GAZA, tra le macerie della sanità

Nena News Agency – 25 maggio 2015

Strutture demolite o inagibili, mancanza di posti letto, di elettricità, di farmaci e di attrezzature mediche: trascorso quasi un anno dalla fine della guerra, la situazione degli ospedali nella Striscia resta drammatica 

Ematology department in al-Durrah hospital - Gaza City

di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza), 25 maggio 2015, Nena News – Secondo gli ultimi dati dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umani, nella Striscia di Gaza 17 dei 32 ospedali e 50 dei 97 centri sanitari di base sono stati danneggiati durante l’operazione Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana. Sei ospedali sono stati costretti a chiudere, nel corso del conflitto, e quattro centri sanitari di base sono stati completamente distrutti.

Ne è un esempio il Mohammed al-Durrah children’s hospital, il solo ospedale della Striscia di Gaza che fornisce assistenza sanitaria ai bambini, nella zona est di Gaza City, che conta almeno 300.000 abitanti. Riaperto al pubblico alla fine dello scorso gennaio, fatica ancora a rientrare nella quotidianità. Secondo le statistiche del ministero palestinese della Salute, rispetto ai primi sei mesi del 2014, in cui sono stati visitati 3.453 bambini, circa 500 al mese, dall’inizio del 2015 i piccoli pazienti visitati negli ambulatori dell’ospedale sono stati 1.789.

Oggi l’al-Durrah hospital conta circa un centinaio di posti letto. E’ diventato il nucleo coordinatore di tutti i centri di cure primarie pediatriche sulla Striscia. Sono di nuovo attivi gli ambulatori di neurologia, di endocrinologia, di malattie infettive, di nefrologia, di ematologia e della clinica gastrointestinale. Ancora ferme invece le sale operatorie, per mancanza di macchinari ed elettricità.

Il servizio di dialisi pediatrico è totalmente affidato all’Abdel al-Rantisi hospital, a Gaza City. A causa dell’instabile fornitura di energia elettrica, le tre macchine per dialisi non hanno un costante funzionamento.

I mesi successivi alla guerra hanno visto ulteriori difficoltà. Personale ospedaliero non pagato ormai da più di 18 mesi. Distribuita acqua corrente per 6-8 ore al giorno. Erogato solo il 46% di elettricità richiesta per il funzionamento di respiratori automatici, monitor e macchinari. La carenza di carburante frena l’utilizzo dei generatori elettrici. Per insufficienti forniture di carburante, ridotti anche i servizi in ambulanza.

Nell’Abu Youssef al-Najjar hospital a Rafah, a sud della Striscia di Gaza, attualmente i dipartimenti funzionanti sono quelli di medicina generale e pediatria. Ripresa quasi a pieno ritmo l’attività del centro dialisi, che garantisce il servizio nell’intera zona sud della Striscia.

Il personale sanitario gestisce nelle sole due sale operatorie interventi di ortopedia, chirurgia generale e chirurgia pediatrica, senza una terapia intensiva. In lista otto interventi di elezione ogni giorno più 1-2 eventuali interventi d’urgenza.

Inizialmente creato per essere solo un centro per le cure primarie, grazie ai risultati della campagna “Rafah needs a hospital”, il governo palestinese stanzierà 24 milioni di dollari e quattro ettari di terreno, per l’adeguamento dell’ospedale all’assistenza delle almeno 230.000 persone, residenti nell’area di oltre 4.000 metri quadrati. L’obiettivo è quello di far arrivare l’al-Najjar hospital a 230 posti letto. Attualmente vengono occupati 101 posti letto, distribuiti in medicina generale, pediatria, servizio dialisi, pronto soccorso e day hospital, di cui appena 60 quotidianamente funzionanti.

A Rafah in seguito all’attacco israeliano del primo agosto scorso persero la vita 112 persone e nei due giorni successivi ne morirono altre 120. Durante l’operazione Margine Protettivo, nella sola Rafah, hanno perso la vita 454 persone, di cui 128 bambini. 1052 furono i feriti. Molti dei quali ricevettero un blando antidolorifico e non furono ammessi in ospedale per mancanza di spazio.

Attualmente solo due ospedali forniscono servizi medici alla popolazione del distretto sud della Striscia di Gaza, l’Abu Youseff al-Najjar hospital e l’European Gaza Hospital di Khan Younis. Mentre le cure nel primo sono limitate dalla mancanza di attrezzature e materiali medico-chirurgici, le cure nel secondo sono di difficile accesso, soprattutto durante le guerre, a causa della posizione vicino ai confini nordorientali con Israele.

In collaborazione con il ministero della Salute palestinese, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha finora completato la ristrutturazione nell’al-Durrah hospital e nell’ospedale di Beit Hanoun. Inoltre, ha finanziato la fornitura di attrezzature mediche e chirurgiche a nove ospedali pubblici. E ha partecipato ai lavori di ricostruzione nelle sale operatorie dell’European Gaza Hospital e nel Shuhada al-Aqsa Martyrs hospital, di Deir al-Balah.

Completamente demolito l’el-Wafa rehabilitation hospital, nel quartiere di Shujaiyya, a est di Gaza City, da un’ostinata serie di pesanti attacchi aerei, durante Margine Protettivo. Oggi l’ospedale utilizza ancora una sede temporanea nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City. Locazione condivisa con l’el-Wafa elderly care center.

Attualmente la disponibilità di posti letto è scesa da 145 a 40. Sono di nuovo funzionanti i servizi di fisioterapia e lungodegenza. Soppressi almeno 19 servizi clinici. Dallo scorso settembre ripreso il servizio domiciliare di fisioterapia, ai circa 6000 pazienti disabili e feriti gravemente dal conflitto. All’aria 13,5 milioni di dollari tra edificio, attrezzature e strumenti medicali totalmente distrutti. Dalla fine del conflitto sono stati ricevuti dall’ospedale solo la metà tra dotazioni e macchinari persi, grazie a donazioni internazionali.

In tutti gli ospedali della Striscia, si convive ancora con una grossa carenza di materiale medico e chirurgico. L’assedio israeliano non permette l’ingresso di farmaci per terapie croniche, gas medicali, strumentazione sanitaria e pezzi di ricambio per equipaggiamenti danneggiati.

Secondo il Central Drug Store di Gaza, farmaci essenziali e materiali monouso hanno raggiunto il ‘livello zero’ di magazzino, cioè le quantità presenti nel magazzino centrale non sono sufficienti a coprire i bisogni di un mese.

L’incremento dei casi di cancro è stato drammatico nella Striscia di Gaza. I dati del ministero della Salute palestinese parlano di 73 casi su 100.000 abitanti. La principale causa sarebbe ancora una volta il fosforo bianco, usato dall’esercito di Tel Aviv già durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008. Nel dipartimento dei tumori dell’al-Shifa hospital, a Gaza City, non si riescono più a fronteggiare i trattamenti anti-tumorali, a causa della mancanza di attrezzature e medicinali.

Ogni mese solo il 10%, dei 1500 gazawi che chiedono il permesso di ingresso in Cisgiordania, Israele e Egitto per cure mediche, riceve un appropriato trattamento anti-tumorale. Nena News

Nena News Agency “GAZA, tra le macerie della sanità” di Federica Iezzi

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REPORTAGE. Gaza, gli ospedali sei mesi dopo Margine Protettivo

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Nena News Agency – 12 febbraio 2015

L’offensiva militare israeliana ha lasciato la maggior parte degli ospedali in uno stato di emergenza giornaliera.  Un percorso tra storie e bisogni

Gaza City (Gaza Strip) - Al-Quds hospital

Gaza City (Gaza Strip) – Al-Quds hospital

di Federica Iezzi

Gaza City, 12 febbraio 2015, Nena News – “Dove va?” “Gaza”. E da allora si entra in una spirale infinita di controlli, domande, interrogatori, ispezioni, visite in uffici reconditi degli aereoporti, colloqui poco graditi con la polizia di frontiera. Come un pacco postale vieni spedito a destra e sinistra, sopra e sotto scale mobili e ascensori, dentro e fuori stanze e terminal, fino a che non riesci quasi accidentalmente ad uscire da un assurdo turbine di esaltazione e follia. E’ così che ha inizio il nostro viaggio negli ospedali massacrati da Margine Protettivo, l’ultima offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza.

All’inizio di luglio colpito dall’esercito israeliano, con azioni indirette, l’European Gaza hospital di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Evacuati terapia intensiva e reparto di pediatria.

A Khan Younis colpito anche l’al-Nasser hospital il 24 luglio. Danni un po’ più lievi

Il turnover di pazienti è continuo. Visibile la condizione di precarietà e deficienza sanitaria in cui è costretto a lavorare il personale medico. Mancano medicine e pezzi di ricambio per le apparecchiature. E l’elettricità è interrotta per più di 8 ore al giorno. Da Margine Protettivo non sono stati risparmiati gli ospedali del quartiere di Tal el-Hawa, a ovest di Gaza City. La  distruzione risale all’operazione Piombo Fuso del 2008-2009 e continua con Pilastro di Difesa nel 2012. Dichiarato dalle autorità israeliane territorio nemico, ostile, perchè controllato dal movimento islamico Hamas. L’invito a lasciare il quartiere, iniziava con un missile non esplosivo, sparato da un drone sul tetto dell’edificio, che doveva essere bombardato dalle forze aeree israeliane. Nessuno sapeva quanto tempo dopo. E così il 17 luglio sotto le bombe viene moderatamente danneggiato, rimanendo aperto, l’al-Quds hospital.

Bombardate dalla marina israeliana anche la farmacia e il laboratorio analisi della clinica Khalil al-Wazer, nel sobborgo di Sheikh Ajleen, sul lungomare di Gaza City. Oggi terreno per le scavatrici che continuano il lavoro di rimozione delle macerie. Sempre a Gaza City, vicino il quartiere cristiano, danneggiati pronto soccorso e sale operatorie e distrutti i sistemi di ventilazione meccanica dell’al-Ahli Arab hospital.

L’al-Wafa rehabilitation center, a Gaza City, ricovero per anziani e disabili del quartiere di Shujaiyya, è stato colpito duramente da raid aerei israeliani il 17 luglio. Totalmente raso al suolo da un attacco il 23 luglio. Già danneggiato un paio di settimane prima da droni israeliani, con la giustificazione che militanti palestinesi avrebbero usato l’ospedale come base di partenza di colpi di mortaio. Versione mai confermata da fonti indipendenti.

All’ospedale, con i suoi 80 pazienti con gravi disabilità, è stata affidata dal Ministero della Sanità palestinese, una nuova sede, nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City, ci racconta il dottor Basman Alashi, direttore esecutivo della struttura sanitaria. Una cucina è stata adattata a nuovo laboratorio analisi. Terrazzi e balconi sono diventati le nuove stanze per la riabilitazione.

Il Shuhada al-Aqsa Martyrs hospital, a Deir al-Balah, è stato colpito dall’esplosione di missili anticarro il 21 luglio. Distrutti totalmente i dipartimenti di medicina e chirurgia generale. Cinque persone uccise. Almeno 40 i feriti. Due ambulanze danneggiate. Garantisce servizi sanitari nell’area centrale della Striscia, agli almeno 145.000 rifugiati dei campi palestinesi di Nuseirat, Bureij, Maghazi e Deir al-Balah. Abbiamo potuto constatare in dieci minuti si possono contare almeno tre cali improvvisi di tensione elettrica. Significa niente più monitor in terapia intensiva, niente più luce in sala operatoria. Di nuovo attivo anche il servizio di dialisi. Le 21 ore giornaliere senza corrente elettrica e la carenza cronica di gasolio per i generatori, rendono per ciascun paziente, le canoniche tre sedute di dialisi settimanali, di quattro ore ognuna, sempre più impraticabili.

L’attività del Balsam hospital, a Beit Lahiya, si è fermata per un mese, dal 23 luglio, dopo che la struttura è stata gravemente lesionata dai combattimenti. Era già stata colpita dai carri armati israeliani l’11 luglio. Danneggiato gravemente il terzo piano, dove c’erano il dipartimento di chirurgia e le sale operatorie. Danni minori nel reparto di pediatria, dove hanno perso la vita quattro bambini, e nella farmacia, al primo piano. Evacuato disordinatamente nel Kamal Udwan hospital, struttura da 100 posti letto, a cui afferiscono 300 mila persone tra Beit Lahiya e il campo di Jabaliya.

Oggi nel Balsam hospital sono ripresi gli interventi di piccola chirurgia. Per le radiografie sono disponibili sono apparecchiature portatili. La pediatria conta 12-13 posti letto e la neonatologia può accogliere quattro bambini, avendo a disposizione solo due ventilatori automatici. Per gli adulti, non esiste più un reparto ma solo una sorta di pronto soccorso.

Situazione sovrapponibile nella clinica al-Atatra, a ovest di Beit Lahiya, costretta a rimanere chiusa il venerdì e il sabato per mancanza di materiali.

Il 25 luglio colpito per la seconda volta l’ospedale di Beit Hanoun, nel nord della Striscia. 50.000 erano le persone che vi afferivano. L’ospedale ha accolto e trattato almeno 30 bambini, violentemente feriti, dopo l’attacco indiscriminato del 24 luglio, sulla scuola UNRWA che ospitava più di 800 palestinesi. Il direttore medico e anestesista, Dr Aiman Hamdan, ci racconta che sono stati distrutti completamente, dai bombardamenti israeliani: pronto soccorso, sale operatorie, reparto femminile e quello pediatrico, Out-Patients Clinic e generatori centrali di elettricità. Parzialmente distrutti i sistemi di erogazione di ossigeno e i ventilatori meccanici della terapia intensiva. L’ospedale è stato evacuato nel giro di 48 ore. Rimane chiuso per 10 giorni e riprende l’attività medica solo come Primary Health Care. Dopo due settimane dall’attacco rinizia anche l’attività chirurgica con turni di 24 ore per il personale sanitario e con il ritmo di un centinaio di persone visitate ogni 10 minuti.

Oggi l’ospedale conta 70 posti letto, tra cui 10 di terapia intensiva. Nelle due sale operatorie scorrono tra mille difficoltà due interventi al giorno di chirurgia generale e chirurgia pediatrica. Le attività vanno avanti con alternativamente 6 ore di elettricità e 12 ore di buio, coperte dal lavoro dei generatori elettrici. Chiaramente il gasolio, come i materiali, le apparecchiature di sostituzione, i farmaci e le forniture di ossigeno arrivano tassativamente da Israele. E spesso nei posti letto delle terapie intensive, manca l’erogazione di ossigeno. L’attività di ricostruzione del solo immobile è garantita dai fondi stanziati dal Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Nello stesso pomeriggio, erano più o meno le quattro, bombardato il Mohammed al-Durrah Children’s hospital, nel quartiere di al-Tuffah a est di Gaza City. Due bombardamenti e almeno 3-4 colpi di mortaio centrano una fabbrica di materiale plastico a 193 metri dall’ospedale. Indirettamente e intenzionalmente l’ospedale viene colpito dalle macerie dell’azienda e viene parzialmente danneggiato. Lesionati murature, finestre, porte, macchinari. Un bambino in terapia intensiva rimane ucciso, uno gravemente ferito. 30 piccoli pazienti erano ricoverati. Dopo tre giorni nuovi raid aerei ordinati dal governo di Netanyahu che distruggono totalmente la struttura.

Evacuato per ragioni di sicurezza e per i severi danni riportati, i membri dello staff medico vedono i loro pazienti trasferiti all’al-Shifa hospital e al Rantisi specialist paediatric hospital, a Gaza City. Rimane chiuso per sei mesi. L’ingresso al pronto soccorso è stato ristabilito solo durante questa settimana, con l’odore fresco e pungente della vernice grigia sulle pareti. La terapia intensiva è passata da cinque a tre posti letto disponibili. Il reparto di pediatria da 85 a 30 letti. Ancora nessun posto di terapia intensiva neonatale. Mancano monitor, computer, facilitazioni in laboratorio e farmacia. Parzialmente danneggiati e mai sostituiti gli apparecchi per ecografia e per radiografia. Vengono utilizzati 4000 litri di gasolio al mese, per i generatori di corrente elettrica. Contando che un litro di gasolio costa tra i sei e i sette shekel, vengono  di fatto regalati ad Israele tra i 24.000 e i 28.000 shekel (l’equivalente di circa 6000 euro).

L’attacco senza distinzione sull’al-Durrah paediatric hospital è oggi tra le azioni sotto indagine, come crimine di guerra.

Il primo agosto a seguito di un raid aerei del governo di Tel Aviv, il Ministero della Salute palestinese annuncia la chiusura dello Abu Youssef al-Najjar hospital, a Rafah. Nessuna sicurezza per pazienti e staff medico. Oggi plastica e cerotti sostituiscono ancora i vetri delle finestre. Il Ministero della Sanità palestinese ha ufficialmente autorizzato allo staff dell’ospedale solo attività di emergenza. Di fatto nelle due sale operatorie ruotano circa 30 interventi a settimana.

Secondo i dati di riferimento dell’Autorità Palestinese e dell’UNRWA colpite da Margine Protettivo 101 strutture sanitarie. 18 delle quali sono state gravemente o moderatamente danneggiate. Lesionati il 66% di tutti gli ospedali della Striscia. Nena News

Nena News Agency “REPORTAGE. Gaza, gli ospedali sei mesi dopo Margine Protettivo” – di Federica Iezzi

 

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