Unione Europea-Unione Africana, belle parole e progetti inefficaci

Nena News Agency – 30/11/2017

Molti programmi europei in Africa, ideati per offrire formazione e incoraggiare le imprese locali, non hanno né corpo, né consistenza, né azioni concrete. Gli investimenti diretti esteri rappresentano solo il 3% del PIL africano

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di Federica Iezzi

Roma, 30 novembre 2017, Nena NewsE’ stato un summit di serrate discussioni su disoccupazione giovanile, sicurezza e soprattutto migrazione quello tra Unione Europea e Unione Africana che si è tenuto a inizio settimana ad Abijan, in Costa d’Avorio.

Tema ufficiale sono stati i giovani africani. L’incontro, arrivato ormai alla sua quinta edizione, è stato disegnato in un momento in cui la migrazione è in cima alle agende dei governi.

L’attenzione in codice, per le superpotenze europee, sono le paure sul numero di membri della popolazione africana, in rapida ed esponenziale crescita, che troveranno la loro strada verso l’Europa nei prossimi anni.

Secondo il presidente del Parlamento europeo, l’impatto sarà una ‘bomba demografica’. Risposta contraria arriva dalla politica estera dell’Unione Europea, secondo cui troppe mani in tutto il mondo si affacciano sull’incredibile energia e sul desiderio di cambiamento dell’Africa.

L’Unione Europea ha acquistato tempo, finanziando azioni per coprire le rotte del contrabbando di esseri umani trans-sahariano, fino ad arrivare a un accordo multimiliardario con la Turchia, atto a riportare indietro i migranti dalla black-road balcanica. Per finire con una manovra, l’Italia ne è protagonista, creata ad hoc ad arginare il flusso massiccio di migranti dall’Africa attraverso il Mediterraneo, costringendo i richiedenti asilo ad affrontare, senza diritti, condizioni inumane, fino alle torture vere e proprie, nei campi di detenzione in territorio libico.

Molti progetti europei di sussistenza a lungo termine in Africa, ideati per offrire formazione e incoraggiare le imprese locali, non hanno né corpo, né consistenza, né azioni concrete. Gli investimenti diretti esteri rappresentano solo il 3% del PIL africano, secondo le cifre mostrate dalla Banca mondiale.

Con potenze emergenti come Cina, Turchia, India e Singapore, che fanno ormai sempre più ingenti incursioni in Africa, Bruxelles cerca disperatamente una posizione da protagonista nel continente, decantando una leadership nei settori della tecnologia, della qualità, del know-how industriale e della formazione.

La verità è che l’approccio dell’Europa continua ad essere frammentario, con i singoli Paesi che cadono gli uni sugli altri nel perseguimento dei propri interessi e programmi. Il risultato è una strada lastricata di buone intenzioni, molte opportunità mancate e pochi successi. L’Europa non ha esercitato alcuna reale influenza politica ed economica sul futuro dell’Africa.

Il vertice è avvenuto dopo la reazione orripilata da parte di tutto il mondo riguardo le ‘aste umane’ battute tra i migranti in Libia. Dopo le pesanti denunce perpetrate da Medici Senza Frontiere e avallate dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, niente è cambiato nel sistema criminale libico di abusi nei confronti dei migranti, ancora tenuto in piedi dalla politica dei governi europei.

La risposta europea a tanta illegalità riguarda uno scarno programma di azioni poco consistenti, mirate a preparare i giovani nel trovare opportunità di lavoro, investendo nell’istruzione, nella scienza e nello sviluppo delle competenze, nell’ambito dei propri Paesi. Nena News

Nena News Agency “Unione Europea-Unione Africana, belle parole e progetti inefficaci” di Federica Iezzi

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LIBERIA. Il gol più difficile di George Weah

Nena News Agency – 18/10/2017

L’ex calciatore del Milan ha ricevuto il 39% dei voti alle presidenziali staccando di 10 punti il rivale Joseph Boakai. Non avendo però conquistato la maggioranza assoluta al primo turno, sarà il ballottaggio di novembre a decidere se sarà il nuovo presidente

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di Federica Iezzi

Roma, 18 ottobre 2017, Nena News – Dopo mesi di manifestazioni rauche, promesse e discorsi di nuovi inizi, e sotto l’occhio vigile di 148 osservatori internazionali dell’Unione Africana, dell’ECOWAS, della Carter Foundation e dell’Istituto Nazionale Democratico, si è concluso il primo passaggio di potere democratico in Liberia.

I sondaggi si sono chiusi con alcune segnalazioni di violenza, con conteggio quasi completo e incalzanti scommesse sul vincitore. Si cerca un successore ai 12 anni di potere del primo presidente donna del continente africano, Ellen Johson Sirleaf. Dunque dopo due mandati di sei anni, limite dettato dalla Costituzione, il Premio Nobel per la pace lascia il governo di Monrovia.

Sono più di due milioni di elettori registrati. E il 20% di questi è tra i 18 e i 24 anni. Venti i candidati presidenziali. Divide gli animi la candidatura dell’ex giocatore di calcio e pallone d’oro George Weah. Per la vittoria bisogna ottenere il 50% dei voti, più uno. Non c’è mai stato un chiaro favorito al primo turno.

Secondo gli ultimi conteggi nelle 15 contee, testa a testa tra George Weah, pedina del Congresso per la Democrazia e il Cambiamento, e l’attuale vicepresidente Joseph Boakai, del centrodestra Partito dell’Unità.

Con il 95% dei voti contati, la National Election Commission liberiana, ha comunicato che Weah domina le elezioni con il 39% dei voti, Boakai guadagna il 29% dei consensi. I risultati finali sono attesi entro il 25 ottobre. Secondo la legge elettorale in Liberia, se nessun candidato ottiene una maggioranza assoluta nel primo turno elettorale, seguirà un secondo turno tra i primi due candidati. Il secondo turno elettorale è fissato per gli inizi di novembre.

La campagna elettorale di Boakai è stata improntata su integrità e fiducia, con la promessa di aumentare la spesa pubblica per l’agricoltura e per promuovere la crescita economica, lo sviluppo e il miglioramento delle infrastrutture. Il Partito dell’Unità sta ancora godendo degli evidenti vantaggi del classico partito al governo, rafforzato da risorse statali e lealtà tribali. E sta ottenendo i maggiori consensi nelle contee di Lofa, Gbarpolu, Bong, Bomi, Cape Mount, Gbarpolu e Grand Gedeh.

Profondamente impopolare nella diaspora liberiana, l’ordine del giorno di Weah che prevede la creazione di un tribunale anticorruzione e il decentramento del potere parlamentare, permettendo al popolo liberiano di essere partner attivo nella governance delle singole comunità.

Spesso definita la più antica repubblica moderna del continente nero, nel 1847, la Liberia divenne la prima repubblica africana a proclamare l’indipendenza. Membro fondatore dell’organizzazione intergovernativa Società delle Nazioni, delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione dell’Unità Africana.

I suoi problemi iniziano nel 1980 quando, con un colpo di stato militare, viene rovesciato il governo Tolbert. Da quel momento partono 23 anni di crisi politiche e di guerre civili, che determinano la morte di almeno 250.000 persone e il crollo dell’economia nazionale. La pace non è tornata nel fragile Paese fino al 2003, quando l’allora presidente Charles Taylor si è dimesso a causa di un mandato d’arresto per i crimini di guerra, commessi mentre guidava le forze ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito nella vicina Sierra Leone.

La governance calma e misurata di Ellen Johnson Sirleaf, dal 2005 ha portato pace e stabilità nello stato dell’Africa Occidentale. Mentre oltre l’80% della popolazione continuava a vivere sotto la soglia di povertà, nel 2014 il Paese è stato schiacciato dall’epidemia di Ebola. Nena News

Nena News Agency “LIBERIA. Il gol più difficile di George Weah” di Federica Iezzi

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Algeria al voto con l’ombra dell’astensionismo

Nena News Agency – 04/05/2017

22 milioni i cittadini chiamati oggi alle urne per le legislative. Ma gli analisti prevedono che saranno molti di meno: la diffusa apatia deriva dalla consapevolezza che il vero potere nel Paese è nelle mani della classe militare

UNDP Algeria

di Federica Iezzi

Roma, 4 maggio 2017, Nena News – Mentre i partiti principali e le liste indipendenti competono per i 462 posti in parlamento, in lizza dal prossimo 4 maggio, i 22 milioni di elettori algerini fanno i conti con una lunga storia di diffidenza verso la politica. Le elezioni politiche in Algeria si sono aperte con il voto dei 955.426 elettori algerini residenti all’estero, chiamati alle urne lo scorso sabato.

La diffusa apatia deriva dal fatto che nonostante la presenza democratica di un Parlamento, il vero potere in Algeria, ciò che è comunemente conosciuto come ‘le pouvoir’, è nelle mani della classe politico-militare, che ha combattuto la guerra di liberazione contro l’indipendenza francese. Nulla è cambiato da allora. L’Algeria è formalmente una democrazia sotto tutorship militare. Ci possono essere dibattiti politici, proliferazione di partiti, ma lo status quo non cambia.

Il quadro è quello di un Paese in cui i bassi prezzi del petrolio schiacciano un’economia martoriata. L’Algeria è uno dei principali produttori OPEC e il terzo più grande fornitore di gas naturale per l’Unione Europea. I prezzi bassi di energia in Algeria, hanno spinto il parlamento uscente a prendere decisioni impopolari come l’aumento delle imposte e il congelamento degli stipendi del settore pubblico. Il 70% della popolazione è sotto i 30 anni e di certo mira a vedere il suo enorme potenziale economico sfruttato per risolvere i problemi sociali endemici.

Il problema non è quindi quanti soldi il Paese fa, ma come viene speso il denaro prodotto. L’immobilità del regime ha portato ad una diffusa corruzione. Quando i responsabili non cambiano, il sistema economico diventa sclerotico e nelle mani di pochi privilegiati. Dunque, mentre un numero limitato di persone si arricchisce, le masse muoiono di fame. E uno dei tratti principali dell’Algeria è di cambiare senza cambiare.

‘Il 77enne presidente è parte integrante della storia del suo Paese’. E con il sole che splende e la vista che si estende verso la Qasba bianca e al di là del Mediterraneo, Abdul Aziz Bouteflika aspetta le elezioni parlamentari. Riconciliazione nazionale e stabilità regnano in Algeria da 18 anni, dopo che una sanguinosa guerra, che ha opposto una miriade di forze islamiste al governo centrale, ha visto la morte di un quarto di milione di civili. Ufficiali militari e temuti gruppi di intelligence, hanno continuato a combattere contro gli insorti islamici. In un tale contesto di violenza, l’appetito per le manifestazioni di piazza, è scarso.

L’Algeria è un Paese silenzioso. Nessuno ne parla. E questo riassume lo stato della sua democrazia. ‘Votare massicciamente per rafforzare la stabilità politica e di sicurezza nel Paese, supportando il presidente Bouteflika’ è il motto dell’ideologia socialista del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), diretto da Djamel Ould Abbes. Il regime a partito unico guidato per anni dal FLN si è evoluto quando la regola del multipartitismo è stata introdotta nel 1989, anche se ancora oggi l’FLN gioca un ruolo chiave nel sistema politico algerino. Si poteva considerare l’inizio di un’evoluzione democratica nella politica algerina? No, era piuttosto una necessità.

A quel tempo il Paese stava subendo profondi sconvolgimenti sociali e la popolazione chiedeva più democrazia. Il Fronte di Salvezza Islamico (FIS) è stato il portavoce delle proteste popolari. Sfruttando il malcontento il FIS, guidato da Chadli Bendjedid, introdusse la shari’a in una società prevalentemente laica, cosa che spaventò grandi porzioni di società algerina. La risposta è stata un colpo di Stato militare che introdusse l’Algeria alla guerra civile degli anni ‘90.

Il regime militare algerino ha combattuto il terrorismo con un tale grado di spietatezza da confinarlo nel sud desertico del Paese. Mali e Niger al confine sud, socialmente instabili, stanno ancora pagando il prezzo della minaccia terroristica schiacciata a sud dell’Algeria. Per cui il via della primavera araba del 2010, per l’Algeria è stata semplicemente un deja-vu.

Mentre oggi i partiti d’ispirazione islamica puntano su nuove alleanze per uscire dal cono d’ombra in cui sono stati relegati dalla fine della guerra civile, il Raduno Nazionale per la Democrazia (RND), attualmente capeggiato da Ahmed Ouyahya e alleato con il governo, sostiene un incremento di legittimità dell’esercito nazionale nella lotta contro gli estremisti.

Quello a cui attualmente mira il governo algerino è un’alta affluenza alle urne, attraverso cui inviare un messaggio di fiducia nella propria democrazia alla Comunità Internazionale. Lega Araba, l’Unione Africana e l’Organizzazione della Conferenza Islamica hanno confermato la presenza missioni di osservatori. Nena News

Nena News Agency “Algeria al voto con l’ombra dell’astensionismo” di Federica Iezzi

 

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GAMBIA. Jammeh sconfitto insiste, vuole un nuovo voto

Nena News Agency – 15/12/2016

Il presidente sconfitto, accusato di gravi violazioni dei diritti umani, parla di gravi irregolarità che avrebbero consentito al suo rivale, Adama Barrow, di vincere con il 4% di margine

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di Federica Iezzi

Roma, 16 dicembre 2016, Nena News – A sorpresa ha vinto l’opposizione nel piccolo stato anglofono dell’Africa Occidentale a maggioranza islamica. Il voto presidenziale del primo dicembre ha spazzato via l’autoritario governo di Yahya Jammeh in piedi dal 1994, quando un colpo di stato militare lo incoronava Presidente. A vincere le elezioni il candidato dell’opposizione Adama Barrow. Basso il margine di vittoria del neoeletto presidente Barrow su Jammeh: solo il 4%.

Perdita scioccante che all’inizio sembrava essere stata accettata dal presidente uscente Jammeh. Dichiarazione ritrattata solo dopo una settimana, contestando sia il processo che l’esito del voto presidenziale. Secondo Jammeh a invalidare le elezioni ci sarebbero state numerose irregolarità. Le ore successive all’annuncio hanno gettato il Paese in una profonda crisi politica interna. Jammeh chiede di tornare alle urne.

Gli Stati Uniti hanno criticato immediatamente la proposta di Jammeh a nuove elezioni, significherebbe ‘rimanere al potere illegittimamente’, ha sottolineato il Dipartimento di Stato in un comunicato.

Human Rights Watch, ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) e Unione Africana, hanno iniziato le proteste contro ogni tentativo illegale di sovvertire la volontà del popolo del Gambia. “Detenere, torturare e uccidere dissidenti e oppositori politici era abitudine del governo di Jammeh” ricordano a gran voce.

Il ministro degli esteri del Senegal, Mankeur Ndiaye, ha richiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, visto che in questo momento il Senegal è uno dei membri non permanenti del Consiglio.

Nel 1981 l’esercito dello stesso Senegal era intervenuto in Gambia per impedire un tentativo di colpo di stato contro l’allora presidente Dawda Jawara. Secondo Jammeh il Senegal avrebbe poi sostenuto un tentativo di colpo di stato contro di lui nel 2006.

La portavoce dell’opposizione Isatou Touray, ha criticato la decisione di Jammeh descrivendola come una ‘violazione della democrazia’.

Alcuni ufficiali militari si sono intanto già schierati con la decisione del Presidente in carica. Dunque fino a gennaio un governo di transizione traghetterà Barrow verso la presidenza e verso la prima finestra democratica dal 1965.

Ciò è in linea con una recente tendenza nella politica africana, dove baroni indipendenti si avventurano sempre più spesso nello spazio politico, a sostegno delle opposizioni.

L’esito del Gambia ripercorre i cambiamenti in atto nel continente africano. Sulla scia di Paesi come Nigeria, Ghana, Tanzania, Namibia, Kenya, Zambia, Capo Verde, Mauritius e Malawi, si continuano a seguire processi di transizione politica per la costruzione di istituzioni democratiche stabili. Ma il percorso resta tortuoso e l’instabilità regna. Nena News

Nena News Agency “GAMBIA. Jammeh sconfitto insiste, vuole un nuovo voto” di Federica Iezzi

 

 

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BURUNDI. I primi passi verso la guerra civile

Nena News Agency – 16 dicembre 2015

La capitale è stata teatro venerdì di scontri violentissimi tra milizie del Fronte Nazionale di Liberazione e le forze del governo Nkurunziza: 90 morti. Si moltiplicano le violenze e la fuga dei civili all’estero

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di Federica Iezzi

Bujumbura (Burundi), 16 dicembre 2015, Nena News – Dalle sanguinose repressioni, dalla resistenza armata e dal fallito colpo di Stato dello scorso maggio contro il presidente in carica Pierre Nkurunziza, venerdì si è consumata, nelle strade della capitale burundiana Bujumbura, la peggiore esplosione di violenza.

Circa 90 persone sono state uccise durante gli scontri con l’esercito. Rastrellamenti forzati, esplosioni, spari e corpi crivellati di pallottole i risultati degli scontri. Secondo il colonello Gaspard Baratuza, portavoce della Forza di Difesa Nazionale del Burundi, uomini armati hanno attaccato siti militari a Bujumbura, la scuola militare Iscam e la prigione di Mpimba, la notte dello scorso venerdì. 79 aggressori sono stati uccisi e altri 45 catturati. 97 gli armamenti sequestrati. Quattro agenti di polizia e quattro soldati sono morti. 21 i feriti. Assalto fallito invece nel campo militare Ngagara.

Le milizie del Fronte Nazionale di Liberazione si sarebbero rifugiate nei quartieri Nyakabiga e Jabe di Bujumbura. Le forze di sicurezza hanno ininterrottamente perquisito le case nei quartieri di Bujumbura e hanno arrestato centinaia di giovani. Obiettivo dell’assalto del Fronte Nazionale di Liberazione era quello di neutralizzare le principali caserme e posti strategici tenuti dalle forze lealiste di Pierre Nkurunziza, le milizie Imbonerakure e i terroristi rwandesi delle Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda.

I disordini in Burundi, sono iniziati nel mese di aprile quando Pierre Nkurunziza, modificando la Costituzione, annunciò i suoi piani per un terzo mandato, iniziato lo scorso luglio. L’attacco di venerdì è stato preceduto, qualche giorno prima, da una battaglia sulle colline di Gizaga a Burambi, nella provincia di Rumonge, a circa 80 chilometri dalla capitale.

Le potenze occidentali e gli stati membri dell’Unione Africana temono la violenza prolungata come occasione per riaprire vecchie spaccature etniche tra i 10 milioni di abitanti della piccola Nazione. Solo nel 2005 sono state snocciolate le ragioni di una guerra civile durata 12 anni, tra gruppi ribelli della maggioranza hutu, guidati dallo stesso da Nkurunziza, e esercito guidato dalla minoranza tutsi.

La scorsa settimana, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è intervenuto chiedendo al Governo di ripristinare con urgenza pace e sicurezza e respingere la violenza. L’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani ha registrato nel solo mese di novembre 56 episodi di uccisioni extragiudiziali e 452 casi di arresti arbitrari e detenzioni.

Centinaia di persone sono state uccise, politici dell’opposizione hanno lasciato il Paese e più di 220.000 civili sono fuggiti nel vicino Rwanda, Tanzania, Uganda e Congo, a causa della violenza dei recenti scontri in Burundi. Il governo di Nkurunziza avrebbe formalmente accusato il Rwanda di agevolare il reclutamento forzato di rifugiati burundesi nei campi profughi in Rwanda e Repubblica Democratica del Congo. Nena News

Nena News Agency “BURUNDI. I primi passi verso la guerra civile” – di Federica Iezzi

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GABON. L’inverno caldo di Ondimba

Nena News Agency – 29 dicembre 2014

E’ di tre morti, secondo fonti dell’opposizione, il bilancio delle proteste di massa contro l’attuale presidente gabonese, la cui famiglia è al potere da 41 anni. Nell’aria il boicottaggio delle prossime elezioni e la lotta per l’allontanamento del capo di Stato

Libreville (Gabon) -Manifestazione dell'opposizione nel quartiere di Rio

di Federica Iezzi

Libreville, 29 dicembre 2014, Nena News – Manifestazioni contro il presidente Ali Bongo Ondimba hanno segnato la fine dell’anno del Gabon, durante crescenti tensioni politiche, in un Paese che si prepara alle elezioni presidenziali del 2016. Sono definitivamente esplosi i contrasti che da settimane erano emersi tra l’opposizione e il governo del presidente Ondimba.

Il 17 dicembre scorso gli studenti dell’Università “Omar Bongo” di Libreville sono scesi in piazza per manifestare contro l’arresto di un loro rappresentante accademico, Ondo Nicolas. Gli studenti hanno marciato verso il quartiere di Nkembo, scandendo slogan antigovernativi. Forze di difesa nazionale hanno usato gas lacrimogeni per disperdere gli studenti, i quali hanno reagito con il lancio di bombe molotov.

La dittatura durata 41 anni di Omar Bongo in Gabon, poi nel 2009 ceduta al figlio Ali Bongo Ondimba, ha comprato la pace nel Paese dell’Africa centrale, ricca di giacimenti di petrolio. Il dittatore aveva sottoscritto un tacito accordo con la Francia: la concessione dei diritti esclusivi di estrazione petrolifera, in cambio dell’invio delle forze speciali a sostenerlo, quando l’opposizione fosse diventata pericolosa.

Oggi regna il malcontento. Gli esponenti dell’opposizione ribadiscono di voler proseguire la protesta fino alle dimissioni del Presidente.

Secondo il Fronte Unito delle Associazioni e dei Partiti di Opposizione, tre persone sono state uccise a Libreville negli scontri della scorsa settimana tra forze di sicurezza del Gabon e manifestanti antigovernativi. Almeno un centinaio gli arresti, tra cui cittadini di Camerun, Benin e Mali. Dozzine i feriti gravi.

Per timori relativi alla sicurezza, il ministro dell’Interno Guy Bertrand Mapangou aveva vietato la manifestazione. In risposta alle dimostrazioni pacifiche, nel popolare quartiere di Rio a Libreville, il capo dello Stato ha mobilitato le unità speciali della gendarmeria e della polizia, per schiacciare i cortei.

Ieri gli esponenti dell’opposizione che hanno organizzato la manifestazione contro il governo Ondimba sono stati convocati per essere interrogati e accusati di minare la pace nel Paese. Presenti all’interrogatorio Jean Eyeghe Ndong, ex primo ministro del Paese e l’ex segretario generale dell’Unione Africana, Jean Ping.

François Ondo Edou, il portavoce dei leader dell’opposizione, chiede l’immediato rilascio di tutti i prigionieri politici.

Alain Claude Billie Da Nzé, portavoce della Repubblica del Gabon, risponde che il governo gabonese ha il dovere di proteggere i suoi cittadini. Dichiara che le istituzioni devono punire le persone che sostengono l’odio e la prepotenza, con il pretesto di contraddizioni politiche. Il capo dell’Ufficio regionale delle Nazioni Unite per l’Africa Centrale (UNOCA), Abdoulaye Bathily, condanna la violenza risultata dalla manifestazione. Nena News

Nena News Agency “GABON. L’inverno caldo di Ondimba” – di Federica Iezzi

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