, ormai annerite dalla cenere, e un pentolino con l’acqua presa nel fiume vicino. Ci togliamo le scarpe, entriamo nella tenda e beviamo un tè bollente. Mi racconta che sua figlia è nata due anni fa nel campo, in una mattinata fredda. Sconfitta, mi dice che Mayada, come migliaia di altri bimbi, non vedrà mai la sua casa, non ci tornerà più. La sua più grande preoccupazione è come poter sfamare i figli. I suoi figli chiedono sempre più cibo, proprio come i bambini normali, ma mi dice, con quegli occhi azzurri pieni di lacrime che non vogliono scendere, che lei non può offrire loro qualcosa di più. Così mangiano i limoni.

Tawhid, il fratello maggiore di Mayada, non va più a scuola da quando aveva 11 anni, dal giorno in cui le forze governative bombardarono la sua scuola alla periferia di Hama. Ora ha 13 anni e aiuta sua madre. Fa lavori saltuari nel campo. Si occupa di capre e galline. Mi dice che per lui ormai non c’è più speranza, è sufficiente che il suo fratellino più piccolo vada a scuola.

La tenda “madrasa” (scuola) come la chiamano qui è una collezione di sei tende fatiscenti che ospitano 500-600 bambini al giorno. Ogni tenda sembra incollata all’altra, i rumori si fondono insieme in un vociare continuo. Ci sono troppo pochi posti. Cercare fogli per fare i compiti a casa diventa una sfida. Hanno un libro in comune in ogni classe. Gli insegnanti non hanno la capacità di educare gli studenti delle scuole secondarie.

In alcune zone della provincia di Idlib, dove non ci sono campi profughi ufficiali, i rifugiati siriani devono pagare l’affitto per la terra dove le loro tende sono appoggiate. Si tratta di 1.300 dollari all’anno. Come si guadagnano questi soldi? Le donne vanno a raccogliere nei campi olive e verdure. Gli uomini lavorano per due lire e in nero costruendo dove è stato demolito o vendendo sigarette di contrabbando al confine turco. I bambini raccolgono plastica dai rifiuti e la rivendono.

Non ci sono convogli di aiuti delle Nazioni Unite. Né acqua corrente. Niente elettricità, nessun modo per riscaldarsi. Nessun sistema fognario, nessuna tenda medica. Eppure questi campi spesso sono la patria di 13.000 anime. Nena News

Nena News Agency “FOTO. Vita nel villaggio siriano di Atmeh” – di Federica Iezzi

 

 

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Il confine tra Siria e Turchia: la terra di nessuno

Nena News Agency – 11 dicembre 2014 

Nonostante Ankara dica di non armare i ribelli siriani, i combattenti jihadisti sostengono di ricevere finanziamenti da ricchi siriani o arabi del Golfo con la complicità turca. La guerra siriana ha sconvolto, ma non estinto, il commercio spesso illegale con la Turchia

Syrians within a group of refugees wait near the Turkish-Syrian border after fleeing Syria, near Sanliurfa

Syrians within a group of refugees wait near the Turkish-Syrian border after fleeing Syria, near Sanliurfa

di Federica Iezzi

Al-Hasakah (Siria), 11 dicembre 2014, Nena News – Ai checkpoint da Mursitpinar a Reyhanli, all’inizio della terra di nessuno, lungo tutto il confine turco-siriano, funzionari turchi in alta divisa e dall’aria seriosa spiegano alle centinaia di persone in coda che solo a siriani, rifugiati registrati o titolari di passaporti stranieri anche se nati in Siria, è permesso entrare. La maggior parte dei checkpoint non è contrassegnato nelle cartine. E’ solo disegnato attorno a torri circondate di filo spinato. Durante i tre interminabili anni di conflitto che hanno divorato la terra siriana, i posti di blocco sono stati tunnel naturali per l’entrata di armi e dei combattenti stranieri che si sono uniti ai gruppi di ribelli siriani. In particolare all’Esercito Siriano Libero guidato strategicamente da Riyad al-Assad, la cui roccaforte è in Turchia, da sempre sostenitrice delle milizie anti-governative siriane.

Di recente i cancelli turchi erano diventati un passaggio facilitato per i jihadisti dell’ISIS, quelli stranieri provenienti dai Paesi Europei. Dopo anni di tolleranza a traffici di combattenti e all’apertura illimitata dei confini, la Turchia di Davotoglu oggi sembra aver intensificato sulle linee di confine pattuglie, posti di blocco e recinzioni. Molti tra i rifugiati siriani nei campi di Suruc, Habit e Sanliurfa, mi raccontano che hanno attraversato il confine turco grazie a contrabbandieri che traghettavano la gente avanti e indietro per la modica somma di 70 dollari a persona. Stessa sorte per i combattenti feriti portati nelle strutture sanitarie siriane, in particolare nella zona di Aleppo. Negli ospedali siriani, ormai distrutti e senza materiali, se sei un combattente dell’ISIS o delle altre decine di gruppi e fronti jihadisti non fa molta differenza. Paghi e entri in Turchia. Questo il racconto di Nassan. Ribelle ferito ritrovato in uno degli improvvisati ospedali da campo di confine. Nassan sostiene che a Oncupinar, nel centro-sud della Turchia a un’ora di macchina da Aleppo, è stato facile corrompere con 25 lire turche (poco meno di 14 dollari) un agente turco per arrivare a Kilis. Un infermiere mi dice che combatteva per l’ISIS. Per quelli che hanno passaporto straniero bastano invece 25 dollari per il passaggio immediato. Il funzionario turco di turno suggerisce luogo e ora e dà garanzia di una macchina sul lato siriano. Nella provincia di Idlib non c’è nessun controllo di frontiera. Uomini con passaporto siriano sono ancora in grado di attraversare legalmente e facilmente il territorio dello Stato Islamico così il movimento illecito di esseri umani continua fra gli uliveti e i terreni agricoli di Aleppo, al-Raqqa e Deir Ezzor. Ne è un esempio il checkpoint di Akçakale (sud-est della Turchia) da dove sono transitati centinaia di combattenti dell’ISIS.

Tranne che per i valichi di frontiera ufficiali tra Siria e Turchia, è quasi impossibile il controllo su tutti i 911 chilometri di confine. I contrabbandieri hanno negli anni elaborato percorsi sicuri nei campi dove sono disseminate 650.000 mine. Storiche vie di contrabbando lungo i confini iracheni, iraniani e siriani, topografia e condizioni meteorologiche, hanno facilitato la poca sicurezza e l’esiguo controllo delle frontiere. In Turchia la supervisione delle dogane non è affidata ad un unico corpo. Si passano la palla esercito, polizia di stato e polizia doganale. I commerci abusivi non risparmiano materiali e carburanti. Camion carichi di ferro e cemento aspettano ogni giorno di entrare in Siria davanti ai cancelli di Reyhanli e Kilis. Aiuti umanitari che cadono nelle mani dei membri dell’Esercito Siriano Libero e vengono rivenduti ripetutamente al doppio del prezzo ai commercianti turchi.

Il mercato di carburanti è fiorente in direzione Siria-Turchia attraverso una rete ben costruita, ed evidentemente ben conosciuta, di tubi sotterranei. Ai militanti siriani frutta almeno un milione e mezzo al giorno di dollari. Il governo turco quest’estate ha distrutto 320 tubi adattati ad oleodotti artigianali nell’area di Hacipasa. I trafficanti lavorano indiscriminatamente con i guerriglieri dell’ISIS. Un barile di petrolio, il cui prezzo al mercato vale anche 100 dollari, può essere scontato fino al 75 per cento. Il greggio viene trasportato in Turchia via Mosul. La confusione burocratica e la sicurezza dei confini turco-siriani si sono riaccese a Kobane. Con il consumarsi della guerra civile in Siria e l’instabilità politica in Iraq, non sembrano più esistere linee demarcate di confine. Solo mondi paralleli che si incrociano quando spinti da interessi comuni. Nena News

Nena News Agency “Il confine tra Siria e Turchia: la terra di nessuno” – di Federica Iezzi

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KOBANE. Vita e lotta dentro la città assediata

Nena News Agency – 08 dicembre 2014

I campi profughi turchi sono diventati una sorta di casa per gli abitanti di Kobane. Ma c’è chi non vuole lasciare la città dove è cresciuto e le strade dove correva da bambino. Perdere Kobane significherebbe consegnare all’ISIS un legame diretto tra Aleppo e la roccaforte al-Raqqa e abbandonare il controllo di un ampio tratto del confine turco-siriano

Syria - Kobane

Syria – Kobane

di Federica Iezzi 

Kobane, 8 dicembre 2014, Nena News – Al confine tra Siria e Turchia, vecchie colonne grigie di fumo  non smettono  di soffocare l’aria tiepida, scaldata dal sole invernale. Frutto degli almeno 200 raid aerei della Coalizione Internazionale, in ormai due mesi di combattimenti.

Siamo a Kobane. Dalle montagne brulle di Tel Shair, che circondano la città, si vedono solo edifici ridotti in macerie sotto un’aria velata di polvere. Dal 16 settembre scorso, Kobane è simbolo e arena di scontri tra i jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, che seguono pedissequamente il programma di avanzata, e i combattenti siriani dell’Unità di Protezione Popolare.

Le porte di Kobane sono custodite dai mortai. Fuoristrada grigi scuri, con le bandiere nere dello Stato Islamico tatuate sulle porte e con MG30 al seguito, sfrecciano ferocemente sulla Halnaj-Kobani, strada a sud-est della città.

Gli anziani, con le numerose famiglie, non lasciano le proprie case, in una città alle prese con pesanti problemi idrici, in una città alimentata dai cancelli di confine di Mursitpinar, a pochi chilometri dalla provincia turca di Sanliurfa. Da settembre il quotidiano silenzio di Kobane, si è trasformato nel fragore dei proiettili che crivellano gli edifici crollati, delle auto bruciate, degli spari e delle esplosioni. Almeno 300.000 persone hanno attraversato il confine turco. 150.000 persone abitavano Kobane.

I ragazzi rimasti raccontano che a loro manca la scuola. Hanno paura di non riuscire più a ritrovare quel tipo di vita. Adesso vagano sgomenti per le strade, non hanno notizie dei loro amici. L’arrivo dei combattenti dell’ISIS per gli uomini significa non poter più indossare un paio di jeans, per le donne significa niente più scuola, niente trucco, nè capelli tinti. Divieto di fumo e musica.

La battaglia non è finita, dicono i difensori della città: i curdi dell’YPG. Questi, insieme alle brigate dell’Esercito Siriano Libero, ai raid aerei statunitensi e ai peshmerga iracheni, si oppongono alle azioni oppressive e sconvolgenti dell’ISIS. La tenace resistenza, contro combattimenti che infuriano nella periferia e nei quartieri interni della città, è guidata da un popolo assediato, a corto di cibo, carburante, armi e senza un adeguato sostegno internazionale.

Medici e infermieri lavorano gratuitamente in ospedali di fortuna, protetti dai kalashnikov degli uomini e donne dell’YPG. Non ci sono più ospedali pubblici funzionanti e le scorte di medicine stanno finendo. Svuotati i negozi di alimenti e bevande per i combattenti e per i civili. Ogni giorno, le madri dei combattenti cucinano per chi ha fame, negli angoli senza luce, distrutti e asserragliati, di una città diventata un forte militare.

Gli scontri si sono trasformati in una vera e propria guerriglia urbana nei distretti orientali, nella zona industriale di Sina’a, in prossimità delle colline scoscese di Mushta Nur, nel quartiere di Misher e nel distretto di Taxa Araban. In un gioco infinito di pedine, i combattenti dell’YPG strappano ai sunniti dello Stato Islamico, il controllo di strade ed edifici nell’area del Municipio e della moschea di al-Haj Rashad, a sud di Kobane; nell’area di al-Hal e di Azadi Roundabout, nella zona est della città. Ripreso il controllo anche della strada Halnaj-Kobani. Ultimi raid aerei della Coalizione Internazionale sull’area di Souq al-Hal e sulla piazza governativa. Almeno quattro nella sola giornata di oggi.

E’ in mano all’ISIS ogni edificio in cui sventola la bandiera nera nella zona est della città. Le zone ad ovest sono invece interamente controllate dall’YPG. Gli edifici amministrativi sono apparentemente funzionanti, ad eccezione dell’Asaish security forces building, caduto nelle mani dei jihadisti.

Secondo gli ultimi dati del Syrian Observatory for Human Rights, dall’inizio dei combattimenti su Kobane le vittime sono salite a 1153: di cui 54 civili, 387 combattenti dell’YPG, 712 combattenti dell’ISIS.

La città ha un aspetto livido ma vive nei sobborghi, nelle cucine, nelle strade bloccate. Le finestre rimangono scure al tramonto. Polvere e sabbia cadono dai soffitti incompiuti. Mosche ronzano sui volti dei bambini così come la pioggia batte forte, fuori dalle finestre. Ma da quelle finestre restano svegli gli occhi di ciascuna famiglia rimasta. Nena News

Nena News Agency “KOBANE. Vita e lotta dentro la città assediata” – di Federica Iezzi

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