E così Laurene ha guarito il mio cuore

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Missione di cardiochirurgia 

St. Elizabeth catholic general hospital – Cardiac Centre Shisong (Kumbo) – Camerun

 

 

Le fossette che apparivano sul suo esile volto, quando concedeva il suo sorriso travolgente alle nostre giornate, racchiudevano il mondo di questa candida creatura che l’Africa mi ha regalato.

Laurene, appena 3 anni, con uno dei più noti difetti congeniti cardiaci, un ventricular septal defect, come lo chiamano gli anglosassoni. Una porta di comunicazione tra i due “solidi motori” del nostro cuore, come venivano descritti su un cartone animato: i ventricoli.

L’ho vista per la prima volta, accompagnata dalla sua gran-mère, lungo i corridoi all’aperto, dell’ospedale.

Una graziosa sciarpina rosa le copriva il collo ed entrava in contrasto con le sue scure treccine, intervallate da sottili filamenti rosso porpora, mentre si avvicinava alla grande apparecchiatura per fare l’ecocardiografia. Tutti i bambini erano intimoriti da quel gigante tecnologico, a cui davi ordini schiacciando dei buffi tasti. Laurene osservava silenziosamente tutto con curiosità e a volte ho avuto la forte impressione che capisse più lei, quello che accadeva intorno, rispetto alla nostra equipe di esperti professionisti. Mostrava indifesa le sue percezioni, attraverso i suoi occhi neri. Cristallini.

Il chirurgo prima dell’intervento guarda in ogni sua piccola sfumatura il pezzo del corpo che andrà ad operare. Ed io ho fatto quello davanti a quell’ecocardiografo. Ho studiato ogni movimento, ogni angolo del cuore di Laurene. Non c’era posto per altro, non in quel momento almeno.

Quello che scrivo su Laurene adesso è qualcosa che si è insinuato in me ed è cresciuto nel mio spirito, coscientemente e non, a partire da quando la vidi arrivare in ospedale, sorridente, mano nella mano con la sua nonna, per finire a quando mi ha mostrato la sua magliettina dell’Italia, prima di essere dimessa dall’ospedale, con la promessa nell’anima che un giorno, non troppo lontano, ci saremmo riviste.

Il giorno dopo quella bambina occupava il letto della sala operatoria. Coperta di teli sterili, era un cuore da guarire.

Una protezione da infrangere, quella protezione che hanno tutti ma che in lei, potente, proteggeva il suo cuore malato.

Il suo cuore immobile, che si lasciava curare, tollerava le mie mani, tollerava la mia aggressione. E poi la fermezza di quelle fibre muscolari di non smettere di vivere, che per il chirurgo si mostra, velatamente, con l’emozione mascherata da freddezza, di una contrazione.

Quel cuore così piccolo già violato da un bisturi, aveva di nuovo un visino stanco ma sempre sorridente, in terapia intensiva.

Su quel grande letto dell’intensive care unit, chiedevo a Laurene “Dis-moi, tu as mal?”. Il suo“Un peu” detto con un filo di voce era un brivido che attraversava la stanza, l’ospedale, che penetrava impetuosamente attraverso le pareti, che si liberava in quell’aria fresca, dopo un’estiva pioggia feroce.

Mi ha insegnato i nomi degli animali in francese ed io gli ho insegnato quegli stessi nomi in italiano.

A tre giorni dal trauma soffocante della chirurgia, Laurene era di nuovo abbracciata alla sua nonna nella sua stanza in ward. Ogni giorno correvo da lei, appena concluso il mio lavoro nell’operating theatre. Lei saltava in piedi sul letto, per raggiungere la mia altezza e mi stringeva. Finalmente la barriera massacrante che un chirurgo si traccia intorno era svanita.

Non capivo perché quella bambina non mi odiasse, per averle fatto un taglio sul torace. Poi inaspettatamente la sua serenità, la sua pace, sembravano svelare con precisione ogni scorcio della vita.

La sera prima che andasse via dall’ospedale, le ho regalato la mia cuffietta operatoria, quella che aveva impressi i disegni degli animali, quella stessa con cui avevamo imparato i nomi degli animali.

E così Laurene ha guarito il mio cuore.

 

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