SIRIA. Manbij è finalmente libera

Nena News Agency – 09/08/2016

L’operazione delle Forze Democratiche Siriane, guidate dai kurdi dell’YPG, si è conclusa: la città al confine con la Turchia, è libera dall’assedio ISIS. Ora si aprono le discussioni sul suo futuro politico

13151460_10209344121430317_2842077326311427646_n

di Federica Iezzi

Roma, 9 agosto 2016, Nena News – E’ arrivata alla conclusione l’Operation Martyr o Commander Faysal Abu Layla, nella città di Manbij, ultima roccaforte dell’ISIS, a nord del governatorato di Aleppo. Ancora in mano ai combattenti dello Stato Islamico il quartiere di al-Sirb, ma sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane (SDF) sono, invece, l’Ihyati Bakery, il mercato centrale e i quartieri di Bazaar, Sheikh Eqil, al-Naimi e al-Kajli.

Le SDF sono entrate nel centro storico della città, dopo le incursioni di gran parte delle zone orientali, occidentali e meridionali. Liberati dall’oppressione dell’ISIS anche i villaggi della Sajur River area, nei pressi della stessa Manbij. La posizione strategica al confine con la Turchia e sulla via per la città di al-Raqqa, ha reso Manbij per più di due anni punto di passaggio di rifornimenti e di movimento di armi e di uomini per lo Stato Islamico. Insieme a al-Bab e Jarabulus, Manbij è stato uno dei tre principali centri di riferimento dell’ISIS nel nord della Siria.

I combattenti delle Forze Democratiche Siriane, appoggiate dalla coalizione a guida USA e dalle milizie curde dell’YPG (Unità di Protezione Popolare), hanno lanciato a fine maggio una campagna per riprendere il controllo della città. Pesanti combattimenti, più di 600 raid aerei e 2.300 decessi, nelle ultime sei settimane, hanno segnato la cittadina.

L’assalto finale da parte dell’SDF è iniziato lo scorso venerdì, a partire dalla parte ovest della città, dopo settimane di sbarramento alle vie di rifornimento. Sono fuggiti dalla città circa 6.000 civili durante i combattimenti. Il portavoce ufficiale dell’SDF ha annunciato la liberazione di almeno 3.000 civili dall’enclave di Manbij, dopo l’occupazione dell’al-Jazeera road, che collega i due lati della città. Salgono così a 40.000 i civili liberati nell’intera area.

Dopo la perdita del controllo su Tel Abyad durante lo scorso marzo, con Manbij per l’ISIS svanisce un altro importante centro strategico sul confine turco-siriano. Solo due giorni fa centinaia di civili, così come alcuni combattenti dell’opposizione, hanno iniziato a utilizzare l’apertura di un nuovo corridoio umanitario per lasciare la città.

Decine di famiglie sono attualmente confluite nell’area di Abu Qalqal, controllata dall SDF, a pochi chilometri dalla diga di Teshreen sul fiume Eufrate. Ancora gravi le carenze alimentari e scadenti le condizioni di salute. E si stima che ancora circa 320.000 persone siano sotto assedio nell’area di Aleppo.

Hanno avuto già inizio le discussioni sul futuro sistema politico di Manbij. Una delle opzioni più dibattute è quella di entrare nel sistema federale curdo del Rojava. Primi tra i probemi: coordinare gli aiuti umanitari, supervisionare la ricostruzione e sostenere le forze di sicurezza. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Manbij è finalmente libera” di Federica Iezzi

Standard

KOBANE. Vita e lotta dentro la città assediata

Nena News Agency – 08 dicembre 2014

I campi profughi turchi sono diventati una sorta di casa per gli abitanti di Kobane. Ma c’è chi non vuole lasciare la città dove è cresciuto e le strade dove correva da bambino. Perdere Kobane significherebbe consegnare all’ISIS un legame diretto tra Aleppo e la roccaforte al-Raqqa e abbandonare il controllo di un ampio tratto del confine turco-siriano

Syria - Kobane

Syria – Kobane

di Federica Iezzi 

Kobane, 8 dicembre 2014, Nena News – Al confine tra Siria e Turchia, vecchie colonne grigie di fumo  non smettono  di soffocare l’aria tiepida, scaldata dal sole invernale. Frutto degli almeno 200 raid aerei della Coalizione Internazionale, in ormai due mesi di combattimenti.

Siamo a Kobane. Dalle montagne brulle di Tel Shair, che circondano la città, si vedono solo edifici ridotti in macerie sotto un’aria velata di polvere. Dal 16 settembre scorso, Kobane è simbolo e arena di scontri tra i jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, che seguono pedissequamente il programma di avanzata, e i combattenti siriani dell’Unità di Protezione Popolare.

Le porte di Kobane sono custodite dai mortai. Fuoristrada grigi scuri, con le bandiere nere dello Stato Islamico tatuate sulle porte e con MG30 al seguito, sfrecciano ferocemente sulla Halnaj-Kobani, strada a sud-est della città.

Gli anziani, con le numerose famiglie, non lasciano le proprie case, in una città alle prese con pesanti problemi idrici, in una città alimentata dai cancelli di confine di Mursitpinar, a pochi chilometri dalla provincia turca di Sanliurfa. Da settembre il quotidiano silenzio di Kobane, si è trasformato nel fragore dei proiettili che crivellano gli edifici crollati, delle auto bruciate, degli spari e delle esplosioni. Almeno 300.000 persone hanno attraversato il confine turco. 150.000 persone abitavano Kobane.

I ragazzi rimasti raccontano che a loro manca la scuola. Hanno paura di non riuscire più a ritrovare quel tipo di vita. Adesso vagano sgomenti per le strade, non hanno notizie dei loro amici. L’arrivo dei combattenti dell’ISIS per gli uomini significa non poter più indossare un paio di jeans, per le donne significa niente più scuola, niente trucco, nè capelli tinti. Divieto di fumo e musica.

La battaglia non è finita, dicono i difensori della città: i curdi dell’YPG. Questi, insieme alle brigate dell’Esercito Siriano Libero, ai raid aerei statunitensi e ai peshmerga iracheni, si oppongono alle azioni oppressive e sconvolgenti dell’ISIS. La tenace resistenza, contro combattimenti che infuriano nella periferia e nei quartieri interni della città, è guidata da un popolo assediato, a corto di cibo, carburante, armi e senza un adeguato sostegno internazionale.

Medici e infermieri lavorano gratuitamente in ospedali di fortuna, protetti dai kalashnikov degli uomini e donne dell’YPG. Non ci sono più ospedali pubblici funzionanti e le scorte di medicine stanno finendo. Svuotati i negozi di alimenti e bevande per i combattenti e per i civili. Ogni giorno, le madri dei combattenti cucinano per chi ha fame, negli angoli senza luce, distrutti e asserragliati, di una città diventata un forte militare.

Gli scontri si sono trasformati in una vera e propria guerriglia urbana nei distretti orientali, nella zona industriale di Sina’a, in prossimità delle colline scoscese di Mushta Nur, nel quartiere di Misher e nel distretto di Taxa Araban. In un gioco infinito di pedine, i combattenti dell’YPG strappano ai sunniti dello Stato Islamico, il controllo di strade ed edifici nell’area del Municipio e della moschea di al-Haj Rashad, a sud di Kobane; nell’area di al-Hal e di Azadi Roundabout, nella zona est della città. Ripreso il controllo anche della strada Halnaj-Kobani. Ultimi raid aerei della Coalizione Internazionale sull’area di Souq al-Hal e sulla piazza governativa. Almeno quattro nella sola giornata di oggi.

E’ in mano all’ISIS ogni edificio in cui sventola la bandiera nera nella zona est della città. Le zone ad ovest sono invece interamente controllate dall’YPG. Gli edifici amministrativi sono apparentemente funzionanti, ad eccezione dell’Asaish security forces building, caduto nelle mani dei jihadisti.

Secondo gli ultimi dati del Syrian Observatory for Human Rights, dall’inizio dei combattimenti su Kobane le vittime sono salite a 1153: di cui 54 civili, 387 combattenti dell’YPG, 712 combattenti dell’ISIS.

La città ha un aspetto livido ma vive nei sobborghi, nelle cucine, nelle strade bloccate. Le finestre rimangono scure al tramonto. Polvere e sabbia cadono dai soffitti incompiuti. Mosche ronzano sui volti dei bambini così come la pioggia batte forte, fuori dalle finestre. Ma da quelle finestre restano svegli gli occhi di ciascuna famiglia rimasta. Nena News

Nena News Agency “KOBANE. Vita e lotta dentro la città assediata” – di Federica Iezzi

Standard

Abdel Basset Sayda: assicurare aiuti continui a combattenti kurdi

Nena News Agency – 30 ottobre 2014

 

INTERVISTA. Nato ad Amuda, nel governatorato di al-Hasakah, nel 1956, Abdulbaset Sieda (in curdo Abdel Basset Sayda), leader curdo siriano è stato in esilio in Svezia. Poi è tornato a combattere per l’autodeterminazione curda. Oggi a devastare la sua terra è lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) 

 

Abdulbaset Sieda (cente) - Last leader of the Syrian National Council

Abdulbaset Sieda (cente) – Last leader of the Syrian National Council

di Federica Iezzi

 

Quali sono gli ultimi aggiornamenti da Kobane?

L’attuale situazione a Kobane è molto grave. L’ISIS ormai da più di un mese assale barbaramente interi quartieri della città, per ottenerne il completo controllo. Allo stesso tempo, sopravvive l’insistenza da parte dei combattenti dell’Unità di Protezione Popolare, di opporsi fino all’ultimo respiro. I raid aerei della coalizione internazionale, condotti nei giorni scorsi, sono risultati in incursioni di successo su strategici siti Daash (in arabo lo Stato Islamico, ndt). Questo ha contribuito notevolmente ad impedire l’avanzata su Kobane dei combattenti jihadisti. E in molti luoghi addirittura si è assistito ad una loro ritirata. Kobane è attualmente il simbolo dei curdi siriani. La caduta della città potrebbe avere come conseguenza diretta, il convincimento popolare della mancanza di serietà della campagna internazionale contro il terrorismo. I combattenti curdi dell’YPG, che stanno difendendo la città ormai da settimane, hanno mostrato una resistenza eroica e stabile. Continua intanto il desiderio di molti giovani curdi di unirsi alle fila dell’Unità di Protezione Popolare.

 

Molti combattenti si sono uniti alla YPG, dopo l’inizio dell’offensiva su Kobane. Cosa si aspetta il popolo curdo dalla coalizione internazionale?

Confidiamo anche negli attacchi aerei della coalizione internazional, per ottenere il ripiegamento dell’ISIS da Kobane. C’è ancora forte necessità di armamenti, munizioni, materiale logistico e forniture mediche. Tutto ciò dovrebbe essere assicurato ai combattenti curdi continuativamente.

 

Cosa potrebbe realmente creare l’ISIS in Medio Oriente?

Lo Stato Islamico rappresenta un terrorista legittimo e brutale. Contraddice assolutamente il progetto di democrazia nazionale, per il quale più di tre anni fa scoppiò la guerra civile in Siria. L’ISIS non minaccia solo la Siria, ma l’intera regione mediorientale. In breve tempo, a subire il potere dell’ISIS, potrebbero essere Iraq, Libano e Turchia, a causa dei turbinosi rapporti con la politica interna, delle numerose e diverse etnie di cui è composta la popolazione. L’ISIS misura il suo vigore con la destabilizzazione di sicurezza e stabilità in un Paese. In questo caso di tutto il Medio Oriente. Uno degli effetti visibili al mondo è l’ondata di rifugiati verso l’Occidente. Legato a questo fenomeno, oggi iniziano a prendere forma e vita una serie di piccole operazioni di estremismo religioso, destinate a crescere, portate avanti proprio dai membri di quelle comunità strappate violentemente alla loro terra.

 

Parliamo della situazione di tutta la popolazione siriana, i più giovani, i più piccoli sono le prime vittime della guerra civile. Cosa pensa della condizione dei bambini costretti a lavorare?

Il fenomeno del lavoro minorile è fuori da ogni standard civile. I bambini che entrano nel mercato del lavoro, al fine di garantire il raggiungimento delle esigenze di una famiglia, sono forzatamente costretti ad abbandonare l’istruzione. Nello stesso tempo sono esposti a violenze psicologiche e fisiche, come risultato di azioni che non sono commisurate all’età. Il futuro più prossimo è quello della comparsa di una serie di mali sociali. Il fenomeno del lavoro minorile inoltre acuisce il già alto tasso di disoccupazione. E molti dei giovani disoccupati iniziano a spendere il loro tempo nelle reti di gruppi estremisti.

 

Molte scuole siriane sono state danneggiate dagli scontri interni, altre vengono oggi usate come sistemazioni per i rifugiati interni siriani. Pensa che la mancanza di un organizzato sistema di istruzione, incoraggi il lavoro minorile?

L’istruzione in Siria non può attualmente raggiungere tutti gli studenti, a causa della distruzione di un gran numero di edifici scolastici. Gran parte degli edifici rimasti in piedi si sono trasformati in rifugi per gli sfollati, fenomeno che porta ad aggravare, già l’enorme problema. Fornire istruzione a questi bambini è importante, ma non sufficiente. L’allarme potrebbe essere arginato agevolando l’attività lavorativa dei genitori e consentendo loro di ottenere i requisiti di base per vivere e per mandare i figli a scuola.

 

Ci sono milioni di siriani che vivono come rifugiati nei Paesi limitrofi? Sono davvero sfruttati e sottopagati?

I rifugiati siriani che vivono nei paesi confinanti con la Siria, sopportano una vera tragedia a causa delle dure condizioni di asilo. A questo si aggiungono le inclinazioni negative che iniziano ad emergere da parte dei cittadini dei Paesi limitrofi, verso i rifugiati siriani. I rifugiati siriani sono costretti allo sfruttamento come conseguenza di un lavoro abusivo, non regolarizzato. E i salari sono sproporzionatamente inferiori, rispetto ai duri sforzi che stanno vivendo.

 

Pensa che un giorno i rifugiati siriani possano tornare nella loro terra e vivere una vita senza guerra?

Questa guerra deve finire, non importa come e quando. Si deve lavorare ad una soluzione politica. E qualsiasi soluzione non sarebbe corretta se non prendesse in considerazione la questione del ritorno dei profughi, consentendo loro di ripartire da zero nella loro vita quotidiana. Se le cose dovessero continuare in questo modo, il numero delle vittime crescerà esponenzialmente. E tutto questo sarebbe una rigida perdita per la Siria e per i siriani. Nena News

Nena News Agency 30 ottobre 2014 “Abdel Basset Sayda: assicurare aiuti continui a combattenti kurdi” – di Federica Iezzi

 

Standard

SIRIA. Cos’è l’ISIS per la gente comune

Nena News Agency – 29 settembre 2014

Nelle strade delle province siriane di al-Raqqa e Deir Ezzor, territori di dominio indiscusso dell’ISIS, parla la gente. Ha paura di uscire, paura di pregare. Paura di non essere parte del gruppo jihadista 

ISIS-fighters-in-Syria

di Federica Iezzi

Aleppo, 29 settembre 2014, Nena News – Pick-up in fila indiana come convogli, uomini con sciarpe nere aggrovigliate attorno ai magri volti. Kalashnikov in bella vista, puntati verso l’alto. Dietro di loro la bandiera nera dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria vola spietatamente insieme al vento. Ormai si contano tra i 20.000 e i 31.500 combattenti nel gruppo jihadista guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, lontana costola dell’al-Qaeda di Osama Bin Laden.

Gli estremisti sunniti dell’ISIS hanno il dominio di circa un quarto del territorio iracheno. E controllano approssimativamente un terzo della Siria. La roccaforte siriana dell’ISIS è al-Raqqa. Deir Ezzor è soffocata completamente, fatta eccezione per la base aerea militare. I militanti jihadisti regnano su alcuni quartieri nelle città di al-Joura, al-Ummal e al-Hamidiya, su vaste aree nel governatorato di al-Hasakah, tra cui Ash-Shdadi e al-Houl Markda, su molti villaggi nel nord-est di Aleppo, vicino al confine turco, come al-Bab, Akhtarien, al-Mashoudiya, al-Aziziya, Doybaq, al-Ghouz, Turkman Bareh e al-Rahie.

A Mosul, nell’Iraq del nord, la gente nelle strade sa che la maggior parte dei membri dell’ISIS è irachena. L’organizzazione terroristica ha trovato inizialmente terreno fertile nella comunità sunnita locale, scontenta per l’operato del governo a trazione sciita di Nouri al Maliki, ma è stata subito frenata dal nuovo esecutivo di Haider Al-Abadi.  L’ISIS, invece, ha trovato rifugio sicuro in Siria, strozzata da più di tre anni di guerra civile e dalla politica fortemente instabile di Bashar al-Assad.

L’ISIS non è islam. E’ questo che in terra siriana la gente urla. L’ISIS come conseguenza della guerra in Iraq del 2003 e del governo siriano di al-Assad; l’ISIS come gruppo di crudeli terroristi, ma meglio rispetto all’ateismo; l’ISIS come nemico dei musulmani; l’ISIS come kalashnikov, fucili d’assalto, mitragliatrici, obici e mortai, cannoni antiaerei e razzi anticarro, veicoli blindati, carri armati e centinaia di Humvee. Ma il pensiero comune, in terra siriana, è che la forza dei militanti islamici risiede nell’intensa lealtà all’interno dell’organizzazione.

In Siria il gruppo jihadista si scontra con più di 100.000 miliziani del fronte Jabhat al-Nusra, del Fronte Islamico e degli altri movimenti islamici. A opporsi, i ribelli dell’Esercito Siriano Libero e i 50.000 combattenti dell’YPG, Unità di Protezione Popolare curda. In Iraq sono i peshmerga ad affrontare sul campo i jihadisti.

Il muezzin annuncia la preghiera del venerdì, ma le moschee non sono piene. La gente ha paura di camminare per strada, così si accontenta di pregare tra le mura di casa, dove solo Allah può arrivare. Alla domanda “chi sono i combattenti dell’ISIS” risponde con sure del Corano o con brani tratti dai discorsi del profeta Muhammad “leggono il Corano ma non lo capiscono”.

Le donne hanno paura di non coprirsi abbastanza per la shari’a professata dall’ISIS. “Essere bambine è pericoloso” è questo l’assillo della gente, è questa l’inquietudine di ogni madre. I comandanti portano via le giovani vergini per darle come premio ai combattenti più valorosi. E tra le giovani, ci sono bambine che fino al giorno prima giocavano con le bambole nel cortile di casa. In sottofondo il pianto inconsolabile dei bambini, che si accompagna al pianto degli adulti. Fa male. Ogni donna ha perso qualsiasi briciolo di libertà. Le donne possono uscire se accompagnate da un muhram, dal padre, dal fratello, dal marito o da un parente uomo. C’è un coprifuoco. Si rientra a casa alle 7 di sera. Il buio, l’assenza di elettricità, la mancanza di protezione da parte dell’esercito governativo rende potenzialmente fatale ogni spostamento.

“Essere curdi, cristiani o sciiti è pericoloso. Non essere ISIS è pericoloso”. Mentre i siriani nelle province di Idlib e Homs manifestano contro gli Stati Uniti, i curdi siriani appoggiano la decisione di bombardare i territori controllati dai miliziani jihadisti. Quelle zone sono deserte, dicono. Le case sono depredate. Gli abitanti scappano quando sentono colpi di mortaio a poca distanza o quando l’YPG li avverte dell’arrivo delle truppe dell’ISIS. Gli abitanti che rimangono o sono fedeli al gruppo terrorista o sono civili sotto assedio.

E mentre continuano i bombardamenti delle forze americane sulle aree intorno ad al-Raqqa, Deir Ezzor, al-Hasakah, sul nord-est di Aleppo e sulle zone del confine iracheno, la morte di civili dipinge le giornate. Nena News

Nena News Agency – 29 settembre 2014 – “SIRIA. Cos’è l’ISIS per la gente comune” di Federica Iezzi

Standard

SIRIA. La battaglia per la conquista di Kobani

Nena News Agency – 20/09/2014

 

Da più di 48 ore nella zona di Kobani, a nord della Siria, si susseguono violenti scontri tra i combattenti curdi dell’YPG e i jihadisti dell’Isis. Si cerca di scongiurare un nuovo massacro, dopo quello degli yazidi, dei turcomanni e dei cristiani

Syrian refugee at turkish border

Syrian refugees at turkish border

di Federica Iezzi

Aleppo, 20 settembre 2014, Nena News – Iniziato l’assedio da parte dei combattenti dell’Isis di 24 villaggi curdi nell’area di Kobane (Ayn al-Arab), nel nord della Siria, vicino al confine con la Turchia. Gli attacchi nelle ultime 48 ore hanno coinvolto carri armati e artiglieria pesante, fucili d’assalto, kalashnikov e granate. Continuano i bombardamenti dell’Isis nei villaggi di Barkel e Qihida a sud di Kobane. Questa notte presi altri 3 villaggi nei pressi del fiume al-Forat, ad ovest di Kobane. Per ora nessuna informazione sul numero di vittime.

Il violento assalto ha spinto i civili ad abbandonare le proprie case nel timore di ritorsioni da parte dei jihadisti. Circa 3.000 rifugiati tra uomini, donne e bambini sono arrivati al confine turco nella notte. Hanno lasciato le loro case, nei villaggi circondati dalle forze dell’Isis, e hanno camminato per almeno 10 chilometri senza acqua né cibo. I più piccoli, avvolti in coperte di fortuna, sono arrivati in stato di disidratazione marcata.

Già dallo scorso mercoledì, aree ad ovest di Kobani, battevano la bandiera nera dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. L’Isis ha cercato di stabilire il controllo su una fascia di territorio vicino al confine con la Turchia, ha tentato l’espansione verso est, fuori dalle proprie roccaforti, nelle province di al-Raqqa e Der Ezzor, al confine con l’Iraq. L’intera area curda di Kobani, nella zona di Aleppo, è sempre stata  una spina nel fianco per i ribelli jihadisti, fonte di pesanti passati insuccessi. Oggi Kobani è una piccola tasca di terreno siriano, isolata dalle vaste aree di territorio controllato dall’Isis e dalle aree controllate dalle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad. E’ difficile da difendere.

I 50.000 combattenti siriani dell’YPG, Unità di Protezione Popolare, hanno richiesto al governo turco urgenti aiuti nella lotta contro l’Isis, nel nord della Siria. Il governo di Davotoglu ha assicurato aiuti ai rifugiati siriani curdi. In un conflitto che contrappone militanti curdi contro gli estremisti sunniti, armare il PKK e l’YPG rimane ancora un dilemma. 46 cittadini turchi sono ancora oggi in ostaggio in Iraq, nelle mani dell’ISIS.

I rapporti tra l’YPG e il governo siriano di al-Assad rimangono ambigui. Finora l’YPG non sarebbe stato supportato dalle forze di Damasco. Invece sembrano rafforzarsi i rapporti con i gruppi di insorti non islamici, nella provincia di Aleppo. Per più di un anno, combattenti dell’ISIS e milizie curde si sono affrontati in lotte feroci, in diverse zone del nord della Siria, dove le grandi popolazioni curde risiedono. Gli scontri sono solo un aspetto della più ampia guerra civile in Siria.

Intanto si ripetono massacri e rapimenti di donne nelle aree sequestrate di recente. I timori della comunità internazionale sono puntati sul rivivere le atrocità degli yazidi, nella regione di Sinjar, nel vicino Iraq, mentre in Siria proseguono gli scontri tra i ribelli siriani e l’ISIS a Dabeq, nel governatorato di Aleppo.

Bombardamenti dalle forze di al-Assad sui villaggi di Nahya Aqirbat, Hamada Omar, Kafar Zita, Demo e Tal al-Meleh, nella provincia di Hama, e sui vilaggi di al-Bab, Balat e al-Jaboul, vicino Aleppo, tutti controllati dall’Isis. Nena News

Nena News Agency – “SIRIA. La battaglia per la conquista di Kobani” – di Federica Iezzi

Standard