8 MARZO. FOTO. Il cammino delle donne in Africa e Medio Oriente

Nena News Agency – 08/03/2018

Federica Iezzi ci porta in giro in Paesi dove le donne, affrontando ostacoli e problemi, molto spesso la lotta per la sopravvivenza, hanno accettato la sfida per la conquista dei diritti e della libertà

di Federica Iezzi

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Kenya – Nadine è la spina dorsale dello sviluppo dell’economia rurale nel distretto di Laikipia, in Kenya. La produzione agricola della sua piccola farm è un gioiello in una terra arida e infruttuosa. Instancabile, percorre ogni giorno lunghe distanze per trasportare acqua e raccogliere legna da ardere. I costumi sociali le hanno imposto per anni una limitazione alla partecipazione nei processi decisionali dell’attività agricola che porta avanti nella sua terra. Oggi è lei la regina indiscussa di un progetto agricolo autosostenibile.

La percentuale femminile di lavoro nella produzione agricola kenyana è salita al 40%. Rimane una lotta perpetua in una povertà ciclica. Le sfide storiche relative alla proprietà terriera in generale lasciano le donne in svantaggio. Gli studi condotti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, mostrano costantemente che le donne controllano meno terra e fanno molto meno ricorso a tecnologie. Si stima che se le donne avessero lo stesso accesso alle risorse in tutto il mondo, i loro rendimenti potrebbero aumentare fino al 30%, determinando una riduzione del sostentamento alimentare.

Asmara, Eritrea

Eritrea – L’Eritrea offre l’opportunità di studiare un movimento rivoluzionario moderno e di successo che ha fatto molto affidamento sui contributi delle donne sia come personale di supporto che come soldati di prima linea. Che ruolo hanno avuto le donne nell’indipendenza dell’Eritrea e quale ruolo giocano attualmente? Che ruolo gioca l’inclusione femminile nel creare una società civile? E in che modo l’aspetto generazionale del servizio militare femminile ha influenzato la percezione generale della donna?

A questo risponde la voce delle donne eritree. Oppresse da un servizio militare obbligatorio, comprensivo di addestramento, dall’età di 18 anni, che si estende spesso per decenni, non possono pianificare studi e vita sociale.

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Siria – Chi vorrebbe essere una donna ad Aleppo? La popolazione femminile della seconda città siriana si è trovata minacciata sia dagli omicidi dello Stato Islamico che dagli alleati russi del presidente, Bashar al-Assad.

Sta nuovamente cambiando l’aspetto di Aleppo. La frenetica ricostruzione su un territorio ancora pericolante tiene impegnati gli occhi occidentali.

La storia delle donne che hanno scelto di non andarsene non la racconta mai nessuno. Sono loro che rimangono, contro ogni aspettativa, per aiutare la città a sopravvivere. Sono state costrette ad affrontare ripetuti attacchi e tentativi di assassinio.

Le loro parole spezzano l’aria ‘Mi manca la mia vecchia vita. Mi manca cucinare e pulire casa per la mia famiglia’. Molte mamme temono perfino di mandare i loro figli a scuola. E allora siedono fuori dagli edifici scolastici tutto il giorno mentre i figli sono dentro. E ti ripetono ‘Se l’aula viene colpita, almeno muoio con loro’

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Iraq – Per le donne e i loro bambini vivere da rifugiati può essere particolarmente dura. Le donne che sono separate dalle loro comunità e dalle loro famiglie sono spesso esposte a un rischio più elevato di sfruttamento. Il problema è ulteriormente esacerbato da una debole protezione legale e una scarsa consapevolezza delle donne dei loro diritti. Con poco o nessun reddito regolare, queste donne e i loro figli, inoltre, affrontano una povertà schiacciante.

E’ quello che accade tutti i giorni agli sfollati interni e ai rifugiati iraqeni. Da più di dici anni fuori dalle loro case, non riconoscono una quotidianità. Le donne insegnano nelle scuole, curano negli ospedali, ascoltano le violenze nei centri qualificati. Portano avanti famiglie e tradizioni.

Hargheisa, Somalia

Somalia – Mogadiscio è un inferno vivente per le donne che lottano per nutrire i loro figli in mezzo a guerra, siccità, carestia e totale devastazione.

La Somalia è spesso descritta come un Paese senza legge, inghiottito in un conflitto che perdura da 20 anni. Uno dei maggiori rischi per la vita delle donne non è la guerra, ma la nascita. Le possibilità di sopravvivenza per una donna diminuiscono considerevolmente durante una gravidanza, a causa dell’assente assistenza prenatale, di forniture mediche inesistenti, della mancanza di infrastrutture. Il rischio di morire in seguito al parto è di una donna su 14. Uno dei tassi più alti al mondo, secondo solo all’Afghanistan.

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Palestina – Striscia di Gaza – Tre generazioni di donne nella Striscia di Gaza, nonostante violenze e soprusi, riescono a trovare ancora un motivo per sorridere.

La maggior parte di queste donne non sono mai state fuori da Gaza. Immortalate nei loro momenti privati, hanno una vita incredibilmente ricca. Lavorano, vanno a scuola, hanno speranze e sogni, sull’inumano sfondo del suono degli F16.

Quando si pensa alla striscia di Gaza, si immagina solo un posto lacerato e distrutto dalla violenza, ma allontanando le lenti dai passati conflitti si trovano esempi di forza e resilienza femminile. Molte delle sfide che affrontano le donne sono universali. Ma quando sei una ragazza a Gaza, la tua esistenza è definita dai suoi confini politici, culturali, letterali e metaforici. Nena News

Nena News Agency “8 MARZO. FOTO. Il cammino delle donne in Africa e Medio Oriente” di Federica Iezzi

 

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MEDIO ORIENTE. Da rifugiate a spose bambine

Nena News Agency – 09/08/2017

In crescita esponenziale i matrimoni precoci che coinvolgono minorenni siriane fuggite dalla guerra. Dietro simili scelte, stanno povertà e miseria nei paesi di accoglienza

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di Federica Iezzi

Roma, 9 agosto 2017, Nena News – Il matrimonio tra adolescenti è in aumento tra i profughi siriani e le giovani ragazze rifugiate sono oggi il più pericoloso target. Sempre più spesso le famiglie rifugiate non hanno il diritto di lavorare nei paesi di accoglienza e, di fronte a situazioni economiche disperate, il matrimonio con rifugiati di lunga data, diventa una soluzione per ottenere un permesso di soggiorno e di lavoro.

Capofila nella lotta contro le ‘spose bambine’, Save the Children ha identificato Giordania e Libano come i paesi più colpiti da queste nuove pratiche. Turchia e Iraq in coda alla lista.

La storie si sovrappongono. Ragazzine che in Siria frequentavano regolarmente la scuola prima della guerra, che insanguina le strade da ormai sei anni, sono state obbligate ad abbandonare l’infanzia e a sposare cugini o parenti lontani, già parte delle comunità di rifugiati a Zaatari, a nord della Giordania, o nei 12 campi ufficiali libanesi.

Secondo uno studio del 2015 condotto dall’università francese di Saint-Joseph di Beirut, il 23% dei rifugiati siriani si è sposato. Più di un milione di siriani vive in Libano, e più della metà di loro sono figli. In Libano non esiste una legge statale che impedisca i matrimoni tra ragazzini.

In Giordania le cifre mostrano una curva crescente nel tempo. Nel 2011 il 12% dei matrimoni registrati ha coinvolto una ragazza di meno di 18 anni. Questa cifra è salita al 18% nel 2012, al 25% nel 2013 e al 32% all’inizio del 2014. Di tutti i matrimoni registrati in Giordania nel 2013, il 13% ha coinvolto una ragazza con età inferiore ai 18 anni, cifra che è rimasta relativamente consistente nel corso degli ultimi anni. Dunque più di 9.600 giovani ragazze sono state coinvolte in matrimoni precoci.

Il matrimonio tra adolescenti è sempre esistito nelle zone rurali siriane. Il 13% delle ragazze in Siria si sposa ancora prima dei 18 anni di età. L’età legale da matrimonio in Siria è fissato a 17 anni per le ragazze e a 18 per i ragazzi. Tuttavia, i leader religiosi sono nella veste di autorizzare eccezioni.

Ma la guerra ha fatto precipitare le cose. Povertà, disuguaglianza di genere e mancanza di istruzione sono le dirette cause dei matrimoni precoci. Con le famiglie che lottano per pochi dollari al giorno, giovani donne affrontano la prospettiva del matrimonio e della maternità in età molto giovane.

Per rendere le cose ancora peggiori, molti di questi matrimoni sono a breve termine e non vengono ufficialmente registrati, lasciando le ragazze con poca protezione per loro stesse e per i loro figli. Il divorzio per una donna nei campi profughi significa vergogna, additamento e stigmatizzazione senza via d’uscita.

Secondo la recente indagine dell’UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione), l’iscrizione scolastica è diminuita tra le ragazze adolescenti siriane in Giordania e Libano. All’età di 9 anni, oltre il 70% delle ragazze risulta iscritta a scuola, ma già dall’età di 16 anni la percentuale cala a meno del 17%. La scolarizzazione è direttamente correlata con il fenomeno delle ‘spose bambine’, infatti le ragazze con meno istruzione sono anche le più vulnerabili ai matrimoni precoci.

Il matrimonio poi con uomini giordani o libanesi conferisce a queste ragazze il diritto di rivendicare la cittadinanza, consentendo loro di fatto di lasciare gli insediamenti dei rifugiati. È ormai pratica comune utilizzare il matrimonio per ottenere visti d’ingresso per quasi tutti i Paesi del Medio Oriente. Nena News

Nena News Agency “MEDIO ORIENTE. Da rifugiate a spose bambine” di Federica Iezzi

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#SaveDinaAli, la donna saudita incarcerata per aver cercato la libertà

Nena News Agency – 02/05/2017

Dina Ali Lasloom in fuga verso l’Australia è stata arrestata a Manila durante uno scalo aereo e subito rimpatriata a Riyadh. Di lei non si sa più nulla. L’Arabia saudita continua a godere di impunità, nonostante le violazioni dei diritti umani, perché alleata dell’Occidente

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di Federica Iezzi

Roma, 2 maggio 2017, Nena NewsDa metà aprile l’hashtag #SaveDinaAli ha riempito gli spazi dei social network. Ma chi è Dina Ali Lasloom? E’ una giovane donna saudita di 24 anni che ha tentato la fuga in Australia per chiedere asilo politico, per sfuggire alle pesanti restrizioni imposte dalla sua famiglia, ed ora è in carcere a Riyadh “colpevole” di alcun reato se non quello di aver cercato la libertà.

Ad una donna saudita non è permesso viaggiare liberamente all’estero, nè sposarsi, lavorare o ottenere assistenza sanitaria, a causa del severo sistema di tutela maschile discriminatorio che è alla radice di molti abusi contro il genere femminile, in Arabia Saudita, Paese che continua a godere di impunità e immunità a causa della sua alleanza con l’Occidente.

Dina Ali Lasloom è stata arrestata in fuga a Manila, nelle Filippine, durante uno scalo aereo, ed è stata prontamente rimpatriata a Riyadh, nonostante la grande campagna condotta dal team di Amnesty International, impegnato nei Paesi del Golfo.

Le autorità filippine l’avrebbero trattenuta in regime di detenzione nel Ninoy Aquino International Airport di Manila, confiscandole il passaporto. L’ambasciata saudita a Manila ha confermato che la donna sarebbe ritornata in Arabia Saudita accompagnata dai suoi parenti, ma non ha fornito ulteriori informazioni.

Da quel momento non sia hanno più notizie di Dina Ali Lasloom. Si parla del suo trasferimento in una struttura di detenzione a Riyadh, la Correctional Facility for Women.

Tutto questo avviene, come una beffa, alla vigilia della folle decisione presa dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, di avere una rappresentanza saudita tra i 45 membri che costituiscono la Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne (UNCSW), l’organismo ONU più impegnato nella lotta per l’uguaglianza di genere. Nomina in netto contrasto con i dati diffusi dal Report sulla Disparità di Genere 2016, redatto dal Forum Economico Mondiale, in cui la monarchia del Golfo occupa la 141esima posizione su 144 per la questione ‘diritti femminili’.

Il sistema di tutela maschile saudita implica che la vita di una donna sia controllata da un parente maschile dalla nascita fino alla morte, il wali al-amr. Chi come Dina fugge dalla famiglia o dal Paese di appartenenza, deve affrontare la punizione riservata a chi lede l’onore familiare. La pena spesso si chiama delitto d’onore: un fenomeno antico quanto le società maschiliste, che viene nascosto, giustificato, tollerato e poco punito. Le autorità considerano queste questioni come ‘affare familiare’. Se la famiglia della donna accusata decide come punizione, la condanna a morte, non seguirà nessuna accusa ad alcun membro della famiglia.

Human Right Watch è il capofila della campagna per esortare il leader saudita, il re Salman Bin Abdulaziz, ad intervenire per assicurare un’adeguata protezione a Dina Ali Lasloom contro l’accusa e contro i trattamenti degradanti che ne derivano.

Il sequestro e la detenzione delle donne saudite non è inusuale: la teocrazia del regno detta che le donne debbano trascorrere tutta la loro vita sotto la tutela maschile. Chiunque disapprovi un matrimonio forzato o le mille altre restrizioni maschili viene redarguito duramente.

La razionalità teocratica per limitare il movimento delle donne, nasce da una visione distorta di un versetto del Corano, contenuto nella Sura IV An-Nisâ’, dedicata alle donne, il quale recita che gli uomini sono ‘protettori e manutentori delle donne’. Nel Corano viene usata la parola qawwamun, è il reale significato è quello di ‘prendersi cura’.

L’interpretazione wahabita-salafita dell’Arabia Saudita, costringe invece le donne ad essere di fatto prigioniere dei loro uomini.

Gli attivisti per i diritti delle donne in Arabia Saudita hanno più volte richiesto al governo di abolire il sistema di tutela maschile. La pratica della tutela maschile nelle sue molteplici forme compromette e, in alcuni casi, annulla una serie di diritti umani femminili, violando la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), che l’Arabia Saudita ha ratificato nel 2000. Nena News

Nena News Agency “#SaveDinaAli, la donna saudita incarcerata per aver cercato la libertà” di Federica Iezzi

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UNICEF. Un milione e mezzo di bambini rischiano la morte da malnutrizione

Nena News Agency – 22/04/2017

Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen soffrono gravissime carestie, dovute alla guerra ma con origini diverse: territori occupati da gruppi jihadisti, conflitti, errori della comunità internazionale, siccità, blocchi aerei

Sud Sudan

di Federica Iezzi

Roma, 22 aprile 2017, Nena News – I bambini. Sono sempre loro a pagare le conseguenze peggiori di guerre, carestie e disastri naturali in varie aree del mondo. In TV li vediamo spaventati, con gli occhi incavati e persi nel vuoto, spesso soli. Eppure il cosiddetto mondo sviluppato volge lo sguardo dall’altra parte e preferisce non sapere che più di un milione di neonati e bimbi rischiano realmente di morire di fame.

L’allarme arriva diretto dall’UNICEF. Almeno un milione e mezzo di bambini tra Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen, risultano a rischio di morte imminente da malnutrizione. E più di 20 milioni di persone si troveranno ad affrontare la fame nei prossimi sei mesi.

La grave catastrofe provocata da malnutrizione e carestia, che oggi stringe questi paesi, risulta in gran parte provocata dagli scorretti atteggiamenti umani. Un’azione più veloce è prerogativa irrinunciabile per non permettere che si ripeta la tragica carestia che colpì il Corno d’Africa nel 2011 e che solo in Somalia uccise 250mila persone.

Nello Yemen, dove la guerra ha imperversato per più di due anni, 462mila bambini soffrono di malnutrizione. Non ancora dichiarato lo stato di carestia, lo Yemen fa i conti con 27 milioni di persone nel limbo dell’insicurezza alimentare. Tre milioni di persone soffrono di malnutrizione acuta, di cui più di due milioni sono bambini.

Il destino per altri 500mila bambini è ancora peggiore: malnutrizione acuta grave. Secondo l’Unicef si è assistito ad un aumento del 200% rispetto al 2014. Anche prima del conflitto interno, lo Yemen era costretto a fronteggiare la difficoltà della fame cronica. Ma era un problema, per la maggior parte, gestibile, visto che le agenzie umanitarie riuscivano a muoversi per il paese con relativa facilità.

L’economia è ora in piena caduta libera, con l’80% delle famiglie in debito. Il costo del cibo è elevato visto che i ritardi e le cancellazioni di voli commerciali e viaggi con navi mercantili sono all’ordine del giorno.

Almeno 450mila bambini sono gravemente malnutriti nel nord-est della Nigeria, territorio minato dei jihadisti di Boko Haram, che non permettono ancora l’ingresso di convogli umanitari. La crisi nigeriana è una crisi sia di finanziamento che di accesso. L’emergenza è stata lenta a rivelare la sua vera dimensione. Boko Haram aveva il controllo di gran parte del nord-est fino al 2014 e poco si sapeva dei bisogni dei civili intrappolati in quelle zone. E le zone rurali ancora oggi rimangono inaccessibili. Inoltre rimane il problema dell’insicurezza alimentare dei 1,8 milioni di sfollati interni nei tre stati del nord-est di Adamawa, Borno e Yobe.

La siccità in Somalia ha lasciato 185mila bambini sull’orlo della fame, cifra destinata a salire fatalmente. Anche qui, si osservano reazioni al rallentatore da parte della Comunità Internazionale. Vaste aree del Paese in cui la crisi alimentare tocca livelli preoccupanti e dove i guerriglieri di al-Shabab sono l’autorità de facto, sono classificate come ‘no-go zone’ per quasi tutte le agenzie umanitarie, a cui viene negato il permesso di accesso e di lavoro.

In Sud Sudan oltre 270mila bambini sono malnutriti. Già invocato da ONU e governo locale lo stato di carestia in alcune zone a nord del paese, in cui vivono più di 20mila bambini. Il paese è un mosaico sconcertante di gruppi armati, tra le fazioni ribelli, l’esercito e le milizie governative. E tutte le parti sembra si siano impegnate in uccisioni di massa a sfondo etnico. E le uniche scelte in mano alle agenzie umanitarie sono state le misure straordinarie negli interventi, spesso senza un programma concreto alle spalle.

Attualmente le aree a rischio di fame potrebbero avere una possibilità di scongiurare una catastrofe, se l’accesso umanitario rimanesse protetto e rispettato, secondo una dichiarazione dell’UNOCHA.

Sono già in programma visite da parte degli ambasciatori del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel nord della Nigeria, in Camerun, Ciad e Niger, con il fine comune di evitare il ripetersi di una delle più gravi carestie di sempre, che colpì l’Etiopia nei primi anni ‘80. Dopo anni di siccità consecutivi, la dittatura militare di Mengistu, ha visto morire di stenti più di un milione di civili.

E in quegli anni l’attenzione della comunità internazionale si concentrò sull’impedire spedizioni di aiuti umanitari nelle aree controllate dai ribelli, che condusse definitivamente l’Etiopia al baratro.

Più di tre decenni più tardi, il rischio per Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen è il medesimo. Da cosa è sorretto il rischio? La risposta più semplice è il conflitto, che accomuna le storie dei quattro Paesi. Queste quattro carestie hanno somiglianze ma origini diverse. Diverse traiettorie. E le esigenze di conseguenza sono differenti.

Evitare una catastrofe umanitaria è solo una parte della battaglia. Ideare una strategia di risposta corretta e assicurare l’accesso necessario in zone dove la guerra entra complessa e frammentaria sono la vera sfida.

L’assistenza di emergenza aiuta solo se le persone che possono accedervi. Molto maggiore dovrebbe essere l’accento sulle contrattazioni diplomatiche nell’impegno della risoluzione dei conflitti, alcuni dei quali trascinati per anni, e per i quali qualsiasi metodo di assistenza umanitaria non risulta altro che un palliativo. Nena News

Nena News Agency “UNICEF. Un milione e mezzo di bambini rischiano la morte da malnutrizione” di Federica Iezzi

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Cresce l’AIDS in Medio Oriente e Nord Africa

Nena News Agency – 03 dicembre 2014

Secondo gli ultimi dati del Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV, sono 230.000 le persone che vivono con l’HIV nei 21 paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Questi tassi di nuove infezioni sono in proporzione i più alti nel mondo

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di Federica Iezzi

Roma, 3 dicembre 2014, Nena NewsL’epidemia di AIDS è in allarmante aumento in Medio Oriente, a livelli che in proporzione alla popolazione residente sono i più alti del mondo. Nel 2013, in Medio Oriente e Nord Africa 15.000 persone, contagiate dall’HIV, hanno perso la vita. Un aumento del 66% rispetto ai dati del 2005.  Questi dati sono stati riferiti da UNAIDS, in occasione della giornata internazionale della lotta all’AIDS.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi 35 milioni di persone convivono con l’AIDS. Dal 2011, ridotte le nuove infezioni da HIV del 38%. Più di un milione di neonati, sono rimasti sieropositivi, senza sviluppare l’AIDS, per la costante fornitura di farmaci antiretrovirali essenziali.

Durante la giornata mondiale contro l’AIDS, è stato annunciato che 13 milioni di persone sono in grado di accedere ai farmaci antiretrovirali, preziosa arma per combattere la battaglia contro il virus da immunodeficienza acquisita.

Ma ancora troppe persone non hanno accesso a servizi completi di trattamento e prevenzione. “Close the gap” è la campagna lanciata quest’anno dall’UNAIDS, con l’obiettivo audace di arginare l’infezione da HIV entro il 2030.

L’obbedienza all’Islam è stata per anni vista come migliore protezione all’epidemia in Medio Oriente. Epidemia concentrata su alcune categorie di uomini, dalla condotta e dalle pratiche socialmente e religiosamente intollerabili. Per cui se da un lato, in questi Paesi, il Ministero della Salute tenta di impegnarsi a non lasciare in ombra questa fetta di popolazione, dall’altro tutti cercano l’anonimato perchè, per le regole del Ministero degli Interni, si rischia la prigione.

Per Siria, Libano e Iraq, non si ha alcuna stima né dei tassi di incidenza e prevalenza della malattia, né dei nuovi contagi, né del numero effettivo di persone che ricevono un trattamento. La nuova inclinazione vede il virus dell’AIDS migrare assieme al flussi di profughi, tra Paesi limitrofi.

La terapia antiretrovirale nei Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa è disponibile solo per il 20% della popolazione.

Tunisia, Marocco, Libano e Algeria hanno iniziato dure e concrete campagne di sensibilizzazione e difesa dei diritti dei pazienti.

In Medio Oriente, solo l’11% dei bambini con l’AIDS ha accesso alle cure. Eccezione di Gibuti e Marocco, che forniscono assistenza al 20-40% di bambini malati.

Il vero flagello è proprio questo. Bambini malati di AIDS rimasti orfani. Si stima che 17,8 milioni di bambini sono orfani a causa dell’AIDS. Di questi, circa 15 milioni vive tra Africa e Medio Oriente.

Nel corso dell’ultimo decennio, la percentuale di bambini orfani a causa dell’AIDS è passata dal 3,5% al 32%. E i numeri sono destinati a crescere. Senza supporto familiare e programmi di cura e protezione, la vita di strada è la soluzione per molti orfani. Crollano i tassi di istruzione a causa dell’emarginazione. E spesso il futuro è quello degli abusi, dello sfruttamento e dei traumi psicologici.Nena News

Nena News Agency “Cresce l’AIDS in Medio Oriente e Nord Africa” – di Federica Iezzi

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Abdel Basset Sayda: assicurare aiuti continui a combattenti kurdi

Nena News Agency – 30 ottobre 2014

 

INTERVISTA. Nato ad Amuda, nel governatorato di al-Hasakah, nel 1956, Abdulbaset Sieda (in curdo Abdel Basset Sayda), leader curdo siriano è stato in esilio in Svezia. Poi è tornato a combattere per l’autodeterminazione curda. Oggi a devastare la sua terra è lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) 

 

Abdulbaset Sieda (cente) - Last leader of the Syrian National Council

Abdulbaset Sieda (cente) – Last leader of the Syrian National Council

di Federica Iezzi

 

Quali sono gli ultimi aggiornamenti da Kobane?

L’attuale situazione a Kobane è molto grave. L’ISIS ormai da più di un mese assale barbaramente interi quartieri della città, per ottenerne il completo controllo. Allo stesso tempo, sopravvive l’insistenza da parte dei combattenti dell’Unità di Protezione Popolare, di opporsi fino all’ultimo respiro. I raid aerei della coalizione internazionale, condotti nei giorni scorsi, sono risultati in incursioni di successo su strategici siti Daash (in arabo lo Stato Islamico, ndt). Questo ha contribuito notevolmente ad impedire l’avanzata su Kobane dei combattenti jihadisti. E in molti luoghi addirittura si è assistito ad una loro ritirata. Kobane è attualmente il simbolo dei curdi siriani. La caduta della città potrebbe avere come conseguenza diretta, il convincimento popolare della mancanza di serietà della campagna internazionale contro il terrorismo. I combattenti curdi dell’YPG, che stanno difendendo la città ormai da settimane, hanno mostrato una resistenza eroica e stabile. Continua intanto il desiderio di molti giovani curdi di unirsi alle fila dell’Unità di Protezione Popolare.

 

Molti combattenti si sono uniti alla YPG, dopo l’inizio dell’offensiva su Kobane. Cosa si aspetta il popolo curdo dalla coalizione internazionale?

Confidiamo anche negli attacchi aerei della coalizione internazional, per ottenere il ripiegamento dell’ISIS da Kobane. C’è ancora forte necessità di armamenti, munizioni, materiale logistico e forniture mediche. Tutto ciò dovrebbe essere assicurato ai combattenti curdi continuativamente.

 

Cosa potrebbe realmente creare l’ISIS in Medio Oriente?

Lo Stato Islamico rappresenta un terrorista legittimo e brutale. Contraddice assolutamente il progetto di democrazia nazionale, per il quale più di tre anni fa scoppiò la guerra civile in Siria. L’ISIS non minaccia solo la Siria, ma l’intera regione mediorientale. In breve tempo, a subire il potere dell’ISIS, potrebbero essere Iraq, Libano e Turchia, a causa dei turbinosi rapporti con la politica interna, delle numerose e diverse etnie di cui è composta la popolazione. L’ISIS misura il suo vigore con la destabilizzazione di sicurezza e stabilità in un Paese. In questo caso di tutto il Medio Oriente. Uno degli effetti visibili al mondo è l’ondata di rifugiati verso l’Occidente. Legato a questo fenomeno, oggi iniziano a prendere forma e vita una serie di piccole operazioni di estremismo religioso, destinate a crescere, portate avanti proprio dai membri di quelle comunità strappate violentemente alla loro terra.

 

Parliamo della situazione di tutta la popolazione siriana, i più giovani, i più piccoli sono le prime vittime della guerra civile. Cosa pensa della condizione dei bambini costretti a lavorare?

Il fenomeno del lavoro minorile è fuori da ogni standard civile. I bambini che entrano nel mercato del lavoro, al fine di garantire il raggiungimento delle esigenze di una famiglia, sono forzatamente costretti ad abbandonare l’istruzione. Nello stesso tempo sono esposti a violenze psicologiche e fisiche, come risultato di azioni che non sono commisurate all’età. Il futuro più prossimo è quello della comparsa di una serie di mali sociali. Il fenomeno del lavoro minorile inoltre acuisce il già alto tasso di disoccupazione. E molti dei giovani disoccupati iniziano a spendere il loro tempo nelle reti di gruppi estremisti.

 

Molte scuole siriane sono state danneggiate dagli scontri interni, altre vengono oggi usate come sistemazioni per i rifugiati interni siriani. Pensa che la mancanza di un organizzato sistema di istruzione, incoraggi il lavoro minorile?

L’istruzione in Siria non può attualmente raggiungere tutti gli studenti, a causa della distruzione di un gran numero di edifici scolastici. Gran parte degli edifici rimasti in piedi si sono trasformati in rifugi per gli sfollati, fenomeno che porta ad aggravare, già l’enorme problema. Fornire istruzione a questi bambini è importante, ma non sufficiente. L’allarme potrebbe essere arginato agevolando l’attività lavorativa dei genitori e consentendo loro di ottenere i requisiti di base per vivere e per mandare i figli a scuola.

 

Ci sono milioni di siriani che vivono come rifugiati nei Paesi limitrofi? Sono davvero sfruttati e sottopagati?

I rifugiati siriani che vivono nei paesi confinanti con la Siria, sopportano una vera tragedia a causa delle dure condizioni di asilo. A questo si aggiungono le inclinazioni negative che iniziano ad emergere da parte dei cittadini dei Paesi limitrofi, verso i rifugiati siriani. I rifugiati siriani sono costretti allo sfruttamento come conseguenza di un lavoro abusivo, non regolarizzato. E i salari sono sproporzionatamente inferiori, rispetto ai duri sforzi che stanno vivendo.

 

Pensa che un giorno i rifugiati siriani possano tornare nella loro terra e vivere una vita senza guerra?

Questa guerra deve finire, non importa come e quando. Si deve lavorare ad una soluzione politica. E qualsiasi soluzione non sarebbe corretta se non prendesse in considerazione la questione del ritorno dei profughi, consentendo loro di ripartire da zero nella loro vita quotidiana. Se le cose dovessero continuare in questo modo, il numero delle vittime crescerà esponenzialmente. E tutto questo sarebbe una rigida perdita per la Siria e per i siriani. Nena News

Nena News Agency 30 ottobre 2014 “Abdel Basset Sayda: assicurare aiuti continui a combattenti kurdi” – di Federica Iezzi

 

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Il virus MERS fa paura in Medio Oriente

Nena News Agency – 24 aprile 2014

E’ la Sindrome Respiratoria Medio-Orientale da coronavirus. 253 casi nella sola penisola arabica e registrati già i primi 10 casi in Europa 

 

 

di Federica Iezzi

 

Virus MERS

Virus MERS

Roma, 24 aprile 2014, Nena News – C’è confusione e paura in Medio Oriente per la nuova ondata di infezioni dovuta ad un virus della  stessa famiglia di quello della temuta SARS (Sindrome Acuta Respiratoria Grave).  Con oltre 8000 casi di contagio nel 2003, di cui il 9% sfociato in decessi, la SARS è oggi controllata magistralmente grazie al lavoro della rete di medici e ricercatori messi a disposizione  dall’OMS. La variante mediorientale della SARS oggi si chiama MERS (Sindrome Respiratoria Medio-Orientale). L’inedito agente patogeno non ha alcuna relazione con nessun altro coronavirus  identificato prima d’ora ed ha un tasso di mortalità che si avvicina al 50%. Le prime propagazioni, dai contorni poco chiari, si allargarono a macchia d’olio, a partire da Guangdong in Cina, tra il novembre del 2002 e il luglio del 2006, mietendo circa 800 vittime.

Il focolaio epidemico nasce a Jeddah, in Arabia Saudita. Inizialmente è stato maggiormente concentrato nelle regioni orientali della penisola arabica, oggi è diffuso su più aree. Attualmente 253 sono i casi di infezione confermati dai laboratori dell’OMS. 93 i decessi. Solo nell’ultima settimana, si sono contate 49 nuove infezioni. E sono stati registrati anche i primi 10 casi in Europa. L’ultimo in Grecia, 6 giorni fa, in un settantenne, di ritorno da Dubai. La Grecia così si unisce a Regno Unito, Francia e Italia, nella lista di Paesi Europei in cui sono stati registrati casi di MERS. Altri casi in Giordania, in Tunisia, in Malesia e nei territori lambiti dalle acque del Golfo Persico, quali Kuwait, Qatar, Oman.

Il virus della MERS dà sintomi simili a quelli di un comunissimo raffreddore, è invece responsabile di cruente polmoniti virali, che necessitano di periodi di quarantena. Dalla Columbia University arrivò la notizia che i pipistrelli potevano essere il vettore del coronavirus. Dai Paesi Bassi invece l’annuncio che il serbatorio del virus della MERS potrebbero essere i dromedari. Non esistono evidenze di trasmissione intracomunitaria.

L’OMS incoraggia il Medioriente a continuare sorveglianza, misure di prevenzione e controllo delle infezioni respiratorie acute. Il governo dell’Arabia Saudita dice di avere la situazione sotto controllo. Il numero di casi registrati non è ancora tale da poter parlare di epidemia. Nena News

 

Nena News Agency – “Il virus MERS fa paura in Medio Oriente” – di Federica Iezzi

 

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