MEDIO ORIENTE. Da rifugiate a spose bambine

Nena News Agency – 09/08/2017

In crescita esponenziale i matrimoni precoci che coinvolgono minorenni siriane fuggite dalla guerra. Dietro simili scelte, stanno povertà e miseria nei paesi di accoglienza

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di Federica Iezzi

Roma, 9 agosto 2017, Nena News – Il matrimonio tra adolescenti è in aumento tra i profughi siriani e le giovani ragazze rifugiate sono oggi il più pericoloso target. Sempre più spesso le famiglie rifugiate non hanno il diritto di lavorare nei paesi di accoglienza e, di fronte a situazioni economiche disperate, il matrimonio con rifugiati di lunga data, diventa una soluzione per ottenere un permesso di soggiorno e di lavoro.

Capofila nella lotta contro le ‘spose bambine’, Save the Children ha identificato Giordania e Libano come i paesi più colpiti da queste nuove pratiche. Turchia e Iraq in coda alla lista.

La storie si sovrappongono. Ragazzine che in Siria frequentavano regolarmente la scuola prima della guerra, che insanguina le strade da ormai sei anni, sono state obbligate ad abbandonare l’infanzia e a sposare cugini o parenti lontani, già parte delle comunità di rifugiati a Zaatari, a nord della Giordania, o nei 12 campi ufficiali libanesi.

Secondo uno studio del 2015 condotto dall’università francese di Saint-Joseph di Beirut, il 23% dei rifugiati siriani si è sposato. Più di un milione di siriani vive in Libano, e più della metà di loro sono figli. In Libano non esiste una legge statale che impedisca i matrimoni tra ragazzini.

In Giordania le cifre mostrano una curva crescente nel tempo. Nel 2011 il 12% dei matrimoni registrati ha coinvolto una ragazza di meno di 18 anni. Questa cifra è salita al 18% nel 2012, al 25% nel 2013 e al 32% all’inizio del 2014. Di tutti i matrimoni registrati in Giordania nel 2013, il 13% ha coinvolto una ragazza con età inferiore ai 18 anni, cifra che è rimasta relativamente consistente nel corso degli ultimi anni. Dunque più di 9.600 giovani ragazze sono state coinvolte in matrimoni precoci.

Il matrimonio tra adolescenti è sempre esistito nelle zone rurali siriane. Il 13% delle ragazze in Siria si sposa ancora prima dei 18 anni di età. L’età legale da matrimonio in Siria è fissato a 17 anni per le ragazze e a 18 per i ragazzi. Tuttavia, i leader religiosi sono nella veste di autorizzare eccezioni.

Ma la guerra ha fatto precipitare le cose. Povertà, disuguaglianza di genere e mancanza di istruzione sono le dirette cause dei matrimoni precoci. Con le famiglie che lottano per pochi dollari al giorno, giovani donne affrontano la prospettiva del matrimonio e della maternità in età molto giovane.

Per rendere le cose ancora peggiori, molti di questi matrimoni sono a breve termine e non vengono ufficialmente registrati, lasciando le ragazze con poca protezione per loro stesse e per i loro figli. Il divorzio per una donna nei campi profughi significa vergogna, additamento e stigmatizzazione senza via d’uscita.

Secondo la recente indagine dell’UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione), l’iscrizione scolastica è diminuita tra le ragazze adolescenti siriane in Giordania e Libano. All’età di 9 anni, oltre il 70% delle ragazze risulta iscritta a scuola, ma già dall’età di 16 anni la percentuale cala a meno del 17%. La scolarizzazione è direttamente correlata con il fenomeno delle ‘spose bambine’, infatti le ragazze con meno istruzione sono anche le più vulnerabili ai matrimoni precoci.

Il matrimonio poi con uomini giordani o libanesi conferisce a queste ragazze il diritto di rivendicare la cittadinanza, consentendo loro di fatto di lasciare gli insediamenti dei rifugiati. È ormai pratica comune utilizzare il matrimonio per ottenere visti d’ingresso per quasi tutti i Paesi del Medio Oriente. Nena News

Nena News Agency “MEDIO ORIENTE. Da rifugiate a spose bambine” di Federica Iezzi

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The Lancet. In Turchia campagna di terrore contro medici e accademici

Nena News Agency – 07/08/2017

Una campagna di terrore e punizione è stata scatenata dal regime di Erdogan contro migliaia di professionisti della sanità e contro gli universitari turchi, denuncia la prestigiosa rivista scientifica britannica

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di Federica Iezzi

Roma, 7 agosto 2017, Nena News – Ad essere oggetto nell’ultima campagna di informazione dell’autorevole rivista scientifica inglese ‘The Lancet’, questa volta sono 207 tra professionisti della sanità, accademici e ricercatori e 25 organizzazioni sanitarie e dei diritti umani nella Turchia di Erdogan. Tra supplementi, edizioni specialistiche e scambi di opinioni internazionali sull’avanguardia del mondo dei camici bianchi, spicca la descrizione della campagna di terrore e punizione contro migliaia di professionisti della sanità e contro gli universitari turchi.

Dopo il tentativo di colpo di stato dello scorso luglio, il governo turco ha imposto nuove e dure misure di sicurezza, che sembrano essere state create per minare la libertà civile e la democrazia. Il licenziamento improvviso e immotivato di decine di migliaia di funzionari pubblici è stato il diretto risvolto.

Come parte di questa crisi, 463 accademici sono stati licenziati arbitrariamente. Tra questi, rileva la rivista medica, 11 sono stati sospesi di recente dal proprio lavoro, azione che precede spesso il licenziamento. Vietati i viaggi fuori dal Paese. Annullati i passaporti. Diffamazione, minacce, atti intimidatori hanno perseguitato questi professionisti. Tra quelli precedentemente licenziati e recentemente sospesi sono numerosi i medici universitari dalla rispettabile reputazione internazionale.

A questo quadro si aggiungono le decine di organizzazioni non governative internazionali sanitarie, verso cui si continuano ad impedire attività in Turchia. L’attacco dello Stato turco alla libertà accademica e alla libertà di parola è parte di un più ampio attacco alla democrazia già dettagliatamente raccontato da Amnesty International.

Tutto inizia quando all’inizio dello scorso anno, più di 2000 rappresentanti universitari e della cultura turca aderiscono alla campagna ‘Academics for Peace’, che chiedeva l’avvio di colloqui di pace tra il governo turco e le organizzazioni curde, e la presenza di osservatori internazionali nelle aree di conflitto.

L’operazione di pulizia ha visto il licenziamento da allora di almeno 5000 autorità universitarie.

Il Turkish Higher Education Council e il Scientific and Technological Research Council of Turkey, istituzioni ufficiali della scienza turca, sono oggi amministrati da fedeli sostenitori di Erdogan. Le due dirette conseguenza della campagna di terrore instaurata dalla “democratica” Turchia, ombreggiano pericolose.

La prima, spiega ‘The Lancet’, è che l’adozione di leggi e politiche che penalizzano la fornitura di cure mediche a persone che ‘sfidano’ autorità statali, come i manifestanti politici, impediscono di fatto agli operatori sanitari di fornire servizi, a causa della paura di incorrere in un eventuale processo penale. La seconda è che la sanzione legata a questo tipo di politica, scoraggia la popolazione a cercare servizi sanitari, a causa della paura di essere sospettati nel coinvolgimento di proteste.

Esempio calzante è la famosa rivolta del 2013 al Gezi Park. Il regime di Erdogan, contro cui i dissensi erano rivolti, ha obbligatoriamente richiesto al personale medico di segnalare i nomi dei manifestanti feriti e dello stesso staff sanitario, dati successivamente utilizzati per arrestare arbitrariamente i manifestanti e i medici di emergenza.

La protesta su ‘The Lancet’ segue, a distanza di anni, una simile iniziativa presa da un’altra tra le più accreditate riviste del mondo scientifico, il ‘British Medical Journal’, che nel 2013 si opponeva fortemente alle violazioni della neutralità medica in Turchia. Nena News

Nena News Agency “The Lancet. In Turchia campagna di terrore contro medici e accademici” di Federica Iezzi

The Lancet “Defending academic and medical independence in Turkey”

British Medical Journal “Attacks on medical personnel in Turkey”

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SIRIA. Manbij è finalmente libera

Nena News Agency – 09/08/2016

L’operazione delle Forze Democratiche Siriane, guidate dai kurdi dell’YPG, si è conclusa: la città al confine con la Turchia, è libera dall’assedio ISIS. Ora si aprono le discussioni sul suo futuro politico

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di Federica Iezzi

Roma, 9 agosto 2016, Nena News – E’ arrivata alla conclusione l’Operation Martyr o Commander Faysal Abu Layla, nella città di Manbij, ultima roccaforte dell’ISIS, a nord del governatorato di Aleppo. Ancora in mano ai combattenti dello Stato Islamico il quartiere di al-Sirb, ma sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane (SDF) sono, invece, l’Ihyati Bakery, il mercato centrale e i quartieri di Bazaar, Sheikh Eqil, al-Naimi e al-Kajli.

Le SDF sono entrate nel centro storico della città, dopo le incursioni di gran parte delle zone orientali, occidentali e meridionali. Liberati dall’oppressione dell’ISIS anche i villaggi della Sajur River area, nei pressi della stessa Manbij. La posizione strategica al confine con la Turchia e sulla via per la città di al-Raqqa, ha reso Manbij per più di due anni punto di passaggio di rifornimenti e di movimento di armi e di uomini per lo Stato Islamico. Insieme a al-Bab e Jarabulus, Manbij è stato uno dei tre principali centri di riferimento dell’ISIS nel nord della Siria.

I combattenti delle Forze Democratiche Siriane, appoggiate dalla coalizione a guida USA e dalle milizie curde dell’YPG (Unità di Protezione Popolare), hanno lanciato a fine maggio una campagna per riprendere il controllo della città. Pesanti combattimenti, più di 600 raid aerei e 2.300 decessi, nelle ultime sei settimane, hanno segnato la cittadina.

L’assalto finale da parte dell’SDF è iniziato lo scorso venerdì, a partire dalla parte ovest della città, dopo settimane di sbarramento alle vie di rifornimento. Sono fuggiti dalla città circa 6.000 civili durante i combattimenti. Il portavoce ufficiale dell’SDF ha annunciato la liberazione di almeno 3.000 civili dall’enclave di Manbij, dopo l’occupazione dell’al-Jazeera road, che collega i due lati della città. Salgono così a 40.000 i civili liberati nell’intera area.

Dopo la perdita del controllo su Tel Abyad durante lo scorso marzo, con Manbij per l’ISIS svanisce un altro importante centro strategico sul confine turco-siriano. Solo due giorni fa centinaia di civili, così come alcuni combattenti dell’opposizione, hanno iniziato a utilizzare l’apertura di un nuovo corridoio umanitario per lasciare la città.

Decine di famiglie sono attualmente confluite nell’area di Abu Qalqal, controllata dall SDF, a pochi chilometri dalla diga di Teshreen sul fiume Eufrate. Ancora gravi le carenze alimentari e scadenti le condizioni di salute. E si stima che ancora circa 320.000 persone siano sotto assedio nell’area di Aleppo.

Hanno avuto già inizio le discussioni sul futuro sistema politico di Manbij. Una delle opzioni più dibattute è quella di entrare nel sistema federale curdo del Rojava. Primi tra i probemi: coordinare gli aiuti umanitari, supervisionare la ricostruzione e sostenere le forze di sicurezza. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Manbij è finalmente libera” di Federica Iezzi

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Tra due fuochi, nel fango di Afrin

Il Manifesto – 25 febbraio 2016

REPORTAGE

Maledetta guerra. Reportage dalla Siria settentrionale, dove migliaia di sfollati cercano scampo dai raid russi su Aleppo e dai cannoni turchi che martellano villaggi e quartieri curdi per proteggere al-Nusra. Il dramma dei bambini senza infanzia in un conflitto senza vinti né vincitori

Robar camp #8

di Federica Iezzi

Afrin (Siria) – Cambiano i nomi delle città, le strade seguite, le terre raggiunte. Rimane costante la fuga di civili stanchi e rassegnati, il flusso di rifugiati, i volti terrorizzati di bambini senza infanzia. Questa è la volta di Afrin, una città della regione curda della Siria settentrionale.

A nord-ovest della provincia di Aleppo, nel più occidentale dei quattro cantoni che compongono il Rojava, continuano a riversarsi migliaia di civili sfollati che cercano salvezza dai bombardamenti su Aleppo.

Ancora 200 mila civili sono rimasti intrappolati nei quartieri orientali di Aleppo, dove l’intensificarsi dei combattimenti ha spezzato le principali vie per l’ingresso di aiuti umanitari. Colpiti i quartieri di Ashrafia, Bani Zaid e Bustan al-Qasr, ultimi siti di passaggio tra i cecchini ribelli e le forze governative.

«Vedo la mia città morta» ci dice Layal, una giovane donna in fuga dal quartiere di al-Shaar di Aleppo.

Valichi chiusi da dieci mesi

Centinaia di raid aerei russi sul nord-ovest della campagna di Aleppo, sostengono senza sosta le forze filo-governative che operano sul terreno. La fuga di altri 100.000 civili sembra non avere scampo tra attacchi aerei e di terra. La scelta è tra la strada 214, verso ovest, fino all’énclâve curda di Afrin, o i valichi turchi verso nord.

Migliaia di rifugiati sono rimasti ammassati per giorni a ridosso degli unici due valichi ufficiali con la Siria, quello di Cilvegözü/Bab al-Hawa, nei pressi della città turca di Reyhantlt, a circa trenta chilometri a est di Ankara, e quello diBab al-Salama, nei pressi di Kilis, a circa di 50 chilometri a sud-est di Gaziantep.

I valichi tra Siria e Turchia sono chiusi da almeno dieci mesi. L’accesso in Turchia è permesso solo per cure mediche, solo a rifugiati con lesioni gravi. A tutti gli altri è stato rifiutato l’ingresso, lasciando anziani e bambini in condizioni critiche, al di fuori dei cancelli e delle reti di filo spinato che indicano il confine turco.

L’ennesimo esodo di massa

Campi spontanei dalle tende fatiscenti e carri armati turchi fanno da quadro all’ennesima migrazione forzata di massa.
Layal ci racconta che dopo giorni rimasta ferma con la sua famiglia fuori dal valico che separa la sua terra da Kilis, ha camminato a piedi, con sua figlia in braccio, per più di trenta chilometri verso Afrin. È stata accolta nel campo rifugiati di Robar e ci dice: «Sto cercando di ottenere ancora una tenda per ripararmi dalla pioggia sempre più intensa di questi giorni. Fino ad ora ho dormito per terra, su vecchi e freddi materassi».

Incessanti i bombardamenti da parte dell’esercito turco, nel disperato tentativo di proteggere le postazioni del Fronte al-Nusra e i salafiti di Ahrar al-Sham, sui quartieri residenziali della città curda di Afrin e sui villaggi limitrofi di Deir Ballout, Hammam, Firera, Hasna, Sanar e Hakjeh, nel nord-ovest della Siria.

L’esercito di Ankara sta bombardato con artiglieria pesante i villaggi sotto il controllo curdo di Menagh, Miremin, Malkiyah, Meranaz, Tannab e Kashtaar, nell’area della città siriana di Azaz.

E prosegue l’avanzata dei combattenti curdi dell’Unità di Protezione Popolare, alleati al gruppo ribelle Jaysh al-Thuwar, costola dell’Esercito Siriano Libero, dal cantone del Rojava di Afrin, verso est. Liberata la città di Azaz dai jihadisti di Jabhat al-Nusra.

Rimangono protetti dalle forze curde dell’YPG, i villaggi di Deir Jamal, Mar’anaz, Ayn Daqna, Kafr Naya, Kafr Khasher, Shayk Isa e Tal Rifaat, a nord di Aleppo, tagliando l’ultima linea di rifornimento che collegava la Turchia ai ribelli islamisti.
Sotto la difesa dell’ala militare del Partito dell’Unione Democratica curdo, il campo di Robar è diventato un rifugio sicuro per le famiglie siriane distrutte dalle conseguenze di una guerra senza vinti né vincitori.

Il Paese ormai è tutto così

Layal ci racconta che sente le esplosioni e vede i caccia sorvolare i cieli grigi: «Camminavo tra gli ulivi per raggiungere Afrin, senza mai smettere di guardare quegli aerei militari sopra la mia testa. Sapevo che dietro di me lasciavo bombardamenti e morte. E sapevo che davanti a me avrei trovato la stessa cosa. Perché la Siria ormai è tutta così».

Da più di una settimana non si ferma il flusso di rifugiati che cerca pace. Circondati da materassi, teli di plastica e tappeti. L’YPG, in assenza di organizzazioni umanitarie internazionali, ha predisposto un piano di accoglienza, mettendo a disposizione mezzi di trasporto, coperte, medicine e riparo negli edifici scolastici e nelle tende che si moltiplicano ora dopo ora.

Tajdin, viso gentile e un’arma in mano puntata verso terra, combatte nell’YPG. «tiamo cercando di fornire assistenza di base – tacconta – ma non è sufficiente. Arrivano tante famiglie con figli piccoli, senza coperte e senza acqua da bere».

Le tende non bastano

Quasi 2.000 le famiglie giunte nel campo rifugiati di Robar, nella regione di Sherawa, nella parte orientale della città di Afrin, in poco meno di una settimana. «Abbiamo poche tende per l’imprevisto afflusso di civili. La maggior parte di loro dorme ancora per terra», continua Tajdin.

I tendoni sono in cattive condizioni, gli impianti idrici limitati, le strutture sanitarie assenti, i servizi igienici incompleti senza sistema fognario. L’acqua potabile arriva da pozzi artesiani costruiti ai margini del campo. Non è invece disponibile energia elettrica per tutte le tende, nei 35 chilometri quadrati di campo.

Il personale sanitario della Mezzaluna Rossa siriana monitora le condizioni di salute nel campo per mezzo di una modesta clinica mobile. Si riescono a gestire agevolmente infezioni respiratorie e gastrointestinali, patologie croniche e traumi contenuti. Per i casi più gravi si fa riferimento all’Afrin hospital, a circa 30 chilometri dal campo, in cui accedono 700 persone al giorno.

Continua la distribuzione di vitamine e addensanti per i casi di malnutrizione, in bambini di età inferiore ai sei mesi. Si fa fatica a garantire una corretta alimentazione a tutti. Distribuiti anche vestiti a neonati e ragazzini.

Campo inizialmente progettato per ospitare al massimo 15 mila sfollati in cinque ettari di terreno, oggi il Robar camp ne ospita almeno 10 mila in più. E l’accoglienza diventa ogni giorno una questione più impegnativa.

Invisibili sulle mappe

Per questo migliaia di profughi vivono in campi spontanei nell’area attorno al villaggio di Raju, nel governatorato di Aleppo. I bambini giocano tra tende di fortuna, legno ricoperto di plastica, cartone e vecchi tappeti. Ogni insediamento, assente nelle cartine geografiche e negli itinerari delle organizzazioni umanitarie, ospita un centinaio di persone.

La crescita esponenziale del numero di campi spontanei rende difficile una distribuzione efficace di servizi e aiuti. Sono spesso collocati in aree rurali inaccessibili. Mancano riscaldamento, acqua e servizi igienici. Quando piove, l’interno delle tende si trasforma in stagni di acqua e fango, nonostante i sacchi di sabbia stipati come protezione.
Tajdin ci racconta che è anche difficile garantire la sicurezza nei campi informali: «Non hanno recinzioni e chiunque può accedere senza alcun permesso».

I colpi di arma da fuoco sono la compagnia quotidiana. Il fumo e la polvere sono quello che resta del panorama. Il grigiore del cielo e le scarpe infangate sono la terra su cui si vive.

Il Manifesto 25/02/2016 “Tra due fuochi, nel fango di Afrin” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “REPORTAGE. Siria, profughi tra due fuochi nel fango di Afrin” – di Federica Iezzi

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SIRIA. I kurdi accolgono i rifugiati di Aleppo

Nena News Agency – 12 febbraio 2016

Oltre 10mila civili hanno raggiunto Afrin: le YPG cercano di fornire sicurezza, tende, cibo e servizi medici ma materiali e attrezzature scarseggiano. FOTO

Robar camp #2

di Federica Iezzi 

Afrin (Siria), 12 febbraio 2016, Nena News – Nella città di Afrin, nella regione autonoma curda di Rojava, il Kurdistan occidentale, sono arrivati più di 10.000 rifugiati siriani in fuga dai combattimenti di Aleppo. Situato nell’angolo nord-ovest della provincia di Aleppo, Afrin è il più occidentale dei quattro cantoni che compongono il Rojava, una fascia di territori curdi nel nord della Siria, amministrati dal Partito dell’Unione Democratica.

Al Robar camp, nella regione di Afrin, controllata dall’Unità di Protezione Popolare, sono state trasferite dalla campagna a nord-ovest di Aleppo almeno 2.500 famiglie, dopo il raggiungimento di un accordo tra fazioni dell’opposizione siriana e YPG per l’apertura di un corridoio umanitario tra la città siriana settentrionale di Azaz e Afrin.

Tra i rifugiati ci sono anche centinaia di civili siriani tornati indietro dal valico di Kilis. “Abbiamo aspettato quasi una settimana che le autorità turche aprissero le frontiere a Kilis. È tutto chiuso. Nessuno di noi è passato. Siamo rimasti per giorni sul lato siriano del confine, dormendo solo qualche ora per notte – ci racconta  Layal – Alcuni di noi sono stati distribuiti in scuole e campi nella zona Afrin, mentre altri sono stati spostati nella campagna di Idlib”.

I valichi tra Siria e Turchia sono chiusi da almeno dieci mesi. L’accesso in Turchia è permesso solo per cure mediche, solo a rifugiati con lesioni gravi. A tutti gli altri è stato rifiutato l’ingresso, lasciando anziani e bambini in condizioni critiche, al di fuori dei cancelli e delle reti di filo spinato che indicano il confine turco.

L’Ypg hanno ripreso il controllo del villaggio di Dayr Jamal, nell’area a nord di Aleppo, e il controllo della strada 214 fino a Afrin, così possono continuare a permettere il trasferimento scortato dei rifugiati con autobus. Da circa una settimana i rifugiati si stanno riversando  in questo fazzoletto di terra curda. Tappeti, materassi e sacchi di plastica, circondano le famiglie siriane sfinite da chilometri di cammino.

“Centinaia di raid aerei russi, munizioni a grappolo e missili, come la pioggia, hanno invaso l’aria del quartiere di al-Shaar, controllato dai ribelli, ad Aleppo – continua Layal – Afrin non è bombardata né dai russi, né dal regime, né dall’opposizione”.

Il Comando Generale dell’YPG, ala militare del  Partito dell’Unione Democratica curdo, ha stabilito un piano di accoglienza per i rifugiati provenienti da Aleppo. Le autorità curde stanno fornendo mezzi di trasporto, coperte e medicine. Ma nonostante gli sforzi, gli aiuti non sono sufficienti e molti civili dormono a terra e bevono acqua non potabile. Le razioni alimentari messe a disposizione dal governo del Rojava non riescono a coprire le necessità di base delle decine di migliaia di rifugiati arrivati in meno di 24 ore a Afrin.

Continuano a sorgere nuovi piccoli campi spontanei, attorno al campo ufficiale di Robar. Attivo dal settembre del 2014, a Robar vivono già 30mila sfollati interni, per la maggior parte provenienti dalle città siriane di Homs e Hama. Nei campi spontanei la mancanza di servizi fognari e di servizi di distribuzione di acqua rende le condizioni igieniche drammaticamente scadenti. Materassi, coperte e tende di plastica di fortuna vengono condivisi da più persone. I bambini, malnutriti e a piedi nudi, riempiono le loro lunghe giornate giocando con corde per saltare, sacchi polverosi e pietre.

Nell’Afrin hospital vengono visitate più di 700 persone al giorno, per i casi più gravi bisogna ottenere le autorizzazioni ai trasferimenti in Turchia. Le attrezzature mediche sono limitate e i materiali sanitari scarsi.

Il fronte nel nord di Aleppo è in fiamme, le operazioni militari stanno portando il sistema sanitario già devastato, vicino al collasso, nel distretto Azaz, a circa dieci chilometri dal confine turco. Nelle ultime due settimane, sono stati colpiti dai raid aerei ospedali e piccole strutture sanitarie intorno alla città di Aleppo. Dall’inizio dell’ultima offensiva nella provincia di Aleppo, iniziata circa dieci giorni fa, già 518 persone hanno perso la vita. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. I kurdi accolgono i rifugiati di Aleppo” di Federica Iezzi

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VIDEO. Al valico di Bab al-Salama tra Siria e Turchia

Nena News Agency – 10 febbraio 2016

Nena News alla frontiera dove da giorni si sono ritrovati decine di migliaia di profughi siriani in fuga da Aleppo

di Federica Iezzi

Kilis (Turchia), 10 febbraio 2016, Nena News – Le strade di campagna del nord della Siria che conducono ai confini turchi sono attraversate da una massa confusamente ordinata, silenziosa e sommessa di anziani, donne e uomini, con addosso i resti delle loro vite distrutte. Ognuno di loro trascina un bambino livido, consumato dai brividi di freddo di un rigido febbraio. Ognuno di loro si chiede se potrà mai più tornare nella propria casa.

Ancora una volta dunque decine di migliaia di siriani vengono sradicati dalle loro terre e costretti a fuggire. Almeno 35mila rifugiati siriani sono rimasti bloccati nei pressi del valico di Kilis, al confine con la Turchia, dopo la fuga dall’offensiva del governo siriano, spalleggiato dalla Russia, sulle aree controllate dai ribelli, nella città di Aleppo. 20mila civili sono fermi al passaggio turco-siriano di Bab al-Salam. E altri 70mila sono attesi al valico di Oncupinar, tra il villaggio siriano di Azaz e Kilis.

Mentre i cieli del nord della Siria sono invasi ogni giorno dai bombardieri russi, continua l’assalto delle truppe di terra del governo, sulle aree di Aleppo ancora sotto il controllo dei combattenti dell’opposizione. Almeno 350mila civili sono ancora imprigionati nei quartieri di Aleppo in mano ai ribelli, che sono stati presi di mira nell’offensiva del governo. Già 40mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Nena News

Nena News Agency “VIDEO. Al valico di Bab al-Salama tra Siria e Turchia” – di Federica Iezzi

 

 

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La fuga dei siriani da Aleppo

Nena News Agency – 08 febbraio 2016

In fuga dai combattimenti sanguinosi in corso in città, negli ultimi tre giorni oltre 50.000 civili hanno raggiunto a piedi la città di Kilis al confine con la Turchia. Sempre più vicino, intanto, un accordo per l’apertura di un corridoio umanitario da Azaz (nord-ovest di Aleppo) alla città curda di Afrin

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di Federica Iezzi

Kilis (Turchia), 8 febbraio 2016, Nena News – Migliaia di siriani provenienti dai distretti di Azaz, Tel Rifaat e Hariyatan (nord di Aleppo) lasciano ancora una volta alle spalle le loro terre. Negli ultimi tre giorni oltre 50.000 civili siriani hanno raggiunto a piedi la città di Kilis al confine con la Turchia. E altri 70.000 civili sono attesi nella zona di confine di Oncupinar. Fuggono dalla distruzione, dai massacri, dai combattimenti sanguinosi delle aree di Aleppo controllate dai combattenti dell’opposizione siriana. Dopo più di 300.000 morti, oltre quattro milioni di rifugiati e più di un terzo di siriani sfollati interni, un nuovo tragico capitolo della guerra in Siria sta iniziando sotto gli occhi occidentali attenti, ma impotenti.

Il governo Davutoğlu ha deciso di chiudere tutti i valichi di frontiera ufficiali con la Siria. Quando il numero di profughi siriani residenti in Turchia ha raggiunto il milione e mezzo, Ankara ha deciso di ridurre al minimo l’ingresso dei rifugiati ammessi nel Paese. Fino all’inizio dello scorso marzo, infatti, solo i rifugiati siriani con documenti validi hanno potuto attraversare legalmente il confine turco a Reyhanli e a Oncupinar. L’obiettivo finale della Turchia sembra essere quello di creare una zona di sicurezza nel nord della Siria dove far stazionare i rifugiati.

Joram, un ragazzo di Azaz in fila al valico di Kilis, ci racconta che prima era più facile attraversare illegalmente la frontiera turca. Adesso, però, i chilometri che segnano il confine tra Siria e Turchia sono strettamente pattugliati dalla Jandarma turca. Corrompere la polizia militare di confine per passare la frontiera per vie illegali ora può arrivare a costare oltre 400 dollari. Più di 1.000 persone aspettano le ore notturne nei pressi del villaggio di Shemarin e nell’area di Hawar Kilis con la speranza di poter scavalcare il recinto di filo spinato che separa i due Paesi.

Vanno avanti e prendono concretezza, intanto, gli accordi per l’apertura di un corridoio umanitario per le famiglie di rifugiati siriani dal villaggio di Azaz (a nord-ovest di Aleppo) alla città curda di Afrin. Una parte di rifugiati, invece, troverà riparo nella martoriata città di Idlib sotto la protezione dell’Unità di Protezione Popolare curda.

Continuano senza sosta gli scontri tra esercito governativo e fazioni dell’opposizione nelle zone di Khan Tuman (a sud di Aleppo), a Sheikh Ahmed (a est della città) e a Ratyan, Huraytan, Bashkoy, Azaz e Menagh a nord. Scontri anche nella campagna curda di Afrin tra combattenti dell’Unità di Protezione Popolare e l’esercito di al-Assad. Le incursioni aeree russe non si fermano nelle città di Bayanoun, Hayan e Menneg a nord di Aleppo.

“La distruzione di Aleppo è straziante” ci dice Qamar, una donna sulla quarantina con i nipoti infreddoliti al seguito. “Pietre, legno e vetro – dove una volta si posavano fortezze, musei, scuole strade eleganti e case, chiese e moschee – ora odorano di polvere da sparo e assomigliano sempre di più a gocce di memorie lontane”. Continua lo spopolamento a chiazza d’olio di una città che è stata abitata per millenni. Altre 40.000 persone si uniscono così all’esodo da Aleppo. E 350.000 civili rimangono intrappolati al buio delle case demolite dai razzi russi o dai mortai di al-Nusra [ramo siriano di al-Qa’eda, ndr].

Campi di fortuna vengono allestiti velocemente in terra siriana al confine turco-siriano nei pressi di Kilis. Solo qualche palo di acciaio sostiene i teli di plastica necessari per ripararsi dall’umidità e dalla pioggia. Mancano acqua, corrente elettrica, cibo, vestiti e coperte per le rigide temperature notturne.

Secondo il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, 5.000 siriani sarebbero entrati in Turchia attraverso Kilis. Altri 50.000 sono invece bloccati al confine. Anche sul lato siriano dei valichi di Bab al-Hawa e Bab al-Salam tende di plastica strappate e sporche colorano l’aria grigia. La Croce Rossa Internazionale e le Nazioni Unite hanno iniziato a distribuire cibo e coperte, ma gli aiuti umanitari non sono ancora sufficienti per coprire i dieci campi profughi ammassati sul lato siriano del confine in cui vivono attualmente più di 70.000 persone.

Nena News Agency “La fuga dei siriani di Aleppo” – di Federica Iezzi

 

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