PRIMO MAGGIO. L’Africa nel lavoro delle donne, dei medici e delle miniere di diamanti

Nena News Agency – 01/05/2018

Dal Botswana al Kenya, dal Sud Sudan al Ghana, un breve viaggio nel continente africano dove i diritti del lavoro restano negati

di Federica Iezzi

Bullet Wounds

Ghana – La storia dei malati in Ghana evidenzia il vuoto nelle competenze mediche e chirurgiche disponibili nel continente africano. Molti medici e professionisti della salute africani altamente qualificati praticano la medicina e la chirurgia all’avanguardia nelle principali istituzioni mediche al di fuori dell’Africa. Sono preziosi per gli ospedali e per i paesi in cui lavorano, ma i loro cuori rimangono nella loro terra.

A partire dal 2000, un quinto di tutti i medici di origine africana e un decimo di tutti gli operatori sanitari di origine africana lavorano all’estero. Esperti di politica sanitaria globale hanno suggerito una serie di misure per invertire questa tendenza. Spesso i medici africani che vivono all’estero hanno famiglie in Africa e sono motivati a contribuire al miglioramento dell’assistenza sanitaria nel continente. Mentre alcuni sono pronti a tornare nei loro paesi nativi, altri non sono pronti ad una radicale scelta di vita, senza alcuna assicurazione riguardo il futuro.

E allora, in assenza di leggi governative di tutela del lavoro, i professionisti sanitari africani della diaspora provano a trasferire le loro competenze sul continente attraverso seminari educativi e workshop di formazione.

1.CNN_151202123828-botswana-diamonds-13-exlarge-169

Botswana – La miniera di Jwaneng di Debswana è un gigantesco calderone di polvere pallida, di due chilometri di diametro nel punto più largo, pattugliata ogni giorno da colossali camion da 300 tonnellate che lavorano sui pendii terrazzati.

Di proprietà condivisa tra De Beers e il governo del Botswana, è la miniera di diamanti più ricca del mondo. Eppure, i lavoratori dell’industria dei diamanti non condividono questa ricchezza, con salari medi che arrivano al massimo a 225 dollari al mese. A dispetto dell’enorme progetto, la disoccupazione nel paese è costantemente elevata e l’industria mineraria ormai quasi completamente meccanizzata non crea posti di lavoro.

Il Botswana Diamond Workers Union e il Botswana Power Corporation Workers Union hanno rivelato che le aziende nel settore della lucidatura dei diamanti stanno regolarmente infrangendo le leggi sul lavoro.

Secondo i delegati sindacali, i lavoratori sono sommariamente licenziati per reati minori e accuse non testate e la sicurezza sul luogo di lavoro è spesso compromessa. Le pratiche discriminatorie, attraverso cui le società diamantifere offrono maggiori vantaggi agli espatriati rispetto ai lavoratori locali, sono una dura realtà.

2.Kenya_CNN_170220130030

Kenya – Quando si arriva nel campo profughi di Kakuma, nel nord del Kenya, si hanno solo i vestiti addosso e opzioni limitate per la sopravvivenza, secondo i dati dell’Ocha (United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs).

Alcune donne, attraverso la creazione di una rudimentale cooperativa, stanno provando a vendere coperte preparate a mano. Altre hanno costruito partendo dal nulla panetterie che ora permettono di far andare avanti le proprie famiglie. Il pane viene venduto in molte delle istituzioni del campo stesso, comprese le sue scuole.

Si guadagna poco meno di 300 dollari al mese, soldi che vengono investiti per il pagamento delle tasse scolastiche e per l’acquisto di beni di prima necessità per la famiglia.

Queste donne sono convinte che l’autosufficienza sia possibile, anche in un campo rifugiati. È fondamentale l’accesso al credito, il supporto legale per ottenere lo status di rifugiato e i permessi di lavoro dai governi ospitanti.

Aziende e attori governativi keniani stanno creando opportunità per aiutare i rifugiati a diventare autosufficienti in modo sostenibile, attraverso la logistica, l’illuminazione solare, il crowdsourced mapping.

4.ILRI_South Sudan_27791342313_efbdd2b7b8_k

Sud Sudan – Il tonfo sordo di una noce di cocco lanciata contro una pietra piatta è il richiamo per i bambini attorno al tukul, alla casa dell’Africa orientale. È l’unico momento della giornata in cui il riposo è sacro.

Decine di migliaia di persone in Sud Sudan sono state uccise e più di 3,5 milioni sono gli sfollati. Donne e bambini hanno pagato un prezzo particolarmente alto negli scontri, con oltre due milioni di bambini sfollati, denunce di pulizia etnica e stupri perpetrati da tutte le parti in conflitto.

Mentre gli uomini combattono, molte donne vengono lasciate a casa con l’ingente peso sulle spalle della cura delle proprie famiglie. E allora camminano per ore alla ricerca dell’acqua per curare i campi e raccolgono frutti selvatici dagli alberi per riuscire a vendere prodotti agricoli.Lavorano in aziende secondarie per generare più reddito e lontano dalla linea del conflitto, sembrano difendere davvero il paese.

Oggi la maggior parte delle attività agricole e di pastorizia è rivolta alle donne. Il bestiame è molto importante per i gruppi etnici locali, poiché funziona come una sorta di valuta. Secondo il piano di bilancio nazionale approvato per il 2017/2018, il Sud Sudan ha investito solo il 3% della propria spesa complessiva per la garanzia di lavoro.

Nena News Agency “PRIMO MAGGIO. L’Africa nel lavoro delle donne, dei medici e delle miniere di diamanti” di Federica Iezzi

Annunci
Standard

8 MARZO. FOTO. Il cammino delle donne in Africa e Medio Oriente

Nena News Agency – 08/03/2018

Federica Iezzi ci porta in giro in Paesi dove le donne, affrontando ostacoli e problemi, molto spesso la lotta per la sopravvivenza, hanno accettato la sfida per la conquista dei diritti e della libertà

di Federica Iezzi

Kenya DSC6_0001 (64)

Kenya – Nadine è la spina dorsale dello sviluppo dell’economia rurale nel distretto di Laikipia, in Kenya. La produzione agricola della sua piccola farm è un gioiello in una terra arida e infruttuosa. Instancabile, percorre ogni giorno lunghe distanze per trasportare acqua e raccogliere legna da ardere. I costumi sociali le hanno imposto per anni una limitazione alla partecipazione nei processi decisionali dell’attività agricola che porta avanti nella sua terra. Oggi è lei la regina indiscussa di un progetto agricolo autosostenibile.

La percentuale femminile di lavoro nella produzione agricola kenyana è salita al 40%. Rimane una lotta perpetua in una povertà ciclica. Le sfide storiche relative alla proprietà terriera in generale lasciano le donne in svantaggio. Gli studi condotti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, mostrano costantemente che le donne controllano meno terra e fanno molto meno ricorso a tecnologie. Si stima che se le donne avessero lo stesso accesso alle risorse in tutto il mondo, i loro rendimenti potrebbero aumentare fino al 30%, determinando una riduzione del sostentamento alimentare.

Asmara, Eritrea

Eritrea – L’Eritrea offre l’opportunità di studiare un movimento rivoluzionario moderno e di successo che ha fatto molto affidamento sui contributi delle donne sia come personale di supporto che come soldati di prima linea. Che ruolo hanno avuto le donne nell’indipendenza dell’Eritrea e quale ruolo giocano attualmente? Che ruolo gioca l’inclusione femminile nel creare una società civile? E in che modo l’aspetto generazionale del servizio militare femminile ha influenzato la percezione generale della donna?

A questo risponde la voce delle donne eritree. Oppresse da un servizio militare obbligatorio, comprensivo di addestramento, dall’età di 18 anni, che si estende spesso per decenni, non possono pianificare studi e vita sociale.

Syria DSC_0195

Siria – Chi vorrebbe essere una donna ad Aleppo? La popolazione femminile della seconda città siriana si è trovata minacciata sia dagli omicidi dello Stato Islamico che dagli alleati russi del presidente, Bashar al-Assad.

Sta nuovamente cambiando l’aspetto di Aleppo. La frenetica ricostruzione su un territorio ancora pericolante tiene impegnati gli occhi occidentali.

La storia delle donne che hanno scelto di non andarsene non la racconta mai nessuno. Sono loro che rimangono, contro ogni aspettativa, per aiutare la città a sopravvivere. Sono state costrette ad affrontare ripetuti attacchi e tentativi di assassinio.

Le loro parole spezzano l’aria ‘Mi manca la mia vecchia vita. Mi manca cucinare e pulire casa per la mia famiglia’. Molte mamme temono perfino di mandare i loro figli a scuola. E allora siedono fuori dagli edifici scolastici tutto il giorno mentre i figli sono dentro. E ti ripetono ‘Se l’aula viene colpita, almeno muoio con loro’

Iraq DSC_0274

Iraq – Per le donne e i loro bambini vivere da rifugiati può essere particolarmente dura. Le donne che sono separate dalle loro comunità e dalle loro famiglie sono spesso esposte a un rischio più elevato di sfruttamento. Il problema è ulteriormente esacerbato da una debole protezione legale e una scarsa consapevolezza delle donne dei loro diritti. Con poco o nessun reddito regolare, queste donne e i loro figli, inoltre, affrontano una povertà schiacciante.

E’ quello che accade tutti i giorni agli sfollati interni e ai rifugiati iraqeni. Da più di dici anni fuori dalle loro case, non riconoscono una quotidianità. Le donne insegnano nelle scuole, curano negli ospedali, ascoltano le violenze nei centri qualificati. Portano avanti famiglie e tradizioni.

Hargheisa, Somalia

Somalia – Mogadiscio è un inferno vivente per le donne che lottano per nutrire i loro figli in mezzo a guerra, siccità, carestia e totale devastazione.

La Somalia è spesso descritta come un Paese senza legge, inghiottito in un conflitto che perdura da 20 anni. Uno dei maggiori rischi per la vita delle donne non è la guerra, ma la nascita. Le possibilità di sopravvivenza per una donna diminuiscono considerevolmente durante una gravidanza, a causa dell’assente assistenza prenatale, di forniture mediche inesistenti, della mancanza di infrastrutture. Il rischio di morire in seguito al parto è di una donna su 14. Uno dei tassi più alti al mondo, secondo solo all’Afghanistan.

Gaza DSC_0217

Palestina – Striscia di Gaza – Tre generazioni di donne nella Striscia di Gaza, nonostante violenze e soprusi, riescono a trovare ancora un motivo per sorridere.

La maggior parte di queste donne non sono mai state fuori da Gaza. Immortalate nei loro momenti privati, hanno una vita incredibilmente ricca. Lavorano, vanno a scuola, hanno speranze e sogni, sull’inumano sfondo del suono degli F16.

Quando si pensa alla striscia di Gaza, si immagina solo un posto lacerato e distrutto dalla violenza, ma allontanando le lenti dai passati conflitti si trovano esempi di forza e resilienza femminile. Molte delle sfide che affrontano le donne sono universali. Ma quando sei una ragazza a Gaza, la tua esistenza è definita dai suoi confini politici, culturali, letterali e metaforici. Nena News

Nena News Agency “8 MARZO. FOTO. Il cammino delle donne in Africa e Medio Oriente” di Federica Iezzi

 

Standard

Unione Europea-Unione Africana, belle parole e progetti inefficaci

Nena News Agency – 30/11/2017

Molti programmi europei in Africa, ideati per offrire formazione e incoraggiare le imprese locali, non hanno né corpo, né consistenza, né azioni concrete. Gli investimenti diretti esteri rappresentano solo il 3% del PIL africano

African Union Commission.jpg

di Federica Iezzi

Roma, 30 novembre 2017, Nena NewsE’ stato un summit di serrate discussioni su disoccupazione giovanile, sicurezza e soprattutto migrazione quello tra Unione Europea e Unione Africana che si è tenuto a inizio settimana ad Abijan, in Costa d’Avorio.

Tema ufficiale sono stati i giovani africani. L’incontro, arrivato ormai alla sua quinta edizione, è stato disegnato in un momento in cui la migrazione è in cima alle agende dei governi.

L’attenzione in codice, per le superpotenze europee, sono le paure sul numero di membri della popolazione africana, in rapida ed esponenziale crescita, che troveranno la loro strada verso l’Europa nei prossimi anni.

Secondo il presidente del Parlamento europeo, l’impatto sarà una ‘bomba demografica’. Risposta contraria arriva dalla politica estera dell’Unione Europea, secondo cui troppe mani in tutto il mondo si affacciano sull’incredibile energia e sul desiderio di cambiamento dell’Africa.

L’Unione Europea ha acquistato tempo, finanziando azioni per coprire le rotte del contrabbando di esseri umani trans-sahariano, fino ad arrivare a un accordo multimiliardario con la Turchia, atto a riportare indietro i migranti dalla black-road balcanica. Per finire con una manovra, l’Italia ne è protagonista, creata ad hoc ad arginare il flusso massiccio di migranti dall’Africa attraverso il Mediterraneo, costringendo i richiedenti asilo ad affrontare, senza diritti, condizioni inumane, fino alle torture vere e proprie, nei campi di detenzione in territorio libico.

Molti progetti europei di sussistenza a lungo termine in Africa, ideati per offrire formazione e incoraggiare le imprese locali, non hanno né corpo, né consistenza, né azioni concrete. Gli investimenti diretti esteri rappresentano solo il 3% del PIL africano, secondo le cifre mostrate dalla Banca mondiale.

Con potenze emergenti come Cina, Turchia, India e Singapore, che fanno ormai sempre più ingenti incursioni in Africa, Bruxelles cerca disperatamente una posizione da protagonista nel continente, decantando una leadership nei settori della tecnologia, della qualità, del know-how industriale e della formazione.

La verità è che l’approccio dell’Europa continua ad essere frammentario, con i singoli Paesi che cadono gli uni sugli altri nel perseguimento dei propri interessi e programmi. Il risultato è una strada lastricata di buone intenzioni, molte opportunità mancate e pochi successi. L’Europa non ha esercitato alcuna reale influenza politica ed economica sul futuro dell’Africa.

Il vertice è avvenuto dopo la reazione orripilata da parte di tutto il mondo riguardo le ‘aste umane’ battute tra i migranti in Libia. Dopo le pesanti denunce perpetrate da Medici Senza Frontiere e avallate dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, niente è cambiato nel sistema criminale libico di abusi nei confronti dei migranti, ancora tenuto in piedi dalla politica dei governi europei.

La risposta europea a tanta illegalità riguarda uno scarno programma di azioni poco consistenti, mirate a preparare i giovani nel trovare opportunità di lavoro, investendo nell’istruzione, nella scienza e nello sviluppo delle competenze, nell’ambito dei propri Paesi. Nena News

Nena News Agency “Unione Europea-Unione Africana, belle parole e progetti inefficaci” di Federica Iezzi

Standard

KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta

Nena News Agency – 26/10/2017

Seggi aperti dalle 6 di questa mattina. Il Paese africano sceglie di nuovo il presidente dopo l’annullamento delle elezioni di agosto. Ma senza l’oppositore Odinga, che boicotta il voto, il risultato è scontato

Nairobi commercial district, graffiti per elezioni_UNDP

Nairobi, Kenya – Election graffiti in Nairobi commercial district

di Federica Iezzi

Roma, 26 ottobre 2017, Nena NewsIl Kenya torna a votare oggi dopo le massicce proteste nelle strade e le violenze, seguite alle elezioni presidenziali dello scorso agosto, annullate per irregolarità dalla Corte Suprema quando si attendeva la vittoria del capo dello stato uscente Uhuru Kenyatta, sull’oppositore Raila Odinga, il leader della National Super Alliance. Quest’ultimo si è poi fatto da parte lamentando la mancanza di una autentica riforma elettorale.

Come si è arrivati a questo punto?

All’inizio di agosto, il Kenya aveva votato per un nuovo presidente. Più di 15 milioni di persone hanno partecipato attivamente alla tornata elettorale. Per la prima volta è stato usato un nuovo sistema di votazione elettronico, volto ad evitare il rischio di brogli e voti non idonei. Tuttavia, nonostante il nuovo sistema in vigore, Odinga e sostenitori hanno contestato i risultati, che proclamano come vincitore Kenyatta, denunciando infiltrazioni alla banca dati dell’organo elettorale e dunque profonde manipolazioni di tutto il processo democratico.

Manifestazioni contro la vittoria di Kenyatta si sono susseguite in tutti i maggiori centri kenyani, secondo i rapporti diffusi da Amnesty International e Human Rights Watch. Quei report internazionali rafforzano le denunce degli attivisti locali e dei gruppi che difendono i diritti umani, i quali accusano la polizia kenyana di brutalità e omicidi extragiudiziali. Trentatré persone sono state uccise dalle forze di polizia nei giorni immediatamente successivi alla data del voto presidenziale di agosto.

Il portavoce della polizia Charles Owino non ha esplicitamente risposto alle denunce.

Sulle base delle accuse di frode elettorale formalizzate da Raila Odinga, la Corte Suprema ha perciò deciso di annullare il risultato elettorale, stabilendo una una nuova data entro 60 giorni. Prima al 17 ottobre, poi al 26 ottobre. Odinga in reazione ha perciò dichiarato che avrebbe partecipato alla nuova consultazione soltanto se le riforme elettorali da lui richieste sarebbero state attuate. A cominciare dalla sostituzione del capo della commissione elettorale.

Infine il 10 ottobre il leader del National Super Alliance si è ritirato dalle elezioni, a causa del mancato compimento delle riforme auspicate da parte dell’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC).

Poco dopo la decisione di abbandono di Odinga, il parlamento kenyano ha approvto una nuova legge elettorale, secondo la quale alla rinuncia di un candidato segue automaticamente la vincita del candidato contrapposto. Immediate sono state le proteste da parte dei sostenitori di Odinga che hanno colorato le strade kenyane.

Una nuova petizione è stata presentata alla Corte Suprema kenyana da attivisti per i diritti umani, secondo la quale l’attuale commissione elettorale non è pronta a verificare un sondaggio credibile.

Così mentre la macchina elettorale è in moto e i cittadini esprimono oggi la loro scelta, l’opposizione lancia nuovi pressanti appelli a boicottare il “voto vergognoso” non libero, nè giusto, dice. Il governo Kenyatta risponde invitando le persone ad esercitare il loro diritto democratico. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta” di Federica Iezzi

Standard

LIBERIA. Il gol più difficile di George Weah

Nena News Agency – 18/10/2017

L’ex calciatore del Milan ha ricevuto il 39% dei voti alle presidenziali staccando di 10 punti il rivale Joseph Boakai. Non avendo però conquistato la maggioranza assoluta al primo turno, sarà il ballottaggio di novembre a decidere se sarà il nuovo presidente

UNDP liberian-elections

di Federica Iezzi

Roma, 18 ottobre 2017, Nena News – Dopo mesi di manifestazioni rauche, promesse e discorsi di nuovi inizi, e sotto l’occhio vigile di 148 osservatori internazionali dell’Unione Africana, dell’ECOWAS, della Carter Foundation e dell’Istituto Nazionale Democratico, si è concluso il primo passaggio di potere democratico in Liberia.

I sondaggi si sono chiusi con alcune segnalazioni di violenza, con conteggio quasi completo e incalzanti scommesse sul vincitore. Si cerca un successore ai 12 anni di potere del primo presidente donna del continente africano, Ellen Johson Sirleaf. Dunque dopo due mandati di sei anni, limite dettato dalla Costituzione, il Premio Nobel per la pace lascia il governo di Monrovia.

Sono più di due milioni di elettori registrati. E il 20% di questi è tra i 18 e i 24 anni. Venti i candidati presidenziali. Divide gli animi la candidatura dell’ex giocatore di calcio e pallone d’oro George Weah. Per la vittoria bisogna ottenere il 50% dei voti, più uno. Non c’è mai stato un chiaro favorito al primo turno.

Secondo gli ultimi conteggi nelle 15 contee, testa a testa tra George Weah, pedina del Congresso per la Democrazia e il Cambiamento, e l’attuale vicepresidente Joseph Boakai, del centrodestra Partito dell’Unità.

Con il 95% dei voti contati, la National Election Commission liberiana, ha comunicato che Weah domina le elezioni con il 39% dei voti, Boakai guadagna il 29% dei consensi. I risultati finali sono attesi entro il 25 ottobre. Secondo la legge elettorale in Liberia, se nessun candidato ottiene una maggioranza assoluta nel primo turno elettorale, seguirà un secondo turno tra i primi due candidati. Il secondo turno elettorale è fissato per gli inizi di novembre.

La campagna elettorale di Boakai è stata improntata su integrità e fiducia, con la promessa di aumentare la spesa pubblica per l’agricoltura e per promuovere la crescita economica, lo sviluppo e il miglioramento delle infrastrutture. Il Partito dell’Unità sta ancora godendo degli evidenti vantaggi del classico partito al governo, rafforzato da risorse statali e lealtà tribali. E sta ottenendo i maggiori consensi nelle contee di Lofa, Gbarpolu, Bong, Bomi, Cape Mount, Gbarpolu e Grand Gedeh.

Profondamente impopolare nella diaspora liberiana, l’ordine del giorno di Weah che prevede la creazione di un tribunale anticorruzione e il decentramento del potere parlamentare, permettendo al popolo liberiano di essere partner attivo nella governance delle singole comunità.

Spesso definita la più antica repubblica moderna del continente nero, nel 1847, la Liberia divenne la prima repubblica africana a proclamare l’indipendenza. Membro fondatore dell’organizzazione intergovernativa Società delle Nazioni, delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione dell’Unità Africana.

I suoi problemi iniziano nel 1980 quando, con un colpo di stato militare, viene rovesciato il governo Tolbert. Da quel momento partono 23 anni di crisi politiche e di guerre civili, che determinano la morte di almeno 250.000 persone e il crollo dell’economia nazionale. La pace non è tornata nel fragile Paese fino al 2003, quando l’allora presidente Charles Taylor si è dimesso a causa di un mandato d’arresto per i crimini di guerra, commessi mentre guidava le forze ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito nella vicina Sierra Leone.

La governance calma e misurata di Ellen Johnson Sirleaf, dal 2005 ha portato pace e stabilità nello stato dell’Africa Occidentale. Mentre oltre l’80% della popolazione continuava a vivere sotto la soglia di povertà, nel 2014 il Paese è stato schiacciato dall’epidemia di Ebola. Nena News

Nena News Agency “LIBERIA. Il gol più difficile di George Weah” di Federica Iezzi

Standard

TUNISIA. Revocata la restrizione matrimoniale per le donne

Nena News Agency – 20/09/2017

La scorsa settimana il governo tunisino ha annunciato l’abolizione del divieto che non permetteva alle donne musulmane di sposare non-musulmani. L’abrogazione giunge dopo importanti mutamenti subiti dalle leggi sulla violenza domestica e sulle molestie sessuali negli spazi pubblici

UNDP diritti donne Tunisia

di Federica Iezzi

Roma, 20 settembre 2017, Nena News – È stata annunciata la scorsa settimana dal governo tunisino l’abolizione del divieto decennale di matrimonio tra donne musulmane e uomini non-musulmani. Il presidente Beji Caid Essebsi ha condotto una campagna per la parità tra i sessi, dalla sua presa in carica nel dicembre 2014. Nel corso degli anni ha annunciato diverse proposte per arrivare all’uguaglianza di genere.

La revoca del decreto di restrizione matrimoniale, istituito nel 1973, rappresentava un ostacolo alla libertà di scelta del coniuge e una violazione della costituzione tunisina, adottata nel 2014 a seguito delle proteste legate alla primavera araba, secondo il presidente tunisino.

La legge sul matrimonio costrinse per anni gli uomini non-musulmani, che volevano sposare una donna tunisina, alla conversione all’islam. Mentre gli uomini tunisini erano liberi di sposare donne non-musulmane, ma la conversione religiosa non era un obbligo. L’abrogazione della legge sul matrimonio viene dopo importanti mutamenti subiti dalle leggi sulla violenza domestica e sulle molestie sessuali negli spazi pubblici. Pietre miliari importanti in un Paese in cui la religione, nei legami coniugali, può essere al centro di numerosi conflitti familiari e lunghe lotte contro le leggi statali.

E’ evidente che il nuovo decreto non allontana le donne tunisine dagli ostacoli culturali e tradizionali in caso di matrimonio misto, ma comunque offre loro la libertà di scelta da una prospettiva giuridica. Ma mentre il governo Essebsi è riuscito ad affinare le leggi in materia di uguaglianza e violenza familiare, si trova ad affrontare un’opposizione più rigida, da parte dei teologi tunisini e dei membri del parlamento, sugli storici codici che regolano l’ereditarietà in Tunisia.

Secondo la legge islamica, alla donna spetta la metà di quanto spetta all’uomo del lascito ereditario. E una donna riceve la metà dell’eredità del defunto marito, rispetto al figlio. Nell’alta borghesia tunisina, si ovvia alle convenzioni grazie a donazioni o cessioni di proprietà ante-mortem. Sono invece le donne cresciute in ambienti rurali, tradizionalisti o meno istruiti, a pagarne le conseguenze più dure.

Il presidente ha istituito una commissione, formata da esperti per i diritti umani, incaricata di rivedere le politiche legate ai diritti di matrimonio e alle leggi di eredità e discriminazione economica, per cercare un equilibrio tra l’uguaglianza di genere da un lato e la religione e la costituzione dall’altra. Promuovendo l’istruzione per le ragazze, abolendo la poligamia e non avallando il rifiuto di una moglie fuori dalla procedura di divorzio, ufficialmente decretata da un tribunale, il codice di status personale della Tunisia ha accresciuto il suo apprezzamento, come modello progressivo per i diritti delle donne in Nord Africa e Medio Oriente.

Dura invece la risposta del mondo sunnita, da parte del Grande Imam egiziano di al-Azhar, Ahmed el-Tayeb, che ha denunciato la riforma matrimoniale, come contrapposta agli insegnamenti islamici, incitando alla violenza contro la leadership tunisina. La Tunisia ha garantito i diritti fondamentali alle donne fin dagli anni ‘60: accesso al voto, divorzio, aborto. Oggi nel parlamento tunisino il 31% dei deputati sono donne. E il numero di lavoratori di sesso femminile raggiunge il 27%. La Tunisia è considerata uno dei Paesi arabi più progressisti in termini di diritti delle donne, anche se Amnesty International ha riferito l’anno scorso che ci sono ancora pochi segni tangibili per dimostrare il miglioramento. Nena News

Nena News Agency “TUNISIA. Revocata la restrizione matrimoniale per le donne” di Federica Iezzi

Standard

IMMIGRAZIONE. L’inferno dei centri di detenzione libici

Nena News Agency – 12/09/2017

Gli immigrati sono detenuti in celle sovraffollate, con scarsa luce naturale e ventilazione e con un inadeguato numero di latrine o bagni. Per loro non è previsto alcun processo legale, né hanno la possibilità di contestare la legittimità della loro prigionia o del loro trattamento. Secondo la ONG internazionale Medici Senza Frontiere, l’Unione Europea finanzia e perpetua il ciclo di sofferenza degli immigrati nello stato africano

MSF_Detention Centre Libya.jpg

di Federica Iezzi

Roma, 12 settembre 2017, Nena News – L’Unione Europea finanzia e perpetua il ciclo di sofferenza dei migranti in Libia, costringendoli a reclusioni arbitrarie in centri di detenzione. Questo è quanto affermato nell’ultima conferenza stampa da Joanne Liu, il presidente internazionale di Medici Senza Frontiere.

Dunque la pesante accusa, appoggiata anche dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, è che la politica dei governi europei, alimentando un sistema criminale di abusi, è diretta complice delle violenze subite dai migranti in Libia. Il governo di al-Sarraj controlla ufficialmente circa due dozzine di centri di detenzione in territorio libico, attraverso la sua direzione per la lotta alla migrazione irregolare (DCIM), secondo gli ultimi dati dell’EUBAM (European Border Assistence Mission in Libya).

I finanziamenti previsti dai Paesi europei per le attività dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e dell’UNHCR per migliorare le condizioni nei centri di detenzione governativi libici rappresentano oggi solo un’illusione di fronte al milione di profughi intrappolati in Libia.

L’unica soluzione ragionevole e civile sarebbe quella di aprire percorsi legali per chi fugge da guerre, fame e violenze. La rotta migratoria africana maggiore parte da Agadez, passa per Dirkou in Niger, per arrivare alla città libica di Sabha. I migranti vengono poi dirottati dai contrabbandieri verso i porti di Tripoli o Zawiya.

La rotta percorsa dai migranti dei Paesi africani dell’ovest, invece, parte sempre dalla porta di Agadez in Niger, passa per Bamako e Gao, in Mali, e arriva a Tamanrasset, in Algeria. L’ultima parte del viaggio è comune per tutti fino alle coste libiche.

Pane, burro e acqua è tutto ciò che i migranti ricevono nell’unico pasto giornaliero, nei centri di detenzione libici. Malattie legate alle scadenti condizioni sanitarie, malnutrizione e violenze fisiche sono cicatrici indelebili di ogni migrante, secondo le molteplici denunce del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Vengono rinchiusi in celle sovraccariche, con scarsa luce naturale e ventilazione. Gli edifici sono spesso vecchie fabbriche o magazzini, con un inadeguato numero di latrine o bagni. Per i migranti è prevista una detenzione ma non è previsto nessun processo legale, nessuna possibilità di contestare la legittimità della loro prigionia o del loro trattamento.

Secondo i report dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, un considerevole numero di profughi che entra in Libia, viene scambiato nei cosiddetti mercati di schiavi, prima di finire nei centri di detenzione. A questo segue una richiesta di riscatto da parte dei trafficanti, in accordo con i militari libici, verso le famiglie dei più giovani. Se il denaro non arriva, il viaggio si ferma in Libia.

Dopo Medici Senza Frontiere, anche Save The Children e la maltese MOAS (Migrant Offshore Aid Station) sospendono le operazioni di salvataggio nel mar Mediterraneo, a causa delle forzature dettate dal codice di condotta per le ONG, imposto dal Viminale con il benestare dell’Europa, e a causa di una guardia costiera libica ostile alle attività di soccorso.

La Commissione europea risponde decantando un programma di 46 milioni di euro, per formare e rafforzare la guardia costiera libica, e stimando un brusco calo degli arrivi in Italia nel mese di agosto, scesi dell’80% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. E’ cieca invece di fronte a quanto accade nei centri di detenzione in Libia, dove torture, stupri, fame e uccisioni, sono la quotidianità. I migranti arrestati in mare dalla guardia costiera libica, modellata irresponsabilmente dai nostri militari, vengono inviati, senza dignità, nel sistema di detenzione del Paese. Qui inizia la fiorente impresa di rapimento, tortura e estorsione, di cui l’Europa è corresponsabile.

Dunque, per raggiungere un accordo con gli attori coinvolti nel traffico di esseri umani, il prezzo da pagare è quello di accettare un certo grado di violenza e violazioni dei diritti umani? L’Europa sembra disposta a pagare quel prezzo per porre fine alla crisi migratoria. A sei anni dalla rivoluzione che rovesciò la dittatura Gaddafi, una Libia, senza regole né governo, è diventata la meta per migliaia di profughi pronti a rischiare la vita, su sovraffollate imbarcazioni, pur di attraversare il Mediterraneo. Gli abusi che i rifugiati affrontano durante il pericoloso viaggio verso l’Europa, meritano una risposta globale, secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad al-Hussein.

L’accordo di Parigi, tra i leader di Francia, Germania, Italia, Spagna, Ciad, Niger e Libia sponsorizza un poco lungimirante piano per affrontare il traffico illegale di esseri umani, sostenendo i Paesi che combattono per bloccare il flusso di richiedenti asilo, attraverso prima il Sahara e poi il Mar Mediterraneo. E’ molto sottile la linea che divide queste attività dalla tutela dei diritti umani dei migranti. Nena News

Nena News Agency “IMMIGRAZIONE. L’inferno dei centri di detenzione libici” di Federica Iezzi

“Human suffering. Inside Libya’s migrant detention centres”

“MSF President Dr Joanne Liu on horrific migrant detention centres in Libya”

 

Standard