L’Eritrea stretta nel giogo della repressione di Stato

Nena News Agency – 29 settembre 2015

Assenza totale di libertà di espressione, di manifestazione e di dissenso: sono 10mila i prigionieri politici del regime del presidente Afewerki. Uno stato di oppressione che si aggiunge alla mancanza di diritti del lavoro

UNHCR Eritrea

di Federica Iezzi

Asmara (Eritrea), 29 settembre 2015, Nena News – Diplomazia pubblica e associazioni umanitarie segnalano da anni uno dei regimi più repressivi e segreti di tutto il mondo. Quello di Isaias Afewerki. Dopo l’euforia post-liberazione del 1993, la foschia del regime del presidente Afewerki, ex capo dei ribelli del Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo, ha chiuso i confini eritrei.

Bandita la libertà di espressione. Dal 2001, nessuna agenzia di stampa nazionale indipendente ha ottenuto l’autonomia di operare, nella sua campagna di vasta repressione del dissenso. Ammessi solo media filo-governativi. Attualmente nel Paese ci sono solo tre quotidiani, due emittenti televisive e tre stazioni radio, tutte sottoposte a stretta sorveglianza da parte del governo. Trasmettono via satellite alcune stazioni eritree che cercano di raggiungere dall’estero gli ascoltatori nel Paese. Ne sono esempi Radio Erena, che trasmette da Parigi, e le stazioni schierate con l’opposizione che trasmettono dall’Etiopia.

L’organizzazione non governativa, Reporter Senza Frontiere, parla di uno ‘stato di paranoia ovunque’ in Eritrea. All’ultimo posto per Press Freedom Index e rispetto dei diritti di comunicazione ed informazione, subito dopo la Corea del Nord. Ogni dissidente politico, sociale, militante ha in comune la stessa sorte nei percorsi prestabiliti dagli uomini del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, partito al potere attualmente in Eritrea: arresto, tortura o non ritrovamento.

Secondo i dati di Amnesty International, in Eritrea si contano almeno 10.000 prigionieri politici, tra i quali critici, dissidenti, scrittori, uomini e donne che hanno eluso il servizio militare obbligatorio e giornalisti. Detenuti nel campo militare di Wi’a. Sottoposti a rigida sorveglianza e forzati a soprusi.

Nessuna elezione democratica è stata tenuta da quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza. Nessuna costituzione, nessun sistema giudiziario indipendente. Non esistono partiti di opposizione, nè media indipendenti. Vietata, di fatto, la formazione di qualsiasi associazione o organizzazione privata. Non sono ammessi incontri pubblici culturali o religiosi, raduni e riunioni di piazza superiori alle sette persone, che vengono sistematicamente smantellati dalle forze dell’ordine con interrogatori, violenze e registrazione del nome dei partecipanti. Le organizzazioni non governative, politiche, sociali e quelle che lavorano per la promozione dei diritti umani non sono autorizzate ad operare nel regime autoritario del Paese.

Non c’è nessuna guerra civile in Eritrea, né un intervento militare internazionale. C’è un disumano, sanguinario, spietato e totalitario stato di polizia da oltre 20 anni. Ecco perchè si fugge dall’Eritrea. 112.283 rifugiati eritrei hanno trovato una casa nei campi profughi di Gadaref e Kassala, regioni orientali aride sudanesi. Almeno altri 200.000 sono stati accomodati nei principali quattro campi profughi della regione del Tigray, e nei due della regione di Afar, nel nord-est dell’Etiopia.

Rifugiati e membri del Tigray People’s Democratic Movement, gruppo eritreo di opposizione in esilio, intensificano la lotta armata contro il governo di Asmara, accusato di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui esecuzioni, reclusioni arbitrarie e senza processo, persecuzioni, sparizioni, molestie e intimidazioni.

Secondo il rapporto redatto lo scorso giugno, dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, le esecuzioni extragiudiziali, le torture, il servizio militare illimitato e il lavoro forzato, rappresenterebbero crimini contro l’umanità, che potrebbero esporre i funzionari eritrei a giudizio nella Corte Penale Internazionale. Il Ministero degli Affari Esteri eritreo ha respinto ogni accusa, che definisce solo come atto volto a indebolire la sovranità del presidente Afewerki e il progresso del Paese.

Il futuro dell’Eritrea si destreggia con instabilità tra costo della vita improponibile, infrastrutture al collasso, ombre di nuovi scontri armati. I genitori vivono nella paura del diciottesimo compleanno dei figli, data che segna l’inevitabile arruolamento nell’esercito eritreo. Lavoro coatto per sfruttare le ricchezze minerarie eritree come oro, rame e potassio, nel deserto dancalo. E mentre è proibito uscire clandestinamente dal Paese, il resto della popolazione lavora duramente, con basse retribuzioni, in aziende agricole e progetti pubblici. Nena News

Nena News Agency “L’Eritrea nel giogo della repressione di Stato” – di Federica Iezzi

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Se la terra promessa è la Somalia

Il Manifesto – 26 agosto 2015

REPORTAGE

YEMEN. Tra i rifugiati in fuga dal conflitto yemenita, vittime della tratta che dal Golfo di Aden li conduce verso il Corno d’Africa. Su rotte ignote anche alle navi militari saudite dispiegate nell’area

Gibuti - Campo profughi UNHCR di Markazi

Gibuti – Campo profughi UNHCR di Markazi

di Federica Iezzi

Al-Mokha (Yemen) – Vec­chie navi da carico che fino allo scorso marzo tra­spor­ta­vano bestiame, ora almeno una volta a set­ti­mana, dopo 30 ore di navi­ga­zione, sca­ra­ven­tano debi­li­tati rifu­giati dallo Yemen in Soma­lia o a Gibuti. I mer­can­tili par­tono dal porto yeme­nita di al-Mokha, a ovest della città di Taiz, dal porto di Hodeida, nell’omonimo gover­na­to­rato, e dal porto di al-Mukalla, nella regione costiera di Hadh­ra­maut. Seguono la tratta pre­sta­bi­lita nel golfo di Aden.

All’ingresso del Mar Rosso, Bab al-Mandeb è il canale chiave di tra­sporto che separa l’Africa dalla peni­sola ara­bica. Largo solo 30 chi­lo­me­tri nel punto più stretto. Nello stretto ci sono tre prin­ci­pali rotte di con­trab­bando, tutte poco distanti dal porto di al-Mokha. Rotte non sog­gette ai con­trolli di sicu­rezza per anni, da sem­pre uti­liz­zate per il traf­fico di armi, droga, petro­lio e per­sone. Ignote per­fino alle navi mili­tari della Coa­li­zione sau­dita dispie­gate nell’area.

Nad­heer, un avvo­cato yeme­nita, rac­conta: «Il viag­gio può costare dai 100 ai 300 dol­lari. Anche per i bam­bini. Le bar­che tra­spor­tano 200 per­sone e 600 ton­nel­late di merce». E con­ti­nua: «Lo Yemen è diven­tato un luogo dif­fi­cile da abban­do­nare. La via di terra per l’Arabia Sau­dita è bloc­cata dai ribelli hou­thi. Le città costiere meri­dio­nali pre­si­diate dagli hou­thi sono inavvicinabili».

I rifu­giati sbar­cano in Soma­lia, nei porti di Ber­bera e Lughaya, nella regione auto­noma del Soma­li­land, o nel porto di Bos­saso, nel Pun­tland, e tro­vano rifu­gio tem­po­ra­neo spesso nei para­liz­zanti campi spon­ta­nei, non uffi­ciali, dove c’è ener­gia elet­trica per appena 8 ore al giorno.

Tra i rifu­giati, ci sono anche somali bantu fug­giti venti anni fa dalla spi­rale di vio­lenza che tut­tora ancora deva­sta la loro terra. All’epoca tro­va­rono casa in Yemen, ma ora il governo somalo di Has­san Sheikh Moha­mud ha offerto il suo soste­gno alla Coa­li­zione sau­dita nella lotta con­tro i ribelli di al-Qaeda gui­dati dall’emiro Qasim al-Raymi, e con­tro la mino­ranza sciita hou­thi, appog­giata dalle forze fedeli all’ex pre­si­dente yeme­nita Ali Abdul­lah Saleh e dall’Iran. Dun­que la popo­la­zione yeme­nita che fino a poche set­ti­mane fa con­vi­veva con i tra­pian­tati somali, oggi li aggredisce.

I dati dell’UNHCR, l’Alto Com­mis­sa­riato delle Nazioni Unite per i Rifu­giati, par­lano di 28.596 yeme­niti arri­vati in Soma­lia, tra cui almeno 12.000 bam­bini, dall’inizio del con­flitto. Nel cen­tro di acco­glienza, alle­stito nel porto di Ber­bera, uomini, donne e il pianto incon­so­la­bile dei bam­bini pos­sono sostare solo tre giorni. Rice­vono cibo, acqua e cure medi­che. Ci sono solo cin­que ser­vizi igie­nici per più di 400 per­sone. Da Ber­bera in massa si pre­ci­pi­tano nella capi­tale Har­gheisa, dove si acco­dano alle infi­nite file delle strut­ture della Mez­za­luna Rossa, per man­giare e per chie­dere asilo.

Senza cibo, né scarpe, secondo i dati dell’Organizzazione Inter­na­zio­nale per le Migra­zioni, 23.360 rifu­giati sono tran­si­tati nel cen­tro di al-Rhama e poi accolti nel campo di Mar­kazi, nella pic­cola città por­tuale di Obock, in Gibuti. Su petro­liere o mer­can­tili. Senza posti veri. Un com­mer­cio fio­rente di biglietti e passaporti.

Faaid, un agente marit­timo del porto di Ber­bera, ci dice che «1.325 per­sone sono arri­vate in Soma­lia e a Gibuti nelle due set­ti­mane suc­ces­sive all’inizio del con­flitto in Yemen». Le Nazioni Unite par­lano di almeno 900 per­sone arri­vate nel Corno d’Africa negli ultimi 10 giorni. 58.234 il totale di arrivi tra Gibuti, Soma­lia, Sudan e Etio­pia. Secondo i doga­nieri del porto di al-Mokha, più di 150 per­sone lasciano lo Yemen legal­mente ogni giorno. Sono i pesca­tori con le loro bar­che o chi ha soldi suf­fi­cienti per com­prare un posto sui mer­can­tili. E ogni giorno, come merce di con­trab­bando, più di 400 per­sone affron­tano quel mare, su bar­che di medie dimen­sioni. Di pro­prietà di com­mer­cianti o pesca­tori yeme­niti, ven­gono com­prate qual­che giorno prima della pre­vi­sta par­tenza, da bande di trafficanti.

Berbera, Somaliland (Somalia) - Golfo di Aden

Berbera, Somaliland (Somalia) – Golfo di Aden

Tutto ini­zia in mezzo alle 18.000 per­sone del campo pro­fu­ghi di al-Kharaz, a 150 chi­lo­me­tri a ovest del porto di Aden. Strade bucate dai mor­tai. Nella deserta regione del sud dello Yemen, durante la distri­bu­zione di cibo da parte del World Food Pro­gramme, quando le per­sone sono ammas­sate e le tem­pe­ra­ture arri­vano a 35 gradi, Fadaaq, un ragazzo forse di 19 anni, ini­zia la “ricerca”. Fadaaq, ci rac­con­tano nel campo, lavora per con­trab­ban­dieri migranti in Kuwait. L’obiettivo è di tro­vare almeno 30 per­sone per ogni viaggio.

Il tra­sporto dal campo al porto di al-Mokha è in auto­bus. Ogni rifu­giato paga dai 25 ai 50 dol­lari, incon­trando diversi chec­k­point mili­tari sulla strada, fre­quente tar­get dei mili­ziani di al-Qaeda.

C’è anche chi, dai quar­tieri di Cra­ter, Ash Sheikh Outh­man, Khur Mak­sar e Atta­wahi della città di Aden, cam­mina a piedi per due giorni interi, fino a al-Mokha. Lo Stato Isla­mico e al-Qaeda hanno bloc­cato la mag­gior parte delle strade tra Sana’a e Aden.

Si aspet­tano anche 15 giorni nel porto, in attesa di un posto sui mer­can­tili o in attesa di sal­dare il debito con i con­trab­ban­dieri. Si dorme per terra su teli. Si aspetta l’acqua dalle orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie. Agenti di poli­zia, guar­die di fron­tiera e diplo­ma­tici fanno finta di non vedere.

Il con­trab­bando di migranti coin­volge reclu­ta­tori, tra­spor­ta­tori, alber­ga­tori, faci­li­ta­tori, ese­cu­tori, orga­niz­za­tori e finan­zia­tori. Spesso i traf­fi­canti sono essi stessi migranti. Spesso i migranti clan­de­stini gui­dano le bar­che. Spesso si usano imprese ad alta inten­sità di capi­tale per il rici­clo dei proventi.

Tre­cento pas­seg­geri è il mas­simo per una barca di 17 metri. Ma le bar­che ven­gono cari­cate di 700–800 per­sone. Su quasi ogni barca la sto­ria è la stessa. Ven­gono rac­colti tutti i tele­foni cel­lu­lari. Tutti par­tono senza baga­glio. Hanno diritto a man­giare, bere e andare in bagno fino al momento dell’imbarco.

Ci rac­conta Reem: «Mi hanno por­tata in un posto dove ho incon­trato altri come me, in viag­gio verso la Soma­lia. In totale era­vamo 157. Una parte del viag­gio l’ho fatta in piedi, per far posto ai miei figli. Poi sono riu­scita a sedermi con le gambe appog­giate al petto. Sono rima­sta per più di dieci ore così». Reem ci ha detto che arri­vati a Ber­bera, in Soma­li­land, hanno spinto tutti fuori dalla barca, in mare. Alcuni sono anne­gati. Altri sono riu­sciti a rag­giun­gere la riva. La barca è spa­rita in pochi minuti tra le onde.

A Mareero, Qaw e Elayo, nella regione somala del Pun­tland, a Obock, in Gibuti, a Bab al-Mandeb, al largo della città di Taiz, e nel golfo di Aden, l’UNHCR ha regi­strato il più alto numero di decessi nel Mar Rosso e nel Mar Arabico.

Il Manifesto, 26/08/2015 “Se la terra promessa è la Somalia” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “Se la terra promessa è la Somalia” di Federica Iezzi

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SUDAN-SUD SUDAN. Abyei, terra di nessuno

Nena News Agency – 09 luglio 2015

Da quando il Sud Sudan nel 2011 ha ottenuto l’indipendenza dal governo di Khartoum, lo status di Abyei è irrisolto. Non esiste alcun governo, nessun sistema di giustizia legale e nessuna forza di polizia

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di Federica Iezzi

Abyei (Sudan), 9 luglio 2015, Nena News Il distretto di Abyei conta almeno 10.000 chilometri quadrati contesi tra gli stati di Kordofan meridionale, in Sudan e di Bahr al-Ghazal settentrionale, in Sudan del Sud. Pezzo di terra tormentato, galleggia sul bacino petrolifero del Muglad.

Da quando il Sud Sudan nel 2011 ha ottenuto l’indipendenza dal governo di Khartoum, lo status di Abyei è irrisolto. Non esiste alcun governo, nessun sistema di giustizia legale e nessuna forza di polizia. Dal maggio 2011, Abyei è stata privata di un’amministrazione funzionale, dopo che le forze sudanesi hanno preso il controllo della zona, producendo quasi 105.000 rifugiati interni.

Oggi 40.000 di loro vivono ancora come sfollati nella città di Agok, nel governatorato di Warrap, 30 chilometri a sud-ovest di Abyei, in perenne stato di emergenza umanitaria. Ogni giorno cibo, alloggi, attrezzi agricoli e sementi incontrano la popolazione esasperata da anni di inattività.Il campo petrolifero di Diffra e l’area di Marial Achak oggi sono i terreni più contestati tra i governi di Khartoum e Juba. Abyei rimane una zona smilitarizzata ma l’esercito del presidente sudanese al-Bashir, presidia i giacimenti, in cambio del solo 4% delle vendite di petrolio, alla gente del posto.

Contestati sono anche i villaggi. Da un lato i Ngok-Dinka, tribù da un milione e mezzo di persone del Sud Sudan, allevatori e agricoltori. Dall’altro i Misseriya, pastori nomadi arabi del nord, affini al Sudan. In eterna lotta per etnia e per appartenenza.

A mantenere la stabilità, senza grossi risultati, il mandato della Forza di Sicurezza ad Interim delle Nazioni Unite per Abyei (UNISFA). A promuovere la riconciliazione, nel tentativo di rompere le tensioni tra le comunità Ngok-Dinka e Misseriya, i co-presidenti dell’Abyei Joint Oversight Committee (AJOC), Hassan Ali Nimir e Deng Mading Mijak.

Fazilah, giovane insegnante della popolazione Misseriya, parla della scuola dopo che decine di edifici sono stati rasi al suolo, nei violenti scontri tra l’esercito di Khartoum e i combattenti del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan. “30 scuole sono state distrutte, almeno 40 sono state danneggiate, con pareti e tetti crollati sotto colpi di mortaio, granate e bombe. 400 scuole hanno bisogno di essere ristrutturate”.

I rapporti dell’UNICEF parlano della scuola come l’infrastruttura più colpita dal 2008.

“Gli ospedali del distretto di Abyei sono costretti a convivere con gravi carenze di medicinali”, ci racconta il dottor Suleyman, mentre cammina tra i letti dei suoi pazienti nell’Abyei Hospital. La maggiorparte delle forniture mediche degli ospedali di Abyei proviene dal governo di Juba, ma non soddisfa il fabbisogno della popolazione. Fino ad ora, le organizzazioni umanitarie hanno fornito l’assistenza sanitaria attraverso cliniche mobili. Continua “Pochi mesi fa non avevamo nemmeno i farmaci per curare la malaria. Inoltre la carenza di operatori sanitari qualificati, in grado di trattare patologie come colera, malaria e polmonite, determina l’innalzamento dei tassi di mortalità, soprattutto infantile”.

La carenza di carburante continua a provocare disservizi nel settore sanitario e in quello commerciale. L’approvvigionamento di acqua è fermo, perché controllato da pompe idriche non funzionanti, per mancanza di gasolio. E i tentativi da parte dell’Abyei Area Administration di imporre controlli sui prezzi del petrolio ne hanno peggiorato la carenza. Una tanica da 20 litri di gasolio può costare oggi più di 500 sterline sudsudanesi (circa 160 dollari) sul mercato nero, prezzi alle stelle rispetto ai mercati internazionali.

“Rimangono solo vuoti, edifici saccheggiati”, queste le parole di Gatluak. Lavora guadagnando 120 sterline sudsudanesi al mese (circa 30 dollari), nella ricostruzione delle strade nel distretto di Abyei.

Nena News Agency “SUDAN-SUD SUDAN. Abyei, terra di nessuno” – di Federica Iezzi

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DARFUR. Il fantasma di un conflitto mai finito

Nena News Agency – 30 gennaio 2015

Il 2015 segna una nuova fase del genocidio in atto in Sudan: l’attuale presidente del Sudan, Omar Hasan Ahmad al-Bashir e la sua nuova milizia janjaweed continuano a spargere sangue

Sudan refugees

di Federica Iezzi

Khartoum (Sudan), 30 gennaio 2015, Nena News – Le Forze Armate Sudanesi hanno ripreso il controllo delle zone di al-Qneziah e Oanagarto, nel sud Kordofan. Aree nelle mani del Movimento di Liberazione Popolare del Sudan-Nord dal 2011. Allontanato anche l’Esercito popolare di Liberazione del Sudan, fazione guidata da Minni Minnawi e Abdel Wahid El Nur, dalle regioni di Abu-Liha e Abu-Qamra, nel nord Darfur.

La guerra genocida che ha già causato la morte di circa 400.000 persone, e quasi tre milioni di sfollati, è testimone di una fase nuova e devastante, per il popolo del Darfur, del sud Kordofan e del Blue Nile. Dal 31 ottobre scorso, inizia l’ingresso delle forze sudanesi nella città di Tabit, nel nord Darfur. Dapprima il governo di al-Bashir, impedisce all’UNAMID (Missione di pace dell’ONU e dell’Unione Africana in Darfur), di accedere alla città. In seguito all’ingresso in Darfur dei peacekeeper, le forze di sicurezza sudanesi hanno compromesso l’integrità di ogni indagine.

Negli ultimi dieci anni, i movimenti ribelli armati sono stati paradossalmente l’unica tutela alla popolazione del Darfur, dopo i miseri fallimenti di protezione dell’UNAMID. Gli assalti di sanguinarie milizie nella regione occidentale del Sudan, sono ripresi nel febbraio 2014. I miliziani delle Rapid Support Forces, arruolati dal governo sudanese di Omar al-Bashir, come successe per i janjaweed nel conflitto del 2003, attaccano prevalentemente contadini e profughi, bruciando case e negozi, saccheggiando bestiame, uccidendo civili, derubando in decine di villaggi e danneggiando scuole, moschee, chiese e ospedali.

Dallo scorso mese, l’esercito sudanese sta lavorato direttamente, con offensive su larga scala, contro le postazioni dei ribelli in Darfur. Ricco di petrolio, oro e minerali, il Darfur ha sempre rappresentato una ricca risorsa per l’avido governo di al-Bashir. Fascicoli alla Corte Penale Internazionale con il nome del presidente sudanese, accusano il governo  di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, in relazione alle crudeltà consumate in Darfur. Per ora tutte le inchieste sono state sospese. E ridurre il numero dei caschi blu presenti in Darfur, sembra essere la prossima mossa delle Nazioni Unite, in seguito alle pressioni esercitate da parte del governo del Sudan. Il tutto quando mancano poco più di quattro mesi alle nuove elezioni presidenziali.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari in Sudan, un notevole incremento di nuovi sfollati sta segnando il Darfur. Le statistiche di fine anno delle Nazioni Unite indicano circa 400.000 nuovi sfollati nella regione del Sudan dell’ovest, per un totale di 2,3 milioni di sfollati in tutto il paese e 6,9 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria. Negli ultimi cinque mesi è aumentato il numero complessivo di bombardamenti aerei da parte delle forze governative del Sudan, con il risultato di 3.324 villaggi distrutti in Darfur.

Intanto continuano gli scontri tra forze sudanesi e movimenti armati ribelli nei villaggi dell’area di Um Baru e nell’area di Jebel Marra, nel Darfur settentrionale; nei villaggi delle Nuba mountain del Kordofan meridionale. Il numero di sfollati cresce nel campo di Nierteti, zona del Darfur centrale. Nelle ultime settimane 115 villaggi evacuati, perchè rasi al suolo, nella zona.

I rifugiati rimangono intrappolati, ancora totalmente dipendenti dagli aiuti internazionali per la loro sopravvivenza, dove mancano tuttora corridoi umanitari. Nena News

Nena News Agency “DARFUR. Il fantasma di un conflitto mai finito” – di Federica Iezzi

 

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SUDAN. Khartoum, nel campo profughi di Mayo

Nena News Agency – 11 aprile 2014

Il racconto di un giorno trascorso nell’inferno dove vivono più di 500 mila  sfollati del Sud Sudan.

 

 

 

di Federica Iezzi

 

Khartoum - Campo profughi di Mayo

Khartoum – Campo profughi di Mayo

Roma, 11 aprile 2014, Nena News Era il 09 luglio del 2011 e il Sudan si lacera in due stati. Nasce il Sud Sudan. Nei lunghi anni di guerriglia tra nord e sud, migliaia di profughi provenienti dal sud del Paese, si sono riversati come fiumi in piena in questo posto dimenticato da Dio. Piramidi di valigie, cartoni, sacchi di tela che diventano giacigli cenciosi, sono ammucchiati su traballanti carretti. Figli seminudi sguazzano nella melma.

Il campo profughi di Mayo. Nasce nell’area di insediamento chiamata Angola, un dimenticato sobborgo di Khartoum. Quaggiù ci sono generazioni perse, contadini senza terra, migliaia di profughi che neppure qui hanno diritti. Tutte le foto sono attimi rubati alle estreme condizioni di miseria e disagio. 50 anni di conflitto, due guerre civili e milioni di morti segnano gli abitanti delle variopinte tribù.

Una giungla di case costruite con fango e paglia secca, tetti fatti con lamiere svigorite. Il campo si gonfia come se non sapesse più come contenersi. In mezzo, per sopravvivere, ci si aiuta come sI può. Nessuna strada asfaltata. Vecchi stracci bianchi e vermigli, intrisi della sabbia del Sahara trascinata dal vento, sono stesi intorno ai cortili di queste catapecchie, come a proteggere gli sguardi delle persone che non hanno voce. Tutto quello che riescono a fare è tenersi in vita respirando. Capre scheletriche, sagome umane vestite di stracci, qualche scarno somaro carico di tutto e di niente.

Sporchi di polvere e terra fulva, scalzi, spesso nudi o solo con lunghe magliette sudice che arrivano alle ginocchia, i bambini sono sui margini delle strade. Aspettano di bere dai rivoli di acqua che scorrono lerci sulla terra che costeggia i muri delle case. Sono lì seduti e aspettano. Un uomo costruisce mattoni con la fanghiglia che si accumula vicino i rifiuti. Il sole cocente fa il resto.

Alti, snelli, dalla carnagione vigorosamente scura, i ragazzini giocano a calcio con palloni creati dalla bizzarra unione di spago, paglia e pezzi di copertone. Chissà magari sognano di poter scappare da quell’inferno, grazie al pallone. Ma chi si accorgerà mai di loro?

E poi ci sono le donne. Giovanni donne che sembrano sessantenni. Sulla schiena portano il figlio più piccolo, legato armoniosamente al loro corpo scarno, grazie ad un gracile telo. In braccio il figlio più leggero, quello che non mangia mai, quello malnutrito. Attaccati alla lunga jellabiya di lino ruvido, lo stuolo dei figli più grandicelli. Sono all’eterna ricerca dell’acqua. L’acqua è la più miracolosa tra le medicine.

Aspettano con pazienza, senza dire una parola, con i bambini arrotolati addosso: allattano e scacciano mosche. Sono ogni giorno ferme ad aspettare la distribuzione delle medicine per la malaria, degli intrugli per la malnutrizione, delle vaccinazioni. Le donne i cui figli non ce l’hanno fatta, stringono tra le mani il tasbeeh, invocando come un’inquietante litania i novantanove nomi di Allah, tanti quanti i grani del rosario.

Fuori è mezzogiorno, il campo si piega su se stesso tra afa, pulviscolo e abbandono. Si accendono gli altoparlanti sui lontani minareti. E’ il tempo della preghiera. Nena News

 

Nena News Agency “SUDAN. Khartoum, nel campo profughi di Mayo” – di Federica Iezzi

 

 

 

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La tempestosa danza dei dervishi

Tariqa

Tariqa

 

Khartoum (Sudan) Le case sono in roccia corallina e fango, le strade in terra battuta percorse da uomini e donne con le tradizionali jellabiya, lunghe tuniche bianche che coprono anche i piedi.
E’ proprio a Khartoum che il Nilo Bianco si fonde con il Nilo Azzurro dando vita al fiume Nilo solcato dalle doa, tipiche imbarcazioni arabe a vela triangolare.
Questo paesaggio ospita ogni venerdì, un’ora prima del tramonto, attorno alle grandi moschee cittadine, mentre l’Imam si prepara alla recita della ṣalāt al-maghrib, le danze rituali dei darwīsh.

Gli enormi spazi davanti alle moschee si riempiono di bancarelle che esibiscono: spezie, tè aromatizzato al cardamomo, ciambelle e fritti.
I dervishi sono asceti che vivono in mistica povertà in confraternite islamiche (turuq) che, per il loro cammino di salvezza, sono chiamati a distaccarsi dalle passioni mondane e dai beni e dalle lusinghe del mondo.
Le Confraternite islamiche (arabo: ﻃﺮﻴﻘـة, ṭarīqa, pl. ṭuruq) sono un tardo fenomeno del sufismo che sotto la guida di un Maestro, imparavano a percorrere la Via mistica per giungere ad una diretta conoscenza di Dio.
La cerimonia inizia con l’espressione di parole di graditudine verso il profeta Mohammed.
Dopo un lungo periodo di meditazione, i dervishi si alzano, si muovono lentamente lungo un immaginario cerchio.
I loro occhi guardano senza vedere. Incenso e fumo riempiono l’aria.
Continua con la dhikr, invocazioni ritmate ad Allah, prosegue con una celere roteazione dei corpi, che sembrano disegnare un grosso cerchio nella sabbia trasportata dal vento del Sahara.
Musica di tamburi e canti religiosi ossessionanti, danze vorticose, profumo penetrante di incenso: tutto il corpo ne viene coinvolto per cercare di raggiungere l’estasi mistica.

Ecco allora manifestarsi un tipico rituale con vesti verdi e rosse, con perle intorno al collo, con la testa reclinata sulla spalla, con gli occhi socchiusi, con l’energica rotazione su se stessi, accompagnate da vertigini mistiche.
Nel mondo islamico, il movimento ripetitivo, la rotazione dal centro verso l’esterno rivestono la completa armonia con il movimento cosmico.
Il rito continua con la condivisione del cibo e si trasforma in evento sociale e comunitario.
Al termine della cerimonia, poco prima del tramonto, i danzatori, spossati dal volteggiare, passeggiano intorno alla platea con in mano incenso fumante, delineando una sorta di benedizione ai fedeli.

 

LiberArt “La tempestosa danza dei dervishi” – di Federica Iezzi

 

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Cadono i manghi

Ntylian

 

Missione cardiochirurgica – Emergency – Salam centre for cardiac surgery – Khartoum (Sudan)

 

 

Ho scelto la chirurgia per la pace. Entrare in sala operatoria, chiudere quella porta dietro la mia schiena, non ascoltare il ritmo drammatico del mondo, non sentire i ghirigori della mia anima. Solo pace. Solo silenzio. Solo l’acuirsi di quella preziosa solitudine che accompagna l’uomo ogni giorno.

Quei gesti familiari che non mi abbandonano mai, quel luogo riconosciuto, quegli oggetti che appaiono come tratti del mio corpo, abbracciati dalla percepibile essenza della quiete.

In tutta questa perpetua ricerca di solitudine, si addentra uno spiraglio di pungente blu: Ntylian. Una bimbetta del selvaggio Kenya che ha viaggiato su un aereo, attraverso il continente africano, per arrivare all’ospedale di Khartoum, dove le avevano promesso che l’avrebbero operata.

Mesi e mesi senza la mamma e il papà.

Con dignità, non cercava le coccole dei dottori che la curavano. Ma la sera, in silenzio, mi aspettavano quegli occhi profondi, come la savana che l’aveva cresciuta, che sfidavano il buio, in quel letto enorme dell’ospedale. E solo prima di addormentarsi, concedeva quel suo raro sorriso.

Uno sguardo di intesa che percuoteva la carne, una carezza su quel visino vellutato. L’impressione di vegliare sul suo cuore e poi la consapevolezza che era lei che vegliava su di me.

Ho girato lo sguardo verso la mia aria africana e sono stata avvolta e nutrita dalle lacrime che custodivano tacitamente la fine di un altro anno.

 

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In the wonderland

Munnira

 

Missione di cardiochirurgia

Emergency – Salam centre for cardiac surgery – Soba Hilla (Khartoum) – Sudan

 

 

Occhi scuri come la notte, capelli lanuginosi e dentini bianchi come il latte, in un corpicino di appena 15 chili.

Munnira è arrivata a Khartoum, da Mogadiscio, dopo giorni di viaggio polveroso.

E’ nata sei anni fa con una malattia al cuore. Ha un buco tra i due atri, due delle quattro camere che formano il cuore.

La mamma mi ha raccontato che a Mogadiscio, non poteva giocare con le altre bambine sulla strada.

L’abbiamo operata in una fresca giornata di gennaio, quando l’aria africana contava 38 gradi.

In sala operatoria nessuna lacrima dai suoi occhi scuri come la notte.

Sapeva che la sua mamma le voleva bene e che i “khwaja”  le avrebbero insegnato a giocare.

Ed ecco che, come un sortilegio, in pochi minuti, quel cuoricino che si vedeva battere sotto la pelle e che non si era mai arreso, si ferma dopo quella stanchezza durata sei anni. I bianchi chirurghi provenienti dalle lussuose università europee hanno chiuso quel buco nel suo cuoricino.

Accanto a quel corpicino esile, sotto le mie mani nascoste dai guanti sterili, il piccolo cuore riprende a muoversi. Batte lentamente come per respirare la guarigione e poi si mette a correre libero.

Adesso non si vede più il cuore sotto la pelle, è tornato a stare al suo posto.

Quel sorriso contagioso in terapia intensiva e in reparto mentre medicavo le sue ferite, riscaldava l’anima.

Ogni giorno aspettava pazientemente che passassi in reparto, aveva imparato a riconoscere la porta dalla quale uscivo dal blocco operatorio e così aspettava  lì.

Poi, quel “ciao” sussurrato dai fragili polmoni e la sua scarna manina che prendeva la mia, ancora coperta dal talco dei guanti.

Adesso gioca a piedi scalzi nel colorato giardino dell’ospedale, con il suo vestitino a quadri verde.

Adesso è lei che ci insegna come si vive.

 

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Racconti dal Sudan

Khartoum

 

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Racconti tratti dalla missione cardiochirurgica al Salam Centre for Cardiac Surgery di Khartoum in Sudan, nel 2010-2011

 

 

Sono arrivata a Khartoum nella notte del 3 dicembre. Di nuovo investita dalla mia aria africana: secca e bruciante, sotto quel cielo limpido e immerso nelle stelle lontane.

Dall’aereoporto, attraverso le strade sempre piene di traffico di Khartoum, in direzione del Nilo Azzurro.

Era quasi l’alba. La luce si faceva spazio nel buio sconfinato dell’orizzonte africano. Dalle moschee di Soba Hilla (una vecchia zona di Khartoum) l’eco delle parole dei Mu‘adhdhin”, gridate dal punto più altodel minareto, richiamava all’ “adhān”.

C‘era un’atmosfera quieta, una leggera brezza mi si poggiava sulla pelle, trasportando odori nuovi.

Rosso e bianco: era solo di due colori l’ospedale dall’esterno. Una struttura quadrangolare che ruotava attorno ad una corte, rappresentata da un giardino, curato da sudanesi dai sorrisi contagiosi.

All’interno i colori cambiavano: il bianco e il blu elettrico.

Dalle finestre di ogni stanza si poteva guardare il sole africano. Dai vetri sigillati non si permetteva alla sabbia di entrare.

Una miscela di colore che andava dal marrone al viola, si muoveva nei corridoi dell’ospedale: i cleaner, vestiti con larghe divise bordeaux, addetti a lavare ogni angolo dell’edificio. Li trovavi ad ogni ora, chini sul pavimento, raschiando con pazienza sabbia, terra, polvere o vernice.

Il lunedì cercavo di pranzare insieme alle mie compagne di vita sudanesi, nella mensa dell’ospedale. Uno spazio aerato con grossi ventilatori, con una ventina di tavoli rettangolari.

Il lunedì era il giorno del “full”: una zuppa di fave, arricchita con spezie, cipolla e “ghibna”. Il tutto annaffiato da un bicchiere di acqua filtrata.

E durante la giornata, quando si trovava un momento libero, mi prendevano per mano e, con quel sorriso scaltro che si stampava sulle loro labbra, si andava a prendere lo “jabanà”, una sorta di caffè bollente e speziato.

Una serie di piccoli sgabelli erano disposti sotto un capanno, creato da cartoni, pezzi di tessuto rammendato e rami di acacia.

Una donna, avvolta in quei colorati vestiti sudanesi, riscaldava, su un arrangiato fuoco, chicchi di caffè, zenzero, cannella e zucchero e poi con regalità filtrava la mistura, versandola in bicchierini di vetro, sciacquati con l’acqua di un recipiente lurido che aveva a fianco.

Il Nilo Azzurro era di fronte a me ogni mattina. I papiri, queste fitte colonie di piante rivierasche, che a ciuffi emergevano dalle acque basse e le palme, che verdeggianti crescevano sul terreno solido delle due rive, dipingevano l’immagine di questo possente fiume.

Spuntavano immobili, sulle maestose palme, ombre di uccelli dalle piume variopinte che, senza preavviso, sembrava si tuffassero in acqua, in realtà ne sfioravano appena la superficie e vittoriose, con il loro pesce nel becco, tornavano a dare al fiume una cornice di calma.

Di tanto in tanto una feluca, con la sua vela triangolare spiegata, fendeva il fiume controcorrente. A bordo, come in un passato lontano, uomini a torso nudo, buttavano le reti.

Un fumo chiaro saliva lento verso il cielo azzurro, illuminato solamente da un sole terso, mai minacciato dalle nuvole. L’acre odore di quel fumo si muoveva traghettato da una leggera brezza. Era l’odore delle fornaci, disseminate lungo il corso del fiume, in cui ardevano i mattoni, che erano lavorati con l’argilla stessa del fiume.

Un esercito di uomini, ragazzi e bambini prendevano con le mani il limo dagli argini dell’imponente fiume, lo impastavano con argilla grigia e, grondanti di sudore, lo mettevano in una sorta di scatola di legno rettangolare senza fondo. Poi stendevano queste sagome al sole per farle asciugare e seccare. Che lavoro. E’ facile così immaginare la storia della schiavitù. Il giorno dopo avrebbero pazientemente accatastato queste inverosimili sagome formando una piramide, che rimaneva vuota al centro, e le avrebbero cotte infilando dei pezzi di legno nello spazio vuoto. Il legno avrebbe avuto il compito di mantenere acceso il fuoco.

La paga era di un dollaro circa al giorno.

La terra, dopo che le acque del fiume si ritirano, appare disegnata di crepe. E il sole, serpeggiando tra le fessure delle profonde incisioni, nutre di luce e calore i giovani arbusti.

Nelle strette e selvagge stradine di terra battuta, che si dipanavano dal letto in cui riposava il Nilo, camminavano veloci frotte di bambini, che con un vociare allegro, con un gesticolare continuo e con saltelli e corse, cercavano di conquistare la prima posizione.

Avevano addosso magliette variopinte, strappate e impolverate; i piedi erano nudi, solo qualcuno di loro portava colorate ciabattine di plastica. Le bimbe, quelle che non portavano il velo sulla testa, avevano i capelli raccolti in treccioline bizzarre e colorate. Tutti avevano in comune quel sorriso accattivante e spontaneo e quegli occhi magnetici, capaci di raccontare la storia della loro vita.

La mattina mi alzavo presto, prima dell’alba, quando fuori la luce era ancora velata e l’aria ancora fresca.

Portavo il mio latte ancora fumante sul terrazzo, aspettavo che ad oriente si levava quel bagliore di luce che poi si spandeva sull’orizzonte, a cui si accompagnava la “Salat al-sobh”, la preghiera del mattino, gridata dal Muezzin.

Quella voce metallica arrivava come un’ondata, seguita dal levarsi di un fiammante sole.

Spesso, prima del tramonto, uscivo fuori dalle mura dell’ospedale. Mi addentravo nelle polverose vie di Soba e mi perdevo nella vita quotidiana che incontravo. Sabbiosi e improvvisati campetti di calcio, proteggevano gruppetti di ragazzi, che correvano scalzi dietro un pallone consumato, con un vociare continuo. Orci di terracotta e bicchieri di metallo, per raccogliere l’acqua, erano spesso l’unico mezzo per dissetarsi, in quell’arso territorio. Gruppi di ragazzini, alcuni accovacciati per terra, altri seduti su instabili sgabelli, abbozzavano una specie di scacchiera sulla terra e poi muovevano pietre di diverso colore, lanciandole su quel disegno.

Case e negozi erano preservati da porte di metallo, colorate di vernici azzurre o verdi, in forte contrasto con la monotona muratura marrone circostante.

La legge di stato in Sudan è la “sharīʿa”, la legge islamica. Per l’Islam, il venerdì è il giorno santo.

Non si lavora ma la città brulica di attività. Khartoum conta più di sette milioni di abitanti: di questi, il dieci per cento vive nell’agio, il resto nella povertà più nera. E’ il souq di Omdurman che raccoglie centinaia di persone, donne e bambini, durante i giorni di festa, tutti alla ricerca di qualcosa.

Si erge a nord di Khartoum, la precoloniale Omdurman, vecchia capitale dei Mahdisti.

Taxi derivati da motocarri o ricavati da strambi veicoli a tre ruote, da sempre emblema delle metropoli del sud-est asiatico, da Bangkok a Phnom-Penh, sono gli unici mezzi per raggiungere il souq.

Dopo quasi un’ora di traffico convulso, dopo turbanti e assidui suoni di clacson, dopo aver osservato il modo di guidare con gli sguardi di questa strabiliante gente, eccomi in questo dedalo sterminato di viuzze.

Si mercanteggiava per abiti e scarpe, stoffe, tappeti, utensili, vasellame, collane, braccialetti e orecchini, maschere e statuette in legno o in rame, pugnali, sciabole e scimitarre.

Osservavo appassionata le mie grandi compagne di vita sudanesi. Tutte indossano abiti lunghi, avvolti nei “kanga”. Tolti questi abiti scuri, rimangono pantaloni e magliette a maniche lunghe, che vengono nascosti dalle divise bianche, verdi o blu, in uso in ospedale. Alcune arrivano con il “niqab” altre solo con la “hijab”, per coprire la testa. In ospedale viene tutto sostituito da veli bianchi, e dal loro rituale per sistemarli, con spille e ferrettini, per tenere i capelli in quelle posizioni innaturali.

Un ardente giovedì pomeriggio mi ritrovai a 200 chilometri a nord di Khartoum, nell’antica città posta sulla riva orientale del Nilo, oggi sito archeologico di Meruwah.

Durante le prime due ore di viaggio, si correva su una strada asfaltata, lungo la quale mano a mano si perdevano case, che venivano sostituite da gruppi di acacie ombrellifere. Nei pressi del sito si trovavano solo alcuni villaggi chiamati “Bragrawiyah” con poca gente e molte capre.

Agglomerati di case in mattoni, che sembravano disabitati, riuscivano a sorprenderti quando si riempivano in un attimo di vita. Apparivano immagini deliziose e lontane di donne, con abiti pieni di colore, che si opponevano alla desolazione reale del deserto. Gli uomini tenevano costantemente in bocca un rametto di pianta, morsicato in punta, lungo una decina di centimetri, e inamovibili, davanti alle loro abitazioni, regalavano la percezione della difesa.

Cosa facevano tutto il giorno, tutte le settimane, tutti i mesi, tutti gli anni quelle creature?

D’improvviso il paesaggio cambiò, un profilo vagamente montuoso affiancò l’ultimo tratto di strada: un improbabile sentiero arido, intervallato da ciottoli e pietre calcaree.

In pieno deserto nubiano, svettavano con la forma aguzza verso il cielo, le piramidi della necropoli reale di Meroe. Il sole fulvo del tramonto le tingeva, accarezzando dolcemente le piccole dune di sabbia gialla.

Un leggero venticello cominciò a soffiare, solleticando la sabbia. La magia della notte nel deserto: lo spazio più incontaminato del pianeta, il deserto e il firmamento sotto i miei occhi. Il disegno della via lattea, le forme irregolari dei crateri della luna, le stelle che ti soffocavano.

E l’alba, con il suo pallido e giovane sole che dava vita ad ombre brune e colorava d’oro la sabbia.

Proseguendo nell’ideale percorso dell’antica Nubia, affiorano i templi di Naga, luoghi sacri tra deserto e savana, di una dimenticata civiltà dell’alto Nilo.

Il sole colpiva la terra bruciata perpendicolarmente, e un vecchio e stanco asino, trainato da una donna coperta di veli insabbiati, continuava senza sosta a issare acqua da un pozzo.

Il maestoso serpeggiare del Nilo riapparve lungo il cammino, il paesaggio cambiò repentinamente, si lasciava il deserto e man mano tornavano a crescere indisturbate, lungo una pista sassosa, macchie di acacie e palme. A ridosso della vallata, si vedevano le prime elementari coltivazioni di cereali.

La settimana antecedente un matrimonio, culturalmente nell’Islam, è una festa che mostra l’incanto della donna. Durante ognuno di questi riti: si partecipa al salotto culinario, si cantano e si ballano brani tradizionali, si gioca arricchendo la bellezza del proprio corpo.

L’henna, incorporato tra le usanze islamiche a partire dal VI secolo d.C., è preposto a creare disegni su mani, braccia, piedi e gambe.

Il locale era illuminato con fioche e pigmentate lampadine, svettava al centro di questo posto, senza tempo e senza spazio, un baldacchino coperto da teli arabescati e decorati con sfumature d’oro.

Lui composto, saggio e al di là con gli anni; lei una giovane e inesperta dama.

Campo profughi di Mayo, un dimenticato sobborgo di Khartoum.

Abitato circa da 500mila persone, di tribù diverse, per lo più provenienti dal sud del Sudan.

Le infezioni causate dalla mancanza di acqua pulita, dall’inesistenza di un sistema fognario e da condizioni igieniche disastrose, insieme alla malnutrizione, rendono questo posto al limite della sopravvivenza.

Case fatte di fango e paglia, in un paesaggio dove mano a mano aumenta la povertà.

Capre scheletriche, sagome umane vestite di stracci, qualche scarno somaro carico di tutto e di niente.

Le donne aspettavano con pazienza, senza dire una parola, con i bambini arrotolati addosso: allattavano e scacciavano mosche. Erano ferme ad aspettare la distribuzione delle medicine per la malaria, degli intrugli per la malnutrizione, delle vaccinazioni.

Uno dei cinque pilastri dell’Islam è il “sawn” (digiuno), che trova la sua estrema manifestazione durante il “mese caldo”, il Ramadan. Ho iniziato dal primo giorno di agosto il Ramadan. Avevo un foglio su cui erano annotati gli orari di alba e tramonto di ognuno dei 29 giorni di digiuno. La mattina, la mia sveglia suonava quando era ancora buio fuori e quando dalla moschea iniziava la prima preghiera del giorno, con la lettura di passi del Corano (“Al-ahzàb”). Bevevo acqua e mangiavo frutta e quella decisione mi doveva bastare per tutto il giorno, fino a che il sole non avrebbe più accarezzato la terra. Il mio digiuno non è stato un cerimoniale religioso, ma una tentativo di guardare e afferrare cosa alloggia oggi nell’animo di un uomo. L’autodisciplina, la pazienza, l’autocontrollo, la consapevolezza di non avere cibo o acqua e la coscienza di poter radunare le energie, mostrando la stessa operosità. In realtà, in quei momenti si è di fronte a se stessi, si può decidere di nascondersi per mangiare o bere, oppure si può scegliere di farsi accompagnare dalla purità rituale di quel semplice gesto. Non c’è autorità umana che possa controllare, costringere o punire il comportamento dell’uomo, ma è solo la coscienza integra e pulita che fa da guida. Arriva il tramonto, la salat al-maghrib” tuona nell’aria, ed ecco che un bicchiere d’acqua simboleggia l’onestà, la vittoria, la libertà, la dignità.

La “ʿīd al-fiṭr” ha il significato di interrompere il digiuno del mese sacro. E’ un’ancestrale festa che ogni anno si fa spazio nei quattro angoli del pianeta. Passeggiando nei sobborghi di Khartoum, si respira e si assapora l’idea che la diffidenza tra culture e alfabeti differenti, è sempre più cosa da libri di storia. Mi è sembrato di tornare piccola, quando la domenica, il “dì di festa”, bimbi e nonni si incontravano nella piazza del Paese. Vestiti non usati durante la settimana, fermagli e mollettine tra i soffici capelli. Gruppi di anziane signore ai lati delle strade che si raccontavano la settimana. Mamme che badavano e correvano dietro agli scapestrati figli. E gli ubbidienti uomini che portavano a casa i dolci per la fine del pranzo.

 

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