Racconti dal Sudan

Khartoum

 

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Racconti tratti dalla missione cardiochirurgica al Salam Centre for Cardiac Surgery di Khartoum in Sudan, nel 2010-2011

 

 

Sono arrivata a Khartoum nella notte del 3 dicembre. Di nuovo investita dalla mia aria africana: secca e bruciante, sotto quel cielo limpido e immerso nelle stelle lontane.

Dall’aereoporto, attraverso le strade sempre piene di traffico di Khartoum, in direzione del Nilo Azzurro.

Era quasi l’alba. La luce si faceva spazio nel buio sconfinato dell’orizzonte africano. Dalle moschee di Soba Hilla (una vecchia zona di Khartoum) l’eco delle parole dei Mu‘adhdhin”, gridate dal punto più altodel minareto, richiamava all’ “adhān”.

C‘era un’atmosfera quieta, una leggera brezza mi si poggiava sulla pelle, trasportando odori nuovi.

Rosso e bianco: era solo di due colori l’ospedale dall’esterno. Una struttura quadrangolare che ruotava attorno ad una corte, rappresentata da un giardino, curato da sudanesi dai sorrisi contagiosi.

All’interno i colori cambiavano: il bianco e il blu elettrico.

Dalle finestre di ogni stanza si poteva guardare il sole africano. Dai vetri sigillati non si permetteva alla sabbia di entrare.

Una miscela di colore che andava dal marrone al viola, si muoveva nei corridoi dell’ospedale: i cleaner, vestiti con larghe divise bordeaux, addetti a lavare ogni angolo dell’edificio. Li trovavi ad ogni ora, chini sul pavimento, raschiando con pazienza sabbia, terra, polvere o vernice.

Il lunedì cercavo di pranzare insieme alle mie compagne di vita sudanesi, nella mensa dell’ospedale. Uno spazio aerato con grossi ventilatori, con una ventina di tavoli rettangolari.

Il lunedì era il giorno del “full”: una zuppa di fave, arricchita con spezie, cipolla e “ghibna”. Il tutto annaffiato da un bicchiere di acqua filtrata.

E durante la giornata, quando si trovava un momento libero, mi prendevano per mano e, con quel sorriso scaltro che si stampava sulle loro labbra, si andava a prendere lo “jabanà”, una sorta di caffè bollente e speziato.

Una serie di piccoli sgabelli erano disposti sotto un capanno, creato da cartoni, pezzi di tessuto rammendato e rami di acacia.

Una donna, avvolta in quei colorati vestiti sudanesi, riscaldava, su un arrangiato fuoco, chicchi di caffè, zenzero, cannella e zucchero e poi con regalità filtrava la mistura, versandola in bicchierini di vetro, sciacquati con l’acqua di un recipiente lurido che aveva a fianco.

Il Nilo Azzurro era di fronte a me ogni mattina. I papiri, queste fitte colonie di piante rivierasche, che a ciuffi emergevano dalle acque basse e le palme, che verdeggianti crescevano sul terreno solido delle due rive, dipingevano l’immagine di questo possente fiume.

Spuntavano immobili, sulle maestose palme, ombre di uccelli dalle piume variopinte che, senza preavviso, sembrava si tuffassero in acqua, in realtà ne sfioravano appena la superficie e vittoriose, con il loro pesce nel becco, tornavano a dare al fiume una cornice di calma.

Di tanto in tanto una feluca, con la sua vela triangolare spiegata, fendeva il fiume controcorrente. A bordo, come in un passato lontano, uomini a torso nudo, buttavano le reti.

Un fumo chiaro saliva lento verso il cielo azzurro, illuminato solamente da un sole terso, mai minacciato dalle nuvole. L’acre odore di quel fumo si muoveva traghettato da una leggera brezza. Era l’odore delle fornaci, disseminate lungo il corso del fiume, in cui ardevano i mattoni, che erano lavorati con l’argilla stessa del fiume.

Un esercito di uomini, ragazzi e bambini prendevano con le mani il limo dagli argini dell’imponente fiume, lo impastavano con argilla grigia e, grondanti di sudore, lo mettevano in una sorta di scatola di legno rettangolare senza fondo. Poi stendevano queste sagome al sole per farle asciugare e seccare. Che lavoro. E’ facile così immaginare la storia della schiavitù. Il giorno dopo avrebbero pazientemente accatastato queste inverosimili sagome formando una piramide, che rimaneva vuota al centro, e le avrebbero cotte infilando dei pezzi di legno nello spazio vuoto. Il legno avrebbe avuto il compito di mantenere acceso il fuoco.

La paga era di un dollaro circa al giorno.

La terra, dopo che le acque del fiume si ritirano, appare disegnata di crepe. E il sole, serpeggiando tra le fessure delle profonde incisioni, nutre di luce e calore i giovani arbusti.

Nelle strette e selvagge stradine di terra battuta, che si dipanavano dal letto in cui riposava il Nilo, camminavano veloci frotte di bambini, che con un vociare allegro, con un gesticolare continuo e con saltelli e corse, cercavano di conquistare la prima posizione.

Avevano addosso magliette variopinte, strappate e impolverate; i piedi erano nudi, solo qualcuno di loro portava colorate ciabattine di plastica. Le bimbe, quelle che non portavano il velo sulla testa, avevano i capelli raccolti in treccioline bizzarre e colorate. Tutti avevano in comune quel sorriso accattivante e spontaneo e quegli occhi magnetici, capaci di raccontare la storia della loro vita.

La mattina mi alzavo presto, prima dell’alba, quando fuori la luce era ancora velata e l’aria ancora fresca.

Portavo il mio latte ancora fumante sul terrazzo, aspettavo che ad oriente si levava quel bagliore di luce che poi si spandeva sull’orizzonte, a cui si accompagnava la “Salat al-sobh”, la preghiera del mattino, gridata dal Muezzin.

Quella voce metallica arrivava come un’ondata, seguita dal levarsi di un fiammante sole.

Spesso, prima del tramonto, uscivo fuori dalle mura dell’ospedale. Mi addentravo nelle polverose vie di Soba e mi perdevo nella vita quotidiana che incontravo. Sabbiosi e improvvisati campetti di calcio, proteggevano gruppetti di ragazzi, che correvano scalzi dietro un pallone consumato, con un vociare continuo. Orci di terracotta e bicchieri di metallo, per raccogliere l’acqua, erano spesso l’unico mezzo per dissetarsi, in quell’arso territorio. Gruppi di ragazzini, alcuni accovacciati per terra, altri seduti su instabili sgabelli, abbozzavano una specie di scacchiera sulla terra e poi muovevano pietre di diverso colore, lanciandole su quel disegno.

Case e negozi erano preservati da porte di metallo, colorate di vernici azzurre o verdi, in forte contrasto con la monotona muratura marrone circostante.

La legge di stato in Sudan è la “sharīʿa”, la legge islamica. Per l’Islam, il venerdì è il giorno santo.

Non si lavora ma la città brulica di attività. Khartoum conta più di sette milioni di abitanti: di questi, il dieci per cento vive nell’agio, il resto nella povertà più nera. E’ il souq di Omdurman che raccoglie centinaia di persone, donne e bambini, durante i giorni di festa, tutti alla ricerca di qualcosa.

Si erge a nord di Khartoum, la precoloniale Omdurman, vecchia capitale dei Mahdisti.

Taxi derivati da motocarri o ricavati da strambi veicoli a tre ruote, da sempre emblema delle metropoli del sud-est asiatico, da Bangkok a Phnom-Penh, sono gli unici mezzi per raggiungere il souq.

Dopo quasi un’ora di traffico convulso, dopo turbanti e assidui suoni di clacson, dopo aver osservato il modo di guidare con gli sguardi di questa strabiliante gente, eccomi in questo dedalo sterminato di viuzze.

Si mercanteggiava per abiti e scarpe, stoffe, tappeti, utensili, vasellame, collane, braccialetti e orecchini, maschere e statuette in legno o in rame, pugnali, sciabole e scimitarre.

Osservavo appassionata le mie grandi compagne di vita sudanesi. Tutte indossano abiti lunghi, avvolti nei “kanga”. Tolti questi abiti scuri, rimangono pantaloni e magliette a maniche lunghe, che vengono nascosti dalle divise bianche, verdi o blu, in uso in ospedale. Alcune arrivano con il “niqab” altre solo con la “hijab”, per coprire la testa. In ospedale viene tutto sostituito da veli bianchi, e dal loro rituale per sistemarli, con spille e ferrettini, per tenere i capelli in quelle posizioni innaturali.

Un ardente giovedì pomeriggio mi ritrovai a 200 chilometri a nord di Khartoum, nell’antica città posta sulla riva orientale del Nilo, oggi sito archeologico di Meruwah.

Durante le prime due ore di viaggio, si correva su una strada asfaltata, lungo la quale mano a mano si perdevano case, che venivano sostituite da gruppi di acacie ombrellifere. Nei pressi del sito si trovavano solo alcuni villaggi chiamati “Bragrawiyah” con poca gente e molte capre.

Agglomerati di case in mattoni, che sembravano disabitati, riuscivano a sorprenderti quando si riempivano in un attimo di vita. Apparivano immagini deliziose e lontane di donne, con abiti pieni di colore, che si opponevano alla desolazione reale del deserto. Gli uomini tenevano costantemente in bocca un rametto di pianta, morsicato in punta, lungo una decina di centimetri, e inamovibili, davanti alle loro abitazioni, regalavano la percezione della difesa.

Cosa facevano tutto il giorno, tutte le settimane, tutti i mesi, tutti gli anni quelle creature?

D’improvviso il paesaggio cambiò, un profilo vagamente montuoso affiancò l’ultimo tratto di strada: un improbabile sentiero arido, intervallato da ciottoli e pietre calcaree.

In pieno deserto nubiano, svettavano con la forma aguzza verso il cielo, le piramidi della necropoli reale di Meroe. Il sole fulvo del tramonto le tingeva, accarezzando dolcemente le piccole dune di sabbia gialla.

Un leggero venticello cominciò a soffiare, solleticando la sabbia. La magia della notte nel deserto: lo spazio più incontaminato del pianeta, il deserto e il firmamento sotto i miei occhi. Il disegno della via lattea, le forme irregolari dei crateri della luna, le stelle che ti soffocavano.

E l’alba, con il suo pallido e giovane sole che dava vita ad ombre brune e colorava d’oro la sabbia.

Proseguendo nell’ideale percorso dell’antica Nubia, affiorano i templi di Naga, luoghi sacri tra deserto e savana, di una dimenticata civiltà dell’alto Nilo.

Il sole colpiva la terra bruciata perpendicolarmente, e un vecchio e stanco asino, trainato da una donna coperta di veli insabbiati, continuava senza sosta a issare acqua da un pozzo.

Il maestoso serpeggiare del Nilo riapparve lungo il cammino, il paesaggio cambiò repentinamente, si lasciava il deserto e man mano tornavano a crescere indisturbate, lungo una pista sassosa, macchie di acacie e palme. A ridosso della vallata, si vedevano le prime elementari coltivazioni di cereali.

La settimana antecedente un matrimonio, culturalmente nell’Islam, è una festa che mostra l’incanto della donna. Durante ognuno di questi riti: si partecipa al salotto culinario, si cantano e si ballano brani tradizionali, si gioca arricchendo la bellezza del proprio corpo.

L’henna, incorporato tra le usanze islamiche a partire dal VI secolo d.C., è preposto a creare disegni su mani, braccia, piedi e gambe.

Il locale era illuminato con fioche e pigmentate lampadine, svettava al centro di questo posto, senza tempo e senza spazio, un baldacchino coperto da teli arabescati e decorati con sfumature d’oro.

Lui composto, saggio e al di là con gli anni; lei una giovane e inesperta dama.

Campo profughi di Mayo, un dimenticato sobborgo di Khartoum.

Abitato circa da 500mila persone, di tribù diverse, per lo più provenienti dal sud del Sudan.

Le infezioni causate dalla mancanza di acqua pulita, dall’inesistenza di un sistema fognario e da condizioni igieniche disastrose, insieme alla malnutrizione, rendono questo posto al limite della sopravvivenza.

Case fatte di fango e paglia, in un paesaggio dove mano a mano aumenta la povertà.

Capre scheletriche, sagome umane vestite di stracci, qualche scarno somaro carico di tutto e di niente.

Le donne aspettavano con pazienza, senza dire una parola, con i bambini arrotolati addosso: allattavano e scacciavano mosche. Erano ferme ad aspettare la distribuzione delle medicine per la malaria, degli intrugli per la malnutrizione, delle vaccinazioni.

Uno dei cinque pilastri dell’Islam è il “sawn” (digiuno), che trova la sua estrema manifestazione durante il “mese caldo”, il Ramadan. Ho iniziato dal primo giorno di agosto il Ramadan. Avevo un foglio su cui erano annotati gli orari di alba e tramonto di ognuno dei 29 giorni di digiuno. La mattina, la mia sveglia suonava quando era ancora buio fuori e quando dalla moschea iniziava la prima preghiera del giorno, con la lettura di passi del Corano (“Al-ahzàb”). Bevevo acqua e mangiavo frutta e quella decisione mi doveva bastare per tutto il giorno, fino a che il sole non avrebbe più accarezzato la terra. Il mio digiuno non è stato un cerimoniale religioso, ma una tentativo di guardare e afferrare cosa alloggia oggi nell’animo di un uomo. L’autodisciplina, la pazienza, l’autocontrollo, la consapevolezza di non avere cibo o acqua e la coscienza di poter radunare le energie, mostrando la stessa operosità. In realtà, in quei momenti si è di fronte a se stessi, si può decidere di nascondersi per mangiare o bere, oppure si può scegliere di farsi accompagnare dalla purità rituale di quel semplice gesto. Non c’è autorità umana che possa controllare, costringere o punire il comportamento dell’uomo, ma è solo la coscienza integra e pulita che fa da guida. Arriva il tramonto, la salat al-maghrib” tuona nell’aria, ed ecco che un bicchiere d’acqua simboleggia l’onestà, la vittoria, la libertà, la dignità.

La “ʿīd al-fiṭr” ha il significato di interrompere il digiuno del mese sacro. E’ un’ancestrale festa che ogni anno si fa spazio nei quattro angoli del pianeta. Passeggiando nei sobborghi di Khartoum, si respira e si assapora l’idea che la diffidenza tra culture e alfabeti differenti, è sempre più cosa da libri di storia. Mi è sembrato di tornare piccola, quando la domenica, il “dì di festa”, bimbi e nonni si incontravano nella piazza del Paese. Vestiti non usati durante la settimana, fermagli e mollettine tra i soffici capelli. Gruppi di anziane signore ai lati delle strade che si raccontavano la settimana. Mamme che badavano e correvano dietro agli scapestrati figli. E gli ubbidienti uomini che portavano a casa i dolci per la fine del pranzo.

 

https://www.facebook.com/notes/federica-iezzi/racconti-dal-sudan-di-federica-iezzi-surgical-mission-2010-2011/10150454828685984

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