Macías Nguema, il braccio del lungo sfruttamento coloniale della Guinea Equatoriale

Nena News Agency – 04/08/2020

L’indipendenza non ha portato a una reale autodeterminazione. Il leader golpista ha governato il Paese con il pugno di ferro, nel silenzio dell’ONU e dell’Unione Africana mentre Spagna e Francia si accaparravano le sue risorse 

Francisco Marcias Nguema

Guinea Equatoriale, Francisco Marcias Nguema

di Federica Iezzi

Roma, 4 agosto 2020, Nena News – Isolata dalla lingua, dalla cultura e dalla geografia, la Guinea Equatoriale, nell’area tropicale dell’Africa occidentale, resta un Paese tanto anonimo e impoverito quanto il suo governo crudele e decadente. Ottenuta l’indipendenza dalla Spagna negli anni ’70, un terzo della popolazione della Guinea Equatoriale fu ucciso o fuggì in esilio, sotto la guida di Francisco Macías Nguema, un semi-letterato di corte, selezionato dai colonizzatori spagnoli in partenza, per preservare i loro interessi.

Nel ‘Golpe de la Libertad’ del 1979, suo nipote, comandante dell’esercito e capo della polizia Teodoro Obiang Nguema, usò truppe marocchine per prendere il potere, guidate dalle mani spagnole.

Gruppi per i diritti umani hanno continuato a segnalare per anni detenzioni senza processo, torture, scomparsa di attivisti dell’opposizione, di intellettuali, professionisti e politici e saccheggio delle vaste risorse petrolifere del Paese. Macías Nguema, come risposta rovesciò tutti i capi di accusa riguardanti gli abusi dei diritti umani su Obiang Nguema, con la storica frase ‘Non ero il capo della polizia’.

Un complotto commedia e un profondo serbatoio di petrolio hanno riscattato il Paese dall’anonimato, ma l’oppressione e la corruzione sono perpetrate ancora oggi. Né le Nazioni Unite né l’Organizzazione per l’Unità Africana hanno mosso un passo in anni di eventi catastrofici, i Paesi vicini così come l’Occidente hanno mantenuto il silenzio, per interessi legati al commercio di petrolio.

Quando Macías Nguema assunse l’incarico di primo presidente della Guinea Equatoriale, dopo una elezione-farsa pilotata da Madrid, il futuro economico della nazione sembrava decisamente promettente. I guadagni del cacao erano ai massimi storici, il commercio legato alla pesca era su una curva ascendente.

Gli aiuti spagnoli si sono concentrati sui settori dell’istruzione, della sanità e della cooperazione culturale del Paese, in cambio dell’egemonia sul petrolio. La Guinea Equatoriale si classificava come il terzo maggior produttore di petrolio nell’Africa sub-sahariana, con uno dei redditi pro-capite più alti del continente. Dati che oggi contrastano con la sua 141esima posizione su 189 Paesi inclusi dalle Nazioni Unite nel suo indice di sviluppo umano.

Presto Macías Nguema iniziò a smantellare il quadro costituzionale della nazione, sulle orme della dittatura spagnola di Franco. Soppresse tutti i partiti politici esistenti e decretò la formazione del Partido Único Nacional de Trabajadores (Punt). Sciolse l’Assemblea Nazionale e si dichiarò presidente a vita.

L’ingravescente instabilità del Paese divenne insostenibile per la Spagna. Il governo spagnolo allora impose sanzioni diplomatiche contro il duro regime di Macías Nguema e allo stesso tempo represse la stampa spagnola che tentava di raccontare gli eventi in Guinea. Petrolio e gas hanno messo a tacere la stampa. Il silenzio di Madrid su questo piccolo Paese africano è stato una costante che è durata 42 anni, dopo la revoca del veto di informazione.

Rivendicando il danno causato dalla dittatura macista, il governo militare guineano aveva un grande interesse nel consolidare le sue relazioni con la Francia, poiché gli aiuti francesi potevano contrastare l’influenza spagnola e rafforzare le relazioni della stessa Guinea con i paesi francofoni vicini.

La Guinea Equatoriale è ancora dominata da una brutale dittatura. Non è più afflitta dalla dittatura omicida e capricciosa di Macías Nguema, ma dalla più venale dittatura di Obiang Nguema. La società civile e l’economia non vengono più polverizzate e represse, piuttosto vengono sfruttate e saccheggiate. Nena News

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CONGO. La parabola di Mobutu, il golpista anticomunista voluto dagli USA e poi detronizzato

Nena News Agency – 30/07/2020

Usato dal Belgio e dalla CIA per sostituire Lumumba, governò il paese con la violenza delle torture e la corruzione. Ma con la caduta dell’URSS, non serviva più. E Washington l’ha costretto al ritiro con una guerra

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Mobutu Sese Seko – ex Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo

di Federica Iezzi

Roma, 30 luglio 2020, Nena News – È il più grande Paese dell’Africa sub-sahariana, la Repubblica Democratica del Congo, ed è uno dei più poveri e sofferenti del mondo, e più pericolosamente vicini allo stato di fallimento.

Sebbene vaste porzioni della Repubblica Democratica del Congo siano pacifiche, le parti nord-orientali della Nazione sono in uno stato di conflitto di basso livello dalla fine della guerra fredda, con sconvolgimenti politici, disordini civili e movimenti secessionisti.

Per 32 anni l’ex-Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, è stato nelle mani di Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Za ​​Banga, considerato pilastro di pragmatismo e buon senso. Nato a Lisala, nell’estremo nord-ovest dell’allora Congo-Kinshasa, si arruolò giovanissimo nell’esercito belga. Proprio grazie alle armi conobbe i principali politici congolesi di fine anni ’50, tra cui Patrice Lumumba, l’allora primo ministro del Congo, con cui si unì al Mouvement National Congolais (MNC).

L’ascesa meteorica di Mobutu al potere arrivò durante la crisi del Congo nei primi anni ’60. Il Paese era appena emerso dalla catastrofe del dominio belga. Re Leopoldo II, probabilmente il più illustre di tutti i colonialisti, lo trasformò in un feudo personale, uccidendo e schiavizzando la popolazione per arricchirsi di avorio e gomma.

L’esercito aveva il compito di impedire la secessione delle province ricche di minerali di Katanga e Kasaï. Nello stallo politico, quando la Cia aiutò il Belgio ad assassinare Lumumba, Mobutu prese il potere con un colpo di stato.

Gli ambasciatori statunitensi e britannici sostennero il dittatore, come un sincero anticomunista e la migliore speranza per il futuro del Congo. Gli Stati Uniti hanno continuato a considerare Mobutu un utile alleato sia contro il comunismo globale sia contro i movimenti radicali dell’Africa. Era vitale per gli sforzi dei ribelli dell’Unita (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola), sostenuti dagli Stati Uniti, nell’atto di rovesciare il governo Mpla (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola) di sinistra, nella vicina Angola.

La Zaïrianisation, la politica incostituzionale di Mobutu di nazionalizzare le industrie e distribuire contratti redditizi ai suoi alleati, si rivelò da subito catastrofica. E l’economia del Paese venne scaraventata verso un rapido e paralizzante declino. Il regime di Mobutu trovò negli Stati Uniti il patrocinio necessario a sopravvivere di fronte al collasso economico. Gli stessi Stati Uniti hanno contribuito a incanalare i prestiti della Banca Mondiale e i crediti del Fondo Monetario Internazionale al governo di Mobutu.

Mobutu ha continuato con una combinazione machiavellica di omicidi, detenzioni arbitrarie, violazione dei diritti umani e torture da un lato e corruzione, eccessi e sontuosità dall’altro.

Al termine della guerra fredda, quando l’Unione Sovietica crollò, Mobutu non era più utile agli Stati Uniti, per cui invece di sostenere il regime autocratico congolese, gli Stati Uniti imposero gravi pressioni su Mobutu per una democrazia multipartitica. Come atto finale Paul Kagame, leader del Rwanda, usò l’avversario congolese di lunga data di Mobutu, Laurent Kabila, per fronteggiare il movimento Alliance des Forces Democratiques pour la Liberation du Zaire (ADFL-Z), che avrebbe fatto crollare il governo Kinshasa e detronizzare Mobutu.

L’esercito utilizzò questo vuoto di potere per scatenare la follia nel Paese a partire dal settembre 1991. Le forze armate del Ruanda, e i suoi alleati Uganda e Burundi, combatterono ferocemente contro l’esercito congolese, appoggiato da Angola, Ciad, Namibia, Sudan e Zimbabwe. Joseph Kabila, figlio di Laurent Kabila, fu l’unico leader a contribuire ad un accordo di pace, guidato dalle Nazioni Unite nel 2002, che ha lasciato nel Paese una profonda instabilità.

Il Paese sembra traghettato verso una regressione al passato violento, piuttosto che verso un futuro progressista. I negoziati sulla transizione verso un’era davvero democratica non dovrebbero limitarsi al dialogo tra i soli politici ma dovrebbero incoraggiare un processo di rimodellamento completo della politica nazionale. Nena News

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Repubblica Centrafricana: una storia di violenza e repressione all’ombra di Parigi

Nena News Agency – 23/07/2020

L’ex presidente Jean-Bedel Bokassa resta il simbolo di repressione  e crudeltà ma la fine del suo potere è stata seguita da decenni di investimenti insufficienti, corruzione, sfruttamento, guerre civili e non meno di quattro colpi di stato

Repubblica Centrafricana – Jean Bedel Bokassa

di Federica Iezzi

Roma, 23 luglio 2020, Nena News – L’instabilità politica e la debolezza amministrativa sono state caratteristiche permanenti della Repubblica Centrafricana sin dalla sua indipendenza. Questa è, quindi, la storia di un crollo predetto.

Mentre la Repubblica Centrafricana di Touadéra oggi barcolla attraverso la peggiore violenza della sua storia, l’ex presidente Jean-Bedel Bokassa rimane il paradigma dell’eccesso e della crudeltà, nella tragicità di questo Paese. Combattente nell’esercito francese, Bokassa poco più che ragazzino ha partecipato allo sbarco alleato in Provenza e combattuto in Indocina e in Algeria. Pluridecorato in battaglia, le è stata conferita infine la nazionalità francese.

Con l’appoggio di Parigi il dittatore si autoproclamò presidente della Repubblica Centrafricana nel 1966.

Aumentò l’estrazione dell’uranio e dell’oro, realizzò considerevoli infrastrutture, costituì l’assemblea nazionale, migliorò università e ospedali, richiamando investitori internazionali. Allo stesso tempo, portò avanti una selvaggia serie di torture e omicidi ai danni degli oppositori e dei rivali politici. Niente di tutto ciò ha impedito la stretta amicizia di Bokassa con Valéry Giscard d’Estaing, ministro delle finanze francese nei primi anni ’70, poi presidente francese dal 1974 al 1981.

Nel 1977, Bokassa si dichiarò imperatore del Paese dell’Africa equatoriale e la cerimonia di incoronazione è ricordata in quanto costò l’equivalente di tutti gli aiuti allo sviluppo francesi per quell’anno. La Francia provò una certa lealtà nei suoi confronti, non vedendo alcuna alternativa a lui, nonostante le sue straordinarie idiosincrasie.

Bokassa sfruttò l’alleanza francese per reclutare armi e aiuti internazionali, nettare del suo regime corrotto. In cambio, la Francia di Giscard, sfruttò avidamente l’uranio della Repubblica Centrafricana per alimentare l’industria nucleare francese. Dopo soli due anni, mentre Bokassa era in visita in Libia, Giscard inviò le forze speciali francesi a deporlo e quindi costringerlo all’esilio.

La Repubblica Centrafricana sulla scena internazionale è raccontata come uno dei Paesi più poveri e più deboli dell’Africa. Negli ultimi anni improvvisamente ha ricevuto più attenzione internazionale per il conflitto settario che lo tormenta e che vacilla sull’orlo del genocidio. Sebbene ora governato da un presidente eletto democraticamente, Faustin-Archange Touadéra, il Paese è ancora devastato dalla violenza.

La fine dell’impero di Bokassa è stata seguita da decenni di investimenti insufficienti, corruzione, sfruttamento, guerre civili e non meno di quattro colpi di stato. Michel Djotodia, guida dell’Union des Forces pour le Rassemblement Démocratiques e membro di séléka, partito rivoluzionario centrafricano che dal 2012 ha preso il potere nella Repubblica Centrafricana, si è insediato come primo sovrano musulmano del Paese, estromettendo l’allora presidente François Bozizé, che proveniva invece dalla maggioranza cristiana, anti-balaka.

Da quel momento le milizie delle due comunità religiose hanno alimentato un conflitto sanguinario, che ha prodotto quasi 950.000 sfollati interni, di cui quasi 500.000 solo nella capitale Bangui. I 5.500 peacekeepers internazionali francesi e dell’Unione Africana, sono sembrati semplicemente troppo pochi per far fronte ad una guerriglia armata di milizie che si dispiegava furiosamente attraverso i villaggi.

Il palcoscenico era pronto per un conflitto settario bollente. Quindi, ciò che era iniziato come una ribellione contro una presidenza corrotta e dispotica è finito come violenza comunitaria settaria, dove né Unione Africana, né Francia ha ristabilito ordine e legge.

Le Nazioni Unite hanno recentemente annunciato un ampliamento del dispiegamento delle forze di pace, portando la coalizione multinazionale a 12.000 unità. La base di lavoro è quella di elezioni politiche credibili e una nuova costituzione che garantisca protezione e garantisca la rappresentanza politica per entrambe le comunità religiose. Senza dimenticare il taglio netto del sostegno finanziario ai gruppi ribelli, proveniente da diamanti e avorio illegalmente esportati dal Paese. Un maggiormente controllato sistema di certificazione del Kimberley Process per riesaminare l’approvvigionamento di diamanti, contribuirebbe a fermare la vendita impetuosa e irregolare. Così come una meticolosa sorveglianza dei bracconieri sopprimerebbe il commercio nero dell’avorio. Nena News

Nena News Agency “Repubblica Centrafricana: una storia di violenza e repressione all’ombra di Parigi” di Federica Iezzi

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UGANDA. Dall’indipendenza dalla Gran Bretagna al regno del terrore di Idi Amin

Nena News Agency – 17/07/2020

Pedina in varie occasioni della guerra non dichiarata tra il mondo arabo e l’Occidente, il Paese africano ha avuto a partire dagli anni ’60 ottime relazioni con Israele con cui, dopo la rottura diplomatica ai tempi della dittatura di Amin, mantiene tuttora ottimi rapporti

The Unseen Archive of Idi Amin

Uganda, The unseen archive of Idi Amin

di Federica Iezzi

Roma, 17 luglio 2020, Nena News – Cuore verde dell’Africa orientale, l’Uganda è attualmente alle prese con il compito di riunire una vasta gamma di gruppi di minoranze etniche in uno stato-nazione, deciso e imposto da vecchi confini geografici, disegnati dai padroni coloniali inglesi, causa negli anni di duri conflitti.

Il Paese oggi non è in pericolo di rinnovata guerra civile o violenza ribelle, ma rischia di scivolare in una crisi politica che potrebbe minacciare la stabilità conquistata negli anni. Kampala si destreggia tra politiche di patrocinio inefficienti, una spirale discendente di governance in declino, scarsi risultati economici e insicurezza locale.

Dopo 20 anni di conflitti e lo sfollamento di circa due milioni di persone, durante il mandato dell’ultima presidenza autocratica di Yoweri Museveni, l’Uganda divenne di nuovo una pedina nella guerra apparentemente infinita e non dichiarata tra il mondo arabo e l’Occidente. Nel 1994, l’amministrazione Clinton iniziò a finanziare in aiuti militari l’Uganda e altri Paesi africani, per destabilizzare i governi di matrice araba.

In cambio, l’attuale leader ugandese ha ricevuto tolleranza dai Paesi occidentali, in violazioni dei diritti umani, brogli elettorali, torture e uccisioni di sostenitori dell’opposizione. Tradizione angosciante tra i leader occidentali di confondere l’abuso e la repressione per motivi di sicurezza, con la normalità.

Tra i Paesi occidentali, Israele ha avuto sicuramente un rapporto speciale con l’Uganda, già dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1962. A partire dagli anni cinquanta, David Ben-Gurion, allora Primo Ministro israeliano, cercò partenariati strategici con gli stati ai margini del mondo arabo, compresi Uganda, Kenya, Iran e Turchia, per contrastare le nazioni ostili ai confini di Israele. Come parte di quella che divenne nota come la ‘dottrina periferica’, Israele addestrò ed equipaggiò i militari dell’Uganda e realizzò progetti di costruzione, di agricoltura e di sviluppo.

Le relazioni dell’allora demagogo presidente Idi Amin con Israele si inasprirono, dopo che Israele si rifiutò di vendere aerei da combattimento a Amin con i quali, il leader sperava di bombardare la Tanzania, dove l’ex presidente ugandese Obote stava sollevando un esercito ribelle.

Amin si rivolse alla Libia di Gheddafi, che accettò di vendere armi agli ugandesi, ma solo se quest’ultimo avesse rotto i legami con Israele. Dunque l’impulsività bizzarra di Amin espulse prontamente tutti gli israeliani dal Paese e installò l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nell’ex-ambasciata israeliana. La religione islamica divenne un feticcio per questo uomo squilibrato, e la sua schietta trasgressione ne fece un grave danno alla causa musulmana in Africa.

Ma quale è stata la vita e quali le miserie di Idi Oumee Amin Dada?

Nato a Koboko, nell’Uganda nordoccidentale, da padre Kakwa e madre Lugbara, Idi Amin si unì presto ai King’s African Rifles (KAR), un reggimento dell’esercito coloniale britannico, con cui combattè in Somalia contro i ribelli Shifta e in Kenya nella repressione della rivolta Mau Mau.

Dittatore spietato la cui ascesa al potere fu facilitata dalle autorità coloniali britanniche, estremamente carismatico e abile, ottenne il grado di ‘effendi’, la posizione più alta per un soldato dell’Africa nera all’interno del KAR, e fu presto nominato comandante delle forze armate.

Dopo oltre 70 anni sotto il dominio britannico, l’Uganda ottenne l’indipendenza nel 1962 e Milton Obote divenne il primo ministro del Paese. Nel 1964, Obote strinse una forte alleanza con Amin, che contribuì ad espandere le dimensioni e il potere dell’esercito ugandese. Nel febbraio del 1966, in seguito alle accuse secondo cui Obote e Amin erano responsabili del contrabbando di oro, caffè e avorio, scambiati per armi, nell’attuale Repubblica Democratica del Congo, Obote sospese la costituzione e si autoproclamò presidente esecutivo.

Obote iniziò a mettere in discussione la lealtà di Amin e durante una sua breve assenza, Amin, attraverso un colpo di stato, prese il controllo del Paese costringendo Obote all’esilio.

Una volta al potere, Amin iniziò le esecuzioni di massa su Acholi e Lango, tribù cristiane fedeli a Obote e quindi percepite come una minaccia. Attraverso forze di sicurezza interne da lui organizzate, come lo State Research Bureau (SRB) e la Public Safety Unity (PSU), ha di fatto eliminato chiunque si opponesse al suo regime.

Nel 1979 il regno del terrore di Amin terminò quando gli esiliati ugandesi e tanzaniani presero il controllo della capitale Kampala, costringendo il dittatore a fuggire. L’amministrazione di Kijambiya (‘macellaio’ come gli ugandesi chiamavano Amin) ha governato l’Uganda con il fervore e l’energia di una campagna militare. Mai consegnato alla giustizia per i suoi atroci crimini, sebbene originariamente cercasse rifugio in Libia, Amin ha trascorso comodamente il resto della sua vita in Arabia Saudita.

La brutalità di Amin, ha suscitato fascino oltre i confini dell’Uganda. Alcuni nazionalisti africani applaudirono i suoi insulti agli europei. Gli arabi radicali libici, guidati da Muammar al-Gheddafi, lo corteggiarono attivamente come alleato, e per un certo periodo lo fece anche l’Unione Sovietica.

I media del governo di Amin facevano parte di uno scintillante ensemble che ha contribuito a creare un’ingannevole narrazione degli eventi. Ecco perché così tanti ugandesi hanno trovato motivo per sostenere il governo di Amin. La presenza di telecamere negli eventi pubblici ha trasformato occasioni banali e accessorie, in una contraffatta cronaca di lotta nazionale.

Oggi, dopo tanta storia, che pochi ugandesi credano che il cambiamento politico avverrà attraverso l’urna elettorale, una rivolta popolare o un dialogo nazionale attendibile non sorprende, dato lo stato dell’opposizione politica, che soffre di carenza di finanziamenti, combattimenti e cooptazione del regime. Nena News

Nena News Agency “UGANDA. Dall’indipendenza dalla Gran Bretagna al regno del terrore di Idi Amin” di Federica Iezzi

 

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AFRICA. L’uccisione di Abdelmalek Droukdel non ha indebolito Al-Qaeda

Nena News Agency – 03/07/2020

Malgrado l’enfasi data alla notizia, la morte un mese fa di Droukdel non comporterà uno spostamento significativo dell’equilibrio di potere, né un indebolimento dei gruppi jihadisti del Sahel. Gli interessi italiani in quella regione

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Roma, 3 luglio 2020, Nena News – Lo scorso 5 giugno AFRICOM (United States Africa Command) ha confermato la notizia della morte di Abdelmalek Droukdel in un’operazione a guida francese nella città maliana di Talhandak, vicino a Tessalit. La morte di Droukdel è stata subito descritta come un duro colpo per al-Qaeda nella regione ma la provata adattabilità dell’organizzazione jihadista indica la sua capacità non solo di sopravvivere ma anche di continuare a guadagnare terreno in tutto il Sahel.

Diversi veterani di AQIM (al-Qaeda in the Islamic Maghreb) sono in linea per la successione al potere, incluso il leader del Council of Notables, Abu Ubaydah Yusef al-Annabi.

Senza dubbio la questione della successione di Droukdel solleva diversi problemi, non ultimo quello riguardanti le dinamiche etniche dello stesso AQIM, tra i vari gruppi regionali affiliati ad al-Qaeda. La leadership di AQIM è sempre stata algerina. Un cambiamento drastico potrebbe avere l’effetto di limitare l’influenza del gruppo in tutto il Sahel, poiché il conflitto si sta spostando dall’Algeria a sud, verso il Mali centrale e altri stati confinanti. Cellule indipendenti come il Group to Support Islam and Muslims (GSIM) e l’Islamic State in Greater Sahara (ISGS) hanno finora condotto frequenti attacchi a civili, a truppe armate straniere e locali e a strutture governative. Ma ciò ha avuto riflessi modesti sulla compattezza di AQIM.

Negli ultimi anni, la sfera jihadista saheliana ha in gran parte giocato secondo le proprie regole. Le organizzazioni basate nel Sahel hanno progressivamente guadagnato rilevanza sotto la guida di figure locali, come Iyad Ag Ghali, maliano di etnia tuareg, che ha fatto parte del Movimento popolare dell’Azawad negli anni ’90. I gruppi più attivi della regione, quali Katiba Macina e ISGS non erano sotto il comando diretto di Droukdel.

Sebbene rappresenti un’importante avvenimento simbolico, la morte di Droukdel probabilmente non comporterà uno spostamento significativo dell’equilibrio di potere, né un indebolimento dei gruppi jihadisti del Sahel. Il clima di sicurezza, di natura estremamente complessa, rivela una realtà distinta: la morte di Droukdel è solo un successo figurativo e non porterà a una tangibile regressione della violenza nel Sahel.

Attualmente, secondo il Fragile State Index 2020, il Ciad, il Niger e il Mali registrano score rispettivamente di 106, 95 e 96, occupando così la zona di allarme. Amplificata dall’assenza di robusti apparati statali e dalla presenza di reali carenze istituzionali, l’attività dei gruppi terroristici in tutti i Paesi del Sahel, ha provocato lo sfollamento di migliaia di civili. Chiaramente, questo ciclo di violenza conferma il fatto che l’influenza di Droukdel non è stata decisiva per modellare l’ordine nel Sahel.

Droukdel era nato nel 1970 a Meftah, in Algeria. La carriera jihadista che lo ha fatto emergere come uno dei più longevi comandanti regionali di al-Qaeda, fino a diventare emiro di AQIM, è iniziata con il suo coinvolgimento nel Groupe Islamique Armé, un gruppo ribelle islamico nato durante la guerra civile algerina. Il gruppo si separò e ne nacque il Groupe Salafiste pour la Prédication et le Combat, che Droukdel ha guidato a partire dal 2004.

Considerato un leader carismatico, Droukdel ha svolto un ruolo chiave nello stabilire connessioni tra la jihad globale e locale. Sotto la sua guida, AQIM si è allargata oltre l’Algeria tanto da essere identificata come una minaccia regionale, in particolare nel Sahel, operando in Mali, Mauritania, Libia, Tunisia e Niger.

Nel 2012 Droukdel fu condannato da un tribunale in Algeria per omicidio, appartenenza a un’organizzazione terroristica e attentati letali. Ha eluso la cattura per anni, nonostante la significativa presenza di forze armate francesi in risposta alle operazioni jihadiste in Mali, nell’operazione Serval e nell’operazione Barkhane, insieme ad altre forze, tra cui oltre 14.000 truppe ONU.

L’Italia da tempo è coinvolta nel Sahel. Contribuisce alle azioni multilaterali in materia di controllo nell’area, attraverso la missione di stabilizzazione MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission) in Mali, l’EUCAP (European Union Capacity Building Mission) in Niger e nel Sahel, l’EUTM (EU-Training Mission) in Mali e il progetto GAR-SI Sahel (Groupes d’Action Rapides – Surveillance et Intervention au Sahel), guidato dalla Spagna.

Tra il 2017 e il 2019, l’Italia ha concluso accordi bilaterali con Burkina Faso, Niger e Ciad, contribuendo ai lavori della coalizione del G5-Sahel, che mirano a preservare il ruolo di interlocutore privilegiato nel continente africano, oltre che sul piano demografico, anche su quello economico-produttivo.

L’interesse strategico italiano si destreggia tra il controllo della frontiera con la Libia, la stabilità del nord Africa, la gestione delle rotte migratorie e lo sfruttamento di fonti energetiche in Africa sub-sahariana.

Anche l’ultimo decreto missioni internazionali, deliberato lo scorso 4 giugno, conferma per il 2020, un rinnovato interesse strategico dell’Italia in Africa sub-sahariana. La novità di maggiore rilievo, riguarda i 15 milioni di euro, investiti dal governo, per la partecipazione italiana alla task force Takuba, organo multinazionale con l’ufficiale mandato di addestrare e assistere le forze armate e le forze speciali locali, nella lotta contro i gruppi armati jihadisti nel Sahel. Nena News

Nena News Agency “AFRICA. L’uccisione di Abdelmalek Droukdel non ha indebolito Al-Qaeda” di Federica Iezzi

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Dall’Egitto al Camerun, crescono i casi di coronavirus in Africa

Nena News Agency – 13/03/2020

Il contagio da Covid-19 si sposta all’interno del continente africano, incontrando di fronte a sé sistemi sanitari deboli. Quasi tutti i governi hanno istituito controlli agli ingressi

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#outbreak #COVID19

di Federica Iezzi

Roma, 13 marzo 2020, Nena News – Continua il clima di allerta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, riguardo i contagi da COVID-19 che entrano nei Paesi con sistemi sanitari deboli.

Quasi tutti i governi africani hanno messo pubblicamente in atto severi controlli nei punti di entrata, in particolare negli aeroporti. Casi di coronavirus sono stati confermati in Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Senegal e Nigeria. Le compagnie aeree africane hanno cancellato voli di linea per la Cina ad eccezione dell’Ethiopian Airlines.

Il Nord Africa è sicuramente la regione più colpita, finora solo la Libia è sfuggita al contagio dilagante. L’Egitto ha attualmente all’attivo 59 casi confermati mentre l’Algeria ne ha 20, Tunisia, Marocco hanno 5 e 3 casi rispettivamente. E l’Egitto registra la prima morte legata a Covid-19 in Africa. Il ministero della salute ha confermato che il caso riguardava un cittadino tedesco di 60 anni, ricoverato per polmonite acuta in un ospedale pubblico della capitale.

Invece, il numero di casi confermati di coronavirus in Algeria è più che raddoppiato, negli ultimi giorni. Il ministero della sanità dell’Algeria ha riferito che la maggior parte dei casi è stata registrata nel distretto di Blida, a circa 30 chilometri dalla capitale, Algeri.

Il ministro della sanità tunisino Abdelatif el-Mekki, ha dichiarato la sospensione dei servizi di traghetto verso l’Italia. La notizia segue la conferma di un primo caso nel Paese, un cittadino tunisino arrivato di recente dall’Italia via mare. Altre misure adottate dalle autorità includono un terminal separato nell’aeroporto di Tunisi per i voli dall’Italia, che tiene separati i passeggeri prima di un processo di screening.

Il Burkina Faso ha confermato due casi di coronavirus. I pazienti sono di origine burkinabé ed erano di ritorno dalla Francia. Così il Burkina Faso diventa il sesto paese dell’Africa sub-sahariana a segnalare test positivi per il coronavirus.

L’Africa occidentale è la seconda regione più colpita con casi segnalati in Nigeria, Senegal e Togo. Il Camerun è l’unico paese dell’Africa centrale con due casi mentre nell’Africa meridionale solo il Sudafrica ha sette casi. Anche il Camerun ha confermato il primo caso di coronavirus. Si tratta di un cittadino francese di 58 anni che è arrivato nel Paese a fine febbraio. Il paziente è attualmente in cura nell’ospedale centrale di Yaoundé.

La Nigeria e il Ruanda intensificano le misure di controllo. Questa settimana il presidente nigeriano Muhammadu Buhari ha annunciato una task force sul coronavirus con l’obiettivo di aiutare a controllare la diffusione che ad oggi ha colpito due persone.

Il Ministro della Sanità nigeriano ha registrato il suo secondo caso di coronavirus, nello stato di Ogun, strettamente collegato al caso che ha coinvolto un italiano nello stato di Lagos. Il Nigeria Centre for Disease Control ha sottolineato che il paziente è stato messo in isolamento mentre continuano le tracce di altri possibili contatti.

Il Ruanda, nonostante non abbia confermato casi di coronavirus, si è mosso per intensificare le misure di prevenzione dell’epidemia che sta colpendo tutti i blocchi regionali del continente, con minor impetuosità l’Africa orientale. Mentre il Kenya identifica come aree ad alto rischio le due città costiere di Mombasa e Kilifi e la sua capitale Nairobi, per il grande afflusso di turisti.

Il ministro della sanità della Repubblica Democratica del Congo, Eteni Longondo, ha dichiarato in un comunicato ufficiale che ai viaggiatori provenienti da Italia, Francia, Germania e Cina, senza sintomi, verrà chiesta l’auto-quarantena di 14 giorni all’entrata nel Paese africano, mentre quelli con sintomi saranno immediatamente trasferiti in impianti di isolamento.

Il governo del Togo ha confermato il primo caso di infezione da coronavirus, nella capitale Lome. La paziente era entrata in Togo attraverso il confine terrestre di Sanvi Condji all’inizio di marzo, dopo plurimi spostamenti tra Benin, Germania, Francia e Turchia.

Il primo caso registrato in Sudafrica è stato identificato come un paziente di 38 anni che ha viaggiato in Italia. Gli altri casi sono riconducibili alla nave messa in quarantena a gennaio ‘Diamond Princess’. Nena News

Nena News Agency “Dall’Egitto al Camerun, crescono i casi di coronavirus in Africa

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Mugabe, l’uomo che liberò lo Zimbabwe e poi lo fece prigioniero

Nena News Agency – 07/09/2019

Socialista e panafricanista, il leader scomparso ieri a 95 anni ha avuto due volti: ha guidato l’indipendenza e alfabetizzato le masse, ha eliminato gli oppositori e si è imposto al potere per trent’anni

Zimbabwe-Mugabe

#insidethestory

di Federica Iezzi

Roma, 7 settembre 2019, Nena News – Lo Zimbabwe è il Paese che Robert Gabriel Mugabe ha contribuito a costruire. Ed è il paese che ha aiutato a distruggere. Uno dei leader post-coloniali africani più discussi muore dopo 30 anni di assoluto potere.

Negli anni ’70, fu il ribelle marxista trasformato in insegnante dell’Africa. Abissali contraddizioni lo descrivono. Liberatore dello Zimbabwe che ha sfidato l’Occidente. Autocrate che macellò le opposizioni.

La violenza e il caos derivanti dalla sua lotta per aggrapparsi al potere hanno portato a migliaia di morti, milioni di rifugiati e impoverimento economico. L’eredità di Mugabe è macchiata dai suoi atti distruttivi.

Mugabe nacque sotto il dominio coloniale britannico nella Rhodesia del sud nel 1924, in una famiglia di carpentieri. Nonostante le scarse prospettive scolastiche e di lavoro ebbe un’istruzione gesuita e prosperò nel mondo accademico.

Frustrato dal razzismo e dal dominio dei coloni bianchi, Mugabe abbracciò il socialismo. Trascorre 11 anni in prigione, scatenando una ribellione da dietro le sbarre attraverso il suo movimento di resistenza, lo Zimbabwe African National Union (ZANU).

Una volta libero guidò il Paese verso l’indipendenza e all’inizio degli anni ’80 fu eletto primo ministro della neo-fondata Repubblica dello Zimbabwe. Le sue prime riforme socialiste portarono insegnanti e medici nelle aree rurali e difficilmente accessibili. Nello stesso tempo, lancia una feroce repressione sui rivali politici nella regione di Matabeleland che causò la morte di circa 20mila civili.

Spietato autoritario, non gravato dalla pratica democratica e appoggiato radicalmente dal suo partito politico, ZANU-PF, Mugabe portò avanti un’innovativa politica di riforma agraria che permise agli agricoltori neri di prendere il controllo delle fattorie di proprietà bianca. Scatenò l’indignazione globale: le nazioni occidentali hanno spropositatamente aumentato le sanzioni sul Paese che è stato poi sospeso dal Commonwealth.

La diretta conseguenza fu un esodo di agricoltori bianchi, iperinflazione e carenza di prodotti alimentari che hanno ridotto del 40% l’economia, secondo i dati della Banca Mondiale.

Mugabe è stato costretto a dimettersi dai militari del Paese nel novembre 2017 a seguito delle dominanti proteste di massa a livello nazionale. Nonostante la sua uscita dalla scena politica, l’eredità di Mugabe come liberatore è stata riconosciuta dal suo successore, l’attuale presidente Emmerson Mnangagwa: “Cde Mugabe era un’icona di liberazione, un panafricanista che ha dedicato la sua vita all’emancipazione e all’empowerment del suo popolo. Il suo contributo nella storia della nostra Nazione e del nostro continente non sarà mai dimenticato. Possa la sua anima riposare nella pace eterna”. Nena News

Nena News Agency “Mugabe, l’uomo che liberò lo Zimbabwe e poi lo fece prigioniero” di Federica Iezzi

Il Manifesto “Mugabe, l’eroe che si trasformò in tiranno”

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REPORTAGE. Unica assicurazione, il clan. Così abbiamo aiutato i somali a casa loro

Il Manifesto – 28 agosto 2019

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di Federica Iezzi

Mogadiscio – La storia moderna della Somalia è un turbine di indipendenza, prosperità e democrazia negli anni ’60 e di dittatura militare dagli anni ’70, seguita da un disperato declino, regolato da una sanguinosa guerra civile e dal conseguente caos politico. L’effetto immediato della guerra è stato quello di disperdere il popolo somalo nei campi profughi e nei Paesi limitrofi.

Etichettata spesso in passato come la “Svizzera d’Africa”, la Somalia ha goduto di quasi un decennio di democrazia, grazie all’operato impeccabile del primo presidente popolarmente eletto, Adam Abdullah Osman. Dopo l’assassinio di Aden Adde e il governo dei sei giorni di Mukhtar Mohamed Hussein, esplode il colpo di stato militare guidato dal generale Mohammed Siad Barre, che ha messo fine definitivamente al periodo di governo democratico. Il regime dittatoriale di Barre creò efficacemente la Somalia moderna, costruì uno degli eserciti più forti dell’Africa e migliorò in maniera massiccia l’alfabetizzazione della popolazione. Appoggiato alternativamente da Stati uniti e Unione sovietica, ha sospeso la costituzione, bandito i partiti politici, arrestato politici e frenato la libertà di stampa.
A partire dagli anni della guerra dell’Ogaden, in Etiopia, la sua presa sul potere si indeboliva gradatamente. Uno dei risultati del suo fallimento fu l’autoproclamazione della regione settentrionale del Somaliland, che ancora oggi mantiene il suo separatismo, ma non ha quasi alcun riconoscimento internazionale.

E l’altro risultato duraturo fu la guerra civile, con fazioni in contrapposizione violenta, frequenti interventi sul territorio da parte di potenze straniere, gravi danni alle infrastrutture e all’economia dell’intero territorio.

Facente parte di una più ampia costellazione di attori internazionali che hanno invano cercato di stabilizzare il Paese per anni, l’Italia è stata in prima linea nelle vorticose e disastrose missioni di peace-enforcement in terra somala.

Né la famosa operazione Restore Hope né la successiva UNOSOM II, hanno svolto il ruolo guida nel rispondere al problema fondamentale della Somalia. Una crisi politica caratterizzata da disaccordi sulle strutture di governance, mancanza di riconciliazione e nutriti conflitti armati. Il tutto inoltre accompagnato dallo spettro di 500.000 somali morti per fame solo nell’autunno del 1992.
L’Italia, dopo quasi mezzo secolo di colonizzazione, ha sempre spinto per ricoprire un ruolo nel Corno d’Africa pur persistendo nella sua linea di politica estera di non prendere una posizione chiara in nessuna delle dispute.

Un’ondata di aiuti da parte delle Nazioni Unite, a partire dagli anni ’90 ha portato all’implacabile crollo dell’agricoltura somala e ha ridotto di fatto i contadini alla povertà. Con il profondo collasso del governo, la popolazione somala è tornata ad appoggiarsi alle proprie tribù, clan e sottoclan, per riempire il vuoto, come lungimirante forma di assicurazione.

L’insicurezza, la mancanza di protezione e garanzie da parte dello Stato e le ricorrenti crisi umanitarie oggi hanno un impatto devastante sui civili somali. Il numero di sfollati interni raggiunge i 2,7 milioni, molti dei quali senza alcuna assistenza e a grave rischio di abusi, soprattutto confinati nelle conflittuali regioni meridionali. Mentre le autorità federali e regionali hanno compiuto alcuni progressi nel chiarire ruoli e responsabilità nei settori della sicurezza e della giustizia, le lotte politiche e le tensioni interne, sono ferme in Parlamento.
Secondo i dati delle Nazioni Unite le forze di sicurezza continuano a usare violenza contro i civili durante le lotte interne, per il controllo dei posti di blocco, per le operazioni di disarmo, in particolare nella regione di Benadir, con la sua capitale Mogadiscio, e nella regione del Basso Scebeli.

Le agenzie di intelligence a livello federale, nelle regioni settentrionali, continuano arbitrariamente ad arrestare e detenere civili per periodi prolungati, senza accuse né accesso a consulenti legali o familiari. I tribunali militari reiterano procedimenti che sono molto lontani dagli standard internazionali del processo equo. Il governo non ha ancora compiuto progressi tangibili nella gestione delle forze di sicurezza abusive, in particolare in merito all’agenzia dei servizi segreti.

Le rinnovate tensioni tra le regioni autonome settentrionali del Somaliland e del Puntland, nelle contestate storiche terre di confine di Sool, hanno provocato lo spostamento di almeno 12.500 civili.

Gli stessi civili hanno subito attacchi indiscriminati durante la violenza tra clan, in particolare nelle aree di Sanaag, Galgudud e Hiraan.

Le Nazioni unite hanno evidenziato la mancanza di trasparenza riguardo le indagini e i procedimenti giudiziari della missione internazionale di peacekeeping AMISOM e hanno espresso profonda preoccupazione per la mancanza di sforzi formali, per proteggere le vittime e i testimoni delle rappresaglie.

Gravi abusi, reclutamento forzato, esecuzioni arbitrarie, spionaggio, minacce sono il terreno fertile in cui si muove il gruppo al-Shabaab. I feroci attacchi del movimento di matrice sunnita contro civili e infrastrutture, usando ordigni esplosivi improvvisati, attentati suicidi e bombardamenti, in particolare nelle regioni meridionali somale, si sono ormai trasformati in regola.

Al-Shabaab continua a vietare alla maggior parte delle organizzazioni non governative e tutte le agenzie delle Nazioni unite di lavorare nelle aree sotto il proprio controllo.

Sono passati più di nove anni da quando il Kenyan Defence Force (KDF) ha dato il via all’operazione ‘Protect the Country’ (in swahili ‘Linda Nchi’) sul confine somalo, contro gli attacchi seriati di al-Shabaab. Non ci è voluto molto perché il coinvolgimento unilaterale del Kenya fosse assorbito, e retrospettivamente legittimato, dalla missione AMISOM. Ciò ha conferito al KDF un mandato più definito: sradicare al-Shabaab e sostenere il Governo Federale della Somalia, internazionalmente riconosciuto con sede a Mogadiscio.

Con quartier generale di fatto nella città di Kismayo, le Forze di Difesa del Kenya, piuttosto che sostenere la lotta contro al-Shabaab, sono in realtà impegnate in pratiche commerciali corrotte con l’amministrazione semi-autonoma dello Jubaland e gli estremisti stessi.
Navi cariche di zucchero non raffinato entrano nel porto di Kismayo e le lasciano con un carico di carbone: pratica ormai salda e ben collaudata. Il KDF riscuote una tassa di due dollari su ogni sacchetto di zucchero, mentre al-Shabaab rastrella circa 1000 dollari per ogni camion che lascia il porto. Ognuno dei camion, inoltre, viene tassato di nuovo attraverso la Somalia dall’amministrazione dello Jubaland, e poi di nuovo da altri elementi KDF, quando attraversa il confine con il Kenya. Per il carbone, lo stesso processo lavora al contrario.
Dunque l’intervento del Kenya in Somalia è diventato un perfetto esempio dell’intersezione tra crimine organizzato e politica, con costi di gestione coperti dai donatori internazionali che finanziano AMISOM.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, più di due milioni di somali vivono di spostamenti interni prolungati, affrontando gravi abusi, tra cui uccisioni indiscriminate, sfratti forzati, violenza sessuale e accesso limitato ai servizi di base.

Secondo le agenzie umanitarie, oltre 204.000 persone sono state allontanate dalle proprie case con la forza nei primi mesi del 2019, anche dalle forze governative, principalmente nelle regioni meridionali di Benadir e Bai. Nella regione di Benadir le forze di sicurezza hanno demolito dozzine di insediamenti informali, comprese le infrastrutture umanitarie, senza avvertimenti sufficienti e senza fornire ai residenti insediamenti alternativi, lasciando circa 30.000 persone senza casa.

Le agenzie umanitarie continuano oggi ad affrontare serie sfide nell’accedere alle popolazioni vulnerabili a causa dell’insicurezza, delle restrizioni imposte dalle parti in conflitto, dei checkpoint illegali e dell’estorsione.

Il Manifesto “REPORTAGE. Unica assicurazione, il clan. Così abbiamo aiutato i somali a casa loro” di Federica Iezzi

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L’orizzonte di tende visto da Mogadiscio

Il Manifesto – 28 agosto 2019

REPORTAGE. La capitale somala prova invano a risollevarsi. Senza riuscire a integrare nel suo tessuto urbano la più alta concentrazione di sfollati interni del mondo, frutto di un complesso intreccio di conflitti, insicurezza alimentare e violazioni dei diritti umani

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di Federica Iezzi

Mogadiscio – In alcuni punti, Mogadiscio, da anni ormai sinonimo di anarchia, terrorismo e guerra urbana, è indistinguibile da molte altre città dei Paesi in via di sviluppo. Lungo la centralissima Jidka Warshaddaha, strada in prima linea della spietata guerra civile agli inizi degli anni ’90, nuovi negozi e marciapiedi hanno trasformato i pochi edifici spogli, cimeli di un duro conflitto, in arrangiate attività commerciali. Luci al neon dai colori dell’arcobaleno rimangono accese fino a notte fonda, in vuoti negozi con cianfrusaglie cinesi rigorosamente di plastica.

NELL’EX QUARTIERE governativo, le imponenti ambasciate e gli edifici del ministero, con i proiettili ancora indovati nei muri, sono ancora cinti con sacchi di sabbia. Sul lungomare, dove la distruzione è quasi totale, ora sbucano marciapiedi pavimentati che fiancheggiano le strade. È vero senza un unico edificio abitabile e con tralicci dalle decine di cavi pendenti. Qualche anno fa in piena lotta tra le milizie di al-Shabaab e i soldati della scellerata missione Amisom, una visita sul lungomare sarebbe stata fuori discussione. Anche nella sua forma più polverizzata, Mogadiscio accenna al suo potenziale recupero.

L’improvvisato progresso della capitale, si dissolve una volta raggiunti i siti non ufficiali dove stanziano quelli che le Nazioni unite qualificano come Internally Displaced People. Il fenomeno del dislocamento interno in Somalia è stato esacerbato negli ultimi anni da complesse interconnessioni tra conflitti, soprusi, insicurezza alimentare e violazioni dei diritti umani. Dei 2,7 milioni di sfollati interni, almeno la metà sono stati costretti a spostamenti a partire dalla fine del 2016. E nella maggior parte dei casi i movimenti sono avvenuti da zone rurali a siti informali urbani e peri-urbani, con al seguito condizioni non dignitose, sfratti illeciti, ambienti sovraffollati con accesso limitato ai servizi di base, violenza di genere, lavoro minorile.

EMARGINATI E DISCRIMINATI, in particolare se appartengono a una minoranza o se vengono separati dalla protezione dei propri clan, gli sfollati interni sono spesso nel mirino dei soprusi. Nel 2018 sono stati registrati circa 550.000 nuovi spostamenti dalle regioni meridionali del Paese, Galgudud, Basso e Medio Scebeli: i valori più alti nell’ultimo decennio. I più alti livelli di povertà in Somalia, si mostrano in questi insediamenti. In condizioni di quasi carestia, la gente continua ad essere dipendente da assistenza e protezione umanitaria, compreso il semplice accesso a cibo, acqua, servizi igienici, servizi sanitari, alloggio e istruzione.

Già nel 2010, Mogadiscio ospitava la più grande concentrazione di sfollati interni sul pianeta, una città all’interno di una città di 400.000 rifugiati che vivevano in un’espansione spontanea di tende costruite di stracci, nella periferia devastata del centro urbano.

Mogadiscio ha un orizzonte piena di tende, una cornice di legno. È una metropoli tesa che si estende per chilometri in ogni direzione. Sorgono tende su entrambi i lati delle alte pareti di scheletri di case o di case piegate su loro stesse, tende attorno a ex-ospedali sventrati e tende su entrambi i lati del viale imperiale, sito di parate militari e luogo fortemente voluto dall’ex dittatore Siad Barre. I bambini oggi giocano sui resti polverizzati della città e gli sfollati interni si stringono in quella poca ombra che fornisce. Mentre le tende la circondano da tutti i lati.

I CAMPI RAPPRESENTANO tutt’oggi una sfida unica per il governo della Repubblica federale somala. Nel tentativo di disconnetterli dal tessuto urbano di Mogadiscio, ancora in fase di recupero, il governo municipale ha articolato piani per spostare gli sfollati interni in una nuova posizione più gestibile, lontana dal centro della città.

Il campo profughi di Badbaado fondato dal Governo Federale di Transizione somalo nel lontano 2011, progettato per poco più di 7000 posti, oggi accoglie più di 30.000 sfollati interni. È un ammasso confuso di tende, divenute le case del popolo degli invisibili, con i loro stracci, le loro lacerazioni, il loro tracoma. A Mogadiscio è difficile dire esattamente dove finisce un campo e dove ne inizia un altro. Il confine tra sfollati e gente del posto dentro e intorno a questi campi è sfocato. E i campi periferici, come quello di Badbaado sono considerati zone vietate in qualsiasi momento della giornata.

Il settore della sicurezza nei siti spontanei è in gran parte costituito da milizie di clan sottopagate che hanno un’alleanza spesso temporanea con il governo. Il sistema è una sorta di feudo personale.

La distribuzione di cibo all’interno del campo si è arrestata ormai da anni. Molti sfollati oggi lavorano a giornata nel tentacolare suq di Bakaara a Mogadiscio in un caldo asfissiante. Come Ibrahim, 29 anni: «I miei genitori mi hanno trascinato fuori dalla nostra casa quando avevo 8 anni. La maggior parte della mia vita l’ho trascorsa in un campo profughi. Non ho più visto la mia casa, non so se è ancora in piedi, se ci abita qualcuno dentro. Non so nemmeno se la riconoscerei». L’atto stesso di selezionare chi è più “vulnerabile” incoraggia i rifugiati a rimanere vulnerabili.

LA MAGGIOR PARTE DEI PASTI presume farina di mais o grano. L’acqua, che viene trasportata su camion, è spesso severamente razionata, a causa della siccità ormai trentennale che affligge il Paese. Poiché la legna da ardere è estremamente scarsa, l’ebollizione dell’acqua viene spesso trascurata, con conseguente diffusione di infezioni gastrointestinali.

Cosa significherebbe integrare sfollati interni in un’area fragile come Mogadiscio? La tradizionale economia nomade della Somalia, basata sul bestiame, sta subendo cambiamenti traumatici e drastici a causa dei sempre più pesanti periodi di siccità.

Il governo guidato dal presidente Mohamed Abdullahi «Farmajo» dovrebbe percepire gli sfollati interni di Mogadiscio come migranti permanenti, piuttosto che come temporaneamente sfollati, e far fronte ai grandi cambiamenti economici e sociali riflessi nella rapida urbanizzazione. Il raggiungimento di soluzioni durature e stabili richiederà approcci solidi, strategici e collettivi, indipendentemente dal fatto che gli sfollati interni scelgano di tornare nei luoghi di nascita, integrarsi localmente o stabilirsi altrove.

Spesso la vita nei nuovi insediamenti per quanto dura, risulta migliore rispetto al rientro nelle aree di origine, covo di rappresaglie, fortemente carenti in servizi sociali e opportunità di sostentamento.

Il Manifesto “L’orizzonte di tende visto da Mogadiscio” di Federica Iezzi

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PRIMO MAGGIO. Le trasformazioni del lavoro nell’Africa del precariato

Nena News Agency – 01/05/2019

Nel continente con il 60% di disoccupazione giovanile, contratti a tempo e lavoro nero, a tentare il cambiamento sono piccoli imprenditori e settore agricolo

Foundation for Economic Education

#specialeprimomaggio

di Federica Iezzi

Roma, 1 maggio 2019, Nena News – Secondo gli ultimi dati divulgati dalla Foundation for Economic Education, il tasso di disoccupazione tra i ragazzi dai 18 ai 24 anni negli Stati Uniti raggiunge il 6,8%. Nel continente africano il 60% di tutti i disoccupati sono giovani. Nel solo Sudafrica si arriva a oltre il 55%. 

I pochi impiegati sono sottoccupati con lavori saltuari nel settore terziario. Per altri la prospettiva sono le fattorie o le imprese familiari. E troppo spesso i ragazzi sono costretti a destreggiarsi tra sottopagati lavori multipli.

L’Africa ha la popolazione più giovane del mondo, la mancanza di posti di lavoro fissi è un enorme fattore di rischio politico ed economico. I giovani disoccupati sono spesso attirati in gruppi militanti e contribuiscono a disordini politici. La vulnerabilità economica nella fascia giovanile è direttamente legata all’instabilità sociale che vanifica la crescita economica.

Le cattive politiche contribuiscono da decenni alla povertà del continente africano. In troppi Paesi africani, assumere e licenziare lavoratori è troppo costoso. I governi creano barriere legali e normative o non riescono a far fronte a norme sociali discriminatorie.

Come riporta la più recente relazione di Doing Business, pubblicata come ogni anno dalla Banca Mondiale, le economie a basso-medio reddito tendono ad avere una carenza di protezione. Almeno il 60% dei Paesi sub-sahariani consente contratti a tempo determinato.

I termini di avvio di un’impresa sono abissali. Ad esempio in Sierra Leone un datore di lavoro ha l’obbligo di saldare il trattamento di fine rapporto con un salario posticipato di 132 settimane, per 10 anni di lavoro continuativi. In Ghana e Zambia di 86 settimane. In Mozambico di 65 settimane. In Guinea Equatoriale di 64 settimane. Questo significa che 5 dei primi 10 Paesi con i più elevati requisiti di trattamento di fine rapporto sono nell’Africa sub-sahariana. E nessuno di questi è tra i Paesi a medio reddito.

In termini di avvio di un’impresa esecuzione di contratti, registrazione di proprietà, negoziazione trans-frontiera, ottenimento di crediti, protezione di investitori di minoranza e accesso all’elettricità, rimangono i punti deboli.

Il cambiamento deve iniziare dall’interno del continente africano. Le economie fanno ancora molto affidamento sulla produzione di materie prime (petrolio, gas, oro, legname). La caduta delle barriere commerciali, in molti Paesi, sta permettendo una notevole espansione delle industrie di servizi.

Le economie più diversificate stanno aiutando a soddisfare le esigenze dei consumatori nazionali e internazionali per beni come prodotti agricoli trasformati, cosmetici, tessuti e abbigliamento. Alcuni dei principali imprenditori africani oggi lavorano in telecomunicazioni, moda, marketing e branding per le principali multinazionali.

Il 70% della popolazione africana rimane dipendente dall’agricoltura. Come settore la sua crescita è fondamentale per aumentare la prosperità, la sicurezza alimentare, l’industrializzazione, il commercio intra-africano e rafforzare il contributo dell’Africa al commercio globale.

Governi, donatori e organizzazioni private riconoscono l’importanza e il potenziale dell’agricoltura nella costruzione di economie sostenibili e inclusive. Con investimenti continui, i piccoli agricoltori possono migliorare i loro mezzi di sostentamento e sperimentare gli effetti diretti di questa crescita.

Tuttavia, quando si tratta di introdurre la tecnologia nelle pratiche di semina, raccolta e stoccaggio, molti agricoltori si attengono agli approcci tradizionali tramandati di generazione in generazione. A volte è una semplice mancanza di consapevolezza che impedisce un cambiamento. Qualunque sia la causa, il divario tra ciò che gli agricoltori hanno e ciò che potrebbero usare per migliorare notevolmente i loro mezzi di sussistenza è persistente. I piccoli agricoltori sono la colonna portante del settore.

Ne è un esempio la Tanzania, dove l’agricoltura legata alla produzione di mais è in continua crescita. L’addestramento di circa 2.000 agricoltori su diverse tecniche per ridurre la perdita post-raccolto, con la coltivazione di almeno 1.400 tonnellate di cereali, si sono semplicemente concentrate su tecnologie di archiviazione. I risultati si sono tradotti in maggiori vendite di prodotti, maggior redditi per gli agricoltori e una migliore alimentazione per la comunità.

Nena News Agency “PRIMO MAGGIO. Le trasformazioni del lavoro nell’Africa del precariato” di Federica Iezzi

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