Irrania Cameroon

Shisong - Cameroon

 

Missione di cardiochirurgia pediatrica – St. Elizabeth catholic general hospital – Shisong, Kumbo (Camerun) 

 

Un sottile lembo di luce delle sfumature dell’arancione e del giallo, imprigionato tra un cielo blu oltremare e una terra scura. E su di te le stelle, quelle stelle che ti guardano, che ti vegliano e che ti lasciano il tempo di pensare. Quell’aria di fuoco che ti entra nelle ossa, che ti infiamma le vene, che ti brucia la pelle. Quell’aria subito riconosciuta.

La terra ruggine è nascosta dalla lussureggiante selvaticità della vegetazione che sembra inglobarti in un disegno non meditato. Le tonalità della terra variano chilometro dopo chilometro dal rossastro, al marrone chiaro, al rosso porpora. A tratti, i terreni scoscesi sembrano imbevuti di sangue.

E’ la stagione delle piogge.

Palme da vino, piante della gomma, eucalipto, giovani baobab dal busto fragile e sottile ma già così imponenti nella loro altezza, banani, manghi, caffè si dividono spazi mal definiti. Scure colline vulcaniche ondeggiano nel chiarore del verde.

Un altro angolo di Africa.

Lungo le strade, nascono inverosimili villaggi e ti chiedi come possa una casa, fatta di mattoni di fango e con una lamiera come tetto, reggersi in piedi. Queste forme irregolari che l’occhio vede, non permettono alla ragione di dichiarare “vanno bene così”.

All’alba, flotte di gente non controllata riempiono il silenzio della notte.

Ai bordi delle strade bambini vendono quello che la natura regala. Frutta, canna da zucchero, l’amara cola, arachidi. Mentre gli adulti stendono a terra teli, per far essiccare il cacao.

Ogni giorno la durezza della povertà, del violento adattamento alla malattia penetrano nell’inverosimile ritaglio di vita di bambini che a 5 anni pesano poco più di dieci chili.

Lunghi viaggi  pesano sulle spalle dei bambini dai cuori fragili. Strade polverose o sature di terra bagnata separano le case di mattoni e paglia dei piccoli pazienti, dalle innovazioni, che sembrano quasi fuori posto, di un ospedale dove germoglia la chirurgia cardiaca.

Gli sguardi perplessi dei bambini davanti alla sonda dell’ecocardiografo, accompagnano le lunghe giornate di lavoro. Qualche lacrima, qualche buffo sorriso.

E poi gli occhi rassegnati di chi, al mattino presto, occupa la sala operatoria.

Corpicini scuri, aiutati a respirare da una macchina, da cui su un angusto monitor, è possibile osservare e ascoltare il suono del battito di un cuore debole e maltrattato.

E’ un mondo tutto piccolo, ogni elemento deve adeguarsi a quella realtà. Non si può sbagliare, non si può perdere la concentrazione, non si può approssimare la precisione.

E, curata ogni cicatrice, quel cuoricino fermo, riprende a camminare in una maniera tutta nuova, su vie sorprendentemente diverse.

E’ l’adattamento a quello che si chiama normalità.

Poi arriva la linea di demarcazione per un chirurgo: l’imperativa freddezza verso quelle creature spaventate, dei giorni antecedenti all’intervento, si trasforma in intimità, in affetto, in pace, durante i giorni della terapia intensiva, quando i bimbi sono forzatamente lontani dalla mamma e dal papà.

Dopo qualche giorno, vedere occhi vispi, sorrisi leggeri e gambe che corrono per i lunghi corridoi del reparto, rafforza l’idea che lavorare in Africa sia un dono grande.

Eccola la mia Africa.

 

https://www.facebook.com/notes/federica-iezzi/irrania-cameroon-14ago2010/466126170983

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