Mitologia e politica tra le gestualità tribali del Cameroon

Death celebration - Cameroon

Death celebration – Cameroon

 

Nelle società africane la memoria storica si intreccia con la memoria delle stirpi, con le leggende degli antenati, con le genealogie.
Mitologia e politica sono inscindibilmente legate nel mondo africano, nonostante i regni sacri sono incapsulati nelle repubbliche moderne.
Le organizzazioni africane si compongono da un insieme di famiglie con scarsissime stratificazioni sociali, dunque si presenta con maggiore urgenza il problema del mantenimento dell’ordine pubblico.
Gli uomini praticano la caccia e la pesca, le donne la raccolta di frutta, tuberi e bacche.

Il comando è spesso assunto da parte del più anziano. Il capo svolge funzioni simboliche: ascolta il consiglio degli anziani, amministra e controlla il consumo alimentare, è il garante dell’intero corpo sociale.
In Africa gestualità tribali guidano ancora lo scorrere del tempo. Nelle strutture chiuse che disciplinano i villaggi africani camerunensi, il “fon” (il capovillaggio), incarica un uomo, il “juju”, perché disponga di leggi, costumi e tradizioni.
A dispetto del suo essere il vertice politico e rituale del regno, tuttavia, il fon è soggetto a giudizio del popolo e può essere chiamato a rendere conto delle sue inadempienze.

Il fon è assistito in diversi contesti rituali. E’ affiancato dalla società regolatrice, con il compito esplicito di vigilare sull’ordine sociale e morale del regno, incarnati dal sovrano.
Dunque è contemplata l’esistenza della legge e conseguentemente è prevista la pena per il non rispetto.
L’incombenza del juju è quella di impartire la pena. In una organizzazione in cui non è prevista comunicazione con l’esterno, l’immagine del juju rimane, ancora oggi, quella di una sagoma volutamente non riconoscibile.
L’utilizzo di trucchi, di vesti colorate, di maschere, di oggetti tradizionali, non permettono alla collettività costituente il villaggio, di riconoscere chi concretizza fisicamente le punizioni.
E per questo non permettono la vendetta personale, non verificata dalla comunità.
Queste maschere vengono percepite localmente come esseri dotati di una propria autonomia, di una propria esistenza, indipendente dalla persona che la indossa. Movenze ancestrali attraversano il corpo del juju e curiosità e attrazione rimangono impressi negli occhi invecchiati della rettitudine.

 

LiberArt “Mitologia e politica tra le gestualità tribali del Cameroon” – di Federica Iezzi

“Africa: mos maiorum” – di Federica Iezzi

 

 

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E così Laurene ha guarito il mio cuore

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Missione di cardiochirurgia 

St. Elizabeth catholic general hospital – Cardiac Centre Shisong (Kumbo) – Camerun

 

 

Le fossette che apparivano sul suo esile volto, quando concedeva il suo sorriso travolgente alle nostre giornate, racchiudevano il mondo di questa candida creatura che l’Africa mi ha regalato.

Laurene, appena 3 anni, con uno dei più noti difetti congeniti cardiaci, un ventricular septal defect, come lo chiamano gli anglosassoni. Una porta di comunicazione tra i due “solidi motori” del nostro cuore, come venivano descritti su un cartone animato: i ventricoli.

L’ho vista per la prima volta, accompagnata dalla sua gran-mère, lungo i corridoi all’aperto, dell’ospedale.

Una graziosa sciarpina rosa le copriva il collo ed entrava in contrasto con le sue scure treccine, intervallate da sottili filamenti rosso porpora, mentre si avvicinava alla grande apparecchiatura per fare l’ecocardiografia. Tutti i bambini erano intimoriti da quel gigante tecnologico, a cui davi ordini schiacciando dei buffi tasti. Laurene osservava silenziosamente tutto con curiosità e a volte ho avuto la forte impressione che capisse più lei, quello che accadeva intorno, rispetto alla nostra equipe di esperti professionisti. Mostrava indifesa le sue percezioni, attraverso i suoi occhi neri. Cristallini.

Il chirurgo prima dell’intervento guarda in ogni sua piccola sfumatura il pezzo del corpo che andrà ad operare. Ed io ho fatto quello davanti a quell’ecocardiografo. Ho studiato ogni movimento, ogni angolo del cuore di Laurene. Non c’era posto per altro, non in quel momento almeno.

Quello che scrivo su Laurene adesso è qualcosa che si è insinuato in me ed è cresciuto nel mio spirito, coscientemente e non, a partire da quando la vidi arrivare in ospedale, sorridente, mano nella mano con la sua nonna, per finire a quando mi ha mostrato la sua magliettina dell’Italia, prima di essere dimessa dall’ospedale, con la promessa nell’anima che un giorno, non troppo lontano, ci saremmo riviste.

Il giorno dopo quella bambina occupava il letto della sala operatoria. Coperta di teli sterili, era un cuore da guarire.

Una protezione da infrangere, quella protezione che hanno tutti ma che in lei, potente, proteggeva il suo cuore malato.

Il suo cuore immobile, che si lasciava curare, tollerava le mie mani, tollerava la mia aggressione. E poi la fermezza di quelle fibre muscolari di non smettere di vivere, che per il chirurgo si mostra, velatamente, con l’emozione mascherata da freddezza, di una contrazione.

Quel cuore così piccolo già violato da un bisturi, aveva di nuovo un visino stanco ma sempre sorridente, in terapia intensiva.

Su quel grande letto dell’intensive care unit, chiedevo a Laurene “Dis-moi, tu as mal?”. Il suo“Un peu” detto con un filo di voce era un brivido che attraversava la stanza, l’ospedale, che penetrava impetuosamente attraverso le pareti, che si liberava in quell’aria fresca, dopo un’estiva pioggia feroce.

Mi ha insegnato i nomi degli animali in francese ed io gli ho insegnato quegli stessi nomi in italiano.

A tre giorni dal trauma soffocante della chirurgia, Laurene era di nuovo abbracciata alla sua nonna nella sua stanza in ward. Ogni giorno correvo da lei, appena concluso il mio lavoro nell’operating theatre. Lei saltava in piedi sul letto, per raggiungere la mia altezza e mi stringeva. Finalmente la barriera massacrante che un chirurgo si traccia intorno era svanita.

Non capivo perché quella bambina non mi odiasse, per averle fatto un taglio sul torace. Poi inaspettatamente la sua serenità, la sua pace, sembravano svelare con precisione ogni scorcio della vita.

La sera prima che andasse via dall’ospedale, le ho regalato la mia cuffietta operatoria, quella che aveva impressi i disegni degli animali, quella stessa con cui avevamo imparato i nomi degli animali.

E così Laurene ha guarito il mio cuore.

 

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Irrania Cameroon

Shisong - Cameroon

 

Missione di cardiochirurgia pediatrica – St. Elizabeth catholic general hospital – Shisong, Kumbo (Camerun) 

 

Un sottile lembo di luce delle sfumature dell’arancione e del giallo, imprigionato tra un cielo blu oltremare e una terra scura. E su di te le stelle, quelle stelle che ti guardano, che ti vegliano e che ti lasciano il tempo di pensare. Quell’aria di fuoco che ti entra nelle ossa, che ti infiamma le vene, che ti brucia la pelle. Quell’aria subito riconosciuta.

La terra ruggine è nascosta dalla lussureggiante selvaticità della vegetazione che sembra inglobarti in un disegno non meditato. Le tonalità della terra variano chilometro dopo chilometro dal rossastro, al marrone chiaro, al rosso porpora. A tratti, i terreni scoscesi sembrano imbevuti di sangue.

E’ la stagione delle piogge.

Palme da vino, piante della gomma, eucalipto, giovani baobab dal busto fragile e sottile ma già così imponenti nella loro altezza, banani, manghi, caffè si dividono spazi mal definiti. Scure colline vulcaniche ondeggiano nel chiarore del verde.

Un altro angolo di Africa.

Lungo le strade, nascono inverosimili villaggi e ti chiedi come possa una casa, fatta di mattoni di fango e con una lamiera come tetto, reggersi in piedi. Queste forme irregolari che l’occhio vede, non permettono alla ragione di dichiarare “vanno bene così”.

All’alba, flotte di gente non controllata riempiono il silenzio della notte.

Ai bordi delle strade bambini vendono quello che la natura regala. Frutta, canna da zucchero, l’amara cola, arachidi. Mentre gli adulti stendono a terra teli, per far essiccare il cacao.

Ogni giorno la durezza della povertà, del violento adattamento alla malattia penetrano nell’inverosimile ritaglio di vita di bambini che a 5 anni pesano poco più di dieci chili.

Lunghi viaggi  pesano sulle spalle dei bambini dai cuori fragili. Strade polverose o sature di terra bagnata separano le case di mattoni e paglia dei piccoli pazienti, dalle innovazioni, che sembrano quasi fuori posto, di un ospedale dove germoglia la chirurgia cardiaca.

Gli sguardi perplessi dei bambini davanti alla sonda dell’ecocardiografo, accompagnano le lunghe giornate di lavoro. Qualche lacrima, qualche buffo sorriso.

E poi gli occhi rassegnati di chi, al mattino presto, occupa la sala operatoria.

Corpicini scuri, aiutati a respirare da una macchina, da cui su un angusto monitor, è possibile osservare e ascoltare il suono del battito di un cuore debole e maltrattato.

E’ un mondo tutto piccolo, ogni elemento deve adeguarsi a quella realtà. Non si può sbagliare, non si può perdere la concentrazione, non si può approssimare la precisione.

E, curata ogni cicatrice, quel cuoricino fermo, riprende a camminare in una maniera tutta nuova, su vie sorprendentemente diverse.

E’ l’adattamento a quello che si chiama normalità.

Poi arriva la linea di demarcazione per un chirurgo: l’imperativa freddezza verso quelle creature spaventate, dei giorni antecedenti all’intervento, si trasforma in intimità, in affetto, in pace, durante i giorni della terapia intensiva, quando i bimbi sono forzatamente lontani dalla mamma e dal papà.

Dopo qualche giorno, vedere occhi vispi, sorrisi leggeri e gambe che corrono per i lunghi corridoi del reparto, rafforza l’idea che lavorare in Africa sia un dono grande.

Eccola la mia Africa.

 

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