GAZA. Dopo le bombe il Wafa Hospital si ricostruisce

Nena News Agency – 03/08/2016

A due anni dall’operazione Margine Protettivo, nel quale fu distrutto dai raid israeliani, l’ospedale di Shujaiyyah prova a tornare alla normalità. Intervista al direttore sanitario, dottor Alashi

°Nuova sede el-Wafa a al-Zahara

Al-Zahara (Gaza City) – Nuova sede dell’el-Wafa Rehabilitation Hospital

di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza), 03 agosto 2016, Nena News – Unico ospedale riabilitativo nella Striscia di Gaza, l’el-Wafa Rehabilitation Hospital ha accolto senza sosta anziani, lungodegenti, malati, pazienti con gravi disabilità mentali e neurologiche, paraplegici e paralitici, per più di vent’anni, nel quartiere di Shujaiyya‬, a est di Gaza City.

Colpito duramente in passato da un’ostinata serie di pesanti attacchi aerei e di terra, durante le operazioni militari israeliane Piombo Fuso (2008-2009), Pilastro di Difesa (2012) e Margine Protettivo (2014), l’el-Wafa soffre ancora una grossa carenza di materiale medico e chirurgico. L’assedio nella Striscia di Gaza non permette l’ingresso di farmaci per terapie croniche, gas medicali, strumentazione sanitaria e pezzi di ricambio per equipaggiamenti danneggiati.

Durante l’ultima offensiva israeliana, a seguito di tre diversi attacchi, la struttura sanitaria è stata totalmente rasa al suolo. I raid aerei israeliani sull’ospedale sono stati mirati e precisi. Alle ufficiali e reiterate richieste di spiegazione‬, da parte dell’amministrazione della struttura sanitaria, non sono mai arrivate risposte dalle autorità israeliane.

Ancora oggi, dopo due anni, del decennale lavoro dell’el-Wafa a Shujaiyya non rimangono che vecchi fogli di terapie, coperti dalle macerie. All’ospedale è stata affidata dal Ministero della Sanità palestinese una nuova sede, nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City.

Abbiamo incontrato e intervistato il direttore generale dell’el-Wafa hospital, dr Basman Alashi.

°Fig.1 - Dr Basman Alashi nell'el-Wafa hospital

Il dr Basman Alashi nell’el-Wafa Hospital

In che modo le autorità israeliane giustificano gli attacchi e la distruzione completa dell’el-Wafa hospital?

Le autorità israeliane hanno usato due storie diverse per giustificare la totale demolizione della struttura ospedaliera.

Primo, l’esercito israeliano ha coperto l’attacco, pubblicando immagini satellitari dell’aerea del bombardamento e contrassegnando come el-Wafa, un edificio che di fatto era la sede del Right to Life Society. Nelle stesse foto satellitari le autorità israeliane hanno etichettato, senza alcun riscontro, aree adiacenti l’el-Wafa, come siti di partenza di razzi M75, da parte del braccio armato di Hamas.

°Fig.2 - Errore IDF

Il target erroneo dell’aviazione militare israeliana

Secondo, un video distribuito dall’esercito ha cercato di raccontare i bombardamenti, ma le riprese comprendevano immagini di un attacco simile all’el-Wafa, avvenuto nel 2008-2009, durante l’operazione militare israeliana sulla Striscia di Gaza ‘Piombo Fuso’.

°Fig.4 Bombardamenti dell'IDF.jpg

Bombardamenti dell’IDF sull’el-Wafa Hospital

Il 17 luglio 2014 durante la notte, l’esercito israeliano ha costretto il personale ospedaliero e i pazienti ad evacuare l’ospedale mentre era sotto attacco. Abbiamo evacuato e bloccato l’intero ospedale per proteggere gli edifici e le attrezzature. Da quel momento l’ospedale è rimasto sotto la completa sorveglianza e il totale controllo dell’esercito israeliano. La sicurezza e la salvaguardia di di edifici e materiale erano nelle loro mani. Nonostante le affermazioni fuorvianti e le infondate accuse della presenza di militanti palestinesi in aree adiacenti, l’esercito israeliano ha continuato a colpire l’ospedale e, infine, ha raso al suolo tutti e quattro gli edifici il 23 luglio 2014.

L’el-Wafa hospital, nel quartiere di Shujaiyya, era in una posizione strategica. A soli pochi chilometri dalla linea di confine tra Striscia di Gaza e Territori Palestinesi Occupati. E’ facile pensare che l’eliminazione fisica della costruzione avrebbe potuto aprire, nel corso dell’operazione Margine Protettivo, una via di passaggio delle truppe israeliane di terra. Qual è la sua opinione?

Credo che sia stato l’obiettivo principale dell’esercito. Hanno progettato meticolosamente l’attacco per impedire qualsiasi protesta da parte dei media. Hanno messo in piedi le storie del lancio dei razzi e dei colpi di arma da fuoco a partire dall’edificio ospedaliero, che hanno trasformato senza scrupolo in un centro di commando di Hamas. Sapevano bene che sarebbe stato difficile giustificare la distruzione di un ospedale noto, funzionante, con ottimi risultati clinici, esistente dal 1990.

Tutte false le giustificazioni e le ragioni raccontate, ma i media internazionali hanno rivolto lo sguardo altrove e hanno regalato a Israele per l’ennesima volta la licenza di uccidere. Il mondo dei media ha dato così il lasciapassare all’esercito israeliano: bombardare ospedali, uccidere civili innocenti e spezzare la vita di bambini nei Territori Palestinesi è consentito. E’ stato dato loro immunità e impunità.

Il periodo subito dopo il primo attacco aereo è stato un momento molto difficile: la paura e la preoccupazione dei pazienti, l’incerta evacuazione dell’ospedale. Quali sono i suoi ricordi di quei giorni?

Sono rimasto assolutamente scioccato durante il primo attacco, l’11 luglio 2014, alle 02:00 della notte. In quelle ore, abbiamo parlato con molte organizzazioni internazionali. Tutti ci hanno assicurato che il bombardamento dell’ospedale era stato un errore e non si sarebbe verificato di nuovo.

Durante la guerra, ho continuato a visitare e curare pazienti e fragili anziani. Ogni giorno e ogni notte ero profondamente preoccupato per la loro incolumità, così abbiamo deciso di spostare tutto il nostro lavoro sul primo piano dell’ospedale, per proteggere sia i pazienti sia il personale sanitario dai bombardamenti israeliani delle aree circostanti.

Non riuscivo né a capire né a credere come “l’esercito più morale del mondo” avesse potuto indirizzare bombe, granate, missili e razzi su malati, anziani e indifesi. Non riuscivo proprio a capire come una situazione del genere potesse ancora verificarsi lecitamente nel 2014.

Qual è stato il ruolo della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa durante il delicato intervento di evacuazione dei pazienti?

Abbiamo avuto continui contatti con la Croce Rossa durante il bombardamento dell’ospedale, contatti in cui è stato ribadito l’errore da parte dell’esercito israeliano di considerare come obiettivo militare l’el-Wafa. Tuttavia, gli attacchi aerei sull’ospedale non si sono fermati. Durante la giornata designata di evacuazione forzata, ho ricevuto chiamate da parte dello staff della Croce Rossa sul mio telefono personale. Queste le parole al telefono di Gail Corbett, delegata della Croce Rossa (nda infermiera inserita nei programmi di supporto della Croce Rossa neozelandese, nella Striscia di Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati): “Mr. Alashi, ho un messaggio per lei da parte dell’esercito israeliano. Quanto tempo è necessario per l’evacuazione completa dell’ospedale?”. La mia risposta ferma è stata che avevo bisogno di almeno due ore.

Dopo alcuni minuti, ho ricevuto una seconda chiamata con un secondo messaggio, sempre dalla stessa persona. Ha detto: “La massima autorità dell’esercito israeliano ha dato l’ordine di non sparare sull’el-Wafa, ma l’ordine non ha raggiunto in tempo il livello più basso dell’esercito”. Le ho chiesto “State aiutando Israele?”. Stavano ancora bombardando l’ospedale mentre parlavamo al telefono.

Il giorno successivo, abbiamo chiesto alla Croce Rossa di darci il permesso di portare via dall’ospedale alcuni farmaci e alcune attrezzature innovative e costose. La dura risposta è stata che non potevano aiutarci ad ottenere il permesso dall’esercito israeliano. La MezzaLuna Rossa gazawi è stata disponibile nella fornitura di farmaci di emergenza durante l’offensiva. Hanno contattato diverse organizzazioni internazionali e hanno contribuito alla campagna di sensibilizzazione con l’obiettivo di porre fine agli attacchi contro strutture sanitarie. Il loro sostegno comunque è stato limitato al funzionamento di quello che era rimasto dell’ospedale.

La sede temporanea dell’ospedale è attualmente nella zona di al-Zahara, nella periferia di Gaza City. Molti strumenti, attrezzature mediche e materiali sono stati persi. Cos’è cambiato nella vita dei vostri pazienti?

Durante i primi 12 mesi dalla distruzione dell’el-Wafa, tutto il nostro personale ospedaliero ha continuato il proprio lavoro con grande esperienza e profonda conoscenza delle sfide da combattere nel post-trauma. Uno dei miei operatori sanitari mi ha detto “Ci sentiamo come negli anni ’30. Possiamo usare solo le mani per trattare il post-trauma. Senza attrezzature mediche per la diagnosi e senza medicina per ridurre il dolore”. Oggi, con l’aiuto di organizzazioni donatrici, siamo stati in grado di riportare nell’ospedale molta dell’attrezzatura perduta.

Ci può dare una descrizione dello stato d’animo dei pazienti in quelle ore? C’è una storia speciale di un paziente che vuole condividere con noi?

La storia di una paziente potrebbe descrivere tutto. E’ quella di Ayah Abadan, una ragazza di 20 anni, con emiplegia. Ricorda il giorno in cui è stato evacuato l’ospedale: lei è stata portata via su un lenzuolo. Da allora, ogni notte, sente ancora i rumori delle esplosioni, i vetri rotti, le urla e la confusione. Ricorda tutti questi eventi. E il ricordo più terrificante è il vedere quello che accade intorno a te, ma non avere la capacità di muoverti. I suoi piedi avrebbero potuto bruciare nel fuoco dell’esplosione, mentre lei sarebbe rimasta seduta e incapace di allontanarsi. Tutte queste immagini sono oggi ferme e indelebili nella sua memoria.

Ayah guarda l’ospedale distrutto dietro di sé e chiede “E ora come faccio? Come può l’esercito israeliano colpire proprio noi, pazienti e anziani paralizzati?”. L’aggressione israeliana ha creato circostanze molto complesse e difficili da risolvere per pazienti legati ad una terapia cronica, per pazienti legati ad una cura insostituibile, per pazienti la cui sola speranza, non avendo la libertà di muoversi, era legata all’unico ospedale riabilitativo presente nella Striscia di Gaza. Ayah dice che Israele deve essere ritenuto responsabile davanti al Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi contro i palestinesi.

°Fig.5 - La paziente Ayah Abadan all'el-Wafa

La paziente Ayah Abadan all’el-Wafa Hospital

Qual è la situazione dei servizi periferici di fisioterapia? L’ultima guerra ha causato almeno 11.000 feriti e la metà di loro ha bisogno di cure riabilitative particolari. Come riuscite a gestire tutti loro come unico ospedale di riabilitazione nella Striscia di Gaza?

Dal momento in cui Israele ha distrutto l’unico ospedale riabilitativo a Gaza, nessuno era in grado di ottenere e seguire un percorso di fisioterapia e rieducazione medica adeguato. Molti pazienti sono stati costretti a rimanere semplicemente a casa. In più, alcune delle loro case erano invivibili a causa di estesi danneggiamenti, elemento che ha sicuramente determinato un peggioramento della prognosi. Subito dopo la guerra, abbiamo iniziato un intenso programma di riabilitazione medica a Rafah e Khan Younis e seguito oltre 11.000 pazienti a domicilio. A Gaza City, ci siamo trasferiti nella nostra posizione temporanea a al-Zahra, continuando a ricevere pazienti.

E per il futuro dell’el-Wafa? La vostra idea è quella di tornare a Gaza City. I fondi e le donazioni saranno sufficienti per ricostruire un nuovo ospedale con tutti i servizi medici?

Abbiamo deciso di non ricostruire l’ospedale nella stessa posizione a Gaza City, cioè vicino al confine con Israele o nella zona di Shujaiyya.
Molte organizzazioni internazionali ci stanno aiutando nei lenti processi di ricostruzione dell’ospedale. Abbiamo ricevuto un terreno di 4.000 metri quadrati nel centro di Gaza come sede del nuovo ospedale. L’Islamic Bank di Jeddah ha stanziato 1,4 milioni di dollari per la prima fase della ricostruzione e ha promesso di aggiungere più fondi alla seconda fase. Anche i medici europei hanno promesso finanziamenti per apparecchiature medicali da destinare al nostro nuovo ospedale.

Il futuro è pieno di speranza finché ci saranno persone come lei che permettono al mondo di conoscere, passando attraverso disagi e sopraffazioni. La distruzione dell’ospedale non sarà dimenticata e la giustizia alla fine avrà la sua vittoria. Nena News

Nena News Agency “GAZA. Dopo le bombe il Wafa Hospital si ricostruisce” di Federica Iezzi

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GAZA. Tra embargo e monopolio

Nena News Agency – 15 gennaio 2015

Sotto la supervisione delle Nazioni Unite, da Kerem Abu Salem (Kerem Shalom), unico valico commerciale di accesso a sud della Striscia di Gaza, entrano esclusivamente materiali israeliani. Il blocco di Gaza è anche un grande affare per le imprese israeliane

Rafah (Striscia di Gaza) - Il valico di Kerem Abu Salem

Rafah (Striscia di Gaza) – Il valico di Kerem Abu Salem

Testo e foto di Federica Iezzi

Gaza City, 15 gennaio 2015, Nena News  Controllati dall’assedio israeliano e dall’omertoso appoggio egiziano, i quasi 2 milioni di abitanti della Striscia di Gaza non conoscono importazioni ed esportazioni che non passino per le rigide restrizioni imposte dal governo Netanyahu. Dal valico di Kerem Abu Salem (Kerem Shalom), si vedono sventolare la bandiera dell’Egitto, quella palestinese e, dai camion carichi di materiali, quella israeliana. Crocevia di merci, prodotti, combustibile, alimenti e acqua, tutti a rigorosissimo marchio israeliano, il valico di ingresso sulla Striscia, è calpestato dalle ruote di decine di autocarri ogni giorno.

Dunque gli abitanti di Gaza hanno poca scelta: comprare acqua israeliana o non comprarla. La bottiglia piccola costa uno shekel (21 centesimi di Euro), la bottiglia grande due shekel. Venti litri di acqua provenienti dalle stazioni di filtrazione, distrutte dall’esercito di Tel Aviv durante l’offensiva militare della scorsa estate (“Margine Protettivo”), costavano ai palestinesi esattamente come una bottiglia da mezzo litro.  Costi elevati in un quadro generale, in cui le famiglie  bisognose di Gaza ricevono, dal Ministero degli Affari Sociali, poco meno di 1000 shekel (210 Euro) ogni tre mesi. Molte persone raggiungono il luogo di lavoro a piedi, camminando per più di 15 chilometri, perché pagare 4 shekel per prendere un taxi collettivo, è una spesa troppo alta per l’economia di una famiglia. Trovare alternative ai prodotti israeliani è estremamente difficile. Dopo “Margine Protettivo”, di fatto impossibile. Si compra l’acqua con l’etichetta israeliana, trasportata dai camion israeliani.

Lo scorso ottobre, a poco più di un mese  dalla fine dell’ultima offensiva militare, è iniziata la sfilata di autoarticolati israeliani carichi di materiali da costruzione, diligentemente in fila per entrare nella Striscia di Gaza. La storia si è puntualmente ripetuta. Dopo  l’offensiva “Piombo Fuso” tra il 2008 e il 2009 fu lo stesso. Dopo quella nota come “Pilastro di Difesa” del 2012, fu lo stesso.

Sono entrate in quei giorni 600 tonnellate di cemento e ghiaia, camion carichi di ferro e di acciaio. Tutto materiale proveniente da Israele sottoposto ad un meccanismo di controllo attuato da rappresentanti delle Nazioni Unite. Garanzia perché i materiali non vengano consegnati a rappresentanti di Hamas, per la costruzione di nuovi tunnel. Garanzia, dice il governo Netanyahu, per la sicurezza dello Stato di Israele.

Oggi come in quei giorni i materiali da costruzione entrano all’ombra, si fa per dire, delle circa 18.000 case distrutte o severamente lesionate e le 32.150 parzialmente danneggiate. Cemento portland, calcestruzzo, cavi di acciaio, prodotti per isolamento termico e asfalto sono alcuni dei materiali che compaiono nella lista, redatta lo scorso anno dal Ministero della Difesa israeliano, il cui ingresso è proibito a Gaza. Un sacco di cemento da 50 kg che entra da Israele viene pagato dagli abitanti di Gaza 120 shekel. Quando il prezzo di mercato è di circa 7 dollari e mezzo.

Sotto il benestare delle Nazioni Unite, tra monopolio e embargo, i residenti di Gaza sono costretti ad acquistare i materiali di ricostruzione da fornitori israeliani designati: Nesher, Readymix e Hanson. Compagnie con sede a Tel Aviv e Ramat Gan, coinvolte peraltro nella costruzione di insediamenti illegali in Cisgiordania. Alternativa è aspettare il trasferimento dei materiali da costruzione che provengono, a prezzi esorbitanti, dal porto di Ashdod, per mezzo dell’unica società israeliana autorizzata la Taavura Holdings, tra l’altro di proprietà della Nesher.

L’unica magra consolazione per i lavoratori della Striscia di Gaza sarebbe l’esportazione dei prodotti agricoli e quelli della pesca, esclusivamente nella aree palestinesi della Cisgiordania, solo tramite società israeliane. Naturalmente i contadini palestinesi devono pagare per i cartoni e i contenitori prefabbricati israeliani e per il carburante utile al trasporto, prima che il processo di esportazione addirittura inizi. I prodotti alimentari non escono dalla Striscia da almeno cinque anni. Chili di merci vengono sistematicamente sequestrati e distrutti, sotto il pretesto che non soddisfano i criteri di Israele, causando enormi perdite ai commercianti palestinesi.

Ogni anno Gaza acquista da Israele il 90% di tutti i beni esteri presenti nella Striscia. Senza nessuna reciprocità. Prima di “Margine Protettivo”, si muoveva dalla Striscia appena il 2% di articoli palestinesi.

Gli agricoltori hanno difficoltà nella cura di frutta e verdura, perché mancano i fertilizzanti e quelli che arrivano attraverso Abu Salem, sono costosi. In più non entrano nella Striscia quelli con concentrazione di potassio superiore al 5%. Quindi la gente è obbligata a comprare la frutta e la verdura che arriva direttamente da coltivazioni israeliane. 10 shekel per due chili di frutta (l’equivalente di due euro). Il costo di un chilo di arance nel vicino Egitto, oscilla tra 1 e 2 egyptian pounds, l’equivalente di 20 centesimi di euro al massimo.

La maggior parte delle imprese manifatturiere è stata costretta alla chiusura a causa sia del divieto di esportare e sia della scarsità di importazioni di beni di consumo. Senza contare le tante fabbriche distrutte dai bombardamenti israeliani della scorsa estate. Non entrano a Gaza peraltro tessuti contenenti fibre di carbonio o tessuti di polietilene. Nena News

Nena News Agency “Gaza. tra embargo e monopolio” – di Federica Iezzi

“I camion di Kerem Abu Salem” – Reportage di Federica Iezzi

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FOTO. Gaza, le voci di Shujaiyya

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Nena News Agency – 05 gennaio 2015

A cinque mesi dai bombardamenti israeliani sul quartiere di Shujaiyya, le macerie delle centinaia di case sono ancora lì, sotto l’inverno della Striscia di Gaza

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testo e foto di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza), 5 gennaio 2015, Nena News – Khaled ci accompagna sui resti della sua casa. Tiene per mano Ahmed che gli ripete ad ogni passo “aspetta nonno”. Un po’ perchè ancora traumatizzato da tutte quelle macerie che hanno mangiato la sua bicicletta. Un po’ perchè a quattro anni non si riesce a tenere il passo di un adulto.

Ahmed custodisce ancora gelosamente tra le braccia l’orsetto di peluche, sporco di sangue e polvere, della sorellina. Pensa che sia andata via per fare un viaggio. Khaled ci racconta che la notte del 20 luglio, alle intimidazioni dell’esercito di Netanyhau, ai messaggi sui telefonini che invitavano energicamente i civili a lasciare il quartiere, i palestinesi di Shujaiyya hanno risposto con il rimanere nelle loro case. Il popolare quartiere di al-Shujaiyya, nella zona est di Gaza City, contava 92.000 abitanti. Sotto le macerie di quella notte, corpi senza vita, carbonizzati dai bombardamenti, schiacciati sotto grigi edifici distrutti, mutilati e insanguinati, sono stati ritrovati fino a un mese dopo il massacro.

72 le vittime in una sola notte, di cui 17 bambini. Oltre 200 i feriti. Più di 130.000 rimasti senza casa. L’esercito di Tel Aviv ha coordinato un’azione punitiva a Shujaiyya, dopo l’uccisione di alcuni suoi uomini. F-16, forze di terra e colpi di mortaio israeliani, con almeno 600 granate, hanno violato indiscriminatamente il quartiere, dichiarando che oltre 140 razzi di Hamas sarebbero partiti da dozzine di case già distrutte. I mezzi corazzati israeliani hanno fatto fuoco per impedire alla popolazione di rientrare nelle case.

Khaled ci mostra il quartiere devastato. Si immagina la distruzione ma non la desolazione. E’ un quartiere che non esiste più se non nei ricordi delle persone, negli oggetti che spuntano ancora tra quelle macerie dopo mesi, negli occhi dei bambini costretti ad andare a prendere acqua nelle cisterne e nel lavoro degli adulti che tentano di rimettere insieme i pezzi. Ci dice che ognuno degli abitanti qui ha perso amici o parenti. Ognuno di loro ha perso case e oggetti che ricordano la quotidianità. A Shujaiyya chi aiuta chi? Sono tutti nella stessa situazione.

Ci racconta che dopo una decina di giorni dal massacro, l’esercito israeliano, nonostante una tregua di quattro ore, ha iniziato a bombardare il mercato del quartiere. Mi chiede dignitosamente “Chi pensavano di uccidere nel mercato?”. Altri 17 abitanti di Shujaiyya hanno perso la vita, tra cui un giornalista e due paramedici. Non si tratta di razzi. Non si tratta di scudi umani o terrorismo o tunnel. Si tratta di un controllo permanente di Israele sulle vite dei palestinesi. Nella Striscia di Gaza c’è una carenza di cibo intermittente, che viene utilizzata per esercitare pressione sulla popolazione. La prima conseguenza del danneggiamento delle centrali elettriche è la carenza di acqua potabile. Punizioni collettive dell’incrollabile pluridecennale politica israeliana.

Khaled e Ahmed vivono in una tenda costruita con alluminio e plastica. Dentro: materassi, qualche coperta e un pentolino sempre caldo con il tè. Iniziano a pregare quando dal minareto viene annunciata la salat. La guerra li aveva spenti. Adesso le macerie odorano di cannonate e polvere. Ci dice Khaled che devono prepararsi all’inverno e alle piogge. Ahmed invece ci dice che la mamma, il papà e Amal, la sorellina, sono in un posto più caldo e torneranno quando arriverà la casa nuova in estate. Nena News

Nena News Agency “FOTO. Gaza, le voci di Shujaiyya” – di Federica Iezzi

“Gaza City”. Nel quartiere di Shujaiyya” – Reportage e immagini di Federica Iezzi

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Medio Oriente. Il Natale lontano

Nena News Agency – 26 dicembre 2014

Il Medio Oriente si prepara a vivere un nuovo Natale di  paura e sangue tra assedio israeliano, Stato Islamico e continui scontri tra i gruppi ribelli e il regime siriano 

A Kurdish refugee child from the Syrian town of Kobani walks in the rain in a camp in the southeastern town of Suruc

di Federica Iezzi

Erbil (Iraq), 26 dicembre 2014, Nena News – Nel quartiere cristiano di Ainkawa a Erbil, il Natale è segnato dalle tende  di plastica blu e bianche delle Nazioni Unite. Ormai sono le uniche case delle migliaia di famiglie di caldei cattolici che, per generazioni, hanno abitato questo lembo di Iraq. Prima dell’invasione degli Stati Uniti nel 2003, inizio di un conflitto settario che, feroce, continua ancora oggi, nelle montagne irachene viveva un milione di cristiani. Oggi  ne rimangono appena 250.000.

La comunità cristiana di Baghdad è stata totalmente annientata e la maggior parte dei cristiani scampati agli abusi, ai rapimenti e alle violenze, si è rifugiata nel nord dell’Iraq, a Mosul, e nella regione di Nineveh, nei villaggi di Quaraqosh, al-Qosh e Telkeff. E qui ha inizio una nuova lotta impari con i jihadisti dello Stato Islamico. I cristiani del quartiere di Karakus, a Mosul, hanno lasciato l’Iraq con i soli vestiti che avevano indosso.

La persecuzione delle minoranze religiose è stata il tratto distintivo dei combattenti dell’ISIS, che continuano l’avanzata senza sosta sui 100 mila chilometri quadrati da Aleppo, a nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq. Distrutte, incendiate e saccheggiate tutte le chiese. Parlare di Natale e di cristianesimo è proibito. Solo 100.000 cristiani hanno trovato rifugio nel Kurdistan iracheno.

In Siria rapimenti, torture, uccisioni di massa e decapitazioni tormentano da più di tre anni le vite delle minoranze religiose. Almeno 200.000 cristiani sono fuggiti dal conflitto interno siriano e oggi come profughi occupano tende o rifugi governativi, nei paesi limitrofi. Chi è rimasto in terra siriana, dove in passato vivevano più di 2 milioni di cristiani, ha trovato un riparo ad al-Hasakah, a nordest.

I cristiani del quartiere di Hamidiyeh, nella città di Homs assediata per più di due anni, questo Natale sono tornati a decorare strade, porte e balconi distrutti. In Majla Square, gli anziani del quartiere hanno costruito un presepe di macerie. Nell’Aleppo senza acqua, elettricità e gas si è celebrata la tradizionale messa di mezzanotte. Semplici preghiere di pace nella cattedrale Mariamita di Damasco.

Con poche ore di elettricità al giorno, luci di Natale spente adornano la Striscia di Gaza. Gli attacchi dell’esercito israeliano restano come un’ombra nei giorni duri degli abitanti di Gaza. Quest’anno, almeno 500 cristiani della Striscia hanno ottenuto il permesso di entrare in Cisgiordania. Hanno attraversato Erez soltanto i palestinesi di età inferiore ai 16 anni e superiore ai 35, per passare la notte di Natale a Betlemme. Una magra consolazione per i circa 1500 cristiani che abitano Gaza e sono costretti a vivere sotto il pesante assedio di Israele dal 2006.

Nel cuore di Gaza City alcune vetrine sono addobbate con rami di pino. L’operazione Margine Protettivo, portata avanti per 50 giorni dal governo di Tel Aviv, che ha fatto crollare la Striscia quest’estate, ha ucciso centinaia di cristiani e distrutto le loro case. Le famiglie rimaste preparano un piccolo albero con candele rosse e verdi per i bambini. Nena News

Nena News Agency “Medio Oriente. Il Natale lontano” – di Federica Iezzi

 

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