SOMALIA. Terza carestia in 25 anni

Nena News Agency – 14/03/2017

Secondo l’ONU, oltre sei milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, più di 360.000 bambini sono affetti da malnutrizione acuta. Secondo alcune stime, la siccità è peggiore dell’ultima del 2011 che uccise 250mila somali. A inizio mese, in meno di 48 ore, sono morte 110 persone per carenza di cibo e malattie nella regione di Baay

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di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 14 marzo 2017, Nena News – Bambini dagli occhi scuri e spaventati, tende senza acqua e elettricità, non un pasto adeguato per settimane. Sono un quadro comune in Somalia. Secondo le stime delle Nazioni Unite oltre sei milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare e questo significa più della metà della popolazione dell’intero Paese. Di questi, più di 363mila bambini sono affetti da malnutrizione acuta e 270mila rischiano di entrare nel tunnel della malnutrizione nell’arco di quest’anno, secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

I tre anni di siccità soprattutto nel nord del Paese, la conseguente carestia e la presenza incombente del gruppo estremista islamico al-Shabaab, hanno lasciato la Somalia e la sua gente in una situazione disperata, in una miseria dilagante. La comunità internazionale assiste alla terza carestia in Somalia in 25 anni. L’ultima, nel 2011, ha contato circa 260.000 vittime, la metà delle quali erano bambini sotto l’età di cinque anni. Secondo Save the Children la risposta della Comunità Internazionale alla minaccia della carestia in Somalia, sta ripercorrendo i gravi errori dell’ultima crisi.

Anche all’interno dei campi rifugiati, l’insicurezza alimentare è a livelli preoccupanti. Il campo rifugiati di Baidoa, a nordovest di Mogadiscio, oltre ad essere già il riparo di migliaia di sfollati interni, risultato di anni di conflitti civili, continua ad accogliere rifugiati che rientrano dal campo di Dadaab, in Kenya nord-orientale.

L’UNICEF, con il supporto dell’European Civil protection and Humanitarian aid Operation (ECHO), ha istituito centri di nutrizione nei campi rifugiati, che finora hanno permesso un tasso di recupero del 92,4% per i 42.526 bambini gravemente malnutriti in tutta la Somalia. Il programma ha mostrato grandi progressi a partire dal 2013, fornendo assistenza a migliaia di bambini malnutriti e donne in gravidanza o in allattamento.

Secondo i dati dell’UNICEF, un milione e mezzo di bambini tra Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen, risultano a rischio di morte imminente da malnutrizione. E più di 20 milioni di persone si troveranno ad affrontare la fame nei prossimi sei mesi. La siccità, che continua ad essere una piaga in Somalia, è secondo le stime peggiore dell’ultima del 2011 che uccise 250.000 persone.

A partire dallo scorso novembre, più di 135.000 persone sono state costrette a spostarsi all’interno della Somalia a causa della siccità. Nelle zone più colpite, piogge insufficienti e conseguente mancanza di acqua hanno spazzato via i raccolti. La produzione vegetale risulta drasticamente ridotta anche in zone precedentemente stabili e fertili. Il bestiame è decimato e le comunità sono costrette a vendere i loro beni e prendere in prestito cibo e denaro per sopravvivere.

In aggiunta a siccità e carestia, le malattie come il colera e il morbillo iniziano a macchiare la popolazione soprattutto pediatrica. All’inizio del mese, il primo ministro somalo Ali Hassan Khaire ha annunciato il decesso di almeno 110 persone in meno di 48 ore, per carenza di cibo e malattie, legate al fenomeno della siccità, nel sud-ovest della regione di Baay, nella Somalia meridionale. Quasi 8.000 persone sono state colpite da colera e ad oggi più di 180 sono morte. E l’OMS riporta che circa cinque milioni di persone sono a rischio di colera.

I primi progressi sul problema sono stati fatti nel 2015, quando è stato tagliato il traguardo del dimezzamento della fame nel mondo. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) riferisce che oltre 100 milioni di persone non soffrono più di disturbi legati alla malnutrizione, a partire dagli ultimi dieci anni. Testimonianza di quanto una maggiore cooperazione e il coordinamento tra governi, società civile, ricercatori, settore privato e agricoltori siano in grado di fornire soluzioni concrete per l’insicurezza alimentare. Nena News

Nena News Agency “SOMALIA. Terza carestia in 25 anni” di Federica Iezzi

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8 MARZO. Somalia, i racconti delle donne rifugiate

Nena News Agency – 08/03/2017

Attraverso le voci di Zainab e Isra, la vita dei profughi dal campo di Dadaab al ritorno forzato

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di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 8 marzo 2017, Nena News – Zainab è tornata l’anno scorso in Somalia. I suoi sei figli sono tutti nati a Dadaab, il campo rifugiati che circonda le città di Hagadera, Dagahaley e Kambios, nella contea di Garissa, nel Kenya nord-orientale.

“Un giorno ci hanno riuniti in gruppi al campo e ci hanno chiesto se volevamo tornare in Somalia. Molti di noi avevano un lavoro, una casa, una vita a Dadaab. I nostri figli andavano a scuola lì, venivano curati lì. Sono tornata a Abaarso, in Somaliland, quando il governo kenyano ha iniziato ad annunciare la chiusura del campo”. Continua: “Ricordo ancora la preoccupazione che accompagnava le nostre giornate”.

Le confuse comunicazioni riguardo la chiusura del campo di Dadaab, con il conseguente rimpatrio dei rifugiati, ha minato un equilibrio che si trascinava dai primi anni ’90. Intanto il programma di rimpatrio a Dadaab continua con una media di quasi 2.000 rifugiati che, a settimana, tornano volontariamente in Somalia. 49.376 rifugiati somali sono tornati a casa dal dicembre 2014, quando l’UNHCR ha iniziato a sostenere il rientro volontario dei rifugiati somali dal Kenya. Di questi 10.062 sono stati sostenuti nel solo 2017.

Le Nazioni Unite hanno lanciato un programma di rimpatrio volontario nel 2014, in base al quale quasi 50.000 somali sono stati assistiti finanziariamente e logisticamente per il rientro in patria, in particolare nella zona di Baidoa, a nordovest di Mogadiscio, e nella zona di Kismayu, a sudovest della capitale.

In realtà gli aiuti sono stati esigui. I circa 400 dollari per famiglia dovevano bastare per viaggio, alimentazione e costruzione di un rifugio. Molti rifugiati rientrati in Somalia, dopo anni trascorsi a Dadaab, oggi non sanno ancora dove andare. Non hanno alcun riparo. Non ci sono scuole per i bambini, né ospedali per le cure.

Kismayu, ad esempio, ospita circa 40.000 sfollati interni che vivono in un campo privo delle strutture più elementari. Zainab ci dice: “Il rimpatrio nel proprio Paese d’origine è di solito la soluzione migliore per un rifugiato. Ma non ha alcun senso se al ritorno ci si trova nella stessa situazione disperata che ci aveva spinto alla fuga”.

I campi non ufficiali nel nord della Somalia, nelle regioni amministrative di Maroodijeex, Awdal, Saahil, Togdheer, Sool e Sanaag, alle porte di villaggi, di città, di centri abitati, sembrano macchie senza forma nella sabbia arida. Il contrasto è stridente. Le pareti delle tende tappezzate da cartoni di prodotti commerciali, colorano il paesaggio desertico. E poi a disegnare l’Africa, ancora le case in lamiere dipinte di blu, bianco, giallo, rosso.

Zainab ci racconta che molti uomini hanno perso il lavoro in Kenya, dopo aver lasciato Dadaab. Spesso non viene permesso ai somali di mantenere il lavoro se non si risiede in territorio kenyano. Così, adesso le loro vite sono inglobate nei viaggi in camion di sera verso l’Etiopia per il trasporto di qat, pianta con effetti allucinogeni, largamente utilizzata nel Corno d’Africa.

I campi non ufficiali nascono a macchia d’olio, seguendo gli itinerari governativi di installazione di acqua e elettricità. Legno, mattoni di sabbia, tessuti e lamiere sono sufficienti a occupare lo spazio che sarà destinato presto alle nuove costruzioni.

Isra è entrata da poco nella sua nuova casa. Ci dice che in Kenya, a Dadaab, aveva una casa vera con pareti di mattoni e tetto di lamiera. “Avevo piatti, materassi e sedie. Appena fuori casa, avevo l’acqua corrente da bere, per lavare, per cucinare. In casa c’era la luce”.

Continua: “Qui in Somalia, si iniziano a preparare i perimetri delle case con grosse pietre. Ho aspettato mesi prima che la casa fosse pronta. Nel frattempo ho vissuto in una tenda nel villaggio di Geed Giqsi. Eravamo in 12 dentro. E’ dura senza acqua. Con Sa’ado, mia figlia maggiore, dovevamo camminare fino al fiume Marodijex ogni giorno per prendere l’acqua. E lì le buche dove si trova l’acqua sono profonde fino a tre metri”.

Adesso Isra con la sua famiglia vive in una casa alla periferia di Hargheisa. Attualmente Hargheisa è diventata la destinazione di 80.000 rifugiati e sfollati interni. Nena News

Nena News Agency “8 MARZO. Somalia, i racconti delle donne rifugiate” di Federica Iezzi

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KENYA. Un muro intorno Dadaab dopo il mancato smantellamento

Nena News Agency – 25/02/2017

Dopo la sentenza dell’Alta Corte, il governo annuncia il ricorso e continua a costruire la recinzione intorno al campo profughi più grande del mondo. E molti rifugiati tornano in Somalia

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di Federica Iezzi

Mogadiscio, 25 febbraio 2017, Nena News – E’ stata annullata dall’Alta Corte keniota la direttiva del governo di chiudere il campo profughi di Dadaab, nella zona nord-est del Kenya vicino al confine somalo e dunque di rimpatriare circa 260mila rifugiati somali.

Il termine ultimo per la sua chiusura era stato esteso fino al prossimo maggio, ma il giudice dell’Alta Corte John Mativo, assegnato al processo, ha equiparato la decisione ad un atto di persecuzione. Il governo di Uhuru Kenyatta ha già comunicato ufficialmente che farà appello contro la sentenza, per motivi di sicurezza.

A dirlo è il portavoce governativo keniota Eric Kiraithe, secondo cui “il campo ha da tempo perso il suo carattere umanitario ed è diventato un rifugio per terrorismo e altre attività illegali”.

Secondo l’attuale presidente del Kenya, infatti, gli attacchi del gruppo jihadista al-Shabab continuano ad essere pianificati all’interno del campo rifugiati più grande del mondo. Inoltre i rifugiati sono percepiti come un freno per lo sviluppo economico del paese.

Intanto continuano i lavori da parte del governo keniota per la costruzione di una recinzione lungo i 700 chilometri di confine con la Somalia. Il campo rifugiati di Dadaab è stato designato nel 1991 per le famiglie in fuga dal conflitto in Somalia, famiglie che attualmente vivono lì da più di 20 anni.

La Commissione Nazionale del Kenya per i Diritti Umani e l’organizzazione non governativa che sostiene la responsabilizzazione alla legalità Kituo Cha Sheria, hanno impugnato la decisione governativa, descrivendola come discriminatoria e contraria al diritto internazionale umanitario.

I neonati nel campo non sono stati più registrati come rifugiati, perché il dipartimento competente per i rifugiati in Kenya è stato chiuso a metà dello scorso anno, contro la ferma condanna di Amnesty International.

Dall’annuncio della chiusura del campo di Dadaab, oltre 51mila somali sono volontariamente tornati in Somalia, grazie anche ad una continua stabilizzazione politica del Paese, realizzata negli ultimi giorni dall’elezione del nuovo capo di Stato Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo.

324.735 sono i rifugiati somali ufficialmente registrati in Kenya. Di questi 256.868 sono alloggiati nel complesso di Dadaab e a loro sono dedicati i piani futuri, messi sul tavolo. Già avviato il rimpatrio, appoggiato dall’UNHCR, dei rifugiati somali che hanno accettato di tornare in Somalia volontariamente. Nel solo mese di gennaio, 4.753 rifugiati sono stati riaccolti in Somalia. Al 31 gennaio, erano 44.365 i rifugiati somali tornati a casa a partire dal 2014.

Uno dei passi del governo keniota potrebbe riguardare l’attuazione del secondo articolo della Convenzione dell’organizzazione dell’unità africana che regola gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa, adottata nel 1969 e entrata in vigore nel 1974. Secondo tale legge, la solidarietà e la cooperazione internazionale dovrebbero promuovere la buona volontà tra le Nazioni Africane per condividere l’onere dei richiedenti asilo.

La sentenza del tribunale prescrive ai rifugiati di rimanere nel complesso di Dadaab per il momento. Dunque prendere in considerazione l’apertura di nuovi campi o l’ampliamento di quelli esistenti, che soffrono di sovraffollamento cronico, rimane attualmente uno dei punti per la gestione dei rifugiati in Kenya. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Un muro intorno Dadaab dopo il mancato smantellamento” di Federica Iezzi

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SOMALIA. Autobomba a Mogadiscio: 35 morti

Nena News Agency 20/02/2017

L’attentato di ieri – il primo da quando è stato eletto il neo presidente Abdullahi Mohammed – è avvenuto nel quartiere Wadajir. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attacco, ma i jihadisti di al-Shabab sono i maggiori indiziati

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Mogadiscio (Somalia) – Kaawo Godeey market

di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 20 febbraio 2017, Nena News – Gli ultimi dati parlano di almeno 35 morti e il numero di feriti continua a salire a causa dell’esplosione di un’autobomba nella capitale somala, Mogadiscio. La violenta deflagrazione è avvenuta nel sud del quartiere Wadajir, nel Kaawo-Godeey market, riporta il funzionario di polizia, il capitano Mohamed Hussein. Rimangono brandelli di decine di negozi e bancarelle.

Appena dopo l’al-Dhuhr, la preghiera islamica di mezzogiorno, la vettura è esplosa nei pressi di un importante incrocio, punto di ritrovo di soldati, membri delle forze di sicurezza, civili e operatori commerciali. I primi feriti sono stati trasportati al Medina Hospital nell’omonimo quartiere. Almeno 30 di loro sono stati trattati per lesioni critiche. Tra le vittime anche donne e bambini.

Quello di ieri è il primo attacco nella capitale dall’elezione del neo presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, avvenuta poco più di una settimana fa. Il prezzo della strada rocciosa della Somalia verso la democrazia. Solo poche ore prima delle ultime elezioni, un attacco terroristico condotto dai militanti di al-Shabab, collegati ad al-Qaeda, ha provocato morti e feriti nell’International Village Hotel, nella città portuale di Bosasso, nella regione autonoma del Puntland.

Al momento nessun gruppo sembra aver rivendicato la responsabilità dell’esplosione al mercato di Kaawo-Godeey, anche se i militanti jihadisti di al-Shabab rimagono i maggiori indiziati. Il gruppo ha promesso di combattere il governo somalo, con il suo Ministero degli Esteri, perchè ritenuto uno Stato apostata. Il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed ha immediatamente condannato il feroce attacco.

Nonostante il costante lavoro delle truppe di pace dell’Unione Africana, dispiegate nel Paese dal 2007, i militanti di al-Shabab impongono la loro autorità in alcune zone rurali. Solo due giorni fa un ordigno esplosivo ha ucciso due persone e ne ha ferite altre nella città di Beledweyne, a nord di Mogadiscio. Nena News

Nena News Agency “SOMALIA. Autobomba a Mogadiscio: 35 morti” di Federica Iezzi

Radio Onda d’Urto – SOMALIA. Intervista Federica Iezzi

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SOMALIA. Al nuovo presidente la difficile lotta a corruzione e povertà

Nena News Agency – 17/02/2017

Alle elezioni vince Farmajo sull’uscente Sheikh Mohamud. Molteplici le sfide: la minaccia degli estremisti, la carestia incombente, le fazioni in lotta e la disoccupazione dilagante

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di Federica Iezzi

Mogadiscio, 17 febbraio 2017, Nena News – Eletto al ballottaggio con 184 voti, dopo due turni di votazione, superando l’attuale capo di Stato Hassan Sheikh Mohamud, Mohamed Abdullahi Mohamed è stato dichiarato il nuovo presidente della Somalia.

Hassan Sheikh Mohamud ha ottenuto un leggero vantaggio su Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, 88 voti a 72, dopo il primo turno tra ventuno candidati. Ma Farmajo ha ottenuto un chiaro vantaggio dopo il secondo turno tra i tre candidati rimasti.

Membro del clan dominante Hawiye, l’ex presidente Hassan Sheikh Mohamud, durante i suoi cinque anni di governo, è stato in grado di accumulare consensi tra la comunità internazionale ma non è riuscito ad arginare la corruzione endemica somala. Farmajo, laureatosi presso l’Università di Buffalo, nello Stato di New York, è stato ambasciatore della Somalia negli Stati Uniti nel 1985 e primo ministro somalo, prima di lasciare la sua carica nel 2011.

Con lo scoppio della guerra civile nel 1991, con i movimenti di resistenza contro il regime di Siad Barre e, in epoca recente, con i timori legati agli attacchi da parte del gruppo estremista islamico al-Shabab, per anni i regolari turni elettorali sono stati pesantemente limitati.

Il voto della scorsa settimana è stato il culmine di un processo elettorale prolungato e controverso. E’ iniziato quando 14mila anziani e le figure regionali di spicco, hanno scelto 275 deputati e 54 senatori, i quali a loro volta sono stati il cuore elettorale del neo-presidente Farmajo.

L’esercito governativo somalo ha garantito sicurezza nella capitale durante l’intero turno elettorale. La presa del potere da parte del nuovo leader, ufficialmente in carica da ieri, ha riversato nelle strade e nelle piazze delle maggiori città somale migliaia di cittadini. Nel quartiere di Eastleigh a Nairobi, in Kenya, conosciuto come ‘piccola Mogadiscio’ i membri della diaspora somala hanno festeggiato i risultati delle elezioni. Il pensiero comune è quello di una nuova via verso la stabilità politica e la democrazia piena.

Queste sono solo le seconde elezioni democratiche nel martoriato paese del Corno d’Africa che per anni ha viaggiato nel caos. Dal dittatore Mohamed Siad Barre, al fallimento delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, dai governi di transizione e dalle corti islamiche all’intervento militare di Etiopia e Stati Uniti, dispute tra clan, corruzione, violenze, sono state pratiche quotidiane per anni.

Le elezioni, sono state in gran parte finanziate da Stati Uniti e Unione Europea. Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia sono stati tutti accusati di finanziamento delle campagne elettorali di candidati specifici e quindi, indirettamente, promotori della corruzione.

Il nuovo presidente dovrà sin dall’inizio affrontare molteplici sfide: la minaccia rappresentata da gruppi estremisti somali, la carestia incombente, le istituzioni deboli, le fazioni in lotta e la disoccupazione dilagante in un paese in cui oltre il 70% della popolazione è sotto i 30 anni.

Farmajo, rafforzate le sue credenziali come nazionalista somalo, durante la sua campagna elettorale, attraverso la critica circa i presunti tentativi dei paesi vicini per influenzare le elezioni, rappresenta una promessa per combattere i militanti islamici e per risollevare l’economia somala.

I critici disegnano Farmajo come inesperto. Preoccupano le sue opinioni fieramente indipendenti che potrebbero irritare i Paesi limitrofi come l’Etiopia e il Kenya. Nena News

Nena News Agency “SOMALIA. Al nuovo presidente la difficile lotta a corruzione e povertà” di Federica Iezzi

Radio Onda d’Urto – SOMALIA. Intervista a Federica Iezzi

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SOMALIA. Lotta al morbillo

Nena News Agency – 22/12/2016

L’International Organization for Migration ha lanciato un programma di vaccinazione nella città di Kismayo. Obiettivo: raggiungere in breve tempo 2.000 persone. L’UNICEF e i suoi partner puntano a vaccinare in città 54.000 bambini sotto i 10 anni nei prossimi mesi

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di Federica Iezzi

Roma, 22 dicembre 2016, Nena News – L’International Organization for Migration ha lanciato una campagna di salute pubblica di massa per contenere l’ultima epidemia di morbillo in corso nell’area di Kismayo, a sud della Somalia. Il programma di vaccinazioni dovrebbe raggiungere in breve tempo oltre 2.000 persone, soprattutto nelle Comunità rurali. L’UNICEF e i suoi partner puntano a vaccinare 54.000 bambini sotto i 10 anni a Kismayo nei prossimi mesi.

Secondo i dati UNICEF, dallo scorso settembre, 704 casi di morbillo sono stati ufficialmente registrati in Somalia, 302 dei quali sono bambini sotto i cinque. La recente epidemia di morbillo ha destabilizzato le forze già esigue del Kismayo General Hospital, il più grande ospedale della quinta città portuale somala, dopo i trattamenti estenuanti messi in atto durante l’ultimo focolaio di colera, risalente allo scorso ottobre.

Incuranti del caldo e delle mosche, decine di bambini affollano l’ospedale. Arrivano presto le complicanze della malaria, come la polmonite, l’encefalite, la cecità. Spesso a questi bambini viene somministrata la terapia per la malaria, poi iniziano le eruzioni cutanee e il prurito agli occhi. In Somalia, il morbillo è una delle principali cause di morte tra i bambini sotto i cinque anni, malattia efficacemente prevenuta con un semplice vaccino. E proprio la Somalia ha uno dei più bassi tassi di vaccinazione in tutto il mondo.

Esistono 16 strutture in tutta la città che assicurano gratuitamente la vaccinazione contro il morbillo, ma ancora troppi bambini risultano non immunizzati. In arrivo a Kismayo da UNICEF, Ministero della Salute somalo, Croce Rossa Internazionale e OMS, 55.000 fiale di vaccini contro il morbillo insieme ad integratori di vitamina A per facilitare il processo di immunizzazione dei più piccoli. La campagna sociale lanciata dal governo di Hassan Sheikh Mohamud mira a sensibilizzare le famiglie circa fattori di rischio, eziologia, sintomi, segni e complicanze della malattia.

Inoltre operatori sanitari di comunità continuano a condurre visite casa per casa educando la popolazione all’immunizzazione di malattie prevenibili con vaccini. Evitando le disastrose complicanze della medicina tradizionale. Il morbillo è un indicatore chiave della forza di sistemi di immunizzazione di un Paese. Ad essere assistiti sono anche gli oltre 150.000 migranti vulnerabili, per la maggior parte provenienti dal Sud Sudan, sfollati interni e comunità ospitanti.

Nonostante una diminuzione del 79% di decessi per morbillo tra il 2000 e il 2015 in tutto il mondo, quasi 400 bambini ogni giorno ancora muoiono per questa infezione. E’ quanto le organizzazioni sanitarie leader affermano. Grazie alla copertura vaccinale sono stati salvati una stima di 20,3 milioni di giovani vite tra il 2000 e il 2015, secondo l’UNICEF. Nel 2015, circa 134.000 bambini sono morti a causa della malattia. Il 75% dei decessi appartengono a Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia, Nigeria e Pakistan. Nena News

Nena News Agency “SOMALIA. Lotta al morbillo” di Federica Iezzi

 

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Se la terra promessa è la Somalia

Il Manifesto – 26 agosto 2015

REPORTAGE

YEMEN. Tra i rifugiati in fuga dal conflitto yemenita, vittime della tratta che dal Golfo di Aden li conduce verso il Corno d’Africa. Su rotte ignote anche alle navi militari saudite dispiegate nell’area

Gibuti - Campo profughi UNHCR di Markazi

Gibuti – Campo profughi UNHCR di Markazi

di Federica Iezzi

Al-Mokha (Yemen) – Vec­chie navi da carico che fino allo scorso marzo tra­spor­ta­vano bestiame, ora almeno una volta a set­ti­mana, dopo 30 ore di navi­ga­zione, sca­ra­ven­tano debi­li­tati rifu­giati dallo Yemen in Soma­lia o a Gibuti. I mer­can­tili par­tono dal porto yeme­nita di al-Mokha, a ovest della città di Taiz, dal porto di Hodeida, nell’omonimo gover­na­to­rato, e dal porto di al-Mukalla, nella regione costiera di Hadh­ra­maut. Seguono la tratta pre­sta­bi­lita nel golfo di Aden.

All’ingresso del Mar Rosso, Bab al-Mandeb è il canale chiave di tra­sporto che separa l’Africa dalla peni­sola ara­bica. Largo solo 30 chi­lo­me­tri nel punto più stretto. Nello stretto ci sono tre prin­ci­pali rotte di con­trab­bando, tutte poco distanti dal porto di al-Mokha. Rotte non sog­gette ai con­trolli di sicu­rezza per anni, da sem­pre uti­liz­zate per il traf­fico di armi, droga, petro­lio e per­sone. Ignote per­fino alle navi mili­tari della Coa­li­zione sau­dita dispie­gate nell’area.

Nad­heer, un avvo­cato yeme­nita, rac­conta: «Il viag­gio può costare dai 100 ai 300 dol­lari. Anche per i bam­bini. Le bar­che tra­spor­tano 200 per­sone e 600 ton­nel­late di merce». E con­ti­nua: «Lo Yemen è diven­tato un luogo dif­fi­cile da abban­do­nare. La via di terra per l’Arabia Sau­dita è bloc­cata dai ribelli hou­thi. Le città costiere meri­dio­nali pre­si­diate dagli hou­thi sono inavvicinabili».

I rifu­giati sbar­cano in Soma­lia, nei porti di Ber­bera e Lughaya, nella regione auto­noma del Soma­li­land, o nel porto di Bos­saso, nel Pun­tland, e tro­vano rifu­gio tem­po­ra­neo spesso nei para­liz­zanti campi spon­ta­nei, non uffi­ciali, dove c’è ener­gia elet­trica per appena 8 ore al giorno.

Tra i rifu­giati, ci sono anche somali bantu fug­giti venti anni fa dalla spi­rale di vio­lenza che tut­tora ancora deva­sta la loro terra. All’epoca tro­va­rono casa in Yemen, ma ora il governo somalo di Has­san Sheikh Moha­mud ha offerto il suo soste­gno alla Coa­li­zione sau­dita nella lotta con­tro i ribelli di al-Qaeda gui­dati dall’emiro Qasim al-Raymi, e con­tro la mino­ranza sciita hou­thi, appog­giata dalle forze fedeli all’ex pre­si­dente yeme­nita Ali Abdul­lah Saleh e dall’Iran. Dun­que la popo­la­zione yeme­nita che fino a poche set­ti­mane fa con­vi­veva con i tra­pian­tati somali, oggi li aggredisce.

I dati dell’UNHCR, l’Alto Com­mis­sa­riato delle Nazioni Unite per i Rifu­giati, par­lano di 28.596 yeme­niti arri­vati in Soma­lia, tra cui almeno 12.000 bam­bini, dall’inizio del con­flitto. Nel cen­tro di acco­glienza, alle­stito nel porto di Ber­bera, uomini, donne e il pianto incon­so­la­bile dei bam­bini pos­sono sostare solo tre giorni. Rice­vono cibo, acqua e cure medi­che. Ci sono solo cin­que ser­vizi igie­nici per più di 400 per­sone. Da Ber­bera in massa si pre­ci­pi­tano nella capi­tale Har­gheisa, dove si acco­dano alle infi­nite file delle strut­ture della Mez­za­luna Rossa, per man­giare e per chie­dere asilo.

Senza cibo, né scarpe, secondo i dati dell’Organizzazione Inter­na­zio­nale per le Migra­zioni, 23.360 rifu­giati sono tran­si­tati nel cen­tro di al-Rhama e poi accolti nel campo di Mar­kazi, nella pic­cola città por­tuale di Obock, in Gibuti. Su petro­liere o mer­can­tili. Senza posti veri. Un com­mer­cio fio­rente di biglietti e passaporti.

Faaid, un agente marit­timo del porto di Ber­bera, ci dice che «1.325 per­sone sono arri­vate in Soma­lia e a Gibuti nelle due set­ti­mane suc­ces­sive all’inizio del con­flitto in Yemen». Le Nazioni Unite par­lano di almeno 900 per­sone arri­vate nel Corno d’Africa negli ultimi 10 giorni. 58.234 il totale di arrivi tra Gibuti, Soma­lia, Sudan e Etio­pia. Secondo i doga­nieri del porto di al-Mokha, più di 150 per­sone lasciano lo Yemen legal­mente ogni giorno. Sono i pesca­tori con le loro bar­che o chi ha soldi suf­fi­cienti per com­prare un posto sui mer­can­tili. E ogni giorno, come merce di con­trab­bando, più di 400 per­sone affron­tano quel mare, su bar­che di medie dimen­sioni. Di pro­prietà di com­mer­cianti o pesca­tori yeme­niti, ven­gono com­prate qual­che giorno prima della pre­vi­sta par­tenza, da bande di trafficanti.

Berbera, Somaliland (Somalia) - Golfo di Aden

Berbera, Somaliland (Somalia) – Golfo di Aden

Tutto ini­zia in mezzo alle 18.000 per­sone del campo pro­fu­ghi di al-Kharaz, a 150 chi­lo­me­tri a ovest del porto di Aden. Strade bucate dai mor­tai. Nella deserta regione del sud dello Yemen, durante la distri­bu­zione di cibo da parte del World Food Pro­gramme, quando le per­sone sono ammas­sate e le tem­pe­ra­ture arri­vano a 35 gradi, Fadaaq, un ragazzo forse di 19 anni, ini­zia la “ricerca”. Fadaaq, ci rac­con­tano nel campo, lavora per con­trab­ban­dieri migranti in Kuwait. L’obiettivo è di tro­vare almeno 30 per­sone per ogni viaggio.

Il tra­sporto dal campo al porto di al-Mokha è in auto­bus. Ogni rifu­giato paga dai 25 ai 50 dol­lari, incon­trando diversi chec­k­point mili­tari sulla strada, fre­quente tar­get dei mili­ziani di al-Qaeda.

C’è anche chi, dai quar­tieri di Cra­ter, Ash Sheikh Outh­man, Khur Mak­sar e Atta­wahi della città di Aden, cam­mina a piedi per due giorni interi, fino a al-Mokha. Lo Stato Isla­mico e al-Qaeda hanno bloc­cato la mag­gior parte delle strade tra Sana’a e Aden.

Si aspet­tano anche 15 giorni nel porto, in attesa di un posto sui mer­can­tili o in attesa di sal­dare il debito con i con­trab­ban­dieri. Si dorme per terra su teli. Si aspetta l’acqua dalle orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie. Agenti di poli­zia, guar­die di fron­tiera e diplo­ma­tici fanno finta di non vedere.

Il con­trab­bando di migranti coin­volge reclu­ta­tori, tra­spor­ta­tori, alber­ga­tori, faci­li­ta­tori, ese­cu­tori, orga­niz­za­tori e finan­zia­tori. Spesso i traf­fi­canti sono essi stessi migranti. Spesso i migranti clan­de­stini gui­dano le bar­che. Spesso si usano imprese ad alta inten­sità di capi­tale per il rici­clo dei proventi.

Tre­cento pas­seg­geri è il mas­simo per una barca di 17 metri. Ma le bar­che ven­gono cari­cate di 700–800 per­sone. Su quasi ogni barca la sto­ria è la stessa. Ven­gono rac­colti tutti i tele­foni cel­lu­lari. Tutti par­tono senza baga­glio. Hanno diritto a man­giare, bere e andare in bagno fino al momento dell’imbarco.

Ci rac­conta Reem: «Mi hanno por­tata in un posto dove ho incon­trato altri come me, in viag­gio verso la Soma­lia. In totale era­vamo 157. Una parte del viag­gio l’ho fatta in piedi, per far posto ai miei figli. Poi sono riu­scita a sedermi con le gambe appog­giate al petto. Sono rima­sta per più di dieci ore così». Reem ci ha detto che arri­vati a Ber­bera, in Soma­li­land, hanno spinto tutti fuori dalla barca, in mare. Alcuni sono anne­gati. Altri sono riu­sciti a rag­giun­gere la riva. La barca è spa­rita in pochi minuti tra le onde.

A Mareero, Qaw e Elayo, nella regione somala del Pun­tland, a Obock, in Gibuti, a Bab al-Mandeb, al largo della città di Taiz, e nel golfo di Aden, l’UNHCR ha regi­strato il più alto numero di decessi nel Mar Rosso e nel Mar Arabico.

Il Manifesto, 26/08/2015 “Se la terra promessa è la Somalia” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “Se la terra promessa è la Somalia” di Federica Iezzi

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