8 MARZO. Somalia, i racconti delle donne rifugiate

Nena News Agency – 08/03/2017

Attraverso le voci di Zainab e Isra, la vita dei profughi dal campo di Dadaab al ritorno forzato

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di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 8 marzo 2017, Nena News – Zainab è tornata l’anno scorso in Somalia. I suoi sei figli sono tutti nati a Dadaab, il campo rifugiati che circonda le città di Hagadera, Dagahaley e Kambios, nella contea di Garissa, nel Kenya nord-orientale.

“Un giorno ci hanno riuniti in gruppi al campo e ci hanno chiesto se volevamo tornare in Somalia. Molti di noi avevano un lavoro, una casa, una vita a Dadaab. I nostri figli andavano a scuola lì, venivano curati lì. Sono tornata a Abaarso, in Somaliland, quando il governo kenyano ha iniziato ad annunciare la chiusura del campo”. Continua: “Ricordo ancora la preoccupazione che accompagnava le nostre giornate”.

Le confuse comunicazioni riguardo la chiusura del campo di Dadaab, con il conseguente rimpatrio dei rifugiati, ha minato un equilibrio che si trascinava dai primi anni ’90. Intanto il programma di rimpatrio a Dadaab continua con una media di quasi 2.000 rifugiati che, a settimana, tornano volontariamente in Somalia. 49.376 rifugiati somali sono tornati a casa dal dicembre 2014, quando l’UNHCR ha iniziato a sostenere il rientro volontario dei rifugiati somali dal Kenya. Di questi 10.062 sono stati sostenuti nel solo 2017.

Le Nazioni Unite hanno lanciato un programma di rimpatrio volontario nel 2014, in base al quale quasi 50.000 somali sono stati assistiti finanziariamente e logisticamente per il rientro in patria, in particolare nella zona di Baidoa, a nordovest di Mogadiscio, e nella zona di Kismayu, a sudovest della capitale.

In realtà gli aiuti sono stati esigui. I circa 400 dollari per famiglia dovevano bastare per viaggio, alimentazione e costruzione di un rifugio. Molti rifugiati rientrati in Somalia, dopo anni trascorsi a Dadaab, oggi non sanno ancora dove andare. Non hanno alcun riparo. Non ci sono scuole per i bambini, né ospedali per le cure.

Kismayu, ad esempio, ospita circa 40.000 sfollati interni che vivono in un campo privo delle strutture più elementari. Zainab ci dice: “Il rimpatrio nel proprio Paese d’origine è di solito la soluzione migliore per un rifugiato. Ma non ha alcun senso se al ritorno ci si trova nella stessa situazione disperata che ci aveva spinto alla fuga”.

I campi non ufficiali nel nord della Somalia, nelle regioni amministrative di Maroodijeex, Awdal, Saahil, Togdheer, Sool e Sanaag, alle porte di villaggi, di città, di centri abitati, sembrano macchie senza forma nella sabbia arida. Il contrasto è stridente. Le pareti delle tende tappezzate da cartoni di prodotti commerciali, colorano il paesaggio desertico. E poi a disegnare l’Africa, ancora le case in lamiere dipinte di blu, bianco, giallo, rosso.

Zainab ci racconta che molti uomini hanno perso il lavoro in Kenya, dopo aver lasciato Dadaab. Spesso non viene permesso ai somali di mantenere il lavoro se non si risiede in territorio kenyano. Così, adesso le loro vite sono inglobate nei viaggi in camion di sera verso l’Etiopia per il trasporto di qat, pianta con effetti allucinogeni, largamente utilizzata nel Corno d’Africa.

I campi non ufficiali nascono a macchia d’olio, seguendo gli itinerari governativi di installazione di acqua e elettricità. Legno, mattoni di sabbia, tessuti e lamiere sono sufficienti a occupare lo spazio che sarà destinato presto alle nuove costruzioni.

Isra è entrata da poco nella sua nuova casa. Ci dice che in Kenya, a Dadaab, aveva una casa vera con pareti di mattoni e tetto di lamiera. “Avevo piatti, materassi e sedie. Appena fuori casa, avevo l’acqua corrente da bere, per lavare, per cucinare. In casa c’era la luce”.

Continua: “Qui in Somalia, si iniziano a preparare i perimetri delle case con grosse pietre. Ho aspettato mesi prima che la casa fosse pronta. Nel frattempo ho vissuto in una tenda nel villaggio di Geed Giqsi. Eravamo in 12 dentro. E’ dura senza acqua. Con Sa’ado, mia figlia maggiore, dovevamo camminare fino al fiume Marodijex ogni giorno per prendere l’acqua. E lì le buche dove si trova l’acqua sono profonde fino a tre metri”.

Adesso Isra con la sua famiglia vive in una casa alla periferia di Hargheisa. Attualmente Hargheisa è diventata la destinazione di 80.000 rifugiati e sfollati interni. Nena News

Nena News Agency “8 MARZO. Somalia, i racconti delle donne rifugiate” di Federica Iezzi

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KENYA. Un muro intorno Dadaab dopo il mancato smantellamento

Nena News Agency – 25/02/2017

Dopo la sentenza dell’Alta Corte, il governo annuncia il ricorso e continua a costruire la recinzione intorno al campo profughi più grande del mondo. E molti rifugiati tornano in Somalia

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di Federica Iezzi

Mogadiscio, 25 febbraio 2017, Nena News – E’ stata annullata dall’Alta Corte keniota la direttiva del governo di chiudere il campo profughi di Dadaab, nella zona nord-est del Kenya vicino al confine somalo e dunque di rimpatriare circa 260mila rifugiati somali.

Il termine ultimo per la sua chiusura era stato esteso fino al prossimo maggio, ma il giudice dell’Alta Corte John Mativo, assegnato al processo, ha equiparato la decisione ad un atto di persecuzione. Il governo di Uhuru Kenyatta ha già comunicato ufficialmente che farà appello contro la sentenza, per motivi di sicurezza.

A dirlo è il portavoce governativo keniota Eric Kiraithe, secondo cui “il campo ha da tempo perso il suo carattere umanitario ed è diventato un rifugio per terrorismo e altre attività illegali”.

Secondo l’attuale presidente del Kenya, infatti, gli attacchi del gruppo jihadista al-Shabab continuano ad essere pianificati all’interno del campo rifugiati più grande del mondo. Inoltre i rifugiati sono percepiti come un freno per lo sviluppo economico del paese.

Intanto continuano i lavori da parte del governo keniota per la costruzione di una recinzione lungo i 700 chilometri di confine con la Somalia. Il campo rifugiati di Dadaab è stato designato nel 1991 per le famiglie in fuga dal conflitto in Somalia, famiglie che attualmente vivono lì da più di 20 anni.

La Commissione Nazionale del Kenya per i Diritti Umani e l’organizzazione non governativa che sostiene la responsabilizzazione alla legalità Kituo Cha Sheria, hanno impugnato la decisione governativa, descrivendola come discriminatoria e contraria al diritto internazionale umanitario.

I neonati nel campo non sono stati più registrati come rifugiati, perché il dipartimento competente per i rifugiati in Kenya è stato chiuso a metà dello scorso anno, contro la ferma condanna di Amnesty International.

Dall’annuncio della chiusura del campo di Dadaab, oltre 51mila somali sono volontariamente tornati in Somalia, grazie anche ad una continua stabilizzazione politica del Paese, realizzata negli ultimi giorni dall’elezione del nuovo capo di Stato Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo.

324.735 sono i rifugiati somali ufficialmente registrati in Kenya. Di questi 256.868 sono alloggiati nel complesso di Dadaab e a loro sono dedicati i piani futuri, messi sul tavolo. Già avviato il rimpatrio, appoggiato dall’UNHCR, dei rifugiati somali che hanno accettato di tornare in Somalia volontariamente. Nel solo mese di gennaio, 4.753 rifugiati sono stati riaccolti in Somalia. Al 31 gennaio, erano 44.365 i rifugiati somali tornati a casa a partire dal 2014.

Uno dei passi del governo keniota potrebbe riguardare l’attuazione del secondo articolo della Convenzione dell’organizzazione dell’unità africana che regola gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa, adottata nel 1969 e entrata in vigore nel 1974. Secondo tale legge, la solidarietà e la cooperazione internazionale dovrebbero promuovere la buona volontà tra le Nazioni Africane per condividere l’onere dei richiedenti asilo.

La sentenza del tribunale prescrive ai rifugiati di rimanere nel complesso di Dadaab per il momento. Dunque prendere in considerazione l’apertura di nuovi campi o l’ampliamento di quelli esistenti, che soffrono di sovraffollamento cronico, rimane attualmente uno dei punti per la gestione dei rifugiati in Kenya. Nena News

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YEMEN. Guerra civile e bombe saudite non fermano i migranti dal Corno d’Africa

Nena News Agency – 02/02/2017

Più di 111.500 migranti sbarcati sulle coste dello Yemen lo scorso anno e circa 100.000 nel 2015. Di questi, circa il 20% sono minori non accompagnati

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di Federica Iezzi

Roma, 2 febbraio 2017, Nena NewsNonostante la guerra civile e i bombardamenti della coalizione a guida saudita che hanno gettato lo Yemen in una profonda crisi umanitaria, migranti dal Corno d’Africa continuano a riversarsi nel Paese a tassi sempre più crescenti.

Le agenzie di monitoraggio delle migrazioni parlano di più di 111.500 migranti sbarcati sulle coste dello Yemen lo scorso anno e circa 100.000 nel 2015. Di questi, circa il 20% sono minori non accompagnati. Secondo gli ultimi dati divulgati dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, circa 12.000 migranti ogni mese, sono arrivati sulle coste yemenite come punto di passaggio per l’Arabia Saudita.

A partire dallo scorso novembre, riferisce l’UNHCR, sono sbarcati in Yemen 105.971 migranti provenienti dal Corno d’Africa, per lo più da Etiopia (88.667) e Somalia (17.293).

Yemen che già conta più di due milioni di sfollati a causa del conflitto in corso e della crisi umanitaria che ne risulta.

Ancora centinaia di migranti provenienti da Paesi dell’Africa orientale sono in arrivo nel governatorato di al-Hudaydah. Si aggiungono alle migliaia di rifugiati e richiedenti asilo vulnerabili e bloccati in Yemen, a causa di un conflitto che inizia a colpire anche le vie di passaggio utilizzate fino ad ora per raggiungere i Paesi del Golfo.

La via dei rifugiati inizia nei porti somali di Berbera e Lughaya, nella regione autonoma del Somaliland, o nel porto di Bossaso, nel Puntland, e nella città portuale di Obock in Gibuti. Prosegue tra Mar Rosso e Golfo di Aden, nello stretto di Bab al-Mandeb. E approda nei porti yemeniti di Hodeidah, al-Mokha, a ovest di Taiz, al-Mukalla, nel governatorato di Hadhramaut, e nella provincia di Shabwa, sulla costa meridionale dello Yemen. I migranti africani vengono feriti o uccisi a fianco degli yemeniti, mentre il conflitto entra nel suo terzo anno.

Allo sbarco in Yemen, molti migranti entrano in reti di contrabbando. Violenze, soprusi, torture, esose richieste di riscatto in denaro, accompagnano spesso il loro viaggio fino al Golfo. Nel solo mese di dicembre si contano 25 migranti morti in mare, durante deportazioni forzate dallo Yemen all’Arabia Saudita, attraverso rotte sul Mar Rosso. Almeno in 150 stipati su piccole imbarcazioni guidate dai contrabbandieri, seguono la ‘tratta’.

Nel 2016 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha evacuato 2.562 migranti coinvolti nel conflitto yemenita e supportato più di 21.000 migranti vulnerabili in diversi governatorati. Team sanitari mobili operano in 18 dei 22 governatorati del Paese, continuando a fornire assistenza sanitaria di base e supporto psico-sociale per i traumi legati alla guerra.

Il destino dei migranti in Yemen resta un buco nero. Non si hanno numeri dettagliati di quanti siano rimasti intrappolati nel Paese, di quanti abbiano subito abusi, di quanti siano riusciti a raggiungere effettivamente i Paesi del Golfo, di quanti siano stati reclutati da una delle parti in conflitto in Yemen. Ad oggi, si stima che almeno 9.000 migranti siano detenuti nelle carceri yemenite, sia da gruppi governativi sia da fazioni opposte. Nena News

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SUD SUDAN. Il campo profughi di Yida: l’anormale via alla normalità

Nena News Agency – 11/08/2016

Nato come insediamento spontaneo nel 2011, ha scuole, asili, un mercato e una clinica. Ma cibo e acqua scarseggiano, mentre le bombe di al-Bashir gli piovono addosso

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di Federica Iezzi

Juba (Sud Sudan), 11 agosto 2016, Nena News – Sono 60.288 nel campo rifugiati di Yida. Siamo nello stato di Unity, nel Sud Sudan settentrionale a 12 chilometri dal confine con il Sudan. Insieme ai campi di Yusuf Batil, Doro e Jamam, Yida è stato per oltre quattro anni la casa dei profughi provenienti dalle regioni di Nuba Mountains e Blue Nile, fuggiti dalle violenze e dagli orrori che si sono verificati nel vicino sud Kordofan sudanese.

L’ingresso a Yida è polveroso. Le dita delle centinaia di bambini stringono i fili di ferro delle reti metalliche che separano il campo dal territorio desertico attorno. Illuminati da una sola lampadina, grandi blocchi di terreno con servizi igienici, sono diventati la casa di centinaia di rifugiati.

L’audacia di indossare infradito in terreni infestati dagli scorpioni. Il dono di dormire con dignità durante i lunghi viaggi sconnessi. La noncuranza per il ronzio delle mosche sulle latrine. Ecco il popolo di Yida. Dove doccia significa acqua fredda da un secchio sopra la testa.

Ci sono asili, una scuola secondaria e quattro scuole elementari a Yida. L’istruzione è gratuita. C’è un mercato e strade interne. La distribuzione di cibo da parte delle agenzie umanitarie avviene ogni mese, ma le razioni bastano appena per 5-6 giorni alle numerose famiglie. E l’acqua arriva solo da cinque pozzi costruiti negli anni. L’assistenza sanitaria è affidata a una clinica di base che fa riferimento per i casi più gravi al Pariang County Hospital, nell’omonima circoscrizione.

I residenti di Yida sono comprensibilmente diffidenti nei confronti della delocalizzazione. A parlare è il passato. Nel 2012, l’UNHCR ha disposto il trasferimento di 30.000 abitanti di Yida nel campo profughi di Nyeli, palude invivibile dopo inondazioni preannunciate. Solo un anno più tardi i civili erano di nuovo senza una casa.

Nato come un insediamento spontaneo, bombardamenti deliberati dal governo di al-Bashir hanno costellato la vita del campo di Yida dal 2011: almeno 2.000 bombe sganciate nel 2015. Comunità internazionale e Nazioni Unite appoggiano la politica del dittatore intoccabile sudanese, accusato dalla Corte Penale Internazionale di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Darfur. Le motivazioni? Il campo non ha un ufficiale riconoscimento e al suo interno ci sarebbe la presenza di elementi armati.

Gli scontri in Kordofan hanno assunto dimensioni critiche nello stesso periodo dell’indipendenza del Sud Sudan, dopo l’offensiva condotta dal governo di Khartoum contro i ribelli Nuba, raccolti sotto la sigla del Movimento Popolare di Liberazione Sudanese-Nord (SPLA-N), supportati da fazioni militari del Sudan del Sud. Il governo sudanese ha sempre accusato l’esercito di Salva Kiir di supportare i gruppi ribelli nel territorio sud-sudanese. Da questo le pressioni nella chiusura, che continuano ad arrivare dal presidente sudanese Omar Hasan Ahmad al-Bashir.

Ora l’UNHCR sta lentamente pianificando lo spostamento dei rifugiati di Yida presso altri campi, tra cui Ajuong Thok e Pamir, a poco più di 10 chilometri dal confine tra Sudan e Sud Sudan. E attualmente 42.374 civili sono stati distribuiti a Ajuong Thok e Pamir. Sta anche potenziando i programmi educativi a Ajuong Thok. Ma già molte persone si lamentano delle strutture scolastiche: le aule sono così piene che gli studenti non sono in grado nemmeno di vedere l’insegnante.

Sono stati assegnati terreni agricoli agli abitanti di Ajuong Thok ma l’insicurezza e le tensioni con le comunità locali, non permettono nè una buona semina né un adeguato raccolto. La vicinanza di Ajuong Thok e Pamir a Liri, zona a nord di entrambi i siti, che ospita militari del Sudanese Armed Forces (SAF), tribù arabe nomadi e ribelli dell’SPLA, non rende la zona accessibile ai civili in fuga. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. Il campo profughi di Yida: l’anormale via alla normalità” di Federica Iezzi

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Kenya pronto a chiudere campi e a cacciare via centinaia di migliaia di profughi

Nena News Agency – 19/05/2016

Dietro questa sempre più probabile decisione ci sono presunte ‘ragioni di sicurezza’ legate alle attività terroristiche del gruppo al-Shabaab. Il passo avrebbe conseguenze umanitarie devastanti 

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di Federica Iezzi

Nairobi, 19 maggio 2016, Nena News Il governo kenyano sta discutendo la possibilità di chiudere i campi profughi di Dadaab e Kakuma entro un anno e rinviare centinaia di migliaia di rifugiati indietro in Paesi dilaniati da guerre e carestie o in Paesi terzi per il reinsediamento.

Un piano già denunciato da gruppi umanitari e dei diritti umani come imprudente, illegale e di dubbia efficacia.

Al momento rimandata la decisione sul campo di Kakuma, nel distretto di Turkana, che ospita circa 200.000 rifugiati dal Sud Sudan. Attualmente ogni giorno 70-100 richiedenti asilo entrano in Kenya dal Sud Sudan, ma nessuno può essere registrato e spostato nel campo di Kakuma.

Invece, la soluzione per proteggere la sicurezza del Paese, dopo una serie di attacchi terroristici da parte dei jihadisti somali di al-Shabaab, secondo il governo di Uhuru Kenyatta, sarebbe quella di chiudere la rete di campi di Dadaab, che per 25 anni ha dato accoglienza a 330.000 rifugiati, in gran parte somali.

Il Ministro degli Interni kenyano, Joseph Ole Nkaissery, in un recente comunicato ha ribadito che i combattenti di al-Shabaab continuano ad utilizzare i più di 50 chilometri quadrati sull’arido confine somalo-kenyano, del campo di Dadaab, come base per il contrabbando di armi.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati sostiene che la chiusura di uno o entrambi i campi potrebbe avere conseguenze umanitarie devastanti. Potrebbe inoltre non essere possibile forzare civili oltre confine, in Paesi in cui si continua a combattere.

Human Rights Watch teme che il governo kenyano per svuotare i campi ricorra ad abusi, molestie, violenze e detenzioni arbitrarie, come già successe nel 2013, quando 55 mila rifugiati furono costretti ad abbandonare aree urbane per essere trasferiti in campi profughi.

Si teme anche che la polizia sfrutterà la minaccia di espulsione, intensificando gli arresti tra i rifugiati e le richieste di tangenti per evitare l’arresto.

Il Kenya sarebbe disposto a indietreggiare se ricevesse più sostegno internazionale? Già l’anno scorso, dal Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, la distribuzione di razioni alimentari si era ridotta del 30%.

E se le Nazioni Unite rinnovassero il mandato in scadenza a 3.500 soldati kenyani attualmente facenti parte della forza dell’Unione Africana in Somalia?

Intanto il governo di Kenyatta avrebbe già impostato una linea temporale e un bilancio di 10 milioni di dollari che lascerebbe in un limbo amministrativo i rifugiati e le organizzazioni umanitarie che lavorano per loro.

Secondo il Ministero degli Interni kenyano il primo gruppo di rifugiati lascerebbe Dadaab entro il prossimo novembre, e il campo verrebbe  completamente chiuso entro il mese di maggio, contro ogni principio del diritto umanitario internazionale.

Dadaab ospita intere generazioni di famiglie somale, fuggite dalla sanguinosa guerra civile scoppiata nel 1991. Nonostante le restrizioni severe l’attività economica nel campo è impressionante, circa 14 milioni di dollari all’anno entrano nelle casse kenyane dalle imprese gestite dai rifugiati. E solo una piccola frazione dei costi di gestione di Dadaab proviene dal Ministero dell’Interno del Kenya.

L’esecutivo di Nairobi comunica ufficialmente anche la chiusura del Dipartimento per gli Affari dei Rifugiati, da cui dipendono i permessi dei rifugiati per potersi muovere all’interno del Paese, gli spostamenti per le cure mediche, le certificazioni per il lavoro.

La sconsiderata decisione da parte del governo del Kenya potrebbe portare al ritorno involontario di migliaia di rifugiati nei Paesi di origine, dove la vita rimane costantemente in pericolo, o peggio potrebbe alimentare il fiorente mercato dei trafficanti.

Riapparsa in queste settimane è infatti la ‘rotta egiziana’. Sempre più numerose le partenze dei rifugiati dai porti egiziani di Alessandria d’Egitto e Port Said verso le coste europee. Nena News

Nena News Agency “Kenya pronto a chiudere campi e a cacciare via centinaia di migliaia di profughi” di Federica Iezzi

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SIRIA. Entrati aiuti umanitari a Mleiha. Esercito libera Nubl e Al-Zahraa

Nena News Agency – 04 febbraio 2016

Mezzaluna Rossa siriana e convogli dell’UNHCR sono entrati nel villaggio abitato da 26.000 civili, tra cui 10.000 sfollati interni. Dopo tre anni è terminato l’assedio di due centri abitati sciiti da parte dei qaedisti di al-Nusra

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di Federica Iezzi

Roma, 4 febbraio 2016, Nena News – Alla periferia orientale di Damasco, isolata negli ultimi tre anni, la cittadina di al-Mleiha ha finalmente ricevuto aiuti umanitari, dopo logoranti colloqui e confusi accordi tra governo e forze di opposizione. Mezzaluna Rossa siriana e convogli guidati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati sono entrati nel villaggio abitato da 26.000 civili, tra cui 10.000 sfollati interni.

L’ultima consegna di aiuti umanitari, da parte dell’UNHCR, nella zona intorno a al-Mleiha risale ai primi mesi del 2013. Limitate forniture commerciali di cibo, prodotti medici e altro materiale sono state autorizzate nelle aree contese ad est della città. Poco meno di una settimana fa distribuiti a 1.300 persone i primi pacchi alimentari, nelle aree cuscinetto, intorno a al-Mleiha.

Lo scorso agosto al-Mleiha è tornata in mano alle forze governative, sostenute dai combattenti di Hezbollah, dopo mesi di occupazione da parte dei militanti islamici. Cambio di guardia che ha tuttavia lasciato la situazione dei civili pressoché identica. Al-Mleiha doveva servire, all’esercito  siriano e alle Forze di Difesa Nazionale, come porta d’ingresso per recuperare il controllo su Ghouta orientale, avamposto del gruppo ribelle Jaish al-Islam, a lungo nel mirino delle forze governative.

Case in frantumi, strade paralizzate, mercati e edifici violati, materiale di scarto e plastica bruciati come fonte di riscaldamento, materassi ammucchiati sulla terra fredda dei cortili. Canali di comunicazione quasi inesistenti. L’unica rete di acqua potabile è stata danneggiata durante i combattimenti, così come l’intero sistema fognario.

Due delle tre scuole della zona sono state distrutte e la terza non è funzionante. Ospedali di fortuna accolgono ogni giorno decine di persone. La medicina si è trasformata in un ‘impegno’ insostenibile, senza personale, senza strumenti e senza materiale. Tubercolosi e lebbra sono tornate a torturare i bambini. Ecco quello che hanno lasciato i gruppi ribelli e quello che hanno ereditato e protratto le forze del presidente Bashar al-Assad.

Almeno 50.000 persone vivevano ad al-Mleiha prima dell’inizio dela guerra civile siriana. Centinaia le famiglie fuggite dopo anni di fame e privazioni. Il logorio della vita sotto assedio rimane inciso sui volti scarni di coloro che rimangono. La gente fruga nei sacchi della spazzatura alla ricerca di foglie di lattuga per allontanare la fame. Donne e bambini in molti casi sono vestiti di stracci.

Mentre la Siria entra nel suo sesto anno di conflitto interno, più di quattro milioni di persone nel Paese vive ancora in zone difficili da raggiungere. 486.700 i civili che vivono in città integralmente isolate. La pratica dell’assedio è diventata ormai un’arma comune di guerra. E l’accesso frammentario degli aiuti umanitari diventa forzatamente insufficiente.

Caduto nelle mani del governo siriano ieri anche il regno dei qaedisti di Jabhat al-Nusra, su Nubl e Al-Zahraa, villaggi sciiti a nord-ovest di Aleppo. I quasi quattro anni di lungo assedio e di feroci offensive da parte del braccio siriano di al-Qaeda, si sono trasformati nella sospensione totale degli spostamenti per gli abitanti delle due cittadine al confine con la Turchia. Truppe filogovernative siriane infatti ne disegnano i perimetri, non permettendo né uscite né ingressi. Il disumano assedio di Nubl e al-Zahraa, portato avanti dalla coalizione guidata da al-Nusra, fa parte dell’ampia ‘battaglia di Aleppo’, attraverso la quale dal 2011 più di 28.000 persone hanno perso la vita. Mentre il conflitto siriano va avanti, la situazione sul terreno sta crollando.

Dunque a pagare rimangono anche in questo caso i 13.000 civili, intrappolati ancora tra le rovine delle due città sventrate. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Entrati aiuti umanitari a Mleiha. Esercito libera Nubl e Al-Zahraa” di Federica Iezzi

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Kenya, lotta contro il colera

Nena News Agency – 19 gennaio 2016

L’epidemia, iniziata lo scorso novembre a Dadaab nel nord-est del Paese, potrebbe peggiorare e durare a lungo a causa dell’elevata mobilità della popolazione e della situazione di vita congestionata all’interno del campo profughi. Finora si contano più di 1.000 contagi e almeno 10 morti. Il 30% dei pazienti è rappresentato da bambini sotto i 12 anni 

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di Federica Iezzi

Dadaab (Kenya), 19 gennaio 2015, Nena News – Le autorità sanitarie del Kenya stanno combattendo l’ennesima epidemia di colera nel campo di Dadaab, nel nord-est del Paese. Sebbene il colera sia una malattia curabile, l’epidemia potrebbe peggiorare e durare più a lungo a causa dell’elevata mobilità della popolazione e della situazione di vita congestionata nel campo profughi. E’ facile il trasferimento dell’infezione da una località all’altra.

Nel campo, che attualmente è arrivato ad accogliere 350.000 civili, per lo più rifugiati e richiedenti asilo di cittadinanza somala, si visitano in media 200 pazienti a settimana. Una stessa epidemia è stata registrata lo scorso anno nello stesso periodo. Associazioni come Medici Senza Frontiere, hanno fornito costante assistenza e hanno trattato oltre 4.200 pazienti per garantire il controllo delle infezioni. Secondo i dati diffusi dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, nel campo profughi più grande del Kenya ad oggi si contano già più di 1.000 contagi e almeno dieci morti. Già allestiti quattro centri di trattamento dell’infezione, in cui sono stati ammessi più di 300 pazienti nelle ultime tre settimane. Una volta stabilizzati, tutti i pazienti vengono trasferiti fuori dall’area critica, per un ricovero che dura in media tre giorni. Il 30% dei pazienti è rappresentato da bambini sotto i 12 anni.

Il colera si diffonde attraverso cibo contaminato e acqua potabile, provoca diarrea, nausea e vomito. Può essere fatale se non trattato, anche se la maggior parte dei pazienti guarisce con una tempestiva terapia reidratante orale. La malattia si diffonde facilmente in campi affollati con scarsa igiene come Dadaab. E mantenere un’igiene adeguata diventa difficile per carenza di latrine e acqua potabile. Il regolare lavaggio delle mani è uno dei modi più semplici ed efficaci per prevenire la diffusione del colera. E i rifugiati a Dadaab non ricevono sapone da due mesi. Nello scorso mese di giugno, l’UNHCR aveva ridotto del 30% razioni alimentari e beni di sussistenza per i campi kenyani di Dadaab e Kakuma.

L’epidemia ha avuto inizio lo scorso novembre nel campo di Dadaab. Il primo caso è stato segnalato presso l’area Ifo, uno dei tre spazi in cui è diviso il campo di Dadaab, insieme a Hagadera e Dagahaley. Vittima un bambino di dieci anni, dopo l’ingestione di acqua contaminata. Tra attenuazione di focolai in atto e riacutizzazioni, continua ancora la coda di infezioni. E il numero di casi sta crescendo esponenzialmente. Si susseguono campagne di sensibilizzazione e di promozione dell’igiene pubblica soprattutto in seguito alle piogge torrenziali, causate dal fenomeno atmosferico ‘El Niño’, che hanno colpito con maggior violenza alcune zone orientali dell’Africa, così facilitando lo scarso controllo della diffusione della malattia. Continuano anche i lavori di disinfezione nelle latrine delle diverse aree del campo di Dadaab.

Intanto l’aggiunta di un terzo produttore di vaccini contro il colera, coreano, oltre a quelli già esistenti svedese e indiano, permetterà di raddoppiare la fornitura globale di circa sei milioni di dosi per il 2016. Questa capacità aggiuntiva dovrebbe così contribuire ad un aumento della domanda, un aumento della produzione, un prezzo ridotto e una maggiore equità di accesso. Nena News

Nena News Agency 19.01.2016 “Kenya, lotta contro il colera” di Federica Iezzi

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