UGANDA. Dall’indipendenza dalla Gran Bretagna al regno del terrore di Idi Amin

Nena News Agency – 17/07/2020

Pedina in varie occasioni della guerra non dichiarata tra il mondo arabo e l’Occidente, il Paese africano ha avuto a partire dagli anni ’60 ottime relazioni con Israele con cui, dopo la rottura diplomatica ai tempi della dittatura di Amin, mantiene tuttora ottimi rapporti

The Unseen Archive of Idi Amin

Uganda, The unseen archive of Idi Amin

di Federica Iezzi

Roma, 17 luglio 2020, Nena News – Cuore verde dell’Africa orientale, l’Uganda è attualmente alle prese con il compito di riunire una vasta gamma di gruppi di minoranze etniche in uno stato-nazione, deciso e imposto da vecchi confini geografici, disegnati dai padroni coloniali inglesi, causa negli anni di duri conflitti.

Il Paese oggi non è in pericolo di rinnovata guerra civile o violenza ribelle, ma rischia di scivolare in una crisi politica che potrebbe minacciare la stabilità conquistata negli anni. Kampala si destreggia tra politiche di patrocinio inefficienti, una spirale discendente di governance in declino, scarsi risultati economici e insicurezza locale.

Dopo 20 anni di conflitti e lo sfollamento di circa due milioni di persone, durante il mandato dell’ultima presidenza autocratica di Yoweri Museveni, l’Uganda divenne di nuovo una pedina nella guerra apparentemente infinita e non dichiarata tra il mondo arabo e l’Occidente. Nel 1994, l’amministrazione Clinton iniziò a finanziare in aiuti militari l’Uganda e altri Paesi africani, per destabilizzare i governi di matrice araba.

In cambio, l’attuale leader ugandese ha ricevuto tolleranza dai Paesi occidentali, in violazioni dei diritti umani, brogli elettorali, torture e uccisioni di sostenitori dell’opposizione. Tradizione angosciante tra i leader occidentali di confondere l’abuso e la repressione per motivi di sicurezza, con la normalità.

Tra i Paesi occidentali, Israele ha avuto sicuramente un rapporto speciale con l’Uganda, già dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1962. A partire dagli anni cinquanta, David Ben-Gurion, allora Primo Ministro israeliano, cercò partenariati strategici con gli stati ai margini del mondo arabo, compresi Uganda, Kenya, Iran e Turchia, per contrastare le nazioni ostili ai confini di Israele. Come parte di quella che divenne nota come la ‘dottrina periferica’, Israele addestrò ed equipaggiò i militari dell’Uganda e realizzò progetti di costruzione, di agricoltura e di sviluppo.

Le relazioni dell’allora demagogo presidente Idi Amin con Israele si inasprirono, dopo che Israele si rifiutò di vendere aerei da combattimento a Amin con i quali, il leader sperava di bombardare la Tanzania, dove l’ex presidente ugandese Obote stava sollevando un esercito ribelle.

Amin si rivolse alla Libia di Gheddafi, che accettò di vendere armi agli ugandesi, ma solo se quest’ultimo avesse rotto i legami con Israele. Dunque l’impulsività bizzarra di Amin espulse prontamente tutti gli israeliani dal Paese e installò l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nell’ex-ambasciata israeliana. La religione islamica divenne un feticcio per questo uomo squilibrato, e la sua schietta trasgressione ne fece un grave danno alla causa musulmana in Africa.

Ma quale è stata la vita e quali le miserie di Idi Oumee Amin Dada?

Nato a Koboko, nell’Uganda nordoccidentale, da padre Kakwa e madre Lugbara, Idi Amin si unì presto ai King’s African Rifles (KAR), un reggimento dell’esercito coloniale britannico, con cui combattè in Somalia contro i ribelli Shifta e in Kenya nella repressione della rivolta Mau Mau.

Dittatore spietato la cui ascesa al potere fu facilitata dalle autorità coloniali britanniche, estremamente carismatico e abile, ottenne il grado di ‘effendi’, la posizione più alta per un soldato dell’Africa nera all’interno del KAR, e fu presto nominato comandante delle forze armate.

Dopo oltre 70 anni sotto il dominio britannico, l’Uganda ottenne l’indipendenza nel 1962 e Milton Obote divenne il primo ministro del Paese. Nel 1964, Obote strinse una forte alleanza con Amin, che contribuì ad espandere le dimensioni e il potere dell’esercito ugandese. Nel febbraio del 1966, in seguito alle accuse secondo cui Obote e Amin erano responsabili del contrabbando di oro, caffè e avorio, scambiati per armi, nell’attuale Repubblica Democratica del Congo, Obote sospese la costituzione e si autoproclamò presidente esecutivo.

Obote iniziò a mettere in discussione la lealtà di Amin e durante una sua breve assenza, Amin, attraverso un colpo di stato, prese il controllo del Paese costringendo Obote all’esilio.

Una volta al potere, Amin iniziò le esecuzioni di massa su Acholi e Lango, tribù cristiane fedeli a Obote e quindi percepite come una minaccia. Attraverso forze di sicurezza interne da lui organizzate, come lo State Research Bureau (SRB) e la Public Safety Unity (PSU), ha di fatto eliminato chiunque si opponesse al suo regime.

Nel 1979 il regno del terrore di Amin terminò quando gli esiliati ugandesi e tanzaniani presero il controllo della capitale Kampala, costringendo il dittatore a fuggire. L’amministrazione di Kijambiya (‘macellaio’ come gli ugandesi chiamavano Amin) ha governato l’Uganda con il fervore e l’energia di una campagna militare. Mai consegnato alla giustizia per i suoi atroci crimini, sebbene originariamente cercasse rifugio in Libia, Amin ha trascorso comodamente il resto della sua vita in Arabia Saudita.

La brutalità di Amin, ha suscitato fascino oltre i confini dell’Uganda. Alcuni nazionalisti africani applaudirono i suoi insulti agli europei. Gli arabi radicali libici, guidati da Muammar al-Gheddafi, lo corteggiarono attivamente come alleato, e per un certo periodo lo fece anche l’Unione Sovietica.

I media del governo di Amin facevano parte di uno scintillante ensemble che ha contribuito a creare un’ingannevole narrazione degli eventi. Ecco perché così tanti ugandesi hanno trovato motivo per sostenere il governo di Amin. La presenza di telecamere negli eventi pubblici ha trasformato occasioni banali e accessorie, in una contraffatta cronaca di lotta nazionale.

Oggi, dopo tanta storia, che pochi ugandesi credano che il cambiamento politico avverrà attraverso l’urna elettorale, una rivolta popolare o un dialogo nazionale attendibile non sorprende, dato lo stato dell’opposizione politica, che soffre di carenza di finanziamenti, combattimenti e cooptazione del regime. Nena News

Nena News Agency “UGANDA. Dall’indipendenza dalla Gran Bretagna al regno del terrore di Idi Amin” di Federica Iezzi

 

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UGANDA. Il massacro degli acholi

Nena News Agency – 10/11/2016

E’ cominciato nel 1999, quando, per combattere Joseph Kony, leader dell’LRA, il governo di Museveni rinchiuse gli acholi nei ‘campi protetti’, pena le violenze fisiche o il bombardamento dei loro villaggi

uganda

di Federica Iezzi

Roma, 10 novembre 2016, Nena News – Resta ancora molto controverso il processo per crimini di guerra e crimini contro l’umanità alla Corte Penale Internazionale, dei leader ribelli ugandesi dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA), per il massacro del popolo acholi. Per vent’anni la macchina militare ugandese ha occupato e distrutto i terreni del nord Uganda, abitati dall’etnia acholi, ed ha continuato ad essere finanziata, senza alcuna interruzione e in modo misconosciuto, dalla politica estera degli Stati Uniti.

Il massacro degli acholi in Uganda inizia nel 1999, quando, per combattere Joseph Kony, leader dell’LRA, il governo ugandese di Museveni, rinchiuse gli acholi nei ‘campi protetti’, pena le violenze fisiche o il bombardamento dei loro villaggi.

Le truppe del presidente ugandese Yoweri Museveni hanno guidato quasi due milioni di acholi in veri e propri campi di concentramento, promettendo protezione da Kony e dall’LRA.

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2005, almeno 1.000 acholi morivano ogni settimana di violenze fisiche, fame e malattie debilitanti, all’interno dei campi che sono stati ufficialmente chiusi nel 2012 e gli acholi sopravvissuti tornarono alle loro terre devastate. La dittatura ugandese distrusse agricoltura, istruzione, relazioni di genere e vita familiare dell’intero popolo.

Secondo le stime in questo folle conflitto si sono contate oltre 500.000 vittime e 800.000 profughi nei distretti Gulu, Pader e Kitgum.

Tutti motivi sufficienti per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, di accusare il presidente Yoweri Museveni, davanti alla Corte Penale Internazionale, per rispondere alle accuse di genocidio contro il popolo acholi.

Ad oggi, Museveni è un uomo libero. Da circa trent’anni presidente dell’Uganda. Da circa dieci, oltre i limiti temporali di presidenza. Secondo la costituzione ugandese il tempo massimo è fissato ai due mandati, per Museveni siamo al quinto mandato consecutivo.

Il prossimo gennaio, a L’Aja, Dominic Ongwen, uno dei principali leader ribelli ugandesi dell’LRA, sarà processato dalla Corte Penale Internazionale, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, inclusi attacchi contro la popolazione civile, omicidio e tentato omicidio, torture, trattamenti crudeli e atti disumani,riduzione in schiavitù, oltraggi alla dignità personale, saccheggio e distruzione di proprietà, persecuzioni.

Dall’ottobre 2005, la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di cattura per cinque membri dell’LRA, accusati di crimini contro l’umanità.

A fine gennaio, all’ultimo vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, i leader africani, Museveni compreso, avevano sostenuto un’iniziativa per il ritiro comune dallo Statuto di Roma, ritenuto un’arma occidentale non equilibrata.

Come sfondo l’Uganda ricorda il regime di Idi Amin Dada degli anni ’70 che uccise circa 100.000 persone dalle tribù acholi e lango e il regime del secondo mandato di Milton Obote, nei primi anni ’80, che uccise 500.000 civili dell’etnia baganda.

Quello che continua ad accadere in Uganda è paragonabile alle difficoltà che si vivono quotidianamente in Sud Sudan, in Repubblica Democratica del Congo, in Burundi, dove la comunità internazionale non prevede alcuna progettazione di risoluzione degli scontri armati. Nena News

Nena News Agency “UGANDA. Il massacro degli acholi” di Federica Iezzi

 

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