NIGER. L’emergenza dimenticata dei profughi maliani

Nena News Agency – 19 novembre 2015

Il piccolo stato dell’Africa occidentale si ritrova obbligato a fronteggiare un costante afflusso di rifugiati, uniti anche ai 150.000 civili che dal 2013 fuggono dalla Nigeria, dalla violenza dei jihadisti di Boko Haram, e trovano pace nelle aree di Diffa e Assaga

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di Federica Iezzi

Bamako (Mali) – Secondo l’ultimo report dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il numero dei rifugiati maliani in Niger ha raggiunto oggi il suo livello più alto, dall’inizio del conflitto interno iniziato nel 2012 e durato tre anni. Nonostante il recente accordo di pace, mediato dall’Algeria, tra il governo maliano di Ibrahim Boubacar Keita, i ribelli tuareg e i separatisti e militanti legati a al-Qaeda, nelle ultime settimane il flusso di profughi è aumentato dal Mali orientale, al vicino Niger.

Il picco di rifugiati si raggiunse quando nel 2013 le truppe maliane, spalleggiate da quelle francesi, sconfissero le forze ribelli. 50.000 civili attraversarono il confine tra Mali e Niger, per stabilirsi nei campi profughi della regione di Diffa, nel Niger del sud. Dopo le elezioni presidenziali del 2013, l’UNHCR ha facilitato il rimpatrio in Mali di circa 7.000 rifugiati.

Solo nel 2015, 47.449 rifugiati maliani sono stati ridistribuiti nelle città di Ayorou e Niamey e nei campi profughi delle regioni di Tillabéri e Tahoua, nel sud-ovest del Niger.

Il piccolo stato dell’Africa occidentale si ritrova dunque obbligato a fronteggiare un insolito afflusso di rifugiati, uniti anche ai 150.000 civili che dal 2013 fuggono dalla Nigeria, dalla violenza dei jihadisti di Boko Haram, e trovano pace nelle aree di Diffa e Assaga. Viene oggi sostenuto appena il 26% del fabbisogno dei rifugiati maliani in Niger. La drastica riduzione di razioni alimentari mensili da parte del World Food Programme, contribuisce a far crescere l’ombra della malnutrizione. Un esempio sono le razioni di riso diminuite da 12 a 5,4 kg a persona, nello scorso mese di giugno. Ma grazie al costante e duro lavoro delle organizzazioni non governative, la percentuale di malnutrizione nei bambini maliani, residenti nei campi profughi, si è abbassata dal 20% al 9% nel 2015.

Secondo i dati dell’UNICEF 368.114 bambini dai 6 mesi ai 5 anni sono stati trattati per forma acuta di malnutrizione, 968.919 bambini di età compresa tra 9 mesi e 14 anni sono stati vaccinati contro il morbillo e 32.992 bambini e adolescenti hanno avuto accesso all’istruzione di base.

Tra gli scorsi mesi di ottobre e novembre, secondo i dati dell’UNHCR, almeno 4.000 rifugiati hanno attraversato il confine maliano, in fuga dall’illegalità, dal vuoto di potere di un governo corrotto, dai continui scontri tribali tra Idourfane e Daoussak e dall’opprimente presenza militare. 3.000 sono ancora in attesa di registrazione.

La maggior parte dei rifugiati proviene dalle aree rurali delle regioni orientali di Ménaka, Anderaboukane e Ansongo, dove scuole e infrastrutture pubbliche sono state danneggiate da anni di combattimenti.

Negati accesso a acqua potabile, riparo, istruzione e sanità. Vita forzata nei campi di fortuna su teli di plastica appoggiati a cespugli spinosi, per ripararsi dal bagliore implacabile del sole. Dietro solo poveri averi, spesso non più di un paio di coperte e alcune pentole e contenitori di plastica. Nena News

Dall’inizio del 2012, si stima che almeno 100.000 maliani hanno lasciato le proprie case, per trovare rifugio in Niger e nei campi profughi di Mbera, Bassiknou e Fassala, in Mauritania. Altri 34.000 sono stati accolti nei campi di Saag-Nionigo e Mentao, in Burkina Faso e 62.000 rimangono tutt’ora sfollati all’interno del Mali. Nena News

Nena News Agency “NIGER. L’emergenza dimenticata dei profughi maliani” – di Federica Iezzi

 

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NIGERIA. Liberarsi della poliomielite

Nena News Agency – 02 novembre 2015

Solo nel 2012, nel paese africano si erano contati più della metà di tutti i casi documentati nell’intero globo. L’ultimo risale al 24 luglio dello scorso anno, confermata l’assenza di nuovi casi nei 12 mesi successivi. Adesso inizia il periodo di sorveglianza di almeno due anni, prima che l’Africa sia dichiarata libera dalla malattia

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di Federica Iezzi

Abuja (Nigeria), 2 novembre 2015, Nena News – L’annuncio ufficiale arriva dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: la poliomielite non è più endemica in Nigeria, ultimo paese dell’Africa in cui continuava una regolare trasmissione del virus.  Secondo la Global Polio Eradication Initiative, il partenariato pubblico-privato che guida la lotta per eradicare la malattia, l’ultimo caso di poliomielite in Nigeria risale al 24 luglio dello scorso anno. Tutti i dati di laboratorio hanno confermato l’assenza di nuovi casi nei 12 mesi successivi.

Adesso inizia il periodo di sorveglianza di almeno due anni, prima che l’Africa sia dichiarata libera dalla poliomielite, visto che si possono contare fino a 200 casi asintomatici di malattia, e quindi non si ha certezza del numero di serbatoi umani di virus attualmente presenti nel continente. L’ultimo caso è stato registrato in Somalia l’11 agosto 2014. Si aspetta dunque, in questa fase latente, la conferma da parte dell’OMS che gli ultimi campioni prelevati da persone in aree precedentemente colpite siano esenti da virus.

Solo nel 2012, in Nigeria si erano contati più della metà di tutti i casi di poliomielite documentati nell’intero globo. Portata avanti dal governo di Muhammadu Buhari un’enorme campagna di vaccinazione, che ha immunizzato contro il poliovirus 45 milioni di bambini sotto l’età di cinque anni.

I centri di vaccinazione hanno lavorato ininterrottamente per anni contro diffidenza, violenza e attacchi da parte dei militanti di Boko Haram. Secondo i dati dell’UNICEF, almeno mezzo milione di bambini negli ultimi cinque mesi è fuggito a causa di attacchi da parte di Boko Haram, mancando agli appuntamenti nei centri medici di vaccinazione. Per evitare recrudescenze della malattia gli operatori sanitari hanno concentrato l’attenzione anche sulle famiglie di rifugiati in fuga dalla Nigeria e dai Paesi limitrofi, come Cameroon e Ciad. Guerre e disordini civili rimangono il più grande ostacolo alla vaccinoterapia.

Per quasi un anno, nel 2003, alcuni stati della Nigeria del nord avevano boicottato il vaccino antipolio orale, credendo che fosse la causa della sterilizzazione femminile. Nel 2013 nove operatori sanitari impegnati nelle campagne di immunizzazione sono stati uccisi e tre rapiti nell’area di Kano, nella Nigeria settentrionale.

Grazie all’istituzione di centri operativi di emergenza per coordinare campagne di vaccinazione e raggiungere i bambini anche in zone inaccessibili, oggi il numero di famiglie che rifiuta la vaccinazione per i propri figli è diminuito drasticamente. Anche lo stesso nord-est nigeriano ora è arrivato ad un tasso di immunizzazione contro la polio che sfiora l’85%.  La vaccinazione ha ridotto il numero di casi del 99% a partire dal 1988, dopo che la poliomielite aveva paralizzato, in 125 Paesi, almeno 350.000 bambini ogni anno.

Frenata quasi ovunque, con un vaccino che costa solo pochi centesimi, la poliomielite rimane oggi endemica in soli due Paesi, Pakistan e Afghanistan. Nel 2015 sono stati segnalati 41 nuovi casi di poliomielite: 32 in Pakistan e 9 in Afghanistan. 200 i casi nel 2014.  Esperti di salute globali puntano a eradicare la poliomielite in tutto il mondo entro il 2018. Questo significherebbe eliminare la seconda malattia nella storia dopo il vaiolo. Nena News

Nena News Agency “NIGERIA. Liberarsi dalla poliomielite” – di Federica Iezzi

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I perchè della mortalità infantile a Gaza

Nena News Agency – 17 agosto 2015

Assenza di medicinali, resistenza ai pochi permessi da Israele, allattamento da madri che hanno respirato fosforo bianco, consanguineità: ecco perché nella Striscia il tasso di mortalità infantile è così alto

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di Federica Iezzi

Roma, 17 agosto 2015, Nena News – Secondo i dati dell’ultimo report dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), il tasso di mortalità neonatale, cioè il numero di bambini che muoiono prima di quattro settimane, nella Striscia di Gaza è salito al 22.4‰ contro il 2‰ documentato in Israele.

Il tasso di mortalità neonatale, insieme al tasso di mortalità infantile, cioè il numero di bambini che muoiono entro del primo anno di vita, è uno dei più importanti indicatori del benessere socio-economico e delle condizioni sanitarie di un Paese.
La dipendenza economica e la debolezza sociale sono fattori che incidono sui tassi di morbilità, cioè sulla frequenza con cui una malattia si manifesta in una popolazione, e di mortalità.

Anche la monitorizzazione della salute materno-fetale si riflette sulla mortalità infantile, attraverso corretta nutrizione e alimentazione, adeguati controlli medici a madre e nascituro e allattamento al seno.

Il semplice allattamento al seno ha un ruolo rilevante nella prevenzione delle infezioni neonatali, riducendo i tassi di mortalità. Gli effetti dei gas tossici (fosforo bianco), respirati durante le ultime offensive militari israeliane sulla Striscia di Gaza, sono correlati alla progressiva riduzione nella produzione di latte in donne in età fertile.

Malattie infettive e respiratorie, inadeguata alimentazione, carenti condizioni igienico-sanitarie fanno crescere i tassi di mortalità neonatale e infantile.

L’impatto a lungo termine dell’assedio a Gaza con la conseguente carenza di materiale sanitario e di farmaci è un aspetto strettamente correlato all’aumento dei tassi di mortalità neonatale e infantile.

Ne sono un esempio gli antibiotici. Israele non permette l’ingresso a Gaza attualmente di 154 differenti tipi di medicine, tra cui diverse classi di antibiotici. Per cui ne viene usata una limitata gamma per la cura di infezioni. Utilizzando a tappeto sempre lo stesso farmaco, per ogni tipo di infezione, si creano resistenze. Dunque i microrganismi diventano sempre meno sensibili agli antibiotici, facendo crescere i tassi di mortalità a causa di infezioni che diventano incurabili e letali.

Secondo la lista dettagliatamente redatta dal Ministero della Difesa israeliano, a Gaza non è permesso l’ingresso dei cosiddetti materiali ‘dual use’. Sono prodotti che possono avere un duplice utilizzo. Materiali chimici come dietilenetriammina, trietilenetetramina, amminoetilpiperazina, etilendiammina e una serie di catalizzatori, che se entrano nel processo di preparazione di medicinali nelle industrie farmaceutiche diventano salvavita, se invece diventano componenti di razzi e munizioni, si trasformano in un pericolo per lo stato di Israele. E allora tutto bandito dal governo di Tel Aviv, a discapito di chi con quei farmaci, nella Striscia, può scorgere la guarigione.

La quantità di farmaci che dalla Cisgiordania raggiunge effettivamente Gaza, copre appena il 5-7% del fabbisogno locale.

Crescono i tassi di morbilità e di conseguenza quelli di mortalità neonatale, per la mancanza delle semplici culle termiche per i neonati. A Gaza non entrano nuovi materiali e le culle che sono rimaste nei dipartimenti ospedalieri di neonatologia, bombardati, distrutti e smantellati durante Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana sulla Striscia, o non funzionano perfettamente o funzionano a metà, non riscaldando, a causa della preoccupante discontinuità elettrica. Prematuri e neonati di basso peso vengono così sottoposti a rigide temperature che favoriscono ipotermia, infezioni sistemiche e malattie respiratorie.

Le operazioni militari israeliane su Gaza, la divisione politica palestinese, l’assedio di Israele e la chiusura egiziana del valico di Rafah, impedisce di fatto alle fabbriche locali di ottenere le materie prime, necessarie per la produzione di farmaci, e i pezzi di ricambio per apparecchiature medicali, danneggiate dalla guerra e da anni di degrado.

Nonostante licenze dal Ministero israeliano della Sanità e approvazioni dalle aziende fornitrici israeliane, i materiali grezzi, si fermano al valico di Kerem Shalom, unico valico commerciale funzionante tra Striscia di Gaza e resto del mondo, senza nessuna motivazione fornita dalle autorità di Tel Aviv.

Ancora, le complicate procedure di ingresso da Israele di vaccini contro rosolia, morbillo, parotite e poliomielite mettono a rischio le campagne di vaccinazione nella Striscia di Gaza. Fattore direttamente correlato alla mortalità infantile. Secondo i dati dell’UNICEF l’ultimo ingresso di vaccini nella Striscia, risale allo scorso novembre, con l’accesso di 65.429 singole dosi di vaccino antipolio e 50.000 dosi di vaccino anti-pneumococco, per qualcosa come 400.000 bambini

Infine il fenomeno della consanguineità, inevitabile in un Paese i cui movimenti delle persone sono aspramente ristretti, accresce i tassi di mortalità neonatale, a causa dell’alta percentuale di evenienza di difetti genetici. Nel 2013, 960 bambini su 3128 sono nati da matrimoni tra consanguinei.

Secondo i più recenti dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 19% delle morti neonatali a Gaza sono legate a malformazioni congenite o disordini metabolici. Nena News

Nena News Agency “I perchè della mortalità infantile a Gaza” di Federica Iezzi

Il Manifesto “Torna a crescere la mortalità infantile a Gaza” di Michele Giorgio

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Tra i minatori di carbone a Donetsk

Frontiere News – 04 agosto 2015

Donetsk oggi sembra una città fantasma, eppure è tutt’altro che vuota. Negli scantinati sotto le macerie delle case vivono, rannicchiate sotto le coperte, ancora centinaia di persone. Raccolgono l’acqua dalle pozzanghere sporche, mangiano e dormono in spazi segnati da secchi traboccanti di acqua piovana

Eastern Ukraine - Donetsk underground shelter 2 - Photo by Pavel Makeev

di Federica Iezzi

Donetsk (Ucraina) – Con pochi soldi, poco cibo e poche medicine, la gente a Donetsk ha ancora paura di lasciare i rifugi sotterranei.

L’atteggiamento degli uomini di Aleksandr Zakharcenko, leader dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, nei confronti di tutti coloro che hanno voluto o potuto lasciare le loro case nella zona controllata dai ribelli, si è indurito.

Per l’ingresso nelle aree orientali ucraine, non controllate dal governo di Porošenko, nuove procedure di autorizzazione bloccano i movimenti degli sfollati e intralciano l’ingresso di aiuti umanitari.

Vanko, un lavoratore delle miniere di carbone del Donbass, ci dice che la percezione della gente sui negoziati di pace di Minsk sembra quella di forzare il reinserimento della regione di Donetsk nella repubblica Ucraina. E come? Rendendo la vita miserabile per uomini e donne che rimangono nelle zone ribelli, arrivando perfino ad utilizzare la carestia forzata.

“L’azione militare su Donetsk ha solo aggravato problemi già esistenti”, continua Vanko. “Strade ghiacciate per tutto l’inverno, negozi sbarrati, case fatiscenti ferite da esplosioni. Nessuna abitazione ha il telefono fisso e non esiste un gasdotto che serve la città”.

Vanko ci racconta che ha dormito per mesi in uno scantinato umido, senza sentire mai l’aria fresca di Donetsk. La miniera di carbone dove lavorava è stata abbandonata e quando i lavoratori sono tornati, hanno trovato crolli e allagamenti. Distrutti circa quattro milioni di sterline di attrezzature. Oggi i minatori sono tornati a lavoro con turni estenuanti, l’ultimo salario risale a mesi fa.

Aneta ci racconta che tutti preferiscono rimanere a dormire nei seminterrati. “Non c’è niente da mangiare, non c’è niente da fare”. La gente dei sotterranei, come viene chiamata qui, non sarà conteggiata ufficialmente tra le oltre 5.000 persone che hanno perso la vita, nella guerra nell’Ucraina dell’est, ma l’esistenza per loro ha assunto un gusto amaro, ha raggiunto un peso inaccettabile.

Alla stazione degli autobus si parla di dove è possibile ottenere aiuti alimentari. “Fino a poche settimane fa era pericoloso anche uscire e mettersi in coda per avere la tua razione di cibo” ci dice Aneta, con le lacrime agli occhi, “non mi fido delle strade crivellate di Donetsk”.

Molti anziani durante i combattimenti sono rimasti nelle loro case senza riscaldamento, mentre le temperature fuori scendevano regolarmente sotto i 22 gradi. Mortai e razzi non hanno risparmiato i loro muri e le loro porte. Non hanno potuto lasciare le loro case perché senza soldi e perché non avevano un posto in cui andare. Aspettano da mesi farmaci troppo costosi, che a Donetsk non entrano con i convogli di aiuti umanitari.

Oggi le persone anziane continuano a morire per polmoniti e altre infezioni, a causa della scarsità di medicine e della difficoltà di accesso alle cure mediche.

Colpiti duramente i quartieri periferici della città, come quello di Kievsky, dove vivevano i più poveri. Strade una volta trafficate sono oggi deserte, case totalmente distrutte dall’artiglieria oggi sono abbandonate.

La disoccupazione è incalcolabile nelle regioni ribelli di Donetsk e Luhansk. Le imprese hanno chiuso e gli imprenditori sono fuggiti. A questo si aggiunge la decisione del governo di Kiev di smettere di pagare le pensioni nelle aree controllate dai ribelli. Molti uomini sono tentati dalla promessa di uno stipendio con le milizie filorusse. “Kiev sembra aver dimenticato il suo popolo”, ci dicono.

Quando è ancora buio, piccoli gruppi di donne e bambini, nascosti sotto vecchi vestiti e sciarpe, si radunano davanti a cadenti magazzini da cui si distribuiscono prodotti alimentari e per l’igiene.

Ogni giorno gli sfollati si organizzano in una coda, tutti con grandi ombre scure sotto gli occhi. Aspettano pazientemente in silenzio. Scandiscono i loro nomi e si registrano, mentre chiacchierano tra di loro. I volontari delle Nazioni Unite chiedono alle mamme se i bambini hanno bisogno di assistenza particolare. La risposta delle donne è simile a quella data da Dasha, una ragazza magra e sfiorita di poco più di 25 anni “Mio figlio è rimasto troppi mesi in un rifugio sotterraneo, senza vedere mai il cielo e il sole, mentre le bombe distruggevano il nostro quartiere. È solo spaventato”.

Dasha ci racconta che il piccolo Yaroslav, nella casa sotterranea, come la chiamava lui, piangeva perchè era sempre buio. “Avevamo bisogno di medicine, cibo, coperte. Ma quello che arrivava era solo il frastuono dei carri armati, attutito dalla neve”. Questo è il mondo di Yaroslav, il luogo in cui si trova a dover imparare a parlare e camminare.

Nei sotterranei la gente si riscaldava con il carbone delle miniere di Donetsk. Non era sicuro utilizzare legna da ardere presa nei boschi, a causa della presenza di esplosivi.

L’UNICEF ha stimato che più di 1000 bambini hanno vissuto per più di cinque mesi nei bunker di epoca sovietica di Donetsk. Ricreati parchi giochi, dietro i muri di cemento e le spesse porte di metallo, mentre il tonfo dei colpi di mortaio sostituiva il suono delle campanelle della scuola. Circa 5,2 milioni di persone vivono attualmente nelle zone di conflitto in Ucraina. 1,7 milioni dei quali sono bambini. 1.382.000 i rifugiati interni, 900.000 i rifugiati nei Paesi vicini.

Tra i letti di fortuna, vicino a Yaroslav, dormono Michael e Kostia, due fratelli di cinque anni. “A volte piace loro disegnare. Automobili, squadra di calcio preferita, persone, pianeti”, ci racconta la loro madre.

Appesi alle pareti, tuttavia, ci sono solo le immagini di carri armati, combattenti, pezzi di artiglieria e sistemi missilistici.

Le bambine si concentrano sui loro libri da colorare. Yuliya, sei anni, sfoggia la sua nuova magliettina rossa e ci dice “Voglio essere una pittrice quando sarò grande”.

La nonna di Yuliya ci dice che la bambina aveva iniziato la scuola nello scorso ottobre e la sua insegnante durante i bombardamenti la chiamava al telefono per continuare le lezioni. “Mi piacciono tutte le materie a scuola, ma le mie preferite sono il disegno e la matematica” ci dice entusiasta la piccola.

La maestra ha raccontato a Yuliya che la loro scuola nel quartiere di Petrovka, a Donetsk, è stata abbandonata. Le finestre sono state distrutte dal fuoco dell’artiglieria. Ora sono state sostituite con plastica. All’inizio del conflitto i bambini potevano andare a scuola per due giorni alla settimana.

La nonna di Yuliya ci dice che ha vissuto per settimane in un angusto rifugio sotterraneo, a dieci metri di profondità, costruito ai tempi di Stalin, insieme ad altri 26 adulti e 11 bambini. Una singola stufa per scaldarsi. Ci racconta che prima del cessate il fuoco, pesanti bombardamenti accompagnavano la notte. Iniziavano alle 23 e continuavano fino alle 5 della mattina dopo. “A volte eravamo impauriti dal silenzio”. I bambini ormai riconoscevano la differenza tra un colpo di mortaio e il rumore della botola che puntualmente batteva chiudendosi sulle loro teste.

I bambini più grandi sapevano addirittura distinguere i rumori dei lanciarazzi Smerch, dai più piccoli BM-27 Uragan e dai più grandi missili OTR-21 Tochka.

Rimangono ancora tutti nei rifugi antiaerei. “Ogni volta che usciamo, rischiamo di essere uccisi da una granata” dicono i giovani genitori. “E’ come essere in prigione”.

Le donne cucinano a volte al di fuori del rifugio su un fuoco da campo, dopo aver steso la biancheria su corde tese tra gli alberi. L’acqua è fredda e quando c’è l’elettricità viene scaldata nei bollitori. Spesso nei rifugi si usano lampade e candele.

Le famiglie con pochi risparmi, hanno aspettato in fila e lottato per stiparsi nei popolari autobus che li avrebbero allontanati da bombe e distruzione.

Molti sono fuggiti nella stazioni ferroviarie. Nelle sale d’attesa affollate, la gente è rimasta in coda per giorni per ottenere biglietti del treno gratuiti per Kiev.

Donetsk oggi sembra una città fantasma, eppure è tutt’altro che vuota. Entrando negli scantinati sotto le macerie delle case, nelle affollate stanze piene di letti, vivono rannicchiate sotto le coperte ancora centinaia di persone. Dipendono da aiuti umanitari. Raccolgono l’acqua dalle pozzanghere sporche. Mangiano e dormono in spazi segnati da secchi traboccanti di acqua piovana.

Una città di circa un milione di abitanti, ora vive per poche migliaia di anime.

Frontiere News “Tra i minatori di carbone a Donetsk” di Federica Iezzi

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TANZANIA. Il campo profughi dimenticato dal mondo

Nena News Agency – 31 luglio 2015

Le stime parlano di 135.000 rifugiati. In Tanzania arrivano ogni settimana circa 2.500 civili dal vicino Burundi. Solo negli ultimi due mesi gli ingressi hanno sfiorato i 79.000. Scappano dallo sterminio

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di Federica Iezzi

Kigoma (Tanzania), 31 luglio 2015, Nena News  – “Quando ho sentito che avevano iniziato a uccidere la gente, ho deciso di lasciare Mwaro” ci dice Dievin, un giovane che oggi passeggia scalzo sull’arsa terra del campo di Nyarugusu, nella provincia occidentale di Kigoma, in Tanzania. Si riferisce alla Imbonerakure, l’ala giovanile del Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia-Forze per la Difesa della Democrazia, partito al potere in Burundi, con il riconfermato Presidente Pierre Nkurunziza.

Secondo i dati dell’UNHCR almeno 1.200 minorenni sono stati registrati nel campo come bambini non accompagnati o separati dai genitori. Le stime parlano di 135.000 rifugiati burundesi nel campo. Solo negli ultimi due mesi gli ingressi hanno sfiorato i 79.000. In Tanzania arrivano ogni settimana circa 2.500 civili dal vicino Burundi.

Insieme a Dievin, prima di arrivare in Tanzania, altri 970 ragazzini hanno stazionato per mesi nel Mahama main refugee camp, nel distretto di Kirehe, nel Rwanda orientale. Alla fine di una polverosa strada, sparse in tutta la valle sottostante, centinaia di tende bianche danno forma al campo di Nyarugusu. E’ quello che i 135.000 rifugiati burundesi chiamano ‘casa per ora’.

Operatori del World Food Programme monitorizzano i casi pediatrici di malnutrizione. Saliti ad almeno 800. Mais, soia e latte ad alto potere nutrizionale sono la soluzione. I 10 litri di acqua previsti al giorno per ogni persona, sono drasticamente diminuiti, con il sovraffollamento nel campo. “Il sovraffollamento rallenta gli aiuti. Il campo di Nyarugusu è stato congegnato per ospitare 50.000 persone”, riferisce un funzionario dell’UNHCR.

Guelda, una diciassettenne rifugiata, ci dice “Passo anche 12 ore in fila per riempire la mia tanica di plastica con acqua potabile”. Ogni giorno, dalle prime ore dell’alba, donne e bambine burundesi aspettano, pazienti e sotto un sole rovente, l’arrivo delle cisterne di acqua nel campo. Quella che rimane nei serbatoi è calda. La fonte di acqua più vicina al campo è a 47 chilometri di distanza. E’ consentito riempire soltanto un contenitore di plastica a persona. “Tutti gli altri lavori, come cucinare e pulire, dipendono dall’acqua”, continua Guelda.

Liévin ha 13 anni e ci racconta delle violenze subite. “Gli Imbonerakure picchiavano i bambini più grandi delle famiglie. Mia nonna mi ha dato 2000 franchi burundesi e mi ha detto di scappare. Era notte”. Con poco più di un dollaro Liévin è arrivato, su un vecchio autobus azzurro, a Nyarugusu. Non è stato trattenuto alla frontiera. “Lì vengono fermati i grandi gruppi, io ero solo”, continua.

“Ci hanno trasportato da Kagunga a Manyovu, fino al campo di Nyarugusu. Non ho mai vissuto in un campo profughi. Ho perso il mio stipendio di 200 dollari”, queste le parole di Elise, 35 anni e madre di tre figli. Le tende, nel corso dei giorni, si trasformano in qualcosa che assomiglia ad una casa. Continua “Ho ricevuto solo un chilo di mais secco e mezzo chilo di fagioli questa settimana. L’acqua spesso manca per due giorni consecutivi”. Ogni rifugiato secondo i dati dell’UNHCR dovrebbe ricevere almeno 13 chili di granturco, 3 chili di fagioli, mezzo litro di olio e sale ogni mese. “Ma non è sempre così”, ci confessa Elise.

Daniel è un maestro dello staff della Croce Rossa Internazionale, è cresciuto a Dar es Salaam “Mi alzavo alle cinque del mattino per venire a spazzare la tenda dove facevamo scuola. Iniziavo a insegnare alle otto. Trovavo i bambini ad aspettarmi fuori, con in mano matite colorate e fogli di carta”.

Lezioni nella tenda-scuola del campo di Nyarugusu sospese da quando gli arrivi sono fuori controllo. I bambini possono frequentare le scuole primarie, ma non c’è la scuola secondaria. “Studiavo lingue e scienze umane a Gitega. Un giorno i ragazzi dell’Imbonerakure arrivano nella mia città e entrano nella mia scuola. Lavagne e banchi rotti. Quaderni strappati. Con mio fratello abbiamo attraversato il fiume su una zattera improvvisata. Di sera. Perchè gli Imbonerakure usavano lo stesso fiume per contrabbandare persone”, ci raccontano Mugisha e Irakoze.

Vicino alla scuola, in una tenda riservata ai malati, un’infermiera dell’United Nations Population Fund, aiuta Hikima a partorire. Per ora alcuna vaccinazione dopo il parto, né per la madre né per il bambino. Secondo i dati dell’UNICEF, 25 siti di vaccinazione sono stati predisposti a Nyarugusu. Più di 100.000 bambini, oltre l’anno di vita, sono stati vaccinati contro colera, morbillo e poliomielite. Hikima ci racconta “Pensavo di avere il mio bambino a Kagunga. Pensavo di non riuscire ad arrivare a Nyarugusu. Pensavo sarebbe morto. Sono morti tanti bambini lì”. Nena News

Nena News Agency “TANZANIA. Il campo profughi dimenticato dal mondo” di Federica Iezzi

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SUDAN-SUD SUDAN. Abyei, terra di nessuno

Nena News Agency – 09 luglio 2015

Da quando il Sud Sudan nel 2011 ha ottenuto l’indipendenza dal governo di Khartoum, lo status di Abyei è irrisolto. Non esiste alcun governo, nessun sistema di giustizia legale e nessuna forza di polizia

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di Federica Iezzi

Abyei (Sudan), 9 luglio 2015, Nena News Il distretto di Abyei conta almeno 10.000 chilometri quadrati contesi tra gli stati di Kordofan meridionale, in Sudan e di Bahr al-Ghazal settentrionale, in Sudan del Sud. Pezzo di terra tormentato, galleggia sul bacino petrolifero del Muglad.

Da quando il Sud Sudan nel 2011 ha ottenuto l’indipendenza dal governo di Khartoum, lo status di Abyei è irrisolto. Non esiste alcun governo, nessun sistema di giustizia legale e nessuna forza di polizia. Dal maggio 2011, Abyei è stata privata di un’amministrazione funzionale, dopo che le forze sudanesi hanno preso il controllo della zona, producendo quasi 105.000 rifugiati interni.

Oggi 40.000 di loro vivono ancora come sfollati nella città di Agok, nel governatorato di Warrap, 30 chilometri a sud-ovest di Abyei, in perenne stato di emergenza umanitaria. Ogni giorno cibo, alloggi, attrezzi agricoli e sementi incontrano la popolazione esasperata da anni di inattività.Il campo petrolifero di Diffra e l’area di Marial Achak oggi sono i terreni più contestati tra i governi di Khartoum e Juba. Abyei rimane una zona smilitarizzata ma l’esercito del presidente sudanese al-Bashir, presidia i giacimenti, in cambio del solo 4% delle vendite di petrolio, alla gente del posto.

Contestati sono anche i villaggi. Da un lato i Ngok-Dinka, tribù da un milione e mezzo di persone del Sud Sudan, allevatori e agricoltori. Dall’altro i Misseriya, pastori nomadi arabi del nord, affini al Sudan. In eterna lotta per etnia e per appartenenza.

A mantenere la stabilità, senza grossi risultati, il mandato della Forza di Sicurezza ad Interim delle Nazioni Unite per Abyei (UNISFA). A promuovere la riconciliazione, nel tentativo di rompere le tensioni tra le comunità Ngok-Dinka e Misseriya, i co-presidenti dell’Abyei Joint Oversight Committee (AJOC), Hassan Ali Nimir e Deng Mading Mijak.

Fazilah, giovane insegnante della popolazione Misseriya, parla della scuola dopo che decine di edifici sono stati rasi al suolo, nei violenti scontri tra l’esercito di Khartoum e i combattenti del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan. “30 scuole sono state distrutte, almeno 40 sono state danneggiate, con pareti e tetti crollati sotto colpi di mortaio, granate e bombe. 400 scuole hanno bisogno di essere ristrutturate”.

I rapporti dell’UNICEF parlano della scuola come l’infrastruttura più colpita dal 2008.

“Gli ospedali del distretto di Abyei sono costretti a convivere con gravi carenze di medicinali”, ci racconta il dottor Suleyman, mentre cammina tra i letti dei suoi pazienti nell’Abyei Hospital. La maggiorparte delle forniture mediche degli ospedali di Abyei proviene dal governo di Juba, ma non soddisfa il fabbisogno della popolazione. Fino ad ora, le organizzazioni umanitarie hanno fornito l’assistenza sanitaria attraverso cliniche mobili. Continua “Pochi mesi fa non avevamo nemmeno i farmaci per curare la malaria. Inoltre la carenza di operatori sanitari qualificati, in grado di trattare patologie come colera, malaria e polmonite, determina l’innalzamento dei tassi di mortalità, soprattutto infantile”.

La carenza di carburante continua a provocare disservizi nel settore sanitario e in quello commerciale. L’approvvigionamento di acqua è fermo, perché controllato da pompe idriche non funzionanti, per mancanza di gasolio. E i tentativi da parte dell’Abyei Area Administration di imporre controlli sui prezzi del petrolio ne hanno peggiorato la carenza. Una tanica da 20 litri di gasolio può costare oggi più di 500 sterline sudsudanesi (circa 160 dollari) sul mercato nero, prezzi alle stelle rispetto ai mercati internazionali.

“Rimangono solo vuoti, edifici saccheggiati”, queste le parole di Gatluak. Lavora guadagnando 120 sterline sudsudanesi al mese (circa 30 dollari), nella ricostruzione delle strade nel distretto di Abyei.

Nena News Agency “SUDAN-SUD SUDAN. Abyei, terra di nessuno” – di Federica Iezzi

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GAZA. La gioia del campo estivo per curare bimbi traumatizzati da bombardamenti

Nena News Agency – 04 giugno 2015

E’ cominciato il campo estivo della ONG palestinese “Palestine Children’s Relief Fund” (PCRF). Le ultime statistiche delle Nazioni Unite documentano la necessità di sostegno psicologico specialistico ad almeno 373.000 bambini a Gaza, come conseguenza dell’operazione militare “Margine Protettivo”

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di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza), 4 giugno 2015, Nena News  Sono un piccolo angolo di serenità in una terra martoriata. Chi organizza e chi se ne occupa non è altro che personale volontario. Sono punti di crescita per bambini orfani, con disordini psicologici, con disabilità e con malattie croniche. Sono i campi estivi.

E’ partito lo scorso 30 maggio l’ “al-Sammoud summer camp” del Palestine Children’s Relief Fund. Per dieci giorni nella spiaggia nord di Khan Younis, 100 bambini, dai 4 ai 15 anni, sono impegnati nelle attività estive proposte dall’associazione non-profit. 25 di loro sono disabili. 40 di loro hanno diagnosi di disturbo post-traumatico da stress, dopo la perdita dei genitori e della propria casa, durante l’ultima operazione militare israeliana sulla Striscia, nel 2014.

Due giovani insegnanti volontari coordinano incontri di scrittura e lettura per i bambini più grandi e laboratori di disegno su vetro e ceramica per i più piccoli. Lo scopo è lo stesso: aiutare i bimbi a esprimere i loro sentimenti, pensieri, paure, problemi e speranze. In maniera indiretta vengono affrontate in profondità: difficoltà di comunicazione, traumi emotivi, violenze, perdita di memoria e riabilitazione fisica. Altri quattro volontari pianificano sport e giochi di team building. L’obiettivo è quello di aiutare i bambini a sviluppare capacità di lavoro di squadra, fiducia in se stessi, ascolto, decisione e comunicazione.

La maggior parte dei bambini che partecipa al campo estivo ha vissuto tre guerre in soli sei anni: l’operazione Piombo Fuso nel 2008, l’operazione Pilastro di Difesa nel 2012 e l’operazione Margine Protettivo durante la scorsa estate. Almeno 6500 bambini a Gaza sono orfani. L’ultima guerra ha creato più di 1500 nuovi orfani.

Amal ha una lunga maglia bianca, esce dal suo guscio e si rompe in un sorriso, quando iniziano i canti dell’apertura della giornata al campo estivo. Ha una profonda ferita alla fronte. Mentre Amal canta a squarciagola, come volesse allontanare tutto e tutti, la maestra mi racconta che ha perso la madre e il padre, quattro tra fratelli e sorelle, quando un F16 israeliano ha bombardato il piccolo condominio in cui viveva a Rafah.

Le ultime statistiche delle Nazioni Unite documentano la necessità di sostegno psicologico specialistico ad almeno 373.000 bambini a Gaza, come conseguenza di Margine Protettivo. Inoltre, 900.000 bambini hanno bisogno di un certo livello di supporto psicosociale.

Amal è per la gran parte della giornata senza parole e manca di espressione, a quasi nove mesi dalla fine degli scontri. Samira, la maestra del laboratorio di disegno, ci racconta: “All’inizio Amal disegnava aerei nel cielo, carri armati e ambulanze. Poi scarabocchiava tutte le immagini e le strappava. Adesso piano piano prova e impara a disegnare la sua casa nuova, gli alberi e il mare attorno a casa”. Amal quando sente il suono dell’ambulanza rimane paralizzata.

Khaled ci dice “A questi bambini non basta la vasta gamma di giocattoli, blocchetti Lego e bambole che arrivano negli enormi container dagli Stati Uniti. Questi bimbi oggi stanno vivendo la guerra dopo che la guerra è finita”. I gravi disturbi di salute mentale tra i bambini a Gaza sono aumentati drammaticamente nel corso degli ultimi anni. Uno degli ultimi studi dell’UNICEF ha mostrato un aumento del 91% dei disturbi del sonno e dell’85% dei disturbi alimentari. Secondo i dati UNRWA, il 42% delle persone sottoposte a trattamento medico per disturbo da stress post-traumatico, nella Striscia di Gaza, è sotto l’età di nove anni.

A causa dell’assedio, che imprigiona Gaza dal 2007, la maggior parte di farmaci, laboratori adeguati e strumenti diagnostici non è disponibile. Negli Health Centre mancano medici e il personale sanitario ha bisogno di aggiornamenti scientifici continui. Ogni istituto mentale garantisce servizi a più di 350.000 pazienti, compresa l’attività di ambulatorio esterno. Secondo l’UNICEF sono stati raggiunti con le cure appena 3000 bambini ma i bisogni rimangono sconcertanti. Nena News

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I bambini spariti dalle prigioni di Israele tra molestie, rapimenti e omicidi

Frontiere News – 08/05/2015

Agenzie umanitarie internazionali hanno documentato che il 75% dei bambini palestinesi in Cisgiordania, detenuto dal governo israeliano, sopporta soprusi e maltrattamenti. Dati confermati dall’UNICEF

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di Federica Iezzi

Cisgiordania – Solo qualche settimana fa l’ennesimo episodio di aggressione e arresto di giovani palestinesi in Cisgiordania. I soldati israeliani hanno fatto irruzione e perquisito abitazioni nei quartieri di Ras al-Amoud, Silwan e al-‘Eesawiyya, a Gerusalemme Est, portando via sette bambini con destinazione Corte distrettuale di Gerusalemme per interrogatori.

Secondo il Ministero della Giustizia palestinese, solo nel 2013 l’esercito israeliano ha sequestrato 3874 palestinesi, tra cui 931 bambini. Osservato un aumento del 5,7% del numero di minori rapiti dai soldati israeliani, rispetto al 2012, e un aumento del 37,5% rispetto al 2011.

Nello scorso gennaio, circa 7000 palestinesi sono stati detenuti nelle carceri israeliane, senza essere stati sottoposti a imparziale processo. Circa 151 di questi, erano bambini.

La repellente verità è che Israele è una democrazia solo se si è abbastanza fortunati da possedere un passaporto israeliano o da essere uno dei due milioni di arabo-palestinesi di Israele, con passaporto israeliano. Restano fuori gli altri 4,5 milioni di palestinesi, che abitano le periferie di Gerusalemme Est e il resto della Cisgiordania. Loro, rimangono sotto la legge marziale militare israeliana senza diritti.

La sofferenza dei ragazzini strappati dalle loro case dall’esercito israeliano, inizia al momento dell’arresto, quando decine di soldati, spesso nelle ore notturne, irrompono nelle case e iniziano a picchiare i membri delle famiglie, fino a rapire i bambini. Ammanettati e bendati vengono scaraventati su tuonanti jeep e trascinati in campi militari o insediamenti. Da lì, al via una serie di violazioni, abusi, minacce, torture, umiliazioni, percosse e isolamento prolungato. Obiettivo: le confessioni pilotate durante gli interrogatori.

Tra il 2012 e il 2014, gli agenti militari israeliani hanno tenuto 54 bambini palestinesi in isolamento per fini di interrogatorio, prima di accusarli di alcun reato.

A differenza dei loro coetanei israeliani, i bambini palestinesi non hanno il diritto di essere accompagnati da un genitore durante un interrogatorio. Nel 93% dei casi, i minori sono stati privati di assistenza legale e raramente informati dei loro diritti.

Secondo i dati ONU, 1266 bambini sono stati feriti dalle forze israeliane in Cisgiordania nel 2014. Modello di abuso progettato dal governo Netanyahu, per costringere i bimbi alle dichiarazioni.

Secondo una ricerca del Defense for Children International Palestine, confermata dall’UNICEF, i piccoli sequestrati arrivano nei centri di interrogatorio israeliani legati e privati del sonno. Più del 60% dei detenuti, subisce forme di violenza fisica tra il periodo dell’arresto e gli interrogatori.

Quasi la totalità di questi confessa una colpa non accertata, per non subire ulteriori soprusi. E il 30% firma dichiarazioni in ebraico. Una lingua che non capiscono. Tutto legale secondo l’Ordine Militare israeliano n.1651, in vigore dopo l’occupazione della Cisgiordania del 1967. Dunque, invece di godere di protezione universale, i bambini palestinesi dei Territori Occupati dal 1967, vivono sotto la legge militare israeliana e vengono perseguiti nei tribunali militari, senza garanzie processuali.

Dopo la condanna, più della metà dei bambini detenuti viene trasferito dal territorio occupato a carceri all’interno di Israele, in chiara violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Questo significa nessuna visita da parte della famiglia, per le evidenti restrizioni alla libertà di movimento dei cittadini palestinesi, in terra israeliana.

Israele sta attualmente tenendo in cattività 5200 palestinesi in 17 carceri, campi di detenzione e strutture per interrogatori. Il numero comprende 250 bambini.

Ogni anno, circa 500-700 minori palestinesi, alcuni con età inferiore ai 12 anni, vengono arrestati e detenuti nel sistema giudiziario militare israeliano. La maggior parte dei bambini detenuti è accusato di lancio di pietre. Considerato dal governo Netanyahu reato contro la sicurezza, che può potenzialmente portare ad una condanna fino a 20 anni, a seconda dell’età del bambino. Israele è l’unico Stato che persegue i bambini in tribunali militari. Naturalmente nessun bambino israeliano entra in contatto con il sistema giudiziario militare.

Molte famiglie palestinesi si rifiutano di sporgere denuncia, per paura di ritorsioni e per mancanza di fiducia nel sistema giudiziario di Tel Aviv.

Mentre la legge militare israeliana si applica a qualsiasi palestinese si trovi nei Territori Occupati, i coloni israeliani che vivono in Cisgiordania, sono soggetti al sistema legale israeliano civile e penale.

Nel 2014, le forze israeliane hanno ucciso 11 bambini palestinesi in Cisgiordania. A solo un incidente ha fatto seguito sia un’indagine sia un atto d’accusa. Dal 2000, le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso più di 8896 palestinesi. Almeno 1.900 di questi sono stati bambini.

Frontiere News “I bambini spariti dalle prigioni di Israele tra molestie, rapimenti e omicidi” – di Federica Iezzi

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AFRICA. AIDS fa strage di adolescenti. Il mondo non guarda

Nena News Agency – 18 febbraio 2015

Più di due milioni di ragazzi di età compresa tra 10 e 19 anni risultano HIV positivi. Circa l’80% del totale vive in Africa, consapevole di essere portatore del virus. Oggi solo uno bambino africano su quattro ha accesso al trattamento salvavita con i farmaci antiretrovirali 

The orphanage cares for children, many of whom who have lost their parents to HIV AIDS - Picture EPA

di Federica Iezzi

Roma, 18 febbraio 2015, Nena News  – Otto organizzazioni internazionali, tra cui UNAIDS (Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV), UNICEF, Organizzazione Mondiale della Sanità e PEPFAR (Piano Presidenziale di Emergenza per combattere l’AIDS) lanciano l’allarme: l’AIDS è diventato la principale causa di morte per gli adolescenti in Africa. Seconda causa di morte tra gli adolescenti a livello globale.

Più di due milioni di ragazzi di età compresa tra 10 e 19 anni risultano HIV positivi. Circa l’80% del totale vive in Africa, consapevole di essere portatore del virus, in quanto infettato alla nascita o durante il periodo di allattamento, attraverso il latte materno. Oggi in Africa solo uno bambino su quattro ha accesso al trattamento salvavita con i farmaci antiretrovirali. I dati statistici raccolti dalle Nazioni Unite nel 2013 parlano di circa 120.000 ragazzi vittime dell’AIDS. 250.000 gli adolescenti di tutto il mondo contagiati dall’HIV.

Secondo le agenzie umanitarie le ragazze adolescenti in Africa sub-sahariana sono le più colpite. Costrette fin da giovanissime, nelle baraccopoli delle grosse città africane, a vendere il proprio corpo per sopravvivere. Le stime parlano di circa 860 ragazze infettate alla settimana dal virus dell’immunodeficienza acquisita, rispetto ai 170 ragazzi. L’ultima campagna lanciata dall’UNAIDS “Global All In” mira a ridurre del 75% le infezioni da HIV negli adolescenti, e del 65% i decessi correlati all’AIDS, entro il 2020.

Il Kenya farà da apristrada per la lotta contro l’aumento delle infezioni da HIV e decessi tra gli adolescenti. Nello Stato dell’Africa Orientale, ex colonia britannica, circa 1,6 milioni di persone vive con l’HIV. Il numero di nuove infezioni è diminuito del 15% negli ultimi cinque anni. Questo tranne che tra gli adolescenti. Almeno 100.000 nuovi casi di HIV ogni anno, il 21% sono ragazze di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Il 17% di tutti i decessi per AIDS nel Paese è tra gli adolescenti.

Global All In si concentra su quattro aree di azione principali: coinvolgere e responsabilizzare gli adolescenti, migliorare la raccolta di dati, promuovere servizi adeguati alla cura, sostenere globalmente con maggiori risorse e attenzione la popolazione adolescenziale che convive con la malattia. Sensibilizzare i giovani nella tutela della propria salute sessuale. Più servizi di prevenzione. Capillare fornitura della terapia antiretrovirale alle donne incinte sieropositive. Cure dignitose nella trasmissione dell’infezione madre-figlio. Questi gli obiettivi da raggiungere. Nena News

Nena News Agency “AFRICA. AIDS fa strage di adolescenti. Il mondo non guarda” – di Federica Iezzi

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Come è cambiata la vita dei bambini in Siria?

Nena News Agency – 24 settembre 2014

Reportage sulla vita dei bambini siriani che corrono per le strade sotto assedio, lavorano, vanno a scuola e subiscono violenze, in una guerra civile che non accenna ad arrestarsi 

 

Al-Hasakeh (Syria) - Games of syrian children - by Alan Ali

Al-Hasakeh (Syria) – Games of syrian children – by Alan Ali

di Federica Iezzi. Foto di Alan Ali (al-Hasakeh, Siria)

Aleppo (Siria), 24 settembre 2014, Nena News – Ogni giorno donne nascoste dietro al niqab, cercano di trascinare prepotentemente i propri bambini fuori dalla guerra. I ricordi dell’infanzia, nei sobborghi delle città siriane, rimangono imprigionati sotto le macerie. I croccanti. Le giornate di sole. Nessun bambino vedrà più le nonne preparare l’hummus a pranzo.

I bambini. Vulnerabili nei campi da gioco, nelle scuole, sulla spiaggia, nei rifugi. Secondo i dati dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani il numero di bambini uccisi in più di tre anni, nel conflitto siriano, è di 17.139.

Almeno 500.000 bambini sono stati feriti. Convivono con ustioni, ferite da proiettile e fratture. 200.000 avranno una disabilità permanente. Più di 350.000 bambini sono rimasti orfani.

I bambini arrestati dalle forze di Bashar al-Assad hanno sopportato, in una spirale buia di silenzio, forme di violenza fisica durante gli arresti, i trasferimenti o gli interrogatori.

Cinque milione di bambini sono oggi rifugiati in territorio siriano nel mezzo di una accanita guerra civile. Campi affollati. Dalle condizioni igieniche scadenti. Violente e inaspettate oscillazioni di temperature segnano il corpo martoriato dei più piccoli. Dai 35 gradi estivi si passa ai -6 nei rigidi inverni continentali. Cresce costantemente il rischio di malattie infettive come la polmonite. In più, centinaia di migliaia di bambini non hanno ricevuto vaccinazioni di routine per più di due anni, diventando vulnerabili alle malattie infettive come il morbillo e la poliomielite. Nella provincia di Idleb una dozzina di bambini ha perso la vita dopo la vaccinazione antimorbillosa, per le compromesse condizioni di salute. E i numeri sono destinati a crescere.

Molti bambini rimangono i soli capifamiglia, dopo la morte di padri, nonni, zii e cugini. Per mandare avanti la casa, lavorano per pochi soldi in condizioni pericolose e di sfruttamento. Vendono succhi di frutta, zucchero, tabacco, accendini, benzina e caramelle sugli angoli delle strade dove bombe, proiettili e colpi di mortaio fanno da teatro. Comprano otto pite arabe per 25 lire siriane e le rivendono in strada al doppio del prezzo. Rovistano nei cassonetti e poi vendono lattine di alluminio vuote. In una settimana guadagnano 10 dollari. Questo già a sei anni.

I ragazzini più grandi, fino a 12 anni, lavorano nei negozi come magazzinieri. In inverno cercano nei cassonetti e nelle strade rottami da bruciare per difendersi dal freddo pungente. In estate cercano ghiaccio o acqua fredda nei bar, in cambio del proprio lavoro. Puliscono. Riordinano. Servono. Chiedono ai passanti se hanno bisogno di qualunque tipo di aiuto in cambio di poche lire. Alcuni chiedono l’elemosina, accasciati senza forze sui marciapiedi. Altri si occupano delle loro magre capre.

Dai dodici anni in poi si lavora per 11 ore al giorno nei campi al confine con la Turchia. In quei pochi rimasti. Spalle e piedi doloranti, per raccogliere irrisorie quantità di ortaggi e verdure. I campi coltivati sono vicini a fogne a cielo aperto. Unica fonte di acqua pulita sono pozzi a chilometri di distanza. I campi attorno ad Aleppo sono continuamente bombardati dalle forze governative e oggi anche dai combattenti jihadisti dell’ISIS.

Gli adolescenti lavorano in fabbriche alla preparazione di stoffe, di cibi e di materiale per le pulizie in seminterrati insalubri e poco illuminati. Guadagnano tra i 50 e gli 80 dollari al mese, dopo almeno 12 ore di lavoro al giorno.

In tanti non vanno più a scuola. Le stime dell’UNICEF parlano di un milione di bambini che non avrà la possibilità di andare a scuola quest’anno. Nelle aree di Idleb e al-Raqqa circa la metà dei bambini non seguirà, per il quarto anno consecutivo, le lezioni del nuovo anno scolastico. Rimangono indietro. Rimangono indietro per la vita. Molte scuole sono diventate rifugi per gli sfollati. Il tempo di insegnamento è sceso da cinque a due ore al giorno. In più molti insegnanti sono fuggiti dalla Siria.

I bambini più fortunati li ritrovi a giocare nei cortili pieni di detriti, sporchi di terra e fango, con pistole e fucili giocattolo. Giocano alla guerra. Giocano alla vita reale. E’ tutto un gioco. E’ tutto vero. L’esercito del Presidente contro l’Esercito Siriano Libero. Conoscono già a tre anni il suono di un’arma da fuoco. Sanno riconoscere il rumore di una cannonata dal rumore delle raffiche del kalashnikov. Sanno riconoscere il fragore dei raid aerei, dei barili bomba, degli obici. Sanno puntare al petto e premere il grilletto dei loro giochini, facendo finta di uccidere un amichetto e lasciarlo in un bagno di sangue.

Ancor prima di nascere i bambini combattono una guerra contro la propria mamma e contro quello che lei ha intorno. Le donne sono costrette spesso a lavorare duramente durante tutta la gravidanza. Respirano aria satura di quel petrolio che entra in Siria da vie non governative. Mangiano non a sufficienza, cibi surgelati, non conservati bene. Molti bambini nascono con cardiopatie congenite. Con buchi nel cuore.

Mentre i prezzi alimentari salgono, secondo i dati dell’UNICEF un numero crescente di bambini è a rischio di malnutrizione. Il latte e i pannolini sono molto costosi e difficili da trovare negli scaffali dei negozi siriani. Alle famiglie non bastano i soldi per comprare ne cibo ne medicine. Ed ecco che i bambini diventano l’unica risorsa per arrivare alle 35.000 lire siriane al mese. Nena News

 

Nena News Agency 24/09/2014 “Come è cambiata la vita dei bambini in Siria?” – di Federica Iezzi. Foto di Alan Ali

“I bambini della Siria” – Reportage di Federica Iezzi. Immagini di Alan Ali

 

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