SOMALIA. Terza carestia in 25 anni

Nena News Agency – 14/03/2017

Secondo l’ONU, oltre sei milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, più di 360.000 bambini sono affetti da malnutrizione acuta. Secondo alcune stime, la siccità è peggiore dell’ultima del 2011 che uccise 250mila somali. A inizio mese, in meno di 48 ore, sono morte 110 persone per carenza di cibo e malattie nella regione di Baay

PAR468582.jpg

di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 14 marzo 2017, Nena News – Bambini dagli occhi scuri e spaventati, tende senza acqua e elettricità, non un pasto adeguato per settimane. Sono un quadro comune in Somalia. Secondo le stime delle Nazioni Unite oltre sei milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare e questo significa più della metà della popolazione dell’intero Paese. Di questi, più di 363mila bambini sono affetti da malnutrizione acuta e 270mila rischiano di entrare nel tunnel della malnutrizione nell’arco di quest’anno, secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

I tre anni di siccità soprattutto nel nord del Paese, la conseguente carestia e la presenza incombente del gruppo estremista islamico al-Shabaab, hanno lasciato la Somalia e la sua gente in una situazione disperata, in una miseria dilagante. La comunità internazionale assiste alla terza carestia in Somalia in 25 anni. L’ultima, nel 2011, ha contato circa 260.000 vittime, la metà delle quali erano bambini sotto l’età di cinque anni. Secondo Save the Children la risposta della Comunità Internazionale alla minaccia della carestia in Somalia, sta ripercorrendo i gravi errori dell’ultima crisi.

Anche all’interno dei campi rifugiati, l’insicurezza alimentare è a livelli preoccupanti. Il campo rifugiati di Baidoa, a nordovest di Mogadiscio, oltre ad essere già il riparo di migliaia di sfollati interni, risultato di anni di conflitti civili, continua ad accogliere rifugiati che rientrano dal campo di Dadaab, in Kenya nord-orientale.

L’UNICEF, con il supporto dell’European Civil protection and Humanitarian aid Operation (ECHO), ha istituito centri di nutrizione nei campi rifugiati, che finora hanno permesso un tasso di recupero del 92,4% per i 42.526 bambini gravemente malnutriti in tutta la Somalia. Il programma ha mostrato grandi progressi a partire dal 2013, fornendo assistenza a migliaia di bambini malnutriti e donne in gravidanza o in allattamento.

Secondo i dati dell’UNICEF, un milione e mezzo di bambini tra Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen, risultano a rischio di morte imminente da malnutrizione. E più di 20 milioni di persone si troveranno ad affrontare la fame nei prossimi sei mesi. La siccità, che continua ad essere una piaga in Somalia, è secondo le stime peggiore dell’ultima del 2011 che uccise 250.000 persone.

A partire dallo scorso novembre, più di 135.000 persone sono state costrette a spostarsi all’interno della Somalia a causa della siccità. Nelle zone più colpite, piogge insufficienti e conseguente mancanza di acqua hanno spazzato via i raccolti. La produzione vegetale risulta drasticamente ridotta anche in zone precedentemente stabili e fertili. Il bestiame è decimato e le comunità sono costrette a vendere i loro beni e prendere in prestito cibo e denaro per sopravvivere.

In aggiunta a siccità e carestia, le malattie come il colera e il morbillo iniziano a macchiare la popolazione soprattutto pediatrica. All’inizio del mese, il primo ministro somalo Ali Hassan Khaire ha annunciato il decesso di almeno 110 persone in meno di 48 ore, per carenza di cibo e malattie, legate al fenomeno della siccità, nel sud-ovest della regione di Baay, nella Somalia meridionale. Quasi 8.000 persone sono state colpite da colera e ad oggi più di 180 sono morte. E l’OMS riporta che circa cinque milioni di persone sono a rischio di colera.

I primi progressi sul problema sono stati fatti nel 2015, quando è stato tagliato il traguardo del dimezzamento della fame nel mondo. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) riferisce che oltre 100 milioni di persone non soffrono più di disturbi legati alla malnutrizione, a partire dagli ultimi dieci anni. Testimonianza di quanto una maggiore cooperazione e il coordinamento tra governi, società civile, ricercatori, settore privato e agricoltori siano in grado di fornire soluzioni concrete per l’insicurezza alimentare. Nena News

Nena News Agency “SOMALIA. Terza carestia in 25 anni” di Federica Iezzi

Standard

SIRIA. Riapre una parte delle scuole ad Aleppo Est

Nena News Agency – 26/01/2016

Un totale di 3.825 studenti delle scuole primarie e secondarie hanno ripreso gli studi dopo le vacanze di Natale e Capodanno

scuolaaleppo

di Federica Iezzi

Roma, 26 gennaio 2017, Nena News – Grazie al lavoro delle autorità municipali, sono state riparate in parte 17 scuole nei quartieri orientali di una Aleppo distrutta dai combattimenti degli ultimi quattro anni. E a breve apriranno di nuovo le porte di altre sei scuole nella stessa Aleppo Est.

Un totale di 3.825 studenti delle scuole primarie e secondarie hanno ripreso gli studi dopo le vacanze di Natale e Capodanno.

Secondo i piani di ricostruzione, almeno 50 scuole sarabbero da riparare nella parte orientale della città durante l’anno scolastico in corso, e circa 100 istituzioni educative riapriranno entro l’inizio del prossimo anno scolastico. Per quattro anni i nuovi semestri sono iniziati nelle aule dei seminterrati della zona orientale della città, per appena il 6% dei bambini.

Secondo le stime delle Nazioni Unite una scuola pubblica su quattro, in tutto il Paese, è inutilizzabile a causa di danni o perchè impiegata come rifugio per gli sfollati interni.

Rannicchiati su stuoie nelle piccole aule, i bambini sfogliano libri di testo strappati e scrivono su lavagne rotte, spesso in scuole utilizzate per anni dai miliziani come basi. Scuole che prima contavano 500 studenti oggi sono senza sedie e banchi, con le finestre in frantumi, con detriti non ancora rimossi. Eppure il 70% dei bambini è tornato nelle aule ad ascoltare le lezioni dei propri insegnanti.

Grazie alla campagna di sensibilizzazione dell’UNICEF, nuovi banchi, sedie, scrivanie, armadi, riscaldatori e materiale scolastico sono stati distribuiti nelle scuole maggiormente colpite.

Oggi nella zona est di Aleppo si conta una popolazione di 65.345, secondo i calcoli delle agenzie umanitarie internazionali. I quartieri di Hanano, Tariq al-Bab e al-Qaser ospitano il maggior numero di rimpatriati, rispettivamente 16.500, 14.194 e 10.260 civili. Tuttavia, ad oggi, non è stata ancora effettuata alcuna valutazione strutturale degli edifici danneggiati, comprese le scuole, in questi quartieri.

Nonostante strade ancora piene di polvere e macerie, carenza di elettricità ed acqua, tornare a scuola per molti bambini significa incontrare amici ed insegnanti. Significa tornare alla normalità. Fino a un mese fa le voci dei bambini erano coperte dal rumore di aerei a bassa quota, da quello di mortai e armi da fuoco, oggi si sentono leggere ad alta voce, ripetere a memoria poesie, rispondere alle domande degli insegnanti.

A causa del danneggiamento degli edifici scolastici si lotta contro una generale mancanza di spazi di apprendimento. Mancano servizi igienico-sanitari e elettricità. La soluzione vagliata dal governo siriano per evitare il sovraffollamento delle aule è l’installazione di prefabbricati, come scuole.

Per 650 bambini rimasti lontani dalle scuole dal 2012, sono iniziati programmi di reinserimento nei piani didattici. Per gli studenti che hanno perso diversi anni di scuola, sono tornati disponibili programmi di apprendimento accelerati. 1.400 bambini hanno beneficiato di programmi di autoapprendimento messi a disposizione dalla Syrian Society for Social Development, nei quartieri di Hanano, Jibreen e as-Safira.

Almeno 9.800 bambini in età prescolare hanno beneficiato di attività di ‘edutainment’ in materia di istruzione non formale, nei quartieri di Jibreen e Hanano, gestiti da partner dell’UNICEF. Un totale di 4.500 bambini sono tornati in cinque scuole primarie dei quartieri di Hanano, Bayyada, Mayyasar, Shakhour e Hulluk. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Riapre una parte delle scuole ad Aleppo Est” di Federica Iezzi

Standard

SOMALIA. Lotta al morbillo

Nena News Agency – 22/12/2016

L’International Organization for Migration ha lanciato un programma di vaccinazione nella città di Kismayo. Obiettivo: raggiungere in breve tempo 2.000 persone. L’UNICEF e i suoi partner puntano a vaccinare in città 54.000 bambini sotto i 10 anni nei prossimi mesi

CzqWhydWgAAntDw.jpg

di Federica Iezzi

Roma, 22 dicembre 2016, Nena News – L’International Organization for Migration ha lanciato una campagna di salute pubblica di massa per contenere l’ultima epidemia di morbillo in corso nell’area di Kismayo, a sud della Somalia. Il programma di vaccinazioni dovrebbe raggiungere in breve tempo oltre 2.000 persone, soprattutto nelle Comunità rurali. L’UNICEF e i suoi partner puntano a vaccinare 54.000 bambini sotto i 10 anni a Kismayo nei prossimi mesi.

Secondo i dati UNICEF, dallo scorso settembre, 704 casi di morbillo sono stati ufficialmente registrati in Somalia, 302 dei quali sono bambini sotto i cinque. La recente epidemia di morbillo ha destabilizzato le forze già esigue del Kismayo General Hospital, il più grande ospedale della quinta città portuale somala, dopo i trattamenti estenuanti messi in atto durante l’ultimo focolaio di colera, risalente allo scorso ottobre.

Incuranti del caldo e delle mosche, decine di bambini affollano l’ospedale. Arrivano presto le complicanze della malaria, come la polmonite, l’encefalite, la cecità. Spesso a questi bambini viene somministrata la terapia per la malaria, poi iniziano le eruzioni cutanee e il prurito agli occhi. In Somalia, il morbillo è una delle principali cause di morte tra i bambini sotto i cinque anni, malattia efficacemente prevenuta con un semplice vaccino. E proprio la Somalia ha uno dei più bassi tassi di vaccinazione in tutto il mondo.

Esistono 16 strutture in tutta la città che assicurano gratuitamente la vaccinazione contro il morbillo, ma ancora troppi bambini risultano non immunizzati. In arrivo a Kismayo da UNICEF, Ministero della Salute somalo, Croce Rossa Internazionale e OMS, 55.000 fiale di vaccini contro il morbillo insieme ad integratori di vitamina A per facilitare il processo di immunizzazione dei più piccoli. La campagna sociale lanciata dal governo di Hassan Sheikh Mohamud mira a sensibilizzare le famiglie circa fattori di rischio, eziologia, sintomi, segni e complicanze della malattia.

Inoltre operatori sanitari di comunità continuano a condurre visite casa per casa educando la popolazione all’immunizzazione di malattie prevenibili con vaccini. Evitando le disastrose complicanze della medicina tradizionale. Il morbillo è un indicatore chiave della forza di sistemi di immunizzazione di un Paese. Ad essere assistiti sono anche gli oltre 150.000 migranti vulnerabili, per la maggior parte provenienti dal Sud Sudan, sfollati interni e comunità ospitanti.

Nonostante una diminuzione del 79% di decessi per morbillo tra il 2000 e il 2015 in tutto il mondo, quasi 400 bambini ogni giorno ancora muoiono per questa infezione. E’ quanto le organizzazioni sanitarie leader affermano. Grazie alla copertura vaccinale sono stati salvati una stima di 20,3 milioni di giovani vite tra il 2000 e il 2015, secondo l’UNICEF. Nel 2015, circa 134.000 bambini sono morti a causa della malattia. Il 75% dei decessi appartengono a Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia, Nigeria e Pakistan. Nena News

Nena News Agency “SOMALIA. Lotta al morbillo” di Federica Iezzi

 

Standard

Aleppo, ospedali in ginocchio

Nena News Agency – 03/10/2016

I combattimenti tra forze governative e i jihadisti e i bombardamenti aerei hanno messo in ginocchio le strutture sanitarie nella zona est della città

un-1

di Federica Iezzi

Roma, 3 ottobre 2016, Nena News – Si è conclusa un’altra settimana di violenti combattimenti tra l’esercito regolare siriano, appoggiato dall’aviazione russa, e i qaedisti del gruppo Jabhat al-Nusra (oggi noto come Jabhat Fateh al-Sham), ad Aleppo. Divisa dal 2012 in una zona (ovest) controllata dalle forze governative e in una zona (est) controllata da una galassia di gruppi jihadisti e ribelli, la città, soprattutto da luglio, continua a seppellire morti.

I combattimenti paralizzano l’attività medica ad Aleppo, in particolare nella zona est dove vivono oltre 200mila civili. Cinque degli otto ospedali della città sono situati nei 64 quartieri in mano a jihadisti e ribelli. Sarebbero appena 30 i medici rimasti al lavoro nella zone Est e posso offrire solo terapie di base, spesso tra le macerie delle strutture bombardate. Dalla metà di luglio, secondo fonti dell’opposizione siriana, tutti gli ospedali ancora funzionanti ad Aleppo est sarebbero stati danneggiati almeno una volta dai bombardamenti, insieme a edifici residenziali, stazioni di distruzione dell’acqua e generatori elettrici.

I ribelli da parte loro lanciano ormai quotidianamente razzi e ordigni esplosivi sulla parte ovest di Aleppo causando vittime civili che il più delle volte non sono riportate dai media internazionali.

L’ultimo ospedale colpito è l’M10 (nome in codice utilizzato per gli ospedali, nel tentativo di mantenere segrete le loro posizioni). Colpito da pesanti bombardamenti e da proiettili di artiglieria anche durante la scorsa settimana, l’M10 , supportato dalla Syrian American Medical Society, era già alla metà del suo potenziale operativo. Danneggiati gravemente l’unità di terapia intensiva, i generatori di corrente, l’edificio per lo stoccaggio del combustibile e i serbatoi d’acqua. Ancora funzionanti erano il pronto soccorso, per il triage di base, e una sguarnita sala operatoria, per i casi di emergenza. Ora sono stati evacuati in una clinica adiacente i 60 pazienti rimasti al suo interno.

Dal cessate il fuoco concordato a Ginevra, con l’impegno diretto di Washington e Mosca, e crollato lo scorso 19 settembre, almeno 320 persone, tra cui circa 100 bambini, sono stati uccisi ad Aleppo, secondo i dati resi noti dall’UNICEF.

Altri bombardamenti, pare questa volta della Coalizione Internazionale, non hanno risparmiato l’M2 Hospital e il piccolo ospedale da campo nel quartiere di Sakhur, entrambi situati su linee di alimentazione divenute ormai obiettivi militari, nelle aree controllate da jihadisti e ribelli. Sono state colpite anche strutture sanitarie nel quartiere di al-Shaar, situato nel centro di Aleppo a due chilometri a nord-est della Cittadella storica della città, tra cui un ospedale ginecologico, l’al-Hakim pediatric hospital e una banca del sangue.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità al momento un solo ospedale ad Aleppo est offre ancora servizi ostetrici, con due ginecologi e un carico di lavoro di 30-35 parti al giorno.

Ad al-Shaar, uno tra i quartieri più martoriati, l’ospedale chirurgico al-Bayan non ha più sale operatorie funzionanti e i medici visitano i pazienti in un’area esterna adiacente alle macerie dell’ospedale. Una volta stabilizzati i pazienti, il personale sanitario trasporta i feriti sotto il fuoco ininterrotto per chilometri, fino a raggiungere ospedali meglio funzionanti.

Secondo un rapporto del gruppo statunitense Physicians for Human Rights, tra il giugno 2012 e l’aprile 2016, le forze aeree governative e russe avrebbero condotto almeno 50 attacchi aerei contro strutture mediche all’interno della città di Aleppo. Damasco e Mosca da parte loro negano con forza di aver preso di mira intenzionalmente le strutture sanitarie. Nena News

Nena News Agency “Aleppo, ospedali in ginocchio” di Federica Iezzi

 

Standard

GAZA. Shaad e Salwa, bambini che tentano di tornare alla vita

Nena News Agency – 06/04/2016

La storia di due fratellini di Tal el-Hawa, rimasti gravemente feriti in un bombardamento israeliano durante l’offensiva militare Margine Protettivo dell’estate 2014. Come loro tanti altri bambini di Gaza, disabili per il resto della loro vita

Casa di Shaad e Salwa_2016-03-03 14.50.22.jpg

di Federica Iezzi

Gaza City, 6 aprile 2016, Nena News  – Ha ancora i segni di Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana sulla Striscia di Gaza, la piccola casa di Shaad e Salwa, nel quartiere di Tal el-Hawa, a sud di Gaza City. Quartiere abitato da quasi 9.000 civili, pesantemente colpito da raid aerei e colpi di artiglieria. Una porta, la sera chiusa solo con un chiavistello, fa da ingresso all’armonia di una casa accogliente che ha dovuto rinunciare all’infanzia di due bambini.

Shaad ha 8 anni e a causa di una granata l’estate di due anni fa ha perso la vista e ha rischiato di non poter più camminare. La sua gamba sinistra porta ben visibili le profonde cicatrici di una guerra violenta e arbitraria. Salwa è la sorella maggiore di Shaad, ha 10 anni. La stessa granata ha colpito ancora quella famiglia. Salwa ha perso il suo viso pulito da bambina. Al posto della pelle liscia oggi c’è il ricordo di un’ustione che segna il suo volto, nonostante sia tutto sorridente. Un sorriso che contagia i suoi genitori e sua nonna.

Giocavano insieme fuori casa quando un rumore assordante dall’alto ha terrorizzato il quartiere e immobilizzato a terra i bambini. Tra sangue e polvere Salwa si è alzata da quella terra martoriata. Non riusciva a sentire niente ma con gli occhi cercava solo il fratello. Shaad non poteva muoversi. Sapeva di essere vivo ma non vedeva Salwa e non l’avrebbe mai più rivista. Vedeva solo ombre. Non poteva correre via da quel terreno che continuava a vibrare, perché la gamba sinistra non si muoveva.

Shaad ci dice “Sto bene, grazie a Dio”. Con la sorella, fu portato sanguinante, a bordo di una macchina, allo Shifa hospital di Gaza City. La madre continuava a gridare ai medici di non tagliare la gamba a suo figlio. Dopo un intervento di chirurgia ortopedica e tre interventi di chirurgia plastica, oggi Shaad riesce a stare in piedi. Cammina lentamente, appoggiato alle mura della sua casa. Lo attendono altre procedure ortopediche per stabilizzare il bacino e le ossa della gamba. Nel frattempo ha imparato a leggere con il sistema di scrittura braille. Ha un ‘libro speciale’, così lo chiama Shaad, che gli permette di continuare a studiare. Nonostante i movimenti inconsulti, le improvvise contrazione e gli scatti, ci legge alcuni passi del Corano con una pronuncia perfetta dell’arabo classico.

Ogni piccolo rumore, si trasforma ancora in confusione che Shaad avverte alzando il tono della voce. La mamma ci racconta che è il suo modo di manifestare la paura. La vicinanza della sorella, il solo sentire la sua presenza tra il vociare e il disordine, lo riesce a tranquillizzare.

Salwa lo scorso anno è stata sottoposta ad un delicato intervento di chirurgia plastica, che le ha restituito per metà il suo volto. Sotto i capelli ricci quasi non si nota la cicatrice. “Sono stata fortunata quel giorno, tante mie amiche non ci sono più. All’inizio non avevo più voglia di giocare, poi non sapevo con chi giocare, adesso è indifferente”, ci dice con una voce ferma.

Né Shaad né Salwa hanno ottenuto i permessi per uscire dalla Striscia di Gaza, per cure mediche.

Più di mille complessi residenziali sono stati presi di mira e almeno 17.000 case e famiglie sono state distrutte dall’esercito israeliano durante l’offensiva militare di un anno e mezzo fa contro il movimento islamico Hamas che però ha colpito soprattutto la popolazione e causato distruzioni immense. L’eredità di Margine Protettivo è la morte di centinaia di bambini. Almeno 3.000 quelli feriti e un centinaio quelli con disabilità permanenti. E secondo i dati degli ultimi report dell’UNICEF, 373.000 bambini e ragazzi palestinesi hanno bisogno di assistenza psicosociale e solo 3.000 di loro ne usufruisce.

Molti bambini, come Shaad e Salwa, sono stati testimoni di sei operazioni militari a Gaza in otto anni, che hanno toccato la vita a più di 5.000 bambini e hanno lasciato un numero sproporzionatamente alto di disabilità tra la generazione più giovane della Striscia. Nena News

Nena News Agency “GAZA. Shaad e Salwa, bambini che tentano di tornare alla vita” di Federica Iezzi

Standard

L’Etiopia affamata da siccità e dittatura

Nena News Agency – 03 febbraio 2016

La peggiore carestia dal 1984 ha messo in ginocchio un paese che vive soprattutto di agricoltura. E mentre fattorie, scuole e ospedali collassano, il governo dice che va tutto bene 

49faf8893Ethiopia

di Federica Iezzi

Roma, 3 febbraio 2016, Nena News – L’Etiopia si prepara ad affrontare una carestia peggiore rispetto alla crisi del 1984, che causò la morte di almeno un milione di persone, per la carenza estrema di acqua. La nuova siccità che sta aggredendo l’Etiopia è causata dai fenomeni atmosferici legati a El-Niño: riduzione delle precipitazioni e siccità in alcune regioni del mondo e inondazioni in altre, dovute al riscaldamento anomalo delle acque superficiali dell’oceano Pacifico.

L’Etiopia è abitata da 93 milioni di persone, la maggior parte delle quali vive di agricoltura. Ma la siccità ha provocato la perdita della maggior parte delle coltivazioni: i raccolti si sono ridotti dal 50% al 90%, allo stremo gli animali da fattoria.

Secondo i dati del governo etiope e dei partner internazionali umanitari, più di dieci milioni di persone sono a rischio di insicurezza alimentare, soprattutto nelle regioni colpite nel nord e nell’est del Paese. Le stime parlano di almeno 400.000 casi di grave malnutrizione tra i bambini sotto i cinque anni. In totale 40 milioni di persone sono a rischio in dieci Paesi dell’Africa centrale e del sud, tra i quali Malawi, Zimbabwe, Madagascar e Lesotho. Quasi tre milioni di persone sono sulla soglia della malnutrizione in Malawi, almeno 1,5 milioni fronteggiano carenza alimentare in Zimbabwe, quasi due milioni di persone a rischio in Madagascar e 650.000 in Lesotho.

Piccoli villaggi etiopi, nelle zone remote maggiormente colpite a nord-est, centro e sud, combattono la malnutrizione in modeste cliniche che cercano di distribuire razioni alimentari e acqua. Lavorano per soddisfare le esigenze degli almeno 7.500 arrivi ogni giorno. L’Etiopia è sempre stata contrassegnata da ricorrenti carestie e anche a fronte di un aumento della produttività agricola, la minaccia della fame e la fame rimangono. In meno di un anno, il numero di etiopi con bisogno di assistenza alimentare è notevolmente aumentato, da tre milioni a oltre dieci milioni.

Il disagio in Etiopia è già considerevole per le migliaia di donne e bambini che trascorrono fino a sei ore al giorno alla ricerca di acqua. Le scuole sono chiuse nelle zone maggiormente colpite, con conseguente interruzione della formazione per 1,2 milioni di bambini. I servizi sanitari locali segnalano una cronica mancanza di acqua e forniture necessarie per offrire servizi di base, come il parto.

Il Paese con una delle più rapide crescite economiche in Africa, starebbe rispondendo a questa emergenza con un piano nazionale di 300 milioni di dollari, per la distribuzione capillare di aiuti alimentari. Ma sono forti le critiche per la dittatura, con pretese democratiche, di Malatu Teshome e la gestione dei fondi da parte del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope, attuale partito al potere in Etiopia. Coloro che si oppongono apertamente alla politica di Teshome ricevono scarse risorse, mentre distorte campagne mediatiche di propaganda dicono che il cibo sarebbe sufficiente. Intanto il governo ha disposto l’accesso limitato alle zone colpite del Paese da parte di organizzazioni umanitarie.

L’assistenza internazionale per povertà e fornitura di beni primari per la crescente popolazione e per i 750.000 rifugiati, è sostanziale. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha annunciato un piano da 50 milioni di dollari per aiutare gli 1,8 milioni di agricoltori e allevatori di bestiame in Etiopia. L’intervento comprenderà distribuzione di sementi, progetti di irrigazione e accesso ai microcrediti.

Secondo i dati ufficializzati dall’UNICEF, 350.000 bambini sono in attesa di un trattamento per malnutrizione acuta grave. E più di otto milioni di persone aspettano assistenza e soccorso. Nena News

Nena News Agency “L’Etiopia affamata da siccità e dittatura” – di Federica Iezzi

Standard

NIGER. L’emergenza dimenticata dei profughi maliani

Nena News Agency – 19 novembre 2015

Il piccolo stato dell’Africa occidentale si ritrova obbligato a fronteggiare un costante afflusso di rifugiati, uniti anche ai 150.000 civili che dal 2013 fuggono dalla Nigeria, dalla violenza dei jihadisti di Boko Haram, e trovano pace nelle aree di Diffa e Assaga

UNHCR53b3fce96

di Federica Iezzi

Bamako (Mali) – Secondo l’ultimo report dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il numero dei rifugiati maliani in Niger ha raggiunto oggi il suo livello più alto, dall’inizio del conflitto interno iniziato nel 2012 e durato tre anni. Nonostante il recente accordo di pace, mediato dall’Algeria, tra il governo maliano di Ibrahim Boubacar Keita, i ribelli tuareg e i separatisti e militanti legati a al-Qaeda, nelle ultime settimane il flusso di profughi è aumentato dal Mali orientale, al vicino Niger.

Il picco di rifugiati si raggiunse quando nel 2013 le truppe maliane, spalleggiate da quelle francesi, sconfissero le forze ribelli. 50.000 civili attraversarono il confine tra Mali e Niger, per stabilirsi nei campi profughi della regione di Diffa, nel Niger del sud. Dopo le elezioni presidenziali del 2013, l’UNHCR ha facilitato il rimpatrio in Mali di circa 7.000 rifugiati.

Solo nel 2015, 47.449 rifugiati maliani sono stati ridistribuiti nelle città di Ayorou e Niamey e nei campi profughi delle regioni di Tillabéri e Tahoua, nel sud-ovest del Niger.

Il piccolo stato dell’Africa occidentale si ritrova dunque obbligato a fronteggiare un insolito afflusso di rifugiati, uniti anche ai 150.000 civili che dal 2013 fuggono dalla Nigeria, dalla violenza dei jihadisti di Boko Haram, e trovano pace nelle aree di Diffa e Assaga. Viene oggi sostenuto appena il 26% del fabbisogno dei rifugiati maliani in Niger. La drastica riduzione di razioni alimentari mensili da parte del World Food Programme, contribuisce a far crescere l’ombra della malnutrizione. Un esempio sono le razioni di riso diminuite da 12 a 5,4 kg a persona, nello scorso mese di giugno. Ma grazie al costante e duro lavoro delle organizzazioni non governative, la percentuale di malnutrizione nei bambini maliani, residenti nei campi profughi, si è abbassata dal 20% al 9% nel 2015.

Secondo i dati dell’UNICEF 368.114 bambini dai 6 mesi ai 5 anni sono stati trattati per forma acuta di malnutrizione, 968.919 bambini di età compresa tra 9 mesi e 14 anni sono stati vaccinati contro il morbillo e 32.992 bambini e adolescenti hanno avuto accesso all’istruzione di base.

Tra gli scorsi mesi di ottobre e novembre, secondo i dati dell’UNHCR, almeno 4.000 rifugiati hanno attraversato il confine maliano, in fuga dall’illegalità, dal vuoto di potere di un governo corrotto, dai continui scontri tribali tra Idourfane e Daoussak e dall’opprimente presenza militare. 3.000 sono ancora in attesa di registrazione.

La maggior parte dei rifugiati proviene dalle aree rurali delle regioni orientali di Ménaka, Anderaboukane e Ansongo, dove scuole e infrastrutture pubbliche sono state danneggiate da anni di combattimenti.

Negati accesso a acqua potabile, riparo, istruzione e sanità. Vita forzata nei campi di fortuna su teli di plastica appoggiati a cespugli spinosi, per ripararsi dal bagliore implacabile del sole. Dietro solo poveri averi, spesso non più di un paio di coperte e alcune pentole e contenitori di plastica. Nena News

Dall’inizio del 2012, si stima che almeno 100.000 maliani hanno lasciato le proprie case, per trovare rifugio in Niger e nei campi profughi di Mbera, Bassiknou e Fassala, in Mauritania. Altri 34.000 sono stati accolti nei campi di Saag-Nionigo e Mentao, in Burkina Faso e 62.000 rimangono tutt’ora sfollati all’interno del Mali. Nena News

Nena News Agency “NIGER. L’emergenza dimenticata dei profughi maliani” – di Federica Iezzi

 

Standard