SIRIA. Riapre una parte delle scuole ad Aleppo Est

Nena News Agency – 26/01/2016

Un totale di 3.825 studenti delle scuole primarie e secondarie hanno ripreso gli studi dopo le vacanze di Natale e Capodanno

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di Federica Iezzi

Roma, 26 gennaio 2017, Nena News – Grazie al lavoro delle autorità municipali, sono state riparate in parte 17 scuole nei quartieri orientali di una Aleppo distrutta dai combattimenti degli ultimi quattro anni. E a breve apriranno di nuovo le porte di altre sei scuole nella stessa Aleppo Est.

Un totale di 3.825 studenti delle scuole primarie e secondarie hanno ripreso gli studi dopo le vacanze di Natale e Capodanno.

Secondo i piani di ricostruzione, almeno 50 scuole sarabbero da riparare nella parte orientale della città durante l’anno scolastico in corso, e circa 100 istituzioni educative riapriranno entro l’inizio del prossimo anno scolastico. Per quattro anni i nuovi semestri sono iniziati nelle aule dei seminterrati della zona orientale della città, per appena il 6% dei bambini.

Secondo le stime delle Nazioni Unite una scuola pubblica su quattro, in tutto il Paese, è inutilizzabile a causa di danni o perchè impiegata come rifugio per gli sfollati interni.

Rannicchiati su stuoie nelle piccole aule, i bambini sfogliano libri di testo strappati e scrivono su lavagne rotte, spesso in scuole utilizzate per anni dai miliziani come basi. Scuole che prima contavano 500 studenti oggi sono senza sedie e banchi, con le finestre in frantumi, con detriti non ancora rimossi. Eppure il 70% dei bambini è tornato nelle aule ad ascoltare le lezioni dei propri insegnanti.

Grazie alla campagna di sensibilizzazione dell’UNICEF, nuovi banchi, sedie, scrivanie, armadi, riscaldatori e materiale scolastico sono stati distribuiti nelle scuole maggiormente colpite.

Oggi nella zona est di Aleppo si conta una popolazione di 65.345, secondo i calcoli delle agenzie umanitarie internazionali. I quartieri di Hanano, Tariq al-Bab e al-Qaser ospitano il maggior numero di rimpatriati, rispettivamente 16.500, 14.194 e 10.260 civili. Tuttavia, ad oggi, non è stata ancora effettuata alcuna valutazione strutturale degli edifici danneggiati, comprese le scuole, in questi quartieri.

Nonostante strade ancora piene di polvere e macerie, carenza di elettricità ed acqua, tornare a scuola per molti bambini significa incontrare amici ed insegnanti. Significa tornare alla normalità. Fino a un mese fa le voci dei bambini erano coperte dal rumore di aerei a bassa quota, da quello di mortai e armi da fuoco, oggi si sentono leggere ad alta voce, ripetere a memoria poesie, rispondere alle domande degli insegnanti.

A causa del danneggiamento degli edifici scolastici si lotta contro una generale mancanza di spazi di apprendimento. Mancano servizi igienico-sanitari e elettricità. La soluzione vagliata dal governo siriano per evitare il sovraffollamento delle aule è l’installazione di prefabbricati, come scuole.

Per 650 bambini rimasti lontani dalle scuole dal 2012, sono iniziati programmi di reinserimento nei piani didattici. Per gli studenti che hanno perso diversi anni di scuola, sono tornati disponibili programmi di apprendimento accelerati. 1.400 bambini hanno beneficiato di programmi di autoapprendimento messi a disposizione dalla Syrian Society for Social Development, nei quartieri di Hanano, Jibreen e as-Safira.

Almeno 9.800 bambini in età prescolare hanno beneficiato di attività di ‘edutainment’ in materia di istruzione non formale, nei quartieri di Jibreen e Hanano, gestiti da partner dell’UNICEF. Un totale di 4.500 bambini sono tornati in cinque scuole primarie dei quartieri di Hanano, Bayyada, Mayyasar, Shakhour e Hulluk. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Riapre una parte delle scuole ad Aleppo Est” di Federica Iezzi

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La speranza di Aleppo

Il Manifesto – 12 gennaio 2017

REPORTAGE. La città assediata dal conflitto dal 2012 prova a ricostruirsi. I primi banchetti di verdure appaiono nel suq, gli ospedali registrano i nuovi nati. Sullo sfondo macerie e ferite aperte

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di Federica Iezzi

Aleppo (Siria) – “L’ospedale dove ero con i miei due bambini è stato attaccato quattro volte in tre giorni. Ci hanno fatto uscire dall’edificio perché era vicino al fronte di battaglia”. Ci arriva da lontano il racconto dalla delicata voce di Jamilaa. Esce dalla cucina e porta con sé una piccola teiera rossa, in quella sua casa attorniata da cadaveri di case.

«Come riescano a rimanere in piedi sventrate, rimane un mistero. In molte mancano porte e finestre». Alla nostra domanda sulle responsabilità di quei bombardamenti, lei risponde: «I nostri uomini sono i responsabili, che siano parte dell’esercito governativo o dell’opposizione. Gente che abitava queste case, gente che veniva curata in questi ospedali, gente che mandava i figli in queste scuole».

Rientrare con lei e la sua famiglia in quelle stanze, seppur profondamente ferite, riempie di gioia l’atmosfera ancora natalizia. Si, perché è stato Natale anche ad Aleppo per i 35mila cristiani rimasti, nel quartiere di Aziziyeh. Jamilaa ci racconta che conserva la carne sotto il sale perché l’elettricità non è sufficiente per il frigorifero. «Me l’aveva insegnato mia nonna quando ero piccola, non pensavo mi sarebbe mai potuto servire».

Dentro casa più o meno la temperatura è la stessa di quella fuori. C’è solo una piccola stufa elettrica che rimane accesa per qualche ora al giorno. C’è un caminetto ma non c’è legna da ardere.

I discorsi nelle strade di Aleppo sono velati di speranza. Speranza di tornare ad una vita normale. Per la prima volta dal 2012, le forze governative controllano l’intera Aleppo. Per la prima volta da allora, il conflitto non infuria.«Le notti sono silenziose. La mattina non ci svegliamo con il rumore assordante dei caccia», continua il marito di Jamilaa.

Per la prima volta si parla di ricostruzione. È iniziata sotto il freddo pungente una febbrile rimozione di macerie e detriti dalle strade principali. Tanta gente torna per vedere i propri negozi, le proprie case, per vedere se gli edifici sono in piedi. Nonostante l’enorme trauma e le ferite ancora aperte, tanta gente torna per restare.

Le priorità ora sono quelle del riscaldamento e dell’alimentazione. Le Nazioni Unite, entrate nella città, continuano a distribuire stuoie, coperte, vestiti, teli di plastica, per affrontare il continentale rigido inverno siriano. Le associazioni umanitarie assistono circa 20mila civili ad Aleppo Est, con pasti caldi due volte al giorno e acqua potabile. Più di un milione di persone hanno accesso di nuovo all’acqua pulita in bottiglia o tramite pozzi.

Le vie centrali di Aleppo sono oggi riempite da militari dell’esercito governativo con al seguito armi da fuoco, dalle bandiere siriane, dalla gente rimasta che cerca di comprare qualcosa da mangiare nei mercati ancora semivuoti. Ci sono teli colorati e bancarelle nella zona del mercato dell’antica città di Aleppo. Sono disposti in modo ordinato vicino l’al-Madina souq, il medievale mercato coperto, disegnato sulle mura della città, in gran parte distrutto da una guerra spietata, nonostante la protezione da parte dell’UNESCO.

È difficile da immaginare ora quel fiorente mercato che anni fa era il centro economico della città. Il grado di distruzione è estremamente grave. Le cicatrici profonde. I pezzi di storia perduti lacerano le memorie degli anziani. Le enormi quantità di macerie rendono irriconoscibili i luoghi, i passaggi, le strade, perfino per chi ha abitato la città per anni.

Non restano che crateri, rovine e sbiaditi ricordi di centinaia di negozi di sapone, spezie, seta, lana, rame, oro e prodotti della ricca agricoltura siriana. Molti venditori non possono offrire nulla se non qualche verdura, coltivata in cassette di legno davanti le proprie case. Spinaci e ravanelli sono i più facili da trovare. Il resto delle bancarelle rimane vuoto.

Servizi di Primary Health Care sono disponibili attraverso sette cliniche mobili e 12 team mobili, per la distribuzione di medicine, materiali sanitari e chirurgici, per il trattamento dei traumi, e latte per neonati. 8.836 visite: questi i numeri dall’inizio delle evacuazioni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i partner del settore sanitario forniscono assistenza a 11 strutture sanitarie pubbliche coprendo un bacino di 60mila persone. Più di 10mila bambini sono stati vaccinati contro la poliomielite; 1.381 malati sono stati trasportati nei più attrezzati ospedali della parte occidentale della città.

Anche se non c’è nessun combattimento, qualche famiglia continua ad uscire dall’Aleppo orientale, dopo approfonditi controlli, attraverso il Ramouseh checkpoint a est della città. Lo stesso da cui sono transitati i feriti nei corridoi umanitari allestiti dalla Croce Rossa Internazionale.

Sono 116mila le persone che hanno lasciato la città dal giorno del cessate il fuoco, mediato da Russia e Turchia. Di questi, 80mila sono sfollati interni ad Aleppo ovest e 36mila hanno raggiunto Idlib. E negli ultimi giorni circa 2.200 famiglie hanno fatto ritorno nel quartiere Massaken Hanano. Sono rimasti in tutta la città circa un milione e mezzo di civili, contro i quattro milioni che si contavano prima dei combattimenti.

Ma sono tornati nelle strade i bambini. E i bambini sono lo specchio di come vanno le cose. Giocano al freddo e sperano nella scuola. Alcuni di loro non entrano in un’aula da cinque anni. Sono entusiasti di sfogliare di nuovo un libro, di fare il dettato in classe, di tornare a casa per fare i compiti invece di essere costretti ad ascoltare i rumori della guerra.

E, allora, chi ha vinto una guerra che ha provocato la perdita di oltre 500mila vite, costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case e scatenato onde di profughi in stati confinanti?

Le tracce di combattimenti sono quasi ovunque. Bossoli, proiettili, vestiti e documenti di soldati uccisi, sacchi di sabbia e teli, verosimilmente tane dei cecchini, pitturano le strade di una Aleppo senza forze. Un campo di battaglia che non ha risparmiato scuole e ospedali. Circondato dalla morte. Ancora traboccante di vittime di guerra. Pericolosamente a corto di provviste, con grave mancanza di acqua pulita e elettricità. Segnato da colpi di mortaio. Ma con di nuovo la possibilità di censire le nascite e permettere ai bambini di essere registrati come siriani. È questo oggi l’al-Bayan hospital nel quartiere di al-Sha’ar, Aleppo Est. Qui si lavora ininterrottamente.

Mezzanotte ad Aleppo significa luci spente. I pochi generatori di corrente rimasti si fermano, gettando interi quartieri nel buio. E l’ospedale non è un’eccezione. I macchinari elettrici iniziano a funzionare con i comandi manuali grazie anche all’aiuto della gente comune. C’è acqua pulita per poche ore al giorno. Ci spiegano che la maggior parte dell’acqua che arriva ad Aleppo proviene dalla diga sull’Eufrate, nell’adiacente provincia di al-Raqqa, roccaforte ISIS. Ad Aleppo arriva acqua per il 20% del suo fabbisogno.

M10 è stato il nome di battaglia dell’al-Sakhour hospital, nel quartiere omonimo, un ospedale nell’Aleppo orientale, diventato sotterraneo negli ultimi mesi di combattimenti. «L’inferno ha visitato l’M10 ogni giorno – ci racconta Hayyan, volontario della Mezzaluna Rossa Siriana – Pazienti dissanguati sui pavimenti, sale operatorie sovraffollate, medici e infermieri costretti a decidere chi avrebbe potuto vivere e chi sarebbe dovuto morire».

L’ospedale è stato bombardato almeno tredici volte fino a quando è stato gravemente danneggiato nel mese di ottobre.

Oggi come molti ospedali, l’M10 è stato sostituito da edifici identificati da una mezzaluna rossa. Nelle strade del centro storico, al disegno della mezzaluna rossa si associano lunghe file di attesa. File che hanno l’aspetto di un timido ritorno alla normalità.

Il Manifesto 12/01/2017 “La speranza di Aleppo” di Federica Iezzi

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RIFUGIATI. Dall’Africa all’Europa: un anno in fuga

Nena News Agency – 20/12/2016

Nel 2016 quasi 171mila migranti sono arrivati nel Vecchio Continente dai Paesi africani, 360mila gli arrivi totali. Scappano da guerre civili e nazioni ridotte alla fame

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Idomeni – Dal villaggio greco di Idomeni i rifugiati hanno lasciato la Grecia per entrare nella Repubblica di Macedonia

di Federica Iezzi

Roma, 30 dicembre 2016, Nena News – Dall’ultimo rapporto diffuso dalle Nazioni Unite, il numero di migranti provenienti da Paesi africani che annega nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa ha raggiunto il picco di 5.000. Poco meno di 3.800 il numero di morti nel 2015. Quasi 360.000 i migranti entrati in Europa via mare quest’anno, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, arrivi concentrati in Italia e Grecia.

Il numero di migranti entrati in Italia dal continente africano ha toccato livello massimi quest’anno, sfiorando i 171.000. Su questa strada, secondo i dati dell’agenzia dell’ONU per i rifugiati, i principali Paesi di provenienza dei rifugiati sono Nigeria (15%), Gambia (10%), Somalia (9%), Costa d’Avorio, Eritrea e Guinea (8% ciascuno) e Senegal (7%). E più di 176.000 sono i rifugiati ospitati in centri di accoglienza in tutto il Paese.

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Calais – Il più grande campo di migranti d’Europa, abitato da almeno 3.000 persone, evacuato con la forza pochi giorni fa

E cercare i rifugiati prima che diventino rifugiati è molto difficile. In luoghi come l’Eritrea e il Gambia, la gente lascia illegalmente il Paese. Il più grande flusso delle moderne migrazioni africane è traghettato ad imbuto da un singolo Paese: la Libia.

Famiglie, con bambini e anziani al seguito, provengono dai Paesi del sud e dalle loro guerre civili, che lasciano Nazioni intere in rovina, provengono dai Paesi militarizzati dell’est, provengono da miseria e arbitrari governi dell’ovest. Fuggono in massa da almeno una dozzina di Paesi diversi.

I migranti vittime del fuoco incrociato sono spesso usati come pedine nella lotta per il potere. Alcuni arrivano per scelta, altri con la forza. La Libia è la fine di mesi o addirittura anni di deserto. E’ la fine dell’Africa. E’ il sottile confine prima del mare aperto.

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Lampedusa – La rotta più pericolosa: attraversare il Mediterraneo rappresenta un rischio altissimo

Intercettare il flusso significherebbe tracciare la metà di un intero continente. Per raccontare il ruolo della Libia nella crisi migratoria, si deve partire dall’instabilità lasciata da Mu’ammar Gheddafi e dal vuoto di potere della lotta tra fazioni. In questo contesto sociale le reti di contrabbando hanno prosperato, fino a creare un pianificato mercato lucrativo. Ciascun migrante arriva a pagare fino a 2.400 dollari per il viaggio dalla costa del Nord Africa verso l’Europa.

Di fatto 1.100 miglia del Paese sono diventate un confine aperto senza le forze governative di monitoraggio. L’Unione Europea nel 2008 ha sottoscritto un accordo con l’ex dittatore libico, accettando di pagare 500 milioni di dollari in cambio di uno stretto controllo sul confine. Obiettivo: no migranti. 5 miliardi in 20 anni fu il pacchetto finanziario destinato a correggere gli errori del colonialismo.

A differenza dei milioni di rifugiati provenienti dal Medio Oriente, i migranti che attraversano la Libia lo fanno in mezzo a una complessa rete di forze che hanno sradicato intere generazioni. Per anni, vaste regioni dell’Africa sub-sahariana sono state inghiottite da squallore e povertà estrema, schiacciate sotto il dominio di governi oppressivi, catturate da gruppi fondamentalisti. Il collegamento con trafficanti senza scrupoli, venditori di un passaggio sicuro verso una nuova vita, era tutto d’un tratto rappresentato solo da una telefonata.

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Macedonia – La rotta dei rifugiati, dal mare continua sul confine tra Macedonia e Serbia

Tombe senza nome. E’ questo che è diventato il punto più insidioso del Mediterraneo, in cui le sponde settentrionali della Libia si collegano alla serie di isole che circondano la costa italiana. Le autorità europee hanno cercato di reprimere la ‘blackdoor per l’Europa’ con rimpatri, sequestri, arresti, ma una nuova traballante versione sostituisce sempre la precedente e i viaggi non si arrestano.

Il piano della Commissione Europea sarebbe quello di ampliare il programma di rimpatrio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, con un accento particolare su Libia, Mali e Niger. Inoltre prevedrebbe l’assistenza a circa 24.000 migranti bloccati per essere rimpatriati e la fornitura di un riparo temporaneo agli almeno 60.000 migranti dispersi lungo le rotte di migrazione.

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Mar Mediterraneo – Dal 2000 al 2013 sono morti più di 23mila migranti nel tentativo di raggiungere l’Europa via mare

La pressione migratoria dall’Africa si prevede continui a crescere nei prossimi anni. Gli esempi del 2016 sono stati cruciali, tra muri di cinta e filo spinato per segnare il confine di un Paese, a chiusura delle frontiere e passaggi senza nessuna umanità. A poche miglia a sud da Calais appare la giungla dei campi non ufficiali che ospita almeno 7.000 migranti, provenienti per lo più dai Paesi africani. Stesso discorso vale per Idomeni, in Grecia, parte della cosiddetta “rotta balcanica”, che i migranti hanno attraversato per giungere nei Paesi del Nord Europa.

E ancora i campi profughi in Grecia. Attraverso la rotta dei Balcani, più di un milione di migranti ha oltrepassato i confini europei. La storia è sempre la stessa, campi originariamente concepiti per poche centinaia, alla fine arrivano ad accogliere migliaia di migranti in spazi angusti e senza servizi. Nena News

Nena News Agency “RIFUGIATI. Dall’Africa all’Europa: un anno in fuga” di Federica Iezzi

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SIRIA. Ospedali al collasso ad Aleppo Est

Nena News Agency – 19/12/2016

Secondo fonti sanitarie, non ci sono più bombole di ossigeno disponibili e tutte le forniture e le scorte si stanno esaurendo. Sono almeno 400 le persone gravemente ferite o malate che necessitano l’evacuazione immediata. Scarseggia il cibo

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di Federica Iezzi

Roma, 19 dicembre 2016, Nena News – Sono ancora insufficienti gli sforzi per garantire l’accesso alle Nazioni Unite al fine di fornire assistenza umanitaria ad Aleppo. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, almeno 4,9 milioni di persone vivono in zone assediate o difficili da raggiungere nel territorio siriano.

E’ iniziata una lenta evacuazione dei feriti di Aleppo, grazie a un fragile accordo fra forze governative e forze di opposizione. Il primo convoglio della Mezzaluna Rossa siriana tra giovedì e venerdì scorso ha trasferito circa 9.000 tra civili e miliziani feriti fuori da Aleppo. Sabato le attività si erano temporaneamente fermate per un presunto non rispetto dell’accordo di tregua e sono riprese lentamente nelle ultime ore. Invece appaiono ancora difficoltose le attività di rifornimento degli ospedali e le attività di assistenza ai 40.000 civili (secondo alcune fonti sarebbero molti di meno) rimasti nei quartieri orientali della città riconquistati nei giorni scorsi dalle forze governative siriane.

In questi mesi non sono state risparmiate le strutture sanitarie nella zona est di Aleppo. Gli ospedali di Aleppo, dicono fonti dell’opposizione, sarebbero stati bombardati in più di 30 attacchi separati. Fornire cure mediche è molto complicato. Ci sono solo piccole cliniche che stanno cercando di far fronte a centinaia di feriti che i pochi medici rimasti non possono fare nulla per aiutare concretamente.

Fonti sanitarie di Aleppo Est affermano che non ci sono bombole di ossigeno disponibili e che tutte le forniture e le scorte si stanno esaurendo. Non esistono più né unità di terapia intensiva, né reparti, né pronto soccorso. Si lavora nei corridoi, nei sottoscala, sotto tettoie all’aperto. Non ci sono veicoli per trasportare i feriti né carburante, alcuni sono trasportati su carri. Non c’è nemmeno più il tempo per segnalare e contare le vittime.

Degli otto ospedali funzionanti ad Aleppo est, oggi l’unico ospedale aperto è un edificio profondamente ferito, è un edificio dai corridoi intrisi dal colore e dall’odore del sangue. Testimoni ci hanno riferito che urla e grida riempiono le sue stanze. Gran parte della zona circostante è stata distrutta. Il personale sanitario lotta con attrezzature danneggiate, mancanza di spazio per i feriti e una quantità insufficiente di forniture. La maggior parte dei pazienti è a terra. Non c’è spazio per camminare.

Scarseggiano cibo e medicine. La gente rimasta mangia fagioli bianchi schiacciati con il grano. I costi dei prodotti alimentari sono alle stelle, un chilo di farina costa venti dollari, uno di zucchero 13 dollari. Il pane è razionato: solo cinque fette per famiglia. Non ci sono più le verdure.

Per questo le autorità governative siriane e i gruppi armati di opposizione devono immediatamente e senza condizioni facilitare la consegna degli aiuti umanitari nella zona est di Aleppo: questo il disperato appello di Human Rights Watch. Secondo l’organizzazione non governativa internazionale, migliaia di sfollati sopravvivono stipati nei vicoli e negli edifici vuoti dei quartieri ad est della città. Sono almeno 400 le persone gravemente ferite o malate che necessitano l’evacuazione immediata.

Le organizzazioni umanitarie parlano di fame, malnutrizione, freddo, malattie, mancanza di acqua potabile e forniture mediche. L’offensiva ha spostato decine di migliaia di persone. Molte di loro hanno lasciato l’Aleppo orientale, altre sono state trasferite all’interno della parte occidentale della città.

Secondo fonti dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, centinaia di civili sono stati bloccati da gruppi di opposizione armati mentre tentavano di fuggire da violenze e rappresaglie. Non diverso il comportamento dell’esercito governativo che avrebbe colpito civili sospettati di sostenere i gruppi armati di opposizione. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Ospedali al collasso ad Aleppo Est” di Federica Iezzi

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SUD SUDAN. Human Rights Watch ‘L’ONU non ha protetto i civili dagli attacchi’

Nena News Agency – 18/11/2016

Un rapporto dell’organizzazione denuncia la missione di pace delle Nazioni Unite perché non sarebbero intervenute a Juba durante tre giorni di aggressioni e abusi da parte delle truppe governative

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di Federica Iezzi

Juba (Sud Sudan), 18 novembre 2016, Nena News – Secondo un rapporto di Human Rights Watch, la missione di pace delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS) non è riuscita a proteggere centinaia di civili da violenze, stupri e morte, durante i tre giorni di intensi combattimenti a Juba, avvenuti nello scorso mese di luglio.

Il crollo della fragile tregua tra il presidente sud-sudanese, Salva Kiir, e il leader dell’opposizione Riek Machar, ha comportato episodi di estrema violenza nel più giovane tra i Paesi africani. In quei giorni, durante un attacco da parte delle truppe governative in un campo profughi, vicino la sede UNMISS a Juba, hanno perso la vita 73 persone, di cui 20 sotto la protezione delle Nazioni Unite. Sono stati uccisi anche due componenti delle forze di peacekeeping dell’ONU, decine i feriti.

I civili sono stati sottoposti dai soldati armati del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan a gravi violazioni dei diritti umani, tra cui attacchi indiscriminati, intimidazioni, minacce, torture, violenza sessuale. Per contro, il portavoce dell’esercito governativo Lul Ruai Koang ha definito prematura la conclusione sulla responsabilità diretta del suo esercito, pur non negando l’attacco.

Secondo una dichiarazione di Human Rights Watch le forze di pace non sarebbero intervenute al di fuori delle basi militari per proteggere i civili sotto imminente minaccia. Stesso discorso per l’ambasciata degli Stati Uniti che ha ricevuto richieste di aiuto simili a quelle pervenute alle forze UNMISS durante l’attacco. Non ha risposto alle ripetute richieste di assistenza.

Secondo il report, le forze di pace UNMISS non operavano sotto un comando unificato, con conseguenti conflitti di ordini sui quattro contingenti di truppe impegnati, provenienti da Cina, Etiopia, Nepal e India.

A più di tre mesi dall’ultima crisi, i caschi blu dell’UNMISS continuano a non effettuare operazioni di pattugliamento regolari al di fuori dei campi rifugiati. Anche nello scorso mese di febbraio nella base ONU di Malakal, a nord del Paese, che ospitava 47mila sfollati, soldati governativi sono entrati nel campo uccidendo 30 civili e ferendone più di 120. Sono state inoltre bruciate sistematicamente le aree che ospitavano civili provenienti da gruppi etnici pro-opposizione.

Gli stessi disagi etnici tra i gruppi Shilluk, Dinka e Nuer hanno esacerbato gli attacchi. In quell’occasione, è stata criticata la riluttanza a usare la forza per proteggere i civili, da parte dei caschi blu dell’UNMISS. Questi sono solo gli ultimi episodi. Già nell’aprile 2014, il sito ONU a Bor era stato attaccato, causando la morte di circa 50 civili. Il rapporto della commissione di inchiesta di quell’incidente ad oggi non è ancora definito. E il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva deciso per il rimpatrio immediato dei peacekeeper che non erano riusciti a rispondere in modo efficace alla violenza.

Dopo il conflitto scoppiato nel dicembre del 2013, più di due milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, tra cui i circa 200mila civili rifugiati in sei basi delle Nazioni Unite. Nei tre anni di conflitto, il governo del Sud Sudan ha regolarmente consentito l’impunità per violenze e omicidi.

Sono in corso indagini indipendenti da parte delle Nazioni Unite per il fallimento dei compiti delle sue forze di pace in Sud Sudan. Il Consiglio di Sicurezza ha inoltre autorizzato in una delle ultime risoluzioni, sostenuta dagli Stati Uniti, l’invio a Juba di ulteriori 4mila caschi blu per proteggere i civili. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. Human Rights Watch: L’ONU non ha protetto i civili dagli attacchi” di Federica Iezzi

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SUD SUDAN. Il campo profughi di Yida: l’anormale via alla normalità

Nena News Agency – 11/08/2016

Nato come insediamento spontaneo nel 2011, ha scuole, asili, un mercato e una clinica. Ma cibo e acqua scarseggiano, mentre le bombe di al-Bashir gli piovono addosso

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di Federica Iezzi

Juba (Sud Sudan), 11 agosto 2016, Nena News – Sono 60.288 nel campo rifugiati di Yida. Siamo nello stato di Unity, nel Sud Sudan settentrionale a 12 chilometri dal confine con il Sudan. Insieme ai campi di Yusuf Batil, Doro e Jamam, Yida è stato per oltre quattro anni la casa dei profughi provenienti dalle regioni di Nuba Mountains e Blue Nile, fuggiti dalle violenze e dagli orrori che si sono verificati nel vicino sud Kordofan sudanese.

L’ingresso a Yida è polveroso. Le dita delle centinaia di bambini stringono i fili di ferro delle reti metalliche che separano il campo dal territorio desertico attorno. Illuminati da una sola lampadina, grandi blocchi di terreno con servizi igienici, sono diventati la casa di centinaia di rifugiati.

L’audacia di indossare infradito in terreni infestati dagli scorpioni. Il dono di dormire con dignità durante i lunghi viaggi sconnessi. La noncuranza per il ronzio delle mosche sulle latrine. Ecco il popolo di Yida. Dove doccia significa acqua fredda da un secchio sopra la testa.

Ci sono asili, una scuola secondaria e quattro scuole elementari a Yida. L’istruzione è gratuita. C’è un mercato e strade interne. La distribuzione di cibo da parte delle agenzie umanitarie avviene ogni mese, ma le razioni bastano appena per 5-6 giorni alle numerose famiglie. E l’acqua arriva solo da cinque pozzi costruiti negli anni. L’assistenza sanitaria è affidata a una clinica di base che fa riferimento per i casi più gravi al Pariang County Hospital, nell’omonima circoscrizione.

I residenti di Yida sono comprensibilmente diffidenti nei confronti della delocalizzazione. A parlare è il passato. Nel 2012, l’UNHCR ha disposto il trasferimento di 30.000 abitanti di Yida nel campo profughi di Nyeli, palude invivibile dopo inondazioni preannunciate. Solo un anno più tardi i civili erano di nuovo senza una casa.

Nato come un insediamento spontaneo, bombardamenti deliberati dal governo di al-Bashir hanno costellato la vita del campo di Yida dal 2011: almeno 2.000 bombe sganciate nel 2015. Comunità internazionale e Nazioni Unite appoggiano la politica del dittatore intoccabile sudanese, accusato dalla Corte Penale Internazionale di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Darfur. Le motivazioni? Il campo non ha un ufficiale riconoscimento e al suo interno ci sarebbe la presenza di elementi armati.

Gli scontri in Kordofan hanno assunto dimensioni critiche nello stesso periodo dell’indipendenza del Sud Sudan, dopo l’offensiva condotta dal governo di Khartoum contro i ribelli Nuba, raccolti sotto la sigla del Movimento Popolare di Liberazione Sudanese-Nord (SPLA-N), supportati da fazioni militari del Sudan del Sud. Il governo sudanese ha sempre accusato l’esercito di Salva Kiir di supportare i gruppi ribelli nel territorio sud-sudanese. Da questo le pressioni nella chiusura, che continuano ad arrivare dal presidente sudanese Omar Hasan Ahmad al-Bashir.

Ora l’UNHCR sta lentamente pianificando lo spostamento dei rifugiati di Yida presso altri campi, tra cui Ajuong Thok e Pamir, a poco più di 10 chilometri dal confine tra Sudan e Sud Sudan. E attualmente 42.374 civili sono stati distribuiti a Ajuong Thok e Pamir. Sta anche potenziando i programmi educativi a Ajuong Thok. Ma già molte persone si lamentano delle strutture scolastiche: le aule sono così piene che gli studenti non sono in grado nemmeno di vedere l’insegnante.

Sono stati assegnati terreni agricoli agli abitanti di Ajuong Thok ma l’insicurezza e le tensioni con le comunità locali, non permettono nè una buona semina né un adeguato raccolto. La vicinanza di Ajuong Thok e Pamir a Liri, zona a nord di entrambi i siti, che ospita militari del Sudanese Armed Forces (SAF), tribù arabe nomadi e ribelli dell’SPLA, non rende la zona accessibile ai civili in fuga. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. Il campo profughi di Yida: l’anormale via alla normalità” di Federica Iezzi

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Emergenza Sud Sudan

Il Manifesto – 04 agosto 2016

REPORTAGE – Guerra civile. A cinque anni esatti dall’indipendenza, il Paese è travolto dalla violenza. Lo scontro tra dinka e nuer continua a mietere vittime e crea milioni di sfollati. Solo nell’ultimo mese in 60mila sono scappati oltre confine

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di Federica Iezzi

Juba (Sud Sudan) – Ancora violenza in Sud Sudan. Violenza inaudita esplosa negli stessi giorni in cui il Paese si apprestava a festeggiare il quinto anniversario dell’indipendenza.

Alier solo due anni continua a gridare senza sosta durante la medicazione al braccio ferito da un proiettile. Siamo nella clinica all’aperto, allestita ai piedi della cattedrale di Santa Teresa, al centro della capitale Juba.

Con carenza di personale, mancanza di risorse, tra cui elettricità e acqua corrente, gli ospedali sud sudanesi sono al limite della sopravvivenza.

La guerra civile che imperversa nel Paese è legata ai disordini etnici tra la maggioranza Dinka e il popolo Nuer, iniziati nel dicembre del 2013. Da allora ha ucciso decine di migliaia di persone, ha creato tre milioni di sfollati e quattro milioni di denutriti.

Una fragile tregua si è affacciata nella vita del Sud Sudan con un falso accordo di pace firmato lo scorso agosto. Mai guarita la rivalità tra il clan del presidente Salva Kiir e quello del suo vice Rieck Machar, appoggiato da Khartoum.

Una raffica di proiettili ha lasciato nel Paese in queste ultime settimane più di 270 cadaveri ma, secondo le prime stime delle Nazioni Unite, le perdite potrebbero essere maggiori. Quasi 52mila nuovi rifugiati hanno raggiunto nell’ultimo mese la confinante Uganda, che ha già ridotto le pratiche di autorizzazione di asilo.

Il dramma degli sfollati

Fori di proiettili, vetri fracassati, calcestruzzo macchiato di sangue. Più di 36.000 profughi riversati nelle strade di Juba e almeno 7.000 accolti nella base Tomping delle Nazioni Unite. I camion d’acqua non sono in grado di fornire i carichi giornalieri necessari. Saccheggiati i magazzini del Programma Alimentare Mondiale. È così che si sveglia ogni giorno Juba.

A Malakal, nel sud, la situazione non è differente dal resto del Paese. Nyandeng, solo 17 anni e già mamma di due figli, ci racconta che tutte le strade sono perpetuamente pattugliate dai soldati governativi del Sudan People’s Liberation Army (SPLA), partito politico separatista, fondato in Sudan negli anni ’80, come gruppo armato per l’indipendenza del Sudan del Sud.

Almeno 17.000 rifugiati vivono in circa 45 acri di terra cotta dal sole. Un muro di cinta di filo spinato avvolge gli alloggi ricavati da lenzuola e coperte. Si dividono gli spazi con i serbatoi d’acqua e le latrine. Il tutto pattugliato dalle forze di pace UNMISS (Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica del Sud Sudan).

Ad abitare il campo sono principalmente civili della tribù Nuer, stessa etnia di Riek Machar. Al di fuori della recinzione i Dinka di Salva Kiir.

I soldati di Kiir

«Il governo ha sempre negato che i Nuer sono stati presi di mira per attacchi di vendetta», ci dice Mabior, un uomo di forse 40 anni che ne dimostra almeno 60 «Ma nelle strade i poliziotti ti chiedono in lingua dinka, se sei un dinka».

E chi non è dinka? Picchiati con il calcio dei fucili, bendati e costretti a salire su grossi camion in direzione della più vicina stazione di polizia.

«I soldati di Kiir entrano di notte nelle case dei Nuer», continua Mabior. «Ci hanno rubato tutto. Le case, i vestiti, le storie, le vite. Io vivevo nel quartiere di Gudele, a Juba. Poco più di due settimane fa un commando di soldati ha buttato giù la porta della nostra casa mentre dormivamo. L’aria era riempita da colpi di pistola e urla e le torce luminose trafiggevano il buio pesto della notte. Alcune capanne erano state già date alle fiamme e il fumo nero riempiva i polmoni. Da allora le nostre vite sono diventate un inferno». Mabior, con moglie e cinque figli, è stato buttato nel campo rifugiati di Ajuong Thok, non molto lontano dalla città di Bentiu, nella parte settentrionale del Sud Sudan. «Le forniture di cibo e acqua delle Nazioni Unite non sempre raggiungono tutti», ci spiega mentre il sole tramonta e l’ultima luce del giorno svanisce.

Oggi la famiglia di Mabior vive in una capanna di forma quadrata. I figli aiutano nelle faccende quotidiane e si prendono cura degli anziani del campo, come fanno centinaia di altri bambini. La moglie cucina le razioni di cibo distribuite dal Programma Alimentare Mondiale: frittelle di farina, riso, fagioli. Ci dice: «Dipendiamo da altre persone per tutto e non si sa mai cosa sta per accadere».

La polvere è ovunque. I canti riempiono l’aria e commuove la condivisione della musica, a dispetto delle cose orribili che tutti sono stati costretti ad attraversare. Sulle strade sterrate rosse del mercato in Ajuong Thok, non mancano racconti attorno ad un infuso con zenzero, cardamomo e cannella.

Tra i banchi di scuola

L’unica scuola si trova nel vicino campo profughi di Yida. La mattina presto, più di 2.000 studenti si riversano nella scuola elementare Yousif Kuwa. Tra questi c’è Anna, la figlia di Mabior «Voglio diventare un dottore da grande ma se non studio come faccio?», ci fa vedere i suoi disegni del corpo umano ricopiati da vecchi libri. «Ci sono tante malattie e non si può perdere tempo, bisogna studiarle tutte e capire se ne arriveranno altre». Ha appena 10 anni.

La scuola ha preso il nome da un famoso comandante del movimento ribelle Spla, che ora controlla ampie fasce dei monti Nuba e combatte le forze del governo di Khartoum. Per questo, secondo il presidente sudanese al-Bashir, rappresenterebbe una sicura base dei ribelli e per questo lo stesso presidente spinge la Comunità Internazionale allo smantellamento, alla chiusura e all’abbandono dei suoi 70.000 residenti.

Gli insegnanti a Yousif Kuwa sono volontari. Gli studenti ogni mattina portano lattine vuote di olio di mais che utilizzano come sedie, tra teli e bastoni. Anna ci racconta che è difficile seguire le lezioni, i maestri sono troppo pochi. E spesso sono semplicemente ragazzi che hanno iniziato e poi abbandonato l’università.

Migliaia di persone continuano a spostarsi e a fuggire dalle battaglie tribali di una Nazione che non trova pace. Nonostante un cessate il fuoco temporaneo che sembra tenere, molti sono ancora troppo spaventati per tornare a casa.

Achan, madre di tre ragazzini, ha lasciato la sua casa dopo vetri distrutti da colpi di arma da fuoco e spari nel cortile. Teme di rientrare nella casa dove è nata e vissuta «Adesso sanno che lì vivono Nuer. Sanno i nostri nomi». Achan mentre fa mangiare il più piccolo dei suoi figli, Gatbel, ci racconta di spari e urla, dell’obbligo di abbandonare le proprie case, di soldati con divise e scarponi che ti spingevano fuori dai quartieri residenziali. Achan e la sua famiglia sono tra i più di 2,4 milioni di sud sudanesi senza casa a causa di guerra, fame o povertà.

«Ormai crescere in campi come questo è diventato un modo di vita in Sud Sudan», dice Achan. Gatbel segue un programma gestito dalla Croce Rossa Internazionale per la malnutrizione, nell’unico ospedale da campo dell’area. Il pavimento è sporco, pochi farmaci, pochi strumenti, poco personale. Anemie e polmoniti sono le conseguenze più disastrose della malnutrizione.

Manca il cibo

Dall’inizio dell’anno, più di 100.000 bambini sono stati trattati per malnutrizione grave, soprattutto nelle regioni di Equatoria Orientale e Bahr el-Ghazal occidentale, dato in aumento del 150% rispetto al 2014. Secondo Fao, Unicef e Programma Alimentare Mondiale, almeno 4,8 milioni di persone in Sud Sudan, oltre un terzo della popolazione, si troverà ad affrontare gravi carenze alimentari nei prossimi mesi: «Mancano le infrastrutture. Istruzione, sanità e servizi sociali sono scadenti». Gli effetti della guerra sulle zone di scontri sono chiari: villaggi svuotati, campi abbandonati, scuole e cliniche bombardate.

Achan torna a raccontare e si sofferma su come vivevano prima degli ultimi scontri: «Avevamo un pezzetto di terra, così abbiamo provato a seminare mais, sorgo e arachidi. È arrivata la pioggia e i raccolti sono stati buoni. Abbiamo mangiato nonostante non ci fosse lavoro». Ci confessa che non sarebbe mai scappata dalla sua casa per la fame, avrebbe trovato un modo per andare avanti. Ma per la guerra sì, è scappata. Più di 125.000 civili come lei, hanno lasciato il Sud Sudan nei primi quattro mesi del 2016 per Sudan, Kenya, Repubblica Democratica del Congo e Uganda.

Il padre di Achan, ci racconta lei «era in cura nel Juba Teaching Hospital per un problema renale cronico». Era diventato troppo pericoloso per lui fare ogni mese un viaggio di cinque giorni dal suo villaggio, così è stato obbligato a interrompere le terapie. «Il Sud Sudan sta diventando una crisi dimenticata».

Il Manifesto 04/08/2016 “Emergenza Sud Sudan” di Federica Iezzi

Nena News Agency “AFRICA. Emergenza Sud Sudan” di Federica Iezzi

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