KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta

Nena News Agency – 26/10/2017

Seggi aperti dalle 6 di questa mattina. Il Paese africano sceglie di nuovo il presidente dopo l’annullamento delle elezioni di agosto. Ma senza l’oppositore Odinga, che boicotta il voto, il risultato è scontato

Nairobi commercial district, graffiti per elezioni_UNDP

Nairobi, Kenya – Election graffiti in Nairobi commercial district

di Federica Iezzi

Roma, 26 ottobre 2017, Nena NewsIl Kenya torna a votare oggi dopo le massicce proteste nelle strade e le violenze, seguite alle elezioni presidenziali dello scorso agosto, annullate per irregolarità dalla Corte Suprema quando si attendeva la vittoria del capo dello stato uscente Uhuru Kenyatta, sull’oppositore Raila Odinga, il leader della National Super Alliance. Quest’ultimo si è poi fatto da parte lamentando la mancanza di una autentica riforma elettorale.

Come si è arrivati a questo punto?

All’inizio di agosto, il Kenya aveva votato per un nuovo presidente. Più di 15 milioni di persone hanno partecipato attivamente alla tornata elettorale. Per la prima volta è stato usato un nuovo sistema di votazione elettronico, volto ad evitare il rischio di brogli e voti non idonei. Tuttavia, nonostante il nuovo sistema in vigore, Odinga e sostenitori hanno contestato i risultati, che proclamano come vincitore Kenyatta, denunciando infiltrazioni alla banca dati dell’organo elettorale e dunque profonde manipolazioni di tutto il processo democratico.

Manifestazioni contro la vittoria di Kenyatta si sono susseguite in tutti i maggiori centri kenyani, secondo i rapporti diffusi da Amnesty International e Human Rights Watch. Quei report internazionali rafforzano le denunce degli attivisti locali e dei gruppi che difendono i diritti umani, i quali accusano la polizia kenyana di brutalità e omicidi extragiudiziali. Trentatré persone sono state uccise dalle forze di polizia nei giorni immediatamente successivi alla data del voto presidenziale di agosto.

Il portavoce della polizia Charles Owino non ha esplicitamente risposto alle denunce.

Sulle base delle accuse di frode elettorale formalizzate da Raila Odinga, la Corte Suprema ha perciò deciso di annullare il risultato elettorale, stabilendo una una nuova data entro 60 giorni. Prima al 17 ottobre, poi al 26 ottobre. Odinga in reazione ha perciò dichiarato che avrebbe partecipato alla nuova consultazione soltanto se le riforme elettorali da lui richieste sarebbero state attuate. A cominciare dalla sostituzione del capo della commissione elettorale.

Infine il 10 ottobre il leader del National Super Alliance si è ritirato dalle elezioni, a causa del mancato compimento delle riforme auspicate da parte dell’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC).

Poco dopo la decisione di abbandono di Odinga, il parlamento kenyano ha approvto una nuova legge elettorale, secondo la quale alla rinuncia di un candidato segue automaticamente la vincita del candidato contrapposto. Immediate sono state le proteste da parte dei sostenitori di Odinga che hanno colorato le strade kenyane.

Una nuova petizione è stata presentata alla Corte Suprema kenyana da attivisti per i diritti umani, secondo la quale l’attuale commissione elettorale non è pronta a verificare un sondaggio credibile.

Così mentre la macchina elettorale è in moto e i cittadini esprimono oggi la loro scelta, l’opposizione lancia nuovi pressanti appelli a boicottare il “voto vergognoso” non libero, nè giusto, dice. Il governo Kenyatta risponde invitando le persone ad esercitare il loro diritto democratico. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta” di Federica Iezzi

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KENYA. Vince Kenyatta, scoppiano gli scontri

Nena News Agency – 12/08/2017

Almeno 5 morti durante manifestazioni contro il presidente rieletto accusato dall’opposizione di Odinga di brogli. Rimane nell’aria la lotta dinastica tra le due famiglie Kenyatta e Odinga, rispettivamente kikuyu e luo

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di Federica Iezzi

Roma, 12 agosto 2017, Nena News – Mantiene l’incarico come presidente Uhuru Kenyatta, dopo essere rimasto sempre in testa, sullo storico sfindante Raila Odinga, durante le ultime elezioni in Kenya. Kenyatta vince con più del 54% dei voti contro il 44% di Odinga tra tafferugli e incredulità. Più di 15 milioni i kenyani che si sono recati alle urne, pari al 78% degli elettori registrati.

Il voto ha messo a confronto per l’ennesima volta Uhuru Kenyatta, uomo d’affari di 55 anni e figlio del presidente fondatore del Kenya, e i 72 anni di Raila Odinga, ex prigioniero politico e figlio del primo vice-presidente del Kenya.

Sebbene le prime ore dopo il voto di martedì scorso fossero state regolari nella maggioranza del territorio del paese dell’Africa orientale, scontri tra polizia e sostenitori dell’opposizione sono iniziati dopo l’incertezza dei risultati finali. Tensioni su brogli, accuse di falsificazione di voto, voti non validi e manipolazioni sul sistema informatico hanno segnato i principali seggi elettorali in Kenya.

Amnesty International ha riportato di violenze nella contea di Garissa, nella regione sudorientale del Tana River, nelle baraccopoli di Mathare di Nairobi e nella zona di Kondele nella città portuale di Kisumu. Almeno cinque persone sono state uccise durante gli scontri. Due sono state uccise nella capitale Nairobi, un’altra nella contea di Kisii, nell’ovest del paese, durante alcuni scontri con le forze di sicurezza, e altre due nella città di Hola, regione di Tana River, in un attacco a un seggio elettorale.

Gli osservatori internazionali hanno lodato la gestione delle elezioni presidenziali, con il consenso anche dell’Unione Africana, non segnalando alcun sospetto di manipolazione, nonostante le denunce dell’opposizione. Secondo il report dell’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC), organo costituzionale kenyano, le elezioni sono risultate conformi alle leggi in vigore nel paese.

Il governo Kenyatta aveva notevolmente investito in un nuovo sistema di voto elettronico, per le recenti elezioni. Ma questo sembra aver fatto poco per aumentare la fiducia dell’opposizione nel processo elettorale. Tra i motivi di tensione spicca quello per cui i candidati all’opposizione spesso dichiarano che il partito di governo utilizza risorse statali per svolgere le proprie campagne elettorali. Questo è dunque il clima con cui inizia il secondo mandato da presidente di Uhuru Kenyatta.

Rimane nell’aria la lotta dinastica tra le famiglie Kenyatta e Odinga. Entrambi i candidati hanno manipolato audacemente le loro fortezze etniche, rispettivamente kikuyu e luo, mentre i loro sostenitori hanno dimostrato ancora una volta una tenace ossessione verso i modelli di voto tradizionali. La sofisticazione elettronica del sistema di voto non è stata all’altezza dei programmi di entrambi i candidati. Nessun accenno alla lotta alla corruzione e alle macchinazioni politiche, all’incombente disoccupazione giovanile e alle riforme politiche. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Vince Kenyatta, scoppiano gli scontri” di Federica Iezzi

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AFRICA. Kenya al voto, in vista nessun cambiamento

Nena News Agency – 01/08/2017

La base elettorale di Uhuru Kenyatta è costituita da agricoltori di piccole-medie imprese agricole. Quella di Raila Odinga sono i suoi governatorati fortificati. In ogni caso nessuna delle due figure rappresenta il marchio del cambiamento per il Kenya

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di Federica Iezzi

Roma, 1 agosto 2017, Nena NewsIl prossimo otto agosto il Kenya voterà per le sue quinte elezione presidenziali a partire dalla fine dello stato unilaterale del 1991. Delle quattro elezioni precedenti, tre sono state alterate dalla violenza, compresa l’elezione 2007-2008, quando 1.100 persone sono state uccise e 650.000 sfollate, in cui il presidente in carica fu accusato di crimini contro l’umanità nei riguardi delle etnie Luo, Luhya e Kalenjin, all’epoca principali oppositori.

Gli ultimi sondaggi vedono in testa il presidente in carica Uhuru Kenyatta, con il 47% dei voti, appoggiati dal partito liberale Jubilee. Dall’opposizione risponde, con il 42% dei voti, il partito National Super Alliance (NASA), coalizione di centro-sinistra, con il suo candidato Raila Odinga.

Secondo la legge costituzionale kenyana dunque, almeno per adesso, nessun candidato ha abbastanza voti per superare la fatidica soglia del 50%, indispensabile per aggiudicarsi la vittoria. A questo si aggiunge più del 10% degli elettori registrati che non prevede di partecipare alle prossime elezioni.

Nel 2013 Kenyatta ebbe la meglio su Odinga per soli 4.000 voti, con la piaga dilagante dei voti invalidi.

In un Paese in cui l’80% della popolazione ha meno di 35 anni, solo il 13% per cento di coloro che corrono per cariche politiche, sono in quella fascia d’età. Questo dice qualcosa sulla politica paternalistica che il Kenya sta lottando per allontanare. Per anni i giovani non hanno avuto e continuano a non avere alcun ruolo nella politica nazionale del Paese. La macchina elettorale è ancora guidata da vecchi politici e vecchie politiche che non riflettono la volontà del giovane elettorato.

La base elettorale di Uhuru Kenyatta è costituita da agricoltori di piccole-medie imprese agricole che si aspettavano autorevoli investimenti nell’agricoltura, in cambio del loro sostegno alla candidatura del 2013 dello stesso Kenyatta. Promesse puntualmente disattese.

La base di Raila Odinga, sono i suoi governatorati fortificati, durante il suo mandato quinquennale come primo ministro. Il resto del Paese è inesistente. Nessuna delle due figure insomma rappresenta il marchio del cambiamento per il Kenya.

Oggi la differenza in Kenya la fanno le 47 contee, in cui è stato suddiviso il Paese nel 2010, ciascuna con un proprio bilancio e con le proprie strutture politiche. Dunque, la politica iper-locale salva gli elettori dalla delusione collettiva verso la politica nazionale. La politica di ciascuna contea ha un impatto reale sulla vita degli abitanti. Le strade che non esistevano ora esistono. I pozzi che prima non c’erano ora vengono scavati.

Secondo gli osservatori di Human Rights Watch, le contee di Mandera, Baringo South, Laikipia e Turkana, sono a più alto rischio di violenze elettorali. Al momento non è garantita nè un’adeguata sicurezza nel corretto espletamento delle operazioni di legge, né un’adeguata protezione verso i residenti. Nena News

Nena News Agency “AFRICA. Kenya al voto, in vista nessun cambiamento” di Federica Iezzi

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KENYA. Terminato lo sciopero della sanità

Nena News Agency – 21/03/2017

Dopo quattro anni di richieste, funzionari di governo e rappresentanti sindacali hanno trovato l’accordo: il nuovo contratto collettivo dei medici prevede un aumento di stipendio tra i 500 e i 700 dollari, 40 ore di lavoro a settimana e il riconoscimento degli straordinari

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di Federica Iezzi

Nairobi (Kenya), 22 marzo 2017, Nena News – Termina dopo più di 100 giorni, lo sciopero degli operatori sanitari in Kenya. Senza fondi e sovraccaricato a lungo, il sistema sanitario kenyano, di fronte a tre mesi di assenza di assistenza sanitaria, è arrivato vicino al collasso. Da dicembre uno sciopero ha coinvolto almeno 5.000 medici dopo molteplici tentativi di raggiungere un compromesso con il Ministero della Salute. Lo sciopero è arrivato nel bel mezzo delle feroci critiche al governo dell’attuale presidente Uhuru Kenyatta, che cerca la rielezione nel prossimo mese di agosto.

Strumenti e equipaggiamenti carenti o danneggiati, insufficienza di personale medico specialistico, bassi salari per inaccettabili orari di lavoro: questi solo alcuni dei motivi per cui, per mesi, si è trascinato lo sciopero. In una grave situazione di stallo, medici militari sono stati arruolati negli ospedali pubblici del Paese per cercare di ridurre i disagi.

Tra lunghi e dispendiosi viaggi per raggiungere gli ospedali maggiori del Paese, in parte funzionanti, e procedure costose, in assenza di copertura assicurativa sanitaria, la gente dei distretti kenyani più poveri è stata costretta a rinunciare alle cure. Circa 2.500 strutture sanitarie pubbliche sono state colpite dallo sciopero e decine di malati sono morti durante l’astensione dal lavoro del personale medico, visto che la maggior parte dei kenyani non può permettersi assistenza sanitaria privata.

Ma quali erano davvero le condizioni di lavoro offerte agli operatori sanitari pubblici in Kenya? Gli stipendi netti di medici nuovi assunti erano uguali al 58% del PIL pro-capite rispetto per esempio all’86% in Malawi, al 116% in Zimbabwe e al 154% nella Repubblica Democratica del Congo, secondo i dati della Banca Mondiale. Oltre alla misera retribuzione, la maggior parte delle strutture sanitarie sono ancora gravemente sotto organico, costringendo i lavoratori a lunghe turnazioni e in più in strutture inadeguate.

Nessuna offerta per trattenere gli operatori sanitari a rimanere nel proprio Paese e nessun vantaggio a chi si offre di lavorare nelle ardue condizioni delle zone rurali. Dopo quattro lunghi anni di richieste, funzionari di governo e rappresentanti sindacali sono dunque arrivati ad un accordo per una più equa retribuzione e un legale orario di lavoro.

Lo stipendio medio di un medico kenyano nelle strutture pubbliche era solo tra i 400 e gli 850 dollari al mese. Il nuovo contratto collettivo prevede un aumento di stipendio tra i 500 e i 700 dollari. I medici, che prima erano costretti a rientrare in ospedale senza turni né orari, ora lavoreranno 40 ore a settimana e sarà loro riconosciuta ogni ora di lavoro straordinario.

Le condizioni di lavoro aberranti nel settore della sanità pubblica, gli alti rischi per la salute pubblica, le fatiscenti strutture sanitarie pubbliche, la mancanza di attrezzature di base per gli ospedali periferici e la totale assenza di fondi per la ricerca, mostrano la crisi del settore sanitario del governo Kenyatta. Dal decentramento dei servizi sanitari, dal governo centrale ai governi di contea, nel 2013, ci sono stati più di due dozzine di scioperi.

La scarsa gestione delle risorse umane nelle contee, i ritardi nei pagamenti degli stipendi, la mancanza di materiali e farmaci, la mancanza di strutture adeguate per alcune specialità mediche e chirurgiche, l’impossibile progressione di carriera e i ritardi nella formazione, sono stati per anni i punti centrali delle proteste. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Terminato lo sciopero della sanità” di Federica Iezzi

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Kenya pronto a chiudere campi e a cacciare via centinaia di migliaia di profughi

Nena News Agency – 19/05/2016

Dietro questa sempre più probabile decisione ci sono presunte ‘ragioni di sicurezza’ legate alle attività terroristiche del gruppo al-Shabaab. Il passo avrebbe conseguenze umanitarie devastanti 

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di Federica Iezzi

Nairobi, 19 maggio 2016, Nena News Il governo kenyano sta discutendo la possibilità di chiudere i campi profughi di Dadaab e Kakuma entro un anno e rinviare centinaia di migliaia di rifugiati indietro in Paesi dilaniati da guerre e carestie o in Paesi terzi per il reinsediamento.

Un piano già denunciato da gruppi umanitari e dei diritti umani come imprudente, illegale e di dubbia efficacia.

Al momento rimandata la decisione sul campo di Kakuma, nel distretto di Turkana, che ospita circa 200.000 rifugiati dal Sud Sudan. Attualmente ogni giorno 70-100 richiedenti asilo entrano in Kenya dal Sud Sudan, ma nessuno può essere registrato e spostato nel campo di Kakuma.

Invece, la soluzione per proteggere la sicurezza del Paese, dopo una serie di attacchi terroristici da parte dei jihadisti somali di al-Shabaab, secondo il governo di Uhuru Kenyatta, sarebbe quella di chiudere la rete di campi di Dadaab, che per 25 anni ha dato accoglienza a 330.000 rifugiati, in gran parte somali.

Il Ministro degli Interni kenyano, Joseph Ole Nkaissery, in un recente comunicato ha ribadito che i combattenti di al-Shabaab continuano ad utilizzare i più di 50 chilometri quadrati sull’arido confine somalo-kenyano, del campo di Dadaab, come base per il contrabbando di armi.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati sostiene che la chiusura di uno o entrambi i campi potrebbe avere conseguenze umanitarie devastanti. Potrebbe inoltre non essere possibile forzare civili oltre confine, in Paesi in cui si continua a combattere.

Human Rights Watch teme che il governo kenyano per svuotare i campi ricorra ad abusi, molestie, violenze e detenzioni arbitrarie, come già successe nel 2013, quando 55 mila rifugiati furono costretti ad abbandonare aree urbane per essere trasferiti in campi profughi.

Si teme anche che la polizia sfrutterà la minaccia di espulsione, intensificando gli arresti tra i rifugiati e le richieste di tangenti per evitare l’arresto.

Il Kenya sarebbe disposto a indietreggiare se ricevesse più sostegno internazionale? Già l’anno scorso, dal Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, la distribuzione di razioni alimentari si era ridotta del 30%.

E se le Nazioni Unite rinnovassero il mandato in scadenza a 3.500 soldati kenyani attualmente facenti parte della forza dell’Unione Africana in Somalia?

Intanto il governo di Kenyatta avrebbe già impostato una linea temporale e un bilancio di 10 milioni di dollari che lascerebbe in un limbo amministrativo i rifugiati e le organizzazioni umanitarie che lavorano per loro.

Secondo il Ministero degli Interni kenyano il primo gruppo di rifugiati lascerebbe Dadaab entro il prossimo novembre, e il campo verrebbe  completamente chiuso entro il mese di maggio, contro ogni principio del diritto umanitario internazionale.

Dadaab ospita intere generazioni di famiglie somale, fuggite dalla sanguinosa guerra civile scoppiata nel 1991. Nonostante le restrizioni severe l’attività economica nel campo è impressionante, circa 14 milioni di dollari all’anno entrano nelle casse kenyane dalle imprese gestite dai rifugiati. E solo una piccola frazione dei costi di gestione di Dadaab proviene dal Ministero dell’Interno del Kenya.

L’esecutivo di Nairobi comunica ufficialmente anche la chiusura del Dipartimento per gli Affari dei Rifugiati, da cui dipendono i permessi dei rifugiati per potersi muovere all’interno del Paese, gli spostamenti per le cure mediche, le certificazioni per il lavoro.

La sconsiderata decisione da parte del governo del Kenya potrebbe portare al ritorno involontario di migliaia di rifugiati nei Paesi di origine, dove la vita rimane costantemente in pericolo, o peggio potrebbe alimentare il fiorente mercato dei trafficanti.

Riapparsa in queste settimane è infatti la ‘rotta egiziana’. Sempre più numerose le partenze dei rifugiati dai porti egiziani di Alessandria d’Egitto e Port Said verso le coste europee. Nena News

Nena News Agency “Kenya pronto a chiudere campi e a cacciare via centinaia di migliaia di profughi” di Federica Iezzi

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