Carestia in Somalia. Federica Iezzi, medico sul campo nell’emergenza

@Mentinfuga – 24/03/2017

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Intervista di Cristiano Roccheggiani a Federica Iezzi

Impantanati nella melma delle sabbie mobili della grande crisi economica e sociale che attanaglia le nostre vite, chiuse sempre più ermeticamente nelle nostre città, ci siamo dimenticati ancora una volta dell’Africa. E pensare che a questo Continente, che abbiamo spogliato mentre lo condannavamo a un eterno non-futuro, la nostra civiltà deve tanto. Per il grande debito morale e umano che vi abbiamo contratto; e perché lo sfruttamento sistematico delle risorse ha consentito a tutti noi di poterci permettere vite, nonostante tutto, ancora comode.
Proprio nei giorni in cui ricorre il ventitreesimo anniversario dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, giungono in queste ore drammatiche notizie dalla Somalia, dove la terza carestia in 25 anni, sta portando alla diffusione di epidemie come colera e morbillo tra le popolazioni, soprattutto, come è solito in queste situazioni, bambini. Testimoni di questa nuova emergenza umanitaria sono ancora una volta i medici volontari che, insieme alle diverse organizzazioni non governative presenti nella zona, cercano disperatamente di portare il loro aiuto nella speranza di ridurre il più possibile le perdite umane.
Tra queste persone meravigliose, dalla generosità e umanità sconfinate, c’è Federica Iezzi. Cardiochirurgo pediatrico, ma anche curatrice di un sito web (http://www.federicaiezzi.wordpress.com) di informazione continua, chiediamo a Federica di farci un resoconto di queste drammatiche ore.

Federica, innanzitutto com’è ora la situazione?
Il numero di persone che necessita di assistenza alimentare in Somalia attualmente è di 6.2 milioni, oltre la metà dell’intera popolazione del Paese, a causa del peggiorare della siccità, della conseguente carestia e della presenza incombente del gruppo estremista islamico al-Shabaab.
Oltre due milioni di persone, che hanno bisogno di assistenza alimentare, sono al momento irraggiungibili a causa delle condizioni di insicurezza.
Più di 363mila bambini sono affetti da malnutrizione acuta, tra cui 71.000 affetti da forme di malnutrizione grave. Secondo il Cluster Nutrizione per la Somalia, se non verranno forniti aiuti con urgenza i numeri potrebbero quasi triplicare: in 944mila rischiano di entrare nel tunnel della malnutrizione nell’arco di quest’anno, inclusi 185.000 bambini che saranno gravemente malnutriti e che avranno bisogno di sostegno urgente salvavita, secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. In questo momento, secondo le Nazioni Unite, più di 50.000 bambini rischiano di perdere la vita.
Solo un rafforzamento massiccio e immediato dell’assistenza umanitaria, potrà evitare al Paese di precipitare nell’ennesima catastrofe.

Quali sono le zone maggiormente colpite? Di che estensione si può parlare? La carestia ha raggiunto anche gli altri Paesi della zona?
Negli ultimi mesi la siccità che ha colpito la Somalia centro-meridionale, e le regioni settentrionali del Puntland e del Somaliland, la peggiore dal 1950, si è intensificata notevolmente a causa del mancato verificarsi delle piogge stagionali. Le condizioni dei bambini che soffrono la fame e delle loro famiglie sono in netto peggioramento. Nelle aree maggiormente colpite dalla siccità molte persone restano senza cibo per diversi giorni.
La siccità attuale ha lasciato interi villaggi senza raccolti, la Comunità ha visto morire il bestiame. I prezzi dell’acqua e del cibo, prodotto localmente, sono aumentati drasticamente. In alcune parti della Somalia il prezzo dell’acqua è cresciuto di 15 volte rispetto al periodo precedente alla siccità e anche il prezzo dei beni alimentari ha subito lo stesso incremento. La conseguenza diretta è lo spostamento in massa dei civili, verso le grandi città somale. Questo ha determinato una promiscuità nei campi profughi non ufficiali nati nelle periferie delle città, con un aumento delle malattie causate dall’acqua contaminata. A complicare il quadro, si contano ad oggi oltre 8.400 casi di diarrea acuta e colera. Più di 200 i decessi.
Secondo l’UNICEF, quest’anno, circa un milione e mezzo di bambini è a rischio di morte imminente per malnutrizione acuta grave, viste le incombenti carestie in Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Yemen. E più di 20 milioni di persone si troveranno ad affrontare la fame nei prossimi sei mesi tra Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Sudan e Uganda. La siccità, che continua ad essere una piaga in Somalia, è secondo le stime peggiore dell’ultima del 2011 che uccise 250.000 persone.

Come si può riuscire a fronteggiare un’emergenza di queste dimensioni? Quali sono i provvedimenti di prima necessità? Di cosa c’è bisogno?
La comunità internazionale deve intensificare i propri sforzi per fare in modo che quel tragico momento storico, risalente al 2011, non si ripeta e sappiamo che agire efficacemente in questa fase può fare realmente la differenza.
C’è bisogno di acqua. I pozzi poco profondi che fornivano acqua alla gente, ora sono asciutti. Nei letti dei fiumi aridi bisogna scavare fino a 15 metri per trovare l’acqua. Nella maggior parte dei casi si tratta di acqua non potabile che viene utilizzata ugualmente per bere, aumentando il rischio di infezioni del tratto gastrointestinale. Bisogna pianificare la trivellazione di nuovi pozzi, scegliendo oculatamente siti.
C’è bisogno di cibo. Le acque somale continuano ad essere controllate dalla moderna pirateria che implica dirottamento, presa in ostaggio e estorsione delle navi commerciali, non permettendo il trasporto in sicurezza dei pacchi alimentari del World Food Programme (WFP).
Manca un rafforzamento del servizio sanitario nei centri di salute primaria locali, con la fornitura di farmaci di base e beni alimentari.
Se si supportasse la gente con acqua, servizi sanitari e mezzi di sostentamento e venisse pianificata una distribuzione di semi e attrezzature per l’agricoltura, l’insicurezza alimentare sarebbe quanto meno un’entità più lontana, così da migliorare l’accesso al cibo e l’accesso alle attività produttrici di reddito.

Come sta reagendo la Comunità Internazionale di fronte a questa ennesima emergenza umanitaria? Ci sono stati interventi ufficiali, ad esempio dei governi?
Secondo Save the Children la risposta della Comunità Internazionale alla minaccia della carestia in Somalia, sta ripercorrendo i gravi errori dell’ultima crisi.
L’UNICEF, con il supporto dell’European Civil protection and Humanitarian aid Operation (ECHO), ha istituito centri di nutrizione nei campi rifugiati, che finora hanno permesso un tasso di recupero del 92,4% per i 42.526 bambini gravemente malnutriti in tutta la Somalia. Il programma ha mostrato grandi progressi a partire dal 2013, fornendo assistenza a migliaia di bambini malnutriti e donne in gravidanza o in allattamento.
Generosi contributi sono stati forniti da donatori internazionali dell’Europa, dell’Asia, del Nord America e dal sistema ONU per servizi salvavita nei campi della nutrizione, della sicurezza alimentare, della salute, dell’istruzione, delle risorse idriche e sanitarie.
Con l’aumento dei bisogni, l’UNICEF e il WFP insieme, necessitano di oltre 450 milioni di dollari per poter fornire assistenza urgente nei prossimi mesi.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha chiesto alla comunità internazionale lo stanziamento di circa 860 milioni di dollari per fornire immediati aiuti salvavita alle popolazioni.

Organizzazioni mondiali come l’UNICEF, la FAO, l’OMS, sono presenti? Come vi supportano?
Il WFP sta sfamando un milione e mezzo di persone nelle zone settentrionali e centrali della Somalia e a Mogadiscio, dove continuano ad arrivare quanti riescono a fuggire dalle zone della carestia. A partire dallo scorso novembre, più di 135.000 persone sono state costrette a spostarsi all’interno della Somalia a causa della siccità.
Quest’anno, l’UNICEF sta lavorando con i suoi partner per garantire cure terapeutiche a oltre 200.000 bambini gravemente malnutriti in Somalia.
Come dato preoccupate rimane quello dell’accesso umanitario limitato, soprattutto alle regioni a sud. Il WFP e l’UNICEF stanno rafforzando gli impegni congiunti per potenziare la risposta nelle aree meno accessibili dove sono a rischio milioni di vite.

Oltre all’emergenza legata alla carestia, ce ne è senz’altro un’altra di carattere sociale, e la complicata situazione politica di tutta la zona del Corno d’Africa non fa altro che peggiorare le cose. Come stanno reagendo la popolazione e i governi, anche nel resto dei paesi colpiti?
Attualmente un’altra emergenza è quella legata al gran numero di rifugiati che sta rientrando in Somalia. Il programma di rimpatrio a Dadaab, campo profughi a nord-est del Kenya, per esempio, continua con una media di quasi 2.000 rifugiati che, a settimana, tornano volontariamente in Somalia. 49.376 rifugiati somali sono tornati a casa dal dicembre 2014, quando l’UNHCR ha iniziato a sostenere il rientro volontario dei rifugiati somali dal Kenya. Di questi 10.062 sono stati sostenuti nel solo 2017. I rifugiati stanno rientrando in particolare nella zona di Baidoa, a nordovest di Mogadiscio, e nella zona di Kismayu, a sudovest della capitale. Molti rifugiati si ritrovano senza un riparo e versano in condizioni igieniche molto gravi. La qualità dell’acqua rimasta, produce diarrea e malaria che si stanno diffondendo rapidamente. Non ci sono latrine per i nuovi rifugiati, le diffuse pratiche non igieniche espongono le Comunità al rischio di gravi epidemie.
Il cambio al governo somalo e la nuova presidenza, affidata a Mohamed Abdullahi Mohamed, dovranno affrontare molteplici sfide: la minaccia rappresentata da gruppi estremisti somali, la carestia incombente, le istituzioni deboli, le fazioni in lotta, il rientro di civili somali da Paesi limitrofi e la disoccupazione dilagante in un Paese in cui oltre il 70% della popolazione è sotto i 30 anni.
Intanto il neo-presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed ha dichiarato lo stato di disastro nazionale. Sa’ad Ali Shire, ministro degli esteri dell’autoproclamata repubblica del Somaliland, ha invocato aiuti urgenti, soprattutto cibo, acqua e medicine per scongiurare la catastrofe.

Una testimonianza, se puoi, del tuo incredibile impegno e coraggio.
In Somalia ho lavorato nel ‘Mohamed Aden Sheikh Children Teaching Hospital’ (MAS-CTH), un ospedale pediatrico costruito grazie al lavoro e all’impegno italiano, ora amministrato totalmente dal governo del Somaliland.
Intelligente modello di cooperazione internazionale, entrato imponentemente nell’assetto sanitario del Paese, il MAS-CTH, incidendo sulle politiche sanitarie del Somaliland, riveste oggi l’importante compito di punto di riferimento per l’intera popolazione pediatrica.
Sono stati oltre 50.000 i bimbi visitati in cinque anni. Sono stati formati medici e infermieri locali. Negli anni il percorso di apprendimento è stato accompagnato da personale sanitario internazionale.
E tutto questo in un Paese dove dispute tra clan, corruzione, violenze, sono state pratiche quotidiane per anni, dal dittatore Mohamed Siad Barre, al fallimento delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, dai governi di transizione e dalle corti islamiche all’intervento militare di Etiopia e Stati Uniti.

Mentinfuga “Carestia in Somalia. Federica Iezzi, medico sul campo nell’emergenza”

Radio Città Aperta “Somalia, la guerra dimenticata e le nostre responsabilità”

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NIGER. L’emergenza dimenticata dei profughi maliani

Nena News Agency – 19 novembre 2015

Il piccolo stato dell’Africa occidentale si ritrova obbligato a fronteggiare un costante afflusso di rifugiati, uniti anche ai 150.000 civili che dal 2013 fuggono dalla Nigeria, dalla violenza dei jihadisti di Boko Haram, e trovano pace nelle aree di Diffa e Assaga

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di Federica Iezzi

Bamako (Mali) – Secondo l’ultimo report dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il numero dei rifugiati maliani in Niger ha raggiunto oggi il suo livello più alto, dall’inizio del conflitto interno iniziato nel 2012 e durato tre anni. Nonostante il recente accordo di pace, mediato dall’Algeria, tra il governo maliano di Ibrahim Boubacar Keita, i ribelli tuareg e i separatisti e militanti legati a al-Qaeda, nelle ultime settimane il flusso di profughi è aumentato dal Mali orientale, al vicino Niger.

Il picco di rifugiati si raggiunse quando nel 2013 le truppe maliane, spalleggiate da quelle francesi, sconfissero le forze ribelli. 50.000 civili attraversarono il confine tra Mali e Niger, per stabilirsi nei campi profughi della regione di Diffa, nel Niger del sud. Dopo le elezioni presidenziali del 2013, l’UNHCR ha facilitato il rimpatrio in Mali di circa 7.000 rifugiati.

Solo nel 2015, 47.449 rifugiati maliani sono stati ridistribuiti nelle città di Ayorou e Niamey e nei campi profughi delle regioni di Tillabéri e Tahoua, nel sud-ovest del Niger.

Il piccolo stato dell’Africa occidentale si ritrova dunque obbligato a fronteggiare un insolito afflusso di rifugiati, uniti anche ai 150.000 civili che dal 2013 fuggono dalla Nigeria, dalla violenza dei jihadisti di Boko Haram, e trovano pace nelle aree di Diffa e Assaga. Viene oggi sostenuto appena il 26% del fabbisogno dei rifugiati maliani in Niger. La drastica riduzione di razioni alimentari mensili da parte del World Food Programme, contribuisce a far crescere l’ombra della malnutrizione. Un esempio sono le razioni di riso diminuite da 12 a 5,4 kg a persona, nello scorso mese di giugno. Ma grazie al costante e duro lavoro delle organizzazioni non governative, la percentuale di malnutrizione nei bambini maliani, residenti nei campi profughi, si è abbassata dal 20% al 9% nel 2015.

Secondo i dati dell’UNICEF 368.114 bambini dai 6 mesi ai 5 anni sono stati trattati per forma acuta di malnutrizione, 968.919 bambini di età compresa tra 9 mesi e 14 anni sono stati vaccinati contro il morbillo e 32.992 bambini e adolescenti hanno avuto accesso all’istruzione di base.

Tra gli scorsi mesi di ottobre e novembre, secondo i dati dell’UNHCR, almeno 4.000 rifugiati hanno attraversato il confine maliano, in fuga dall’illegalità, dal vuoto di potere di un governo corrotto, dai continui scontri tribali tra Idourfane e Daoussak e dall’opprimente presenza militare. 3.000 sono ancora in attesa di registrazione.

La maggior parte dei rifugiati proviene dalle aree rurali delle regioni orientali di Ménaka, Anderaboukane e Ansongo, dove scuole e infrastrutture pubbliche sono state danneggiate da anni di combattimenti.

Negati accesso a acqua potabile, riparo, istruzione e sanità. Vita forzata nei campi di fortuna su teli di plastica appoggiati a cespugli spinosi, per ripararsi dal bagliore implacabile del sole. Dietro solo poveri averi, spesso non più di un paio di coperte e alcune pentole e contenitori di plastica. Nena News

Dall’inizio del 2012, si stima che almeno 100.000 maliani hanno lasciato le proprie case, per trovare rifugio in Niger e nei campi profughi di Mbera, Bassiknou e Fassala, in Mauritania. Altri 34.000 sono stati accolti nei campi di Saag-Nionigo e Mentao, in Burkina Faso e 62.000 rimangono tutt’ora sfollati all’interno del Mali. Nena News

Nena News Agency “NIGER. L’emergenza dimenticata dei profughi maliani” – di Federica Iezzi

 

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Se la terra promessa è la Somalia

Il Manifesto – 26 agosto 2015

REPORTAGE

YEMEN. Tra i rifugiati in fuga dal conflitto yemenita, vittime della tratta che dal Golfo di Aden li conduce verso il Corno d’Africa. Su rotte ignote anche alle navi militari saudite dispiegate nell’area

Gibuti - Campo profughi UNHCR di Markazi

Gibuti – Campo profughi UNHCR di Markazi

di Federica Iezzi

Al-Mokha (Yemen) – Vec­chie navi da carico che fino allo scorso marzo tra­spor­ta­vano bestiame, ora almeno una volta a set­ti­mana, dopo 30 ore di navi­ga­zione, sca­ra­ven­tano debi­li­tati rifu­giati dallo Yemen in Soma­lia o a Gibuti. I mer­can­tili par­tono dal porto yeme­nita di al-Mokha, a ovest della città di Taiz, dal porto di Hodeida, nell’omonimo gover­na­to­rato, e dal porto di al-Mukalla, nella regione costiera di Hadh­ra­maut. Seguono la tratta pre­sta­bi­lita nel golfo di Aden.

All’ingresso del Mar Rosso, Bab al-Mandeb è il canale chiave di tra­sporto che separa l’Africa dalla peni­sola ara­bica. Largo solo 30 chi­lo­me­tri nel punto più stretto. Nello stretto ci sono tre prin­ci­pali rotte di con­trab­bando, tutte poco distanti dal porto di al-Mokha. Rotte non sog­gette ai con­trolli di sicu­rezza per anni, da sem­pre uti­liz­zate per il traf­fico di armi, droga, petro­lio e per­sone. Ignote per­fino alle navi mili­tari della Coa­li­zione sau­dita dispie­gate nell’area.

Nad­heer, un avvo­cato yeme­nita, rac­conta: «Il viag­gio può costare dai 100 ai 300 dol­lari. Anche per i bam­bini. Le bar­che tra­spor­tano 200 per­sone e 600 ton­nel­late di merce». E con­ti­nua: «Lo Yemen è diven­tato un luogo dif­fi­cile da abban­do­nare. La via di terra per l’Arabia Sau­dita è bloc­cata dai ribelli hou­thi. Le città costiere meri­dio­nali pre­si­diate dagli hou­thi sono inavvicinabili».

I rifu­giati sbar­cano in Soma­lia, nei porti di Ber­bera e Lughaya, nella regione auto­noma del Soma­li­land, o nel porto di Bos­saso, nel Pun­tland, e tro­vano rifu­gio tem­po­ra­neo spesso nei para­liz­zanti campi spon­ta­nei, non uffi­ciali, dove c’è ener­gia elet­trica per appena 8 ore al giorno.

Tra i rifu­giati, ci sono anche somali bantu fug­giti venti anni fa dalla spi­rale di vio­lenza che tut­tora ancora deva­sta la loro terra. All’epoca tro­va­rono casa in Yemen, ma ora il governo somalo di Has­san Sheikh Moha­mud ha offerto il suo soste­gno alla Coa­li­zione sau­dita nella lotta con­tro i ribelli di al-Qaeda gui­dati dall’emiro Qasim al-Raymi, e con­tro la mino­ranza sciita hou­thi, appog­giata dalle forze fedeli all’ex pre­si­dente yeme­nita Ali Abdul­lah Saleh e dall’Iran. Dun­que la popo­la­zione yeme­nita che fino a poche set­ti­mane fa con­vi­veva con i tra­pian­tati somali, oggi li aggredisce.

I dati dell’UNHCR, l’Alto Com­mis­sa­riato delle Nazioni Unite per i Rifu­giati, par­lano di 28.596 yeme­niti arri­vati in Soma­lia, tra cui almeno 12.000 bam­bini, dall’inizio del con­flitto. Nel cen­tro di acco­glienza, alle­stito nel porto di Ber­bera, uomini, donne e il pianto incon­so­la­bile dei bam­bini pos­sono sostare solo tre giorni. Rice­vono cibo, acqua e cure medi­che. Ci sono solo cin­que ser­vizi igie­nici per più di 400 per­sone. Da Ber­bera in massa si pre­ci­pi­tano nella capi­tale Har­gheisa, dove si acco­dano alle infi­nite file delle strut­ture della Mez­za­luna Rossa, per man­giare e per chie­dere asilo.

Senza cibo, né scarpe, secondo i dati dell’Organizzazione Inter­na­zio­nale per le Migra­zioni, 23.360 rifu­giati sono tran­si­tati nel cen­tro di al-Rhama e poi accolti nel campo di Mar­kazi, nella pic­cola città por­tuale di Obock, in Gibuti. Su petro­liere o mer­can­tili. Senza posti veri. Un com­mer­cio fio­rente di biglietti e passaporti.

Faaid, un agente marit­timo del porto di Ber­bera, ci dice che «1.325 per­sone sono arri­vate in Soma­lia e a Gibuti nelle due set­ti­mane suc­ces­sive all’inizio del con­flitto in Yemen». Le Nazioni Unite par­lano di almeno 900 per­sone arri­vate nel Corno d’Africa negli ultimi 10 giorni. 58.234 il totale di arrivi tra Gibuti, Soma­lia, Sudan e Etio­pia. Secondo i doga­nieri del porto di al-Mokha, più di 150 per­sone lasciano lo Yemen legal­mente ogni giorno. Sono i pesca­tori con le loro bar­che o chi ha soldi suf­fi­cienti per com­prare un posto sui mer­can­tili. E ogni giorno, come merce di con­trab­bando, più di 400 per­sone affron­tano quel mare, su bar­che di medie dimen­sioni. Di pro­prietà di com­mer­cianti o pesca­tori yeme­niti, ven­gono com­prate qual­che giorno prima della pre­vi­sta par­tenza, da bande di trafficanti.

Berbera, Somaliland (Somalia) - Golfo di Aden

Berbera, Somaliland (Somalia) – Golfo di Aden

Tutto ini­zia in mezzo alle 18.000 per­sone del campo pro­fu­ghi di al-Kharaz, a 150 chi­lo­me­tri a ovest del porto di Aden. Strade bucate dai mor­tai. Nella deserta regione del sud dello Yemen, durante la distri­bu­zione di cibo da parte del World Food Pro­gramme, quando le per­sone sono ammas­sate e le tem­pe­ra­ture arri­vano a 35 gradi, Fadaaq, un ragazzo forse di 19 anni, ini­zia la “ricerca”. Fadaaq, ci rac­con­tano nel campo, lavora per con­trab­ban­dieri migranti in Kuwait. L’obiettivo è di tro­vare almeno 30 per­sone per ogni viaggio.

Il tra­sporto dal campo al porto di al-Mokha è in auto­bus. Ogni rifu­giato paga dai 25 ai 50 dol­lari, incon­trando diversi chec­k­point mili­tari sulla strada, fre­quente tar­get dei mili­ziani di al-Qaeda.

C’è anche chi, dai quar­tieri di Cra­ter, Ash Sheikh Outh­man, Khur Mak­sar e Atta­wahi della città di Aden, cam­mina a piedi per due giorni interi, fino a al-Mokha. Lo Stato Isla­mico e al-Qaeda hanno bloc­cato la mag­gior parte delle strade tra Sana’a e Aden.

Si aspet­tano anche 15 giorni nel porto, in attesa di un posto sui mer­can­tili o in attesa di sal­dare il debito con i con­trab­ban­dieri. Si dorme per terra su teli. Si aspetta l’acqua dalle orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie. Agenti di poli­zia, guar­die di fron­tiera e diplo­ma­tici fanno finta di non vedere.

Il con­trab­bando di migranti coin­volge reclu­ta­tori, tra­spor­ta­tori, alber­ga­tori, faci­li­ta­tori, ese­cu­tori, orga­niz­za­tori e finan­zia­tori. Spesso i traf­fi­canti sono essi stessi migranti. Spesso i migranti clan­de­stini gui­dano le bar­che. Spesso si usano imprese ad alta inten­sità di capi­tale per il rici­clo dei proventi.

Tre­cento pas­seg­geri è il mas­simo per una barca di 17 metri. Ma le bar­che ven­gono cari­cate di 700–800 per­sone. Su quasi ogni barca la sto­ria è la stessa. Ven­gono rac­colti tutti i tele­foni cel­lu­lari. Tutti par­tono senza baga­glio. Hanno diritto a man­giare, bere e andare in bagno fino al momento dell’imbarco.

Ci rac­conta Reem: «Mi hanno por­tata in un posto dove ho incon­trato altri come me, in viag­gio verso la Soma­lia. In totale era­vamo 157. Una parte del viag­gio l’ho fatta in piedi, per far posto ai miei figli. Poi sono riu­scita a sedermi con le gambe appog­giate al petto. Sono rima­sta per più di dieci ore così». Reem ci ha detto che arri­vati a Ber­bera, in Soma­li­land, hanno spinto tutti fuori dalla barca, in mare. Alcuni sono anne­gati. Altri sono riu­sciti a rag­giun­gere la riva. La barca è spa­rita in pochi minuti tra le onde.

A Mareero, Qaw e Elayo, nella regione somala del Pun­tland, a Obock, in Gibuti, a Bab al-Mandeb, al largo della città di Taiz, e nel golfo di Aden, l’UNHCR ha regi­strato il più alto numero di decessi nel Mar Rosso e nel Mar Arabico.

Il Manifesto, 26/08/2015 “Se la terra promessa è la Somalia” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “Se la terra promessa è la Somalia” di Federica Iezzi

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TANZANIA. Il campo profughi dimenticato dal mondo

Nena News Agency – 31 luglio 2015

Le stime parlano di 135.000 rifugiati. In Tanzania arrivano ogni settimana circa 2.500 civili dal vicino Burundi. Solo negli ultimi due mesi gli ingressi hanno sfiorato i 79.000. Scappano dallo sterminio

UNHCR Nyarugusu Tanzania #2

di Federica Iezzi

Kigoma (Tanzania), 31 luglio 2015, Nena News  – “Quando ho sentito che avevano iniziato a uccidere la gente, ho deciso di lasciare Mwaro” ci dice Dievin, un giovane che oggi passeggia scalzo sull’arsa terra del campo di Nyarugusu, nella provincia occidentale di Kigoma, in Tanzania. Si riferisce alla Imbonerakure, l’ala giovanile del Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia-Forze per la Difesa della Democrazia, partito al potere in Burundi, con il riconfermato Presidente Pierre Nkurunziza.

Secondo i dati dell’UNHCR almeno 1.200 minorenni sono stati registrati nel campo come bambini non accompagnati o separati dai genitori. Le stime parlano di 135.000 rifugiati burundesi nel campo. Solo negli ultimi due mesi gli ingressi hanno sfiorato i 79.000. In Tanzania arrivano ogni settimana circa 2.500 civili dal vicino Burundi.

Insieme a Dievin, prima di arrivare in Tanzania, altri 970 ragazzini hanno stazionato per mesi nel Mahama main refugee camp, nel distretto di Kirehe, nel Rwanda orientale. Alla fine di una polverosa strada, sparse in tutta la valle sottostante, centinaia di tende bianche danno forma al campo di Nyarugusu. E’ quello che i 135.000 rifugiati burundesi chiamano ‘casa per ora’.

Operatori del World Food Programme monitorizzano i casi pediatrici di malnutrizione. Saliti ad almeno 800. Mais, soia e latte ad alto potere nutrizionale sono la soluzione. I 10 litri di acqua previsti al giorno per ogni persona, sono drasticamente diminuiti, con il sovraffollamento nel campo. “Il sovraffollamento rallenta gli aiuti. Il campo di Nyarugusu è stato congegnato per ospitare 50.000 persone”, riferisce un funzionario dell’UNHCR.

Guelda, una diciassettenne rifugiata, ci dice “Passo anche 12 ore in fila per riempire la mia tanica di plastica con acqua potabile”. Ogni giorno, dalle prime ore dell’alba, donne e bambine burundesi aspettano, pazienti e sotto un sole rovente, l’arrivo delle cisterne di acqua nel campo. Quella che rimane nei serbatoi è calda. La fonte di acqua più vicina al campo è a 47 chilometri di distanza. E’ consentito riempire soltanto un contenitore di plastica a persona. “Tutti gli altri lavori, come cucinare e pulire, dipendono dall’acqua”, continua Guelda.

Liévin ha 13 anni e ci racconta delle violenze subite. “Gli Imbonerakure picchiavano i bambini più grandi delle famiglie. Mia nonna mi ha dato 2000 franchi burundesi e mi ha detto di scappare. Era notte”. Con poco più di un dollaro Liévin è arrivato, su un vecchio autobus azzurro, a Nyarugusu. Non è stato trattenuto alla frontiera. “Lì vengono fermati i grandi gruppi, io ero solo”, continua.

“Ci hanno trasportato da Kagunga a Manyovu, fino al campo di Nyarugusu. Non ho mai vissuto in un campo profughi. Ho perso il mio stipendio di 200 dollari”, queste le parole di Elise, 35 anni e madre di tre figli. Le tende, nel corso dei giorni, si trasformano in qualcosa che assomiglia ad una casa. Continua “Ho ricevuto solo un chilo di mais secco e mezzo chilo di fagioli questa settimana. L’acqua spesso manca per due giorni consecutivi”. Ogni rifugiato secondo i dati dell’UNHCR dovrebbe ricevere almeno 13 chili di granturco, 3 chili di fagioli, mezzo litro di olio e sale ogni mese. “Ma non è sempre così”, ci confessa Elise.

Daniel è un maestro dello staff della Croce Rossa Internazionale, è cresciuto a Dar es Salaam “Mi alzavo alle cinque del mattino per venire a spazzare la tenda dove facevamo scuola. Iniziavo a insegnare alle otto. Trovavo i bambini ad aspettarmi fuori, con in mano matite colorate e fogli di carta”.

Lezioni nella tenda-scuola del campo di Nyarugusu sospese da quando gli arrivi sono fuori controllo. I bambini possono frequentare le scuole primarie, ma non c’è la scuola secondaria. “Studiavo lingue e scienze umane a Gitega. Un giorno i ragazzi dell’Imbonerakure arrivano nella mia città e entrano nella mia scuola. Lavagne e banchi rotti. Quaderni strappati. Con mio fratello abbiamo attraversato il fiume su una zattera improvvisata. Di sera. Perchè gli Imbonerakure usavano lo stesso fiume per contrabbandare persone”, ci raccontano Mugisha e Irakoze.

Vicino alla scuola, in una tenda riservata ai malati, un’infermiera dell’United Nations Population Fund, aiuta Hikima a partorire. Per ora alcuna vaccinazione dopo il parto, né per la madre né per il bambino. Secondo i dati dell’UNICEF, 25 siti di vaccinazione sono stati predisposti a Nyarugusu. Più di 100.000 bambini, oltre l’anno di vita, sono stati vaccinati contro colera, morbillo e poliomielite. Hikima ci racconta “Pensavo di avere il mio bambino a Kagunga. Pensavo di non riuscire ad arrivare a Nyarugusu. Pensavo sarebbe morto. Sono morti tanti bambini lì”. Nena News

Nena News Agency “TANZANIA. Il campo profughi dimenticato dal mondo” di Federica Iezzi

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Repubblica Democratica del Congo: la guerra dello stupro e del coltan

Nena News Agency – 17 dicembre 2014

Anni di guerre sanguinarie e di contrasti tra ribelli, miliziani e governo. Obiettivo: contendersi le ricchezze del territorio congolese che va dall’Ituri al Katanga. Solo pedine le formazioni ribelli in Congo e i capi guerriglieri, la missione internazionale, l’esercito regolare congolese FARDC e i faccendieri rwandesi  

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di Federica Iezzi

Kinshasa (RDC) – Terre espropriate e diritti violati. 72 milioni di abitanti in una regione ricca di foreste, diamanti, oro e soprattutto di coltan, minerale usato in elettronica. Questo il riassunto della vita nel Congo-Brazzaville e nel Congo-Kinshasa.

Le milizie ribelli del cosiddetto Movimento per il 23 marzo (M23), continuano ad affliggere il nord Kivu, la regione più orientale della Repubblica Democratica del Congo.

Da metà ottobre, almeno 200 vittime. Radice degli attacchi, i ribelli delle Forze Democratiche Alleate e dell’Esercito Nazionale di Liberazione dell’Uganda.

Il traffico di coltan, ma anche di oro e diamanti, frutterebbe oggi ai guerriglieri circa un milione di dollari al mese, che sarebbero, in circonvoluzioni senza fine, reimpiegati per finanziare la guerra contro il governo di Kinshasha.

Con la cattura del generale Laurent Nkunda nel 2009, leader del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), si raggiunse un accordo che prospettò la rimozione delle truppe dal Kivu e l’evoluzione del CNDP in un partito politico tradizionale.

Il trattato di pace in questione venne firmato il 23 marzo 2009 ed è proprio a questa data che il nuovo gruppo di ribelli fa riferimento, per sottolineare il carattere fallimentare di quegli accordi.

I membri dell’M23 sono prevalentemente di etnia Tutsi e la loro opposizione al governo nazionale ha origine proprio nel conflitto irrisolto tra Hutu e Tutsi in Rwanda.

L’M23 ha iniziato le sue attività nell’aprile scorso, quando alcune centinaia di soldati hanno disertato l’esercito del Congo, lamentandosi per le condizioni di vita a cui sarebbero obbligati, e unendosi agli insorti di etnia Tutsi, guidati dal generale Bosco Ntaganda.

Nello stesso periodo il governo centrale del Congo, retto da Joseph Kabila, ha minacciato di trasferire via dal nord e dal sud Kivu i soldati del CNDP. L’annuncio ha provocato un ulteriore aumento delle diserzioni e la decisione dell’M23 di marciare verso Goma, la capitale della provincia.

Negli ultimi 20 anni, nella regione orientale del Paese, vicino al confine con l’Uganda, la cittadella di Beni,  centro commerciale e roccaforte della milizia ugandese ADF-NALU, è stata martoriata dai gruppi ribelli.

Si ripete la spirale di fredda violenza nonostante la costante presenza della missione ONU MONUSCO, a protezione dei civili disarmati.

Con l’opera delle forze di pace delle Nazioni Unite, i 3000 peacekeepers di Sud Africa, Tanzania e Malawi, e con l’aiuto delle Forze armate della Repubblica Democratica del Congo, si è riusciti a ridurre da 55 a 21 i gruppi armati ribelli, nelle regioni orientali del Paese.

Sono ormai saliti a 88.500 gli sfollati nel territorio di Beni e di Walikale, secondo gli ultimi dati dell’UNHCR.

Il conflitto degli ultimi cinque anni ha visto lo scontro tra le forze governative, sostenute da Angola, Namibia e Zimbabwe, e i ribelli, appoggiati da Uganda e Rwanda.

Gran parte delle attività dei ribelli è costituita da abusi contro i civili e lo sfruttamento illegale delle risorse naturali, che si tratti di metalli, avorio o legno. Le grandi quantità di oro, rame, diamanti e di coltan, trasformato poi in tantalio, sono gli incentivi economici perchè la guerra continui.

Le donne e le bambine sono l’obiettivo della guerra che si trascina da 20 anni nell’est del Congo. Gli stupri sono diventati il modo per distruggere il popolo. Non si tratta di un singolo soldato che come per un gioco spietato violenta una ragazzina, ma di un uso sistematico della violenza sessuale per annientare l’umanità delle persone. Si stima che vengano violentate più di mille donne ogni giorno.

La guerra civile, scoppiata nel Congo orientale, oggi ormai coinvolge nove nazioni africane e ha direttamente influenzato la vita di 50 milioni di congolesi.

Educazione, giustizia, e sistemi sanitari sono crollati. Nonostante l’enorme ricchezza di risorse naturali, la Repubblica Democratica del Congo rimane uno dei paesi più poveri del mondo, con un PIL procapite di soli 171 dollari.

L’ultimo decennio di guerra nel Congo è costato oltre 5 milioni di vite. A questo si aggiunge una riduzione di aiuti umanitari da parte del World Food Programme, per cui più di 4 milioni di abitanti del Congo orientale sono oggi a rischio malnutrizione. Nena News

Nena News Agency “Repubblica Democratica del Congo: la guerra dello stupro e del coltan” – di Federica Iezzi

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SIRIA. Ad uccidere è anche la fame

Siria – Ad al-Rastan (Homs) manca il latte che è spesso disperatamente sostituito da soluzioni di acqua e zucchero

 

Nena News Agency – 14 giugno 2014

Secondo i dati ONU, almeno 250.000 siriani sono a rischio immediato di fame. I lunghi assedi, i bombardamenti indiscriminati dell’esercito governativo e dei miliziani islamici, l’obbligata assenza di aiuti umanitari, hanno come risultato quello di affamare disastrosamente la popolazione civile 

 

Douma (Siria) - by Abd Doumany

Douma (Siria) – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 14 giugno 2014, Nena News  – Secondo i recenti report dell’ONU, nella Siria in preda alla guerra civile ci sono almeno 250.000 persone che si trovano in zone difficilmente raggiungibili dall’assistenza umanitaria e che sono quindi a rischio fame. Quest’anno il World Food Programme, ha previsto di fornire assistenza alimentare a 6,5 milioni di siriani. 4 milioni di persone all’interno della Siria e 2,5 milioni di rifugiati nei paesi limitrofi: Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto.

In terra siriana, nelle maggiori città e nei più isolati villaggi la situazione è sovrapponibile: gli scaffali dei negozi sono desolatamente vuoti. Dalle strade malridotte si vedono campi abbandonati alla noncuranza, si attraversano villaggi che sopravvivono a stento non potendo più contare sui raccolti agricoli. Troppo pericoloso seminare. Manca il gasolio, per permettere il funzionamento dei sistemi di irrigazione, specialmente nelle aree agricole di Idlib, Aleppo e Homs, le più coinvolte nel conflitto. I trattamenti e i concimi sono costosissimi e spesso introvabili.

Le zone orientali del Paese, lambite dalle acque dell’Eufrate, che consentivano la quasi totalità del sostentamento alimentare della popolazione siriana, sono oggi quelle più colpite dai bombardamenti. A questo si aggiunge la siccità che colpisce le colture nelle zone occidentali. Si vedono i primi segni di una ingente carestia.Alla scarsa produzione si sommano le imponenti difficoltà legate alla distribuzione del cibo. Percorrere le strade militarizzate della Siria, tra le centinaia di posti di blocco e attraversando le linee del fronte, è sempre più pericoloso.

Dai dati dell’Ufficio di Statistica Siriana, il costo di pane e cereali sono aumentati del 115%.

Secondo Human Rights Watch nelle campagne che circondano Damasco e Homs cresce la scarsità di cibo. Nelle zone tenute sotto assedio, 288 mila civili sopravvive mangiando olive, verdure di campo, erbe e radici. Quasi ogni giorno si hanno notizie di scontri a fuoco, attentati falliti e episodi di violenza. E poi si fa i conti con  la pratica dell’assedio e con quel che ne consegue: mancanza di cibo, di medicine, di generi di prima necessità.

Lo scorso febbraio il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2139, ha imposto al governo siriano e alle forze dell’opposizione di consentire l’accesso ai convogli umanitari nelle aree abitate dai civili. Nelle aree controllate dall’esercito regolare, le Agenzie delle Nazioni Unite operano con il consenso di Damasco, permesso che viene spesso rifiutato quando l’intervento è nelle zone, faticosamente accessibili, in mano ai ribelli.

Attualmente il World Food Programme trasporta derrate alimentari nel nord-est della Siria, superando il confine con la Turchia, attraverso il passaggio Nusaybin.

Dunque, oggi, ad uccidere in Siria è anche la fame. Dagli ultimi comunicati del Damascus Center for Human Rights Studies, nel solo mese di maggio in Siria sono morte 2422 persone, tra cui 290 bambini.

Secondo le agenzie umanitarie, prime fra tutte Amnesty International, solo nel campo profughi palestinese di Yarmouk, nella periferia sud di Damasco, circa 20 mila persone si trovano in uno stato di estrema povertà e a rischio malnutrizione, per il mancato arrivo degli aiuti umanitari. Le forze ribelli controllano il campo da oltre un anno e l’esercito ha iniziato un assedio lo scorso giugno. Negli ultimi due mesi più 100 persone sono morte per fame o per mancanza di farmaci essenziali. Nel campo, l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente) riesce saltuariamente a consegnare aiuti, solo dopo estenuanti e ripetute richieste di permesso al governo di Assad.

La mancanza di un coprifuoco e i bombardamenti in pieno giorno senza preavviso, da parte dell’esercito di Assad e da parte dei miliziani jihadisti dell’opposizione, rendono impossibile perfino rovistare per strada alla ricerca di cibo. Rendono impossibile fuggire dai combattimenti che infuriano tutt’intorno. Per il Diritto Internazionale Umanitario, colpire zone densamente popolate da civili, dalle quali la popolazione non ha alcun modo di fuggire, e assediarla fino alla fame, è un crimine di guerra. Nena News

 

Nena News Agency “SIRIA. Ad uccidere è anche la fame” – di Federica Iezzi

 

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