UNICEF. Un milione e mezzo di bambini rischiano la morte da malnutrizione

Nena News Agency – 22/04/2017

Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen soffrono gravissime carestie, dovute alla guerra ma con origini diverse: territori occupati da gruppi jihadisti, conflitti, errori della comunità internazionale, siccità, blocchi aerei

Sud Sudan

di Federica Iezzi

Roma, 22 aprile 2017, Nena News – I bambini. Sono sempre loro a pagare le conseguenze peggiori di guerre, carestie e disastri naturali in varie aree del mondo. In TV li vediamo spaventati, con gli occhi incavati e persi nel vuoto, spesso soli. Eppure il cosiddetto mondo sviluppato volge lo sguardo dall’altra parte e preferisce non sapere che più di un milione di neonati e bimbi rischiano realmente di morire di fame.

L’allarme arriva diretto dall’UNICEF. Almeno un milione e mezzo di bambini tra Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen, risultano a rischio di morte imminente da malnutrizione. E più di 20 milioni di persone si troveranno ad affrontare la fame nei prossimi sei mesi.

La grave catastrofe provocata da malnutrizione e carestia, che oggi stringe questi paesi, risulta in gran parte provocata dagli scorretti atteggiamenti umani. Un’azione più veloce è prerogativa irrinunciabile per non permettere che si ripeta la tragica carestia che colpì il Corno d’Africa nel 2011 e che solo in Somalia uccise 250mila persone.

Nello Yemen, dove la guerra ha imperversato per più di due anni, 462mila bambini soffrono di malnutrizione. Non ancora dichiarato lo stato di carestia, lo Yemen fa i conti con 27 milioni di persone nel limbo dell’insicurezza alimentare. Tre milioni di persone soffrono di malnutrizione acuta, di cui più di due milioni sono bambini.

Il destino per altri 500mila bambini è ancora peggiore: malnutrizione acuta grave. Secondo l’Unicef si è assistito ad un aumento del 200% rispetto al 2014. Anche prima del conflitto interno, lo Yemen era costretto a fronteggiare la difficoltà della fame cronica. Ma era un problema, per la maggior parte, gestibile, visto che le agenzie umanitarie riuscivano a muoversi per il paese con relativa facilità.

L’economia è ora in piena caduta libera, con l’80% delle famiglie in debito. Il costo del cibo è elevato visto che i ritardi e le cancellazioni di voli commerciali e viaggi con navi mercantili sono all’ordine del giorno.

Almeno 450mila bambini sono gravemente malnutriti nel nord-est della Nigeria, territorio minato dei jihadisti di Boko Haram, che non permettono ancora l’ingresso di convogli umanitari. La crisi nigeriana è una crisi sia di finanziamento che di accesso. L’emergenza è stata lenta a rivelare la sua vera dimensione. Boko Haram aveva il controllo di gran parte del nord-est fino al 2014 e poco si sapeva dei bisogni dei civili intrappolati in quelle zone. E le zone rurali ancora oggi rimangono inaccessibili. Inoltre rimane il problema dell’insicurezza alimentare dei 1,8 milioni di sfollati interni nei tre stati del nord-est di Adamawa, Borno e Yobe.

La siccità in Somalia ha lasciato 185mila bambini sull’orlo della fame, cifra destinata a salire fatalmente. Anche qui, si osservano reazioni al rallentatore da parte della Comunità Internazionale. Vaste aree del Paese in cui la crisi alimentare tocca livelli preoccupanti e dove i guerriglieri di al-Shabab sono l’autorità de facto, sono classificate come ‘no-go zone’ per quasi tutte le agenzie umanitarie, a cui viene negato il permesso di accesso e di lavoro.

In Sud Sudan oltre 270mila bambini sono malnutriti. Già invocato da ONU e governo locale lo stato di carestia in alcune zone a nord del paese, in cui vivono più di 20mila bambini. Il paese è un mosaico sconcertante di gruppi armati, tra le fazioni ribelli, l’esercito e le milizie governative. E tutte le parti sembra si siano impegnate in uccisioni di massa a sfondo etnico. E le uniche scelte in mano alle agenzie umanitarie sono state le misure straordinarie negli interventi, spesso senza un programma concreto alle spalle.

Attualmente le aree a rischio di fame potrebbero avere una possibilità di scongiurare una catastrofe, se l’accesso umanitario rimanesse protetto e rispettato, secondo una dichiarazione dell’UNOCHA.

Sono già in programma visite da parte degli ambasciatori del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel nord della Nigeria, in Camerun, Ciad e Niger, con il fine comune di evitare il ripetersi di una delle più gravi carestie di sempre, che colpì l’Etiopia nei primi anni ‘80. Dopo anni di siccità consecutivi, la dittatura militare di Mengistu, ha visto morire di stenti più di un milione di civili.

E in quegli anni l’attenzione della comunità internazionale si concentrò sull’impedire spedizioni di aiuti umanitari nelle aree controllate dai ribelli, che condusse definitivamente l’Etiopia al baratro.

Più di tre decenni più tardi, il rischio per Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen è il medesimo. Da cosa è sorretto il rischio? La risposta più semplice è il conflitto, che accomuna le storie dei quattro Paesi. Queste quattro carestie hanno somiglianze ma origini diverse. Diverse traiettorie. E le esigenze di conseguenza sono differenti.

Evitare una catastrofe umanitaria è solo una parte della battaglia. Ideare una strategia di risposta corretta e assicurare l’accesso necessario in zone dove la guerra entra complessa e frammentaria sono la vera sfida.

L’assistenza di emergenza aiuta solo se le persone che possono accedervi. Molto maggiore dovrebbe essere l’accento sulle contrattazioni diplomatiche nell’impegno della risoluzione dei conflitti, alcuni dei quali trascinati per anni, e per i quali qualsiasi metodo di assistenza umanitaria non risulta altro che un palliativo. Nena News

Nena News Agency “UNICEF. Un milione e mezzo di bambini rischiano la morte da malnutrizione” di Federica Iezzi

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SUD SUDAN. Quando l’aiuto umanitario alimenta la guerra

Nena News Agency – 07/04/2017

La crisi umanitaria in Sud Sudan ha raggiunto misure di estrema gravità ma la risposta internazionale appare guidata da preoccupazioni di politica estera, ripercorrendo una storia già vista in Afghanistan, Darfur, Bosnia, Rwanda

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di Federica Iezzi

Roma, 7 aprile 2017, Nena News – Chi viene davvero sostenuto dagli aiuti umanitari in Sud Sudan? La risposta della Comunità Internazionale spesso è stata guidata non dalle reali condizioni umanitarie ma da preoccupazioni nazionali e di politica estera, ripercorrendo una storia già vista in Afghanistan, Darfur, Bosnia, Rwanda.

La definiscono politicizzazione dell’assistenza umanitaria. In realtà non è altro che una continua scelta di schieramento.

La crisi umanitaria in Sud Sudan ha raggiunto misure di estrema gravità. Insicurezza sulle istituzioni, povertà, cattiva salute, spostamenti di massa di civili e orrendi abusi dei diritti umani hanno lasciato un quadro interno di inazione politica.

Il numero di persone in fuga dal Sud Sudan ha raggiunto il picco di 1,5 milioni di rifugiati. La maggior parte dei rifugiati è accolta dall’Uganda, dove sono arrivate circa 698.000 persone. L’Etiopia ne accoglie circa 342.000, mentre oltre 305.00 sono accolte in Sudan, circa 89.000 in Kenya, 68.000 nella Repubblica Democratica del Congo e 4.900 nella Repubblica Centrafricana. A questi si aggiungono altri 2,1 milioni di sud-sudanesi sfollati all’interno del Paese. Almeno 7 milioni e mezzo di civili sono dipendenti da aiuti umanitari. Più di un milione di bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione grave. E più di 300.000 sono i morti,dall’inizio del conflitto nel 2013.

Non c’è alcun dubbio che l’aiuto umanitario è carico di controversie e imparzialità politiche ed etiche enormi. Come ci si può assicurare che gli aiuti non vadano ad alimentare il conflitto, che non diventino il mezzo per discriminare le stesse persone che si cerca di aiutare?

Di fronte al dilemma di alimentare un’economia di guerra o di sostenere strategie politiche o peggio militari, l’essenziale interesse è quello di preservare lo spazio umanitario. Anche se questo comporta una programmazione minimalista degli aiuti.

Infatti, una volta che le esigenze di emergenza della popolazione vengono soddisfatte, addirittura si dovrebbe decidere di revocare l’aiuto umanitario, qualora avesse una forte possibilità di prolungare la guerra. Questo è stato per esempio il caso degli aiuti umanitari nei campi profughi rwandesi in Congo e in Tanzania, bloccati nel 1994. O il caso degli aiuti umanitari sospesi ai Khmer Rossi lungo il confine tra Thailandia e Cambogia, negli anni ‘80. O ancora il caso degli aiuti umanitari utilizzati come strumento per coprire le brutali politiche di migrazione forzata messe in atto dal regime di Menghistu in Etiopia. Il dilemma rimane da anni lo stesso: ‘come sostenere le vittime senza fornire anche un aiuto ai loro aguzzini?’.

La difficoltà è quella di costruire un consenso su quando e dove tracciare la linea di demarcazione. L’Operazione Lifeline nata nel lontano 1989 in Sud Sudan, tra le agenzie delle Nazioni Unite e almeno 35 organizzazioni non governative internazionali, con lo scopo di garantire aiuti umanitari alla popolazione vulnerabile, ha ripetutamente fallito la sua missione. Non sono state affrontate le carenze strutturali del regime di aiuti, non sono state garantite valutazioni umanitarie indipendenti, non è stato tutelato il monitoraggio.

I mandati di molte ONG sono rimasti offuscati tra lo strettamente umanitario e la raccolta di informazioni politiche, il monitoraggio dei diritti umani, il ruolo non ufficiale nella conduzione del conflitto. Si è persa l’assistenza indipendente e imparziale.

C’è da porsi diverse domande sul Sud Sudan.

In primo luogo va esaminato il rapporto tra le organizzazioni di soccorso e la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite (UNMISS), che ad oggi ha preso circa 200.000 minoranze etniche sotto la sua protezione, nei tentacolari campi sorvegliati. I gruppi di soccorso hanno acriticamente accettato la politica delle Nazioni Unite di sostenere i civili in questi ghetti etnici, per lo più situati in aree remote, con strade dissestate e cattiva sicurezza. L’ONU insiste sul ritenerli siti temporanei. Ma molti di questi campi sono stati utilizzati per scopi politici precisi, che li rendono improbabilmente smantellabili. Ad esempio, quello nella città settentrionale di Bentiu è il risultato di una campagna militare mirata a spopolare le aree produttrici di petrolio e a distruggere il cuore del gruppo etnico dei Nuer. Le organizzazioni umanitarie che forniscono servizi all’interno di siti di protezione UNMISS sono dunque complici nel fornire un falso senso di sicurezza agli abitanti.

Le organizzazioni umanitarie hanno per anni sostenuto in maniera involontaria l’assetto di guerra del governo sud-sudanese. Con l’offerta di servizi sociali nelle zone controllate dal governo, per esempio, che hanno consentito al governo stesso di spendere la maggior parte dei suoi ricavi sul fronte militare, senza affrontare i problemi che continuano a schiacciare la popolazione civile.

E ancora, le scuole nei campi interni non sono istituzioni di apprendimento formale, ma sono semplicemente spazi di apprendimento temporanei, dove gli insegnanti sono volontari. Di fatto, si contribuisce a creare un sistema di segregazione, rafforzando lo slancio verso la ghettizzazione permanente e le divisioni sociali durature. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. Quando l’aiuto umanitario alimenta la guerra” di Federica Iezzi

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UGANDA. Frontiere aperte per i rifugiati sud-sudanesi

Nena News Agency – 27/03/2017

Lo stato africano ospita attualmente più di 800.000 persone fuggite dal Sud Sudan dove almeno 50.000 persone sono morte nella guerra civile iniziata nel dicembre 2013

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di Federica Iezzi

Kampala (Uganda), 27 marzo 2017, Nena News – Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), l’Uganda ospita attualmente più di 800.000 rifugiati del Sud Sudan. In 572.000 si sono riversati in Uganda dal luglio scorso. Nel mese di marzo i nuovi arrivi hanno sfiorato una media di oltre 2.800 al giorno. Il primo ministro ugandese, Ruhakana Rugunda, ha ribadito che l’Uganda ha continuato a mantenere le frontiere aperte, ma che l’afflusso massiccio di questi mesi sta esaurendo le risorse dei servizi pubblici e delle infrastrutture locali.

La mancanza di attenzione internazionale per la crisi che non si è mai chiusa in Sud Sudan, il sottofinanziamento cronico, la carenza di adeguate razioni di cibo, di acqua potabile, di servizi sanitari e educativi, stanno compromettendo perfino gli aiuti salvavita alla popolazione dello Stato africano più giovane, sul punto di un nuovo genocidio. L’approccio dell’Uganda al “problema rifugiati” è tra i più progressisti nel continente africano. Dopo aver ricevuto lo status di rifugiato, a ognuno di loro viene consegnata una piccola area di terreno di circa 60 metri, in insediamenti integrati all’interno della Comunità locale ospitante.

Nelle regioni centrali dell’Uganda e a sud-ovest, questi terreni vengono forniti direttamente dal Governo Museveni. Nelle regioni settentrionali dell’Uganda, dove è ospitato il maggior numero di rifugiati del Sud Sudan, il terreno viene concesso dalla stessa Comunità locale ospitante, consentendo ai rifugiati di accedere ai piani di sviluppo nazionali e ai mercati del lavoro.

E’ proprio nel nord Uganda, al confine con il Sud Sudan, che nasce l’insediamento Bidi Bidi, uno dei campi rifugiati più grandi al mondo, costruito in soli sei mesi, come riflesso della crisi in corso in Sud Sudan. Ospita almeno 270.000 persone, in una sparsa raccolta di villaggi e in un labirinto angusto di tende. Seminati in tutto l’insediamento mercati e piccoli negozi gestiti dai rifugiati stessi, scuole, parchi giochi e centri medici.

L’Uganda è stata scelta, dalla Comunità Internazionale, secondo il Comprehensive Refugee Response Framework, come modello sperimentale di un approccio globale alla protezione dei rifugiati che integra risposta umanitaria a sviluppo mirato, a vantaggio sia dei rifugiati che delle Comunità ospitanti. In realtà, con la sua longeva dittatura, è stata chiaramente intrappolata, in maniera permanente, dall’AFRICOM, con un falso pretesto umanitario, divenuto occupazione permanente del territorio sud sudanese. Dietro: solo interessi economici.

Parte del greggio sud sudanese sarà raffinato insieme a quello ugandese ad Hoima, nella Regione Occidentale, e venduto sotto forma di carburante e derivati. La stessa Hoima sarà sede di una raffineria regionale dalla capacità di 120.000 barili al giorno. Ed ecco come la nascente industria del petrolio ugandese troverà maggiori sbocchi, dietro ricchi compensi esteri.

Secondo le Nazioni Unite sono necessari almeno 250 milioni di dollari per sostenere i rifugiati del Sud Sudan in Uganda. Senza considerare che l’Uganda è destinazione anche di profughi provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dal Burundi. Almeno 50.000 persone sono morte nella guerra civile iniziata in Sud Sudan nel dicembre 2013, come risultato della lotta al potere tra il presidente Salva Kiir e l’ex vice-Presidente Riek Machar. La coppia ha firmato un accordo di pace traballante un anno fa, ma i combattimenti feroci non si sono spenti.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, circa 100.000 persone lottano contro la malnutrizione in Sud Sudan e un altro milione è sull’orlo della fame. Attualmente in Uganda almeno 1,6 milioni di persone hanno bisogno di aiuti alimentari. Nena News

Nena News Agency “UGANDA. Frontiere aperte per i rifugiati sud-sudanesi” di Federica Iezzi

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SUD SUDAN. La guerra civile piega il paese

Nena News Agency – 15/12/2016

Il costante processo di pulizia etnica in corso in diverse aree del Sud Sudan tra le 64 diverse tribù che abitano il Paese, annovera fame, stupri di gruppo e incendi di villaggi

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di Federica Iezzi

Roma, 16 dicembre 2016, Nena News – Più volte paragonata al genocidio del Rwanda, la violenza etnica in Sud Sudan orchestrata dal governo di Salva Kiir sta raggiungendo cifre vertiginose.

Nel terzo anniversario della guerra civile nel Paese più giovane del mondo, non è più sufficiente l’enorme dispiegamento delle unità di protezione ONU per separare le parti in guerra.

La violenza è scoppiata nel dicembre 2013, quando il presidente Salva Kiir ha accusato il suo vice-presidente, Riek Machar, di essere a capo di un colpo di stato. Il Paese aveva ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011 a seguito di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi avvenuti in Africa.

Le tensioni etniche hanno fatto saltare in aria istituzioni deboli e inesistente identità nazionale. Le tribù più popolose del paese, i Dinka e i Nuer, avrebbero dovuto condividere il potere nel nuovo governo. Ma l’estrema povertà e la mancanza di istituzioni ha relegato il Paese nella morsa di una guerra etnica.

Decine di migliaia, i civili che hanno perso la vita nei combattimenti. Secondo i dati OCHA più di un milione di persone ha lasciato il Paese e sono più di un milione e mezzo i rifugiati interni. Il Programma Alimentare Mondiale stima che almeno 3,6 milioni di persone hanno necessità di assistenza alimentare.

Le minacce di violenza hanno avuto solo una debole riduzione quando i leader locali sono intervenuti per fermare le continue espressioni di odio.

L’Ufficio del Consigliere Speciale delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Genocidio, ha sottolineato l’importanza in questo delicato momento di imporre un embargo sulle armi. “Il genocidio” afferma, “E’ un processo che si instaura in un lasso di tempo medio-lungo, e proprio per questo può essere evitato. Ci sono passi che possono essere adottati, prima di arrivare vicini alla catastrofe”.

Solo nello scorso mese di luglio, a seguito di un aumento della violenza nella capitale Juba, altre 4.000 unità sudanesi facenti parte della missione dell’ONU in Sud Sudan (MINUSS) erano state reclutate per la protezione dei civili. Obiettivo mancato, visto che il governo sudanese ha accettato solo il dispiegamento di truppe straniere sul suo territorio.

Il costante processo di pulizia etnica in corso in diverse aree del Sud Sudan tra le 64 diverse tribù che abitano il Paese, annovera fame, stupri di gruppo e incendi di villaggi.

L’economia schiacciata del Paese ha il più alto tasso di inflazione del mondo, arrivato a sfiorare più dell’800% nello scorso mese di ottobre.

I servizi sanitari continuano il lento processo di deterioramento, la crisi idrica nazionale è in crescita, il settore agricolo è in declino e i tassi di malnutrizione sono tra i più alti al mondo. La repressione è l’unico strumento di sopravvivenza per il regime nazionale. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. La guerra civile piega il paese” di Federica Iezzi

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SUD SUDAN. Human Rights Watch ‘L’ONU non ha protetto i civili dagli attacchi’

Nena News Agency – 18/11/2016

Un rapporto dell’organizzazione denuncia la missione di pace delle Nazioni Unite perché non sarebbero intervenute a Juba durante tre giorni di aggressioni e abusi da parte delle truppe governative

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di Federica Iezzi

Juba (Sud Sudan), 18 novembre 2016, Nena News – Secondo un rapporto di Human Rights Watch, la missione di pace delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS) non è riuscita a proteggere centinaia di civili da violenze, stupri e morte, durante i tre giorni di intensi combattimenti a Juba, avvenuti nello scorso mese di luglio.

Il crollo della fragile tregua tra il presidente sud-sudanese, Salva Kiir, e il leader dell’opposizione Riek Machar, ha comportato episodi di estrema violenza nel più giovane tra i Paesi africani. In quei giorni, durante un attacco da parte delle truppe governative in un campo profughi, vicino la sede UNMISS a Juba, hanno perso la vita 73 persone, di cui 20 sotto la protezione delle Nazioni Unite. Sono stati uccisi anche due componenti delle forze di peacekeeping dell’ONU, decine i feriti.

I civili sono stati sottoposti dai soldati armati del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan a gravi violazioni dei diritti umani, tra cui attacchi indiscriminati, intimidazioni, minacce, torture, violenza sessuale. Per contro, il portavoce dell’esercito governativo Lul Ruai Koang ha definito prematura la conclusione sulla responsabilità diretta del suo esercito, pur non negando l’attacco.

Secondo una dichiarazione di Human Rights Watch le forze di pace non sarebbero intervenute al di fuori delle basi militari per proteggere i civili sotto imminente minaccia. Stesso discorso per l’ambasciata degli Stati Uniti che ha ricevuto richieste di aiuto simili a quelle pervenute alle forze UNMISS durante l’attacco. Non ha risposto alle ripetute richieste di assistenza.

Secondo il report, le forze di pace UNMISS non operavano sotto un comando unificato, con conseguenti conflitti di ordini sui quattro contingenti di truppe impegnati, provenienti da Cina, Etiopia, Nepal e India.

A più di tre mesi dall’ultima crisi, i caschi blu dell’UNMISS continuano a non effettuare operazioni di pattugliamento regolari al di fuori dei campi rifugiati. Anche nello scorso mese di febbraio nella base ONU di Malakal, a nord del Paese, che ospitava 47mila sfollati, soldati governativi sono entrati nel campo uccidendo 30 civili e ferendone più di 120. Sono state inoltre bruciate sistematicamente le aree che ospitavano civili provenienti da gruppi etnici pro-opposizione.

Gli stessi disagi etnici tra i gruppi Shilluk, Dinka e Nuer hanno esacerbato gli attacchi. In quell’occasione, è stata criticata la riluttanza a usare la forza per proteggere i civili, da parte dei caschi blu dell’UNMISS. Questi sono solo gli ultimi episodi. Già nell’aprile 2014, il sito ONU a Bor era stato attaccato, causando la morte di circa 50 civili. Il rapporto della commissione di inchiesta di quell’incidente ad oggi non è ancora definito. E il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva deciso per il rimpatrio immediato dei peacekeeper che non erano riusciti a rispondere in modo efficace alla violenza.

Dopo il conflitto scoppiato nel dicembre del 2013, più di due milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, tra cui i circa 200mila civili rifugiati in sei basi delle Nazioni Unite. Nei tre anni di conflitto, il governo del Sud Sudan ha regolarmente consentito l’impunità per violenze e omicidi.

Sono in corso indagini indipendenti da parte delle Nazioni Unite per il fallimento dei compiti delle sue forze di pace in Sud Sudan. Il Consiglio di Sicurezza ha inoltre autorizzato in una delle ultime risoluzioni, sostenuta dagli Stati Uniti, l’invio a Juba di ulteriori 4mila caschi blu per proteggere i civili. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. Human Rights Watch: L’ONU non ha protetto i civili dagli attacchi” di Federica Iezzi

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SUD SUDAN. Il campo profughi di Yida: l’anormale via alla normalità

Nena News Agency – 11/08/2016

Nato come insediamento spontaneo nel 2011, ha scuole, asili, un mercato e una clinica. Ma cibo e acqua scarseggiano, mentre le bombe di al-Bashir gli piovono addosso

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di Federica Iezzi

Juba (Sud Sudan), 11 agosto 2016, Nena News – Sono 60.288 nel campo rifugiati di Yida. Siamo nello stato di Unity, nel Sud Sudan settentrionale a 12 chilometri dal confine con il Sudan. Insieme ai campi di Yusuf Batil, Doro e Jamam, Yida è stato per oltre quattro anni la casa dei profughi provenienti dalle regioni di Nuba Mountains e Blue Nile, fuggiti dalle violenze e dagli orrori che si sono verificati nel vicino sud Kordofan sudanese.

L’ingresso a Yida è polveroso. Le dita delle centinaia di bambini stringono i fili di ferro delle reti metalliche che separano il campo dal territorio desertico attorno. Illuminati da una sola lampadina, grandi blocchi di terreno con servizi igienici, sono diventati la casa di centinaia di rifugiati.

L’audacia di indossare infradito in terreni infestati dagli scorpioni. Il dono di dormire con dignità durante i lunghi viaggi sconnessi. La noncuranza per il ronzio delle mosche sulle latrine. Ecco il popolo di Yida. Dove doccia significa acqua fredda da un secchio sopra la testa.

Ci sono asili, una scuola secondaria e quattro scuole elementari a Yida. L’istruzione è gratuita. C’è un mercato e strade interne. La distribuzione di cibo da parte delle agenzie umanitarie avviene ogni mese, ma le razioni bastano appena per 5-6 giorni alle numerose famiglie. E l’acqua arriva solo da cinque pozzi costruiti negli anni. L’assistenza sanitaria è affidata a una clinica di base che fa riferimento per i casi più gravi al Pariang County Hospital, nell’omonima circoscrizione.

I residenti di Yida sono comprensibilmente diffidenti nei confronti della delocalizzazione. A parlare è il passato. Nel 2012, l’UNHCR ha disposto il trasferimento di 30.000 abitanti di Yida nel campo profughi di Nyeli, palude invivibile dopo inondazioni preannunciate. Solo un anno più tardi i civili erano di nuovo senza una casa.

Nato come un insediamento spontaneo, bombardamenti deliberati dal governo di al-Bashir hanno costellato la vita del campo di Yida dal 2011: almeno 2.000 bombe sganciate nel 2015. Comunità internazionale e Nazioni Unite appoggiano la politica del dittatore intoccabile sudanese, accusato dalla Corte Penale Internazionale di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Darfur. Le motivazioni? Il campo non ha un ufficiale riconoscimento e al suo interno ci sarebbe la presenza di elementi armati.

Gli scontri in Kordofan hanno assunto dimensioni critiche nello stesso periodo dell’indipendenza del Sud Sudan, dopo l’offensiva condotta dal governo di Khartoum contro i ribelli Nuba, raccolti sotto la sigla del Movimento Popolare di Liberazione Sudanese-Nord (SPLA-N), supportati da fazioni militari del Sudan del Sud. Il governo sudanese ha sempre accusato l’esercito di Salva Kiir di supportare i gruppi ribelli nel territorio sud-sudanese. Da questo le pressioni nella chiusura, che continuano ad arrivare dal presidente sudanese Omar Hasan Ahmad al-Bashir.

Ora l’UNHCR sta lentamente pianificando lo spostamento dei rifugiati di Yida presso altri campi, tra cui Ajuong Thok e Pamir, a poco più di 10 chilometri dal confine tra Sudan e Sud Sudan. E attualmente 42.374 civili sono stati distribuiti a Ajuong Thok e Pamir. Sta anche potenziando i programmi educativi a Ajuong Thok. Ma già molte persone si lamentano delle strutture scolastiche: le aule sono così piene che gli studenti non sono in grado nemmeno di vedere l’insegnante.

Sono stati assegnati terreni agricoli agli abitanti di Ajuong Thok ma l’insicurezza e le tensioni con le comunità locali, non permettono nè una buona semina né un adeguato raccolto. La vicinanza di Ajuong Thok e Pamir a Liri, zona a nord di entrambi i siti, che ospita militari del Sudanese Armed Forces (SAF), tribù arabe nomadi e ribelli dell’SPLA, non rende la zona accessibile ai civili in fuga. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. Il campo profughi di Yida: l’anormale via alla normalità” di Federica Iezzi

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Emergenza Sud Sudan

Il Manifesto – 04 agosto 2016

REPORTAGE – Guerra civile. A cinque anni esatti dall’indipendenza, il Paese è travolto dalla violenza. Lo scontro tra dinka e nuer continua a mietere vittime e crea milioni di sfollati. Solo nell’ultimo mese in 60mila sono scappati oltre confine

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di Federica Iezzi

Juba (Sud Sudan) – Ancora violenza in Sud Sudan. Violenza inaudita esplosa negli stessi giorni in cui il Paese si apprestava a festeggiare il quinto anniversario dell’indipendenza.

Alier solo due anni continua a gridare senza sosta durante la medicazione al braccio ferito da un proiettile. Siamo nella clinica all’aperto, allestita ai piedi della cattedrale di Santa Teresa, al centro della capitale Juba.

Con carenza di personale, mancanza di risorse, tra cui elettricità e acqua corrente, gli ospedali sud sudanesi sono al limite della sopravvivenza.

La guerra civile che imperversa nel Paese è legata ai disordini etnici tra la maggioranza Dinka e il popolo Nuer, iniziati nel dicembre del 2013. Da allora ha ucciso decine di migliaia di persone, ha creato tre milioni di sfollati e quattro milioni di denutriti.

Una fragile tregua si è affacciata nella vita del Sud Sudan con un falso accordo di pace firmato lo scorso agosto. Mai guarita la rivalità tra il clan del presidente Salva Kiir e quello del suo vice Rieck Machar, appoggiato da Khartoum.

Una raffica di proiettili ha lasciato nel Paese in queste ultime settimane più di 270 cadaveri ma, secondo le prime stime delle Nazioni Unite, le perdite potrebbero essere maggiori. Quasi 52mila nuovi rifugiati hanno raggiunto nell’ultimo mese la confinante Uganda, che ha già ridotto le pratiche di autorizzazione di asilo.

Il dramma degli sfollati

Fori di proiettili, vetri fracassati, calcestruzzo macchiato di sangue. Più di 36.000 profughi riversati nelle strade di Juba e almeno 7.000 accolti nella base Tomping delle Nazioni Unite. I camion d’acqua non sono in grado di fornire i carichi giornalieri necessari. Saccheggiati i magazzini del Programma Alimentare Mondiale. È così che si sveglia ogni giorno Juba.

A Malakal, nel sud, la situazione non è differente dal resto del Paese. Nyandeng, solo 17 anni e già mamma di due figli, ci racconta che tutte le strade sono perpetuamente pattugliate dai soldati governativi del Sudan People’s Liberation Army (SPLA), partito politico separatista, fondato in Sudan negli anni ’80, come gruppo armato per l’indipendenza del Sudan del Sud.

Almeno 17.000 rifugiati vivono in circa 45 acri di terra cotta dal sole. Un muro di cinta di filo spinato avvolge gli alloggi ricavati da lenzuola e coperte. Si dividono gli spazi con i serbatoi d’acqua e le latrine. Il tutto pattugliato dalle forze di pace UNMISS (Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica del Sud Sudan).

Ad abitare il campo sono principalmente civili della tribù Nuer, stessa etnia di Riek Machar. Al di fuori della recinzione i Dinka di Salva Kiir.

I soldati di Kiir

«Il governo ha sempre negato che i Nuer sono stati presi di mira per attacchi di vendetta», ci dice Mabior, un uomo di forse 40 anni che ne dimostra almeno 60 «Ma nelle strade i poliziotti ti chiedono in lingua dinka, se sei un dinka».

E chi non è dinka? Picchiati con il calcio dei fucili, bendati e costretti a salire su grossi camion in direzione della più vicina stazione di polizia.

«I soldati di Kiir entrano di notte nelle case dei Nuer», continua Mabior. «Ci hanno rubato tutto. Le case, i vestiti, le storie, le vite. Io vivevo nel quartiere di Gudele, a Juba. Poco più di due settimane fa un commando di soldati ha buttato giù la porta della nostra casa mentre dormivamo. L’aria era riempita da colpi di pistola e urla e le torce luminose trafiggevano il buio pesto della notte. Alcune capanne erano state già date alle fiamme e il fumo nero riempiva i polmoni. Da allora le nostre vite sono diventate un inferno». Mabior, con moglie e cinque figli, è stato buttato nel campo rifugiati di Ajuong Thok, non molto lontano dalla città di Bentiu, nella parte settentrionale del Sud Sudan. «Le forniture di cibo e acqua delle Nazioni Unite non sempre raggiungono tutti», ci spiega mentre il sole tramonta e l’ultima luce del giorno svanisce.

Oggi la famiglia di Mabior vive in una capanna di forma quadrata. I figli aiutano nelle faccende quotidiane e si prendono cura degli anziani del campo, come fanno centinaia di altri bambini. La moglie cucina le razioni di cibo distribuite dal Programma Alimentare Mondiale: frittelle di farina, riso, fagioli. Ci dice: «Dipendiamo da altre persone per tutto e non si sa mai cosa sta per accadere».

La polvere è ovunque. I canti riempiono l’aria e commuove la condivisione della musica, a dispetto delle cose orribili che tutti sono stati costretti ad attraversare. Sulle strade sterrate rosse del mercato in Ajuong Thok, non mancano racconti attorno ad un infuso con zenzero, cardamomo e cannella.

Tra i banchi di scuola

L’unica scuola si trova nel vicino campo profughi di Yida. La mattina presto, più di 2.000 studenti si riversano nella scuola elementare Yousif Kuwa. Tra questi c’è Anna, la figlia di Mabior «Voglio diventare un dottore da grande ma se non studio come faccio?», ci fa vedere i suoi disegni del corpo umano ricopiati da vecchi libri. «Ci sono tante malattie e non si può perdere tempo, bisogna studiarle tutte e capire se ne arriveranno altre». Ha appena 10 anni.

La scuola ha preso il nome da un famoso comandante del movimento ribelle Spla, che ora controlla ampie fasce dei monti Nuba e combatte le forze del governo di Khartoum. Per questo, secondo il presidente sudanese al-Bashir, rappresenterebbe una sicura base dei ribelli e per questo lo stesso presidente spinge la Comunità Internazionale allo smantellamento, alla chiusura e all’abbandono dei suoi 70.000 residenti.

Gli insegnanti a Yousif Kuwa sono volontari. Gli studenti ogni mattina portano lattine vuote di olio di mais che utilizzano come sedie, tra teli e bastoni. Anna ci racconta che è difficile seguire le lezioni, i maestri sono troppo pochi. E spesso sono semplicemente ragazzi che hanno iniziato e poi abbandonato l’università.

Migliaia di persone continuano a spostarsi e a fuggire dalle battaglie tribali di una Nazione che non trova pace. Nonostante un cessate il fuoco temporaneo che sembra tenere, molti sono ancora troppo spaventati per tornare a casa.

Achan, madre di tre ragazzini, ha lasciato la sua casa dopo vetri distrutti da colpi di arma da fuoco e spari nel cortile. Teme di rientrare nella casa dove è nata e vissuta «Adesso sanno che lì vivono Nuer. Sanno i nostri nomi». Achan mentre fa mangiare il più piccolo dei suoi figli, Gatbel, ci racconta di spari e urla, dell’obbligo di abbandonare le proprie case, di soldati con divise e scarponi che ti spingevano fuori dai quartieri residenziali. Achan e la sua famiglia sono tra i più di 2,4 milioni di sud sudanesi senza casa a causa di guerra, fame o povertà.

«Ormai crescere in campi come questo è diventato un modo di vita in Sud Sudan», dice Achan. Gatbel segue un programma gestito dalla Croce Rossa Internazionale per la malnutrizione, nell’unico ospedale da campo dell’area. Il pavimento è sporco, pochi farmaci, pochi strumenti, poco personale. Anemie e polmoniti sono le conseguenze più disastrose della malnutrizione.

Manca il cibo

Dall’inizio dell’anno, più di 100.000 bambini sono stati trattati per malnutrizione grave, soprattutto nelle regioni di Equatoria Orientale e Bahr el-Ghazal occidentale, dato in aumento del 150% rispetto al 2014. Secondo Fao, Unicef e Programma Alimentare Mondiale, almeno 4,8 milioni di persone in Sud Sudan, oltre un terzo della popolazione, si troverà ad affrontare gravi carenze alimentari nei prossimi mesi: «Mancano le infrastrutture. Istruzione, sanità e servizi sociali sono scadenti». Gli effetti della guerra sulle zone di scontri sono chiari: villaggi svuotati, campi abbandonati, scuole e cliniche bombardate.

Achan torna a raccontare e si sofferma su come vivevano prima degli ultimi scontri: «Avevamo un pezzetto di terra, così abbiamo provato a seminare mais, sorgo e arachidi. È arrivata la pioggia e i raccolti sono stati buoni. Abbiamo mangiato nonostante non ci fosse lavoro». Ci confessa che non sarebbe mai scappata dalla sua casa per la fame, avrebbe trovato un modo per andare avanti. Ma per la guerra sì, è scappata. Più di 125.000 civili come lei, hanno lasciato il Sud Sudan nei primi quattro mesi del 2016 per Sudan, Kenya, Repubblica Democratica del Congo e Uganda.

Il padre di Achan, ci racconta lei «era in cura nel Juba Teaching Hospital per un problema renale cronico». Era diventato troppo pericoloso per lui fare ogni mese un viaggio di cinque giorni dal suo villaggio, così è stato obbligato a interrompere le terapie. «Il Sud Sudan sta diventando una crisi dimenticata».

Il Manifesto 04/08/2016 “Emergenza Sud Sudan” di Federica Iezzi

Nena News Agency “AFRICA. Emergenza Sud Sudan” di Federica Iezzi

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