Unione Europea-Unione Africana, belle parole e progetti inefficaci

Nena News Agency – 30/11/2017

Molti programmi europei in Africa, ideati per offrire formazione e incoraggiare le imprese locali, non hanno né corpo, né consistenza, né azioni concrete. Gli investimenti diretti esteri rappresentano solo il 3% del PIL africano

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di Federica Iezzi

Roma, 30 novembre 2017, Nena NewsE’ stato un summit di serrate discussioni su disoccupazione giovanile, sicurezza e soprattutto migrazione quello tra Unione Europea e Unione Africana che si è tenuto a inizio settimana ad Abijan, in Costa d’Avorio.

Tema ufficiale sono stati i giovani africani. L’incontro, arrivato ormai alla sua quinta edizione, è stato disegnato in un momento in cui la migrazione è in cima alle agende dei governi.

L’attenzione in codice, per le superpotenze europee, sono le paure sul numero di membri della popolazione africana, in rapida ed esponenziale crescita, che troveranno la loro strada verso l’Europa nei prossimi anni.

Secondo il presidente del Parlamento europeo, l’impatto sarà una ‘bomba demografica’. Risposta contraria arriva dalla politica estera dell’Unione Europea, secondo cui troppe mani in tutto il mondo si affacciano sull’incredibile energia e sul desiderio di cambiamento dell’Africa.

L’Unione Europea ha acquistato tempo, finanziando azioni per coprire le rotte del contrabbando di esseri umani trans-sahariano, fino ad arrivare a un accordo multimiliardario con la Turchia, atto a riportare indietro i migranti dalla black-road balcanica. Per finire con una manovra, l’Italia ne è protagonista, creata ad hoc ad arginare il flusso massiccio di migranti dall’Africa attraverso il Mediterraneo, costringendo i richiedenti asilo ad affrontare, senza diritti, condizioni inumane, fino alle torture vere e proprie, nei campi di detenzione in territorio libico.

Molti progetti europei di sussistenza a lungo termine in Africa, ideati per offrire formazione e incoraggiare le imprese locali, non hanno né corpo, né consistenza, né azioni concrete. Gli investimenti diretti esteri rappresentano solo il 3% del PIL africano, secondo le cifre mostrate dalla Banca mondiale.

Con potenze emergenti come Cina, Turchia, India e Singapore, che fanno ormai sempre più ingenti incursioni in Africa, Bruxelles cerca disperatamente una posizione da protagonista nel continente, decantando una leadership nei settori della tecnologia, della qualità, del know-how industriale e della formazione.

La verità è che l’approccio dell’Europa continua ad essere frammentario, con i singoli Paesi che cadono gli uni sugli altri nel perseguimento dei propri interessi e programmi. Il risultato è una strada lastricata di buone intenzioni, molte opportunità mancate e pochi successi. L’Europa non ha esercitato alcuna reale influenza politica ed economica sul futuro dell’Africa.

Il vertice è avvenuto dopo la reazione orripilata da parte di tutto il mondo riguardo le ‘aste umane’ battute tra i migranti in Libia. Dopo le pesanti denunce perpetrate da Medici Senza Frontiere e avallate dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, niente è cambiato nel sistema criminale libico di abusi nei confronti dei migranti, ancora tenuto in piedi dalla politica dei governi europei.

La risposta europea a tanta illegalità riguarda uno scarno programma di azioni poco consistenti, mirate a preparare i giovani nel trovare opportunità di lavoro, investendo nell’istruzione, nella scienza e nello sviluppo delle competenze, nell’ambito dei propri Paesi. Nena News

Nena News Agency “Unione Europea-Unione Africana, belle parole e progetti inefficaci” di Federica Iezzi

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KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta

Nena News Agency – 26/10/2017

Seggi aperti dalle 6 di questa mattina. Il Paese africano sceglie di nuovo il presidente dopo l’annullamento delle elezioni di agosto. Ma senza l’oppositore Odinga, che boicotta il voto, il risultato è scontato

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Nairobi, Kenya – Election graffiti in Nairobi commercial district

di Federica Iezzi

Roma, 26 ottobre 2017, Nena NewsIl Kenya torna a votare oggi dopo le massicce proteste nelle strade e le violenze, seguite alle elezioni presidenziali dello scorso agosto, annullate per irregolarità dalla Corte Suprema quando si attendeva la vittoria del capo dello stato uscente Uhuru Kenyatta, sull’oppositore Raila Odinga, il leader della National Super Alliance. Quest’ultimo si è poi fatto da parte lamentando la mancanza di una autentica riforma elettorale.

Come si è arrivati a questo punto?

All’inizio di agosto, il Kenya aveva votato per un nuovo presidente. Più di 15 milioni di persone hanno partecipato attivamente alla tornata elettorale. Per la prima volta è stato usato un nuovo sistema di votazione elettronico, volto ad evitare il rischio di brogli e voti non idonei. Tuttavia, nonostante il nuovo sistema in vigore, Odinga e sostenitori hanno contestato i risultati, che proclamano come vincitore Kenyatta, denunciando infiltrazioni alla banca dati dell’organo elettorale e dunque profonde manipolazioni di tutto il processo democratico.

Manifestazioni contro la vittoria di Kenyatta si sono susseguite in tutti i maggiori centri kenyani, secondo i rapporti diffusi da Amnesty International e Human Rights Watch. Quei report internazionali rafforzano le denunce degli attivisti locali e dei gruppi che difendono i diritti umani, i quali accusano la polizia kenyana di brutalità e omicidi extragiudiziali. Trentatré persone sono state uccise dalle forze di polizia nei giorni immediatamente successivi alla data del voto presidenziale di agosto.

Il portavoce della polizia Charles Owino non ha esplicitamente risposto alle denunce.

Sulle base delle accuse di frode elettorale formalizzate da Raila Odinga, la Corte Suprema ha perciò deciso di annullare il risultato elettorale, stabilendo una una nuova data entro 60 giorni. Prima al 17 ottobre, poi al 26 ottobre. Odinga in reazione ha perciò dichiarato che avrebbe partecipato alla nuova consultazione soltanto se le riforme elettorali da lui richieste sarebbero state attuate. A cominciare dalla sostituzione del capo della commissione elettorale.

Infine il 10 ottobre il leader del National Super Alliance si è ritirato dalle elezioni, a causa del mancato compimento delle riforme auspicate da parte dell’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC).

Poco dopo la decisione di abbandono di Odinga, il parlamento kenyano ha approvto una nuova legge elettorale, secondo la quale alla rinuncia di un candidato segue automaticamente la vincita del candidato contrapposto. Immediate sono state le proteste da parte dei sostenitori di Odinga che hanno colorato le strade kenyane.

Una nuova petizione è stata presentata alla Corte Suprema kenyana da attivisti per i diritti umani, secondo la quale l’attuale commissione elettorale non è pronta a verificare un sondaggio credibile.

Così mentre la macchina elettorale è in moto e i cittadini esprimono oggi la loro scelta, l’opposizione lancia nuovi pressanti appelli a boicottare il “voto vergognoso” non libero, nè giusto, dice. Il governo Kenyatta risponde invitando le persone ad esercitare il loro diritto democratico. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta” di Federica Iezzi

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LIBERIA. Il gol più difficile di George Weah

Nena News Agency – 18/10/2017

L’ex calciatore del Milan ha ricevuto il 39% dei voti alle presidenziali staccando di 10 punti il rivale Joseph Boakai. Non avendo però conquistato la maggioranza assoluta al primo turno, sarà il ballottaggio di novembre a decidere se sarà il nuovo presidente

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di Federica Iezzi

Roma, 18 ottobre 2017, Nena News – Dopo mesi di manifestazioni rauche, promesse e discorsi di nuovi inizi, e sotto l’occhio vigile di 148 osservatori internazionali dell’Unione Africana, dell’ECOWAS, della Carter Foundation e dell’Istituto Nazionale Democratico, si è concluso il primo passaggio di potere democratico in Liberia.

I sondaggi si sono chiusi con alcune segnalazioni di violenza, con conteggio quasi completo e incalzanti scommesse sul vincitore. Si cerca un successore ai 12 anni di potere del primo presidente donna del continente africano, Ellen Johson Sirleaf. Dunque dopo due mandati di sei anni, limite dettato dalla Costituzione, il Premio Nobel per la pace lascia il governo di Monrovia.

Sono più di due milioni di elettori registrati. E il 20% di questi è tra i 18 e i 24 anni. Venti i candidati presidenziali. Divide gli animi la candidatura dell’ex giocatore di calcio e pallone d’oro George Weah. Per la vittoria bisogna ottenere il 50% dei voti, più uno. Non c’è mai stato un chiaro favorito al primo turno.

Secondo gli ultimi conteggi nelle 15 contee, testa a testa tra George Weah, pedina del Congresso per la Democrazia e il Cambiamento, e l’attuale vicepresidente Joseph Boakai, del centrodestra Partito dell’Unità.

Con il 95% dei voti contati, la National Election Commission liberiana, ha comunicato che Weah domina le elezioni con il 39% dei voti, Boakai guadagna il 29% dei consensi. I risultati finali sono attesi entro il 25 ottobre. Secondo la legge elettorale in Liberia, se nessun candidato ottiene una maggioranza assoluta nel primo turno elettorale, seguirà un secondo turno tra i primi due candidati. Il secondo turno elettorale è fissato per gli inizi di novembre.

La campagna elettorale di Boakai è stata improntata su integrità e fiducia, con la promessa di aumentare la spesa pubblica per l’agricoltura e per promuovere la crescita economica, lo sviluppo e il miglioramento delle infrastrutture. Il Partito dell’Unità sta ancora godendo degli evidenti vantaggi del classico partito al governo, rafforzato da risorse statali e lealtà tribali. E sta ottenendo i maggiori consensi nelle contee di Lofa, Gbarpolu, Bong, Bomi, Cape Mount, Gbarpolu e Grand Gedeh.

Profondamente impopolare nella diaspora liberiana, l’ordine del giorno di Weah che prevede la creazione di un tribunale anticorruzione e il decentramento del potere parlamentare, permettendo al popolo liberiano di essere partner attivo nella governance delle singole comunità.

Spesso definita la più antica repubblica moderna del continente nero, nel 1847, la Liberia divenne la prima repubblica africana a proclamare l’indipendenza. Membro fondatore dell’organizzazione intergovernativa Società delle Nazioni, delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione dell’Unità Africana.

I suoi problemi iniziano nel 1980 quando, con un colpo di stato militare, viene rovesciato il governo Tolbert. Da quel momento partono 23 anni di crisi politiche e di guerre civili, che determinano la morte di almeno 250.000 persone e il crollo dell’economia nazionale. La pace non è tornata nel fragile Paese fino al 2003, quando l’allora presidente Charles Taylor si è dimesso a causa di un mandato d’arresto per i crimini di guerra, commessi mentre guidava le forze ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito nella vicina Sierra Leone.

La governance calma e misurata di Ellen Johnson Sirleaf, dal 2005 ha portato pace e stabilità nello stato dell’Africa Occidentale. Mentre oltre l’80% della popolazione continuava a vivere sotto la soglia di povertà, nel 2014 il Paese è stato schiacciato dall’epidemia di Ebola. Nena News

Nena News Agency “LIBERIA. Il gol più difficile di George Weah” di Federica Iezzi

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TUNISIA. Revocata la restrizione matrimoniale per le donne

Nena News Agency – 20/09/2017

La scorsa settimana il governo tunisino ha annunciato l’abolizione del divieto che non permetteva alle donne musulmane di sposare non-musulmani. L’abrogazione giunge dopo importanti mutamenti subiti dalle leggi sulla violenza domestica e sulle molestie sessuali negli spazi pubblici

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di Federica Iezzi

Roma, 20 settembre 2017, Nena News – È stata annunciata la scorsa settimana dal governo tunisino l’abolizione del divieto decennale di matrimonio tra donne musulmane e uomini non-musulmani. Il presidente Beji Caid Essebsi ha condotto una campagna per la parità tra i sessi, dalla sua presa in carica nel dicembre 2014. Nel corso degli anni ha annunciato diverse proposte per arrivare all’uguaglianza di genere.

La revoca del decreto di restrizione matrimoniale, istituito nel 1973, rappresentava un ostacolo alla libertà di scelta del coniuge e una violazione della costituzione tunisina, adottata nel 2014 a seguito delle proteste legate alla primavera araba, secondo il presidente tunisino.

La legge sul matrimonio costrinse per anni gli uomini non-musulmani, che volevano sposare una donna tunisina, alla conversione all’islam. Mentre gli uomini tunisini erano liberi di sposare donne non-musulmane, ma la conversione religiosa non era un obbligo. L’abrogazione della legge sul matrimonio viene dopo importanti mutamenti subiti dalle leggi sulla violenza domestica e sulle molestie sessuali negli spazi pubblici. Pietre miliari importanti in un Paese in cui la religione, nei legami coniugali, può essere al centro di numerosi conflitti familiari e lunghe lotte contro le leggi statali.

E’ evidente che il nuovo decreto non allontana le donne tunisine dagli ostacoli culturali e tradizionali in caso di matrimonio misto, ma comunque offre loro la libertà di scelta da una prospettiva giuridica. Ma mentre il governo Essebsi è riuscito ad affinare le leggi in materia di uguaglianza e violenza familiare, si trova ad affrontare un’opposizione più rigida, da parte dei teologi tunisini e dei membri del parlamento, sugli storici codici che regolano l’ereditarietà in Tunisia.

Secondo la legge islamica, alla donna spetta la metà di quanto spetta all’uomo del lascito ereditario. E una donna riceve la metà dell’eredità del defunto marito, rispetto al figlio. Nell’alta borghesia tunisina, si ovvia alle convenzioni grazie a donazioni o cessioni di proprietà ante-mortem. Sono invece le donne cresciute in ambienti rurali, tradizionalisti o meno istruiti, a pagarne le conseguenze più dure.

Il presidente ha istituito una commissione, formata da esperti per i diritti umani, incaricata di rivedere le politiche legate ai diritti di matrimonio e alle leggi di eredità e discriminazione economica, per cercare un equilibrio tra l’uguaglianza di genere da un lato e la religione e la costituzione dall’altra. Promuovendo l’istruzione per le ragazze, abolendo la poligamia e non avallando il rifiuto di una moglie fuori dalla procedura di divorzio, ufficialmente decretata da un tribunale, il codice di status personale della Tunisia ha accresciuto il suo apprezzamento, come modello progressivo per i diritti delle donne in Nord Africa e Medio Oriente.

Dura invece la risposta del mondo sunnita, da parte del Grande Imam egiziano di al-Azhar, Ahmed el-Tayeb, che ha denunciato la riforma matrimoniale, come contrapposta agli insegnamenti islamici, incitando alla violenza contro la leadership tunisina. La Tunisia ha garantito i diritti fondamentali alle donne fin dagli anni ‘60: accesso al voto, divorzio, aborto. Oggi nel parlamento tunisino il 31% dei deputati sono donne. E il numero di lavoratori di sesso femminile raggiunge il 27%. La Tunisia è considerata uno dei Paesi arabi più progressisti in termini di diritti delle donne, anche se Amnesty International ha riferito l’anno scorso che ci sono ancora pochi segni tangibili per dimostrare il miglioramento. Nena News

Nena News Agency “TUNISIA. Revocata la restrizione matrimoniale per le donne” di Federica Iezzi

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IMMIGRAZIONE. L’inferno dei centri di detenzione libici

Nena News Agency – 12/09/2017

Gli immigrati sono detenuti in celle sovraffollate, con scarsa luce naturale e ventilazione e con un inadeguato numero di latrine o bagni. Per loro non è previsto alcun processo legale, né hanno la possibilità di contestare la legittimità della loro prigionia o del loro trattamento. Secondo la ONG internazionale Medici Senza Frontiere, l’Unione Europea finanzia e perpetua il ciclo di sofferenza degli immigrati nello stato africano

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di Federica Iezzi

Roma, 12 settembre 2017, Nena News – L’Unione Europea finanzia e perpetua il ciclo di sofferenza dei migranti in Libia, costringendoli a reclusioni arbitrarie in centri di detenzione. Questo è quanto affermato nell’ultima conferenza stampa da Joanne Liu, il presidente internazionale di Medici Senza Frontiere.

Dunque la pesante accusa, appoggiata anche dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, è che la politica dei governi europei, alimentando un sistema criminale di abusi, è diretta complice delle violenze subite dai migranti in Libia. Il governo di al-Sarraj controlla ufficialmente circa due dozzine di centri di detenzione in territorio libico, attraverso la sua direzione per la lotta alla migrazione irregolare (DCIM), secondo gli ultimi dati dell’EUBAM (European Border Assistence Mission in Libya).

I finanziamenti previsti dai Paesi europei per le attività dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e dell’UNHCR per migliorare le condizioni nei centri di detenzione governativi libici rappresentano oggi solo un’illusione di fronte al milione di profughi intrappolati in Libia.

L’unica soluzione ragionevole e civile sarebbe quella di aprire percorsi legali per chi fugge da guerre, fame e violenze. La rotta migratoria africana maggiore parte da Agadez, passa per Dirkou in Niger, per arrivare alla città libica di Sabha. I migranti vengono poi dirottati dai contrabbandieri verso i porti di Tripoli o Zawiya.

La rotta percorsa dai migranti dei Paesi africani dell’ovest, invece, parte sempre dalla porta di Agadez in Niger, passa per Bamako e Gao, in Mali, e arriva a Tamanrasset, in Algeria. L’ultima parte del viaggio è comune per tutti fino alle coste libiche.

Pane, burro e acqua è tutto ciò che i migranti ricevono nell’unico pasto giornaliero, nei centri di detenzione libici. Malattie legate alle scadenti condizioni sanitarie, malnutrizione e violenze fisiche sono cicatrici indelebili di ogni migrante, secondo le molteplici denunce del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Vengono rinchiusi in celle sovraccariche, con scarsa luce naturale e ventilazione. Gli edifici sono spesso vecchie fabbriche o magazzini, con un inadeguato numero di latrine o bagni. Per i migranti è prevista una detenzione ma non è previsto nessun processo legale, nessuna possibilità di contestare la legittimità della loro prigionia o del loro trattamento.

Secondo i report dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, un considerevole numero di profughi che entra in Libia, viene scambiato nei cosiddetti mercati di schiavi, prima di finire nei centri di detenzione. A questo segue una richiesta di riscatto da parte dei trafficanti, in accordo con i militari libici, verso le famiglie dei più giovani. Se il denaro non arriva, il viaggio si ferma in Libia.

Dopo Medici Senza Frontiere, anche Save The Children e la maltese MOAS (Migrant Offshore Aid Station) sospendono le operazioni di salvataggio nel mar Mediterraneo, a causa delle forzature dettate dal codice di condotta per le ONG, imposto dal Viminale con il benestare dell’Europa, e a causa di una guardia costiera libica ostile alle attività di soccorso.

La Commissione europea risponde decantando un programma di 46 milioni di euro, per formare e rafforzare la guardia costiera libica, e stimando un brusco calo degli arrivi in Italia nel mese di agosto, scesi dell’80% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. E’ cieca invece di fronte a quanto accade nei centri di detenzione in Libia, dove torture, stupri, fame e uccisioni, sono la quotidianità. I migranti arrestati in mare dalla guardia costiera libica, modellata irresponsabilmente dai nostri militari, vengono inviati, senza dignità, nel sistema di detenzione del Paese. Qui inizia la fiorente impresa di rapimento, tortura e estorsione, di cui l’Europa è corresponsabile.

Dunque, per raggiungere un accordo con gli attori coinvolti nel traffico di esseri umani, il prezzo da pagare è quello di accettare un certo grado di violenza e violazioni dei diritti umani? L’Europa sembra disposta a pagare quel prezzo per porre fine alla crisi migratoria. A sei anni dalla rivoluzione che rovesciò la dittatura Gaddafi, una Libia, senza regole né governo, è diventata la meta per migliaia di profughi pronti a rischiare la vita, su sovraffollate imbarcazioni, pur di attraversare il Mediterraneo. Gli abusi che i rifugiati affrontano durante il pericoloso viaggio verso l’Europa, meritano una risposta globale, secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad al-Hussein.

L’accordo di Parigi, tra i leader di Francia, Germania, Italia, Spagna, Ciad, Niger e Libia sponsorizza un poco lungimirante piano per affrontare il traffico illegale di esseri umani, sostenendo i Paesi che combattono per bloccare il flusso di richiedenti asilo, attraverso prima il Sahara e poi il Mar Mediterraneo. E’ molto sottile la linea che divide queste attività dalla tutela dei diritti umani dei migranti. Nena News

Nena News Agency “IMMIGRAZIONE. L’inferno dei centri di detenzione libici” di Federica Iezzi

“Human suffering. Inside Libya’s migrant detention centres”

“MSF President Dr Joanne Liu on horrific migrant detention centres in Libya”

 

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FOCUS ON AFRICA

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Rubrica a cura di Federica Iezzi su Nena News Agency

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Somalia – Bambini in una scuola coranica

Roma, 20 gennaio 2018, Nena News 

Sudan – Continuano le tensioni nella regione del Mar Rosso da quando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è recato in visita in Sudan il mese scorso. I due Paesi hanno firmato 21 accordi di cooperazione nei settori dell’economia, del turismo, delle infrastrutture, della cooperazione militare e dell’agricoltura, che già sono entrati in vigore ufficialmente.

Serdar Cam, capo dell’Agenzia turca per la cooperazione e il coordinamento internazionale, ha affermato che la Turchia sta introducendo progetti per stabilire le infrastrutture di base di cui i Paesi africani avrebbero bisogno. Un’alleanza tra Sudan e Turchia promette una nuova direzione per il mondo musulmano.

Liberia – Il partito di governo della Liberia ha espulso la presidente uscente del Paese, Ellen Johnson Sirleaf, che è stata accusata dai leader politici di ingerenza nelle ultime elezioni presidenziali, in cui il suo candidato Joseph Boakai, ha subito una sconfitta schiacciante. Johnson Sirleaf, premio Nobel per la pace, che è al potere da 12 anni, nega le accuse del partito di aver tenuto incontri privati ​​inappropriati con magistrati prima del voto. La sua amministrazione ha anche affrontato ripetute accuse di corruzione e nepotismo.

Somalia – Un nuovo rapporto redatto da Human Rights Watch afferma che i militanti somali di al-Shabaab, continuano a costringere le comunità rurali a consegnare bambini dall’età di 8 anni per l’indottrinamento al Corano e l’addestramento militare. La campagna di lavoro del gruppo per i diritti internazionali, si è concentrata sulle regioni sudoccidentali della Somalia, dove le comunità sono già devastate da siccità e anni di conflitto. Il gruppo armato ha aperto diversi centri di formazione, con il pretesto di essere scuole religiose in aree sotto il loro controllo. Usano l’indottrinamento forzato e obbligano l’insegnamento di alcune materie, per poi instradare i bambini alla formazione militare. Non è la prima volta che al-Shabab è accusato di reclutare bambini. Bambini di appena una decina di anni sono stati messi in prima linea durante i combattimenti a Mogadiscio nel 2010 e nel 2011 e più recentemente durante l’offensiva su larga scala in Puntland.

Etiopia – Il noto leader dell’opposizione etiope, Merera Gudina, è stato rilasciato dalla prigione federale di Kilinto, alla periferia della capitale Addis Abeba, dopo oltre un anno di detenzione, in seguito all’annuncio del primo ministro Desalegn Hailemariam, atto ad ampliare lo spazio democratico del Paese. Il governo ha finora rilasciato più di 500 persone arrestate sulla scia delle diffuse proteste esplose nella provincia centrale dell’Oromia nel novembre 2015. Le forze di sicurezza hanno arrestato decine di migliaia di persone e ucciso più di 900 manifestanti da quando sono iniziate le proteste del popolo Oromo.

È stato rilasciato anche Rufael Disasa, docente alla Wollega University. Ancora incerte invece le procedure di liberazione per Bekele Gerba, il vicepresidente dell’Oromo Federalist Congress. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Tensione nel Mar Rosso, espulsa la presidente uscente della Liberia” di Federica Iezzi


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Nigeria – Centinaia i rimpatri dai centri di detenzione per rifugiati in Libia

Roma, 13 gennaio 2018, Nena News

Zambia – Nella città di Kabwe le miniere di piombo ufficialmente abbandonate decenni fa hanno lasciato il centro abitato con concentrazioni letali del metallo tossico nel suolo. È il risultato della mancanza di un processo di pulizia mai realizzato dalla chiusura degli impianti di fusione nel 1994.

Nelle comunità colpite, si stima che la quantità di piombo nel suolo sia circa dieci volte superiore al limite di sicurezza. Anche i livelli di piombo nel sangue dei bambini sono superiori alle norme internazionali e causa di danni cerebrali, epatici e all’udito.

Madagascar – Pochi giorni dopo che il ciclone Ava ha piegato il Madagascar, il bilancio redatto dal National Bureau for Risk and Catastrophe Management conta almeno 29 morti e 17mila civili fuori dalle proprie case. Il ciclone ha colpito più duramente la parte orientale dell’isola, lasciando città allagate, edifici crollati, strade danneggiate, colture distrutte e comunicazioni bloccate.

Il Madagascar è uno dei Paesi più poveri al mondo, con il suo prodotto interno lordo che occupa il 164° posto su 175 Paesi, secondo la Banca Mondiale. Eventi devastanti come questo vengono vissuti con maggior sconforto dall’intera popolazione perché si hanno meno possibilità economiche di recuperare.

Sudan – Uno studente è stato ucciso e sei persone sono state ferite durante le proteste che si susseguono in Sudan sull’aumento dei prezzi del pane nella città di Geneina, nel West Darfur. Proteste separate si sono svolte anche in due città del sud-ovest, Nyala e al-Damazin, e nella capitale Khartoum.

I prezzi del pane sono quasi raddoppiati in Sudan dopo la decisione del governo lo scorso mese di tagliare i sussidi e bloccare l’importazione di grano dall’estero.

I funzionari speravano che la mossa avrebbe creato una concorrenza tra le società private che importavano grano, invece un certo numero di panetterie ha cessato la produzione, per semplice mancanza di farina, facendo lievitare i prezzi.

Nigeria – La Nigeria sta cercando di rimpatriare migliaia di suoi cittadini rimasti intrappolati in Libia nella speranza di raggiungere l’Europa. Abusi sistematici, sfruttamento, reclusione e tortura sono il pacchetto per ogni rifugiato nei centri di detenzione libici. Il ritorno in Nigeria da un verso strappa i rifugiati dalle violenze, dall’altro strappa il sogno di una libertà fuori dai confini di un Paese in guerra. Il governo nigeriano ha stimato circa 5.500 rimpatri.

L’Organizzazione Internazionale delle Nazioni Unite per le Migrazioni ha dichiarato che 171.635 migranti e rifugiati sono entrati in Europa via mare nel 2017, quasi il 70% in Italia. Il resto è stato diviso tra Grecia, Cipro e Spagna. Nello stesso periodo del 2016 furono 363.504 gli arrivi. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Proteste per il pane in Sudan, sfollati in Madagascar per il ciclone” di Federica Iezzi


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Zambia – Lottando contro il colera

Roma, 6 gennaio 2018, Nena News

Guinea Equatoriale – Tentativo di colpo di Stato a fine dicembre contro il governo guineano di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, il leader africano più longevo. Sotto accusa mercenari armati provenienti da Ciad, Sudan e Repubblica Centrafricana. Subito dopo il presunto tentativo di golpe, la polizia camerunense ha arrestato un generale militare del Ciad al Kye-Ossi border, tra Camerun e Guinea Equatoriale.

Mbasogo è al potere dal 1979 nella nazione africana ricca di petrolio. Corruzione, povertà e repressione continuano a flagellare il Paese. A peggiorare la situazione, cattiva gestione dei fondi pubblici e corruzione, gravi abusi, tra cui torture, detenzione arbitraria e processi iniqui.

Uganda – Il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni, uno dei leader africani più longevi, ha firmato un disegno di legge volto a eliminare il limite di età presidenziale, precedentemente fissato a 75 anni. La mossa consentirebbe al presidente 73enne di correre per il sesto mandato nel 2021.

Già il parlamento ugandese aveva approvato il disegno di legge a fine dicembre, con 317 voti a favore verso i 97 contrari. La notizia ha acceso proteste diffuse da parte di attivisti per i diritti civili, politici dell’opposizione e leader religiosi del Paese.
Vecchio trucco per Museveni, che anche nel 2005, modificò la Costituzione per eliminare diverse limitazioni, consentendogli di resistere con successo ad un terzo, quarto e quinto mandato consecutivo.

Zambia – Il governo zambiano ha annunciato un ritardo nell’apertura del calendario scolastico del 2018, dopo le ultime 50 vittime del colera, per evitare una contaminazione incrociata che potrebbe aggravare l’epidemia.

Molti bambini provengono da aree descritte come epicentri dell’epidemia e le strutture idriche e igienico-sanitarie delle scuole non sono allo stato attuale in buone condizioni. Più di 2mila casi di casi di colera sono stati registrati in tutto il Paese dall’ottobre scorso. Principalmente colpita resta la provincia di Lusaka.

Il Ministero della Salute ha l’obiettivo di iniziare la vaccinazione entro i prossimi sette-dieci giorni raggiungendo almeno due milioni di persone.

Etiopia – Il primo ministro etiope Desalegn ha annunciato di voler liberare i prigionieri politici e chiudere il noto centro di detenzione Maekelawi. Il singolare annuncio è arrivato ​​dopo che le proteste anti-governative hanno inghiottito gran parte delle regioni di Oromia e Amhara negli ultimi mesi.

Il governo etiope è stato per anni accusato di detenere illegalmente giornalisti, critici e leader dell’opposizione, tra cui Bekele Gerba e Merara Gudina.

Sudan – Il presidente sudanese Al-Bashir ha esteso la cessazione unilaterale delle ostilità negli Stati di Blue Nile e Sud Kordofan per tre mesi. Lo scopo della tregua unilaterale era inizialmente quello di creare un ambiente favorevole per i colloqui mediati dall’African Union High-Level Implementation Panel (Auhip), per porre fine al conflitto armato negli stati di Blue Nile, Sud Kordofan e Darfur.

Ancora assente un accordo sugli accessi umanitari nelle tre aree sotto il controllo dei ribelli del Sudan People’s Liberation Movement (Splm-N). Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Dall’amnistia al cessate il fuoco, le ultime dei presidenti africani” di Federica Iezzi


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Liberia – Elezioni presidenziali

Roma, 30 dicembre 2017, Nena News

Liberia – Un totale di 5.390 seggi elettorali in tutto il Paese ha aperto le porte a più di due milioni di elettori registrati, per sancire la vittoria di George Weah, candidato al Congresso per il Cambiamento Democratico (CDC). Con il 61% di preferenze, Weah succederà a Ellen Johnson Sirleaf come presidente della Liberia.

Weah aveva già vinto il primo turno lo scorso ottobre con il 38,4% dei voti, rispetto al 28,8% dei voti guadagnati da Boakai.
Sia Weah che Boakai avevano costruito le loro campagne elettorali intorno alla creazione di posti di lavoro, all’istruzione e alla costruzione di nuove infrastrutture.

Circa 250mila liberiani sono morti durante due guerre civili tra il 1989 e il 2003 e, più recentemente, la Liberia ha subito la devastante epidemia di Ebola. Il Paese rimane estremamente povero: oltre l’80% delle persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno.

Sudan – La Turchia incoraggia gli uomini d’affari a investire in Sudan. Consapevole del potenziale economico del Sudan, questo è quanto il presidente turco Erdogan ha riferito durante la sua ultima visita ufficiale nel Paese africano. Sono stati firmati una serie di accordi bilaterali tra i due Paesi per rafforzare i legami in settori come la scienza, la tecnologia, l’industria, la produzione agricola, la silvicoltura, l’istruzione, il turismo, il commercio e l’economia.

Ankara ha ricevuto i diritti per riabilitare la città portuale di Sawakin, nel nord-est del Sudan, con una base navale per imbarcazioni sia civili che militari, sulla costa occidentale del Mar Rosso.

Repubblica Democratica del Congo – Il cobalto è uno degli ingredienti chiave aggiunti nelle batterie elettriche e più della metà è attualmente estratto nella Repubblica Democratica del Congo. Gran parte del cobalto estratto è generato da miniere illegali che impiegano manodopera schiavizzata: lavoratori sottopagati, lavoratori analfabeti e minori.

La denuncia arriva direttamente da Amnesty International, secondo cui anche i bambini sarebbero impegnati, nelle miniere di cobalto, in lavori illegali e in condizioni pericolose.

Etiopia – Lavoratori etiopi privi di documenti hanno dichiarato di essere stati oggetto di gravi abusi da parte della polizia saudita prima di essere espulsi, tra cui torture fisiche e detenzioni forzate. Il numero di etiopi entrati illegalmente nell’Arabia Saudita è aumentato negli ultimi anni: secondo la Regional Mixed Migration Secretariat, lo scorso anno oltre 111mila rifugiati e migranti hanno attraversato lo Yemen devastato dalla guerra, nella speranza di usarlo come punto di transito per entrare nel Paese.

L’Arabia Saudita ha ripetutamente dichiarato che deporterà o imprigionerà i circa 400mila uomini etiopi che vivono illegalmente nel Paese. Circa 250mila stranieri privi di documenti sono già stati detenuti e 96mila etiopi sono stati mandati a casa, molti dei quali con la forza.

Gambia – Ousainou Darboe, ministro degli affari esteri del Gambia, ha informato il parlamento della decisione del governo di ricongiungersi al sindacato del Commonwealth britannico. Nel 2013, il presidente in esilio Yahya Jammeh, ha ritirato il Paese dell’Africa occidentale dal Commonwealth, convinto che il gruppo costituito da 54 membri fosse soltanto un’istituzione neocoloniale.

Oltre al Commonwealth, Jammeh aveva annunciato il ritiro del Gambia dalla Corte Penale internazionale nel 2016. Adama Barrow, attuale presidente in Gambia, così ha annullato entrambe le decisioni subito dopo l’insediamento. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Weah presidente della Liberia” di Federica Iezzi


South Sudan_ UNICEF

Juba, Sud Sudan – Campo rifugiati

Roma, 23 dicembre 2017, Nena News

Etiopia – Almeno 61 persone sono state uccise in nuovi scontri nella zona di West Haraghe, nella regione etiope di Oromia, teatro da anni di proteste di massa esplose nel 2014 contro un piano governativo che avrebbe esteso i confini amministrativi della capitale Addis Abeba. Il portavoce della regione, Addisu Arega Kitessa, ha confermato gli attacchi da parte di combattenti di etnia somala, nei distretti di Hawi Gudina e Daro Lebu.

Libia – Un portavoce della famiglia Gheddafi ha detto che Saif al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex leader libico, si candiderà alle imminenti elezioni presidenziali del Paese, previste nella prima metà del 2018. Per il mondo arabo, Saif al-Islam ha il supporto e le credenziali necessarie per porre fine al caos che attanaglia la Libia sin dal 2011, dopo la cattura e la morte di Mu’ammar Gheddafi.

Il figlio dell’ex dittatore gode del sostegno delle maggiori tribù in Libia e la sua campagna elettorale verterà sull’unificazione delle fazioni che oggi controllano e destabilizzano diverse aree del Paese. Saif Al-Islam è stato rilasciato lo scorso giugno dopo sei anni di prigionia nella città libica di Zintan.

Ricercato dall’International Criminal Court con l’accusa di crimini contro l’umanità durante i tentativi infruttuosi di suo padre di reprimere la ribellione popolare libica, era stato catturato nel novembre 2011.

Sud Africa – Cyril Ramaphosa, attuale vicepresidente del Sudafrica, è stato eletto nuovo leader del Congresso Nazionale Africano (ANC), battendo di un soffio Nkosazana Dlamini-Zuma.

Più di 4.700 delegati hanno espresso il proprio voto. Ramaphosa ha ricevuto 2.440 voti contro i 2.261 di Dlamini-Zuma. Sostituirà Jacob Zuma e quasi certamente correrà per la presidenza del Paese alle elezioni del 2019. Zuma ha sempre cavalcato un’onda populista, promettendo cambiamenti radicali e trasformazione, ha spaventato gli interessi dei bianchi e ingannato i poveri, proteggendo alla fine solo i propri interessi.

Ramaphosa, uomo d’affari e di successo, ha condotto una campagna elettorale per combattere la corruzione, aumentare la crescita economica, rafforzare la governance e aiutare a ripristinare le istituzioni collassanti dello Stato.

Sud Sudan – I leader delle parti in guerra in Sud Sudan hanno firmato un accordo di cessate il fuoco che consentirà corridoi umanitari verso le migliaia di civili coinvolti nei combattimenti. Firmato nella capitale etiope, Addis Abeba, il cessate il fuoco mira a replicare un accordo di pace simile a quello dell’ormai lontano 2015, mestamente crollato l’anno scorso dopo l’inizio di nuovi pesanti combattimenti a Juba. Dall’inizio del conflitto alla fine del 2013, causato da una violenta spaccatura politica tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vicepresidente Riek Machar, migliaia di persone sono state uccise e più di quattro milioni di civili ora vivono come sfollati interni. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Scontri sanguinosi in Etiopia, cessate il fuoco in Sud Sudan” di Federica Iezzi


Rwanda genocide_UNHCR

Rwanda – Durante il genocidio negli anni ’90

Roma, 16 dicembre 2017, Nena News 

Liberia – La Commissione elettorale nazionale ha ufficialmente annunciato la data del voto presidenziale in Liberia: la nuova tornata si terrà il 26 dicembre. La campagna elettorale dovrà concludersi entro il 24 dicembre.

Ricorso alla Corte Suprema respinto per il veterano leader dell’opposizione Charles Brumskine, candidato del Liberty Party. Dunque il ballottaggio vedrà a confronto il vicepresidente uscente Joseph Boakai, dell’Unity Party, e l’ex calciatore George Weah, guida del Congresso per la Democrazia e il Cambiamento.

Sudan – La Corte Penale Internazionale deferirà la Giordania al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la mancata cattura del presidente sudanese Omar al-Bashir, durante il suo soggiorno nel Paese mediorientale, in occasione del vertice della Lega araba del marzo scorso.

Il Tribunale ha emesso mandati di arresto per al-Bashir nel 2009 e nel 2010 per il suo presunto ruolo in crimini di guerra e crimini contro l’umanità tra cui omicidio, sterminio, trasferimento forzato, tortura e stupro, incluso il genocidio in Darfur, contro i gruppi etnici Fur, Masalit e Zaghawa. La Giordania, in quanto membro della Corte, sarebbe obbligata a eseguire i suoi mandati di arresto.

Al contrario il Sudan non è un membro della Corte, per cui il Tribunale stesso non ha una giurisdizione per indagare su presunti crimini di guerra. Disputa diplomatica simile scoppiò quando al-Bashir visitò il Sud Africa nel 2015 e Pretoria non garantì l’arresto.

Rwanda – Il genocidio ruandese e l’ostruzione dei tentativi di portarli alla giustizia, sostiene un nuovo rapporto, ha visto la partecipazione della Francia. Cunningham Levy Muse è stata commissionata dal governo rwandese per un’indagine sul ruolo della società francese nel genocidio in Rwanda degli anni ’90, che ha sterminato più di 800.000 civili.

Il “Law report” mostra il chiaro coinvolgimento a lungo termine della Francia con le forze genocide, a seguito di un’indagine completa sul ruolo dei funzionari francesi. Il rapporto ha inoltre criticato l’inchiesta del 1998 da parte di una commissione parlamentare francese, che non trovò prove di collaborazione nel genocidio.

Solo lo scorso anno, il Rwanda ha pubblicato un elenco di 22 alti ufficiali militari francesi accusati di aver contribuito a pianificare e portare a termine le uccisioni.

Sud Africa – Al via la 54esima conferenza nazionale dell’African National Congress (ANC), che si terrà a Johannesburg dal 16 al 20 dicembre. L’argomento indiscusso della conferenza è la corsa al nuovo capo di Stato. Il termine di Jacob Zuma come presidente dovrebbe concludersi nel 2019, salvo sorprese.

La competizione principale della conferenza sarà tra coloro che sostengono il presidente in carica e coloro che, pur derivando dalla stessa leadership, sono meno affidabili. Molto sangue è stato versato in Sudafrica negli ultimi anni a seguito della violenza intra-ANC, nel corso delle elezioni. Candidati o consiglieri sono stati attaccati, feriti e addirittura uccisi. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. In Liberia voto il 26, Francia accusata del genocidio rwandese” di Federica Iezzi


MSF_RDC

Repubblica Democratica del Congo – Vita da sfollati interni

Roma, 9 dicembre 2017, Nena News 

Madagascar – Continua a rallentare l’ondata di peste in Madagascar. Il numero di nuovi contagi è stato in costante calo nelle ultime settimane, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Tra gli inizi di agosto e la fine dello scorso novembre, il Ministero della Sanità del Madagascar ha contato un numero totale di 2.348 casi, tra cui 202 decessi. 7.300 infezioni sono state curate attraverso trattamenti gratuiti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha risposto con un investimento di 1,5 milioni di dollari come fondo di emergenza, ha erogato oltre 1,2 milioni di dosi di antibiotico e ha seguito capillarmente il lavoro di oltre 4.400 operatori sanitari per la prevenzione e la diffusione della peste nelle zone più colpite.

Sebbene la peste sia endemica in Madagascar, questo focolaio non ha precedenti in termini di velocità e portata. Colpite anche aree in passato non endemiche, con una proporzione maggiore per la sua forma polmonare.

Sudan – Alla vigilia dei due mandati di arresto per Omar al-Bashir, emessi dalla Corte penale internazionale, l’attuale presidente sudanese ha effettuato la sua prima visita ufficiale in Russia, dove ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro Dmitry Medvedev e il ministro della Difesa Sergey Shoygu.

Abbandonate le alleanze del Golfo e degli Stati Uniti, sembra essere in atto un tentativo disperato di al-Bashir di rimanere al potere per le elezioni previste nel 2020. Dunque, il recente riavvicinamento di al-Bashir all’asse russo-iraniano sembra non essere altro che una manovra tattica per ricattare gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita nel fornire sostegno politico e finanziario alla sua presidenza.

Incriminato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio commessi in Darfur, dopo 28 anni al potere, al-Bashir non ha molto da offrire ai suoi alleati o al popolo sudanese. Durante l’incontro, il controverso presidente sudanese avrebbe parlato della creazione di basi militari sulla costa del Mar Rosso e avrebbe rivelato di essere interessato all’acquisto del sistema di difesa aerea russo S-300 e dei jet Su-30 e Su-35.

Repubblica Democratica del Congo – Nell’ultimo rapporto di Human Rights Watch, è stata descritta dettagliatamente la mobilitazione di più di 200 ex combattenti congolesi dell’M23 (Movimento per il 23 marzo), durante le proteste nel Paese, scoppiate dopo che l’attuale presidente Joseph Kabila ha rifiutato di dimettersi alla fine del suo mandato.

Oltre a uccidere più di 60 manifestanti, le forze di sicurezza congolesi e i combattenti dell’M23 hanno arrestato arbitrariamente centinaia di civili nel dicembre 2016. Tra ottobre e dicembre 2016, mentre le proteste contro Kabila si intensificarono, gli alti funzionari congolesi hanno schierato gli ex-ribelli nelle principali città congolesi, tra cui Kinshasa, Lubumbashi e Goma.

Le accuse arrivano tra i rinnovati timori di un ripetersi di violenze, vista la decisione di ritardare il voto al dicembre 2018, atto a spingere per un terzo mandato del presidente.

Mali – Il Mali ha annunciato il rinvio delle elezioni regionali in programma per dicembre, al prossimo aprile. In primo piano le preoccupazioni per la sicurezza a seguito degli ultimi attacchi di gruppi armati ai danni delle forze di pace delle Nazioni Unite, Minusma, e delle forze maliane, al confine con il Niger. Attacchi rivendicati dal Nusrat al-Islam wal Muslimeen, gruppo legato ad al-Qaeda.

Secondo le cifre diffuse delle Nazioni Unite, oltre 146 membri della missione Minusma hanno perso la vita dal 2013 in Mali. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Bashir prova con la Russia, la peste rallenta in Madagascar” di Federica Iezzi


Tripoli, Libia - Durante il viaggio nel Mar Mediterraneo_Medici Senza Frontiere

Tripoli, Libia – Durante il viaggio nel Mar Mediterraneo

Roma, 02 dicembre 2017, Nena News

Liberia – Il vicepresidente uscente Joseph Boakai, dell’Unity Party, e il veterano leader dell’opposizione Charles Brumskine, candidato del Liberty Party, hanno presentato un ricorso alla Corte suprema per chiedere una nuova votazione, dopo che la commissione elettorale liberiana ha stabilito che le irregolarità registrate durante il voto, non hanno influenzato il risultato complessivo.

I due politici gareggiano, all’ombra di George Weah, guida del Congresso per la Democrazia e il Cambiamento, per sostituire il presidente Ellen Johnson Sirleaf, premio Nobel per la pace e primo leader femminile africano eletto.

Boakai avrebbe dovuto affrontare Weah, in una tornata elettorale per il ballottaggio agli inizi del mese, ma la Corte Suprema, a causa di denunce da parte della Commissione elettorale nazionale, aveva sospeso temporaneamente la votazione.

Kenya – Il presidente Uhuru Kenyatta ha prestato giuramento per il secondo e ultimo quinquennio, un mese dopo aver vinto una tornata elettorale controversa, segnata da ritardi e boicottaggio.

Strappando il titolo al principale leader dell’opposizione, Raila Odinga, Kenyatta ha vinto con il 98% dei consensi in un clima elettorale nè libero nè equo.

L’elezione è stata caratterizzata da una bassa affluenza alle urne, con solo il 38% della partecipazione degli elettori, dopo che la Corte Suprema del Paese aveva annullato i risultati delle elezioni presidenziali dello scorso agosto, denunciando illegalità e irregolarità nel processo di votazione.

Libia – Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha tenuto una sessione di emergenza per discutere la possibilità di sanzioni per violazioni del diritto internazionale umanitario, compreso l’uso del tribunale penale internazionale.

La schiavitù e la tratta di esseri umani sono presenti in Libia da anni, nel contesto di uno Stato fallito, con un governo impotente. L’imposizione di sanzioni a tutte le persone coinvolte nel commercio di schiavi in Libia, che reclutano rifugiati e migranti africani, è la soluzione.

Ma mentre l’indignazione si è concentrata sulle autorità libiche, ha ignorato molto il ruolo che l’Unione Europea ha svolto nel consentire tali abusi. L’UE ha spinto a frenare la migrazione e rafforzare i suoi confini, ma non ha fornito percorsi alternativi sicuri e legali per migranti e rifugiati.

Persino le Nazioni Unite hanno condannato l’Europa, come sostenitore delle autorità libiche, nelle attività di detenzione inumana di migranti.

Zimbabwe – Emmerson Mnangagwa, neo presidente dello Zimbabwe, nomina il nuovo governo con membri che sono stati per anni al servizio dell’ex capo di Stato Robert Mugabe.

Distibuite posizioni chiave anche a leader delle forze armate. Nuovo ministro degli affari esteri è il generale Sibusiso Moyo, guida dell’intervento militare che ha rovesciato l’ex presidente. Perrance Shiri, capo dell’aeronautica militare, è stato nominato ministro dell’agricoltura e degli affari territoriali.

Fuori dal governo rimane di fatto l’opposizione del Movimento per il Cambiamento Democratico, di Morgan Tsvangirai, disponibile da sempre a lavorare su un autentico governo di transizione. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Kenyatta presta giuramento tra le polemiche, dopo Mugabe le forze armate sono ai vertici” di Federica Iezzi


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Zimbabwe – Proteste contro Robert Mugabe

Roma, 25 novembre 2017, Nena News 

Somalia – Muse Bihi Abdi del Peace, Unity and Development Party (Kulmiye), ha ottenuto il 55,1% dei voti, nelle ultime elezioni presidenziali in Somaliland, imponendosi su gli altri due candidati Faysal Ali Warabe, leader dell’opposizione del Justice and Development Party (UCID), e Abdirahman Mohamed Abdullahi del Waddani Party.

Il presidente eletto sostituirà Ahmed Mohamud Silaanyo, che non ha concorso per la rielezione dopo il suo primo mandato quinquennale, a causa di contestazioni legate alla cronica carenza di fondi e alle poche soluzioni messe in atto per la siccità che ha paralizzato l’economia somala. Oltre 700.000 persone hanno espresso il loro voto nei più di 1.600 seggi elettorali. L’affluenza complessiva alle urne è stata calcolata pari all’80%.

Zimbabwe – Il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, ha presentato le sue dimissioni dopo quasi quattro decenni come leader del Paese. Mugabe aveva sfidato le richieste di dimettersi dopo la presa del potere da parte dell’esercito guidato da Constantino Chiwenga e dopo l’espulsione dal suo partito di governo Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-PF), mentre il parlamento aveva avviato un procedimento per accusarlo.

Come leader ad interim dello Zimbabwe, in vista delle elezioni programmate per il prossimo anno, è stato nominato l’attuale vicepresidente Emmerson Mnangagwa, già designato come nuova guida dello ZANU-PF. Ieri ha promesso al Paese di essere ‘presidente di tutti i cittadini’.

Nigeria – Martedì scorso almeno 50 persone sono state uccise in un attacco suicida durante la preghiere del mattino in una moschea nell’area di Unguwar Shuwa, nella città di Mubi, nel nord-est della Nigeria.

Attacco non ancora rinvendicato, sembrerebbe essere legato al gruppo jihadista sunnita nigeriano Boko Haram. L’attacco arriva il giorno dopo che il vice segretario di Stato americano, John Sullivan, durante una visita ufficiale in Nigeria, ha promesso 45 milioni di dollari di aiuti al governo Buhari, per migliorare le condizioni di vita nel nord del paese.

Boko Haram è responsabile di oltre 20.000 morti in Nigeria, dalla sua militanza quasi decennale, e dello spostamento forzato di milioni di persone nei Paesi limitrofi, Camerun, Ciad e Niger, supportando una vasta crisi umanitaria. Nei tre stati più colpiti di Borno, Adamawa e Yobe, quasi sette milioni di persone ha bisogno di assistenza umanitaria, più del 50% dei quali sono bambini.

Algeria – Dopo le elezioni legislative dello scorso maggio, l’Algeria è tornata giovedì di nuovo alle urne, questa volta per la scelta dei nuovi leader locali. Più di 50 partiti politici hanno schierato i propri candidati alle elezioni per sindaci e membri del consiglio in 1.541 città e 48 assemblee locali.

La coalizione al governo del National Liberation Front (FNL) e del National Democratic Rally (RND), sembra attualmente continuare a mantenere una solida maggioranza nelle assemblee locali. Con un’affluenza del 46%, secondo il ministero degli Interni, l’FNL si è attestato al 30.56% e il RND al 23.21%, sfondando così la soglia della maggioranza assoluta.

Le campagne elettorali sono passate quasi inosservate alla maggiorparte della popolazione, messe in ombra soprattutto dalla polemica legata alla concreta possibilità che l’attuale presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, opti per un quinto mandato nel 2019.

Guinea Equatoriale – Con quasi il 100% dei consensi, ancora una volta il Democratic Party of Equatorial Guinea (PDGE), vince le elezioni legislative nel paese. Partito al potere per quasi 40 anni, continua a ricevere forti assensi dai 300.000 elettori. Secondo quanto dichiarato dal presidente della Commissione elettorale nazionale, Clemente Engonga Nguema Onguene, il PDGE con i suoi 14 partiti alleati hanno ottenuto i 75 seggi al senato.

Alla camera dei deputati di Malabo è stato eletto un solo membro dell’opposizione, del Citizens’ Party for Innovation, lasciando 99 seggi al partito al governo. Nena News

Nena News Agency “Addio a Mugabe, voto in Algeria, Somalia e Guinea” di Federica Iezzi


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Somaliland – Elezioni presidenziali

Roma, 18 novembre 2017, Nena News

Zimbabwe – Si acuisce la crisi politica in Zimbabwe dopo la decisione del presidente Robert Mugabe, riguardo il licenziamento del vicepresidente Emmerson Mnangagwa, delineato come suo probabile successore. La sua eliminazione sembrava aprire la strada alla première dame Grace Mugabe, fortemente sostenuta dalla lega giovanile dell’Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-PF). Attualmente Mugabe sarebbe agli arresti domiciliari insieme alla moglie e la suo ministro delle Finanze, Ignatius Chombo, dopo il colpo di mano dell’esercito, entrato nella capitale Harare con soldati e mezzi blindati.

Somalia – Una commissione di 60 osservatori internazionali, provenienti da 27 Paesi, finanziata dal governo britannico, ha supervisionato le elezioni presidenziali in Somaliland. Muse Bihi Abdi del Peace, Unity and Development Party (Kulmiye) ha basato la sua linea politica su misure destinate a migliorare la stabilità nelle regioni orientali del Paese. Faysal Ali Warabe, leader dell’opposizione del Justice and Development Party (UCID), ha fondato la sua lotta sociale su un programma anti-clan. Abdirahman Mohamed Abdullahi del Waddani Party, sembra il più critico sui recenti accordi con gli Emirati Arabi Uniti, per lo sviluppo del porto della città di Berbera e per la costruzione di una base militare in Somaliland, solide appoggi per implicazioni finanziarie e geopolitiche future

Eritrea – Al centro di una pesante presenza militare e di un divieto di espressione pacifica delle proprie idee, le vie di Asmara si sono accese di un’insolita protesta lo scorso 31 ottobre. Manifestazioni che hanno lasciato come corteo, nei giorni successivi, almeno 28 morti e più di 100 feriti. Tutto è partito dal tentativo del regime di Afewerki di nazionalizzare la scuola islamica di al-Diaa. Hajji Musa Mohammednur, presidente del consiglio della scuola, attraverso un appassionato discorso, ha apertamente espresso il suo disaccordo. Parole che si sono trasformate immediatamente in un arresto da parte degli agenti della sicurezza statale eritrea. Genitori, insegnanti della scuola e membri della Comunità islamica, che hanno chiesto la sua liberazione, dopo accese proteste sono stati trattenuti in custodia.

Guinea Equatoriale – Ramón Esono Ebalé è un romanziere e disegnatore satirico, nato in Guinea Equatoriale e residente in Paraguay, vincitore dell’ultimo ‘Courage in Editorial Cartooning Award’, ideato dall’Association of American Editorial Cartoonists. A causa del suo lavoro, attraverso il quale spesso critica il presidente e i funzionari del governo, il fumettista è stato arrestato in una retata, dalle agenzie di sicurezza statali, lo scorso 16 settembre, nella capitale Malabo. In migliaia hanno firmato la petizione avviata da attivisti, amici e familiari che chiedono la sua liberazione. Anche la voce di Human Rights Watch chiede al presidente equatoguineano, Teodoro Obiang Nguema, di liberare il giornalista e di abrogare lo statuto di diffamazione, che prevede il perseguimento penale dei critici del governo.

Mali – A fianco di migliaia di peacekeepers delle Nazioni Unite, truppe francesi e modellatori militari statunitensi, una nuova forza chiamata G5-Sahel, sembra decisa a difendere Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger dal terrorismo a matrice islamica. Conterebbe 5.000 soldati provenienti dai Paesi del Sahel. Il G5-Sahel appare una forza piccola e poco finanziata, sprovvista di soluzioni politiche a lungo termine. Le Nazioni Unite a sostegno della sicurezza, della governance e dello sviluppo regionale dell’Africa subsahariana ha riservato solo il 30% del suo bilancio dal 2013.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Crisi politica in Zimbabwe, presidenziali in Somaliland” di Federica Iezzi


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Repubblica Centrafricana – Sfollati interni

Roma, 11 novembre 2017, Nena News 

Repubblica Centrafricana – Gli sfollati interni in Repubblica Centrafricana hanno superato il milione, secondo i dati delle Nazioni Unite. E altri 500mila civili hanno varcato il confine con Ciad, Repubblica Democratica del Congo, e Camerun. La lotta tra la fazione dei ribelli Seleka e la milizia Anti-balaka ha accentuato l’instabilità nel nord-ovest e nel sud-est del paese, non permettendo l’assistenza e l’accesso di aiuti umanitari nelle zone rurali.

Gli sfollati interni vivono vicino la linea di povertà, senza accesso a mezzi di sussistenza e a servizi di base, quali acqua pulita e potabile, assistenza sanitaria, educazione. Il 41% dei bambini è cronicamente malnutrito. Il 60% delle strutture sanitarie nel paese è gestito da enti umanitari, ma il conflitto ostacola gli operatori ad affrontare le esigenze più urgenti. Degli almeno 40 milioni di richieste di assistenza dall’inizio di quest’anno, solo il 26% è stato evaso.

Liberia – Per ora rimane ferma la corsa elettorale che vede contrapposti l’ex calciatore George Weah e l’attuale vice-presidente Joseph Boakai. La Corte Suprema della Liberia ha ritardato l’elezione presidenziale a data da definirsi. Questo dopo le accuse di frode e irregolarità denunciate dal candidato del Liberty Party, Charles Brumskine.

Secondo quanto affermato da Brumskine, tanti liberiani sono stati privati del loro diritto costituzionale di voto. Questo richiede una rielaborazione delle elezioni, perché vengano superate le norme minime richieste per votazioni libere, eque e trasparenti. La National Elections Commission ha fino al 22 novembre per concludere le sue indagini.

Somalia – La Repubblica indipendente autoproclamata del Somaliland aspetta la sua terza elezione democratica il prossimo 13 novembre, in cui più di 700mila aventi diritto, voteranno nelle 1.600 stazioni elettorali, per un nuovo presidente.

Tre sono i candidati: l’ex ministro dell’interno Muse Bihi Abdi del Peace, Unity and Development Party (Kulmiye), Faisal Ali Warabe guida del Justice and Development Party (UCID) e Abdirahman Mohamed Abdullahi del Waddani Party.

Camerun – Gli scontri nell’area anglofona del paese hanno costretto almeno 2mila camerunesi ad attraversare il confine con la Nigeria, secondo quanto riferito dall’Unhcr. L’agenzia ha pianificato aiuti umanitari per più di 40mila persone in fuga dalle violente regioni del nord-ovest e del sud-ovest.

Le regioni anglofone del Camerun, dopo aver denunciato una crescente emarginazione, continuano a spingere per l’indipendenza. Il presidente Paul Biya ha ribadito la non negoziabilità dell’unità del Camerun.

Kenya – Si conclude dopo cinque lunghi mesi, lo sciopero del personale infermieristico ospedaliero in Kenya, dopo il raggiungimento di un accordo con il Consiglio dei Governatori del paese. Il segretario generale del Kenya National Union of Nurses, Seth Panyako, ha dichiarato che il nuovo contratto collettivo sarà operativo entro 30 giorni.

Ad essere rivendicati dagli oltre 25mila infermieri del paese, durante le decine di manifestazioni, il diritto ad uno aumento dello stipendio e al pagamento delle indennità. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. RCA, oltre un milione di sfollati. Rinviato il ballottaggio in Liberia” di Federica Iezzi


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Kenya – Nei seggi elettorali

Roma, 4 novembre 2017, Nena News

Kenya – La Commissione Elettorale Indipendente (IEBC) ha dichiarato la vittoria di Uhuru Kenyatta, come presidente del Kenya, al controverso ballottaggio del 26 ottobre scorso. Ha vinto con il 98% dei voti espressi, su 290 circoscrizioni. Raila Odinga, leader dell’opposizione ed esponente del National Super Alliance (NASA), ha chiuso con lo 0,9% dei consensi, dopo una pesante campagna di boicottaggio del voto.

Il secondo turno elettorale è stato contrassegnato da una scarsa partecipazione degli elettori, solo il 38% degli aventi diritto ha votato, dunque circa sette milioni di abitanti, rispetto ai 19 milioni registrati. Dall’annullamento delle elezioni dello scorso agosto, più di 50 persone sono state uccise nelle violenze politiche che stanno minando le strade del Paese, di cui almeno 6 in seguito al ballottaggio.

La Corte Suprema deve ancora prendere in considerazione una petizione che interroga sulla legittimità del voto. Tenuto conto delle ambiguità sulla legge elettorale e sul modo in cui la Costituzione è stata interpretata, si prevedono ulteriori aggiornamenti giuridici.

Somalia – Almeno 23 persone sono state uccise nell’ennesimo attentato rivendicato dal gruppo integralista islamico al-Shabaab, nella capitale somala, Mogadiscio. L’attacco, lo scorso fine settimana, ha colpito l’area attorno al Naasa-Hablood hotel, a un paio di chilometri dall’aereoporto.

Dall’inizio di quest’anno più di 20 esplosioni hanno avuto come obiettivo Mogadiscio, uccidendo almeno 500 persone e ferendone più di 630.

La forza militare multinazionale dell’Unione Africana, attualmente di 22.000 unità, dovrebbe ritirare le proprie forze e consegnare la sicurezza del Paese agli agenti somali entro la fine del 2020.

Repubblica Democratica del Congo – Secondo il World Food Programme, almeno sette milioni di civili nella Repubblica Democratica del Congo, fanno i conti con l’estrema scarsità di cibo e la conseguente malnutrizione. Almeno 600mila bambini sono sull’orlo della fame.

Ad essere colpita duramente è la provincia orientale di Kasai, dove gli scontri etnici tra le forze di sicurezza congolesi e il gruppo armato Kamwina Nsapu, hanno costretto un milione e mezzo di civili a lasciare le proprie case, solo nell’ultimo anno. Più di 3.300 persone sono state uccise.

Secondo gli ultimi report dell’UNHCR il numero totale di sfollati interni nel Paese è quasi raddoppiato negli ultimi sei mesi, sfiorando i circa quattro milioni. La Repubblica Democratica del Congo ha dovuto inoltre affrontare l’arrivo di circa 500.000 rifugiati da Burundi, Rwanda, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.

Etiopia – Liberato su cauzione Bekele Gerba, segretario generale del Congresso Federalista degli Oromo (OFC), partito all’opposizione in Etiopia. Accusato di incoraggiare disordini e rivolte scoppiati nella regione orientale dell’Oromia, teatro da anni di proteste di massa esplose nel 2014 contro un piano governativo che avrebbe esteso i confini amministrativi della capitale Addis Abeba, è rimasto in carcere per più di due anni.

Nigeria – Iniziata la seconda edizione di ‘Art X Lagos’ http://artxlagos.com, la seconda edizione della fiera internazionale di arte contemporanea in Africa Occidentale, ospitata dalla Nigeria.

Partecipano più di 60 artisti provenienti da 15 Paesi africani, in 14 gallerie disposte al Civic Centre di Victoria Island, nella città di Lagos. Nove saranno gli espositori internazionali provenienti dai Paesi africani della diaspora, tra cui Sudafrica, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Mali.

Attraverso un ampio e dinamico programma di mostre, colloqui e progetti interattivi, Art X Lagos presenta un’esclusiva fotografia degli artisti contemporanei più promettenti dell’Ovest africano. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Fame in Congo, arte contemporanea in Nigeria” di Federica Iezzi


Kenya Elections

Kenya – Al via il ballottaggio per l’elezione presidenziale

Roma, 28 ottobre 2017, Nena News

Zimbabwe – L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, dall’incarico da ambasciatore di buona volontà, dopo le proteste alla sua nomina, manifestate dai donatori e dai gruppi di difesa dei diritti umani. La designazione verteva sulle malattie croniche non trasmissibili come il diabete, il cancro, l’ictus e le malattie cardiache.

Tra le ragioni della nomina, Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’agenzia sanitaria delle Nazioni Unite, aveva definito lo Zimbabwe come un Paese con una copertura sanitaria universale e come Paese promotore politico dell’assistenza sanitaria senza discriminazioni. La verità è che sul territorio c’è un medico ogni 100mila abitanti e che gli operatori sanitari lasciano il Paese alla ricerca di migliori opportunità.

Liberia – Nessuno dei 20 partiti politici ha superato lo scoglio della maggioranza assoluta al primo turno di votazioni in Liberia. La Commissione Elettorale Nazionale ha confermato il ballottaggio tra George Weah, guida del Congresso per la Democrazia e il Cambiamento, e l’attuale vicepresidente, Joseph Boakai, del Partito dell’Unità.

Secondo i risultati finali del primo turno, Weah ha terminato con 596.037 voti, il 38,4% del totale dei voti validi espressi, e Boakai, con 446.716 voti, il 28,8%. Fissato il secondo turno elettorale al 7 novembre prossimo.

Namibia – Nuova nomina per il quartier generale del Ministero della Difesa a Windhoek, a causa del coinvolgimento nella costruzione di una base militare a Suider Hof, edificata a metà dalla ditta nordcoreana, Mansudae Overseas Projects, a seguito della cessazione delle relazioni commerciali tra i due Paesi.

Turbine di preoccupazioni dunque per la Namibia e altri 14 Paesi africani che si trovano a fronteggiare accuse, legate al sostegno del programma nucleare della Corea del Nord, attraverso i progetti intrapresi con il gruppo coreano Mansudae Overseas Projects, a dispetto di un embargo contro Pyongyang, che vieta espressamente la costruzione di fabbriche di armi e basi militari.

Attualmente la Namibia ha cessato tutte le operazioni commerciali legate al governo Kim Jong-un, inoltre tutti i lavoratori della lobby nordcoreana avrebbero lasciato il Paese dell’Africa meridionale.

Kenya – I primi risultati delle controverse elezioni presidenziali kenyane mostrano un Kenyatta destinato ad una schiacciante vittoria, visto il boicottaggio del leader dell’opposizione Raila Odinga.

L’apparente partecipazione al voto del solo 34% della popolazione e le incongruenze nei risultati, hanno sollevato preoccupazioni circa la credibilità di un processo democratico.

Tre persone sono decedute in seguito a scontri armati con la polizia di Stato nella città occidentale di Kisumu, accese proteste anche a Homa Bay e a Kibera, baraccopoli di Nairobi. La Commissione elettorale indipendente (IEBC) ha sospeso temporaneamente il voto in diverse aree, tra cui Kisumu, Migori, Siaya e Homa Bay.

Burundi – Il Burundi lascia come membro la Corte Penale Internazionale. La conferma arriva dopo 12 mesi che il Paese dell’Africa orientale aveva notificato al segretario generale delle Nazioni Unite la sua intenzione di lasciare il tribunale per crimini internazionali indipendente dall’ONU.

Così dopo il ritiro di Sudafrica e Gambia, il Burundi è il terzo Paese africano a lasciare la Corte. Il ritiro del Burundi non pregiudica l’indagine preliminare in corso dal 2016, per le gravi violazioni dei diritti umani, che seguirono l’annuncio del terzo mandato del presidente Pierre Nkurunziza.

Secondo Human Rights Watch, la mossa politica del governo Nkurunziza sembra l’ultimo dei deplorevoli sforzi per proteggere i funzionari dei servizi nazionali e membri dell’intelligence, responsabili delle violenze.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Mugabe fuori dall’ONU, il Burundi dalla Corte Penale” di Federica Iezzi


MSF_Negli ospedali in Somalia

Somalia – Vita negli ospedali

Roma, 21 ottobre 2017, Nena News

Sud Sudan – Le Nazioni Unite non avrebbero inviato truppe di mantenimento della pace nella città di Yei, in Sud Sudan, mentre gli Stati Uniti continuavano a sostenere le forze governative. Questo secondo riservati documenti delle Nazioni Unite e secondo quanto trapelato dal Dipartimento di Stato statunitense.

In un paio di settimane, a partire dalla fine del 2016, Yei è diventato un centro di pulizia etnica dando vita al secondo più grande esodo di civili in Africa, dopo il genocidio ruandese del 1994. Più di un milione di civili è fuggito in Uganda e si contano decine di migliaia di morti.

Attualmente i peacekeepers dell’Unmiss (United Nations Mission in South Sudan) sono circa 12mila, distribuiti in tutto il paese. Secondo i funzionari Onu occorrerebbero almeno 40mila unità per assicurare la pace all’Uganda. Rimangono dunque vulnerabili l’area di Yei e altri importanti centri abitati come Bentiu, Malakal e Wau.

Tunisia – I contrabbandieri tunisini offrono ai migranti una nuova strada per arrivare in Europa. Si parte dai porti tunisini di el-Haouania, Kelibia, Sousse, Mahdia, Safaqis, Djerba, Jarjis per arrivare in Sicilia. Tragitti ben noti dal 2011 ai tunisini che fuggivano dalle turbolenze politiche, provocate dal regime del presidente Zine El-Abidine Ben Ali.

Sono già stati rafforzati i controlli dalla marina militare italiana e potenziate le pattuglie di mare tunisine. Nelle ultime sei settimane, la Tunisia è diventata il nuovo hub per i migranti dell’Africa sub-sahariana. Le stime delle partenze parlano almeno di 2.700 persone già partite.

Uganda – Il Ministero della Sanità ugandese ha confermato un caso di infezione da parte del virus Marburg, responsabile di una febbre emorragica altamente infettiva, simile a Ebola. Il caso, per ora isolato, si è registrato nel villaggio di Chemuron, nel distretto orientale di Kapchorwa.

L’ultimo focolaio di Marburg nello Stato dell’Africa orientale risale al 2014, quando furono identificati 146 casi. Il serbatoio del virus sono i pipistrelli. Non ci sono attualmente trattamenti specifici o vaccini disponibili per Marburg, la terapia è dunque solo di sostegno.

Somalia – Almeno 300 persone hanno perso la vita e più di 400 sono i feriti nell’attacco che ha colpito la capitale somala Mogadiscio, nello scorso fine settimana. La prima esplosione ha distrutto decine di bancarelle e il famoso Safari hotel nel cuore della città. Pochi minuti dopo la prima esplosione, una seconda autobomba è esplosa nel vicino quartiere di Madina. Ad essere colpito è il quartiere Hamar Jabjab (conosciuto anche come K5), che ospita numerosi edifici governativi, ristoranti e alberghi.

Le limitazioni del sistema sanitario somalo impediscono una risposta medica adeguata. Paesi come Turchia e Qatar continuano a fornendo assistenza umanitaria. A uno dei peggiori attacchi in Somalia, i funzionari rispondono con dubbi. Nessun segno, né rivendicazione dal gruppo islamico al-Shabaab, collegato a al-Qaeda.

Ma è il principale indiziato: secondo fonti dell’intelligence somala, l’obiettivo del camion-bomba non sarebbe stato il centro della città, ma la base turca in costruzione nella capitale: a Voice of America-Africa e funzionari dei servizi hanno detto che tutte le segnalazioni precedenti e successive alla strage fanno riferimento alla base turca: “L’obiettivo strategico più importante poiché produrrà un esercito organizzato che [per al-Shabaab] va distrutto preventivamente”, ha aggiunto la fonte.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Rotte migratorie in Tunisia, virus Marburg in Uganda” di Federica Iezzi


WHO_Gi ospedali in Madagascar stanno fronteggiando l'emergenza peste

Madagascar – Gli ospedali cercano di fronteggiare l’emergenza peste

Roma, 14 ottobre 2017, Nena News 

Liberia – Milioni di liberiani martedì hanno votato per eleggere nuovo presidente e nuovi legislatori nella terza elezione del Paese dell’Africa occidentale, dalla fine della guerra civile nel 2003.

Fine mandato per il primo presidente femminile del continente africano Ellen Johnson Sirleaf, dopo sei anni di presidenza, limite massimo regolato dalla Costituzione.

Sono 20 i candidati presidenziali che competono per ottenere il sostegno dei più di due milioni di elettori registrati. Per la vittoria è necessario guadagnare il 50% dei voti più uno. Non c’è un chiaro favorito.

I programmi dei candidati si sovrappongono: lotta alla corruzione dilagante, risoluzione delle cicatrici della brutale guerra che ha afflitto il Paese per 14 anni, opportunità economiche e nuovi posti di lavoro per i giovani, miglioramento delle infrastrutture.

Sudan – Esteso fino alla fine di dicembre il cessate il fuoco da parte del governo sudanese contro i ribelli del Sudan People’s Liberation Movement-North, nelle regioni di South Kordofan, Darfur e Blue Nile.

L’estensione della tregua arriva qualche giorno dopo che gli Stati Uniti hanno revocato le sanzioni legate al processo, per risolvere i conflitti in corso nel Paese, da ormai 20 anni.

Il progresso per la risoluzione di questi conflitti è stata una delle molteplici richieste al governo al-Bashir, da parte degli Stati Uniti, affinché venisse eliminato l’embargo commerciale e venissero rimosse le restrizioni finanziarie che hanno isolato il Paese da anni.

Burundi – Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha segnalato abusi di potere, uccisioni, torture, arresti arbitrari, detenzioni, sparizioni e violenze sessuali ai danni dei civili, da parte delle forze di sicurezza e dei servizi di intelligence, del partito al governo in Burundi, guidato dal discusso presidente Pierre Nkurunziza.

Adottate due risoluzioni dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La prima, guidata dall’Unione Europea e con il sostegno di due stati membri africani, il Botswana e il Rwanda, prevede l’istituzione di una commissione d’inchiesta per continuare ad investigare, per un ulteriore anno, la violazione dei diritti umani nel Paese.

La seconda risoluzione prevede l’invio di esperti per una collaborazione con le autorità burundesi al fine di concludere l’inchiesta attraverso sanzioni mirate

Il Burundi rimane uno degli argomenti più discussi. Cina, Russia e Egitto inquadrano la situazione come questione interna del Paese che non interferisce con elementi in materia di sicurezza internazionale.

Madagascar – Il Madagascar sta cercando di contenere un focolaio altamente contagioso di peste. Almeno 30 sono ad oggi i morti e quasi 400 i casi sospetti, in meno di due mesi.

Sulla costa orientale, il Madagascar ogni anno, durante la stagione delle piogge, conta casi sporadici di peste polmonare. Il movimento di persone dalle aree rurali alle grandi città ha permesso un più rapido estendersi del contagio. E le autorità temono che la malattia continuerà a diffondersi.

La peste è una malattia infettiva legata alla povertà. Si diffonde a macchia di olio in luoghi con scarse condizioni sanitarie e inadeguati servizi igienici. Può uccidere rapidamente se non trattata, e può essere curata mediante uso di antibiotici se viene diagnosticata precocemente.

Nella capitala Antananarivo, il governo ha temporaneamente chiuso, per la disinfezione, università e scuole e ha vietato riunioni pubbliche, per cercare di impedire la diffusione della malattia.

Il sistema sanitario non dispone di indumenti protettivi di base e la gente tende spesso ad acquistare medicine a buon mercato nei negozi, piuttosto che nelle farmacie.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Elezioni in Liberia, violenze e abusi in Burundi, focolaio di peste in Madagascar” di Federica Iezzi


UNHCR_National Home Grown School Feeding Programme in Nigeria

Nigeria- National Home Grown School Feeding Programme

Roma, 7 ottobre 2017, Nena News 

Nigeria – Il governo federale nigeriano, ha destinato fondi per il National Home Grown School Feeding Programme. Dunque quasi tre milioni di bambini, di più di 19.000 scuole, saranno i beneficiari del programma, fortemente desiderato dal presidente Muhammadu Buhari

Con 3.325 scuole e più di 800.000 studenti, lo Stato di Kaduna ha oggi il maggior numero di strutture scolastiche coperte nell’ambito del programma. Con l’avvio dell’anno scolastico, più scuole stanno beneficiando del piano alimentare, in linea con il target del governo federale che prevede un’alimentazione sicura e corretta per 5.5 milioni di alunni entro la fine del 2017.

Somalia – Il governo di Ankara ha istituito la sua più grande base militare all’estero nella capitale somala, aumentando la presenza della Turchia nel Paese del Corno d’Africa. Ufficialmente la base addestrerà 10.000 soldati somali e il governo turco fornirà tutto il supporto necessario.

Secondo il premier somalo, Hassan Ali Khayre, l’accademia militare farebbe parte dell’impegno nella ricostruzione di un esercito di stato, soprattutto per fronteggiare la lotta alle milizie islamiche al-Shabaab. Accanto alla politica e agli interessi geopolitici della Turchia, la Somalia conta basi militari degli Stati Uniti, a 110 chilometri a nordovest di Mogadiscio, e degli Emirati Arabi Uniti, nella regione autonoma del Somaliland.

Sud Sudan – Solo due anni dopo l’ottenimento dell’indipendenza sud-sudanese nel 2013, con lo scoppio del conflitto interno, Pechino ha dovuto affrontare la scelta di entrare e sostenere un ruolo di mediazione nel Paese o abbandonare i suoi beni, tra cui campi petroliferi distrutti e saccheggiati.

I gruppi ribelli in Sud Sudan sono ben consapevoli che l’economia dello stato africano è fortemente legato agli investimenti cinesi in petrolio, che costituiscono quasi tutte le esportazioni del Sud Sudan e le entrate governative.

Già nel 2015, il ministro degli esteri cinese, in un incontro a Khartoum ha strappato un accordo per la protezione da attacchi indiscriminati, delle infrastrutture petrolifere della China National Petroleum Corporation. Tale coinvolgimento contraddice il tradizionale approccio della Cina sulla non-ingerenza nella politica interna di stati terzi, ma gli interessi economici e geopolitici di Pechino nel Sud Sudan, hanno stravolto le regole.

Repubblica Centrafricana – Migliaia di proprietari di bestiame sono stati costretti a sostare nei campi di accoglienza nella Repubblica Centrafricana, mentre la crisi interna del Paese si aggrava.

La maggior parte degli sfollati interni appartengono alla tribù fulani, popolo nomade dedito alla pastorizia. Dal 2014 le milizie cristiane anti-balaka hanno perseguitato con una serie di attacchi i pastori fulan, contribuendo all’esasperazione delle forti tensioni musulmano-cristiane. Dall’inizio del conflitto, i fulani vengono accusati di violare le proprietà terriere e le fattorie cristiane, segno di alleanza con il gruppo musulmano Seleka. Temendo abusi e oppressione, centinaia di famiglie fulani continuano a lasciare la propria terra per finire rinchiuse nei campi sfollati o per varcare il confine e raggiungere il Ciad o il Burundi. In Repubblica Centrafricana sono circa 600.000 gli sfollati interni e più di due milioni i civili che necessitano di aiuti umanitari. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Fondi scuola in NIgeria, base militare turca in Somalia” di Federica Iezzi


Sud Sudan razionamento pasti_UNHCR

Sud Sudan – Razionamento pasti UNHCR

Roma, 30 settembre 2017, Nena News

Sud Sudan – Il Sud Sudan è un esempio di come un conflitto possa influenzare la vita e il sostentamento della popolazione, causando una catastrofe umanitaria di scala enorme, riguardo mezzi di sussistenza, agricoltura e sistemi alimentari.

Secondo i dati del World Food Programme, più di 4,9 milioni di persone (oltre il 42% dell’intera popolazione) è attualmente in aperta emergenza alimentare. L’accesso al cibo è stato ostacolato dall’elevato costo dei trasporti, a causa dell’insicurezza lungo le principali vie commerciali sud-sudanesi, e da un forte aumento dei prezzi, correlato ad una severa svalutazione monetaria.

Un bambino su tre soffre di malnutrizione acuta, in particolare nella parte meridionale dell’Unity State e in altre 23 contee. La situazione è stata esacerbata da diete inadeguate, mancanza di acqua potabile, scarso accesso ai livelli di base dei servizi sanitari, a causa della continua violenza comunitaria e della distruzione di risorse rurali, con il conseguente aumento della vulnerabilità di milioni di persone.

Le violenze continuano a limitare l’accesso al mercato economico e contribuiscono alla disgregazione dei flussi commerciali che interessano gli agricoltori, i produttori di bestiame, i consumatori e i commercianti, utilizzando testualmente il cibo come arma di guerra.

Rwanda – La polizia rwandese ha arrestato Diane Shima Rwigara, imprenditrice e attivista per i diritti delle donne, candidata indipendente alle ultime elezioni presidenziali, per presunti reati contro la sicurezza statale.

Attualmente anche la madre e la sorella di Rwigara, Adeline e Anne, sono detenute per reati legati all’evasione fiscale, secondo il Rwanda National Police.

La commissione elettorale rwandese ha accusato Rwingara di falsificare documenti e firme a supporto della sua recente candidatura presidenziale. La leader dell’opposizione non raggiunse il quorum necessario di 600 firme tra la popolazione, denunciando il governo di Kigali di pressioni tra i rappresentanti dei distretti.

Attivisti rwandesi sostengono che Rwingara continua ad essere perseguitata per aver osato sfidare Paul Kagame, attuale presidente della Repubblica del Rwanda, alle elezioni del 4 agosto.

Parte integrante dell’alta borghesia tutsi e figlia di sostenitori del Fronte Patriottico Rwandese (FPR), che liberò il Rwanda dal feroce regime hutu di Juvénal Habyarimana e pose fine al genocidio nel 1994, Diane Rwigara, con il suo People Salvation Movement, continua a perseguire l’intento di promuovere la democrazia e i diritti umani.

Secondo la leader, oggi il FPR sarebbe ostaggio di una minoranza tutsi controllata dal presidente, il ‘clan ugandese’.

Sudafrica – Il più grande museo d’arte contemporanea in Africa ha finalmente, la scorsa settimana, aperto le porte al pubblico. Situato nei pressi del Grain Silo del Victoria & Alfred Waterfront, il core storico del porto di Città del Capo, lo Zeitz Museum of Contemporary Art Africa (MOCAA, https://zeitzmocaa.museum), rappresenta l’anima di una collezione di arte contemporanea e della diaspora africana. Il museo si affaccia sull’isola di Robben, tristemente nota come carcere per prigionieri politici nel periodo dell’apartheid e luogo della lunga detenzione dell’ex presidente Nelson Mandela.

Lo Zeitz MOCAA prevede di offrire una piattaforma per artisti del continente, per esporre i propri lavori, grazie a quasi 100 gallerie, sei centri di ricerca, 18 aree educative, un giardino di sculture sul tetto, sale per esibizioni ed eventi.

Lesotho – Deludenti i primi 100 giorni di carica del Primo Ministro del Lesotho, Motsoahae Thomas Thabane, imprigionato in una spirale di gravi problemi sociali. Permane il clima di una profonda cultura dell’impunità che ha alimentato le violazioni dei diritti umani da decenni, secondo quanto dichiarato da Amnesty International.

Sotto accusa i plurimi omicidi a danno delle forze di sicurezza del Lesotho, in un Paese in cui padroneggia l’instabilità politica. Modelli di arresti arbitrari, accuse di tortura e di altri maltrattamenti, mancanza di progressi nelle indagini penali per uccisioni illegali e attacchi alla libertà di espressione sono il pacchetto politico attualmente in mano al governo del Lesotho.

Partiti dell’opposizione e osservatori per i diritti umani invocano la mediazione della comunità internazionale e del Southern African Development Community per il ripristino di uno stato di diritto. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Fame in Sud Sudan, in Rwanda arrestata la candidata alle presidenziali” di Federica Iezzi


UNHCR_RDC

Repubblica Democratica del Congo – Preghiere per le vittime civili

Roma, 23 settembre 2017, Nena News

Nigeria – Continua la campagna di indipendenza della regione nigeriana del Biafra, condotta dal gruppo separatista pro-Biafra (IPOB – Indigenous People of Biafra), guidato da Mazi Nnamdi Kanu, il quale attualmente sembrerebbe in stato di arresto ad Abuja.

La sua recente detenzione, dopo quella dell’ottobre 2015, è stata nuovamente il catalizzatore di una feroce ondata di dimostrazioni da parte del gruppo etnico Igbo che domina il sud-est nigeriano. Tensione, scontri e arresti, nel corso di manifestazioni pacifiche, sono stati la cornice della settimana nella città di Port Harcourt, nello stato meridionale di Rivers, nello stato di Abia e in quello di Umuahia. Kanu, attraverso Radio Biafra, ha promesso alle autorità e alla popolazione un’agitazione non violenta, per arrivare ad un referendum sull’autodeterminazione.

I gruppi locali che sorvegliano le violazioni ai diritti umani, hanno accusato i militari nigeriani di abusi nel tentativo di mantenere l’ordine, all’interno della campagna denominata ‘Exercise Egwu Eke’. Almeno 150 sostenitori IPOB sono stati uccisi negli ultimi due anni. Centinaia i feriti.

Risale al 1967, l’ultima dichiarazione unilaterale di costituzione di una Repubblica indipendente del Biafra. Scatenò un sanguinoso conflitto interno che durò quasi tre anni e decimò più di un milione di civili.

Repubblica Democratica del Congo – La scorsa settimana, le forze congolesi hanno aperto il fuoco su una folla di manifestanti, nel sud della regione di Kivu, composta da profughi provenienti dal vicino Burundi.

Secondo i report di osservatori MONUSCO (United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of Congo), rifugiati burundesi manifestavano il loro disaccordo alle autorità locali, riguardo l’espulsione dal Paese di quattro richiedenti asilo. Un ufficiale dell’esercito congolese FARDC (Forces Armées de la République Démocratique du Congo) è stato ucciso negli scontri, portando all’ascesa della violenza. Le forze di sicurezza congolesi hanno risposto con il fuoco indiscriminato sui manifestanti.

Richiesta dalle Nazioni Unite un’immediata indagine sull’accaduto.

Attualmente vivono più di 44.000 burundesi in Repubblica Democratica del Congo. Fuggono da maltrattamenti, sparizioni forzate, assassini e omicidi mirati del governo Nkurunziza. Almeno 2.000 rifugiati abitano la zona di Kamanyola, vicino al confine con il Burundi. Dopo l’incidente, circa la metà di questi rifugiati si è trasferita nelle vicinanze della base MONUSCO.

Camerun – Il quadro legislativo antiterrorismo, emanato nel 2014 in Camerun, per contrastare il gruppo jihadista sunnita nigeriano di Boko Haram, viene utilizzato dalle autorità per arrestare e minacciare giornalisti locali.

Secondo un report del Committee to Protect Journalists (CPJ), sono state segnalate ingenti repressioni sulla stampa locale, in particolare ai danni dei giornalisti che riportano notizie di disordini civili nelle regioni camerunensi di lingua inglese. Con le elezioni che avranno luogo il prossimo anno in Camerun, i giornalisti si autocensurano e si allontanano da questioni politiche sensibili, per paura di rappresaglie.

Con l’attuale legislatura, il giornalista con un’accusa di ‘atto di terrorismo’, viene sottoposto ad un processo militare. Storie di detenzioni arbitrarie perdurano, ad esempio, per i giornalisti dell’emittente Radio France Internationale, per imporre il silenzio ai critici e sopprimere il dissenso civile. Oltre ad arrestare i giornalisti, il governo Biya ha bloccato tutte le notizie riguardanti le manifestazioni per l’indipendenza delle regioni anglofone del Camerun.

Sierra Leone – Riaprono le scuole anche in Sierra Leone per l’inizio ufficiale dell’anno scolastico. Molti residenti, nelle comunità collinari alla periferia di Freetown, continuano a fare i conti con i danni provocati dalla frane e dalle inondazioni nello scorso mese di agosto.

Almeno mille persone hanno perso la vita e 5.000 civili sono rimasti senza casa, continuando ad usare come rifugio temporaneo gli edifici scolastici. Secondo quanto riportato dall’UNICEF, non tutti gli studenti dunque hanno ancora accesso alle loro classi, per mancanza di spazi per l’insegnamento, o di soldi da parte delle famiglie.

Uganda – La polizia ugandese ha arrestato cinque studenti della Makerere University e il sindaco della capitale Kampala, Erias Lukwago, mentre gli uffici del Forum for Democratic Change (FDC), partito di opposizione, venivano sigillati, per contenere le proteste contro la rimozione dei limiti di età presidenziale.

I membri del Parlamento del partito di governo, National Resistance Movement (NRM), appoggiati da alcuni deputati indipendenti, hanno approvato una risoluzione per discutere la rimozione del limite di età presidenziale, attualmente fissato a 75 anni. Obiettivo del dibattito è permettere all’attuale presidente, Yoweri Museveni, di concorrere nuovamente alle prossime elezioni presidenziali fissate al 2021. Già nel 2005 è stato emesso un emendamento costituzionale che ha eliminato il limite di candidatura presidenziale a due termini, per consentire al presidente di correre al terzo mandato, con la conseguenza dell’ennesima vittoria del leader, che guida il Paese ormai da più di 30 anni.

L’ispettore generale della polizia, Kale Kayihura, ha dichiarato che le manifestazioni nelle strade pubbliche, sono causa di violenza e minaccia, per questo alla polizia, pesantemente presente in parlamento e nei centri urbani, è concesso di mantenere la legge e l’ordine, attraverso duri mezzi. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Campagna d’indipendenza nel Biafra, attacchi alla stampa in Camerun, riaprono le scuole in Sierra Leone” di Federica Iezzi


UNDP_Lotta per i diritti delle donne in Tunisia

Tunisia – Lotta per i diritti delle donne

Roma, 16 settembre 2017, Nena News

Tunisia – La Tunisia continua a portare avanti proposte ambiziose per riformare le leggi del Paese su matrimonio e eredità. Solo il mese scorso, il presidente Beji Caid Essebsi aveva annunciato la sua proposta di assicurare l’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto ereditario e di permettere il matrimonio tra una tunisina e uno straniero non musulmano.

Il ministro tunisino della Giustizia, Ghazi Jeribi, ha firmato una circolare per l’annullamento della legge n.216 del 1973, che impediva alle donne tunisine di sposare uomini non musulmani. Mossa che ha incontrato una forte resistenza da parte degli oppositori del presidente e da parte di organismi religiosi internazionali.

Prima d’ora, una donna musulmana non era autorizzata a sposare un non-musulmano. Contrariamente, agli uomini è consentito di sposare donne di qualsiasi fede. Secondo la legge islamica, inoltre, alle donne spetta la metà dell’eredità rispetto all’erede maschio.

Le proposte arrivano subito dopo, il pacchetto di leggi approvato per combattere la violenza contro le donne.

Kenya – L’Independent Electoral and Boundaries Commission ha fissato la data del nuovo turno elettorale in Kenya, durante la sua 204esima riunione plenaria, al 17 ottobre prossimo.

Questo avviene dopo che la Corte Suprema del Paese ha annullato i risultati delle elezioni presidenziali dello scorso 8 agosto e ha assicurato un nuovo voto entro 60 giorni.

Il tribunale ha sostenuto la petizione guidata da Raila Odinga, veterano candidato di opposizione, ai danni del presidente in carica Uhuru Kenyatta.

Le elezioni presidenziali non sono state condotte in conformità con la costituzione, rendendo inutilizzabili i risultati dichiarati. Questo quanto espresso dal capo della giustizia David Maraga.

L’ardua sfida ancora una volta rimarrà quella di autenticare tutte le schede di voto delle 40.883 stazioni elettorali, per determinare la legittimità del risultato della votazione.

Sud-Africa – Posticipato il summit Israele-Africa previsto per il prossimo ottobre, a Lomé in Togo. Il ministero degli Esteri israeliano non ha attualmente fornito una data alternativa all’incontro.

Le motivazioni ufficiali dell’annullamento delle date, sono le attuali proteste in Togo contro il regime di Gnassingbé. La motivazione reale è la minaccia di boicottaggio della conferenza da parte di diversi Paesi africani, guidati dal Sud-Africa.

Il governo Netanyahu ritiene che i Paesi africani e Israele possano trarre vantaggio da una continuativa cooperazione, soprattutto nei settori come l’acqua, l’agricoltura, la salute e la tecnologia.

La storia dell’aggressione imperialista israeliana ai danni del continente africano è chiara. Il flagrante sostegno militare di Israele, per le occupazioni di Sud-Africa e Zimbabwe negli anni ‘70, costò la vita a migliaia di civili. Per non parlare degli stretti legami con l’apartheid sudafricana, in cui Tel Aviv era il principale sostenitore del regime bianco, quando Pretoria era sotto un serrato embargo internazionale. Inoltre, calpestare i diritti degli etiopi e dei rifugiati eritrei e sudanesi, rappresenta il quotidiano disprezzo riservato oggi agli africani residenti in Israele.

Repubblica Centrafricana – Secondo gli ultimi report dell’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, migliaia di persone continuano ad essere sradicate da vaste aree della Repubblica Centrafricana e costrette a fuggire a causa di violenti combattimenti fra le fazioni in lotta.

La crisi politica nell’ex colonia francese, si protrae dal 2013, in seguito alla caduta del governo Bozizé ad opera di una coalizione di gruppi ribelli a maggioranza musulmana, chiamata Seleka. I prolungati abusi del gruppo Seleka ai danni della popolazione cristiana dell’area, hanno portato alla nascita di gruppi di autodifesa, gli Anti-balaka, con l’inizio di una campagna di violenza e il successivo esodo massivo di civili di religione musulmana verso i Paesi limitrofi.

Gruppi armati e milizie hanno commesso abusi dei diritti umani, inclusi uccisioni illegali, torture, maltrattamenti, rapimenti, violenze sessuali, saccheggi e distruzione di interi villaggi. I reati sono sotto la giurisdizione di una sezione speciale della Corte Penale Internazionale.

Il numero di sfollati interni ha sfiorato gli 800.000. In 450.000 hanno lasciato il Paese per Camerun, Ciad e Repubblica Democratica del Congo. Due milioni e mezzo di civili sono dipendenti da assistenza umanitaria.

Attualmente, più di 12.000 peacekeepers delle Nazioni Unite supportano la polizia locale a proteggere i civili e sostengono le attività del governo del presidente Faustin-Archange Touadera, la cui elezione, lo scorso anno, ha contribuito in modo significativo all’aumento delle violenze interne.

Nena News Agency “AFRICA. Salta summit Africa-Israele. Tunisia riforma leggi su matrimonio. Nuove presidenziali in Kenya” di Federica Iezzi


Distribuzione razioni di cibo in Tanzania_WFP

Tanzania – Distribuzione razioni di cibo World Food Program

Roma, 9 settembre 2017, Nena News

Sud-Africa – Previsto per il prossimo 23 ottobre, a Lomé in Togo, un summit Africa-Israele con il chiaro scopo di invertire o abolire la politica pro-araba degli Stati africani. Con il Sudafrica alla guida, Marocco, Algeria, Tunisia e Mauritania, hanno già deciso di boicottare l’incontro.

Tra le cause l’evidente sopraffazione delle minoranze africane in Israele e le discutibili attività di Israele nel continente africano, tra cui il commercio di diamanti, spesso importati illegalmente dall’Africa, come già rivelato da una relazione del 2009 dalle Nazioni Unite.

Durante la visita di Netanyahu in Africa nel 2016, il governo israeliano approvò un accordo da 13 milioni di dollari in pacchetti di sviluppo per i paesi africani. Mossa che voleva soltanto simboleggiare la pretesa di una più stretta relazione economica.

Tanzania – Ridotte le razioni alimentari per i rifugiati nei campi di Mtendeli, Nduta e Nyarugusu in Tanzania nord-occidentale da parte del World Food Programme, per mancati finanziamenti. L’agenzia delle Nazioni Unite fornisce aiuti alimentari ai più di 300mila rifugiati provenienti da Burundi e Repubblica Democratica del Congo con cinque prodotti: farina di mais, legumi, cereali, olio vegetale e sale.

La distribuzione ad agosto ha raggiunto solo il 62% delle 2.100 chilocalorie giornaliere necessarie. Il programma delle Nazioni Unite richiede urgentemente 23,6 milioni di dollari per garantire i bisogni alimentari e nutrizionali fino al mese di dicembre.

Camerun – Il presidente del Camerun, Paul Biya, ha ordinato la liberazione dei leader coinvolti nell’organizzazione della disobbedienza civile non violenta, arrestati nelle regioni camerunensi anglofone a sud-ovest e nord-ovest. Durante le manifestazioni, iniziate alla fine dello scorso anno, si contarono morti, feriti, arresti arbitrari e detenzioni senza processo, secondo i report di Amnesty International.

I leader liberati, citati nell’ordine, includono l’avvocato Felix Nkongho, il dottor Neba Fontem, Ayah Paul Abine, membro del Cameroon People’s Democratic Movement, e l’attivista Mancho Bibixy. Dunque per loro caduta di tutte le accuse davanti al tribunale militare di Yaounde. La richiesta degli attivisti anglofoni rimane la creazione di due Stati federali distinti.

Kenya – Anche in Kenya, dopo un decennio, è finalmente entrata in vigore la legge che vieta l’uso, la fabbricazione e l’importazione di materie plastiche. Previste multe fino a 38mila dollari o pene detentive fino a quattro anni per i trasgressori. Camerun, Guinea-Bissau, Mali, Tanzania, Uganda, Etiopia, Mauritania e Malawi sono tra i paesi africani che hanno già adottato tali divieti.

Ad essere sotto accusa sono principalmente i sacchetti di plastica, come causa principale di danni ambientali, danni ai terreni agricoli, inquinanti dei mari e dei siti turistici. Questo è il terzo tentativo negli ultimi dieci anni di vietare i sacchetti di plastica in Kenya.

Burundi – L’ultimo report delle Nazioni Unite parla di forti prove di crimini contro l’umanità in Burundi, tra cui torture, detenzioni e arresti arbitrari, abusi e uccisioni, commessi da forze governative e da gruppi di opposizione. I fatti risalgono al 2015, dopo che l’attuale presidente Pierre Nkurunziza ha deciso di concorrere per un terzo mandato.

Da allora, tra 500 e 2mila persone sono state uccise durante gli scontri nel paese, più di 400mila civili sono stati forzati a lasciare le proprie case, a causa delle violenze, e decine di attivisti dell’opposizione sono stati costretti all’esilio.

Gli investigatori, nominati dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, lo scorso settembre, descrivono un clima di terrore, alimentato da violazioni, sevizie e omicidi extragiudiziali. Gli abusi erano parte di un attacco generale e sistematico contro la popolazione civile che potrebbero essere considerati come parte di un piano di politica statale.

Nella relazione, gli investigatori hanno invitato il Tribunale Penale Internazionale ad aprire un’indagine. Il governo di Nkurunziza rigetta fermamente le accuse, criticando gli investigatori delle Nazioni Unite e definendoli ‘mercenari’ di un complotto occidentale, con il fine di sottomettere gli Stati africani. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Crimini contro l’umanità in Burundi, summit Africa-Israele in Togo” di Federica Iezzi


Tripoli, Libia – In attesa di attraversare il Mediterraneo

Roma, 02 settembre 2017, Nena News 

Kenya – La Corte Suprema kenyana decide di annullare il risultato delle ultime elezioni presidenziali, per irregolarità nella trasmissione dei risultati.

La commissione elettorale aveva dichiarato vincitore Uhuru Kenyatta con un margine di 1,4 milioni di voti. Il presidente Kenyatta ha dichiarato che avrebbe rispettato la sentenza del tribunale pur non essendone d’accordo, invitando il popolo kenyano a fare lo stesso.

Secondo lo storico avversario, Raila Odinga, promotore del ricorso, la decisione ha segnato un’importante spartiacque nella nazione orientale africana, creando un precedente unico per il continente.

Il nuovo turno elettorale è previsto fra 60 giorni. Si temono nuovi scontri nelle strade.

Libia – Dopo Medici Senza Frontiere, anche Save the Children e Sea Eye lasciano, per minacce e atti di forza, il mar Mediterraneo, vittime del codice di condotta per le ONG, imposto dal Viminale, con il benestare dell’Unione Europea. Al momento, come testimone scomodo, resiste solo l’ONG SOS Méditerranée.

L’attuale strategia politica, discussa al summit di Parigi, mira solo a trasformare la Libia, insieme a Ciad e Niger, in una sorta di ‘buffer zone’ a protezione dell’Europa, dalle migrazioni dell’area sub-sahariana. I cambiamenti demografici che ne risultano, con disordini sociali ed economici, sono già disastrosi per la Libia e l’effetto destabilizzante sulla politica interna non può che inevitabilmente ripercuotersi sull’Europa meridionale.

Somalia – Strage di civili, tra cui tre bambini, alla periferia della strategica città di Bariire, nella regione meridionale di Shebelle, a sud-ovest di Mogadiscio, durante un’operazione militare condotta dall’Esercito Nazionale Somalo, supportato dalle forze statunitensi.

Il capo dell’esercito somalo, il generale Ahmed Jimale Irfid, ha confermato che i civili sono stati uccisi durante un’azione non deliberata.

Catalogato come incidente e come malinteso tra le forze militari e gli agricoltori locali, scambiati per membri delle milizie al-Shabaab, l’episodio ha provocato rabbia e proteste pubbliche, nella città somala di Afgooye.

Nella lotta contro al-Shabaab sono stati impiegati più di cento soldati statunitensi, come sostegno alle forze di sicurezza somale, e sono stati uccisi indiscriminatamente più di 3000 civili dal 2013.

Repubblica Democratica del Congo – Il numero di sfollati dal conflitto nella Repubblica Democratica del Congo è quasi raddoppiato negli ultimi sei mesi arrivando a 3,8 milioni, secondo i dati dell’UNHCR. Circa 33.000 congolesi hanno lasciato il Paese per l’Angola. Inoltre, la Repubblica Democratica del Congo deve affrontare l’arrivo di circa 500.000 rifugiati in fuga da Burundi, Rwanda, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.

Uccise più di 3000 persone nella provincia del Kasai, dopo sanguinosi scontri armati tra forze governative e milizia locale. Situazione sovrapponibile nell’area sud-orientale di Tanganyika e nella regione Kivu. Le violenze sono aumentate, incluse le presunte violazioni dei diritti umani, come omicidi extragiudiziali, tortura e uso dei bambini-soldato.

Sudan – Agenti del Sudan’s National Intelligence and Security Service hanno sequestrato la stampa del quotidiano Akhir Lahza, senza riportare alcuna motivazione. Incriminata sarebbe la critica mossa dal giornale a un discorso di Bakri Hassan Saleh, vicepresidente e primo ministro del Sudan. Seconda confisca del giornale in pochi giorni, dopo le pressioni subite dal governo un anno fa.

Feisal el-Bagir, coordinatore generale di Journalists for Human Rights ha condannato la confisca e ha parlato di violazioni della libertà di stampa.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Annullate le presidenziali in Kenya, strage di civili in Somalia” di Federica Iezzi


IFRC – Uno sguardo su Freetown, Sierra Leone

Roma, 26 agosto 2017, Nena News 

Kenya – Il partito National Super Alliance (NASA), con a capo Raila Odinga, ha ufficialmente presentato ricorso alla Corte Suprema per i risultati delle ultime elezioni presidenziali che hanno visto riconfermare il mandato a Uhuru Kenyatta.

Ad essere sotto accusa il nuovo sistema di voto elettronico, secondo Odinga manipolato. Pur elogiando il comportamento della giornata elettorale, gli osservatori dell’Unione Africana hanno sollevato preoccupazioni per la trasmissione e il calcolo dei risultati, per discrepanze nei numeri e per l’assenza di fogli originali delle assemblee elettorali.

Togo – #Togoenmarche è l’ashtag che in questi giorni descrive tensioni, proteste e scontri in piazza a difesa della Costituzione del Togo. Nei mesi scorsi è stato respinto un provvedimento dal Parlamento che non impedisce all’attuale presidente Faure Gnassingbé di candidarsi per il terzo mandato consecutivo, dopo i 38 anni di governo del padre Eyadema Gnassingbé.

Migliaia di persone nella capitale Lomé hanno manifestato contro la dinastia della famiglia Gnassingbé. Protesta un paese che è stato governato dal regime militare più antico in Africa.

Sierra Leone – Continua a salire il numero di morti in Sierra Leone devastata da frane e inondazioni. Il bilancio è salito a quasi 500, secondo i funzionari della sanità. Il numero di dispersi supera i 600. E almeno 10.000 persone sono già state costrette a lasciare le proprie case.

Il crollo delle massicce pareti del Mount Sugar Loaf dopo piogge torrenziali hanno completamente seppellito aree della città di Regent, alla periferia della capitale Freetown.

Secondo quanto dichiarato dalla Federazione Internazionale delle società di Croce Rossa e mezzaluna rossa (IFRC) almeno 3.000 persone hanno bisogno di assistenza umanitaria urgente.

Angola – Terminato lo scrutinio delle schede per le elezioni del nuovo presidente angolano, tenutesi lo scorso 23 agosto. Un cambio di passo per il paese. Jose Eduardo dos Santos, lascia la presidenza dopo 38 anni di potere. A capo dell’Angola ci sarà Joao Lourenco, ministro della difesa del governo dos Santos, appoggiato dal Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA).

Contro di lui cinque candidati: Isias Henrique Ngola Samakuva dell’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), Abel Epalanga Chivukuvuku della Convergenza Ampia di Salvezza dell’Angola (CASA-CE), Lucas Benghim Gonda del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angola (FNLA), Benedito Daniel del Partito del Rinnovamento Sociale (PRS), Quintino Antonio Moreira dell’Alleanza Patriottica Nazionale (APN).

Circa nove milioni di angolani sono stati chiamati alle urne.

Gibuti – La Cina continua a prendere piede sul Corno d’Africa con la costruzione di una base militare a Gibuti. La base sarà accanto al Comando degli Stati Uniti a Camp Lemonnier, un’ex base francese con sede nella capitale. Il governo di Ismail Omar Guelleh permette alle presenze militari, l’accesso agli impianti portuali e aeroportuali gibutiani.

Gli analisti sospettano che la base faccia parte del piano cinese di stabilire una forza navale globale, ipotesi che Pechino smentisce. Secondo l’ultimo dettagliato report dell’European Council on Foreign Relations, la Cina negli ultimi anni, ha ampliato i suoi legami militari in tutta l’Africa. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Ricorsi elettorali in Kenya, inondazioni in Sierra Leone” di Federica Iezzi

 

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ELEZIONI ANGOLA. Il delfino di dos Santos è il nuovo presidente

Nena News Agency – 25/08/2017

Il partito MPLA resta a capo del paese terza economia dell’Africa sub-sahariana, oggi in crisi. Pesano ancora il post-colonizzazione e la guerra civile

Angola UNDP

di Federica Iezzi

Roma, 25 agosto 2017, Nena News – Come preannunciato dalle previsioni, alle elezioni del 23 agosto vince Joao Lourenco, ex ministro della difesa, appoggiato dal Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA), partito finora al governo.

Dopo 38 anni a capo dell’ex colonia portoghese, dunque, José Eduardo dos Santos, lascia il governo angolano. Presidente controverso, cuore della lotta contro il potere coloniale portoghese, autore di fatto di un regime autoritario che però ha istituito una libera economia di mercato, ha permesso all’Angola l’unione al Fondo Monetario Internazionale e ha adottato un sistema multipartitico. Sotto la sua guida l’Angola è uscita dalle ceneri di una sanguinosa guerra civile per diventare la terza economia dell’Africa sub-sahariana, dopo il Sudafrica e la Nigeria, e un magnete per gli investimenti esteri.

Sono stati 1.440 osservatori a monitorare le elezioni, secondo quanto dichiarato dal presidente della Commissione Elettorale Nazionale, Andre da Silva Neto. Il voto presidenziale ha visto contrapposti antichi antagonisti. L’MPLA, partito politico che ha governato il paese dell’Africa meridionale per più di quattro decenni, con il candidato Joao Lourenco, e l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), che combatte ormai per guadagnare il controllo da più di 50 anni, con il candidato Isias Henrique Ngola Samakuva.

Di cornice: Abel Epalanga Chivukuvuku della Convergenza Ampia di Salvezza dell’Angola (CASA-CE), Lucas Benghim Gonda del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angola (FNLA), Benedito Daniel del Partito del Rinnovamento Sociale (PRS), Quintino Antonio Moreira dell’Alleanza Patriottica Nazionale (APN).

L’Angola paga ancora oggi le conseguenze delle battaglie per l’indipendenza e la decolonizzazione. Terminata nel 2002, con la morte dello storico leader ribelle Jonas Savimbi, guida di UNITA, la guerra civile in Angola è durata più di 25 anni, lasciando un paese devastato.

Da allora più di 100 miliardi di dollari sono stati spesi per la ricostruzione. I numeri non sono più alti di quando, negli anni ottanta, le truppe MPLA, sostenute da Cuba e Unione Sovietica, combatterono contro le forze UNITA, sostenute da Sudafrica e dagli Stati Uniti, in cui erano in campo non solo contrasti etnici interni ma interessi stranieri alle risorse petrolifere e diamantifere angolane e alla sua posizione strategica.

Negli ultimi anni, la sfida più grande per l’MPLA è stata la gestione dell’economia angolana. Il paese, secondo produttore mondiale di petrolio greggio, è stato colpito da un calo globale dei prezzi del petrolio, con un crollo dei ricavi da 60 miliardi di dollari tre anni fa a 27 miliardi di dollari nel 2016. Dopo anni di crescente crescita, dunque, l’Angola è scivolata in recessione, con un tasso di inflazione che ha raggiunto il 42% l’anno scorso.

La campagna elettorale di UNITA verteva sulla promessa di aumentare la spesa per istruzione e salute, di combattere la corruzione e di aprire l’economia a maggiori investimenti stranieri. Anche se non è stata mai chiara la provenienza degli eventuali finanziamenti. Unita ha inoltre dichiarato la volontà di alleanza, con il secondo partito di opposizione angolano, la CASA-CE per l’eventuale formazione di un governo di coalizione. Nena News

Nena News Agency “ELEZIONI ANGOLA. Il delfino di dos Santos è il nuovo presidente” di Federica Iezzi

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