YEMEN. Sette giorni in sette foto: guerra

Nena News Agency – 08/06/2017

Per una settimana vi proporremo ogni giorno una foto scattata dalla nostra collaboratrice Federica Iezzi a Sana’a. Sette foto per raccontare la vita quotidiana in un paese martoriato dalla guerra

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di Federica Iezzi

Sana’a, 8 giugno 2017, Nena News – Dal marzo 2015, il conflitto in Yemen conta più di 8.000 morti e almeno 44.000 feriti, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Oltre tre milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, troppo spesso senza sicurezza. Circa quattro milioni e mezzo di persone hanno bisogno di un riparo di emergenza.

Sono 18 milioni i civili che attendono sostegno umanitario e di questi, 12 milioni hanno bisogno di assistenza urgente. Su 333 distretti distribuiti nei 22 governatorati yemeniti, 43 continuano ad avere difficile accesso via terra, per gli operatori umanitari. In questi distretti vivono più di due milioni di persone. Marib, Sa’ada, e il governatorato di Taiz hanno il maggior numero di distretti difficili da raggiungere.

Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa, tra marzo 2015 e lo scorso marzo ci sono stati almeno 160 attacchi contro ospedali e centri di salute con il loro personale, si sono ripetuti intimidazioni e bombardamenti fino a limitazioni all’accesso alla cura e alla somministrazione di farmaci. Nel mese di novembre 2016, c’era un letto di ospedale ogni 1.600 persone e circa il 50% delle strutture sanitarie non erano operative.

Più di un milione di studenti è stato costretto a bloccare gli studi al 2015. Uno studio condotto dall’UNESCO nel 2015 ha classificato lo Yemen come secondo fra i Paesi arabi, in termini di tasso di analfabetismo che oggi raggiunge il 30%. Nena News

Nena News Agency “YEMEN. Sette giorni in sette foto: guerra” di Federica Iezzi

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YEMEN. Sette giorni in sette foto: edifici distrutti

Nena News Agency – 07/06/2017

Per una settimana vi proporremo ogni giorno una foto scattata dalla nostra collaboratrice Federica Iezzi a Sana’a. Sette foto per raccontare la vita quotidiana in un paese martoriato dalla guerra

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di Federica Iezzi

Sana’a, 7 giugno 2017, Nena News – Secondo i dati del Disasters Emergency Committee più di 270 strutture sanitarie nello Yemen sono state danneggiate dagli effetti del conflitto e le recenti stime suggeriscono che più di metà delle 3.500 strutture sanitarie del Paese valutate, sono ormai chiuse o funzionano solo parzialmente. E in 49 distretti mancano medici specialisti. Questo ha lasciato otto milioni di bambini senza accesso all’assistenza sanitaria di base.

Più di 2.000 scuole delle 16.000 presenti in Yemen non sono più agibili a causa dei bombardamenti. Almeno 900 sono quelle completamente o parzialmente distrutte, le altre vengono utilizzate come rifugio per gli sfollanti interni. Industrie di prodotti alimentari, cemento e legno in tutto il Paese sono state colpite da missili o danneggiate da esplosioni in molte città, tra cui Sana’a, la città occidentale di Taiz, la città portuale di al-Hudaydah e il centro delle vie commerciali meridionali di Aden.

Secondo il Legal Center for Rights and Development, decine tra porti e aeroporti e più di 500 strade e ponti sono stati colpiti dai bombardamenti sauditi. I bombardamenti seriati della coalizione a guida saudita hanno distrutto più di 50 siti archeologici in tutto il Paese. Distrutte case storiche abitate da più di 2.500 anni, nel vecchio quartiere di Sana’a, dichiarato patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Nena News Agency “YEMEN. Sette foto in sette giorni: edifici distrutti” di Federica Iezzi

 

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La speranza di Aleppo

Il Manifesto – 12 gennaio 2017

REPORTAGE. La città assediata dal conflitto dal 2012 prova a ricostruirsi. I primi banchetti di verdure appaiono nel suq, gli ospedali registrano i nuovi nati. Sullo sfondo macerie e ferite aperte

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di Federica Iezzi

Aleppo (Siria) – “L’ospedale dove ero con i miei due bambini è stato attaccato quattro volte in tre giorni. Ci hanno fatto uscire dall’edificio perché era vicino al fronte di battaglia”. Ci arriva da lontano il racconto dalla delicata voce di Jamilaa. Esce dalla cucina e porta con sé una piccola teiera rossa, in quella sua casa attorniata da cadaveri di case.

«Come riescano a rimanere in piedi sventrate, rimane un mistero. In molte mancano porte e finestre». Alla nostra domanda sulle responsabilità di quei bombardamenti, lei risponde: «I nostri uomini sono i responsabili, che siano parte dell’esercito governativo o dell’opposizione. Gente che abitava queste case, gente che veniva curata in questi ospedali, gente che mandava i figli in queste scuole».

Rientrare con lei e la sua famiglia in quelle stanze, seppur profondamente ferite, riempie di gioia l’atmosfera ancora natalizia. Si, perché è stato Natale anche ad Aleppo per i 35mila cristiani rimasti, nel quartiere di Aziziyeh. Jamilaa ci racconta che conserva la carne sotto il sale perché l’elettricità non è sufficiente per il frigorifero. «Me l’aveva insegnato mia nonna quando ero piccola, non pensavo mi sarebbe mai potuto servire».

Dentro casa più o meno la temperatura è la stessa di quella fuori. C’è solo una piccola stufa elettrica che rimane accesa per qualche ora al giorno. C’è un caminetto ma non c’è legna da ardere.

I discorsi nelle strade di Aleppo sono velati di speranza. Speranza di tornare ad una vita normale. Per la prima volta dal 2012, le forze governative controllano l’intera Aleppo. Per la prima volta da allora, il conflitto non infuria.«Le notti sono silenziose. La mattina non ci svegliamo con il rumore assordante dei caccia», continua il marito di Jamilaa.

Per la prima volta si parla di ricostruzione. È iniziata sotto il freddo pungente una febbrile rimozione di macerie e detriti dalle strade principali. Tanta gente torna per vedere i propri negozi, le proprie case, per vedere se gli edifici sono in piedi. Nonostante l’enorme trauma e le ferite ancora aperte, tanta gente torna per restare.

Le priorità ora sono quelle del riscaldamento e dell’alimentazione. Le Nazioni Unite, entrate nella città, continuano a distribuire stuoie, coperte, vestiti, teli di plastica, per affrontare il continentale rigido inverno siriano. Le associazioni umanitarie assistono circa 20mila civili ad Aleppo Est, con pasti caldi due volte al giorno e acqua potabile. Più di un milione di persone hanno accesso di nuovo all’acqua pulita in bottiglia o tramite pozzi.

Le vie centrali di Aleppo sono oggi riempite da militari dell’esercito governativo con al seguito armi da fuoco, dalle bandiere siriane, dalla gente rimasta che cerca di comprare qualcosa da mangiare nei mercati ancora semivuoti. Ci sono teli colorati e bancarelle nella zona del mercato dell’antica città di Aleppo. Sono disposti in modo ordinato vicino l’al-Madina souq, il medievale mercato coperto, disegnato sulle mura della città, in gran parte distrutto da una guerra spietata, nonostante la protezione da parte dell’UNESCO.

È difficile da immaginare ora quel fiorente mercato che anni fa era il centro economico della città. Il grado di distruzione è estremamente grave. Le cicatrici profonde. I pezzi di storia perduti lacerano le memorie degli anziani. Le enormi quantità di macerie rendono irriconoscibili i luoghi, i passaggi, le strade, perfino per chi ha abitato la città per anni.

Non restano che crateri, rovine e sbiaditi ricordi di centinaia di negozi di sapone, spezie, seta, lana, rame, oro e prodotti della ricca agricoltura siriana. Molti venditori non possono offrire nulla se non qualche verdura, coltivata in cassette di legno davanti le proprie case. Spinaci e ravanelli sono i più facili da trovare. Il resto delle bancarelle rimane vuoto.

Servizi di Primary Health Care sono disponibili attraverso sette cliniche mobili e 12 team mobili, per la distribuzione di medicine, materiali sanitari e chirurgici, per il trattamento dei traumi, e latte per neonati. 8.836 visite: questi i numeri dall’inizio delle evacuazioni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i partner del settore sanitario forniscono assistenza a 11 strutture sanitarie pubbliche coprendo un bacino di 60mila persone. Più di 10mila bambini sono stati vaccinati contro la poliomielite; 1.381 malati sono stati trasportati nei più attrezzati ospedali della parte occidentale della città.

Anche se non c’è nessun combattimento, qualche famiglia continua ad uscire dall’Aleppo orientale, dopo approfonditi controlli, attraverso il Ramouseh checkpoint a est della città. Lo stesso da cui sono transitati i feriti nei corridoi umanitari allestiti dalla Croce Rossa Internazionale.

Sono 116mila le persone che hanno lasciato la città dal giorno del cessate il fuoco, mediato da Russia e Turchia. Di questi, 80mila sono sfollati interni ad Aleppo ovest e 36mila hanno raggiunto Idlib. E negli ultimi giorni circa 2.200 famiglie hanno fatto ritorno nel quartiere Massaken Hanano. Sono rimasti in tutta la città circa un milione e mezzo di civili, contro i quattro milioni che si contavano prima dei combattimenti.

Ma sono tornati nelle strade i bambini. E i bambini sono lo specchio di come vanno le cose. Giocano al freddo e sperano nella scuola. Alcuni di loro non entrano in un’aula da cinque anni. Sono entusiasti di sfogliare di nuovo un libro, di fare il dettato in classe, di tornare a casa per fare i compiti invece di essere costretti ad ascoltare i rumori della guerra.

E, allora, chi ha vinto una guerra che ha provocato la perdita di oltre 500mila vite, costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case e scatenato onde di profughi in stati confinanti?

Le tracce di combattimenti sono quasi ovunque. Bossoli, proiettili, vestiti e documenti di soldati uccisi, sacchi di sabbia e teli, verosimilmente tane dei cecchini, pitturano le strade di una Aleppo senza forze. Un campo di battaglia che non ha risparmiato scuole e ospedali. Circondato dalla morte. Ancora traboccante di vittime di guerra. Pericolosamente a corto di provviste, con grave mancanza di acqua pulita e elettricità. Segnato da colpi di mortaio. Ma con di nuovo la possibilità di censire le nascite e permettere ai bambini di essere registrati come siriani. È questo oggi l’al-Bayan hospital nel quartiere di al-Sha’ar, Aleppo Est. Qui si lavora ininterrottamente.

Mezzanotte ad Aleppo significa luci spente. I pochi generatori di corrente rimasti si fermano, gettando interi quartieri nel buio. E l’ospedale non è un’eccezione. I macchinari elettrici iniziano a funzionare con i comandi manuali grazie anche all’aiuto della gente comune. C’è acqua pulita per poche ore al giorno. Ci spiegano che la maggior parte dell’acqua che arriva ad Aleppo proviene dalla diga sull’Eufrate, nell’adiacente provincia di al-Raqqa, roccaforte ISIS. Ad Aleppo arriva acqua per il 20% del suo fabbisogno.

M10 è stato il nome di battaglia dell’al-Sakhour hospital, nel quartiere omonimo, un ospedale nell’Aleppo orientale, diventato sotterraneo negli ultimi mesi di combattimenti. «L’inferno ha visitato l’M10 ogni giorno – ci racconta Hayyan, volontario della Mezzaluna Rossa Siriana – Pazienti dissanguati sui pavimenti, sale operatorie sovraffollate, medici e infermieri costretti a decidere chi avrebbe potuto vivere e chi sarebbe dovuto morire».

L’ospedale è stato bombardato almeno tredici volte fino a quando è stato gravemente danneggiato nel mese di ottobre.

Oggi come molti ospedali, l’M10 è stato sostituito da edifici identificati da una mezzaluna rossa. Nelle strade del centro storico, al disegno della mezzaluna rossa si associano lunghe file di attesa. File che hanno l’aspetto di un timido ritorno alla normalità.

Il Manifesto 12/01/2017 “La speranza di Aleppo” di Federica Iezzi

Il Manifesto Global “Hope for Aleppo as normalcy slowly returns” by Federica Iezzi

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ALGERIA. L’indistruttibile lotta tra berberi e arabi beduini

Nena News Agency – 17 febbraio 2015

A Ghardaia, città a 600 chilometri a sud di Algeri, non si è mai fermato il conflitto tribale fra  i Mozabiti e i Chambaa. Oggi il nuovo acuirsi degli antichi dissapori delle due comunità si fonde con i jihadisti di al-Qaeda e l’incubo ISIS

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di Federica Iezzi

Algeri, 17 febbraio 2015, Nena News – A Ghardaia, a sud del paese maghrebino, si sono riaccesi i perpetui scontri tra le due antiche comunità di Mozabiti, berberi musulmani, e Chaamba, arabi sunniti beduini. La storia di rivalità tra i due gruppi risale agli anni ’60,  quando il governo algerino ha permesso e incoraggiato la popolazione beduina a stabilirsi nella città algerina di Ghardaia, sul bordo settentrionale del Sahara. Da allora i due gruppi etnici si sono spesso scontrati su proprietà, abitazioni, terra e opportunità di lavoro.

Nel 2008 le due parti firmarono un accordo di pace, a seguito di una iniziativa del governo, ma le tensioni non si sono mai allontanate. Il governo algerino ha fatto diversi tentativi per riconciliare le due tribù rivali. Lo scorso anno l’ufficio del primo ministro Abdelmalek Sellal ha annunciato una serie di misure per allentare le tensioni, tra cui la costruzione di 30.000 case per migliorare lo sviluppo locale e la concessione di 107 milioni di dollari per sostenere l’agricoltura nella zona. Sellal ha guidato un processo di riconciliazione, senza alcun risultato.

Il fallimento da parte dei leader politici di risolvere il conflitto ha spinto molti residenti a perdere fiducia nel processo di dialogo in corso. Per molti la politica dell’attuale governo è volta a non avere una maggioranza mozabita in città.

Decenni fa popolazioni arabe, provenienti da regioni periferiche dell’Algeria, hanno occupato Ghardaia. Oggi solo il 10% di una popolazione totale che conta 600.000 abitanti, nelle zone di Ghardaia, Beni-Isguen, El-Ateuf e Guerrara, è rappresentato da mozabiti. Fino all’indipendenza dalla Francia, nelle province algerine del sud, i mozabiti costituivano la maggioranza assoluta, forte politicamente, socialmente ed economicamente. 

Oggi dai due gruppi sono stati presi di mira di nuovo locali, veicoli, edifici residenziali e commerciali. Bottiglie molotov, coltelli e pietre: le armi. Secondo le autorità provinciali, attacchi, saccheggi e incendi dolosi hanno segnato le ultime settimane. Due agenti di polizia sono stati gravemente feriti. Tre residenti anziani sono morti di inalazione di gas lacrimogeni lo scorso gennaio durante la rituale lotta tra bande rivali di studenti delle scuole superiori delle due comunità.

Circa 10.000 poliziotti sono stati dispiegati nella città di Ghardaia, per la maggiorparte nel quartiere  mozabita particolarmente colpito di Bab Lehteb. Tutto questo, in un clima in cui la minaccia terroristica di al-Qaeda nel Maghreb islamico è alle porte. La furia delle due comunità ha danneggiato palmeti, città fortificate risalenti al IX secolo, castelli e quartieri storici della città. Siti dal 1982 nella nobile lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Storicamente, gli scontri settari feroci dei due gruppi sono stati guidati dall’incapacità dello Stato algerino di affrontare le vere cause del conflitto. Incluse tutte le misure per contribuire a dissipare il senso di risentimento provato dalla minoranza mozabita. Nonostante le promesse dell’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, già nel 2011 di riformare il sistema e, nonostante le nuove leggi politiche e sociali, il regime algerino non ha apparentemente fatto alcun reale progresso per quanto riguarda la tutela dei diritti umani negli scontri tra le due tribù. Nena News

Nena News Agency “ALGERIA. L’indistruttibile lotta tra berberi e arabi beduini” – di Federica Iezzi

 

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