SUD SUDAN. Quando l’aiuto umanitario alimenta la guerra

Nena News Agency – 07/04/2017

La crisi umanitaria in Sud Sudan ha raggiunto misure di estrema gravità ma la risposta internazionale appare guidata da preoccupazioni di politica estera, ripercorrendo una storia già vista in Afghanistan, Darfur, Bosnia, Rwanda

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di Federica Iezzi

Roma, 7 aprile 2017, Nena News – Chi viene davvero sostenuto dagli aiuti umanitari in Sud Sudan? La risposta della Comunità Internazionale spesso è stata guidata non dalle reali condizioni umanitarie ma da preoccupazioni nazionali e di politica estera, ripercorrendo una storia già vista in Afghanistan, Darfur, Bosnia, Rwanda.

La definiscono politicizzazione dell’assistenza umanitaria. In realtà non è altro che una continua scelta di schieramento.

La crisi umanitaria in Sud Sudan ha raggiunto misure di estrema gravità. Insicurezza sulle istituzioni, povertà, cattiva salute, spostamenti di massa di civili e orrendi abusi dei diritti umani hanno lasciato un quadro interno di inazione politica.

Il numero di persone in fuga dal Sud Sudan ha raggiunto il picco di 1,5 milioni di rifugiati. La maggior parte dei rifugiati è accolta dall’Uganda, dove sono arrivate circa 698.000 persone. L’Etiopia ne accoglie circa 342.000, mentre oltre 305.00 sono accolte in Sudan, circa 89.000 in Kenya, 68.000 nella Repubblica Democratica del Congo e 4.900 nella Repubblica Centrafricana. A questi si aggiungono altri 2,1 milioni di sud-sudanesi sfollati all’interno del Paese. Almeno 7 milioni e mezzo di civili sono dipendenti da aiuti umanitari. Più di un milione di bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione grave. E più di 300.000 sono i morti,dall’inizio del conflitto nel 2013.

Non c’è alcun dubbio che l’aiuto umanitario è carico di controversie e imparzialità politiche ed etiche enormi. Come ci si può assicurare che gli aiuti non vadano ad alimentare il conflitto, che non diventino il mezzo per discriminare le stesse persone che si cerca di aiutare?

Di fronte al dilemma di alimentare un’economia di guerra o di sostenere strategie politiche o peggio militari, l’essenziale interesse è quello di preservare lo spazio umanitario. Anche se questo comporta una programmazione minimalista degli aiuti.

Infatti, una volta che le esigenze di emergenza della popolazione vengono soddisfatte, addirittura si dovrebbe decidere di revocare l’aiuto umanitario, qualora avesse una forte possibilità di prolungare la guerra. Questo è stato per esempio il caso degli aiuti umanitari nei campi profughi rwandesi in Congo e in Tanzania, bloccati nel 1994. O il caso degli aiuti umanitari sospesi ai Khmer Rossi lungo il confine tra Thailandia e Cambogia, negli anni ‘80. O ancora il caso degli aiuti umanitari utilizzati come strumento per coprire le brutali politiche di migrazione forzata messe in atto dal regime di Menghistu in Etiopia. Il dilemma rimane da anni lo stesso: ‘come sostenere le vittime senza fornire anche un aiuto ai loro aguzzini?’.

La difficoltà è quella di costruire un consenso su quando e dove tracciare la linea di demarcazione. L’Operazione Lifeline nata nel lontano 1989 in Sud Sudan, tra le agenzie delle Nazioni Unite e almeno 35 organizzazioni non governative internazionali, con lo scopo di garantire aiuti umanitari alla popolazione vulnerabile, ha ripetutamente fallito la sua missione. Non sono state affrontate le carenze strutturali del regime di aiuti, non sono state garantite valutazioni umanitarie indipendenti, non è stato tutelato il monitoraggio.

I mandati di molte ONG sono rimasti offuscati tra lo strettamente umanitario e la raccolta di informazioni politiche, il monitoraggio dei diritti umani, il ruolo non ufficiale nella conduzione del conflitto. Si è persa l’assistenza indipendente e imparziale.

C’è da porsi diverse domande sul Sud Sudan.

In primo luogo va esaminato il rapporto tra le organizzazioni di soccorso e la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite (UNMISS), che ad oggi ha preso circa 200.000 minoranze etniche sotto la sua protezione, nei tentacolari campi sorvegliati. I gruppi di soccorso hanno acriticamente accettato la politica delle Nazioni Unite di sostenere i civili in questi ghetti etnici, per lo più situati in aree remote, con strade dissestate e cattiva sicurezza. L’ONU insiste sul ritenerli siti temporanei. Ma molti di questi campi sono stati utilizzati per scopi politici precisi, che li rendono improbabilmente smantellabili. Ad esempio, quello nella città settentrionale di Bentiu è il risultato di una campagna militare mirata a spopolare le aree produttrici di petrolio e a distruggere il cuore del gruppo etnico dei Nuer. Le organizzazioni umanitarie che forniscono servizi all’interno di siti di protezione UNMISS sono dunque complici nel fornire un falso senso di sicurezza agli abitanti.

Le organizzazioni umanitarie hanno per anni sostenuto in maniera involontaria l’assetto di guerra del governo sud-sudanese. Con l’offerta di servizi sociali nelle zone controllate dal governo, per esempio, che hanno consentito al governo stesso di spendere la maggior parte dei suoi ricavi sul fronte militare, senza affrontare i problemi che continuano a schiacciare la popolazione civile.

E ancora, le scuole nei campi interni non sono istituzioni di apprendimento formale, ma sono semplicemente spazi di apprendimento temporanei, dove gli insegnanti sono volontari. Di fatto, si contribuisce a creare un sistema di segregazione, rafforzando lo slancio verso la ghettizzazione permanente e le divisioni sociali durature. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. Quando l’aiuto umanitario alimenta la guerra” di Federica Iezzi

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SUD SUDAN. Human Rights Watch ‘L’ONU non ha protetto i civili dagli attacchi’

Nena News Agency – 18/11/2016

Un rapporto dell’organizzazione denuncia la missione di pace delle Nazioni Unite perché non sarebbero intervenute a Juba durante tre giorni di aggressioni e abusi da parte delle truppe governative

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di Federica Iezzi

Juba (Sud Sudan), 18 novembre 2016, Nena News – Secondo un rapporto di Human Rights Watch, la missione di pace delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS) non è riuscita a proteggere centinaia di civili da violenze, stupri e morte, durante i tre giorni di intensi combattimenti a Juba, avvenuti nello scorso mese di luglio.

Il crollo della fragile tregua tra il presidente sud-sudanese, Salva Kiir, e il leader dell’opposizione Riek Machar, ha comportato episodi di estrema violenza nel più giovane tra i Paesi africani. In quei giorni, durante un attacco da parte delle truppe governative in un campo profughi, vicino la sede UNMISS a Juba, hanno perso la vita 73 persone, di cui 20 sotto la protezione delle Nazioni Unite. Sono stati uccisi anche due componenti delle forze di peacekeeping dell’ONU, decine i feriti.

I civili sono stati sottoposti dai soldati armati del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan a gravi violazioni dei diritti umani, tra cui attacchi indiscriminati, intimidazioni, minacce, torture, violenza sessuale. Per contro, il portavoce dell’esercito governativo Lul Ruai Koang ha definito prematura la conclusione sulla responsabilità diretta del suo esercito, pur non negando l’attacco.

Secondo una dichiarazione di Human Rights Watch le forze di pace non sarebbero intervenute al di fuori delle basi militari per proteggere i civili sotto imminente minaccia. Stesso discorso per l’ambasciata degli Stati Uniti che ha ricevuto richieste di aiuto simili a quelle pervenute alle forze UNMISS durante l’attacco. Non ha risposto alle ripetute richieste di assistenza.

Secondo il report, le forze di pace UNMISS non operavano sotto un comando unificato, con conseguenti conflitti di ordini sui quattro contingenti di truppe impegnati, provenienti da Cina, Etiopia, Nepal e India.

A più di tre mesi dall’ultima crisi, i caschi blu dell’UNMISS continuano a non effettuare operazioni di pattugliamento regolari al di fuori dei campi rifugiati. Anche nello scorso mese di febbraio nella base ONU di Malakal, a nord del Paese, che ospitava 47mila sfollati, soldati governativi sono entrati nel campo uccidendo 30 civili e ferendone più di 120. Sono state inoltre bruciate sistematicamente le aree che ospitavano civili provenienti da gruppi etnici pro-opposizione.

Gli stessi disagi etnici tra i gruppi Shilluk, Dinka e Nuer hanno esacerbato gli attacchi. In quell’occasione, è stata criticata la riluttanza a usare la forza per proteggere i civili, da parte dei caschi blu dell’UNMISS. Questi sono solo gli ultimi episodi. Già nell’aprile 2014, il sito ONU a Bor era stato attaccato, causando la morte di circa 50 civili. Il rapporto della commissione di inchiesta di quell’incidente ad oggi non è ancora definito. E il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva deciso per il rimpatrio immediato dei peacekeeper che non erano riusciti a rispondere in modo efficace alla violenza.

Dopo il conflitto scoppiato nel dicembre del 2013, più di due milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, tra cui i circa 200mila civili rifugiati in sei basi delle Nazioni Unite. Nei tre anni di conflitto, il governo del Sud Sudan ha regolarmente consentito l’impunità per violenze e omicidi.

Sono in corso indagini indipendenti da parte delle Nazioni Unite per il fallimento dei compiti delle sue forze di pace in Sud Sudan. Il Consiglio di Sicurezza ha inoltre autorizzato in una delle ultime risoluzioni, sostenuta dagli Stati Uniti, l’invio a Juba di ulteriori 4mila caschi blu per proteggere i civili. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. Human Rights Watch: L’ONU non ha protetto i civili dagli attacchi” di Federica Iezzi

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Emergenza Sud Sudan

Il Manifesto – 04 agosto 2016

REPORTAGE – Guerra civile. A cinque anni esatti dall’indipendenza, il Paese è travolto dalla violenza. Lo scontro tra dinka e nuer continua a mietere vittime e crea milioni di sfollati. Solo nell’ultimo mese in 60mila sono scappati oltre confine

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di Federica Iezzi

Juba (Sud Sudan) – Ancora violenza in Sud Sudan. Violenza inaudita esplosa negli stessi giorni in cui il Paese si apprestava a festeggiare il quinto anniversario dell’indipendenza.

Alier solo due anni continua a gridare senza sosta durante la medicazione al braccio ferito da un proiettile. Siamo nella clinica all’aperto, allestita ai piedi della cattedrale di Santa Teresa, al centro della capitale Juba.

Con carenza di personale, mancanza di risorse, tra cui elettricità e acqua corrente, gli ospedali sud sudanesi sono al limite della sopravvivenza.

La guerra civile che imperversa nel Paese è legata ai disordini etnici tra la maggioranza Dinka e il popolo Nuer, iniziati nel dicembre del 2013. Da allora ha ucciso decine di migliaia di persone, ha creato tre milioni di sfollati e quattro milioni di denutriti.

Una fragile tregua si è affacciata nella vita del Sud Sudan con un falso accordo di pace firmato lo scorso agosto. Mai guarita la rivalità tra il clan del presidente Salva Kiir e quello del suo vice Rieck Machar, appoggiato da Khartoum.

Una raffica di proiettili ha lasciato nel Paese in queste ultime settimane più di 270 cadaveri ma, secondo le prime stime delle Nazioni Unite, le perdite potrebbero essere maggiori. Quasi 52mila nuovi rifugiati hanno raggiunto nell’ultimo mese la confinante Uganda, che ha già ridotto le pratiche di autorizzazione di asilo.

Il dramma degli sfollati

Fori di proiettili, vetri fracassati, calcestruzzo macchiato di sangue. Più di 36.000 profughi riversati nelle strade di Juba e almeno 7.000 accolti nella base Tomping delle Nazioni Unite. I camion d’acqua non sono in grado di fornire i carichi giornalieri necessari. Saccheggiati i magazzini del Programma Alimentare Mondiale. È così che si sveglia ogni giorno Juba.

A Malakal, nel sud, la situazione non è differente dal resto del Paese. Nyandeng, solo 17 anni e già mamma di due figli, ci racconta che tutte le strade sono perpetuamente pattugliate dai soldati governativi del Sudan People’s Liberation Army (SPLA), partito politico separatista, fondato in Sudan negli anni ’80, come gruppo armato per l’indipendenza del Sudan del Sud.

Almeno 17.000 rifugiati vivono in circa 45 acri di terra cotta dal sole. Un muro di cinta di filo spinato avvolge gli alloggi ricavati da lenzuola e coperte. Si dividono gli spazi con i serbatoi d’acqua e le latrine. Il tutto pattugliato dalle forze di pace UNMISS (Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica del Sud Sudan).

Ad abitare il campo sono principalmente civili della tribù Nuer, stessa etnia di Riek Machar. Al di fuori della recinzione i Dinka di Salva Kiir.

I soldati di Kiir

«Il governo ha sempre negato che i Nuer sono stati presi di mira per attacchi di vendetta», ci dice Mabior, un uomo di forse 40 anni che ne dimostra almeno 60 «Ma nelle strade i poliziotti ti chiedono in lingua dinka, se sei un dinka».

E chi non è dinka? Picchiati con il calcio dei fucili, bendati e costretti a salire su grossi camion in direzione della più vicina stazione di polizia.

«I soldati di Kiir entrano di notte nelle case dei Nuer», continua Mabior. «Ci hanno rubato tutto. Le case, i vestiti, le storie, le vite. Io vivevo nel quartiere di Gudele, a Juba. Poco più di due settimane fa un commando di soldati ha buttato giù la porta della nostra casa mentre dormivamo. L’aria era riempita da colpi di pistola e urla e le torce luminose trafiggevano il buio pesto della notte. Alcune capanne erano state già date alle fiamme e il fumo nero riempiva i polmoni. Da allora le nostre vite sono diventate un inferno». Mabior, con moglie e cinque figli, è stato buttato nel campo rifugiati di Ajuong Thok, non molto lontano dalla città di Bentiu, nella parte settentrionale del Sud Sudan. «Le forniture di cibo e acqua delle Nazioni Unite non sempre raggiungono tutti», ci spiega mentre il sole tramonta e l’ultima luce del giorno svanisce.

Oggi la famiglia di Mabior vive in una capanna di forma quadrata. I figli aiutano nelle faccende quotidiane e si prendono cura degli anziani del campo, come fanno centinaia di altri bambini. La moglie cucina le razioni di cibo distribuite dal Programma Alimentare Mondiale: frittelle di farina, riso, fagioli. Ci dice: «Dipendiamo da altre persone per tutto e non si sa mai cosa sta per accadere».

La polvere è ovunque. I canti riempiono l’aria e commuove la condivisione della musica, a dispetto delle cose orribili che tutti sono stati costretti ad attraversare. Sulle strade sterrate rosse del mercato in Ajuong Thok, non mancano racconti attorno ad un infuso con zenzero, cardamomo e cannella.

Tra i banchi di scuola

L’unica scuola si trova nel vicino campo profughi di Yida. La mattina presto, più di 2.000 studenti si riversano nella scuola elementare Yousif Kuwa. Tra questi c’è Anna, la figlia di Mabior «Voglio diventare un dottore da grande ma se non studio come faccio?», ci fa vedere i suoi disegni del corpo umano ricopiati da vecchi libri. «Ci sono tante malattie e non si può perdere tempo, bisogna studiarle tutte e capire se ne arriveranno altre». Ha appena 10 anni.

La scuola ha preso il nome da un famoso comandante del movimento ribelle Spla, che ora controlla ampie fasce dei monti Nuba e combatte le forze del governo di Khartoum. Per questo, secondo il presidente sudanese al-Bashir, rappresenterebbe una sicura base dei ribelli e per questo lo stesso presidente spinge la Comunità Internazionale allo smantellamento, alla chiusura e all’abbandono dei suoi 70.000 residenti.

Gli insegnanti a Yousif Kuwa sono volontari. Gli studenti ogni mattina portano lattine vuote di olio di mais che utilizzano come sedie, tra teli e bastoni. Anna ci racconta che è difficile seguire le lezioni, i maestri sono troppo pochi. E spesso sono semplicemente ragazzi che hanno iniziato e poi abbandonato l’università.

Migliaia di persone continuano a spostarsi e a fuggire dalle battaglie tribali di una Nazione che non trova pace. Nonostante un cessate il fuoco temporaneo che sembra tenere, molti sono ancora troppo spaventati per tornare a casa.

Achan, madre di tre ragazzini, ha lasciato la sua casa dopo vetri distrutti da colpi di arma da fuoco e spari nel cortile. Teme di rientrare nella casa dove è nata e vissuta «Adesso sanno che lì vivono Nuer. Sanno i nostri nomi». Achan mentre fa mangiare il più piccolo dei suoi figli, Gatbel, ci racconta di spari e urla, dell’obbligo di abbandonare le proprie case, di soldati con divise e scarponi che ti spingevano fuori dai quartieri residenziali. Achan e la sua famiglia sono tra i più di 2,4 milioni di sud sudanesi senza casa a causa di guerra, fame o povertà.

«Ormai crescere in campi come questo è diventato un modo di vita in Sud Sudan», dice Achan. Gatbel segue un programma gestito dalla Croce Rossa Internazionale per la malnutrizione, nell’unico ospedale da campo dell’area. Il pavimento è sporco, pochi farmaci, pochi strumenti, poco personale. Anemie e polmoniti sono le conseguenze più disastrose della malnutrizione.

Manca il cibo

Dall’inizio dell’anno, più di 100.000 bambini sono stati trattati per malnutrizione grave, soprattutto nelle regioni di Equatoria Orientale e Bahr el-Ghazal occidentale, dato in aumento del 150% rispetto al 2014. Secondo Fao, Unicef e Programma Alimentare Mondiale, almeno 4,8 milioni di persone in Sud Sudan, oltre un terzo della popolazione, si troverà ad affrontare gravi carenze alimentari nei prossimi mesi: «Mancano le infrastrutture. Istruzione, sanità e servizi sociali sono scadenti». Gli effetti della guerra sulle zone di scontri sono chiari: villaggi svuotati, campi abbandonati, scuole e cliniche bombardate.

Achan torna a raccontare e si sofferma su come vivevano prima degli ultimi scontri: «Avevamo un pezzetto di terra, così abbiamo provato a seminare mais, sorgo e arachidi. È arrivata la pioggia e i raccolti sono stati buoni. Abbiamo mangiato nonostante non ci fosse lavoro». Ci confessa che non sarebbe mai scappata dalla sua casa per la fame, avrebbe trovato un modo per andare avanti. Ma per la guerra sì, è scappata. Più di 125.000 civili come lei, hanno lasciato il Sud Sudan nei primi quattro mesi del 2016 per Sudan, Kenya, Repubblica Democratica del Congo e Uganda.

Il padre di Achan, ci racconta lei «era in cura nel Juba Teaching Hospital per un problema renale cronico». Era diventato troppo pericoloso per lui fare ogni mese un viaggio di cinque giorni dal suo villaggio, così è stato obbligato a interrompere le terapie. «Il Sud Sudan sta diventando una crisi dimenticata».

Il Manifesto 04/08/2016 “Emergenza Sud Sudan” di Federica Iezzi

Nena News Agency “AFRICA. Emergenza Sud Sudan” di Federica Iezzi

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