MEDIO ORIENTE. Da rifugiate a spose bambine

Nena News Agency – 09/08/2017

In crescita esponenziale i matrimoni precoci che coinvolgono minorenni siriane fuggite dalla guerra. Dietro simili scelte, stanno povertà e miseria nei paesi di accoglienza

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di Federica Iezzi

Roma, 9 agosto 2017, Nena News – Il matrimonio tra adolescenti è in aumento tra i profughi siriani e le giovani ragazze rifugiate sono oggi il più pericoloso target. Sempre più spesso le famiglie rifugiate non hanno il diritto di lavorare nei paesi di accoglienza e, di fronte a situazioni economiche disperate, il matrimonio con rifugiati di lunga data, diventa una soluzione per ottenere un permesso di soggiorno e di lavoro.

Capofila nella lotta contro le ‘spose bambine’, Save the Children ha identificato Giordania e Libano come i paesi più colpiti da queste nuove pratiche. Turchia e Iraq in coda alla lista.

La storie si sovrappongono. Ragazzine che in Siria frequentavano regolarmente la scuola prima della guerra, che insanguina le strade da ormai sei anni, sono state obbligate ad abbandonare l’infanzia e a sposare cugini o parenti lontani, già parte delle comunità di rifugiati a Zaatari, a nord della Giordania, o nei 12 campi ufficiali libanesi.

Secondo uno studio del 2015 condotto dall’università francese di Saint-Joseph di Beirut, il 23% dei rifugiati siriani si è sposato. Più di un milione di siriani vive in Libano, e più della metà di loro sono figli. In Libano non esiste una legge statale che impedisca i matrimoni tra ragazzini.

In Giordania le cifre mostrano una curva crescente nel tempo. Nel 2011 il 12% dei matrimoni registrati ha coinvolto una ragazza di meno di 18 anni. Questa cifra è salita al 18% nel 2012, al 25% nel 2013 e al 32% all’inizio del 2014. Di tutti i matrimoni registrati in Giordania nel 2013, il 13% ha coinvolto una ragazza con età inferiore ai 18 anni, cifra che è rimasta relativamente consistente nel corso degli ultimi anni. Dunque più di 9.600 giovani ragazze sono state coinvolte in matrimoni precoci.

Il matrimonio tra adolescenti è sempre esistito nelle zone rurali siriane. Il 13% delle ragazze in Siria si sposa ancora prima dei 18 anni di età. L’età legale da matrimonio in Siria è fissato a 17 anni per le ragazze e a 18 per i ragazzi. Tuttavia, i leader religiosi sono nella veste di autorizzare eccezioni.

Ma la guerra ha fatto precipitare le cose. Povertà, disuguaglianza di genere e mancanza di istruzione sono le dirette cause dei matrimoni precoci. Con le famiglie che lottano per pochi dollari al giorno, giovani donne affrontano la prospettiva del matrimonio e della maternità in età molto giovane.

Per rendere le cose ancora peggiori, molti di questi matrimoni sono a breve termine e non vengono ufficialmente registrati, lasciando le ragazze con poca protezione per loro stesse e per i loro figli. Il divorzio per una donna nei campi profughi significa vergogna, additamento e stigmatizzazione senza via d’uscita.

Secondo la recente indagine dell’UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione), l’iscrizione scolastica è diminuita tra le ragazze adolescenti siriane in Giordania e Libano. All’età di 9 anni, oltre il 70% delle ragazze risulta iscritta a scuola, ma già dall’età di 16 anni la percentuale cala a meno del 17%. La scolarizzazione è direttamente correlata con il fenomeno delle ‘spose bambine’, infatti le ragazze con meno istruzione sono anche le più vulnerabili ai matrimoni precoci.

Il matrimonio poi con uomini giordani o libanesi conferisce a queste ragazze il diritto di rivendicare la cittadinanza, consentendo loro di fatto di lasciare gli insediamenti dei rifugiati. È ormai pratica comune utilizzare il matrimonio per ottenere visti d’ingresso per quasi tutti i Paesi del Medio Oriente. Nena News

Nena News Agency “MEDIO ORIENTE. Da rifugiate a spose bambine” di Federica Iezzi

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The Lancet. In Turchia campagna di terrore contro medici e accademici

Nena News Agency – 07/08/2017

Una campagna di terrore e punizione è stata scatenata dal regime di Erdogan contro migliaia di professionisti della sanità e contro gli universitari turchi, denuncia la prestigiosa rivista scientifica britannica

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di Federica Iezzi

Roma, 7 agosto 2017, Nena News – Ad essere oggetto nell’ultima campagna di informazione dell’autorevole rivista scientifica inglese ‘The Lancet’, questa volta sono 207 tra professionisti della sanità, accademici e ricercatori e 25 organizzazioni sanitarie e dei diritti umani nella Turchia di Erdogan. Tra supplementi, edizioni specialistiche e scambi di opinioni internazionali sull’avanguardia del mondo dei camici bianchi, spicca la descrizione della campagna di terrore e punizione contro migliaia di professionisti della sanità e contro gli universitari turchi.

Dopo il tentativo di colpo di stato dello scorso luglio, il governo turco ha imposto nuove e dure misure di sicurezza, che sembrano essere state create per minare la libertà civile e la democrazia. Il licenziamento improvviso e immotivato di decine di migliaia di funzionari pubblici è stato il diretto risvolto.

Come parte di questa crisi, 463 accademici sono stati licenziati arbitrariamente. Tra questi, rileva la rivista medica, 11 sono stati sospesi di recente dal proprio lavoro, azione che precede spesso il licenziamento. Vietati i viaggi fuori dal Paese. Annullati i passaporti. Diffamazione, minacce, atti intimidatori hanno perseguitato questi professionisti. Tra quelli precedentemente licenziati e recentemente sospesi sono numerosi i medici universitari dalla rispettabile reputazione internazionale.

A questo quadro si aggiungono le decine di organizzazioni non governative internazionali sanitarie, verso cui si continuano ad impedire attività in Turchia. L’attacco dello Stato turco alla libertà accademica e alla libertà di parola è parte di un più ampio attacco alla democrazia già dettagliatamente raccontato da Amnesty International.

Tutto inizia quando all’inizio dello scorso anno, più di 2000 rappresentanti universitari e della cultura turca aderiscono alla campagna ‘Academics for Peace’, che chiedeva l’avvio di colloqui di pace tra il governo turco e le organizzazioni curde, e la presenza di osservatori internazionali nelle aree di conflitto.

L’operazione di pulizia ha visto il licenziamento da allora di almeno 5000 autorità universitarie.

Il Turkish Higher Education Council e il Scientific and Technological Research Council of Turkey, istituzioni ufficiali della scienza turca, sono oggi amministrati da fedeli sostenitori di Erdogan. Le due dirette conseguenza della campagna di terrore instaurata dalla “democratica” Turchia, ombreggiano pericolose.

La prima, spiega ‘The Lancet’, è che l’adozione di leggi e politiche che penalizzano la fornitura di cure mediche a persone che ‘sfidano’ autorità statali, come i manifestanti politici, impediscono di fatto agli operatori sanitari di fornire servizi, a causa della paura di incorrere in un eventuale processo penale. La seconda è che la sanzione legata a questo tipo di politica, scoraggia la popolazione a cercare servizi sanitari, a causa della paura di essere sospettati nel coinvolgimento di proteste.

Esempio calzante è la famosa rivolta del 2013 al Gezi Park. Il regime di Erdogan, contro cui i dissensi erano rivolti, ha obbligatoriamente richiesto al personale medico di segnalare i nomi dei manifestanti feriti e dello stesso staff sanitario, dati successivamente utilizzati per arrestare arbitrariamente i manifestanti e i medici di emergenza.

La protesta su ‘The Lancet’ segue, a distanza di anni, una simile iniziativa presa da un’altra tra le più accreditate riviste del mondo scientifico, il ‘British Medical Journal’, che nel 2013 si opponeva fortemente alle violazioni della neutralità medica in Turchia. Nena News

Nena News Agency “The Lancet. In Turchia campagna di terrore contro medici e accademici” di Federica Iezzi

The Lancet “Defending academic and medical independence in Turkey”

British Medical Journal “Attacks on medical personnel in Turkey”

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SIRIA. Manbij è finalmente libera

Nena News Agency – 09/08/2016

L’operazione delle Forze Democratiche Siriane, guidate dai kurdi dell’YPG, si è conclusa: la città al confine con la Turchia, è libera dall’assedio ISIS. Ora si aprono le discussioni sul suo futuro politico

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di Federica Iezzi

Roma, 9 agosto 2016, Nena News – E’ arrivata alla conclusione l’Operation Martyr o Commander Faysal Abu Layla, nella città di Manbij, ultima roccaforte dell’ISIS, a nord del governatorato di Aleppo. Ancora in mano ai combattenti dello Stato Islamico il quartiere di al-Sirb, ma sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane (SDF) sono, invece, l’Ihyati Bakery, il mercato centrale e i quartieri di Bazaar, Sheikh Eqil, al-Naimi e al-Kajli.

Le SDF sono entrate nel centro storico della città, dopo le incursioni di gran parte delle zone orientali, occidentali e meridionali. Liberati dall’oppressione dell’ISIS anche i villaggi della Sajur River area, nei pressi della stessa Manbij. La posizione strategica al confine con la Turchia e sulla via per la città di al-Raqqa, ha reso Manbij per più di due anni punto di passaggio di rifornimenti e di movimento di armi e di uomini per lo Stato Islamico. Insieme a al-Bab e Jarabulus, Manbij è stato uno dei tre principali centri di riferimento dell’ISIS nel nord della Siria.

I combattenti delle Forze Democratiche Siriane, appoggiate dalla coalizione a guida USA e dalle milizie curde dell’YPG (Unità di Protezione Popolare), hanno lanciato a fine maggio una campagna per riprendere il controllo della città. Pesanti combattimenti, più di 600 raid aerei e 2.300 decessi, nelle ultime sei settimane, hanno segnato la cittadina.

L’assalto finale da parte dell’SDF è iniziato lo scorso venerdì, a partire dalla parte ovest della città, dopo settimane di sbarramento alle vie di rifornimento. Sono fuggiti dalla città circa 6.000 civili durante i combattimenti. Il portavoce ufficiale dell’SDF ha annunciato la liberazione di almeno 3.000 civili dall’enclave di Manbij, dopo l’occupazione dell’al-Jazeera road, che collega i due lati della città. Salgono così a 40.000 i civili liberati nell’intera area.

Dopo la perdita del controllo su Tel Abyad durante lo scorso marzo, con Manbij per l’ISIS svanisce un altro importante centro strategico sul confine turco-siriano. Solo due giorni fa centinaia di civili, così come alcuni combattenti dell’opposizione, hanno iniziato a utilizzare l’apertura di un nuovo corridoio umanitario per lasciare la città.

Decine di famiglie sono attualmente confluite nell’area di Abu Qalqal, controllata dall SDF, a pochi chilometri dalla diga di Teshreen sul fiume Eufrate. Ancora gravi le carenze alimentari e scadenti le condizioni di salute. E si stima che ancora circa 320.000 persone siano sotto assedio nell’area di Aleppo.

Hanno avuto già inizio le discussioni sul futuro sistema politico di Manbij. Una delle opzioni più dibattute è quella di entrare nel sistema federale curdo del Rojava. Primi tra i probemi: coordinare gli aiuti umanitari, supervisionare la ricostruzione e sostenere le forze di sicurezza. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Manbij è finalmente libera” di Federica Iezzi

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Tra due fuochi, nel fango di Afrin

Il Manifesto – 25 febbraio 2016

REPORTAGE

Maledetta guerra. Reportage dalla Siria settentrionale, dove migliaia di sfollati cercano scampo dai raid russi su Aleppo e dai cannoni turchi che martellano villaggi e quartieri curdi per proteggere al-Nusra. Il dramma dei bambini senza infanzia in un conflitto senza vinti né vincitori

Robar camp #8

di Federica Iezzi

Afrin (Siria) – Cambiano i nomi delle città, le strade seguite, le terre raggiunte. Rimane costante la fuga di civili stanchi e rassegnati, il flusso di rifugiati, i volti terrorizzati di bambini senza infanzia. Questa è la volta di Afrin, una città della regione curda della Siria settentrionale.

A nord-ovest della provincia di Aleppo, nel più occidentale dei quattro cantoni che compongono il Rojava, continuano a riversarsi migliaia di civili sfollati che cercano salvezza dai bombardamenti su Aleppo.

Ancora 200 mila civili sono rimasti intrappolati nei quartieri orientali di Aleppo, dove l’intensificarsi dei combattimenti ha spezzato le principali vie per l’ingresso di aiuti umanitari. Colpiti i quartieri di Ashrafia, Bani Zaid e Bustan al-Qasr, ultimi siti di passaggio tra i cecchini ribelli e le forze governative.

«Vedo la mia città morta» ci dice Layal, una giovane donna in fuga dal quartiere di al-Shaar di Aleppo.

Valichi chiusi da dieci mesi

Centinaia di raid aerei russi sul nord-ovest della campagna di Aleppo, sostengono senza sosta le forze filo-governative che operano sul terreno. La fuga di altri 100.000 civili sembra non avere scampo tra attacchi aerei e di terra. La scelta è tra la strada 214, verso ovest, fino all’énclâve curda di Afrin, o i valichi turchi verso nord.

Migliaia di rifugiati sono rimasti ammassati per giorni a ridosso degli unici due valichi ufficiali con la Siria, quello di Cilvegözü/Bab al-Hawa, nei pressi della città turca di Reyhantlt, a circa trenta chilometri a est di Ankara, e quello diBab al-Salama, nei pressi di Kilis, a circa di 50 chilometri a sud-est di Gaziantep.

I valichi tra Siria e Turchia sono chiusi da almeno dieci mesi. L’accesso in Turchia è permesso solo per cure mediche, solo a rifugiati con lesioni gravi. A tutti gli altri è stato rifiutato l’ingresso, lasciando anziani e bambini in condizioni critiche, al di fuori dei cancelli e delle reti di filo spinato che indicano il confine turco.

L’ennesimo esodo di massa

Campi spontanei dalle tende fatiscenti e carri armati turchi fanno da quadro all’ennesima migrazione forzata di massa.
Layal ci racconta che dopo giorni rimasta ferma con la sua famiglia fuori dal valico che separa la sua terra da Kilis, ha camminato a piedi, con sua figlia in braccio, per più di trenta chilometri verso Afrin. È stata accolta nel campo rifugiati di Robar e ci dice: «Sto cercando di ottenere ancora una tenda per ripararmi dalla pioggia sempre più intensa di questi giorni. Fino ad ora ho dormito per terra, su vecchi e freddi materassi».

Incessanti i bombardamenti da parte dell’esercito turco, nel disperato tentativo di proteggere le postazioni del Fronte al-Nusra e i salafiti di Ahrar al-Sham, sui quartieri residenziali della città curda di Afrin e sui villaggi limitrofi di Deir Ballout, Hammam, Firera, Hasna, Sanar e Hakjeh, nel nord-ovest della Siria.

L’esercito di Ankara sta bombardato con artiglieria pesante i villaggi sotto il controllo curdo di Menagh, Miremin, Malkiyah, Meranaz, Tannab e Kashtaar, nell’area della città siriana di Azaz.

E prosegue l’avanzata dei combattenti curdi dell’Unità di Protezione Popolare, alleati al gruppo ribelle Jaysh al-Thuwar, costola dell’Esercito Siriano Libero, dal cantone del Rojava di Afrin, verso est. Liberata la città di Azaz dai jihadisti di Jabhat al-Nusra.

Rimangono protetti dalle forze curde dell’YPG, i villaggi di Deir Jamal, Mar’anaz, Ayn Daqna, Kafr Naya, Kafr Khasher, Shayk Isa e Tal Rifaat, a nord di Aleppo, tagliando l’ultima linea di rifornimento che collegava la Turchia ai ribelli islamisti.
Sotto la difesa dell’ala militare del Partito dell’Unione Democratica curdo, il campo di Robar è diventato un rifugio sicuro per le famiglie siriane distrutte dalle conseguenze di una guerra senza vinti né vincitori.

Il Paese ormai è tutto così

Layal ci racconta che sente le esplosioni e vede i caccia sorvolare i cieli grigi: «Camminavo tra gli ulivi per raggiungere Afrin, senza mai smettere di guardare quegli aerei militari sopra la mia testa. Sapevo che dietro di me lasciavo bombardamenti e morte. E sapevo che davanti a me avrei trovato la stessa cosa. Perché la Siria ormai è tutta così».

Da più di una settimana non si ferma il flusso di rifugiati che cerca pace. Circondati da materassi, teli di plastica e tappeti. L’YPG, in assenza di organizzazioni umanitarie internazionali, ha predisposto un piano di accoglienza, mettendo a disposizione mezzi di trasporto, coperte, medicine e riparo negli edifici scolastici e nelle tende che si moltiplicano ora dopo ora.

Tajdin, viso gentile e un’arma in mano puntata verso terra, combatte nell’YPG. «tiamo cercando di fornire assistenza di base – tacconta – ma non è sufficiente. Arrivano tante famiglie con figli piccoli, senza coperte e senza acqua da bere».

Le tende non bastano

Quasi 2.000 le famiglie giunte nel campo rifugiati di Robar, nella regione di Sherawa, nella parte orientale della città di Afrin, in poco meno di una settimana. «Abbiamo poche tende per l’imprevisto afflusso di civili. La maggior parte di loro dorme ancora per terra», continua Tajdin.

I tendoni sono in cattive condizioni, gli impianti idrici limitati, le strutture sanitarie assenti, i servizi igienici incompleti senza sistema fognario. L’acqua potabile arriva da pozzi artesiani costruiti ai margini del campo. Non è invece disponibile energia elettrica per tutte le tende, nei 35 chilometri quadrati di campo.

Il personale sanitario della Mezzaluna Rossa siriana monitora le condizioni di salute nel campo per mezzo di una modesta clinica mobile. Si riescono a gestire agevolmente infezioni respiratorie e gastrointestinali, patologie croniche e traumi contenuti. Per i casi più gravi si fa riferimento all’Afrin hospital, a circa 30 chilometri dal campo, in cui accedono 700 persone al giorno.

Continua la distribuzione di vitamine e addensanti per i casi di malnutrizione, in bambini di età inferiore ai sei mesi. Si fa fatica a garantire una corretta alimentazione a tutti. Distribuiti anche vestiti a neonati e ragazzini.

Campo inizialmente progettato per ospitare al massimo 15 mila sfollati in cinque ettari di terreno, oggi il Robar camp ne ospita almeno 10 mila in più. E l’accoglienza diventa ogni giorno una questione più impegnativa.

Invisibili sulle mappe

Per questo migliaia di profughi vivono in campi spontanei nell’area attorno al villaggio di Raju, nel governatorato di Aleppo. I bambini giocano tra tende di fortuna, legno ricoperto di plastica, cartone e vecchi tappeti. Ogni insediamento, assente nelle cartine geografiche e negli itinerari delle organizzazioni umanitarie, ospita un centinaio di persone.

La crescita esponenziale del numero di campi spontanei rende difficile una distribuzione efficace di servizi e aiuti. Sono spesso collocati in aree rurali inaccessibili. Mancano riscaldamento, acqua e servizi igienici. Quando piove, l’interno delle tende si trasforma in stagni di acqua e fango, nonostante i sacchi di sabbia stipati come protezione.
Tajdin ci racconta che è anche difficile garantire la sicurezza nei campi informali: «Non hanno recinzioni e chiunque può accedere senza alcun permesso».

I colpi di arma da fuoco sono la compagnia quotidiana. Il fumo e la polvere sono quello che resta del panorama. Il grigiore del cielo e le scarpe infangate sono la terra su cui si vive.

Il Manifesto 25/02/2016 “Tra due fuochi, nel fango di Afrin” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “REPORTAGE. Siria, profughi tra due fuochi nel fango di Afrin” – di Federica Iezzi

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SIRIA. I kurdi accolgono i rifugiati di Aleppo

Nena News Agency – 12 febbraio 2016

Oltre 10mila civili hanno raggiunto Afrin: le YPG cercano di fornire sicurezza, tende, cibo e servizi medici ma materiali e attrezzature scarseggiano. FOTO

Robar camp #2

di Federica Iezzi 

Afrin (Siria), 12 febbraio 2016, Nena News – Nella città di Afrin, nella regione autonoma curda di Rojava, il Kurdistan occidentale, sono arrivati più di 10.000 rifugiati siriani in fuga dai combattimenti di Aleppo. Situato nell’angolo nord-ovest della provincia di Aleppo, Afrin è il più occidentale dei quattro cantoni che compongono il Rojava, una fascia di territori curdi nel nord della Siria, amministrati dal Partito dell’Unione Democratica.

Al Robar camp, nella regione di Afrin, controllata dall’Unità di Protezione Popolare, sono state trasferite dalla campagna a nord-ovest di Aleppo almeno 2.500 famiglie, dopo il raggiungimento di un accordo tra fazioni dell’opposizione siriana e YPG per l’apertura di un corridoio umanitario tra la città siriana settentrionale di Azaz e Afrin.

Tra i rifugiati ci sono anche centinaia di civili siriani tornati indietro dal valico di Kilis. “Abbiamo aspettato quasi una settimana che le autorità turche aprissero le frontiere a Kilis. È tutto chiuso. Nessuno di noi è passato. Siamo rimasti per giorni sul lato siriano del confine, dormendo solo qualche ora per notte – ci racconta  Layal – Alcuni di noi sono stati distribuiti in scuole e campi nella zona Afrin, mentre altri sono stati spostati nella campagna di Idlib”.

I valichi tra Siria e Turchia sono chiusi da almeno dieci mesi. L’accesso in Turchia è permesso solo per cure mediche, solo a rifugiati con lesioni gravi. A tutti gli altri è stato rifiutato l’ingresso, lasciando anziani e bambini in condizioni critiche, al di fuori dei cancelli e delle reti di filo spinato che indicano il confine turco.

L’Ypg hanno ripreso il controllo del villaggio di Dayr Jamal, nell’area a nord di Aleppo, e il controllo della strada 214 fino a Afrin, così possono continuare a permettere il trasferimento scortato dei rifugiati con autobus. Da circa una settimana i rifugiati si stanno riversando  in questo fazzoletto di terra curda. Tappeti, materassi e sacchi di plastica, circondano le famiglie siriane sfinite da chilometri di cammino.

“Centinaia di raid aerei russi, munizioni a grappolo e missili, come la pioggia, hanno invaso l’aria del quartiere di al-Shaar, controllato dai ribelli, ad Aleppo – continua Layal – Afrin non è bombardata né dai russi, né dal regime, né dall’opposizione”.

Il Comando Generale dell’YPG, ala militare del  Partito dell’Unione Democratica curdo, ha stabilito un piano di accoglienza per i rifugiati provenienti da Aleppo. Le autorità curde stanno fornendo mezzi di trasporto, coperte e medicine. Ma nonostante gli sforzi, gli aiuti non sono sufficienti e molti civili dormono a terra e bevono acqua non potabile. Le razioni alimentari messe a disposizione dal governo del Rojava non riescono a coprire le necessità di base delle decine di migliaia di rifugiati arrivati in meno di 24 ore a Afrin.

Continuano a sorgere nuovi piccoli campi spontanei, attorno al campo ufficiale di Robar. Attivo dal settembre del 2014, a Robar vivono già 30mila sfollati interni, per la maggior parte provenienti dalle città siriane di Homs e Hama. Nei campi spontanei la mancanza di servizi fognari e di servizi di distribuzione di acqua rende le condizioni igieniche drammaticamente scadenti. Materassi, coperte e tende di plastica di fortuna vengono condivisi da più persone. I bambini, malnutriti e a piedi nudi, riempiono le loro lunghe giornate giocando con corde per saltare, sacchi polverosi e pietre.

Nell’Afrin hospital vengono visitate più di 700 persone al giorno, per i casi più gravi bisogna ottenere le autorizzazioni ai trasferimenti in Turchia. Le attrezzature mediche sono limitate e i materiali sanitari scarsi.

Il fronte nel nord di Aleppo è in fiamme, le operazioni militari stanno portando il sistema sanitario già devastato, vicino al collasso, nel distretto Azaz, a circa dieci chilometri dal confine turco. Nelle ultime due settimane, sono stati colpiti dai raid aerei ospedali e piccole strutture sanitarie intorno alla città di Aleppo. Dall’inizio dell’ultima offensiva nella provincia di Aleppo, iniziata circa dieci giorni fa, già 518 persone hanno perso la vita. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. I kurdi accolgono i rifugiati di Aleppo” di Federica Iezzi

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VIDEO. Al valico di Bab al-Salama tra Siria e Turchia

Nena News Agency – 10 febbraio 2016

Nena News alla frontiera dove da giorni si sono ritrovati decine di migliaia di profughi siriani in fuga da Aleppo

di Federica Iezzi

Kilis (Turchia), 10 febbraio 2016, Nena News – Le strade di campagna del nord della Siria che conducono ai confini turchi sono attraversate da una massa confusamente ordinata, silenziosa e sommessa di anziani, donne e uomini, con addosso i resti delle loro vite distrutte. Ognuno di loro trascina un bambino livido, consumato dai brividi di freddo di un rigido febbraio. Ognuno di loro si chiede se potrà mai più tornare nella propria casa.

Ancora una volta dunque decine di migliaia di siriani vengono sradicati dalle loro terre e costretti a fuggire. Almeno 35mila rifugiati siriani sono rimasti bloccati nei pressi del valico di Kilis, al confine con la Turchia, dopo la fuga dall’offensiva del governo siriano, spalleggiato dalla Russia, sulle aree controllate dai ribelli, nella città di Aleppo. 20mila civili sono fermi al passaggio turco-siriano di Bab al-Salam. E altri 70mila sono attesi al valico di Oncupinar, tra il villaggio siriano di Azaz e Kilis.

Mentre i cieli del nord della Siria sono invasi ogni giorno dai bombardieri russi, continua l’assalto delle truppe di terra del governo, sulle aree di Aleppo ancora sotto il controllo dei combattenti dell’opposizione. Almeno 350mila civili sono ancora imprigionati nei quartieri di Aleppo in mano ai ribelli, che sono stati presi di mira nell’offensiva del governo. Già 40mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Nena News

Nena News Agency “VIDEO. Al valico di Bab al-Salama tra Siria e Turchia” – di Federica Iezzi

 

 

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La fuga dei siriani da Aleppo

Nena News Agency – 08 febbraio 2016

In fuga dai combattimenti sanguinosi in corso in città, negli ultimi tre giorni oltre 50.000 civili hanno raggiunto a piedi la città di Kilis al confine con la Turchia. Sempre più vicino, intanto, un accordo per l’apertura di un corridoio umanitario da Azaz (nord-ovest di Aleppo) alla città curda di Afrin

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di Federica Iezzi

Kilis (Turchia), 8 febbraio 2016, Nena News – Migliaia di siriani provenienti dai distretti di Azaz, Tel Rifaat e Hariyatan (nord di Aleppo) lasciano ancora una volta alle spalle le loro terre. Negli ultimi tre giorni oltre 50.000 civili siriani hanno raggiunto a piedi la città di Kilis al confine con la Turchia. E altri 70.000 civili sono attesi nella zona di confine di Oncupinar. Fuggono dalla distruzione, dai massacri, dai combattimenti sanguinosi delle aree di Aleppo controllate dai combattenti dell’opposizione siriana. Dopo più di 300.000 morti, oltre quattro milioni di rifugiati e più di un terzo di siriani sfollati interni, un nuovo tragico capitolo della guerra in Siria sta iniziando sotto gli occhi occidentali attenti, ma impotenti.

Il governo Davutoğlu ha deciso di chiudere tutti i valichi di frontiera ufficiali con la Siria. Quando il numero di profughi siriani residenti in Turchia ha raggiunto il milione e mezzo, Ankara ha deciso di ridurre al minimo l’ingresso dei rifugiati ammessi nel Paese. Fino all’inizio dello scorso marzo, infatti, solo i rifugiati siriani con documenti validi hanno potuto attraversare legalmente il confine turco a Reyhanli e a Oncupinar. L’obiettivo finale della Turchia sembra essere quello di creare una zona di sicurezza nel nord della Siria dove far stazionare i rifugiati.

Joram, un ragazzo di Azaz in fila al valico di Kilis, ci racconta che prima era più facile attraversare illegalmente la frontiera turca. Adesso, però, i chilometri che segnano il confine tra Siria e Turchia sono strettamente pattugliati dalla Jandarma turca. Corrompere la polizia militare di confine per passare la frontiera per vie illegali ora può arrivare a costare oltre 400 dollari. Più di 1.000 persone aspettano le ore notturne nei pressi del villaggio di Shemarin e nell’area di Hawar Kilis con la speranza di poter scavalcare il recinto di filo spinato che separa i due Paesi.

Vanno avanti e prendono concretezza, intanto, gli accordi per l’apertura di un corridoio umanitario per le famiglie di rifugiati siriani dal villaggio di Azaz (a nord-ovest di Aleppo) alla città curda di Afrin. Una parte di rifugiati, invece, troverà riparo nella martoriata città di Idlib sotto la protezione dell’Unità di Protezione Popolare curda.

Continuano senza sosta gli scontri tra esercito governativo e fazioni dell’opposizione nelle zone di Khan Tuman (a sud di Aleppo), a Sheikh Ahmed (a est della città) e a Ratyan, Huraytan, Bashkoy, Azaz e Menagh a nord. Scontri anche nella campagna curda di Afrin tra combattenti dell’Unità di Protezione Popolare e l’esercito di al-Assad. Le incursioni aeree russe non si fermano nelle città di Bayanoun, Hayan e Menneg a nord di Aleppo.

“La distruzione di Aleppo è straziante” ci dice Qamar, una donna sulla quarantina con i nipoti infreddoliti al seguito. “Pietre, legno e vetro – dove una volta si posavano fortezze, musei, scuole strade eleganti e case, chiese e moschee – ora odorano di polvere da sparo e assomigliano sempre di più a gocce di memorie lontane”. Continua lo spopolamento a chiazza d’olio di una città che è stata abitata per millenni. Altre 40.000 persone si uniscono così all’esodo da Aleppo. E 350.000 civili rimangono intrappolati al buio delle case demolite dai razzi russi o dai mortai di al-Nusra [ramo siriano di al-Qa’eda, ndr].

Campi di fortuna vengono allestiti velocemente in terra siriana al confine turco-siriano nei pressi di Kilis. Solo qualche palo di acciaio sostiene i teli di plastica necessari per ripararsi dall’umidità e dalla pioggia. Mancano acqua, corrente elettrica, cibo, vestiti e coperte per le rigide temperature notturne.

Secondo il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, 5.000 siriani sarebbero entrati in Turchia attraverso Kilis. Altri 50.000 sono invece bloccati al confine. Anche sul lato siriano dei valichi di Bab al-Hawa e Bab al-Salam tende di plastica strappate e sporche colorano l’aria grigia. La Croce Rossa Internazionale e le Nazioni Unite hanno iniziato a distribuire cibo e coperte, ma gli aiuti umanitari non sono ancora sufficienti per coprire i dieci campi profughi ammassati sul lato siriano del confine in cui vivono attualmente più di 70.000 persone.

Nena News Agency “La fuga dei siriani di Aleppo” – di Federica Iezzi

 

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TURCHIA. Cizre, una vita sotto assedio

Nena News Agency – 30 gennaio 2016

Ospedali al collasso, telecomunicazioni bloccate, scuole trasformate in caserme militari turche: la campagna anti-curda di Ankara sta soffocando i civili 

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di Federica Iezzi

Cizre (Turchia), 30 gennaio 2016, Nena News – Carri armati turchi continuano assidui bombardamenti sulla città sud-orientale di Cizre e il quartiere di Sur, a Diyarbakir, contro il braccio armato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan.

I particolari sull’assedio da parte della stampa turca sono scarsi, mentre restano quasi interamente inosservate a livello internazionale le effettive condizioni delle popolazioni curde a Cizre, nella provincia di Şirnak, e nel distretto di Sur, punto di contatto tra Turchia, Siria e Iraq. Il primo ministro turco, Ahmet Davutoğlu descrive gli scontri tra esercito governativo e PKK come ‘una lotta contro il terrorismo’. Per l’opposizione turca gli scontri invece sarebbero parte integrante di una campagna più ampia per diminuire sostegno ai partiti politici curdi e tagliare il vigore dei partiti filocurdi in parlamento.

Limitati ragguagli provengono da fonti curde: almeno 711 combattenti curdi e 170 civili, tra cui 39 bambini, sono stati uccisi da fine luglio nelle città di Cizre, Silopi e Sur; più di 140 feriti nell’ultimo mese; centinaia gli abitanti fuggiti dall’area di Diyarbakir. Una cintura di carri armati segna il perimetro della città di Cizre e i giorni di coprifuoco, sono saliti a 150, cresciuti di intensità e frequenza ormai dalla scorsa estate. Ad oggi sono 19 le città con coprifuoco.

Secondo quanto dichiarato da Amnesty International in un rapporto recente, le lunghe settimane di coprifuoco continuano a mettere in pericolo le vite di più di 200.000 persone, rimaste senza elettricità, con carenza di acqua e con difficoltà ad accedere a cibo e cure mediche. Instabili le linee telefoniche mobili. L’escalation si è avuta a dicembre con poca o nessuna interruzione del coprifuoco a Cizre, Nusaybin, Sur e Silopi. Secondo le autorità turche è ‘finalizzato a proteggere i civili in mezzo a scontri quasi quotidiani’. Ma sono stati distrutti decine di edifici storici, scuole e centri sociali dai 10.000 soldati turchi e carri armati introdotti per rafforzare il corpo di polizia.

“La mia scuola elementare nel quartiere di Yafes a Cizre è stata presa di mira da bombe molotov”, ci racconta un’anziana insegnante curda. I violenti combattimenti hanno lasciato nelle città cartucce di kalashnikov, rifiuti per le strade, avvilenti buchi sulle pareti delle case. Tra trincee e barricate, gli abitanti hanno seppellito decine di vittime che giacevano esangui sulle strade.

Mentre l’assedio militare e gli attacchi nel Kurdistan turco si intensificano, la popolazione turca affronta una nuova ondata di repressione, dagli arresti arbitrari, violenze, punizioni collettive, pressioni politiche e sociali, alle sparizioni forzate. I curdi costituiscono circa un quinto della popolazione della Turchia.

I giovani combattenti del PKK con l’aiuto dei residenti delle città assediate hanno costruito muri di sabbia all’ingresso di ogni quartiere, lungo le strade, lenzuola sono stese a protezione dai colpi dei cecchini, appostati sui tetti dei più alti edifici. Strade in frantumi assomigliano sempre di più a città devastate dalla guerra.

Con l’accesso all’ospedale della città di Cizre tagliato fuori, anche le lesioni più banali si trasformano facilmente in fatali. Ogni strada per e da Cizre è stata bloccata dalle forze di sicurezza turche. Non solo i civili non hanno il permesso di entrare e uscire dalla città, ma hanno l’obbligo di non stazionare sui loro balconi e non sedersi davanti alle finestre delle proprie case. Nei negozi, distrutti dopo giorni di assedio, le scorte di cibo sono scarse, in particolare mancano latte e pane.

“Per mesi, le forze armate turche hanno utilizzato gli ospedali e le scuole come quartieri militari”, ci dice Arif, arrestato durante una manifestazione lungo le strade di Sur e rilasciato dopo insulti e maltrattamenti. Continua “Dietro la definizione geografica di Kurdistan si nasconde uno dei luoghi più ricchi di petrolio al mondo”. Nena News

Nena News Agency 30.01.2016 “TURCHIA. Cizre, una vita sotto assedio” di Federica Iezzi

 

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Dal fronte al porto. I fantasmi di Mersin

Il Manifesto – 27/01/2015

Migranti. Sulla strada che conduce in Turchia (e oltre) chi fugge dall’orrore della guerra in Siria. La città dell’Anatolia meridionale è diventata uno dei principali punti di imbarco per migliaia di siriani che vogliono raggiungere l’Europa. Da qui prendono il mare vecchi mercantili senza pilota, stracarichi di disperati. L’ultimo business delle organizzazioni criminali che si arricchiscono con il traffico di uomini 

Mersin (Turchia) - Il porto di Mersin

Mersin (Turchia) – Il porto di Mersin

Reportage di Federica Iezzi*

Mersin (Turchia) 26/01/2015 – Non c’è più car­bone da bru­ciare nella tenda di Adnan B., che vive con la sua fami­glia nell’area attorno ad al-Raqqa, roc­ca­forte siriana dell’Isis. Sabeen, sua moglie, rac­co­glie senza fer­marsi le poche cose accu­mu­late in due anni. Coperte e vestiti per i cin­que figli, il più pic­colo, Firas, di soli 3 mesi. Adnan dice che pre­sto pro­ve­ranno ad attra­ver­sare la porta turco-siriana a Kilis. «Lì è più facile. 75 dol­lari a testa e i poli­ziotti tur­chi ti fanno entrare, senza fare domande». Poi in auto­bus fino alla città por­tuale turca di Mer­sin. Nei din­torni di Tar­tus li aspet­tano con i docu­menti e la pro­messa dei posti sul mercantile.

Adnan rac­conta che ha lavo­rato nelle raf­fi­ne­rie di petro­lio in mano allo Stato Isla­mico, a sud di al-Raqqa. I due figli più grandi hanno lasciato una scuola che non c’è più. Rac­col­gono pla­stica e allu­mi­nio sulle strade. Uno dei lavori più quo­tati tra i gio­va­nis­simi. «È in que­sto modo che siamo riu­sciti a met­tere da parte un po’ di soldi. Voglio che i miei figli stu­dino, così come ho fatto io nella mia Homs».

È così che ha ini­zio il lungo cam­mino di cen­ti­naia di rifu­giati siriani.

Seguiamo fino a Mer­sin sulla pol­ve­rosa D400, decine di camion cari­chi di merci, che ci tra­sci­nano age­vol­mente fino all’entrata del porto com­mer­ciale. Alti can­celli ne dise­gnano il peri­me­tro. Nes­suno, al di fuori delle merci, entra se non con per­messi o dopo ore di per­sua­sivi col­lo­qui, con la poli­zia che vigila i movi­menti. Al di fuori, un lun­go­mare albe­rato e ben curato sem­bra nascon­dere vite e desi­deri. Le voci dai mer­can­tili con­fer­mano i dati dell’Alto Com­mis­sa­riato delle Nazioni Unite per i Rifu­giati: da Mer­sin sono par­tite navi fan­ta­sma che hanno tra­spor­tato una parte dei 170 mila migranti arri­vati in Ita­lia negli ultimi 14 mesi. Il nuovo gioco dei traf­fi­canti è uti­liz­zare imbar­ca­zioni senza con­du­cente, su nuove rotte che pun­tano verso l’Europa. Ogni set­ti­mana si ripete lo stesso dramma della Blue Sky e della Eza­deen: navi uti­liz­zate per il tra­sporto di bestiame, inter­cet­tate dalle marine euro­pee, con la stiva carica di almeno 700 anime, in fuga dall’orrore della guerra in Siria.
Un gruppo di uomini siriani ormai da anni resi­denti in Tur­chia rife­ri­sce che Guven H., un turco di Tar­sus, fino a qual­che mese fa pia­ni­fi­cava le infi­nite tra­ver­sate a bordo di gom­moni e bar­che da pesca, fino alle coste senza legge della Libia, per siriani, afghani, paki­stani e ira­cheni. Oggi l’obiettivo è l’Europa.

In un quar­tiere non lon­tano dal lun­go­mare di Mer­sin, un’intera strada è fian­cheg­giata da sta­bi­li­menti diretti da siriani, che sono riu­sciti ad attra­ver­sare il con­fine di Mur­sit­pi­nar. Negozi di bar­bieri, generi ali­men­tari, risto­ranti, bar e ele­ganti edi­fici che ospi­tano scuole pri­vate e cen­tri comu­ni­tari. La stanza dove riceve Guven è lì.
Oggi per­so­naggi come Guven hanno uffici non molto lon­tani dal porto com­mer­ciale di Mer­sin. La chia­mano «zona dei grandi con­tai­ner». È al di là della strada del porto. Ed è qui che i siriani aspet­tano le pros­sime par­tenze. In alloggi di for­tuna, man­giando quello che tro­vano e dor­mendo su coperte ripo­ste disor­di­na­ta­mente, nei sac­chi che tra­spor­tano come bagagli.

Vicino i can­celli, pre­si­diati dalla poli­zia di fron­tiera turca, un siriano curdo di Kobane man­gia dolci fritti presi da un ambu­lante. È lui il con­tatto tra i rifu­giati siriani e il turco che orga­nizza i viaggi in mare nei mer­can­tili. Gli chie­diamo quando parte la pros­sima nave con i pro­fu­ghi siriani che va in Ita­lia. Risponde in un arabo sten­tato che non ci sono navi che vanno esclu­si­va­mente in Ita­lia, per­ché dai mer­can­tili le pic­cole imbar­ca­zioni ven­gono lasciate in mare e la rotta la deci­dono le onde. Non c’è chi conduce.

Qual è il prezzo che un bam­bino siriano deve pagare per scap­pare dalle bombe? E i docu­menti? Daman L., il curdo siriano di Kobane ci dice che «il viag­gio costa 4000 dol­lari e i bam­bini non pagano». Per i docu­menti il ser­vi­zio è com­pleto: i pas­sa­porti li pre­pa­rano loro per poco più di 1000 dol­lari. Gli chie­diamo ogni quanto tempo le navi par­tono. Ci risponde «Sem­pre». Nor­mal­mente i rifu­giati ven­gono tra­spor­tati attra­verso vec­chie chiatte sui grossi mer­can­tili, ormeg­giati a Mer­sin. Pos­sono aspet­tare lì anche giorni prima di sal­pare. Biso­gna arri­vare al numero giu­sto di per­sone per par­tire, altri­menti per i con­trab­ban­dieri di esseri umani le spese diven­tano troppe, rispetto alle entrate. E qual è que­sto numero giu­sto? «400–500». Per giorni la stiva della nave dun­que diventa una casa per i profughi.Vicino i can­celli, pre­si­diati dalla poli­zia di fron­tiera turca, un siriano curdo di Kobane man­gia dolci fritti presi da un ambu­lante. È lui il con­tatto tra i rifu­giati siriani e il turco che orga­nizza i viaggi in mare nei mer­can­tili. Gli chie­diamo quando parte la pros­sima nave con i pro­fu­ghi siriani che va in Ita­lia. Risponde in un arabo sten­tato che non ci sono navi che vanno esclu­si­va­mente in Ita­lia, per­ché dai mer­can­tili le pic­cole imbar­ca­zioni ven­gono lasciate in mare e la rotta la deci­dono le onde. Non c’è chi conduce.

Gli accordi sono che una volta entrati nelle acque ter­ri­to­riali di un Paese, il capi­tano e l’equipaggio del mer­can­tile siano tenuti a con­tat­tare le auto­rità della Marina locale, con una chia­mata di emer­genza, e poi deb­bano abban­do­nare l’imbarcazione carica di pro­fu­ghi alla deriva, con il pilota auto­ma­tico. Da quel momento non se ne curano più e que­gli otto chi­lo­me­tri dalla costa, fanno la dif­fe­renza tra la vita e la morte per cen­ti­naia di per­sone, per decine di bambini.

Le cifre uffi­ciali dell’ultimo anno par­lano di 20 mila rifu­giati siriani entrati in Tur­chia che allog­giano in 22 campi gover­na­tivi e in cen­ti­naia di campi spon­ta­nei, but­tati senza iden­tità e senza loca­liz­za­zione, lungo i 900 chi­lo­me­tri di con­fine turco-siriano.

Fame, povertà, alte tasse di loca­zione, sfrut­ta­mento del lavoro, nes­suna assi­stenza medica ne ser­vizi sco­la­stici: è que­sto che tro­vano i siriani in Tur­chia. E allora la solu­zione diven­tano vec­chie navi da carico o grossi cargo dismessi. I mezzi per il tra­sporto di migranti verso l’Europa. Nel solo mese di novem­bre, 3.000 siriani hanno rag­giunto l’Italia via mare, secondo l’Organizzazione inter­na­zio­nale per le migrazioni.

Le navi sta­zio­nano nei porti del sud-est della Tur­chia, ancora oggi punti di con­tatto con i tra­ghetti che par­tono dal porto di Lat­ta­kia, in Siria. Le rotte per l’Europa pas­sano via Cipro e Creta. L’obiettivo degli sca­fi­sti sono ancora di più i soldi e sfrut­tare le spe­ranze dei rifu­giati siriani, dimen­ti­cando solo, ma solo per ora, i migranti dell’Africa sub-sahariana.

*Car­dio­chi­rurgo pedia­tra impe­gnata nel volontariato

Il Manifesto 27/01/2015 “Dal fronte al porto. I fantasmi di Mersin” – Reportage di Federica Iezzi

Nena News Agency “Dal fronte al porto. I fantasmi di Mersin” – di Federica Iezzi

 

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Il confine tra Siria e Turchia: la terra di nessuno

Nena News Agency – 11 dicembre 2014 

Nonostante Ankara dica di non armare i ribelli siriani, i combattenti jihadisti sostengono di ricevere finanziamenti da ricchi siriani o arabi del Golfo con la complicità turca. La guerra siriana ha sconvolto, ma non estinto, il commercio spesso illegale con la Turchia

Syrians within a group of refugees wait near the Turkish-Syrian border after fleeing Syria, near Sanliurfa

Syrians within a group of refugees wait near the Turkish-Syrian border after fleeing Syria, near Sanliurfa

di Federica Iezzi

Al-Hasakah (Siria), 11 dicembre 2014, Nena News – Ai checkpoint da Mursitpinar a Reyhanli, all’inizio della terra di nessuno, lungo tutto il confine turco-siriano, funzionari turchi in alta divisa e dall’aria seriosa spiegano alle centinaia di persone in coda che solo a siriani, rifugiati registrati o titolari di passaporti stranieri anche se nati in Siria, è permesso entrare. La maggior parte dei checkpoint non è contrassegnato nelle cartine. E’ solo disegnato attorno a torri circondate di filo spinato. Durante i tre interminabili anni di conflitto che hanno divorato la terra siriana, i posti di blocco sono stati tunnel naturali per l’entrata di armi e dei combattenti stranieri che si sono uniti ai gruppi di ribelli siriani. In particolare all’Esercito Siriano Libero guidato strategicamente da Riyad al-Assad, la cui roccaforte è in Turchia, da sempre sostenitrice delle milizie anti-governative siriane.

Di recente i cancelli turchi erano diventati un passaggio facilitato per i jihadisti dell’ISIS, quelli stranieri provenienti dai Paesi Europei. Dopo anni di tolleranza a traffici di combattenti e all’apertura illimitata dei confini, la Turchia di Davotoglu oggi sembra aver intensificato sulle linee di confine pattuglie, posti di blocco e recinzioni. Molti tra i rifugiati siriani nei campi di Suruc, Habit e Sanliurfa, mi raccontano che hanno attraversato il confine turco grazie a contrabbandieri che traghettavano la gente avanti e indietro per la modica somma di 70 dollari a persona. Stessa sorte per i combattenti feriti portati nelle strutture sanitarie siriane, in particolare nella zona di Aleppo. Negli ospedali siriani, ormai distrutti e senza materiali, se sei un combattente dell’ISIS o delle altre decine di gruppi e fronti jihadisti non fa molta differenza. Paghi e entri in Turchia. Questo il racconto di Nassan. Ribelle ferito ritrovato in uno degli improvvisati ospedali da campo di confine. Nassan sostiene che a Oncupinar, nel centro-sud della Turchia a un’ora di macchina da Aleppo, è stato facile corrompere con 25 lire turche (poco meno di 14 dollari) un agente turco per arrivare a Kilis. Un infermiere mi dice che combatteva per l’ISIS. Per quelli che hanno passaporto straniero bastano invece 25 dollari per il passaggio immediato. Il funzionario turco di turno suggerisce luogo e ora e dà garanzia di una macchina sul lato siriano. Nella provincia di Idlib non c’è nessun controllo di frontiera. Uomini con passaporto siriano sono ancora in grado di attraversare legalmente e facilmente il territorio dello Stato Islamico così il movimento illecito di esseri umani continua fra gli uliveti e i terreni agricoli di Aleppo, al-Raqqa e Deir Ezzor. Ne è un esempio il checkpoint di Akçakale (sud-est della Turchia) da dove sono transitati centinaia di combattenti dell’ISIS.

Tranne che per i valichi di frontiera ufficiali tra Siria e Turchia, è quasi impossibile il controllo su tutti i 911 chilometri di confine. I contrabbandieri hanno negli anni elaborato percorsi sicuri nei campi dove sono disseminate 650.000 mine. Storiche vie di contrabbando lungo i confini iracheni, iraniani e siriani, topografia e condizioni meteorologiche, hanno facilitato la poca sicurezza e l’esiguo controllo delle frontiere. In Turchia la supervisione delle dogane non è affidata ad un unico corpo. Si passano la palla esercito, polizia di stato e polizia doganale. I commerci abusivi non risparmiano materiali e carburanti. Camion carichi di ferro e cemento aspettano ogni giorno di entrare in Siria davanti ai cancelli di Reyhanli e Kilis. Aiuti umanitari che cadono nelle mani dei membri dell’Esercito Siriano Libero e vengono rivenduti ripetutamente al doppio del prezzo ai commercianti turchi.

Il mercato di carburanti è fiorente in direzione Siria-Turchia attraverso una rete ben costruita, ed evidentemente ben conosciuta, di tubi sotterranei. Ai militanti siriani frutta almeno un milione e mezzo al giorno di dollari. Il governo turco quest’estate ha distrutto 320 tubi adattati ad oleodotti artigianali nell’area di Hacipasa. I trafficanti lavorano indiscriminatamente con i guerriglieri dell’ISIS. Un barile di petrolio, il cui prezzo al mercato vale anche 100 dollari, può essere scontato fino al 75 per cento. Il greggio viene trasportato in Turchia via Mosul. La confusione burocratica e la sicurezza dei confini turco-siriani si sono riaccese a Kobane. Con il consumarsi della guerra civile in Siria e l’instabilità politica in Iraq, non sembrano più esistere linee demarcate di confine. Solo mondi paralleli che si incrociano quando spinti da interessi comuni. Nena News

Nena News Agency “Il confine tra Siria e Turchia: la terra di nessuno” – di Federica Iezzi

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