REPORTAGE. Il campo tossico dove l’Europa scorda i migranti

Il Manifesto – 24 settembre 2019

REPORTAGE. Muri e migrazioni. A Vucjak, in Bosnia, si sopravvive senza assistenza, tra rifiuti e mine anti-uomo: il campo si trova sopra una vecchia discarica, l’acqua non è potabile e la terra, mai bonificata, è intrisa di veleni. E chi tenta la fuga in Croazia trova la polizia e il suo ‘gioco’: cibo confiscato e zaini dati alle fiamme

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Bosnia-Herzegovina – Vučjak refugees camp (photo credit Renato Ferrantini per One Life ONLUS)

di Federica Iezzi

Sarajevo – Nascosto tra le cime boscose del monte Plješevica e circondato da zone ancora minate delle guerre jugoslave, il campo rifugiati di Vucjak, nella Bosnia nord-occidentale, è una prova scioccante della crisi che si è abbattuta contro la porta di servizio dell’Unione europea. Le Nazioni unite hanno recentemente descritto questo campo, a pochi chilometri dal confine spinato croato, come del tutto inadeguato ad accogliere civili.

UNICO CAMPO in cui non sono presenti le grandi organizzazioni non-governative internazionali, è ufficialmente gestito dalla municipalità della cittadina di Bihac. E sotto-affidata, non ufficialmente, ai volontari della Croce Rossa locale di Bihac.

È sorto dopo che le autorità della Bosnia e i governi municipali del Cantone di Una-Sana, hanno deciso che i migranti non potevano più rimanere negli spazi pubblici o negli edifici abbandonati, entro i limiti della città.
Plastica, vetro, vecchi vestiti ormai diventati stracci, copertoni di gomme usate giacciono sul terreno contaminato.

Si tratta di resti tossici del passato. Il campo si trova sul sito di una vecchia discarica, in attività solo fino a qualche anno fa. Le condizioni sono terribilmente preoccupanti. La sopravvivenza è legata all’acqua non potabile, alla terra intrisa di anni di veleni, al solo lavoro dei volontari.

ALMENO UN MIGLIAIO di migranti sono ammassati in questo inferno. Provengono da Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, Pakistan. L’accesso all’acqua è ridotto a dieci ore al giorno, non esiste un approvvigionamento idrico permanente.

Vucjak fa eco all’inumanità del campo profughi di Calais in Francia del nord e all’abietta inazione dei governi europei. La mancanza di infrastrutture di base e servizi igienico-sanitari a Vucjak viola profondamente le norme minime stabilite dai canoni delle Nazioni unite.

Nel bel mezzo del campo, un’enorme mappa mostra la posizione dei campi minati locali. Ogni giorno, più volte al giorno, camionette della polizia bosniaca riversano su Vucjak migranti che sono fuori dai circuiti dei centri di accoglienza temporanei, quelli dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni.

Come cani randagi, vengono scaricati in mezzo al campo, dopo aver aperto il portellone posteriore del furgone, sigillato da uno sfolgorante lucchetto. È strettamente proibito riprendere queste scene, non ci sono fotografie, video o materiali propagandistici, ma è una pratica che va avanti indisturbatamente.

Nonostante l’ingiustizia umanitaria, non sono le mine antiuomo, le condizioni precarie di salute o la mancanza di servizi igienico-sanitari che i migranti raccontano. Raccontano le violenze «passive» della polizia di confine. Nelle ultime settimane c’è un nuovo gioco che usa la polizia croata: rastrellare e bruciare cibo, vestiti, scarpe, zaini, telefoni dei ragazzi che tentano il game.

Nella programmazione dell’attraversamento del confine croato-bosniaco, si spendono circa 100 marchi (poco più di 50 euro) in generi alimentari, per lo più pane e derivati. Spesso quei 100 marchi rappresentano i risparmi di mesi, così bruciare il cibo diventa un segnale di terribile spietatezza.

Emad è fuggito dalla Siria, con la moglie e il figlioletto di appena due anni. Ha tentato il game ma l’hanno rispedito nel Borici temporary reception center della città di Bihac, derubandolo di tutto. Mentre lo staff medico dell’associazione italiana One Life Onlus visita il figlio, Emad ci porge una busta di plastica con un telefono all’interno. Ci chiede se lo vogliamo comprare, così con quei soldi può provare di nuovo ad attraversare il confine con la Croazia. È straziante. Non ci sono parole.

DAL GENNAIO 2018, quasi 36mila migranti sono entrati in Bosnia, rimanendo intrappolati tra le politiche europee, progettate per ridurre gli attraversamenti irregolari, e la situazione di stallo politico in Bosnia, che di fatto impedisce alle autorità locali di fornire protezione.

Dalla Turchia e dalla Grecia, sono due le principali vie di passaggio per la Bosnia: una attraversa la Macedonia del nord e la Serbia, l’altra attraversa l’Albania e il Montenegro.

In piedi nel campo di Vucjak, tra una folla di corpi maltrattati e ossa rotte, ci si trova di fronte alle feroci conseguenze della geopolitica europea. Nel cinico sforzo del governo croato di dimostrare di avere le carte in regola per aderire all’area Schengen di libera circolazione, il Paese respinge i migranti senza seguire le adeguate procedure di asilo.

IL VIAGGIO DI GULRAIZ inizia a Kunduz, in Afghanistan. Facciamo fatica a guadagnare la sua fiducia. La solitudine che accompagna i migranti è invalicabile. Sorridono, ma gli occhi sono vuoti. Mese dopo mese camminano senza alcun riposo e senza alcun appoggio. Si viaggia insieme ad amici di circostanza, a meri compagni di percorso.

Per un marco ha ricaricato il suo prezioso e vecchio telefono a Vucjak. Dopo qualche racconto, ci mostra sul telefono la mappa che userà per tentare il game partendo dal monte Plješevica, addentrandosi nel fitto bosco bosniaco, passando per la cittadina bosniaca di Šturlic, fino ad arrivare agli anelati cartelli del granicni prelaz, il valico di frontiera. Un firmamento di punti rossi, di luoghi, di coordinate, di passi compaiono sulla funzione ‘satellite’ di Google Maps.

Ci ferma un biondo poliziotto bosniaco. Camicia chiusa fino all’ultimo bottone, aria spavalda e bieche gambe di piombo. Ci prende i documenti. Cerca di intimorirci segnando i nostri nomi su un taccuino spiegazzato, senza darci alcuna spiegazione.

Il favoreggiamento all’immigrazione clandestina ha un confine sottile. Siamo costretti ad allontanarci. Lo facciamo con l’immagine negli occhi della mappa satellitare di Gulraiz, con le mani segnate da un viaggio inumano di Abdurahman che con ago e filo riparava il suo zaino, con gli occhi sgranati dall’incertezza dei ragazzi che non hanno un badge per il ’5 stelle’ dei centri di accoglienza temporanei.

Lasciamo la Bosnia con l’immagine di Ibrahim, poco più di tre anni, che segue camminando il suo papà, imitandolo con le braccia piegate all’indietro.

Il Manifesto ‘Il campo tossico dove l’Europa scorda i migranti’ di Federica Iezzi

Standard

GAZA. Dopo le bombe il Wafa Hospital si ricostruisce

Nena News Agency – 03/08/2016

A due anni dall’operazione Margine Protettivo, nel quale fu distrutto dai raid israeliani, l’ospedale di Shujaiyyah prova a tornare alla normalità. Intervista al direttore sanitario, dottor Alashi

°Nuova sede el-Wafa a al-Zahara

Al-Zahara (Gaza City) – Nuova sede dell’el-Wafa Rehabilitation Hospital

di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza), 03 agosto 2016, Nena News – Unico ospedale riabilitativo nella Striscia di Gaza, l’el-Wafa Rehabilitation Hospital ha accolto senza sosta anziani, lungodegenti, malati, pazienti con gravi disabilità mentali e neurologiche, paraplegici e paralitici, per più di vent’anni, nel quartiere di Shujaiyya‬, a est di Gaza City.

Colpito duramente in passato da un’ostinata serie di pesanti attacchi aerei e di terra, durante le operazioni militari israeliane Piombo Fuso (2008-2009), Pilastro di Difesa (2012) e Margine Protettivo (2014), l’el-Wafa soffre ancora una grossa carenza di materiale medico e chirurgico. L’assedio nella Striscia di Gaza non permette l’ingresso di farmaci per terapie croniche, gas medicali, strumentazione sanitaria e pezzi di ricambio per equipaggiamenti danneggiati.

Durante l’ultima offensiva israeliana, a seguito di tre diversi attacchi, la struttura sanitaria è stata totalmente rasa al suolo. I raid aerei israeliani sull’ospedale sono stati mirati e precisi. Alle ufficiali e reiterate richieste di spiegazione‬, da parte dell’amministrazione della struttura sanitaria, non sono mai arrivate risposte dalle autorità israeliane.

Ancora oggi, dopo due anni, del decennale lavoro dell’el-Wafa a Shujaiyya non rimangono che vecchi fogli di terapie, coperti dalle macerie. All’ospedale è stata affidata dal Ministero della Sanità palestinese una nuova sede, nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City.

Abbiamo incontrato e intervistato il direttore generale dell’el-Wafa hospital, dr Basman Alashi.

°Fig.1 - Dr Basman Alashi nell'el-Wafa hospital

Il dr Basman Alashi nell’el-Wafa Hospital

In che modo le autorità israeliane giustificano gli attacchi e la distruzione completa dell’el-Wafa hospital?

Le autorità israeliane hanno usato due storie diverse per giustificare la totale demolizione della struttura ospedaliera.

Primo, l’esercito israeliano ha coperto l’attacco, pubblicando immagini satellitari dell’aerea del bombardamento e contrassegnando come el-Wafa, un edificio che di fatto era la sede del Right to Life Society. Nelle stesse foto satellitari le autorità israeliane hanno etichettato, senza alcun riscontro, aree adiacenti l’el-Wafa, come siti di partenza di razzi M75, da parte del braccio armato di Hamas.

°Fig.2 - Errore IDF

Il target erroneo dell’aviazione militare israeliana

Secondo, un video distribuito dall’esercito ha cercato di raccontare i bombardamenti, ma le riprese comprendevano immagini di un attacco simile all’el-Wafa, avvenuto nel 2008-2009, durante l’operazione militare israeliana sulla Striscia di Gaza ‘Piombo Fuso’.

°Fig.4 Bombardamenti dell'IDF.jpg

Bombardamenti dell’IDF sull’el-Wafa Hospital

Il 17 luglio 2014 durante la notte, l’esercito israeliano ha costretto il personale ospedaliero e i pazienti ad evacuare l’ospedale mentre era sotto attacco. Abbiamo evacuato e bloccato l’intero ospedale per proteggere gli edifici e le attrezzature. Da quel momento l’ospedale è rimasto sotto la completa sorveglianza e il totale controllo dell’esercito israeliano. La sicurezza e la salvaguardia di di edifici e materiale erano nelle loro mani. Nonostante le affermazioni fuorvianti e le infondate accuse della presenza di militanti palestinesi in aree adiacenti, l’esercito israeliano ha continuato a colpire l’ospedale e, infine, ha raso al suolo tutti e quattro gli edifici il 23 luglio 2014.

L’el-Wafa hospital, nel quartiere di Shujaiyya, era in una posizione strategica. A soli pochi chilometri dalla linea di confine tra Striscia di Gaza e Territori Palestinesi Occupati. E’ facile pensare che l’eliminazione fisica della costruzione avrebbe potuto aprire, nel corso dell’operazione Margine Protettivo, una via di passaggio delle truppe israeliane di terra. Qual è la sua opinione?

Credo che sia stato l’obiettivo principale dell’esercito. Hanno progettato meticolosamente l’attacco per impedire qualsiasi protesta da parte dei media. Hanno messo in piedi le storie del lancio dei razzi e dei colpi di arma da fuoco a partire dall’edificio ospedaliero, che hanno trasformato senza scrupolo in un centro di commando di Hamas. Sapevano bene che sarebbe stato difficile giustificare la distruzione di un ospedale noto, funzionante, con ottimi risultati clinici, esistente dal 1990.

Tutte false le giustificazioni e le ragioni raccontate, ma i media internazionali hanno rivolto lo sguardo altrove e hanno regalato a Israele per l’ennesima volta la licenza di uccidere. Il mondo dei media ha dato così il lasciapassare all’esercito israeliano: bombardare ospedali, uccidere civili innocenti e spezzare la vita di bambini nei Territori Palestinesi è consentito. E’ stato dato loro immunità e impunità.

Il periodo subito dopo il primo attacco aereo è stato un momento molto difficile: la paura e la preoccupazione dei pazienti, l’incerta evacuazione dell’ospedale. Quali sono i suoi ricordi di quei giorni?

Sono rimasto assolutamente scioccato durante il primo attacco, l’11 luglio 2014, alle 02:00 della notte. In quelle ore, abbiamo parlato con molte organizzazioni internazionali. Tutti ci hanno assicurato che il bombardamento dell’ospedale era stato un errore e non si sarebbe verificato di nuovo.

Durante la guerra, ho continuato a visitare e curare pazienti e fragili anziani. Ogni giorno e ogni notte ero profondamente preoccupato per la loro incolumità, così abbiamo deciso di spostare tutto il nostro lavoro sul primo piano dell’ospedale, per proteggere sia i pazienti sia il personale sanitario dai bombardamenti israeliani delle aree circostanti.

Non riuscivo né a capire né a credere come “l’esercito più morale del mondo” avesse potuto indirizzare bombe, granate, missili e razzi su malati, anziani e indifesi. Non riuscivo proprio a capire come una situazione del genere potesse ancora verificarsi lecitamente nel 2014.

Qual è stato il ruolo della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa durante il delicato intervento di evacuazione dei pazienti?

Abbiamo avuto continui contatti con la Croce Rossa durante il bombardamento dell’ospedale, contatti in cui è stato ribadito l’errore da parte dell’esercito israeliano di considerare come obiettivo militare l’el-Wafa. Tuttavia, gli attacchi aerei sull’ospedale non si sono fermati. Durante la giornata designata di evacuazione forzata, ho ricevuto chiamate da parte dello staff della Croce Rossa sul mio telefono personale. Queste le parole al telefono di Gail Corbett, delegata della Croce Rossa (nda infermiera inserita nei programmi di supporto della Croce Rossa neozelandese, nella Striscia di Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati): “Mr. Alashi, ho un messaggio per lei da parte dell’esercito israeliano. Quanto tempo è necessario per l’evacuazione completa dell’ospedale?”. La mia risposta ferma è stata che avevo bisogno di almeno due ore.

Dopo alcuni minuti, ho ricevuto una seconda chiamata con un secondo messaggio, sempre dalla stessa persona. Ha detto: “La massima autorità dell’esercito israeliano ha dato l’ordine di non sparare sull’el-Wafa, ma l’ordine non ha raggiunto in tempo il livello più basso dell’esercito”. Le ho chiesto “State aiutando Israele?”. Stavano ancora bombardando l’ospedale mentre parlavamo al telefono.

Il giorno successivo, abbiamo chiesto alla Croce Rossa di darci il permesso di portare via dall’ospedale alcuni farmaci e alcune attrezzature innovative e costose. La dura risposta è stata che non potevano aiutarci ad ottenere il permesso dall’esercito israeliano. La MezzaLuna Rossa gazawi è stata disponibile nella fornitura di farmaci di emergenza durante l’offensiva. Hanno contattato diverse organizzazioni internazionali e hanno contribuito alla campagna di sensibilizzazione con l’obiettivo di porre fine agli attacchi contro strutture sanitarie. Il loro sostegno comunque è stato limitato al funzionamento di quello che era rimasto dell’ospedale.

La sede temporanea dell’ospedale è attualmente nella zona di al-Zahara, nella periferia di Gaza City. Molti strumenti, attrezzature mediche e materiali sono stati persi. Cos’è cambiato nella vita dei vostri pazienti?

Durante i primi 12 mesi dalla distruzione dell’el-Wafa, tutto il nostro personale ospedaliero ha continuato il proprio lavoro con grande esperienza e profonda conoscenza delle sfide da combattere nel post-trauma. Uno dei miei operatori sanitari mi ha detto “Ci sentiamo come negli anni ’30. Possiamo usare solo le mani per trattare il post-trauma. Senza attrezzature mediche per la diagnosi e senza medicina per ridurre il dolore”. Oggi, con l’aiuto di organizzazioni donatrici, siamo stati in grado di riportare nell’ospedale molta dell’attrezzatura perduta.

Ci può dare una descrizione dello stato d’animo dei pazienti in quelle ore? C’è una storia speciale di un paziente che vuole condividere con noi?

La storia di una paziente potrebbe descrivere tutto. E’ quella di Ayah Abadan, una ragazza di 20 anni, con emiplegia. Ricorda il giorno in cui è stato evacuato l’ospedale: lei è stata portata via su un lenzuolo. Da allora, ogni notte, sente ancora i rumori delle esplosioni, i vetri rotti, le urla e la confusione. Ricorda tutti questi eventi. E il ricordo più terrificante è il vedere quello che accade intorno a te, ma non avere la capacità di muoverti. I suoi piedi avrebbero potuto bruciare nel fuoco dell’esplosione, mentre lei sarebbe rimasta seduta e incapace di allontanarsi. Tutte queste immagini sono oggi ferme e indelebili nella sua memoria.

Ayah guarda l’ospedale distrutto dietro di sé e chiede “E ora come faccio? Come può l’esercito israeliano colpire proprio noi, pazienti e anziani paralizzati?”. L’aggressione israeliana ha creato circostanze molto complesse e difficili da risolvere per pazienti legati ad una terapia cronica, per pazienti legati ad una cura insostituibile, per pazienti la cui sola speranza, non avendo la libertà di muoversi, era legata all’unico ospedale riabilitativo presente nella Striscia di Gaza. Ayah dice che Israele deve essere ritenuto responsabile davanti al Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi contro i palestinesi.

°Fig.5 - La paziente Ayah Abadan all'el-Wafa

La paziente Ayah Abadan all’el-Wafa Hospital

Qual è la situazione dei servizi periferici di fisioterapia? L’ultima guerra ha causato almeno 11.000 feriti e la metà di loro ha bisogno di cure riabilitative particolari. Come riuscite a gestire tutti loro come unico ospedale di riabilitazione nella Striscia di Gaza?

Dal momento in cui Israele ha distrutto l’unico ospedale riabilitativo a Gaza, nessuno era in grado di ottenere e seguire un percorso di fisioterapia e rieducazione medica adeguato. Molti pazienti sono stati costretti a rimanere semplicemente a casa. In più, alcune delle loro case erano invivibili a causa di estesi danneggiamenti, elemento che ha sicuramente determinato un peggioramento della prognosi. Subito dopo la guerra, abbiamo iniziato un intenso programma di riabilitazione medica a Rafah e Khan Younis e seguito oltre 11.000 pazienti a domicilio. A Gaza City, ci siamo trasferiti nella nostra posizione temporanea a al-Zahra, continuando a ricevere pazienti.

E per il futuro dell’el-Wafa? La vostra idea è quella di tornare a Gaza City. I fondi e le donazioni saranno sufficienti per ricostruire un nuovo ospedale con tutti i servizi medici?

Abbiamo deciso di non ricostruire l’ospedale nella stessa posizione a Gaza City, cioè vicino al confine con Israele o nella zona di Shujaiyya.
Molte organizzazioni internazionali ci stanno aiutando nei lenti processi di ricostruzione dell’ospedale. Abbiamo ricevuto un terreno di 4.000 metri quadrati nel centro di Gaza come sede del nuovo ospedale. L’Islamic Bank di Jeddah ha stanziato 1,4 milioni di dollari per la prima fase della ricostruzione e ha promesso di aggiungere più fondi alla seconda fase. Anche i medici europei hanno promesso finanziamenti per apparecchiature medicali da destinare al nostro nuovo ospedale.

Il futuro è pieno di speranza finché ci saranno persone come lei che permettono al mondo di conoscere, passando attraverso disagi e sopraffazioni. La distruzione dell’ospedale non sarà dimenticata e la giustizia alla fine avrà la sua vittoria. Nena News

Nena News Agency “GAZA. Dopo le bombe il Wafa Hospital si ricostruisce” di Federica Iezzi

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