KENYA. Vince Kenyatta, scoppiano gli scontri

Nena News Agency – 12/08/2017

Almeno 5 morti durante manifestazioni contro il presidente rieletto accusato dall’opposizione di Odinga di brogli. Rimane nell’aria la lotta dinastica tra le due famiglie Kenyatta e Odinga, rispettivamente kikuyu e luo

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di Federica Iezzi

Roma, 12 agosto 2017, Nena News – Mantiene l’incarico come presidente Uhuru Kenyatta, dopo essere rimasto sempre in testa, sullo storico sfindante Raila Odinga, durante le ultime elezioni in Kenya. Kenyatta vince con più del 54% dei voti contro il 44% di Odinga tra tafferugli e incredulità. Più di 15 milioni i kenyani che si sono recati alle urne, pari al 78% degli elettori registrati.

Il voto ha messo a confronto per l’ennesima volta Uhuru Kenyatta, uomo d’affari di 55 anni e figlio del presidente fondatore del Kenya, e i 72 anni di Raila Odinga, ex prigioniero politico e figlio del primo vice-presidente del Kenya.

Sebbene le prime ore dopo il voto di martedì scorso fossero state regolari nella maggioranza del territorio del paese dell’Africa orientale, scontri tra polizia e sostenitori dell’opposizione sono iniziati dopo l’incertezza dei risultati finali. Tensioni su brogli, accuse di falsificazione di voto, voti non validi e manipolazioni sul sistema informatico hanno segnato i principali seggi elettorali in Kenya.

Amnesty International ha riportato di violenze nella contea di Garissa, nella regione sudorientale del Tana River, nelle baraccopoli di Mathare di Nairobi e nella zona di Kondele nella città portuale di Kisumu. Almeno cinque persone sono state uccise durante gli scontri. Due sono state uccise nella capitale Nairobi, un’altra nella contea di Kisii, nell’ovest del paese, durante alcuni scontri con le forze di sicurezza, e altre due nella città di Hola, regione di Tana River, in un attacco a un seggio elettorale.

Gli osservatori internazionali hanno lodato la gestione delle elezioni presidenziali, con il consenso anche dell’Unione Africana, non segnalando alcun sospetto di manipolazione, nonostante le denunce dell’opposizione. Secondo il report dell’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC), organo costituzionale kenyano, le elezioni sono risultate conformi alle leggi in vigore nel paese.

Il governo Kenyatta aveva notevolmente investito in un nuovo sistema di voto elettronico, per le recenti elezioni. Ma questo sembra aver fatto poco per aumentare la fiducia dell’opposizione nel processo elettorale. Tra i motivi di tensione spicca quello per cui i candidati all’opposizione spesso dichiarano che il partito di governo utilizza risorse statali per svolgere le proprie campagne elettorali. Questo è dunque il clima con cui inizia il secondo mandato da presidente di Uhuru Kenyatta.

Rimane nell’aria la lotta dinastica tra le famiglie Kenyatta e Odinga. Entrambi i candidati hanno manipolato audacemente le loro fortezze etniche, rispettivamente kikuyu e luo, mentre i loro sostenitori hanno dimostrato ancora una volta una tenace ossessione verso i modelli di voto tradizionali. La sofisticazione elettronica del sistema di voto non è stata all’altezza dei programmi di entrambi i candidati. Nessun accenno alla lotta alla corruzione e alle macchinazioni politiche, all’incombente disoccupazione giovanile e alle riforme politiche. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Vince Kenyatta, scoppiano gli scontri” di Federica Iezzi

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AFRICA. Kenya al voto, in vista nessun cambiamento

Nena News Agency – 01/08/2017

La base elettorale di Uhuru Kenyatta è costituita da agricoltori di piccole-medie imprese agricole. Quella di Raila Odinga sono i suoi governatorati fortificati. In ogni caso nessuna delle due figure rappresenta il marchio del cambiamento per il Kenya

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di Federica Iezzi

Roma, 1 agosto 2017, Nena NewsIl prossimo otto agosto il Kenya voterà per le sue quinte elezione presidenziali a partire dalla fine dello stato unilaterale del 1991. Delle quattro elezioni precedenti, tre sono state alterate dalla violenza, compresa l’elezione 2007-2008, quando 1.100 persone sono state uccise e 650.000 sfollate, in cui il presidente in carica fu accusato di crimini contro l’umanità nei riguardi delle etnie Luo, Luhya e Kalenjin, all’epoca principali oppositori.

Gli ultimi sondaggi vedono in testa il presidente in carica Uhuru Kenyatta, con il 47% dei voti, appoggiati dal partito liberale Jubilee. Dall’opposizione risponde, con il 42% dei voti, il partito National Super Alliance (NASA), coalizione di centro-sinistra, con il suo candidato Raila Odinga.

Secondo la legge costituzionale kenyana dunque, almeno per adesso, nessun candidato ha abbastanza voti per superare la fatidica soglia del 50%, indispensabile per aggiudicarsi la vittoria. A questo si aggiunge più del 10% degli elettori registrati che non prevede di partecipare alle prossime elezioni.

Nel 2013 Kenyatta ebbe la meglio su Odinga per soli 4.000 voti, con la piaga dilagante dei voti invalidi.

In un Paese in cui l’80% della popolazione ha meno di 35 anni, solo il 13% per cento di coloro che corrono per cariche politiche, sono in quella fascia d’età. Questo dice qualcosa sulla politica paternalistica che il Kenya sta lottando per allontanare. Per anni i giovani non hanno avuto e continuano a non avere alcun ruolo nella politica nazionale del Paese. La macchina elettorale è ancora guidata da vecchi politici e vecchie politiche che non riflettono la volontà del giovane elettorato.

La base elettorale di Uhuru Kenyatta è costituita da agricoltori di piccole-medie imprese agricole che si aspettavano autorevoli investimenti nell’agricoltura, in cambio del loro sostegno alla candidatura del 2013 dello stesso Kenyatta. Promesse puntualmente disattese.

La base di Raila Odinga, sono i suoi governatorati fortificati, durante il suo mandato quinquennale come primo ministro. Il resto del Paese è inesistente. Nessuna delle due figure insomma rappresenta il marchio del cambiamento per il Kenya.

Oggi la differenza in Kenya la fanno le 47 contee, in cui è stato suddiviso il Paese nel 2010, ciascuna con un proprio bilancio e con le proprie strutture politiche. Dunque, la politica iper-locale salva gli elettori dalla delusione collettiva verso la politica nazionale. La politica di ciascuna contea ha un impatto reale sulla vita degli abitanti. Le strade che non esistevano ora esistono. I pozzi che prima non c’erano ora vengono scavati.

Secondo gli osservatori di Human Rights Watch, le contee di Mandera, Baringo South, Laikipia e Turkana, sono a più alto rischio di violenze elettorali. Al momento non è garantita nè un’adeguata sicurezza nel corretto espletamento delle operazioni di legge, né un’adeguata protezione verso i residenti. Nena News

Nena News Agency “AFRICA. Kenya al voto, in vista nessun cambiamento” di Federica Iezzi

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L’universo degli impauriti, a bordo delle navi da salvataggio

Il Manifesto – 12 luglio 2017

REPORTAGE. Arrestiamo umani. A bordo delle navi di salvataggio fuori dalle coste libiche c’è un universo fatto di sudore, urina, vomito, sangue. E sperando di non respirare l’odore della morte, in quel mondo si trovano anche persone provenienti da paesi diversi ma accomunate dalla fuga: da guerre, torture, arresti arbitrari, stupri e violenze

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di Federica Iezzi

Tripoli (Libia) – Sul ventre di un’onda, tra la notte fonda e l’alba, la luna perde il suo bagliore e il cielo e il mare si sciolgono in un’oscurità così profonda che permette soltanto di fiutare il dolore acuto della miseria umana. È una mescolanza informe di sudore, urina, vomito, sangue. E si prega sempre che non ci sia anche l’odore della morte.

IL MAR MEDITERRANEO, lucido alla nuova luce di ogni mattino, è diventato il percorso migratorio più mortale al mondo. Nel 2016 gli sbarchi attraverso il Mediterraneo hanno superato i 360.000 e più di 5.000 migranti hanno perso la vita, prima di raggiungere i tanto bramati porti europei, i quali capofila rimangono quelli italiani. Solo nel 2017 le profondità oscure di questo mare sono diventate la tomba per più di 2.000 migranti.

LE ACQUE SALATE tra Libia e Italia accolgono instancabilmente chi fugge dai fucili, dalla repressione e dalla povertà della propria patria. Sovraffollate imbarcazioni da pesca in legno, imbottite in poliuretano, poco adatte per attraversare un fiume, tanto meno un vasto mare, parlano decine di dialetti diversi. Costa d’Avorio, Nigeria, Liberia, Somalia, Eritrea, Sudan senza dimenticare Siria, Afghanistan, Pakistan e Bangladesh.

Sono rifugiati. Rischiano tutto per avere una possibilità di libertà e dignità. Le centinaia di giubbotti salvavita, verniciati di un arancione che fa male agli occhi, stipati sul ponte principale della nave di soccorso, risvegliano il mondo alla severità imposta dall’Europa. Le storie si sovrappongono tutte. Kamal ha viaggiato per otto mesi da Mvolo, in Sud Sudan.

HA VISSUTO LA GUERRA e ha lasciato che gli passasse accanto, ha partecipato a proteste contro il governo del suo paese, è stato arrestato per le sue idee, è stato percosso, violentato e messo in isolamento, senza cibo e solo con acqua, per giorni nelle carceri sudanesi.

Poi è finito in Libia, dove è stato bloccato dai miliziani. Detenuto nei pressi di Misurata, in uno dei centri da loro gestiti, che non compare in nessuna cartina politica, ha pagato 400 dollari per essere rilasciato. E dopo otto mesi ha pagato ancora, questa volta i contrabbandieri, per attraversare il Mediterraneo.

Kamal ci dice «Le madri nei pescherecci non si rendevano conto che i loro bambini non erano più vivi, non si rendevano conto che tenevano in braccio bambini morti. La morte cancella tutti i lineamenti. Preferisco morire sulla terra. La morte in mare è silenziosa e solitaria».
Lo ascoltiamo abbassando gli occhi e pensando che forse in quel momento, quando l’ultimo respiro ti accompagna in acqua, in mezzo alla vastità del mare, una vita può sembrare insignificante. La speranza è aggrappata con le unghie sanguinanti ai bambini senza voce che sono ancora custoditi nelle pance delle donne.

LE ROTTE NEL MARE NOSTRUM hanno preso quota dopo l’accordo chiuso tra i civili Paesi dell’Unione europea e la Turchia, riguardo la violenta interruzione della via migratoria attraverso i Balcani.

Per i migranti dell’Africa occidentale, la via Agadez-Dirkou-Sabha è quella abitualmente solcata. In viaggi di migliaia di chilometri attraverso Niger e Libia, si arriva, in sella ai pick-up dei contrabbandieri, sulle coste libiche tra Zawarah e Sabratha, a ovest di Tripoli.
I migranti dell’Africa orientale, in particolare del Corno d’Africa, seguono la via Khartoum-Kufra, grazie alla quale i deserti del Sudan e della Libia, sono collegati a Bengasi.

DA TRIPOLI O BENGASI si aspetta il bel tempo, si salpa e non si sa se si arriva. Le piccole imbarcazioni gestite dal business lucrativo di contrabbando di persone, di una Libia totalmente instabile politicamente, viaggiano alla velocità di cinque miglia all’ora. Il distruttivo viaggio fino alle coste europee può durare più di 40 ore. A non meno di sessanta miglia nautiche (110 chilometri) dalla costa libica inizia l’area di azione dell’agenzia europea Frontex: spesso per i migranti è l’unica speranza di arrivare vivi all’altro capo del Mediterraneo.

SULLA NAVE l’odore è pungente. Arrivano da Eritrea, Etiopia, Gambia, Senegal, Nigeria, Mali. La maggior parte è a piedi nudi, con le gambe di ebano coperte di polvere e sale marino incrostato. A soli 17 anni, Jawo è in viaggio dalla capitale gambiana, Banjul. Il suo viaggio è iniziato dopo che il padre è stato arrestato per motivi politici. Ha viaggiato attraverso Mali, Burkina Faso e Niger per raggiungere la Libia sud-occidentale. Ci racconta che i trafficanti lo hanno messo nella parte posteriore di un camioncino e hanno guidato per dieci giorni sulle dune desolate del Sahara.

«Potevamo portare una tanica da quattro litri di acqua ciascuno. Gli ultimi giorni non ho bevuto nulla. La sabbia mi entrava negli occhi e io non avevo nemmeno la forza di chiuderli. Il mio sguardo era fisso verso un orizzonte che sembrava non finire mai».
Ci racconta che una volta arrivati sulla costa libica, prima di imbarcarsi, tutti i migranti ricevono una chiamata. Il trafficante che subentra, li fa riunire in un posto specifico. Tutti i telefoni vengono raccolti e confiscati.

Non si possono portare bagagli e fino al momento dell’imbarco vengono forniti cibo, acqua e servizi igienici. Molti raggiungono di notte il peschereccio sorteggiato per la traversata e non trovano spazio. Questo significa partenza rimandata ma soprattutto altra permanenza in Libia, dove si rischia di finire in carcere. Per Jawo, che ha attraversato il Sahara e il Mediterraneo, un nuovo viaggio è destinato ad iniziare in una nuova terra. Lo aspettano i volontari con scatoloni di cartone pieni di sandali. Gli viene consegnato un paio di scarpe in gomma. Jawo viene contrassegnato con un numero e svanisce dietro una tenda. «Non pensavo di arrivare vivo», è così che ci saluta, impaurito per la vecchia vita lasciata e per la nuova da iniziare.

ABDOULAYE ARRIVA DA GAO, in Mali. È arrivato ad Agadez in autobus. Da lì un contrabbandiere per 800 dollari l’ha portato a Tripoli. Ha dormito per giorni in un magazzino abbandonato a Sabratha: «Mi hanno detto che se mi vedevano, mi avrebbero portato in carcere. È dura in Libia uscire dal carcere. Ti tengono in ostaggio, fino a che non li paghi. Così da quel magazzino affollato, che condividevo con altre 60 persone, uscivo soltanto di notte per bere e mangiare. Il Ramadan mi ha aiutato, digiunavo dall’alba al tramonto, e non pensavo alla sete in quei giorni bollenti».

I CONTRABBANDIERI hanno promesso a Abdoulaye che per 400 dollari l’avrebbero buttato su una barca per raggiungere l’Italia. E l’hanno fatto. Era un gommone di 20 metri di lunghezza, alimentato da un motore esterno.

«Eravamo 130, stipati in uno spazio disegnato per 25 persone. Quel motore faceva un rumore strano. Io sapevo che non saremmo andati lontani, a Gao ero meccanico. Ma avevo paura delle milizie e dei soldati libici, avevo paura dei contrabbandieri. Avevo paura della mia ombra. Così sono salito e ho pregato»

A Abdoulaye hanno dato un giubbotto salvavita che ha pagato quattro dollari, non c’era spazio per altro. Uno dei contrabbandieri con un AK-47 in mano è saltato nel gommone, e li ha diretti verso il mare. Dopo solo un’ora di viaggio, ad aspettarlo in pieno mare un’imbarcazione a vela che lo ha riportato a terra. A capo dei pescherecci spesso rimane un rifugiato dotato di una formazione nautica rudimentale. A volte si riescono a reperire veri pescatori, egiziani o tunisini, che cercano semplicemente un mezzo per arrivare in Europa.

«Improvvisamente il mare e il cielo avevano lo stesso colore: il nero»
LA REALTÀ diventa così pesante che la maggior parte delle persone rimane seduta in silenzio. Troppo impauriti per parlare, per piangere, per gridare, per fare domande.
Poi il primo bip sul radar e Abdoulaye sale sulla nave bianca di soccorso. «Ho visto tute bianche protettive, caschi e giubbotti di salvataggio». Non sapeva chi avrebbe trovato, non sapeva che l’avrebbe visitato un medico, non sapeva che gli avrebbero dato da bere e da mangiare. Ci dice «grazie», l’aveva imparato in Mali dal suo telefono sequestrato dal contrabbandiere con l’AK-47 in Libia. È il grazie che ci ha fatto commuovere.

Il Manifesto “REPORTAGE. L’universo degli impauriti, a bordo delle navi da salvataggio” di Federica Iezzi

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Voices from purgatory: ‘Why are we here?’

Il Manifesto Global – 22 giugno 2017

REPORTAGE. We went behind the bars of Abu Salim detention center in Libya, where thousands of migrants, including women and children, are held illegally. They’re forced to work, they’re raped and they aren’t provided proper medical care. The only way out is a bribe

Abu Salim Detention Centre - Tripoli (Libia)

by Federica Iezzi

Tripoli (Libya) – The same questions are asked over and over like a pounding litany, waiting for an answer that, at best, will arrive months later. The arbitrary detentions in Libya seem legalized.

Silence, darkness and solitude accompany the already arduous journey of thousands of families trying to escape war, persecution, violence and hunger.

Among cages, bars and temperatures approaching 38 degrees Celsius (100 Fahrenheit), the voices of the migrants ask in various dialects: “Why are we here? And when can I get out?”

We are enclosed in the vortex of the Abu Salim Detention Center, in the homonymous Tripoli district, where, according to estimates of the International Organization for Migration (IOM), there are at least 6,000 detained migrants.

The red tape for dozens of permits slows down health-related activities, monitoring and judicial processes in the 44 detention centers set up by the Libyans, including 24 managed directly by the al-Sarraj government. In the hours and hours of waiting, time does not exist. Time is the exact moment lived.

Departures of migrants from Libyan shores never stop. Thousands of people continue to arrive every day to Libya. Many try to hide, waiting to board an old fishing boat, after paying a smuggler the sum required. And then they brave the 470 kilometers of sea that separates Libya from Italy. This stretch has become a graveyard for more than 4,500 people in 2016 and more than 1,500 people already this year.

But most of the people are trapped in the limbo of detention centers. The legal situation in Libya winds its way through unconstitutional laws and transitional rules, the result of the ongoing conflict and the legacy of the Gaddafi era.

The result is that today’s migrants, refugees and asylum seekers are all considered illegal aliens and, therefore, are subject to fines, detention and deportation, based on the old 1987 and 2004 laws.

The fines can go as high as 1,000 Libyan dinars (about $730), and they skyrocket if the immigrant does not have any entry documents. The detentions involve forced labor and, almost always, end with expulsion from Libya. The term of imprisonment for a migrant is arbitrary and unpredictable, it can last from a few months to two years.

One cell, designed to hold four people, is shared by 20 women and 20 children, crammed next to one another. The four corners of the room are occupied by dozens of mattresses, thrown chaotically on the ground.

Mothers comb the hair of disoriented girls who proudly show their bare feet. There are no toys. There is not enough water for everyone. There are five bathrooms for 150 people. Often, the detainees are forced to urinate and defecate in their cells.

“I gave birth to my baby in one of these filthy toilets,” a mother named Naalia tells us. “He was covered in blood and was dying of suffocation.” She tells us about it while standing in front of those nauseatingly smelly latrines, a stench that stings the eyes. A mixture of acid, excrement and urine, washed with buckets of stagnant water.

“That image haunts me,” she says. No doctor assisted Naalia and her son that day. They did not receive any special treatment: The meal was barely 400 calories, and the milk was yellowish and diluted with well water.

Every prison guard carries a Kalashnikov. They swear they take the children out once a day, but in fact the children are let out once every four days. Outside, there is a large open area, where they roam around, doing nothing for a couple of hours, surrounded by barbed wire fences.

We sit with Victor beside the mattress on which he has slept for 10 months and he tells us: “They arrested me in Garabulli.” He wants to tell his family that he is still alive, but he cannot. During arrests, Libyan soldiers systematically confiscate all phones, so their only form of communication is interrupted.
Victor comes from the city of Kano, in northwest Nigeria. “I paid $2,000 to cross Niger, via the Agadez crossing. Then, I arrived in Sabha in Libya, and for another $700 I was led to Garabulli.”

Before risking death in the Mediterranean and before crossing the battlefields of the Libyan civil war, most West African immigrants go through Agadez, which travelers can reach by bus from almost anywhere. It is the northernmost edge of the area known as Ecowas (Economic Community of West African States), similar to Europe’s Schengen area, where people can travel without a visa.

In Agadez, all bus drivers stop and smugglers start moving people across the desert. Only a select few local drivers know which dunes lead to the Sahara and which ones lead to death. The trek to Sabha takes two weeks, without food or water.

Up to 2,000 Migrants from Sub-Saharan Africa go through Libya every week, from the border checkpoint located in the village of Tumo, between Niger and Libya, one of the three main points of entry patrolled by the Libyan army, along with Ghat and Ghadames.

When Victor recounts the details of his journey, his eyes seem unfocused. “No doctor comes to the center,” he says. It is impossible to obtain a detailed list of those held in the Abu Salim cells. No one is informed of the reason for their imprisonment. There is no formal registration, no legal process is performed and no one is allowed to talk to the judicial authorities.

Only once a month, a mobile clinic is admitted to treat skin diseases, diarrhea, and respiratory and urinary infections. The health system in Libya is close to collapse, due to chronic lack of medicines, medical equipment and personnel.

“After 4,000 km,” Victor continues, “I was ready to embark in Garabulli, along with hundreds of other poor bastards. Often, the coast guard, constantly threatened by the traffickers, close their eyes. This time, they captured us and we were taken to Abu Salim.”

There, he was forced to work on their agricultural projects, carry around sand and stones while wearing chains on his wrists, work on paving their roads and participate in the construction of waste collectors. He has been mocked, mistreated, raped and beaten. He was held in prison because he did not have enough money to pay off corrupt police.

How do they leave? The guards provide a phone to detainees and force them to call their relatives and ask them to transfer large sums of money to buy their freedom.

These chilling stories seep into your bones in the silence of the center. Each of these detentions is completely illegitimate.

Il Manifesto Global ‘Voices from purgatory: Why are we here?’ by Federica Iezzi

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REPORTAGE. Voci dal limbo ‘Perchè siamo qui’

Il Manifesto – 21 giugno 2017

Libia. Dietro le sbarre del centro di detenzione Abu Salim, dove migliaia di migranti, donne e bambini inclusi, aspettano per mesi, in condizioni estreme, una risposta alle loro domande. Storie di persone in fuga da guerre e fame, che dopo aver attraversato il deserto subiscono lunghe detenzioni illegali, private di ogni diritto

Abu Salim Detention Centre - Tripoli (Libia)

di Federica Iezzi

Tripoli (Libia) – Si sentono ripetere le stesse domande come una martellante litania, in attesa di una risposta che nella migliore delle ipotesi arriva dopo mesi. Le detenzioni arbitrarie in Libia sembrano legalizzate.

Silenzio, oscurità e solitudine accompagnano il già duro viaggio di migliaia di famiglie che provano a fuggire da guerra, persecuzione, violenza, fame.

Tra gabbie, sbarre e temperature che sfiorano i 38 gradi, le voci dei migranti scandiscono nei vari dialetti «Perché sono qui? E quando posso uscire?».

SIAMO BLOCCATI nel vortice dell’Abu Salim Detention Centre, nell’omonimo distretto di Tripoli, dove le stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), parlano di almeno 6 mila migranti detenuti.

L’ottenimento di decine di permessi rallentano l’attività sanitaria, monitoraggio e iter giudiziari nei 44 centri di detenzione dichiarati dai libici, di cui 24 gestiti direttamente dal governo di al-Sarraj. Ore e ore di inutile attesa, il tempo non esiste. Il tempo è lo stesso momento che si vive.

LE PARTENZE DEI MIGRANTI dalle coste libiche non si fermano mai. Migliaia di persone continuano ad arrivare in Libia ogni giorno. Molti cercano di nascondersi, aspettando di salire su un vecchio peschereccio, dopo aver pagato la somma richiesta dal trafficante di turno, per affrontare i 470 chilometri di mare che separano la Libia dall’Italia, diventati un cimitero per più di 4.500 persone nel 2016 e già quest’anno per più di 1.500 persone .

Ma la maggior parte della gente rimane intrappolata nel limbo dei centri di detenzione. La situazione legale in Libia si districa tra leggi incostituzionali e leggi transitorie, frutto del conflitto in corso e dell’eredità dell’era Gheddafi.

Il risultato è che oggi migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono tutti considerati illegali, e dunque soggetti a multe, detenzione e espulsione, in base a vecchie leggi del 1987 e del 2004.

Le multe arrivano fino a 1.000 dinari libici (circa 700 euro), che salgono alle stelle se si è sprovvisti di documenti d’ingresso. Le detenzioni prevedono lavori forzati e si concludono praticamente sempre con l’espulsione dal territorio libico. La durata della prigionia per un migrante è arbitraria e imprevedibile, può durare da qualche mese a due anni.

LO SPAZIO DI UNA CELLA pensato per quattro persone, viene condiviso da 20 donne e 20 bambini, stipati uno accanto all’altro. Anche i quattro angoli della stanza sono occupati da decine di materassi buttati caoticamente a terra.

Le mamme pettinano i capelli alle bambine che disorientate mostrano fiere i piedi nudi. Non ci sono giocattoli, né acqua sufficiente per tutti. 5 bagni per 150 persone. I detenuti sono spesso costretti a defecare e urinare nelle loro celle.

«HO PARTORITO IL MIO BAMBINO in uno di questi lerci gabinetti. Era ricoperto di sangue e stava morendo soffocato». Ce lo racconta in piedi di fronte all’odore nauseabondo di quelle latrine, un odore che brucia perfino gli occhi. Un misto di acido, escrementi e urina, lavati da secchiate di acqua stagnante.

«Quell’immagine mi perseguita» continua. Nessun medico è corso a raccogliere Naalia e suo figlio quel giorno. Nessun trattamento privilegiato: il pasto era sempre di 400 calorie e il latte era giallastro e allungato con l’acqua delle pozze.

Ogni guardia carceraria ha il suo kalashnikov in mano, ci giurano che portano fuori i bambini una volta al giorno. In verità i bambini escono una volta ogni quattro. Fuori c’è una grande area aperta, dove rimangono a fare niente per un paio di ore, circondati da recinzioni di filo spinato.

CI SEDIAMO accanto al materasso su cui ha dormito per dieci mesi e Victor ci racconta: «Mi hanno arrestato a Garabulli». Vorrebbe dire alla sua famiglia che è ancora vivo, ma non può. All’arresto i soldati libici confiscano tutti i telefoni, così l’unica forma di comunicazione rimasta viene interrotta.

Victor arriva dalla città di Kano, nord-ovest della Nigeria. «Ho pagato 2 mila dollari per attraversare il Niger, sulla via di Agadez. Poi sono arrivato a Sabha in Libia e per altri 700 mi hanno portato a Garabulli».

PRIMA DI RISCHIARE LA MORTE nel Mediterraneo e prima di attraversare i campi di battaglia della guerra civile libica, la maggior parte degli immigrati dall’Africa occidentale passa per Agadez, dove si può arrivare in autobus da qualunque località. È il bordo più settentrionale della cosiddetta zona Ecowas (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale), simile alla nostra area Schengen, in cui si può viaggiare senza il visto.

A Agadez tutti i conducenti di bus si fermano e inizia il contrabbando di persone alla volta deldeserto. Solo alcuni selezionati autisti locali sanno quali dune conducono al Sahara e quali alla morte. In due settimane si arriva a Sabha, senza cibo né acqua.

FINO A 2 MILA MIGRANTI provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana attraversano la Libia ogni settimana, dal posto di controllo di frontiera del villaggio di Tumo, tra Niger e Libia, uno dei tre punti principali di ingresso, pattugliati dall’esercito libico, insieme a Ghat e Ghadames.

Quando Victor racconta i dettagli del suo viaggio i suoi occhi sembrano persi nel vuoto. «Nessun medico viene al centro», ci dice. Non si riesce ad avere un elenco dettagliato di quanti si trovano nelle celle dell’Abu Salim. Nessuno viene informato della ragione per cui viene rinchiuso. Non esiste alcuna registrazione formale, nessun processo legale viene espletato e non è consentito parlare con le autorità giudiziarie.

Solo una volta al mese in una clinica mobile vengono controllate malattie della pelle, episodi di diarrea, infezioni respiratorie e urinarie. Il sistema sanitario in Libia è prossimo al crollo con mancanza cronica di medicinali, apparecchiature medicali e personale.

VICTOR INTANTO CONTINUA il suo racconto: «Dopo 4.000 chilometri, a Garabulli ero pronto ad imbarcarmi insieme a centinaia di altri poveri cristi. Spesso la guardia costiera, costantemente minacciata dai trafficanti, chiude gli occhi. Quella volta ci hanno presi e ci hanno portati a Abu Salim».

Lì ha lavorato per la loro agricoltura, ha trasportato con le catene alle mani sabbia e pietre, ha partecipato alla pavimentazione delle loro strade e alla costruzione dei collettori per i rifiuti. Schernito, maltrattato, violentato e picchiato. È stato trattenuto in prigione perché non aveva soldi sufficienti per pagare la polizia corrotta, custode di sporchi fili spinati.

Come ne escono? Le guardie forniscono un telefono super-lusso au dernier cri ai detenuti e li forzano a chiamare i propri parenti per chiedere loro di trasferire ingenti somme di denaro e comprare così la libertà.

E si continuano ad ascoltare in silenzio queste storie con il gelo che si infiltra nelle ossa. La sensazione è solo quella che ciascuna detenzione sia completamente illegittima.

Il Manifesto 21/06/2017 – REPORTAGE. Voci dal limbo ‘Perchè siamo qui’ – di Federica Iezzi

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Algeria al voto con l’ombra dell’astensionismo

Nena News Agency – 04/05/2017

22 milioni i cittadini chiamati oggi alle urne per le legislative. Ma gli analisti prevedono che saranno molti di meno: la diffusa apatia deriva dalla consapevolezza che il vero potere nel Paese è nelle mani della classe militare

UNDP Algeria

di Federica Iezzi

Roma, 4 maggio 2017, Nena News – Mentre i partiti principali e le liste indipendenti competono per i 462 posti in parlamento, in lizza dal prossimo 4 maggio, i 22 milioni di elettori algerini fanno i conti con una lunga storia di diffidenza verso la politica. Le elezioni politiche in Algeria si sono aperte con il voto dei 955.426 elettori algerini residenti all’estero, chiamati alle urne lo scorso sabato.

La diffusa apatia deriva dal fatto che nonostante la presenza democratica di un Parlamento, il vero potere in Algeria, ciò che è comunemente conosciuto come ‘le pouvoir’, è nelle mani della classe politico-militare, che ha combattuto la guerra di liberazione contro l’indipendenza francese. Nulla è cambiato da allora. L’Algeria è formalmente una democrazia sotto tutorship militare. Ci possono essere dibattiti politici, proliferazione di partiti, ma lo status quo non cambia.

Il quadro è quello di un Paese in cui i bassi prezzi del petrolio schiacciano un’economia martoriata. L’Algeria è uno dei principali produttori OPEC e il terzo più grande fornitore di gas naturale per l’Unione Europea. I prezzi bassi di energia in Algeria, hanno spinto il parlamento uscente a prendere decisioni impopolari come l’aumento delle imposte e il congelamento degli stipendi del settore pubblico. Il 70% della popolazione è sotto i 30 anni e di certo mira a vedere il suo enorme potenziale economico sfruttato per risolvere i problemi sociali endemici.

Il problema non è quindi quanti soldi il Paese fa, ma come viene speso il denaro prodotto. L’immobilità del regime ha portato ad una diffusa corruzione. Quando i responsabili non cambiano, il sistema economico diventa sclerotico e nelle mani di pochi privilegiati. Dunque, mentre un numero limitato di persone si arricchisce, le masse muoiono di fame. E uno dei tratti principali dell’Algeria è di cambiare senza cambiare.

‘Il 77enne presidente è parte integrante della storia del suo Paese’. E con il sole che splende e la vista che si estende verso la Qasba bianca e al di là del Mediterraneo, Abdul Aziz Bouteflika aspetta le elezioni parlamentari. Riconciliazione nazionale e stabilità regnano in Algeria da 18 anni, dopo che una sanguinosa guerra, che ha opposto una miriade di forze islamiste al governo centrale, ha visto la morte di un quarto di milione di civili. Ufficiali militari e temuti gruppi di intelligence, hanno continuato a combattere contro gli insorti islamici. In un tale contesto di violenza, l’appetito per le manifestazioni di piazza, è scarso.

L’Algeria è un Paese silenzioso. Nessuno ne parla. E questo riassume lo stato della sua democrazia. ‘Votare massicciamente per rafforzare la stabilità politica e di sicurezza nel Paese, supportando il presidente Bouteflika’ è il motto dell’ideologia socialista del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), diretto da Djamel Ould Abbes. Il regime a partito unico guidato per anni dal FLN si è evoluto quando la regola del multipartitismo è stata introdotta nel 1989, anche se ancora oggi l’FLN gioca un ruolo chiave nel sistema politico algerino. Si poteva considerare l’inizio di un’evoluzione democratica nella politica algerina? No, era piuttosto una necessità.

A quel tempo il Paese stava subendo profondi sconvolgimenti sociali e la popolazione chiedeva più democrazia. Il Fronte di Salvezza Islamico (FIS) è stato il portavoce delle proteste popolari. Sfruttando il malcontento il FIS, guidato da Chadli Bendjedid, introdusse la shari’a in una società prevalentemente laica, cosa che spaventò grandi porzioni di società algerina. La risposta è stata un colpo di Stato militare che introdusse l’Algeria alla guerra civile degli anni ‘90.

Il regime militare algerino ha combattuto il terrorismo con un tale grado di spietatezza da confinarlo nel sud desertico del Paese. Mali e Niger al confine sud, socialmente instabili, stanno ancora pagando il prezzo della minaccia terroristica schiacciata a sud dell’Algeria. Per cui il via della primavera araba del 2010, per l’Algeria è stata semplicemente un deja-vu.

Mentre oggi i partiti d’ispirazione islamica puntano su nuove alleanze per uscire dal cono d’ombra in cui sono stati relegati dalla fine della guerra civile, il Raduno Nazionale per la Democrazia (RND), attualmente capeggiato da Ahmed Ouyahya e alleato con il governo, sostiene un incremento di legittimità dell’esercito nazionale nella lotta contro gli estremisti.

Quello a cui attualmente mira il governo algerino è un’alta affluenza alle urne, attraverso cui inviare un messaggio di fiducia nella propria democrazia alla Comunità Internazionale. Lega Araba, l’Unione Africana e l’Organizzazione della Conferenza Islamica hanno confermato la presenza missioni di osservatori. Nena News

Nena News Agency “Algeria al voto con l’ombra dell’astensionismo” di Federica Iezzi

 

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PRIMO MAGGIO. Il lavoro minorile nell’Africa sub-sahariana

Nena News Agency – 01/05/2017

Nelle piantagioni di cacao e nelle miniere d’oro: è il destino di molti bambini africani, costretti a lavorare per sostenere le famiglie. In totale assenza di sicurezza

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di Federica Iezzi

Roma, 1 maggio 2017, Nena News – Sul terreno roccioso al di fuori del villaggio minerario di Kollo, vicino al confine tra Burkina Faso e Ghana, le mani laboriose di bambini di poco più di dieci anni, rompono massi in ciottoli e ciottoli in pietra per intercalare la mescolanza fangosa in acqua e sperare di trovare schegge di oro.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che fino a un milione di bambini di età compresa tra i 5 ei 17 anni lavorino nelle miniere d’oro di piccole dimensioni nell’Africa sub-sahariana, per soli due dollari al giorno. Ed è considerata una delle peggiori forme di lavoro minorile a causa delle conseguenze a lungo termine per la salute da esposizione costante alla polvere, ai prodotti chimici tossici e al lavoro manuale pesante.

Si passa dai danni polmonari permanenti, causati dall’inspirazione di minerali polverizzati, a lesioni muscolari e scheletriche, perdita dell’udito, avvelenamento da metalli pesanti, come il mercurio, con i relativi danni neurologici. Il mercurio attrae l’oro, ma per chi lo maneggia senza protezione distrugge le cellule cerebrali, causando tremori, turbe alla parola, ritardo mentale, cecità.

Come si può eliminare il lavoro minorile in una comunità quando il reddito di una famiglia è così basso? Questo è uno dei motivi per il quale i bambini lavorano invece di andare a scuola. Bisogna dunque necessariamente affrontare la questione dei mezzi di sussistenza per i genitori, prima di imporre il rispetto delle leggi. Spesso le miniere sono illegali e scoperte su proprietà private. Secondo le autorità locali il compito di vigilanza è schiacciante.

Sono gli adulti a gestire le macchine di frantumazione di minerali, mentre i bambini affilano le molatrici metalliche senza protezione per gli occhi, riversano nei macchinari frammenti di rocce e pietre senza mascherine per proteggersi dalla polvere. Tosse costante e sordità acquisita, dovuta al rumore delle apparecchiature, sono all’ordine del giorno.

Nel Sahel africano, regione semiarida che si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso attraverso alcune zone di Mali, Ghana, Burkina Faso e Niger, per il 30-50% i lavoratori nelle miniere sono rappresentati dai bambini. E insieme, producono un quinto dell’oro del mondo, secondo i rapporti delle Nazioni Unite. Qui non si raffina l’oro ma viene semplicemente preparato per la vendita, attraverso esportatori, in Arabia Saudita e in Europa. Da lì l’oro entra nella catena di fornitura mondiale.

L’uso diffuso del lavoro minorile è vizio comune anche nelle aziende di cacao dell’Africa Occidentale, che vendono ai giganti internazionali, rivelando la connessione diretta del settore con le peggiori forme di traffico di esseri umani e schiavitù.

In media, gli agricoltori di cacao guadagnano meno di due dollari al giorno, un reddito inferiore alla soglia di povertà. Di conseguenza, spesso ricorrono all’uso del lavoro minorile per mantenere i loro prezzi competitivi. La maggior parte dei bambini che lavora nelle aziende di cacao ha un’età compresa tra i 12 e i 16 anni.

In quest’angolo di mondo i bambini sono quotidianamente circondati da un’intensa povertà e la maggior parte di loro comincia a lavorare in giovane età per aiutare le loro famiglie. Alcuni bambini vengono ‘affidati’ dalle stesse famiglie ai proprietari delle aziende agricole in cambio di un reddito mensile fisso. Spesso, i trafficanti rapiscono i bambini dai piccoli villaggi dei paesi limitrofi, per poi utilizzarli come forza lavoro.

Il giorno lavorativo di un bambino inizia solitamente alle sei del mattino e termina a sera inoltrata. Si fanno strada tra il fitto sottobosco delle foreste, si arrampicano sugli alberi di cacao per tagliare i baccelli con il machete, impacchettano i baccelli in sacchi che arrivano a pesare anche 50 chili quando sono pieni e li trascinano attraverso la foresta.

La maggior parte dei bambini ha cicatrici su mani, braccia, gambe, spalle. Inoltre sono esposti a sostanze chimiche agricole. Per una giornata di lavoro guadagnano un piatto di pasta di mais e banane, dormono su tavole di legno in piccoli edifici senza finestre, senza latrine e senza accesso ad acqua potabile.

L’Africa ha la più alta incidenza per lavoro minorile nel mondo. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il 41% di tutti i bambini africani tra i 5 ei 14 anni sono coinvolti in una qualche forma di attività economica. Nena News

Nena News Agency “PRIMO MAGGIO. Il lavoro minorile nell’Africa sub-sahariana” di Federica Iezzi

 

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