Tra due fuochi, nel fango di Afrin

Il Manifesto – 25 febbraio 2016

REPORTAGE

Maledetta guerra. Reportage dalla Siria settentrionale, dove migliaia di sfollati cercano scampo dai raid russi su Aleppo e dai cannoni turchi che martellano villaggi e quartieri curdi per proteggere al-Nusra. Il dramma dei bambini senza infanzia in un conflitto senza vinti né vincitori

Robar camp #8

di Federica Iezzi

Afrin (Siria) – Cambiano i nomi delle città, le strade seguite, le terre raggiunte. Rimane costante la fuga di civili stanchi e rassegnati, il flusso di rifugiati, i volti terrorizzati di bambini senza infanzia. Questa è la volta di Afrin, una città della regione curda della Siria settentrionale.

A nord-ovest della provincia di Aleppo, nel più occidentale dei quattro cantoni che compongono il Rojava, continuano a riversarsi migliaia di civili sfollati che cercano salvezza dai bombardamenti su Aleppo.

Ancora 200 mila civili sono rimasti intrappolati nei quartieri orientali di Aleppo, dove l’intensificarsi dei combattimenti ha spezzato le principali vie per l’ingresso di aiuti umanitari. Colpiti i quartieri di Ashrafia, Bani Zaid e Bustan al-Qasr, ultimi siti di passaggio tra i cecchini ribelli e le forze governative.

«Vedo la mia città morta» ci dice Layal, una giovane donna in fuga dal quartiere di al-Shaar di Aleppo.

Valichi chiusi da dieci mesi

Centinaia di raid aerei russi sul nord-ovest della campagna di Aleppo, sostengono senza sosta le forze filo-governative che operano sul terreno. La fuga di altri 100.000 civili sembra non avere scampo tra attacchi aerei e di terra. La scelta è tra la strada 214, verso ovest, fino all’énclâve curda di Afrin, o i valichi turchi verso nord.

Migliaia di rifugiati sono rimasti ammassati per giorni a ridosso degli unici due valichi ufficiali con la Siria, quello di Cilvegözü/Bab al-Hawa, nei pressi della città turca di Reyhantlt, a circa trenta chilometri a est di Ankara, e quello diBab al-Salama, nei pressi di Kilis, a circa di 50 chilometri a sud-est di Gaziantep.

I valichi tra Siria e Turchia sono chiusi da almeno dieci mesi. L’accesso in Turchia è permesso solo per cure mediche, solo a rifugiati con lesioni gravi. A tutti gli altri è stato rifiutato l’ingresso, lasciando anziani e bambini in condizioni critiche, al di fuori dei cancelli e delle reti di filo spinato che indicano il confine turco.

L’ennesimo esodo di massa

Campi spontanei dalle tende fatiscenti e carri armati turchi fanno da quadro all’ennesima migrazione forzata di massa.
Layal ci racconta che dopo giorni rimasta ferma con la sua famiglia fuori dal valico che separa la sua terra da Kilis, ha camminato a piedi, con sua figlia in braccio, per più di trenta chilometri verso Afrin. È stata accolta nel campo rifugiati di Robar e ci dice: «Sto cercando di ottenere ancora una tenda per ripararmi dalla pioggia sempre più intensa di questi giorni. Fino ad ora ho dormito per terra, su vecchi e freddi materassi».

Incessanti i bombardamenti da parte dell’esercito turco, nel disperato tentativo di proteggere le postazioni del Fronte al-Nusra e i salafiti di Ahrar al-Sham, sui quartieri residenziali della città curda di Afrin e sui villaggi limitrofi di Deir Ballout, Hammam, Firera, Hasna, Sanar e Hakjeh, nel nord-ovest della Siria.

L’esercito di Ankara sta bombardato con artiglieria pesante i villaggi sotto il controllo curdo di Menagh, Miremin, Malkiyah, Meranaz, Tannab e Kashtaar, nell’area della città siriana di Azaz.

E prosegue l’avanzata dei combattenti curdi dell’Unità di Protezione Popolare, alleati al gruppo ribelle Jaysh al-Thuwar, costola dell’Esercito Siriano Libero, dal cantone del Rojava di Afrin, verso est. Liberata la città di Azaz dai jihadisti di Jabhat al-Nusra.

Rimangono protetti dalle forze curde dell’YPG, i villaggi di Deir Jamal, Mar’anaz, Ayn Daqna, Kafr Naya, Kafr Khasher, Shayk Isa e Tal Rifaat, a nord di Aleppo, tagliando l’ultima linea di rifornimento che collegava la Turchia ai ribelli islamisti.
Sotto la difesa dell’ala militare del Partito dell’Unione Democratica curdo, il campo di Robar è diventato un rifugio sicuro per le famiglie siriane distrutte dalle conseguenze di una guerra senza vinti né vincitori.

Il Paese ormai è tutto così

Layal ci racconta che sente le esplosioni e vede i caccia sorvolare i cieli grigi: «Camminavo tra gli ulivi per raggiungere Afrin, senza mai smettere di guardare quegli aerei militari sopra la mia testa. Sapevo che dietro di me lasciavo bombardamenti e morte. E sapevo che davanti a me avrei trovato la stessa cosa. Perché la Siria ormai è tutta così».

Da più di una settimana non si ferma il flusso di rifugiati che cerca pace. Circondati da materassi, teli di plastica e tappeti. L’YPG, in assenza di organizzazioni umanitarie internazionali, ha predisposto un piano di accoglienza, mettendo a disposizione mezzi di trasporto, coperte, medicine e riparo negli edifici scolastici e nelle tende che si moltiplicano ora dopo ora.

Tajdin, viso gentile e un’arma in mano puntata verso terra, combatte nell’YPG. «tiamo cercando di fornire assistenza di base – tacconta – ma non è sufficiente. Arrivano tante famiglie con figli piccoli, senza coperte e senza acqua da bere».

Le tende non bastano

Quasi 2.000 le famiglie giunte nel campo rifugiati di Robar, nella regione di Sherawa, nella parte orientale della città di Afrin, in poco meno di una settimana. «Abbiamo poche tende per l’imprevisto afflusso di civili. La maggior parte di loro dorme ancora per terra», continua Tajdin.

I tendoni sono in cattive condizioni, gli impianti idrici limitati, le strutture sanitarie assenti, i servizi igienici incompleti senza sistema fognario. L’acqua potabile arriva da pozzi artesiani costruiti ai margini del campo. Non è invece disponibile energia elettrica per tutte le tende, nei 35 chilometri quadrati di campo.

Il personale sanitario della Mezzaluna Rossa siriana monitora le condizioni di salute nel campo per mezzo di una modesta clinica mobile. Si riescono a gestire agevolmente infezioni respiratorie e gastrointestinali, patologie croniche e traumi contenuti. Per i casi più gravi si fa riferimento all’Afrin hospital, a circa 30 chilometri dal campo, in cui accedono 700 persone al giorno.

Continua la distribuzione di vitamine e addensanti per i casi di malnutrizione, in bambini di età inferiore ai sei mesi. Si fa fatica a garantire una corretta alimentazione a tutti. Distribuiti anche vestiti a neonati e ragazzini.

Campo inizialmente progettato per ospitare al massimo 15 mila sfollati in cinque ettari di terreno, oggi il Robar camp ne ospita almeno 10 mila in più. E l’accoglienza diventa ogni giorno una questione più impegnativa.

Invisibili sulle mappe

Per questo migliaia di profughi vivono in campi spontanei nell’area attorno al villaggio di Raju, nel governatorato di Aleppo. I bambini giocano tra tende di fortuna, legno ricoperto di plastica, cartone e vecchi tappeti. Ogni insediamento, assente nelle cartine geografiche e negli itinerari delle organizzazioni umanitarie, ospita un centinaio di persone.

La crescita esponenziale del numero di campi spontanei rende difficile una distribuzione efficace di servizi e aiuti. Sono spesso collocati in aree rurali inaccessibili. Mancano riscaldamento, acqua e servizi igienici. Quando piove, l’interno delle tende si trasforma in stagni di acqua e fango, nonostante i sacchi di sabbia stipati come protezione.
Tajdin ci racconta che è anche difficile garantire la sicurezza nei campi informali: «Non hanno recinzioni e chiunque può accedere senza alcun permesso».

I colpi di arma da fuoco sono la compagnia quotidiana. Il fumo e la polvere sono quello che resta del panorama. Il grigiore del cielo e le scarpe infangate sono la terra su cui si vive.

Il Manifesto 25/02/2016 “Tra due fuochi, nel fango di Afrin” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “REPORTAGE. Siria, profughi tra due fuochi nel fango di Afrin” – di Federica Iezzi

Standard

SIRIA. I kurdi accolgono i rifugiati di Aleppo

Nena News Agency – 12 febbraio 2016

Oltre 10mila civili hanno raggiunto Afrin: le YPG cercano di fornire sicurezza, tende, cibo e servizi medici ma materiali e attrezzature scarseggiano. FOTO

Robar camp #2

di Federica Iezzi 

Afrin (Siria), 12 febbraio 2016, Nena News – Nella città di Afrin, nella regione autonoma curda di Rojava, il Kurdistan occidentale, sono arrivati più di 10.000 rifugiati siriani in fuga dai combattimenti di Aleppo. Situato nell’angolo nord-ovest della provincia di Aleppo, Afrin è il più occidentale dei quattro cantoni che compongono il Rojava, una fascia di territori curdi nel nord della Siria, amministrati dal Partito dell’Unione Democratica.

Al Robar camp, nella regione di Afrin, controllata dall’Unità di Protezione Popolare, sono state trasferite dalla campagna a nord-ovest di Aleppo almeno 2.500 famiglie, dopo il raggiungimento di un accordo tra fazioni dell’opposizione siriana e YPG per l’apertura di un corridoio umanitario tra la città siriana settentrionale di Azaz e Afrin.

Tra i rifugiati ci sono anche centinaia di civili siriani tornati indietro dal valico di Kilis. “Abbiamo aspettato quasi una settimana che le autorità turche aprissero le frontiere a Kilis. È tutto chiuso. Nessuno di noi è passato. Siamo rimasti per giorni sul lato siriano del confine, dormendo solo qualche ora per notte – ci racconta  Layal – Alcuni di noi sono stati distribuiti in scuole e campi nella zona Afrin, mentre altri sono stati spostati nella campagna di Idlib”.

I valichi tra Siria e Turchia sono chiusi da almeno dieci mesi. L’accesso in Turchia è permesso solo per cure mediche, solo a rifugiati con lesioni gravi. A tutti gli altri è stato rifiutato l’ingresso, lasciando anziani e bambini in condizioni critiche, al di fuori dei cancelli e delle reti di filo spinato che indicano il confine turco.

L’Ypg hanno ripreso il controllo del villaggio di Dayr Jamal, nell’area a nord di Aleppo, e il controllo della strada 214 fino a Afrin, così possono continuare a permettere il trasferimento scortato dei rifugiati con autobus. Da circa una settimana i rifugiati si stanno riversando  in questo fazzoletto di terra curda. Tappeti, materassi e sacchi di plastica, circondano le famiglie siriane sfinite da chilometri di cammino.

“Centinaia di raid aerei russi, munizioni a grappolo e missili, come la pioggia, hanno invaso l’aria del quartiere di al-Shaar, controllato dai ribelli, ad Aleppo – continua Layal – Afrin non è bombardata né dai russi, né dal regime, né dall’opposizione”.

Il Comando Generale dell’YPG, ala militare del  Partito dell’Unione Democratica curdo, ha stabilito un piano di accoglienza per i rifugiati provenienti da Aleppo. Le autorità curde stanno fornendo mezzi di trasporto, coperte e medicine. Ma nonostante gli sforzi, gli aiuti non sono sufficienti e molti civili dormono a terra e bevono acqua non potabile. Le razioni alimentari messe a disposizione dal governo del Rojava non riescono a coprire le necessità di base delle decine di migliaia di rifugiati arrivati in meno di 24 ore a Afrin.

Continuano a sorgere nuovi piccoli campi spontanei, attorno al campo ufficiale di Robar. Attivo dal settembre del 2014, a Robar vivono già 30mila sfollati interni, per la maggior parte provenienti dalle città siriane di Homs e Hama. Nei campi spontanei la mancanza di servizi fognari e di servizi di distribuzione di acqua rende le condizioni igieniche drammaticamente scadenti. Materassi, coperte e tende di plastica di fortuna vengono condivisi da più persone. I bambini, malnutriti e a piedi nudi, riempiono le loro lunghe giornate giocando con corde per saltare, sacchi polverosi e pietre.

Nell’Afrin hospital vengono visitate più di 700 persone al giorno, per i casi più gravi bisogna ottenere le autorizzazioni ai trasferimenti in Turchia. Le attrezzature mediche sono limitate e i materiali sanitari scarsi.

Il fronte nel nord di Aleppo è in fiamme, le operazioni militari stanno portando il sistema sanitario già devastato, vicino al collasso, nel distretto Azaz, a circa dieci chilometri dal confine turco. Nelle ultime due settimane, sono stati colpiti dai raid aerei ospedali e piccole strutture sanitarie intorno alla città di Aleppo. Dall’inizio dell’ultima offensiva nella provincia di Aleppo, iniziata circa dieci giorni fa, già 518 persone hanno perso la vita. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. I kurdi accolgono i rifugiati di Aleppo” di Federica Iezzi

Standard

VIDEO. Al valico di Bab al-Salama tra Siria e Turchia

Nena News Agency – 10 febbraio 2016

Nena News alla frontiera dove da giorni si sono ritrovati decine di migliaia di profughi siriani in fuga da Aleppo

di Federica Iezzi

Kilis (Turchia), 10 febbraio 2016, Nena News – Le strade di campagna del nord della Siria che conducono ai confini turchi sono attraversate da una massa confusamente ordinata, silenziosa e sommessa di anziani, donne e uomini, con addosso i resti delle loro vite distrutte. Ognuno di loro trascina un bambino livido, consumato dai brividi di freddo di un rigido febbraio. Ognuno di loro si chiede se potrà mai più tornare nella propria casa.

Ancora una volta dunque decine di migliaia di siriani vengono sradicati dalle loro terre e costretti a fuggire. Almeno 35mila rifugiati siriani sono rimasti bloccati nei pressi del valico di Kilis, al confine con la Turchia, dopo la fuga dall’offensiva del governo siriano, spalleggiato dalla Russia, sulle aree controllate dai ribelli, nella città di Aleppo. 20mila civili sono fermi al passaggio turco-siriano di Bab al-Salam. E altri 70mila sono attesi al valico di Oncupinar, tra il villaggio siriano di Azaz e Kilis.

Mentre i cieli del nord della Siria sono invasi ogni giorno dai bombardieri russi, continua l’assalto delle truppe di terra del governo, sulle aree di Aleppo ancora sotto il controllo dei combattenti dell’opposizione. Almeno 350mila civili sono ancora imprigionati nei quartieri di Aleppo in mano ai ribelli, che sono stati presi di mira nell’offensiva del governo. Già 40mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Nena News

Nena News Agency “VIDEO. Al valico di Bab al-Salama tra Siria e Turchia” – di Federica Iezzi

 

 

Standard

La fuga dei siriani da Aleppo

Nena News Agency – 08 febbraio 2016

In fuga dai combattimenti sanguinosi in corso in città, negli ultimi tre giorni oltre 50.000 civili hanno raggiunto a piedi la città di Kilis al confine con la Turchia. Sempre più vicino, intanto, un accordo per l’apertura di un corridoio umanitario da Azaz (nord-ovest di Aleppo) alla città curda di Afrin

CagY3ZUXIAAutom

di Federica Iezzi

Kilis (Turchia), 8 febbraio 2016, Nena News – Migliaia di siriani provenienti dai distretti di Azaz, Tel Rifaat e Hariyatan (nord di Aleppo) lasciano ancora una volta alle spalle le loro terre. Negli ultimi tre giorni oltre 50.000 civili siriani hanno raggiunto a piedi la città di Kilis al confine con la Turchia. E altri 70.000 civili sono attesi nella zona di confine di Oncupinar. Fuggono dalla distruzione, dai massacri, dai combattimenti sanguinosi delle aree di Aleppo controllate dai combattenti dell’opposizione siriana. Dopo più di 300.000 morti, oltre quattro milioni di rifugiati e più di un terzo di siriani sfollati interni, un nuovo tragico capitolo della guerra in Siria sta iniziando sotto gli occhi occidentali attenti, ma impotenti.

Il governo Davutoğlu ha deciso di chiudere tutti i valichi di frontiera ufficiali con la Siria. Quando il numero di profughi siriani residenti in Turchia ha raggiunto il milione e mezzo, Ankara ha deciso di ridurre al minimo l’ingresso dei rifugiati ammessi nel Paese. Fino all’inizio dello scorso marzo, infatti, solo i rifugiati siriani con documenti validi hanno potuto attraversare legalmente il confine turco a Reyhanli e a Oncupinar. L’obiettivo finale della Turchia sembra essere quello di creare una zona di sicurezza nel nord della Siria dove far stazionare i rifugiati.

Joram, un ragazzo di Azaz in fila al valico di Kilis, ci racconta che prima era più facile attraversare illegalmente la frontiera turca. Adesso, però, i chilometri che segnano il confine tra Siria e Turchia sono strettamente pattugliati dalla Jandarma turca. Corrompere la polizia militare di confine per passare la frontiera per vie illegali ora può arrivare a costare oltre 400 dollari. Più di 1.000 persone aspettano le ore notturne nei pressi del villaggio di Shemarin e nell’area di Hawar Kilis con la speranza di poter scavalcare il recinto di filo spinato che separa i due Paesi.

Vanno avanti e prendono concretezza, intanto, gli accordi per l’apertura di un corridoio umanitario per le famiglie di rifugiati siriani dal villaggio di Azaz (a nord-ovest di Aleppo) alla città curda di Afrin. Una parte di rifugiati, invece, troverà riparo nella martoriata città di Idlib sotto la protezione dell’Unità di Protezione Popolare curda.

Continuano senza sosta gli scontri tra esercito governativo e fazioni dell’opposizione nelle zone di Khan Tuman (a sud di Aleppo), a Sheikh Ahmed (a est della città) e a Ratyan, Huraytan, Bashkoy, Azaz e Menagh a nord. Scontri anche nella campagna curda di Afrin tra combattenti dell’Unità di Protezione Popolare e l’esercito di al-Assad. Le incursioni aeree russe non si fermano nelle città di Bayanoun, Hayan e Menneg a nord di Aleppo.

“La distruzione di Aleppo è straziante” ci dice Qamar, una donna sulla quarantina con i nipoti infreddoliti al seguito. “Pietre, legno e vetro – dove una volta si posavano fortezze, musei, scuole strade eleganti e case, chiese e moschee – ora odorano di polvere da sparo e assomigliano sempre di più a gocce di memorie lontane”. Continua lo spopolamento a chiazza d’olio di una città che è stata abitata per millenni. Altre 40.000 persone si uniscono così all’esodo da Aleppo. E 350.000 civili rimangono intrappolati al buio delle case demolite dai razzi russi o dai mortai di al-Nusra [ramo siriano di al-Qa’eda, ndr].

Campi di fortuna vengono allestiti velocemente in terra siriana al confine turco-siriano nei pressi di Kilis. Solo qualche palo di acciaio sostiene i teli di plastica necessari per ripararsi dall’umidità e dalla pioggia. Mancano acqua, corrente elettrica, cibo, vestiti e coperte per le rigide temperature notturne.

Secondo il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, 5.000 siriani sarebbero entrati in Turchia attraverso Kilis. Altri 50.000 sono invece bloccati al confine. Anche sul lato siriano dei valichi di Bab al-Hawa e Bab al-Salam tende di plastica strappate e sporche colorano l’aria grigia. La Croce Rossa Internazionale e le Nazioni Unite hanno iniziato a distribuire cibo e coperte, ma gli aiuti umanitari non sono ancora sufficienti per coprire i dieci campi profughi ammassati sul lato siriano del confine in cui vivono attualmente più di 70.000 persone.

Nena News Agency “La fuga dei siriani di Aleppo” – di Federica Iezzi

 

Standard

SIRIA. Entrati aiuti umanitari a Mleiha. Esercito libera Nubl e Al-Zahraa

Nena News Agency – 04 febbraio 2016

Mezzaluna Rossa siriana e convogli dell’UNHCR sono entrati nel villaggio abitato da 26.000 civili, tra cui 10.000 sfollati interni. Dopo tre anni è terminato l’assedio di due centri abitati sciiti da parte dei qaedisti di al-Nusra

50605fd76

di Federica Iezzi

Roma, 4 febbraio 2016, Nena News – Alla periferia orientale di Damasco, isolata negli ultimi tre anni, la cittadina di al-Mleiha ha finalmente ricevuto aiuti umanitari, dopo logoranti colloqui e confusi accordi tra governo e forze di opposizione. Mezzaluna Rossa siriana e convogli guidati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati sono entrati nel villaggio abitato da 26.000 civili, tra cui 10.000 sfollati interni.

L’ultima consegna di aiuti umanitari, da parte dell’UNHCR, nella zona intorno a al-Mleiha risale ai primi mesi del 2013. Limitate forniture commerciali di cibo, prodotti medici e altro materiale sono state autorizzate nelle aree contese ad est della città. Poco meno di una settimana fa distribuiti a 1.300 persone i primi pacchi alimentari, nelle aree cuscinetto, intorno a al-Mleiha.

Lo scorso agosto al-Mleiha è tornata in mano alle forze governative, sostenute dai combattenti di Hezbollah, dopo mesi di occupazione da parte dei militanti islamici. Cambio di guardia che ha tuttavia lasciato la situazione dei civili pressoché identica. Al-Mleiha doveva servire, all’esercito  siriano e alle Forze di Difesa Nazionale, come porta d’ingresso per recuperare il controllo su Ghouta orientale, avamposto del gruppo ribelle Jaish al-Islam, a lungo nel mirino delle forze governative.

Case in frantumi, strade paralizzate, mercati e edifici violati, materiale di scarto e plastica bruciati come fonte di riscaldamento, materassi ammucchiati sulla terra fredda dei cortili. Canali di comunicazione quasi inesistenti. L’unica rete di acqua potabile è stata danneggiata durante i combattimenti, così come l’intero sistema fognario.

Due delle tre scuole della zona sono state distrutte e la terza non è funzionante. Ospedali di fortuna accolgono ogni giorno decine di persone. La medicina si è trasformata in un ‘impegno’ insostenibile, senza personale, senza strumenti e senza materiale. Tubercolosi e lebbra sono tornate a torturare i bambini. Ecco quello che hanno lasciato i gruppi ribelli e quello che hanno ereditato e protratto le forze del presidente Bashar al-Assad.

Almeno 50.000 persone vivevano ad al-Mleiha prima dell’inizio dela guerra civile siriana. Centinaia le famiglie fuggite dopo anni di fame e privazioni. Il logorio della vita sotto assedio rimane inciso sui volti scarni di coloro che rimangono. La gente fruga nei sacchi della spazzatura alla ricerca di foglie di lattuga per allontanare la fame. Donne e bambini in molti casi sono vestiti di stracci.

Mentre la Siria entra nel suo sesto anno di conflitto interno, più di quattro milioni di persone nel Paese vive ancora in zone difficili da raggiungere. 486.700 i civili che vivono in città integralmente isolate. La pratica dell’assedio è diventata ormai un’arma comune di guerra. E l’accesso frammentario degli aiuti umanitari diventa forzatamente insufficiente.

Caduto nelle mani del governo siriano ieri anche il regno dei qaedisti di Jabhat al-Nusra, su Nubl e Al-Zahraa, villaggi sciiti a nord-ovest di Aleppo. I quasi quattro anni di lungo assedio e di feroci offensive da parte del braccio siriano di al-Qaeda, si sono trasformati nella sospensione totale degli spostamenti per gli abitanti delle due cittadine al confine con la Turchia. Truppe filogovernative siriane infatti ne disegnano i perimetri, non permettendo né uscite né ingressi. Il disumano assedio di Nubl e al-Zahraa, portato avanti dalla coalizione guidata da al-Nusra, fa parte dell’ampia ‘battaglia di Aleppo’, attraverso la quale dal 2011 più di 28.000 persone hanno perso la vita. Mentre il conflitto siriano va avanti, la situazione sul terreno sta crollando.

Dunque a pagare rimangono anche in questo caso i 13.000 civili, intrappolati ancora tra le rovine delle due città sventrate. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Entrati aiuti umanitari a Mleiha. Esercito libera Nubl e Al-Zahraa” di Federica Iezzi

Standard

SIRIA. Sotto assedio anche i villaggi sciiti di Fu’ah e Kefraya. 12.500 civili intrappolati

Nena News Agency – 21 gennaio 2016

A nord della città di Idlib, da anni sono circondanti dai qaedisti di al-Nusra e da vari gruppi anti Assad. Di queste migliaia di civili in condizioni terribili si parla pochissimo

trtworld-nid-12530-fid-38925

di Federica Iezzi

Al-Fu’ah (Siria), 21 gennaio 2016, Nena News Mentre meno di una settimana fa ai primi convogli umanitari è stato consentito di entrare nella città siriana di Madaya, al confine nordovest con il Libano, i soccorsi nei villaggi di al-Fu’ah e Kefraya, nel governatorato di Idlib, sono stati rinviati per i mancati accordi di sicurezza con i ribelli sunniti. Questo secondo i dati riportati da Nazioni Unite, Mezza Luna Rossa siriana e Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Al-Fu’ah e Kefraya sono villaggi a maggioranza sciita, della predominante area sunnita, a nord della città di Idlib, sotto assedio dai combattenti di al-Nusra e affiliati.

Inizialmente solo circondati dalle forze di al-Nusra, Jaysh al-Fattah, Ahrar al-Sham e Jabhat al-Islamiyah, i residenti avevano ancora una strada di accesso per le forniture alimentari e mediche.

Con la successiva loro occupazione, alla fine dello scorso marzo, l’Esercito arabo siriano ha ritirato le proprie truppe e i villaggi si sono trasformati in prigioni totalmente isolate. Bombe, posti di blocco e cecchini delimitano ormai da mesi i confini dei due villaggi. 12.500 i civili intrappolati.

Colpi di mortaio arrivano ogni giorno dal vicino villaggio di Binnish, a pochi chilometri a sud di al-Fu’ah, da Maarrat Misrin, a circa due chilometri a nord. Razzi arrivano dal centro di Idlib, a circa otto chilometri di distanza. In difesa dei due villaggi senza acqua, elettricità, comunicazioni, forniture mediche e cibo: milizie popolari locali.

I rigorosi checkpoint del gruppo armato di ribelli di Jaysh al-Fattah, sostenuti da Arabia Saudita e Turchia, non permettono l’ingresso né di cibo né di aiuti medici. Il pane è arrivato a costare fino a 13 dollari. 27 dollari per un litro di olio, 17 dollari per un chilo di fagioli. La mancanza di combustibile e lievito ha potenziato il mercato nero. E i prezzi del pane sono aumentati di otto volte rispetto a quelli nella capitale Damasco. Centinai i casi di malnutrizione. Decine i morti. Si mangiano erba e insetti per la sopravvivenza.

“Gli uomini di Ahrar al-Sham ci hanno impedito di accedere alle aree sotto il controllo del regime, tranne casi particolari dietro pagamenti di enormi somme di denaro. Più di 100.000 lire siriane per soldati e ufficiali (nda l’equivalente di 450 dollari)”, ci racconta Majd, giovane odontoiatra di al-Fu’ah, ora improvvisato fotografo per alcune testate arabe.

Dallo scorso marzo, l’elettricità non entra nelle case se non grazie a generatori che forniscono i villaggi solo per poche ore al giorno.

Anche l’acqua potabile è un lusso. “I filtri per pulire l’acqua funzionano solo per otto ore, ogni quattro giorni” ci spiega Majd. “La fornitura di acqua è solo per tre ore a settimana”.

Dopo due cessate il fuoco e ogni accordo fallito a al-Fu’ah e Kefraya, nessuno dei centri sanitari è funzionante, decine le segnalazioni di casi di leishmaniosi e tifo.

Risale allo scorso settembre l’ultimo accordo violato, che prevedeva il trasferimento di 300 famiglie da al-Fu’ah e Kefraya in aree sotto il controllo del regime, in cambio del ritiro di circa 400 combattenti di Jabhat al-Nusra, di circa 350 militanti feriti nella città di al-Zabadani e la liberazione dalle prigioni siriane di 500 detenuti del fronte anti-governo.

Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, circa 450.000 persone in Siria vivono in almeno 52 zone sotto assedio. La metà nelle zone controllate dallo Stato Islamico. 180.000 civili risiedono in città controllate dal governo e circa 20.000 nelle aree controllare dai gruppi armati di opposizione. Almeno 560 persone sono morte nelle zone assediate.

“Senza divisa e senza gradi, con addosso armi e munizioni, si professano combattenti di poveri ideali. Ma non si accorgono che decidono della vita di donne e bambini, di intere famiglie. Di un Paese la cui base era la millenaria convivenza tra culture e religioni”. E’ così che Majd vede chiunque combatta nella sua Siria. Nena News

Nena News Agency 21/01/2016 “SIRIA. Sotto assedio anche i villaggi sciiti di Fu’ah e Kefraya. 12.500 civili intrappolati” di Federica Iezzi

Standard

SIRIA. L’assedio di Madaya

Nena News Agency – 04 gennaio 2016

Tra i civili almeno 1200 soffrono di patologie croniche. La malnutrizione ha colpito 300 bambini e la situazione sanitaria è destinata a peggiorare per la mancanza di farmaci 

2014-12-WFP-food-aid-23737-tracks

di Federica Iezzi

Damasco, 3 gennaio 2016, Nena News – Dimora di più di 40.000 civili in condizioni di grave disagio. Rifugio per centinaia di profughi provenienti dalla vicina al-Zabadani. E’ Madaya, una cittadina di montagna a 40 chilometri a nord-ovest di Damasco, da sei mesi teatro di uno dei più crudeli assedi da parte dell’esercito governativo e dal gruppo militante libanese Hezbollah.

Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, la città è imprigionata in un dedalo di mine antiuomo e in un labirinto di filo spinato.

Tra i civili, prigionieri delle loro stesse mura, almeno 1200 soffrono di patologie croniche, come diabete e insufficienza renale. La malnutrizione ha colpito 300 bambini. E la situazione sanitaria è destinata al netto peggioramento per la pesante mancanza di forniture mediche.

La prolungata assenza di approvvigionamento ha causato un drammatico aumento dei prezzi di generi alimentari di contrabbando. Houmam ci racconta che un chilo di zucchero o di riso può arrivare a costare anche 15.000 lire siriane (più o meno 70 dollari), un chilo di farina o di fagioli 28.000 lire siriane (130 dollari). Le morti dovute alla carenza di cibo sono salite a 17 e rientrano nella definizione di crimine di guerra, secondo Amnesty International.

Houmam è uno dei pochi che, dopo il pagamento di una ingente somma agli sciiti di Hezbollah, è uscito due giorni fa con i suoi figli dalla città, lasciandosi alle spalle una giovane moglie morta e genitori allo stremo delle forze. E’ diretto in Libano.

Almeno 126 persone, per lo più sunniti, sono state evacuate da Madaya durante la scorsa settimana, grazie alla mediazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Le forze di regime e i militanti di Hezbollah stanno di fatto ostacolando qualsiasi tentativo di raggiungere una soluzione per sostenere i civili a Madaya. Unico obiettivo di Hezbollah è quello di controllare la città in modo che possa proteggere la sede delle sue milizie al confine siro-libanese e che possa strappare dall’assedio le città sciite nella provincia di Idlib.

Le organizzazioni umanitarie sono entrate a Madaya per l’ultima volta quattro mesi fa. Distribuiti aiuti alimentari ai civili, rifugiati in edifici scolastici. Oggi anche le riserve di farina si sono esaurite.

Circa 3.200 bambini di Madaya non andranno a scuola quest’anno. Ci sono sei scuole nella cittadina, due delle quali sono state sostanzialmente distrutte dai bombardamenti del regime. Le altre quattro sono abitate da sfollati.

Dall’esito negativo dei negoziati di al-Zabadani tra governo siriano, appoggiato dall’Iran, e opposizione armata, sostenuta dalla Turchia, e dal conseguente fallimento della tregua nei villaggi di al-Fu’ah e Kafraya, roccaforti della Comunità sciita nella provincia di Idlib, i combattimenti nell’area di Madaya si sono intensificati e la città è stata invasa da ondate di civili sfollati.

Al-Zabadani è stata una delle ultime roccaforti del gruppo Ahrar al-Sham e milizie ribelli lungo il confine nord-occidentale siriano. Gran parte della città è stata devastata da una grande offensiva, lanciata la scorsa estate, contro gli insorti da parte dell’esercito siriano e dei suoi alleati libanesi Hezbollah.

Houmam ci racconta “I civili dei quartieri di Inshaat e al-Mamoura, nella periferia orientale di al-Zabadani, sono stati i primi ad arrivare a Madaya”. Continua “Per le forze governative, Madaya è diventata la merce di scambio con al-Fu’ah e Kafraya. Ogni attacco proveniente dai combattenti dell’opposizione su al-Zabadani, scatena pesanti bombardamenti su Madaya da parte del regime”.

A Madaya sono attesi dalle Nazioni Unite, nei prossimi giorni, camion carichi di prodotti umanitari e generi alimentari di base, attualmente ancora bloccati nei checkpoint di Idlib. Nena News

Nena News Agency – 04/01/2016 “SIRIA. L’assedio di Madaya” di Federica Iezzi

 

 

Standard

SIRIA. Il buio Natale di Aleppo

Nena News Agency – 26 dicembre 2015

Nella città contesa da Fronte al-Nusra, opposizioni moderate e governo di Damasco, la popolazione vive allo stremo: manca il cibo, manca l’elettricità, le macerie invadono le strade. Ma a Natale ci si ritrova lo stesso.

Halab #2

di Federica Iezzi

Aleppo (Siria), 26 dicembre 2015, Nena News – “Non fa differenza vivere nei quartieri sotto il controllo delle forze armate di regime o in mano ai ribelli. Viviamo tutti sotto le bombe. E non c’è elettricità”. Risuonano come un monito le parole di Fathi, nell’aria stranamente silenziosa di Aleppo.

Ci sono alcuni momenti durante la giornata che sembra di vivere in una città deserta. Quasi non si avverte, dopo giorni, il disturbo di fondo dei generatori perennemente in funzione. E i rumori quando ricompaiono sono quelli della distruzione, dei crolli, delle esplosioni. Perfino i bambini li riconoscono. Ad Aleppo. Per secoli centro nevralgico di una Siria ormai lontana.

Nei quartieri in mano al gruppo qaedista Jabhat al-Nusra, si lavora continuamente per riparare servizi elettrici, idrici e fognari. E la scena si ripete ovunque. La città è un eterno cantiere. Al buio. “Siamo senza corrente elettrica per almeno 20 ore al giorno. Spesso durante la giornata può mancare del tutto”, continua Fathi. “La linea di alimentazione per le aree controllate dai ribelli è la stessa linea di quella delle aree controllate dal regime. Parte dalla stazione di Hama”. L’unica linea elettrica ad alto voltaggio passa a sud-ovest di Aleppo, nella stazione di Mahardeh, controllata dal governo siriano, e in quella di Zurbah, controllata dai ribelli.

Le forze ribelli dominano la maggior parte dei quartieri settentrionali, orientali e meridionali di Aleppo. Le forze del regime controllano invece i distretti ad ovest. Fuori Aleppo, i ribelli mantengono il potere sui territori a nord, ovest e sud, mentre le forze governative si trovano immediatamente ad est e sud della città. Gli scontri tra regime e forze ribelli dal 2012 hanno lasciato ad Aleppo, l’ombra distrutta del suo centenario souq, centinaia di migliaia di residenti sfollati, quartieri ridotti in macerie, solo polvere sui muri di scuole, moschee e chiese, civili intrappolati nella lotta quotidiana alla ricerca di acqua, cibo e energia.

Qamar, la moglie di Fathi, ci racconta “Prima riuscivo almeno a conservare piccole scorte di carne, latticini e altri alimenti in frigorifero. Non dovevo uscire tutti i giorni sotto le bombe per dar da mangiare ai nostri figli. Adesso senza elettricità per così tante ore come si fa?”. Continua “L’embargo internazionale inoltre impedisce ogni possibilità di esportazione, così i prezzi sono saliti alle stelle”.

In città ci sono generatori in grado di fornire energia elettrica quotidiana a 200 case. Il combustibile è diventato molto costoso. Le famiglie pagano una somma mensile rispetto a quante ampere di elettricità consumano. Per tutti quelli che non possono pagare, la vita continua senza luce. E quelle persone sono abituate all’oscurità.

A pochi metri dalle milizie armate, alcune auto si trasformano in taxi semplicemente attaccando su un fianco un foglio bianco con su scritto “taxi”. I minibus hanno i finestrini sostituiti con la plastica, perché i vetri sono saltati con i bombardamenti. Le saracinesche dei negozi sono abbassate e deformate, ma i venditori ambulanti non si arrendono e continuano a distribuire i loro prodotti a poche lire.

Da quando l’Esercito Siriano Libero ha fatto il suo ingresso ad Aleppo, nella metà del 2012, la città è diventata amore e guerra, infanzia e morte, dolore e sofferenza. Bombardata ogni giorno dai barili esplosivi governativi e rivendicata dallo Stato Islamico. Rifugio per persone innocenti, distrutte dalla disabilità. Tutto dimenticato. Presi di mira indistintamente i quartieri di al-Sukkari, al-Maghayir, al-Mashhad, al-Sha’ar, al-Qatirji. Su strade piene di vita improvvisamente si riversano solo sangue e urla disperate.

Sono commoventi le decorazioni di Natale sulle porte di edifici semidistrutti, mentre gli attacchi aerei continuano a martellare Aleppo. “Luoghi di culto, piazze e case sono sempre di più gli obiettivi dei bombardamenti” ci racconta Bassel. “E di solito i raid aerei sono su quattro o cinque luoghi diversi contemporaneamente”.

Imprigionate nelle case rimaste in piedi, le famiglie si riuniscono per il pranzo di Natale. Non importa se si è parenti. Chi sopravvive tra pianti e bombe diventa un fratello. Tutti portano qualcosa, baba ghannouj, hummus, baklava, meze platters, e alla fine si riesce a mangiare. Nena News

Nena News Agency – 26/12/2015 “SIRIA. Il buio Natale di Aleppo” di Federica Iezzi

Standard

Vita a Raqqa ai tempi dello Stato Islamico

Nena News Agency – 26 novembre 2015

Reportage dalla ‘capitale’ siriana del Califfato di al-Baghdadi, assediata dai jihadisti e bombardata dagli occidentali 

Campi-1024x768

di Federica Iezzi

Raqqa (Siria), 26 novembre 2015, Nena News – Mentre rimangono accese le luci rosse di allarme in Europa, Francia e Russia continuano a bombardare l’area di Raqqa, la capitale siriana del Califfato nero. Colpiti i villaggi di al-Zibari, Mo Hasan, al-Bo Omar, al-Mrei’iyyah e al-Bokmal. Forze armate dello Stato Islamico circondano completamente il perimetro della città di Raqqa. I civili che vivono ai margini della città lo fanno in campi spontanei. Al freddo. Senza acqua potabile. Senza latrine. Non ci sono tende delle Nazioni Unite. Non c’è la Croce Rossa Internazionale. Ci sono bambini scalzi mentre fuori la temperatura scende a quattro gradi. Ci sono donne incinte malnutrite. Ci sono uomini con gli occhi incavati senza lavoro.

I militanti hanno il pieno controllo di tutte le strade di accesso ai quartieri. Limitati ingresso e uscita nelle aree assediate. Anche l’assistenza umanitaria risulta limitata o, peggio, del tutto bloccata. Fermato ogni veicolo che trasporta verdure, grano e forniture di cibo. Una sciarpa rossa incornicia il viso smagrito di Ghaith. “Spesso siamo costretti a mangiare le foglie degli alberi e le piante selvatiche” ci racconta.

Oltre all’accesso limitato, l’assedio è combinato a raid aerei e scontri a terra continui e violenti. I prezzi dei prodotti alimentari continuano a salire drammaticamente. Per un chilo di zucchero si paga quasi cinque euro. 51 euro per un chilo di tè. 380 euro per una bombola del gas. Il pane viene preparato in un solo panificio in città.

Abdel vive sotto un telone di plastica riparato da stracci e sopra un tappeto rosso e grigio, l’unico pezzo rimasto della sua vecchia casa nel quartiere di al-Shohadaa, a Raqqa. Ci dice: “non ci hanno permesso nemmeno di andare nelle zone controllate dal governo per ritirare i nostri stipendi. Le decine tra ministeri e governatorati, controllati da Daesh (noto anche come IS, Stato Islamico), non riconoscono il nostro lavoro”. Secondo una stima dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, almeno 640.000 siriani vivono in zone sotto assedio mentre infuria la guerra nel Paese.

Dallo scorso febbraio sono state riconosciute ufficialmente 11 aree assediate in Siria. Alle centinaia di migliaia di siriani che vivono in queste zone sono negate le necessità primarie: cibo, acqua e medicine. Centinaia sono le morti da cause prevenibili, come la fame, la disidratazione e la mancanza di cure mediche. Miran e Saben hanno un negozio di alimentari alla periferia di Raqqa. “Paghiamo un’imposta a Daesh di 44.000 libbre siriane al mese per il nostro negozio. A queste si sommano i costi dell’elettricità e dell’acqua. Ogni giorno per almeno 22 ore non c’è elettricità. E per queste due ore scarse paghiamo 3.000 libbre siriane al mese”. I guadagni sono nulli. I negozi restano chiusi durante il periodo di preghiera per cinque volte al giorno.

Distrutti dai raid aerei della Coalizione Internazionale e da bombe francesi e russe dirette sullo Stato Islamico, anche centrali elettriche e impianti di filtrazione per l’acqua. Adesso l’acqua viene estratta manualmente da falde acquifere contaminate da scarichi fognari e conservata malamente in contenitori di plastica. Non ci sono quasi più medici a Raqqa. Lo Stato Islamico ha perseguitato, torturato e ucciso chiunque curasse combattenti di altri gruppi ribelli. 670.000 bambini sono senza scuola o, peggio, solo con la scuola coranica. Niente più scienza, storia e arte, solo studi islamici distorti dal primitivo significato.

Pantaloni larghi che cadono sopra le caviglie senza lasciare nessun tratto di pelle scoperta. Burhan ci dice: “siamo costretti ad andare in moschea per la preghiera ‘in congregazione’. Sermoni con l’obiettivo del reclutamento. Non abbiamo neanche più la libertà di pregare da soli”. Nena News

Nena News Agency “Vita a Raqqa ai tempi dello Stato Islamico” di Federica Iezzi

Standard

Macedonia di disperazione

Il Manifesto – 28 agosto 2015

Il racconto. A Gevgelija in attesa del treno che porta verso il nord

IMG_20150828_181527

di Federica Iezzi

Gevgelija (Macedonia) – Folle di rifu­giati siriani tra le mon­ta­gne mace­doni di Kouf e Pajak. Campi saturi di piog­gia, notti fredde e umide tra­scorse all’aperto. Niente riparo. Poco cibo e poca acqua. Die­tro il filo spi­nato, entrate razio­nate dalla poli­zia mace­done. Gra­nate e lacri­mo­geni. È il qua­dro alla irri­co­no­sci­bile sta­zione fer­ro­via­ria di Gev­ge­lija, a due chi­lo­me­tri dal con­fine greco-macedone.

Da giu­gno almeno 44.000 migranti, soprat­tutto siriani, sono entrati in Mace­do­nia. I dati dell’Alto com­mis­sa­riato delle Nazioni Unite per i rifu­giati, in que­sta set­ti­mana, hanno con­tato 1.500–2.000 ingressi ogni giorno. Il primo obiet­tivo è salire nel treno che da Gev­ge­lija porta a Sko­pje o Taba­no­v­tse, nel nord della Mace­do­nia. Punto di con­tatto con le città serbe e quindi con l’Ungheria. E poi pro­se­guire per la Black Road attra­verso l’Europa.

Rag­giun­gere l’Ungheria — nono­stante l’accoglienza dall’incalzante con­trollo di 2.100 poli­ziotti, dispie­gati sui 175 chi­lo­me­tri di con­fine con la Ser­bia — signi­fica entrare nei Paesi della zona Schen­gen. Dun­que, viag­giare in tutta l’Unione euro­pea senza essere bloc­cati ai vali­chi di fron­tiera e avere la pos­si­bi­lità di chie­dere asilo poli­tico.
Dichia­rato lo stato di emer­genza, le auto­rità, per giorni, hanno lasciato migliaia di rifu­giati nella pol­ve­rosa no man’s land tra Mace­do­nia e Gre­cia. Non sono immi­grati. Non sono qui per ragioni eco­no­mi­che. Sono rifugiati.

Robar, Amira, 23 anni e incinta del secondo figlio, e il pic­colo Elyas, di soli due anni, hanno cam­mi­nato a piedi da al-Hasakah, nel nord-est della Siria, a al-Derbasya, al con­fine con la Tur­chia. Robar nella sua città, pro­vata dall’assalto durato mesi da parte dello Stato Isla­mico, ha incon­trato il suo «con­tatto». Rasheed, un traf­fi­cante siriano, che ha per­messo loro di attra­ver­sare il con­fine turco-siriano, nell’area di al-Qamishli. Robar dice: «I traf­fi­canti cono­scono le vie. Ogni vil­lag­gio siriano ha la sua via per acce­dere alla Tur­chia. Noi abbiamo cam­mi­nato un chi­lo­me­tro attra­verso una pic­cola strada tra i campi». Con­ti­nua: «Io e mia moglie abbiamo pagato 300 dol­lari a testa solo per pas­sare il con­fine. Elyas non ha pagato nulla».

È invece Nesli­han il traf­fi­cante turco a cui Robar e Amira hanno dato 1.200 euro, per un viag­gio di tre ore in mare dal porto turco di Bodrum all’isola greca di Leros. Amira rac­conta: «Siamo arri­vati ad Atene, in un tra­ghetto insieme ad altri 2.500 migranti», e sospira «Due set­ti­mane da al-Hasakah alla Gre­cia, nasco­sti per ore nei boschi del con­fine turco-siriano, aspet­tando di attra­ver­sarlo di notte, ran­nic­chiati e con­trab­ban­dati in gom­moni e mer­can­tili, implo­rando acqua». Poi il viag­gio è con­ti­nuato a piedi. Dieci giorni, 500 chi­lo­me­tri. Fino a Gev­ge­lija, son­no­lenta cit­ta­della macedone.

Qui nes­sun cen­tro di acco­glienza li attende. Arri­vano da Aleppo, Homs, Kobane, Tar­tus, Hama e Dama­sco. Gli ultimi passi sui binari che por­tano dal vil­lag­gio greco di Ido­meni ai treni di Gev­ge­lija. Pre­sto i rifu­giati incon­trano la poli­zia mace­done. Li obbli­gano ad aspet­tare senza motivo e per un tempo non defi­nito. Dor­mono su sca­tole di car­tone per le strade, men­tre atten­dono l’arrivo dei docu­menti e il per­messo di rima­nere in Mace­do­nia o Ser­bia per 72 ore.

Spesso non esi­ste una mèta. «La mag­gior parte vuole andare in Ger­ma­nia o in Sve­zia» con­fer­mano le auto­rità macedoni.

Samer è arri­vato in treno a Taba­no­v­tse, vicino al con­fine con la Ser­bia. Per tre volte ha cer­cato di attra­ver­sare il con­fine tra Mace­do­nia e Ser­bia e per tre volte è stato respinto dai sol­dati serbi.

Sa del muro che con­ti­nuano a costruire tra Ser­bia e Unghe­ria? «È una rete, si può pas­sare sotto…». Il fra­tello ha attra­ver­sato il con­fine serbo-ungherese, nei pressi di Asot­tha­lom. Lui farà lo stesso.

Da Gev­ge­lija par­tono solo tre treni al giorno per Sko­pje. Il biglietto (che prima costava 6,50 euro) adesso costa 10 euro. Nes­suna restri­zione sul numero di biglietti ven­duti: signi­fica che i colo­rati treni rossi e gialli mace­doni diven­tano vagoni merci. La scena è la stessa per ogni par­tenza. Spin­toni, grida e ammassi di per­sone sulle ban­chine. Tutti i vagoni si riem­piono troppo rapi­da­mente, lasciando a terra donne e bam­bini in lacrime.

Le ban­chine della pic­cola sta­zione fer­ro­via­ria di Gev­ge­lija degli anni ’70, hanno spa­zio suf­fi­ciente per una ven­tina di pas­seg­geri. Fino a poche set­ti­mane fa si aspet­ta­vano i treni aran­cioni che por­ta­vano verso il nord. Ora si lotta per un posto. Esau­sti si dorme ovun­que: basta tro­vare un posto, sotto una stri­scia di luce tre­mo­lante. È il risul­tato della rotta dei Bal­cani occi­den­tali: mare, giorni di cam­mino e con­trolli. Spie­tata quanto la tra­ver­sata in mare dalla Libia.

Ci sono due rotte attra­verso i Bal­cani dalla Tur­chia. Quella dei Bal­cani orien­tali, diretta in Bul­ga­ria, via terra, com­pli­cata dalla recin­zione di reti metal­li­che e filo spi­nato, costruita lungo i 160 chi­lo­me­tri del con­fine turco-bulgaro. E quella dei Bal­cani occi­den­tali, diretta in Unghe­ria, attra­verso Gre­cia o Alba­nia, Mace­do­nia e Serbia.

Coloro che soprav­vi­vono rischiano di essere pic­chiati dai traf­fi­canti o dalla poli­zia locale. O peg­gio, arre­stati e inse­riti nella lista dei richie­denti asilo poli­tico in paesi come l’Ungheria, di fatto negando ogni pos­si­bi­lità di otte­nere asilo invece in Ger­ma­nia, Sve­zia o Regno Unito.

Secondo l’UNHCR, negli ultimi giorni, più di 10 mila per­sone hanno rag­giunto la sta­zione di Pre­sevo, in Ser­bia.
Hisham, pale­sti­nese rifu­giato nel campo di Yar­mouk a sud di Dama­sco, è arri­vato nella città unghe­rese di Sze­ged, ma è rima­sto fermo per giorni in uno dei pic­coli campi dis­se­mi­nati sulla strada prin­ci­pale tra Sko­pje e Bel­grado, prima di rag­giun­gere il cen­tro di regi­stra­zione dei rifu­giati a Pre­sevo in Serbia.

Nella sta­zione di Pre­sevo, gio­vani serbi con­trat­tano con i rifu­giati i prezzi degli auto­bus. Hisham spiega: «Sono 25 euro per Bel­grado, 32 per Subo­tica. I bam­bini pic­coli viag­giano gra­tis. Dopo 400 chi­lo­me­tri fino a Bel­grado, ne riman­gono solo 200 per l’Ungheria».

Il Manifesto, 28/08/2015 “Macedonia di disperazione” di Federica Iezzi

Standard