SOMALIA. Al nuovo presidente la difficile lotta a corruzione e povertà

Nena News Agency – 17/02/2017

Alle elezioni vince Farmajo sull’uscente Sheikh Mohamud. Molteplici le sfide: la minaccia degli estremisti, la carestia incombente, le fazioni in lotta e la disoccupazione dilagante

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di Federica Iezzi

Mogadiscio, 17 febbraio 2017, Nena News – Eletto al ballottaggio con 184 voti, dopo due turni di votazione, superando l’attuale capo di Stato Hassan Sheikh Mohamud, Mohamed Abdullahi Mohamed è stato dichiarato il nuovo presidente della Somalia.

Hassan Sheikh Mohamud ha ottenuto un leggero vantaggio su Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, 88 voti a 72, dopo il primo turno tra ventuno candidati. Ma Farmajo ha ottenuto un chiaro vantaggio dopo il secondo turno tra i tre candidati rimasti.

Membro del clan dominante Hawiye, l’ex presidente Hassan Sheikh Mohamud, durante i suoi cinque anni di governo, è stato in grado di accumulare consensi tra la comunità internazionale ma non è riuscito ad arginare la corruzione endemica somala. Farmajo, laureatosi presso l’Università di Buffalo, nello Stato di New York, è stato ambasciatore della Somalia negli Stati Uniti nel 1985 e primo ministro somalo, prima di lasciare la sua carica nel 2011.

Con lo scoppio della guerra civile nel 1991, con i movimenti di resistenza contro il regime di Siad Barre e, in epoca recente, con i timori legati agli attacchi da parte del gruppo estremista islamico al-Shabab, per anni i regolari turni elettorali sono stati pesantemente limitati.

Il voto della scorsa settimana è stato il culmine di un processo elettorale prolungato e controverso. E’ iniziato quando 14mila anziani e le figure regionali di spicco, hanno scelto 275 deputati e 54 senatori, i quali a loro volta sono stati il cuore elettorale del neo-presidente Farmajo.

L’esercito governativo somalo ha garantito sicurezza nella capitale durante l’intero turno elettorale. La presa del potere da parte del nuovo leader, ufficialmente in carica da ieri, ha riversato nelle strade e nelle piazze delle maggiori città somale migliaia di cittadini. Nel quartiere di Eastleigh a Nairobi, in Kenya, conosciuto come ‘piccola Mogadiscio’ i membri della diaspora somala hanno festeggiato i risultati delle elezioni. Il pensiero comune è quello di una nuova via verso la stabilità politica e la democrazia piena.

Queste sono solo le seconde elezioni democratiche nel martoriato paese del Corno d’Africa che per anni ha viaggiato nel caos. Dal dittatore Mohamed Siad Barre, al fallimento delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, dai governi di transizione e dalle corti islamiche all’intervento militare di Etiopia e Stati Uniti, dispute tra clan, corruzione, violenze, sono state pratiche quotidiane per anni.

Le elezioni, sono state in gran parte finanziate da Stati Uniti e Unione Europea. Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia sono stati tutti accusati di finanziamento delle campagne elettorali di candidati specifici e quindi, indirettamente, promotori della corruzione.

Il nuovo presidente dovrà sin dall’inizio affrontare molteplici sfide: la minaccia rappresentata da gruppi estremisti somali, la carestia incombente, le istituzioni deboli, le fazioni in lotta e la disoccupazione dilagante in un paese in cui oltre il 70% della popolazione è sotto i 30 anni.

Farmajo, rafforzate le sue credenziali come nazionalista somalo, durante la sua campagna elettorale, attraverso la critica circa i presunti tentativi dei paesi vicini per influenzare le elezioni, rappresenta una promessa per combattere i militanti islamici e per risollevare l’economia somala.

I critici disegnano Farmajo come inesperto. Preoccupano le sue opinioni fieramente indipendenti che potrebbero irritare i Paesi limitrofi come l’Etiopia e il Kenya. Nena News

Nena News Agency “SOMALIA. Al nuovo presidente la difficile lotta a corruzione e povertà” di Federica Iezzi

Radio Onda d’Urto – SOMALIA. Intervista a Federica Iezzi

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SOMALIA. Lotta al morbillo

Nena News Agency – 22/12/2016

L’International Organization for Migration ha lanciato un programma di vaccinazione nella città di Kismayo. Obiettivo: raggiungere in breve tempo 2.000 persone. L’UNICEF e i suoi partner puntano a vaccinare in città 54.000 bambini sotto i 10 anni nei prossimi mesi

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di Federica Iezzi

Roma, 22 dicembre 2016, Nena News – L’International Organization for Migration ha lanciato una campagna di salute pubblica di massa per contenere l’ultima epidemia di morbillo in corso nell’area di Kismayo, a sud della Somalia. Il programma di vaccinazioni dovrebbe raggiungere in breve tempo oltre 2.000 persone, soprattutto nelle Comunità rurali. L’UNICEF e i suoi partner puntano a vaccinare 54.000 bambini sotto i 10 anni a Kismayo nei prossimi mesi.

Secondo i dati UNICEF, dallo scorso settembre, 704 casi di morbillo sono stati ufficialmente registrati in Somalia, 302 dei quali sono bambini sotto i cinque. La recente epidemia di morbillo ha destabilizzato le forze già esigue del Kismayo General Hospital, il più grande ospedale della quinta città portuale somala, dopo i trattamenti estenuanti messi in atto durante l’ultimo focolaio di colera, risalente allo scorso ottobre.

Incuranti del caldo e delle mosche, decine di bambini affollano l’ospedale. Arrivano presto le complicanze della malaria, come la polmonite, l’encefalite, la cecità. Spesso a questi bambini viene somministrata la terapia per la malaria, poi iniziano le eruzioni cutanee e il prurito agli occhi. In Somalia, il morbillo è una delle principali cause di morte tra i bambini sotto i cinque anni, malattia efficacemente prevenuta con un semplice vaccino. E proprio la Somalia ha uno dei più bassi tassi di vaccinazione in tutto il mondo.

Esistono 16 strutture in tutta la città che assicurano gratuitamente la vaccinazione contro il morbillo, ma ancora troppi bambini risultano non immunizzati. In arrivo a Kismayo da UNICEF, Ministero della Salute somalo, Croce Rossa Internazionale e OMS, 55.000 fiale di vaccini contro il morbillo insieme ad integratori di vitamina A per facilitare il processo di immunizzazione dei più piccoli. La campagna sociale lanciata dal governo di Hassan Sheikh Mohamud mira a sensibilizzare le famiglie circa fattori di rischio, eziologia, sintomi, segni e complicanze della malattia.

Inoltre operatori sanitari di comunità continuano a condurre visite casa per casa educando la popolazione all’immunizzazione di malattie prevenibili con vaccini. Evitando le disastrose complicanze della medicina tradizionale. Il morbillo è un indicatore chiave della forza di sistemi di immunizzazione di un Paese. Ad essere assistiti sono anche gli oltre 150.000 migranti vulnerabili, per la maggior parte provenienti dal Sud Sudan, sfollati interni e comunità ospitanti.

Nonostante una diminuzione del 79% di decessi per morbillo tra il 2000 e il 2015 in tutto il mondo, quasi 400 bambini ogni giorno ancora muoiono per questa infezione. E’ quanto le organizzazioni sanitarie leader affermano. Grazie alla copertura vaccinale sono stati salvati una stima di 20,3 milioni di giovani vite tra il 2000 e il 2015, secondo l’UNICEF. Nel 2015, circa 134.000 bambini sono morti a causa della malattia. Il 75% dei decessi appartengono a Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia, Nigeria e Pakistan. Nena News

Nena News Agency “SOMALIA. Lotta al morbillo” di Federica Iezzi

 

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Se la terra promessa è la Somalia

Il Manifesto – 26 agosto 2015

REPORTAGE

YEMEN. Tra i rifugiati in fuga dal conflitto yemenita, vittime della tratta che dal Golfo di Aden li conduce verso il Corno d’Africa. Su rotte ignote anche alle navi militari saudite dispiegate nell’area

Gibuti - Campo profughi UNHCR di Markazi

Gibuti – Campo profughi UNHCR di Markazi

di Federica Iezzi

Al-Mokha (Yemen) – Vec­chie navi da carico che fino allo scorso marzo tra­spor­ta­vano bestiame, ora almeno una volta a set­ti­mana, dopo 30 ore di navi­ga­zione, sca­ra­ven­tano debi­li­tati rifu­giati dallo Yemen in Soma­lia o a Gibuti. I mer­can­tili par­tono dal porto yeme­nita di al-Mokha, a ovest della città di Taiz, dal porto di Hodeida, nell’omonimo gover­na­to­rato, e dal porto di al-Mukalla, nella regione costiera di Hadh­ra­maut. Seguono la tratta pre­sta­bi­lita nel golfo di Aden.

All’ingresso del Mar Rosso, Bab al-Mandeb è il canale chiave di tra­sporto che separa l’Africa dalla peni­sola ara­bica. Largo solo 30 chi­lo­me­tri nel punto più stretto. Nello stretto ci sono tre prin­ci­pali rotte di con­trab­bando, tutte poco distanti dal porto di al-Mokha. Rotte non sog­gette ai con­trolli di sicu­rezza per anni, da sem­pre uti­liz­zate per il traf­fico di armi, droga, petro­lio e per­sone. Ignote per­fino alle navi mili­tari della Coa­li­zione sau­dita dispie­gate nell’area.

Nad­heer, un avvo­cato yeme­nita, rac­conta: «Il viag­gio può costare dai 100 ai 300 dol­lari. Anche per i bam­bini. Le bar­che tra­spor­tano 200 per­sone e 600 ton­nel­late di merce». E con­ti­nua: «Lo Yemen è diven­tato un luogo dif­fi­cile da abban­do­nare. La via di terra per l’Arabia Sau­dita è bloc­cata dai ribelli hou­thi. Le città costiere meri­dio­nali pre­si­diate dagli hou­thi sono inavvicinabili».

I rifu­giati sbar­cano in Soma­lia, nei porti di Ber­bera e Lughaya, nella regione auto­noma del Soma­li­land, o nel porto di Bos­saso, nel Pun­tland, e tro­vano rifu­gio tem­po­ra­neo spesso nei para­liz­zanti campi spon­ta­nei, non uffi­ciali, dove c’è ener­gia elet­trica per appena 8 ore al giorno.

Tra i rifu­giati, ci sono anche somali bantu fug­giti venti anni fa dalla spi­rale di vio­lenza che tut­tora ancora deva­sta la loro terra. All’epoca tro­va­rono casa in Yemen, ma ora il governo somalo di Has­san Sheikh Moha­mud ha offerto il suo soste­gno alla Coa­li­zione sau­dita nella lotta con­tro i ribelli di al-Qaeda gui­dati dall’emiro Qasim al-Raymi, e con­tro la mino­ranza sciita hou­thi, appog­giata dalle forze fedeli all’ex pre­si­dente yeme­nita Ali Abdul­lah Saleh e dall’Iran. Dun­que la popo­la­zione yeme­nita che fino a poche set­ti­mane fa con­vi­veva con i tra­pian­tati somali, oggi li aggredisce.

I dati dell’UNHCR, l’Alto Com­mis­sa­riato delle Nazioni Unite per i Rifu­giati, par­lano di 28.596 yeme­niti arri­vati in Soma­lia, tra cui almeno 12.000 bam­bini, dall’inizio del con­flitto. Nel cen­tro di acco­glienza, alle­stito nel porto di Ber­bera, uomini, donne e il pianto incon­so­la­bile dei bam­bini pos­sono sostare solo tre giorni. Rice­vono cibo, acqua e cure medi­che. Ci sono solo cin­que ser­vizi igie­nici per più di 400 per­sone. Da Ber­bera in massa si pre­ci­pi­tano nella capi­tale Har­gheisa, dove si acco­dano alle infi­nite file delle strut­ture della Mez­za­luna Rossa, per man­giare e per chie­dere asilo.

Senza cibo, né scarpe, secondo i dati dell’Organizzazione Inter­na­zio­nale per le Migra­zioni, 23.360 rifu­giati sono tran­si­tati nel cen­tro di al-Rhama e poi accolti nel campo di Mar­kazi, nella pic­cola città por­tuale di Obock, in Gibuti. Su petro­liere o mer­can­tili. Senza posti veri. Un com­mer­cio fio­rente di biglietti e passaporti.

Faaid, un agente marit­timo del porto di Ber­bera, ci dice che «1.325 per­sone sono arri­vate in Soma­lia e a Gibuti nelle due set­ti­mane suc­ces­sive all’inizio del con­flitto in Yemen». Le Nazioni Unite par­lano di almeno 900 per­sone arri­vate nel Corno d’Africa negli ultimi 10 giorni. 58.234 il totale di arrivi tra Gibuti, Soma­lia, Sudan e Etio­pia. Secondo i doga­nieri del porto di al-Mokha, più di 150 per­sone lasciano lo Yemen legal­mente ogni giorno. Sono i pesca­tori con le loro bar­che o chi ha soldi suf­fi­cienti per com­prare un posto sui mer­can­tili. E ogni giorno, come merce di con­trab­bando, più di 400 per­sone affron­tano quel mare, su bar­che di medie dimen­sioni. Di pro­prietà di com­mer­cianti o pesca­tori yeme­niti, ven­gono com­prate qual­che giorno prima della pre­vi­sta par­tenza, da bande di trafficanti.

Berbera, Somaliland (Somalia) - Golfo di Aden

Berbera, Somaliland (Somalia) – Golfo di Aden

Tutto ini­zia in mezzo alle 18.000 per­sone del campo pro­fu­ghi di al-Kharaz, a 150 chi­lo­me­tri a ovest del porto di Aden. Strade bucate dai mor­tai. Nella deserta regione del sud dello Yemen, durante la distri­bu­zione di cibo da parte del World Food Pro­gramme, quando le per­sone sono ammas­sate e le tem­pe­ra­ture arri­vano a 35 gradi, Fadaaq, un ragazzo forse di 19 anni, ini­zia la “ricerca”. Fadaaq, ci rac­con­tano nel campo, lavora per con­trab­ban­dieri migranti in Kuwait. L’obiettivo è di tro­vare almeno 30 per­sone per ogni viaggio.

Il tra­sporto dal campo al porto di al-Mokha è in auto­bus. Ogni rifu­giato paga dai 25 ai 50 dol­lari, incon­trando diversi chec­k­point mili­tari sulla strada, fre­quente tar­get dei mili­ziani di al-Qaeda.

C’è anche chi, dai quar­tieri di Cra­ter, Ash Sheikh Outh­man, Khur Mak­sar e Atta­wahi della città di Aden, cam­mina a piedi per due giorni interi, fino a al-Mokha. Lo Stato Isla­mico e al-Qaeda hanno bloc­cato la mag­gior parte delle strade tra Sana’a e Aden.

Si aspet­tano anche 15 giorni nel porto, in attesa di un posto sui mer­can­tili o in attesa di sal­dare il debito con i con­trab­ban­dieri. Si dorme per terra su teli. Si aspetta l’acqua dalle orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie. Agenti di poli­zia, guar­die di fron­tiera e diplo­ma­tici fanno finta di non vedere.

Il con­trab­bando di migranti coin­volge reclu­ta­tori, tra­spor­ta­tori, alber­ga­tori, faci­li­ta­tori, ese­cu­tori, orga­niz­za­tori e finan­zia­tori. Spesso i traf­fi­canti sono essi stessi migranti. Spesso i migranti clan­de­stini gui­dano le bar­che. Spesso si usano imprese ad alta inten­sità di capi­tale per il rici­clo dei proventi.

Tre­cento pas­seg­geri è il mas­simo per una barca di 17 metri. Ma le bar­che ven­gono cari­cate di 700–800 per­sone. Su quasi ogni barca la sto­ria è la stessa. Ven­gono rac­colti tutti i tele­foni cel­lu­lari. Tutti par­tono senza baga­glio. Hanno diritto a man­giare, bere e andare in bagno fino al momento dell’imbarco.

Ci rac­conta Reem: «Mi hanno por­tata in un posto dove ho incon­trato altri come me, in viag­gio verso la Soma­lia. In totale era­vamo 157. Una parte del viag­gio l’ho fatta in piedi, per far posto ai miei figli. Poi sono riu­scita a sedermi con le gambe appog­giate al petto. Sono rima­sta per più di dieci ore così». Reem ci ha detto che arri­vati a Ber­bera, in Soma­li­land, hanno spinto tutti fuori dalla barca, in mare. Alcuni sono anne­gati. Altri sono riu­sciti a rag­giun­gere la riva. La barca è spa­rita in pochi minuti tra le onde.

A Mareero, Qaw e Elayo, nella regione somala del Pun­tland, a Obock, in Gibuti, a Bab al-Mandeb, al largo della città di Taiz, e nel golfo di Aden, l’UNHCR ha regi­strato il più alto numero di decessi nel Mar Rosso e nel Mar Arabico.

Il Manifesto, 26/08/2015 “Se la terra promessa è la Somalia” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “Se la terra promessa è la Somalia” di Federica Iezzi

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REPORTAGE. I racconti dei sopravvissuti di Garissa «Cristiani da un lato, musulmani dall’altro»

Il Manifesto – 06 aprile 2015

Kenya. Tra gli studenti feriti durante l’attacco di al-Shabab al campus universitario. Chi non conosceva il Corano non ha avuto scampo. Ma in ospedale scatta la gara di solidarietà: persone di diverse etnie e religioni in fila per donare il sangue

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di Federica Iezzi

GARISSA (KENYA) – Le 16 ore dram­ma­ti­che nel cam­pus universitario di Garissa, nel Kenya del nord, a 150 chi­lo­me­tri dal con­fine somalo, sono ini­ziate gio­vedì scorso subito dopo l’alba, ora della salat al-fajr, la pre­ghiera isla­mica del mat­tino. Almeno cin­que uomini con volto coperto e pesan­te­mente armati, affi­liati al gruppo jiha­di­sta somalo al-Shabaab, hanno aperto il fuoco con­tro i custodi dei dor­mi­tori, riu­scendo a infil­trarsi in stanze, aule, biblio­te­che e labo­ra­tori dell’università. Char­les, stu­dente di scienze informatiche, rac­conta che dalla sua stanza al piano terra, ha sen­tito colpi di arma da fuoco e grida. Nel suo dor­mi­to­rio gli stu­denti sono stati divisi in gruppi, in base alla loro reli­gione. I non-musulmani sono stati giu­sti­ziati e i musul­mani sono stati liberati.

Il bilan­cio delle vit­time, ancora oggi prov­vi­so­rio, parla di 153 morti, tra cui 148 stu­denti e cin­que addetti alla sicu­rezza, e 104 feriti, tra cui 19 in con­di­zioni cri­ti­che. Già nella notte di gio­vedì il Natio­nal Disa­ster Ope­ra­tion Cen­ter kenyano, par­lava di 587 stu­denti eva­cuati dal cam­pus, su 850 iscritti. Almeno in cento man­cano all’appello, ma potreb­bero essere anche di più i gio­vani ancora nelle mani dei mili­ziani. Le forze armate di Nai­robi con­ti­nuano a pat­tu­gliare l’università. Jacob Kai­me­nyi, segre­ta­rio di Gabi­netto per l’Educazione, ha annun­ciato che la strut­tura rimarrà chiusa. A Garissa, Wajir, Man­dera e nella con­tea di Tana River, rimarrà il copri­fuoco dalle ore 18.30 alle ore 6.30, per due settimane.

Il mini­stro dell’Interno Joseph Nkais­sery, ha comu­ni­cato l’uccisione di quat­tro pre­sunti aggres­sori e dell’arresto di altri cin­que. Uno dei mili­ziani che hanno preso parte all’assalto sarebbe Abdi­ra­him Moham­med Abdul­lahi, kenyano, figlio del gover­na­tore della con­tea di Man­dera. Mente dell’attacco viene invece con­si­de­rato Mohammed Moha­mud Kuno, fino al 2000 diret­tore del Madrasa Najah Insti­tute a Garissa, una scuola cora­nica, ben noto come lea­der di al-Shabaab nella regione auto­noma di Juba­land, a sud della Soma­lia, che con­di­vide più di 700 chi­lo­me­tri di con­fine con il Kenya. Kuno ha riven­di­cato anche l’attacco a Man­dera, pic­colo centro al con­fine tra Kenya e Soma­lia, dove lo scorso novem­bre vennero uccisi 28 civili non musul­mani, a bordo di un auto­bus diretto a Nai­robi. Ed è col­le­gato all’attacco del set­tem­bre 2013 nel cen­tro com­mer­ciale West­gate a Nai­robi, quando 67 per­sone per­sero la vita in quat­tro giorni di asse­dio. Lati­tante dallo scorso dicem­bre, le forze dell’ordine kenyane hanno messo sulla sua testa una taglia di 220 mila dol­lari. E al-Shabaab minac­cia nuovi attac­chi fin­ché il Kenya man­terrà le truppe in Somalia.

La rispo­sta del Kenya Defence For­ces è arri­vata imme­diata domenica, con bom­bar­da­menti a tap­peto nei campi di Gon­do­dowe e Ismail, entrambi nella regione di Gedo, al con­fine tra Kenya, Etiopia e Soma­lia, fer­tile rete dei mili­ziani di Kuno.
I mili­ziani di Kuno hanno inten­zio­nal­mente scelto la Garissa Univer­sity Col­lege, per­ché iden­ti­fi­cata come facile obiet­tivo, pienamente con­sa­pe­voli della cor­ru­zione para­liz­zante e della carente gestione della sicu­rezza nella scuola. «Rumori di gra­nate, di colpi di arma da fuoco e di esplo­sioni ci hanno sve­gliate», raccontano Jene e Nadja, che divi­de­vano la stessa stanza del dormito­rio fem­mi­nile da 360 posti. «Con­ti­nua­vano a chie­dere se tutti noi era­vamo cri­stiani o musul­mani. Ci chie­de­vano di pronunciare versi del Corano in arabo. Chi non l’ha fatto è stato ucciso».

Jene ha volato con i pic­coli aerei dei fly­ing doc­tors al Kenyatta Natio­nal Hospi­tal di Nai­robi, dopo essere stata col­pita da una scheggia all’addome. È stata sot­to­po­sta a un deli­cato inter­vento chirur­gico. Era entrata solo da pochi mesi al Garissa Uni­ver­sity College. Ci rac­conta che i colpi di kala­sh­ni­kov dei guer­ri­glieri sono diven­tati più fitti quando l’esercito kenyano ha rag­giunto e circondato il col­lege, ben sette ore dopo l’irruzione.

Lun­ghe file di uomini e donne di diverse nazio­na­lità, etnie e religioni, si sono river­sate nel cor­tile del pic­colo ospe­dale di Garissa, in attesa di donare il pro­prio san­gue alle vit­time dell’attacco jiha­di­sta. Il per­so­nale della Croce Rossa locale ha alle­stito una sorta di cen­tro di primo soc­corso nel cor­tile del Garissa Pro­vin­cial General Hospi­tal, per lo smi­sta­mento dei pazienti. Anche un’equipe di Medici Senza Fron­tiere ha sup­por­tato l’ospedale nella fase di emer­genza. I ragazzi soprav­vis­suti insieme alle fami­glie ora sono al Nai­robi Nyayo Natio­nal Sta­dium, adi­bito a cen­tro di gestione dei disa­stri. Gra­zie al lavoro dello staff della St Johns Ambu­lance e del Kenya Blood Tran­sfu­sion and Sto­rage Ser­vi­ces, pro­prio dallo sta­dio è partita una staf­fetta di soli­da­rietà, della durata di tre giorni, per continuare la dona­zione di san­gue alle vit­time dell’attacco che ancora lottano per la vita, nelle sale ope­ra­to­rie dell’ospedale di Nairobi.

Tra la gente in fila anche la madre di Faith, che ha perso la vita nell’attentato. «Faith non c’è più – dice -, ho visto e rico­no­sciuto il suo corpo. Ma sua sorella è ancora in tera­pia inten­siva e ha biso­gno di me ora. Non posso per­met­termi di pian­gere».
Intanto nelle strade della capi­tale si sono dispie­gati cor­tei di protesta e di soli­da­rietà. Ieri mat­tina pre­si­dio di fronte alla succursale della Moi Uni­ver­sity, a Nai­robi. Decine di car­telli a ricordare i nomi e le foto degli stu­denti uccisi. «I ragazzi di Garissa pos­sono stu­diare con noi», scan­di­vano a gran voce i gio­vani universi­tari, dopo la nota dira­mata dal Mini­stero dell’Istruzione di tenere ancora chiuso il Col­lege e di tra­sfe­rire gli stu­denti nella sede prin­ci­pale della Moi Uni­ver­sity a Eldo­ret, nel Kenya dell’ovest.

Aleela è la sorella mag­giore di Nadira e quest’ultima è in sala d’attesa al Kenyatta Natio­nal Hospi­tal di Nai­robi da almeno 29 ore. Aspetta che Aleela esca dalla tera­pia inten­siva. «È stata col­pita alla testa – ci dice – Non so come sta, i dot­tori non mi sanno dire ancora nulla. Io voglio solo sapere se si sve­glierà». Ci rac­conta che Aleela vuole diven­tare una mae­stra per inse­gnare nelle scuole elemen­tari di Mar­sa­bit, il vil­lag­gio dei loro geni­tori. Aveva otte­nuto dal suo col­lege una borsa di stu­dio, per con­ti­nuare ad andare a scuola. Si era tra­sfe­rita poi a Garissa, a 360 chi­lo­me­tri da casa sua. «Non la vedevo da mesi, ma sapevo che era contenta».

Il Manifesto 06/04/2015 – I racconti dei sopravvissuti di Garissa «Cristiani da un lato, musulmani dall’altro» di Federica Iezzi

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KENYA. Al-Shabaab fa strage di studenti e minaccia nuovi attacchi

Nena News Agency – 04 aprile 2015

L’università di Garissa è rimasta sotto l’assedio dei miliziani islamisti somali per 16 ore. Almeno 150 i morti, in un attacco terroristico che ha preso di mira gli studenti cristiani. “Molti compagni uccisi davanti alle aule”, il racconto di una sopravvissuta

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AGGIORNAMENTO ORE 10.30 – AL SHABAAB MINACCIA NUOVI ATTACCHI

I miliziani islamisti somali promettono nuove stragi in Kenya, dopo quella al campus universitario di Garissa in cui sono morte quasi 150 persone, per lo più studenti cristiani. “Non ci sarà luogo sicuro in Kenya fino a quando manderà le sue truppe in Somalia”, questo il monito di al -Shabaab che ha giurato che le strade delle città kenyiote diventeranno “rosso sangue”. Nena News

 

Testo e foto di Federica Iezzi

Garissa (Kenya), 4 aprile 2015, Nena News – Secondo fonti del ministero degli Interni, è di 147 morti e 79 feriti, il bilancio, ancora provvisorio, dell’attacco nel campus universitario di Garissa, nel nord-est del Kenya, a 150 chilometri dalla frontiera con la Somalia.

Quello avvenuto in Kenya, all’Università di Garissa, è solo l’ultimo di una lunga serie che prende di mira i luoghi di studio. Dal 2009 ci sono stati 9.500 attacchi terroristici nelle scuole di 70 diversi Paesi.

Giovedì all’alba, un piccolo gruppo di miliziani di al-Shabaab, armati di AK-47 e muniti di esplosivi, si è infiltrato nelle aule universitarie del campus, uccidendo studenti non-musulmani. Le prime testimonianze hanno riferito di colpi d’arma da fuoco seguiti da esplosioni. Presi in ostaggio decine di studenti nei dormitori. Gli scontri tra gli estremisti e le truppe kenyane hanno fatto salire il bilancio di morti e feriti. Uccisi anche quattro combattenti del gruppo affiliato ad al-Qaeda.

L’esercito kenyano ha circondato gli edifici universitari riuscendo a far evacuare, tra le giornate di giovedì e venerdì, 587 studenti. Potrebbero essere alcune centinaia i giovani cristiani ancora nelle mani dei miliziani islamici di al-Shabaab.

In un messaggio audio, subito dopo l’attacco, Ali Mohamoud Raghe, portavoce del gruppo al-Shabaab, ha detto che l’università di Garissa è stata presa di mira perché educa studenti cristiani. Inoltre, al-Shabaab minaccia nuovi attacchi finché il Kenya manterrà le truppe in Somalia. Il riferimento è al coinvolgimento dei militari del governo di Uhuru Kenyatta, nella missione dell’Unione Africana dispiegata in Somalia, per la sicurezza e la stabilità del Paese.

Dopo l’attacco, il ministro dell’Interno del Paese, Joseph Nkaissery, ha annunciato un coprifuoco di 12 ore nelle città di Garissa, Wajir, Mandera e nella contea di Tana River. Sono stati trasferiti in aereo, al Kenyatta National Hospital di Nairobi, i feriti più gravi, in attesa di delicati interventi chirurgici.

Jene, prima di entrare in sala operatoria, per un colpo di arma da fuoco all’addome, ci racconta che uomini a volto coperto continuavano a chiederle, urlando, se era cristiana.“Molti miei compagni di corso hanno perso la vita davanti alle aule dove studiavamo. Tutti erano di religione cristiana”. Ci dice di aver paura di non riuscire a superare l’intervento. “Tornerò a studiare una volta uscita dall’ospedale”: queste le sue ultime parole prima dell’anestesia.

L’atto terroristico si rivela il peggior attacco in Kenya, dopo l’attentato del 1998 all’ambasciata degli Stati Uniti da parte di al-Qaeda, che ha ucciso più di 200 persone. E viene dopo l’attacco al centro commerciale Westgate della capitale kenyana, che ha ucciso 67 persone, nel 2013. Dal 2012, più di 600 persone sono state uccise in Kenya dai jihadisti di al- Shabaab. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Al-Shabaab fa strage di studenti e minaccia nuovi attacchi” – di Federica Iezzi

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La Somalia dimenticata, in piena crisi politica ed umanitaria

Nena News Agency – 11 maggio 2014

In costante ritardo la catena di aiuti umanitari in Somalia, dovuta alle difficoltà di accesso in alcune aree del Paese e agli scarsi fondi messi a disposizione dai donatori

 

SOMALIA

 

di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 11 maggio 2014, Nena News – Nella Somalia esposta agli attentati di al-Shabaab, l’organizzazione fondamentalista collegata ad Al-Qaeda, che controlla l’area centro-meridionale del Paese e che destabilizza l’intero territorio dello Stato, si frantumano anche gli aiuti umanitari. Gran parte della popolazione somala convive quotidianamente con denutrizione, malattie e infezioni, il tutto gravate da duri cicli di siccità e carestie.

Il corridoio umanitario nella terra di Afghoy, costruito sulle rovine della strada nazionale che collegava Mogadiscio a Baidoia, e i gremiti campi profughi di Mogadiscio, non sono bastati a scongiurare nei due precedenti decenni, emergenze umanitarie di singolari proporzioni. La carestia, causata dalla guerra tra fazioni nel 1992, ha provocato la morte di oltre 220 mila persone. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite quasi 260 mila somali sono morti di fame durante la crisi umanitaria che ha sconvolto il Paese nel biennio 2010-2012.

Oggi come vent’anni fa la guerra civile demolisce il Paese. Le città appaiono come una guarnigione misera e trascurata. Lungo le strade decine di posti di blocco a poche centinaia di metri l’uno dall’altro, sprofondano nella gretta desolazione. Campi abbandonati all’incuria e alla desertificazione. I villaggi sopravvivono a stento non potendo più contare nemmeno sui raccolti agricoli. Ogni giorno scontri a fuoco e attentati falliti.

Data la dispersione su tutto il territorio di una popolazione prevalentemente nomade e seminomade, la Somalia non è mai stata preda di un governo centrale. Questo delicato equilibrio fu alterato dall’imposizione del dominio coloniale, di un sistema di egemonie tribali.Il Paese continuò negli anni a rimanere ostaggio delle fazioni armate, nonostante tregue e tardivi interventi ONU (missioni UNOSOM I e UNOSOM II) e degli Stati Uniti (operazione Restore Hope), dagli esiti manifestamente fallimentari.

Oggi come vent’anni fa, nel Corno d’Africa imperversano siccità e carestie stagionali, giudicate normali dagli esperti. Il numero delle vittime, incalcolabile. I profughi, decine e decine di migliaia: verso il campo di Dadaab nel nord-est del territorio keniano, che ospita ormai più di 450.000 rifugiati, e verso il sud dell’Etiopia. Come vent’anni fa, sono continui i ritardi negli aiuti umanitari, dovuti alle difficoltà di accesso in alcune aree del Paese e agli scarsi fondi messi a disposizione dai donatori.

Attualmente circa 3 milioni di persone necessitano per sopravvivere di immediati aiuti umanitari. Sono poche le possibilità di trovare un’assistenza sanitaria di qualità, per l’inabilità di trasportare medicine, come cibo, nelle aree controllate militarmente dalle milizie estremiste islamiche. Le autorità sanitarie somale, con la collaborazione di UNICEF, OMS e Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, ha presentato un programma, che si concluderà nel 2016, per il miglioramento dell’assistenza sanitaria di base. Progetto da 8 milioni di dollari.

Per il ritardo della stagione delle piogge, per l’aumento dei prezzi sugli alimenti e per la persistente insicurezza nel Paese, più di 800.000 persone rischiano i danni di una incalzante carestia. La FAO risponde con un progetto annuale da 12 milioni di dollari che prevede la duratura pianificazione del programma alimentare e il dinamico sostegno alla coltivazione locale. Nena News

 

Nena News Agency “La Somalia dimenticata, in piena crisi politica ed umanitaria” – di Federica Iezzi

 

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