GAZA. Dopo le bombe il Wafa Hospital si ricostruisce

Nena News Agency – 03/08/2016

A due anni dall’operazione Margine Protettivo, nel quale fu distrutto dai raid israeliani, l’ospedale di Shujaiyyah prova a tornare alla normalità. Intervista al direttore sanitario, dottor Alashi

°Nuova sede el-Wafa a al-Zahara

Al-Zahara (Gaza City) – Nuova sede dell’el-Wafa Rehabilitation Hospital

di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza), 03 agosto 2016, Nena News – Unico ospedale riabilitativo nella Striscia di Gaza, l’el-Wafa Rehabilitation Hospital ha accolto senza sosta anziani, lungodegenti, malati, pazienti con gravi disabilità mentali e neurologiche, paraplegici e paralitici, per più di vent’anni, nel quartiere di Shujaiyya‬, a est di Gaza City.

Colpito duramente in passato da un’ostinata serie di pesanti attacchi aerei e di terra, durante le operazioni militari israeliane Piombo Fuso (2008-2009), Pilastro di Difesa (2012) e Margine Protettivo (2014), l’el-Wafa soffre ancora una grossa carenza di materiale medico e chirurgico. L’assedio nella Striscia di Gaza non permette l’ingresso di farmaci per terapie croniche, gas medicali, strumentazione sanitaria e pezzi di ricambio per equipaggiamenti danneggiati.

Durante l’ultima offensiva israeliana, a seguito di tre diversi attacchi, la struttura sanitaria è stata totalmente rasa al suolo. I raid aerei israeliani sull’ospedale sono stati mirati e precisi. Alle ufficiali e reiterate richieste di spiegazione‬, da parte dell’amministrazione della struttura sanitaria, non sono mai arrivate risposte dalle autorità israeliane.

Ancora oggi, dopo due anni, del decennale lavoro dell’el-Wafa a Shujaiyya non rimangono che vecchi fogli di terapie, coperti dalle macerie. All’ospedale è stata affidata dal Ministero della Sanità palestinese una nuova sede, nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City.

Abbiamo incontrato e intervistato il direttore generale dell’el-Wafa hospital, dr Basman Alashi.

°Fig.1 - Dr Basman Alashi nell'el-Wafa hospital

Il dr Basman Alashi nell’el-Wafa Hospital

In che modo le autorità israeliane giustificano gli attacchi e la distruzione completa dell’el-Wafa hospital?

Le autorità israeliane hanno usato due storie diverse per giustificare la totale demolizione della struttura ospedaliera.

Primo, l’esercito israeliano ha coperto l’attacco, pubblicando immagini satellitari dell’aerea del bombardamento e contrassegnando come el-Wafa, un edificio che di fatto era la sede del Right to Life Society. Nelle stesse foto satellitari le autorità israeliane hanno etichettato, senza alcun riscontro, aree adiacenti l’el-Wafa, come siti di partenza di razzi M75, da parte del braccio armato di Hamas.

°Fig.2 - Errore IDF

Il target erroneo dell’aviazione militare israeliana

Secondo, un video distribuito dall’esercito ha cercato di raccontare i bombardamenti, ma le riprese comprendevano immagini di un attacco simile all’el-Wafa, avvenuto nel 2008-2009, durante l’operazione militare israeliana sulla Striscia di Gaza ‘Piombo Fuso’.

°Fig.4 Bombardamenti dell'IDF.jpg

Bombardamenti dell’IDF sull’el-Wafa Hospital

Il 17 luglio 2014 durante la notte, l’esercito israeliano ha costretto il personale ospedaliero e i pazienti ad evacuare l’ospedale mentre era sotto attacco. Abbiamo evacuato e bloccato l’intero ospedale per proteggere gli edifici e le attrezzature. Da quel momento l’ospedale è rimasto sotto la completa sorveglianza e il totale controllo dell’esercito israeliano. La sicurezza e la salvaguardia di di edifici e materiale erano nelle loro mani. Nonostante le affermazioni fuorvianti e le infondate accuse della presenza di militanti palestinesi in aree adiacenti, l’esercito israeliano ha continuato a colpire l’ospedale e, infine, ha raso al suolo tutti e quattro gli edifici il 23 luglio 2014.

L’el-Wafa hospital, nel quartiere di Shujaiyya, era in una posizione strategica. A soli pochi chilometri dalla linea di confine tra Striscia di Gaza e Territori Palestinesi Occupati. E’ facile pensare che l’eliminazione fisica della costruzione avrebbe potuto aprire, nel corso dell’operazione Margine Protettivo, una via di passaggio delle truppe israeliane di terra. Qual è la sua opinione?

Credo che sia stato l’obiettivo principale dell’esercito. Hanno progettato meticolosamente l’attacco per impedire qualsiasi protesta da parte dei media. Hanno messo in piedi le storie del lancio dei razzi e dei colpi di arma da fuoco a partire dall’edificio ospedaliero, che hanno trasformato senza scrupolo in un centro di commando di Hamas. Sapevano bene che sarebbe stato difficile giustificare la distruzione di un ospedale noto, funzionante, con ottimi risultati clinici, esistente dal 1990.

Tutte false le giustificazioni e le ragioni raccontate, ma i media internazionali hanno rivolto lo sguardo altrove e hanno regalato a Israele per l’ennesima volta la licenza di uccidere. Il mondo dei media ha dato così il lasciapassare all’esercito israeliano: bombardare ospedali, uccidere civili innocenti e spezzare la vita di bambini nei Territori Palestinesi è consentito. E’ stato dato loro immunità e impunità.

Il periodo subito dopo il primo attacco aereo è stato un momento molto difficile: la paura e la preoccupazione dei pazienti, l’incerta evacuazione dell’ospedale. Quali sono i suoi ricordi di quei giorni?

Sono rimasto assolutamente scioccato durante il primo attacco, l’11 luglio 2014, alle 02:00 della notte. In quelle ore, abbiamo parlato con molte organizzazioni internazionali. Tutti ci hanno assicurato che il bombardamento dell’ospedale era stato un errore e non si sarebbe verificato di nuovo.

Durante la guerra, ho continuato a visitare e curare pazienti e fragili anziani. Ogni giorno e ogni notte ero profondamente preoccupato per la loro incolumità, così abbiamo deciso di spostare tutto il nostro lavoro sul primo piano dell’ospedale, per proteggere sia i pazienti sia il personale sanitario dai bombardamenti israeliani delle aree circostanti.

Non riuscivo né a capire né a credere come “l’esercito più morale del mondo” avesse potuto indirizzare bombe, granate, missili e razzi su malati, anziani e indifesi. Non riuscivo proprio a capire come una situazione del genere potesse ancora verificarsi lecitamente nel 2014.

Qual è stato il ruolo della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa durante il delicato intervento di evacuazione dei pazienti?

Abbiamo avuto continui contatti con la Croce Rossa durante il bombardamento dell’ospedale, contatti in cui è stato ribadito l’errore da parte dell’esercito israeliano di considerare come obiettivo militare l’el-Wafa. Tuttavia, gli attacchi aerei sull’ospedale non si sono fermati. Durante la giornata designata di evacuazione forzata, ho ricevuto chiamate da parte dello staff della Croce Rossa sul mio telefono personale. Queste le parole al telefono di Gail Corbett, delegata della Croce Rossa (nda infermiera inserita nei programmi di supporto della Croce Rossa neozelandese, nella Striscia di Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati): “Mr. Alashi, ho un messaggio per lei da parte dell’esercito israeliano. Quanto tempo è necessario per l’evacuazione completa dell’ospedale?”. La mia risposta ferma è stata che avevo bisogno di almeno due ore.

Dopo alcuni minuti, ho ricevuto una seconda chiamata con un secondo messaggio, sempre dalla stessa persona. Ha detto: “La massima autorità dell’esercito israeliano ha dato l’ordine di non sparare sull’el-Wafa, ma l’ordine non ha raggiunto in tempo il livello più basso dell’esercito”. Le ho chiesto “State aiutando Israele?”. Stavano ancora bombardando l’ospedale mentre parlavamo al telefono.

Il giorno successivo, abbiamo chiesto alla Croce Rossa di darci il permesso di portare via dall’ospedale alcuni farmaci e alcune attrezzature innovative e costose. La dura risposta è stata che non potevano aiutarci ad ottenere il permesso dall’esercito israeliano. La MezzaLuna Rossa gazawi è stata disponibile nella fornitura di farmaci di emergenza durante l’offensiva. Hanno contattato diverse organizzazioni internazionali e hanno contribuito alla campagna di sensibilizzazione con l’obiettivo di porre fine agli attacchi contro strutture sanitarie. Il loro sostegno comunque è stato limitato al funzionamento di quello che era rimasto dell’ospedale.

La sede temporanea dell’ospedale è attualmente nella zona di al-Zahara, nella periferia di Gaza City. Molti strumenti, attrezzature mediche e materiali sono stati persi. Cos’è cambiato nella vita dei vostri pazienti?

Durante i primi 12 mesi dalla distruzione dell’el-Wafa, tutto il nostro personale ospedaliero ha continuato il proprio lavoro con grande esperienza e profonda conoscenza delle sfide da combattere nel post-trauma. Uno dei miei operatori sanitari mi ha detto “Ci sentiamo come negli anni ’30. Possiamo usare solo le mani per trattare il post-trauma. Senza attrezzature mediche per la diagnosi e senza medicina per ridurre il dolore”. Oggi, con l’aiuto di organizzazioni donatrici, siamo stati in grado di riportare nell’ospedale molta dell’attrezzatura perduta.

Ci può dare una descrizione dello stato d’animo dei pazienti in quelle ore? C’è una storia speciale di un paziente che vuole condividere con noi?

La storia di una paziente potrebbe descrivere tutto. E’ quella di Ayah Abadan, una ragazza di 20 anni, con emiplegia. Ricorda il giorno in cui è stato evacuato l’ospedale: lei è stata portata via su un lenzuolo. Da allora, ogni notte, sente ancora i rumori delle esplosioni, i vetri rotti, le urla e la confusione. Ricorda tutti questi eventi. E il ricordo più terrificante è il vedere quello che accade intorno a te, ma non avere la capacità di muoverti. I suoi piedi avrebbero potuto bruciare nel fuoco dell’esplosione, mentre lei sarebbe rimasta seduta e incapace di allontanarsi. Tutte queste immagini sono oggi ferme e indelebili nella sua memoria.

Ayah guarda l’ospedale distrutto dietro di sé e chiede “E ora come faccio? Come può l’esercito israeliano colpire proprio noi, pazienti e anziani paralizzati?”. L’aggressione israeliana ha creato circostanze molto complesse e difficili da risolvere per pazienti legati ad una terapia cronica, per pazienti legati ad una cura insostituibile, per pazienti la cui sola speranza, non avendo la libertà di muoversi, era legata all’unico ospedale riabilitativo presente nella Striscia di Gaza. Ayah dice che Israele deve essere ritenuto responsabile davanti al Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi contro i palestinesi.

°Fig.5 - La paziente Ayah Abadan all'el-Wafa

La paziente Ayah Abadan all’el-Wafa Hospital

Qual è la situazione dei servizi periferici di fisioterapia? L’ultima guerra ha causato almeno 11.000 feriti e la metà di loro ha bisogno di cure riabilitative particolari. Come riuscite a gestire tutti loro come unico ospedale di riabilitazione nella Striscia di Gaza?

Dal momento in cui Israele ha distrutto l’unico ospedale riabilitativo a Gaza, nessuno era in grado di ottenere e seguire un percorso di fisioterapia e rieducazione medica adeguato. Molti pazienti sono stati costretti a rimanere semplicemente a casa. In più, alcune delle loro case erano invivibili a causa di estesi danneggiamenti, elemento che ha sicuramente determinato un peggioramento della prognosi. Subito dopo la guerra, abbiamo iniziato un intenso programma di riabilitazione medica a Rafah e Khan Younis e seguito oltre 11.000 pazienti a domicilio. A Gaza City, ci siamo trasferiti nella nostra posizione temporanea a al-Zahra, continuando a ricevere pazienti.

E per il futuro dell’el-Wafa? La vostra idea è quella di tornare a Gaza City. I fondi e le donazioni saranno sufficienti per ricostruire un nuovo ospedale con tutti i servizi medici?

Abbiamo deciso di non ricostruire l’ospedale nella stessa posizione a Gaza City, cioè vicino al confine con Israele o nella zona di Shujaiyya.
Molte organizzazioni internazionali ci stanno aiutando nei lenti processi di ricostruzione dell’ospedale. Abbiamo ricevuto un terreno di 4.000 metri quadrati nel centro di Gaza come sede del nuovo ospedale. L’Islamic Bank di Jeddah ha stanziato 1,4 milioni di dollari per la prima fase della ricostruzione e ha promesso di aggiungere più fondi alla seconda fase. Anche i medici europei hanno promesso finanziamenti per apparecchiature medicali da destinare al nostro nuovo ospedale.

Il futuro è pieno di speranza finché ci saranno persone come lei che permettono al mondo di conoscere, passando attraverso disagi e sopraffazioni. La distruzione dell’ospedale non sarà dimenticata e la giustizia alla fine avrà la sua vittoria. Nena News

Nena News Agency “GAZA. Dopo le bombe il Wafa Hospital si ricostruisce” di Federica Iezzi

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GAZA. Shaad e Salwa, bambini che tentano di tornare alla vita

Nena News Agency – 06/04/2016

La storia di due fratellini di Tal el-Hawa, rimasti gravemente feriti in un bombardamento israeliano durante l’offensiva militare Margine Protettivo dell’estate 2014. Come loro tanti altri bambini di Gaza, disabili per il resto della loro vita

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di Federica Iezzi

Gaza City, 6 aprile 2016, Nena News  – Ha ancora i segni di Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana sulla Striscia di Gaza, la piccola casa di Shaad e Salwa, nel quartiere di Tal el-Hawa, a sud di Gaza City. Quartiere abitato da quasi 9.000 civili, pesantemente colpito da raid aerei e colpi di artiglieria. Una porta, la sera chiusa solo con un chiavistello, fa da ingresso all’armonia di una casa accogliente che ha dovuto rinunciare all’infanzia di due bambini.

Shaad ha 8 anni e a causa di una granata l’estate di due anni fa ha perso la vista e ha rischiato di non poter più camminare. La sua gamba sinistra porta ben visibili le profonde cicatrici di una guerra violenta e arbitraria. Salwa è la sorella maggiore di Shaad, ha 10 anni. La stessa granata ha colpito ancora quella famiglia. Salwa ha perso il suo viso pulito da bambina. Al posto della pelle liscia oggi c’è il ricordo di un’ustione che segna il suo volto, nonostante sia tutto sorridente. Un sorriso che contagia i suoi genitori e sua nonna.

Giocavano insieme fuori casa quando un rumore assordante dall’alto ha terrorizzato il quartiere e immobilizzato a terra i bambini. Tra sangue e polvere Salwa si è alzata da quella terra martoriata. Non riusciva a sentire niente ma con gli occhi cercava solo il fratello. Shaad non poteva muoversi. Sapeva di essere vivo ma non vedeva Salwa e non l’avrebbe mai più rivista. Vedeva solo ombre. Non poteva correre via da quel terreno che continuava a vibrare, perché la gamba sinistra non si muoveva.

Shaad ci dice “Sto bene, grazie a Dio”. Con la sorella, fu portato sanguinante, a bordo di una macchina, allo Shifa hospital di Gaza City. La madre continuava a gridare ai medici di non tagliare la gamba a suo figlio. Dopo un intervento di chirurgia ortopedica e tre interventi di chirurgia plastica, oggi Shaad riesce a stare in piedi. Cammina lentamente, appoggiato alle mura della sua casa. Lo attendono altre procedure ortopediche per stabilizzare il bacino e le ossa della gamba. Nel frattempo ha imparato a leggere con il sistema di scrittura braille. Ha un ‘libro speciale’, così lo chiama Shaad, che gli permette di continuare a studiare. Nonostante i movimenti inconsulti, le improvvise contrazione e gli scatti, ci legge alcuni passi del Corano con una pronuncia perfetta dell’arabo classico.

Ogni piccolo rumore, si trasforma ancora in confusione che Shaad avverte alzando il tono della voce. La mamma ci racconta che è il suo modo di manifestare la paura. La vicinanza della sorella, il solo sentire la sua presenza tra il vociare e il disordine, lo riesce a tranquillizzare.

Salwa lo scorso anno è stata sottoposta ad un delicato intervento di chirurgia plastica, che le ha restituito per metà il suo volto. Sotto i capelli ricci quasi non si nota la cicatrice. “Sono stata fortunata quel giorno, tante mie amiche non ci sono più. All’inizio non avevo più voglia di giocare, poi non sapevo con chi giocare, adesso è indifferente”, ci dice con una voce ferma.

Né Shaad né Salwa hanno ottenuto i permessi per uscire dalla Striscia di Gaza, per cure mediche.

Più di mille complessi residenziali sono stati presi di mira e almeno 17.000 case e famiglie sono state distrutte dall’esercito israeliano durante l’offensiva militare di un anno e mezzo fa contro il movimento islamico Hamas che però ha colpito soprattutto la popolazione e causato distruzioni immense. L’eredità di Margine Protettivo è la morte di centinaia di bambini. Almeno 3.000 quelli feriti e un centinaio quelli con disabilità permanenti. E secondo i dati degli ultimi report dell’UNICEF, 373.000 bambini e ragazzi palestinesi hanno bisogno di assistenza psicosociale e solo 3.000 di loro ne usufruisce.

Molti bambini, come Shaad e Salwa, sono stati testimoni di sei operazioni militari a Gaza in otto anni, che hanno toccato la vita a più di 5.000 bambini e hanno lasciato un numero sproporzionatamente alto di disabilità tra la generazione più giovane della Striscia. Nena News

Nena News Agency “GAZA. Shaad e Salwa, bambini che tentano di tornare alla vita” di Federica Iezzi

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FOTO. Il PCRF cura i cuori dei bambini di Gaza

Nena News Agency – 07/03/2016

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di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza), 7 marzo 2016, Nena News – Da pochi giorni conclusa la diciassettesima missione di cardiochirurgia pediatrica sulla Striscia di Gaza. Altri nove piccoli pazienti sono stati sottoposti a delicati interventi al cuore, grazie al lavoro del team guidato dal dr Stefano Luisi, responsabile del Palestine Children’s Relief Fund (PCRF) – Italy Chapter, presso l’European Gaza Hospital, di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza.

Hanno partecipato alla missione: Stefano Luisi e Federica Iezzi (cardiochirurghi), Pierantonio Furfori, Carmelo Vullo, Cristiana Carollo e Tatiana Chicu (anestesisti), Vittoria De Lucia (cardiologa), Federica Raffin (perfusionista), Angela Prendin (infermiera), Martina Luisi (coordinatrice del PCRF Italia) e Angelo Stefanini (consulente per il PCRF Italia in materia di Primary Health Care).

Nelle 17 missioni di cardiochirurgia pediatrica, realizzate sulla Striscia di Gaza a partire dal 2013, di cui dieci tutte italiane, sono stati operati più di 150 bambini. Almeno 90 i bimbi operati durante le missioni italiane, a cui si aggiungono i piccoli sottoposti a procedure chirurgiche con i team australiano, inglese, americano, francese e belga.

Lavorando a stretto contatto con il team palestinese, i medici italiani continuano a portare avanti il piano di formazione sanitaria di giovani medici e infermieri palestinesi. Con estrema difficoltà, per le sempre più scarse e brevi occasioni di apertura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, unica via di uscita per i gazawi, conclusi già periodi di formazione in Italia per due di loro.

Grazie al progetto biennale “Cooperazione sanitaria pediatrica per l’emergenza a Gaza”, sostenuto dalla regione Toscana, verranno per la prima volta incrementate anche le iniziative del Primary Health Care, all’interno dei diversi distretti della Striscia. Il progetto in passato è stato fondamentale per il sostegno dei lavori di ristrutturazione e riabilitazione dell’European Gaza Hospital di Khan Younis, colpito duramente da Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana.

Nena News Agency “FOTO. Il PCRF cura i cuori dei bambini di Gaza” – di Federica Iezzi

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GAZA: ospedali al collasso, mancano i farmaci

Il Manifesto – 05 agosto 2015

Sanità. Senza il 32% dei medicinali di prima assistenza. Le cause: embargo, crisi economica e mancata collaborazione tra Hamas e Ramallah

Rafah (Striscia di Gaza) - Al-Najjar hospital

Rafah (Striscia di Gaza) – Al-Najjar hospital

di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza) – Ogni strut­tura sani­ta­ria rima­sta in piedi nella Stri­scia di Gaza dopo Mar­gine Pro­tet­tivo, sta soprav­vi­vendo ad una grave carenza di far­maci e for­ni­ture medi­che. Risul­tato degli otto anni di embargo impo­sto da Israele e Egitto, di un lungo anno di crisi finan­zia­ria all’interno dell’Anp e di una mar­cata man­canza di coo­pe­ra­zione tra il governo di Ramal­lah e Hamas a Gaza. Attual­mente manca il 32% dei far­maci di assi­stenza pri­ma­ria, il 54% dei far­maci immu­no­lo­gici e il 30% dei far­maci onco­lo­gici. Sono dispo­ni­bili solo 260 dei 900 mate­riali sani­tari di con­sumo essen­ziali. Secondo il Mini­stero della Sanità pale­sti­nese nella Stri­scia sono assenti 118 tipi di far­maci (25%) e 334 pre­sidi sani­tari (37%).
Alcuni ane­ste­tici man­cano del tutto. Solo 33 dei 46 far­maci psi­chia­trici essen­ziali sono disponibili.

La con­di­zione dei malati di can­cro a Gaza è segnata dalla carenza di far­maci anti­tu­mo­rali dovuta al blocco impla­ca­bile di Israele del ter­ri­to­rio costiero pale­sti­nese, e dall’impossibilità di rag­giun­gere ospe­dali fuori dalla Stri­scia. Ogni mese solo il 10%, dei 1500 gazawi che chie­dono il per­messo di ingresso in Cisgior­da­nia, Israele e Egitto per cure medi­che, riceve un appro­priato trat­ta­mento anti-tumorale. Negli ultimi dieci anni il numero dei pazienti con can­cro nella Stri­scia di Gaza è lie­vi­tato. Car­ci­noma tiroi­deo, leu­ce­mia e mie­loma mul­ti­plo sono i tumori con più alta fre­quenza. Sotto accusa: l’uso di armi da guerra da parte di Israele in zone alta­mente popo­late, l’uso indi­scri­mi­nato di fosforo bianco già dall’offensiva mili­tare israe­liana del 2008, i con­sumi di acqua inqui­nata, l’uso di ter­reni inqui­nati per la coltivazione.

Nel dipar­ti­mento di onco­lo­gia dell’al-Shifa hospi­tal, a Gaza City, ven­gono trat­tati 150 pazienti onco­lo­gici al giorno, con tre medici, cin­que infer­mieri e solo 15 posti letto. Ogni mese 70–100 nuovi casi. Si lavora con poco meno del 40% dei far­maci anti­tu­mo­rali neces­sari. Proi­bita la radio­te­ra­pia e la tera­pia mole­co­lare, per­ché dal valico com­mer­ciale di Kerem Abu Salem, al con­fine con Israele, non entrano né i mac­chi­nari per la radio­te­ra­pia esterna né i nuovi far­maci onco­lo­gici. Dia­gnosi sem­pre meno accu­rate per la man­canza dei rea­genti di labo­ra­to­rio e dei mac­chi­nari per esami stru­men­tali. I voluti e per­pe­trati ritardi da parte delle auto­rità israe­liane nel rila­scio del nulla osta di sicu­rezza per l’importazione dei far­maci met­tono a repen­ta­glio ogni giorno la vita dei pazienti affetti da cancro.

Il pro­gramma di tra­pianti del rene, unico ini­ziato a Gaza nel 2013, è pra­ti­ca­mente fermo per­ché Israele proi­bi­sce l’ingresso degli immu­no­sop­pres­sori, cate­go­ria di far­maci uti­liz­zata per evi­tare il rigetto dell’organo. Le restri­zioni sui vali­chi di fron­tiera hanno esa­cer­bato le con­di­zioni di salute degli abi­tanti di Gaza che con­vi­vono con malat­tie cro­ni­che. I far­maci pro­ve­nienti da Israele sono molto più costosi di quelli che arri­vano dall’Egitto. Dif­fi­cili da pro­cu­rarsi per­fino anti­per­ten­sivi e anti­dia­be­tici. E una volta otte­nuti i costi sono spro­po­si­tati e le con­se­gne lente. In più l’insulina per i dia­be­tici richiede refri­ge­ra­zione costante, per poter con­ser­vare la sua effi­ca­cia, che diventa illu­so­ria in un posto in cui manca l’elettricità per 18 ore al giorno. Bloc­cate anche le dona­zioni da orga­niz­za­zioni arabe e inter­na­zio­nali attra­verso il valico di Rafah, al con­fine con l’Egitto, aperto sol­tanto per 15 giorni quest’anno.

I mate­riali sot­to­po­sti a spe­ci­fici per­messi da parte del Mini­stero della Difesa israe­liano spesso sono sem­plici pezzi di ricam­bio per appa­rec­chia­ture dan­neg­giate da anni di degrado. I cosid­detti mate­riali nella lista israe­liana «dual-use», quelli che secondo Tel Aviv pos­sono avere un duplice uti­lizzo, mili­tare e non, spesso sono rea­genti o pro­dotti chi­mici che entrano nel pro­cesso di pre­pa­ra­zione di medi­ci­nali nelle indu­strie far­ma­ceu­ti­che, che prima sod­di­sfa­vano il 15% del fab­bi­so­gno locale. In entrambi i casi ven­gono fer­mati a Kerem Abu Salem. Inol­tre i ser­vizi sani­tari a Gaza sono tenuti a pagare per il depo­sito in Israele delle attrez­za­ture medi­che acqui­state, durante gli inter­mi­na­bili con­trolli di sicu­rezza israeliani.

Il Manifesto 05/09/2015 “GAZA: ospedali al collasso, mancano i farmaci” di Federica Iezzi

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GAZA. La gioia del campo estivo per curare bimbi traumatizzati da bombardamenti

Nena News Agency – 04 giugno 2015

E’ cominciato il campo estivo della ONG palestinese “Palestine Children’s Relief Fund” (PCRF). Le ultime statistiche delle Nazioni Unite documentano la necessità di sostegno psicologico specialistico ad almeno 373.000 bambini a Gaza, come conseguenza dell’operazione militare “Margine Protettivo”

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di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza), 4 giugno 2015, Nena News  Sono un piccolo angolo di serenità in una terra martoriata. Chi organizza e chi se ne occupa non è altro che personale volontario. Sono punti di crescita per bambini orfani, con disordini psicologici, con disabilità e con malattie croniche. Sono i campi estivi.

E’ partito lo scorso 30 maggio l’ “al-Sammoud summer camp” del Palestine Children’s Relief Fund. Per dieci giorni nella spiaggia nord di Khan Younis, 100 bambini, dai 4 ai 15 anni, sono impegnati nelle attività estive proposte dall’associazione non-profit. 25 di loro sono disabili. 40 di loro hanno diagnosi di disturbo post-traumatico da stress, dopo la perdita dei genitori e della propria casa, durante l’ultima operazione militare israeliana sulla Striscia, nel 2014.

Due giovani insegnanti volontari coordinano incontri di scrittura e lettura per i bambini più grandi e laboratori di disegno su vetro e ceramica per i più piccoli. Lo scopo è lo stesso: aiutare i bimbi a esprimere i loro sentimenti, pensieri, paure, problemi e speranze. In maniera indiretta vengono affrontate in profondità: difficoltà di comunicazione, traumi emotivi, violenze, perdita di memoria e riabilitazione fisica. Altri quattro volontari pianificano sport e giochi di team building. L’obiettivo è quello di aiutare i bambini a sviluppare capacità di lavoro di squadra, fiducia in se stessi, ascolto, decisione e comunicazione.

La maggior parte dei bambini che partecipa al campo estivo ha vissuto tre guerre in soli sei anni: l’operazione Piombo Fuso nel 2008, l’operazione Pilastro di Difesa nel 2012 e l’operazione Margine Protettivo durante la scorsa estate. Almeno 6500 bambini a Gaza sono orfani. L’ultima guerra ha creato più di 1500 nuovi orfani.

Amal ha una lunga maglia bianca, esce dal suo guscio e si rompe in un sorriso, quando iniziano i canti dell’apertura della giornata al campo estivo. Ha una profonda ferita alla fronte. Mentre Amal canta a squarciagola, come volesse allontanare tutto e tutti, la maestra mi racconta che ha perso la madre e il padre, quattro tra fratelli e sorelle, quando un F16 israeliano ha bombardato il piccolo condominio in cui viveva a Rafah.

Le ultime statistiche delle Nazioni Unite documentano la necessità di sostegno psicologico specialistico ad almeno 373.000 bambini a Gaza, come conseguenza di Margine Protettivo. Inoltre, 900.000 bambini hanno bisogno di un certo livello di supporto psicosociale.

Amal è per la gran parte della giornata senza parole e manca di espressione, a quasi nove mesi dalla fine degli scontri. Samira, la maestra del laboratorio di disegno, ci racconta: “All’inizio Amal disegnava aerei nel cielo, carri armati e ambulanze. Poi scarabocchiava tutte le immagini e le strappava. Adesso piano piano prova e impara a disegnare la sua casa nuova, gli alberi e il mare attorno a casa”. Amal quando sente il suono dell’ambulanza rimane paralizzata.

Khaled ci dice “A questi bambini non basta la vasta gamma di giocattoli, blocchetti Lego e bambole che arrivano negli enormi container dagli Stati Uniti. Questi bimbi oggi stanno vivendo la guerra dopo che la guerra è finita”. I gravi disturbi di salute mentale tra i bambini a Gaza sono aumentati drammaticamente nel corso degli ultimi anni. Uno degli ultimi studi dell’UNICEF ha mostrato un aumento del 91% dei disturbi del sonno e dell’85% dei disturbi alimentari. Secondo i dati UNRWA, il 42% delle persone sottoposte a trattamento medico per disturbo da stress post-traumatico, nella Striscia di Gaza, è sotto l’età di nove anni.

A causa dell’assedio, che imprigiona Gaza dal 2007, la maggior parte di farmaci, laboratori adeguati e strumenti diagnostici non è disponibile. Negli Health Centre mancano medici e il personale sanitario ha bisogno di aggiornamenti scientifici continui. Ogni istituto mentale garantisce servizi a più di 350.000 pazienti, compresa l’attività di ambulatorio esterno. Secondo l’UNICEF sono stati raggiunti con le cure appena 3000 bambini ma i bisogni rimangono sconcertanti. Nena News

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GAZA, tra le macerie della sanità

Nena News Agency – 25 maggio 2015

Strutture demolite o inagibili, mancanza di posti letto, di elettricità, di farmaci e di attrezzature mediche: trascorso quasi un anno dalla fine della guerra, la situazione degli ospedali nella Striscia resta drammatica 

Ematology department in al-Durrah hospital - Gaza City

di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza), 25 maggio 2015, Nena News – Secondo gli ultimi dati dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umani, nella Striscia di Gaza 17 dei 32 ospedali e 50 dei 97 centri sanitari di base sono stati danneggiati durante l’operazione Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana. Sei ospedali sono stati costretti a chiudere, nel corso del conflitto, e quattro centri sanitari di base sono stati completamente distrutti.

Ne è un esempio il Mohammed al-Durrah children’s hospital, il solo ospedale della Striscia di Gaza che fornisce assistenza sanitaria ai bambini, nella zona est di Gaza City, che conta almeno 300.000 abitanti. Riaperto al pubblico alla fine dello scorso gennaio, fatica ancora a rientrare nella quotidianità. Secondo le statistiche del ministero palestinese della Salute, rispetto ai primi sei mesi del 2014, in cui sono stati visitati 3.453 bambini, circa 500 al mese, dall’inizio del 2015 i piccoli pazienti visitati negli ambulatori dell’ospedale sono stati 1.789.

Oggi l’al-Durrah hospital conta circa un centinaio di posti letto. E’ diventato il nucleo coordinatore di tutti i centri di cure primarie pediatriche sulla Striscia. Sono di nuovo attivi gli ambulatori di neurologia, di endocrinologia, di malattie infettive, di nefrologia, di ematologia e della clinica gastrointestinale. Ancora ferme invece le sale operatorie, per mancanza di macchinari ed elettricità.

Il servizio di dialisi pediatrico è totalmente affidato all’Abdel al-Rantisi hospital, a Gaza City. A causa dell’instabile fornitura di energia elettrica, le tre macchine per dialisi non hanno un costante funzionamento.

I mesi successivi alla guerra hanno visto ulteriori difficoltà. Personale ospedaliero non pagato ormai da più di 18 mesi. Distribuita acqua corrente per 6-8 ore al giorno. Erogato solo il 46% di elettricità richiesta per il funzionamento di respiratori automatici, monitor e macchinari. La carenza di carburante frena l’utilizzo dei generatori elettrici. Per insufficienti forniture di carburante, ridotti anche i servizi in ambulanza.

Nell’Abu Youssef al-Najjar hospital a Rafah, a sud della Striscia di Gaza, attualmente i dipartimenti funzionanti sono quelli di medicina generale e pediatria. Ripresa quasi a pieno ritmo l’attività del centro dialisi, che garantisce il servizio nell’intera zona sud della Striscia.

Il personale sanitario gestisce nelle sole due sale operatorie interventi di ortopedia, chirurgia generale e chirurgia pediatrica, senza una terapia intensiva. In lista otto interventi di elezione ogni giorno più 1-2 eventuali interventi d’urgenza.

Inizialmente creato per essere solo un centro per le cure primarie, grazie ai risultati della campagna “Rafah needs a hospital”, il governo palestinese stanzierà 24 milioni di dollari e quattro ettari di terreno, per l’adeguamento dell’ospedale all’assistenza delle almeno 230.000 persone, residenti nell’area di oltre 4.000 metri quadrati. L’obiettivo è quello di far arrivare l’al-Najjar hospital a 230 posti letto. Attualmente vengono occupati 101 posti letto, distribuiti in medicina generale, pediatria, servizio dialisi, pronto soccorso e day hospital, di cui appena 60 quotidianamente funzionanti.

A Rafah in seguito all’attacco israeliano del primo agosto scorso persero la vita 112 persone e nei due giorni successivi ne morirono altre 120. Durante l’operazione Margine Protettivo, nella sola Rafah, hanno perso la vita 454 persone, di cui 128 bambini. 1052 furono i feriti. Molti dei quali ricevettero un blando antidolorifico e non furono ammessi in ospedale per mancanza di spazio.

Attualmente solo due ospedali forniscono servizi medici alla popolazione del distretto sud della Striscia di Gaza, l’Abu Youseff al-Najjar hospital e l’European Gaza Hospital di Khan Younis. Mentre le cure nel primo sono limitate dalla mancanza di attrezzature e materiali medico-chirurgici, le cure nel secondo sono di difficile accesso, soprattutto durante le guerre, a causa della posizione vicino ai confini nordorientali con Israele.

In collaborazione con il ministero della Salute palestinese, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha finora completato la ristrutturazione nell’al-Durrah hospital e nell’ospedale di Beit Hanoun. Inoltre, ha finanziato la fornitura di attrezzature mediche e chirurgiche a nove ospedali pubblici. E ha partecipato ai lavori di ricostruzione nelle sale operatorie dell’European Gaza Hospital e nel Shuhada al-Aqsa Martyrs hospital, di Deir al-Balah.

Completamente demolito l’el-Wafa rehabilitation hospital, nel quartiere di Shujaiyya, a est di Gaza City, da un’ostinata serie di pesanti attacchi aerei, durante Margine Protettivo. Oggi l’ospedale utilizza ancora una sede temporanea nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City. Locazione condivisa con l’el-Wafa elderly care center.

Attualmente la disponibilità di posti letto è scesa da 145 a 40. Sono di nuovo funzionanti i servizi di fisioterapia e lungodegenza. Soppressi almeno 19 servizi clinici. Dallo scorso settembre ripreso il servizio domiciliare di fisioterapia, ai circa 6000 pazienti disabili e feriti gravemente dal conflitto. All’aria 13,5 milioni di dollari tra edificio, attrezzature e strumenti medicali totalmente distrutti. Dalla fine del conflitto sono stati ricevuti dall’ospedale solo la metà tra dotazioni e macchinari persi, grazie a donazioni internazionali.

In tutti gli ospedali della Striscia, si convive ancora con una grossa carenza di materiale medico e chirurgico. L’assedio israeliano non permette l’ingresso di farmaci per terapie croniche, gas medicali, strumentazione sanitaria e pezzi di ricambio per equipaggiamenti danneggiati.

Secondo il Central Drug Store di Gaza, farmaci essenziali e materiali monouso hanno raggiunto il ‘livello zero’ di magazzino, cioè le quantità presenti nel magazzino centrale non sono sufficienti a coprire i bisogni di un mese.

L’incremento dei casi di cancro è stato drammatico nella Striscia di Gaza. I dati del ministero della Salute palestinese parlano di 73 casi su 100.000 abitanti. La principale causa sarebbe ancora una volta il fosforo bianco, usato dall’esercito di Tel Aviv già durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008. Nel dipartimento dei tumori dell’al-Shifa hospital, a Gaza City, non si riescono più a fronteggiare i trattamenti anti-tumorali, a causa della mancanza di attrezzature e medicinali.

Ogni mese solo il 10%, dei 1500 gazawi che chiedono il permesso di ingresso in Cisgiordania, Israele e Egitto per cure mediche, riceve un appropriato trattamento anti-tumorale. Nena News

Nena News Agency “GAZA, tra le macerie della sanità” di Federica Iezzi

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Medici e infermieri di Gaza senza stipendio da un anno e mezzo

Nena News Agency – 06 marzo 2015

La debole intesa tra il governo di Fatah e quello di Hamas e le conseguenze di Margine Protettivo hanno inasprito le condizioni di vita dei dipendenti pubblici della Striscia di Gaza, prima sottopagati ora senza alcuna remunerazione

Khan Younis (Gaza Strip) - Intensive Care Unit in European Gaza Hospital

Khan Younis (Gaza Strip) – Intensive Care Unit in European Gaza Hospital

di Federica Iezzi

Gaza City, 6 marzo 2015, Nena News – Mentre continuano con moto ininterrotto le missioni umanitarie negli ospedali della Striscia di Gaza, il personale sanitario palestinese, è alla ricerca di risposte e diritti.

Mohammed, infermiere della terapia intensiva, ci racconta che è senza salario ormai da 18 mesi. Giovani come lui, dipendenti del Ministero della Salute palestinese, nonostante il costante lavoro, i turni di 12 ore, le notti in ospedale e la copertura di tutti i servizi di emergenza, non ricevono nessun compenso da oltre un anno e mezzo.

Tarek, giovane medico laureato in pediatria a Gerusalemme Est nel 2011, ci dice che l’unica sua colpa è essere giovane e aver finito di studiare in un periodo politico delicato. “Non sono né con Hamas, né con Fatah, né con Abbas. Vorrei solo essere pagato per il mio lavoro. Ho 10 bambini prematuri nella mia Unità di Terapia Intensiva Neonatale. Se non fossi venuto in ospedale oggi, probabilmente Gaza avrebbe perso altre piccole anime innocenti”.

Nella Striscia chi lavora nel settore pubblico o dipende dal governo di Ramallah, di fatto da Fatah, o da quello di Hamas. I medici più anziani che lavorano nella Striscia dipendono da Fatah e oggi, pur se tra mille difficoltà, almeno ricevono una percentuale che oscilla tra il 25 e il 60% di un salario fisso mensile. Contando che un salario completo per un medico è di circa 1500 dollari, la cifra mensile con cui bisogna abituarsi a vivere è di circa 400 dollari.

Un affitto costa dai 300 ai 700 dollari. Un pacco di riso da un chilo costa 12 shekel, poco più di 2 euro. I pannolini costano dai 20 ai 30 shekel (4-6 euro). Un litro di latte costa 7-9 shekel (un euro e mezzo). A completare il disastroso quadro, in media quattro ore di elettricità al giorno che si pagano a peso d’oro.

Quando Hamas ha preso il potere nel 2007, è emersa una spaccatura tra Gaza, controllata dal movimento islamista, e Cisgiordania, sotto il potere dell’Autorità Palestinese. Ciò ha costretto Hamas ad assumere 50.000 dipendenti pubblici in sostituzione dei precedenti 70.000, dipendenti di Fatah. I medici più giovani oggi dipendono da Hamas. Per loro nessun salario e nessun aiuto da Ramallah. Solo promesse senza riscontro. Sameh infermiere pediatrico di soli 25 anni, ha 15 sorelle e fratelli. Dopo Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana sulla Striscia, tutti hanno perso il lavoro.

Il tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza sfiora il 60%. Sameh è l’unico che lavora in famiglia. Non ha stipendio e ha un bimbo di 6 mesi che deve crescere. “Le famiglie povere vengono aiutate dalle donazioni internazionali. E’ così che trovo il latte per mio figlio. Un litro di latte ad alto potere nutriente per i bambini costa 12 shekel, non me lo potrei permettere”. Eppure Sameh resta in piedi dalle due del pomeriggio alle otto della mattina successiva, per assistere i bambini in terapia intensiva. “Non permetto loro di calpestare la mia dignità”, ci dice con sguardo fisso.

L’economia del governo di Hamas è crollata con l’evoluzione, negli ultimi anni, della situazione politica in Egitto.  La fazione palestinese ha continuato a sostenere i suoi 40.000 dipendenti, ma non è stata in grado di pagare i loro stipendi a causa della forte contrazione dei ricavi, dovuta in gran parte alla decisione del presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi di distruggere la maggior parte della redditizia economia dei tunnel, sotto il confine tra Striscia di Gaza e Egitto.

Al-Sisi al posto di Mohamed Morsi, dopo il golpe militare del luglio 2013, ha significato la chiusura di circa il 75% dei tunnel al confine. Gran parte della forza economica di Hamas puntava sul commercio attraverso i tunnel.

La debole intesa tra Fatah e Hamas e le conseguenze di Margine Protettivo, hanno acuito le difficoltà. Nello scorso mese di aprile, Khaled Mashal, leader del movimento di resistenza di Hamas,  e Mahmud Abbas, presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dell’Autorità Nazionale Palestinese, hanno firmato un accordo di unità per portare Cisgiordania e Gaza sotto la giurisdizione di un governo. Il governo di consenso ha pagato 1.200 dollari a ciascuno dei 24.000 dipendenti pubblici a Gaza alla fine di ottobre, come parte dei loro stipendi arretrati. Poi più niente.

L’inizio del 2015 è stato segnato da proteste e manifestazioni per il fallimento del governo di mantenere il suo impegno a pagare gli stipendi dei dipendenti, tra cui medici e infermieri. Chiamato in causa il Ministero della Salute del governo di unità, con sede a Ramallah, che ha preso il controllo nel maggio scorso.

Quando il governo di unità ha preso il potere, molti donatori internazionali hanno caldamente esortato il non pagamento dei salari dei lavoratori del servizio pubblico nella Striscia di Gaza, per il fatto che erano dipendenti di Hamas. E molti dei donatori hanno minacciato di contenere l’assistenza finanziaria all’Autorità Palestinese.

Le proteste sono l’ennesimo ostacolo negli ospedali di Gaza, assediati ormai negli ultimi mesi dai ripetuti scioperi del personale addetto alla pulizia dei reparti. Con uno stipendio di 700 shekel al mese, meno di 200 dollari, gli addetti alle pulizie sono tra i lavoratori meno pagati a Gaza. Non ricevono uno stipendio da sette mesi. Nena News

Nena News Agency “Medici e infermieri di Gaza senza stipendio da un anno e mezzo” – di Federica Iezzi

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