Il nuovo Iraq che non ha posto per i cristiani

Nena News Agency – 06 agosto 2015

Da più di un milione, oggi la popolazione cristiana in Iraq arriva appena a 300 mila anime. ISIS e sostegno straniero le cause di un eccidio silenzioso 

An Iraqi Christian child rests on a phew inside the Church of the Virgin Mary in the town of Bartala, on June 15, 2012, east of the northern city of Mosul, as some Iraqi security remain in the town to protect the local churches and community.  The exiled governor of Mosul, Iraq's second city which was seized by Islamist fighters last week, has called for US and Turkish air strikes against the militants.  AFP PHOTO/KARIM SAHIB

di Federica Iezzi

Baghdad, 6 agosto 2015, Nena News – Le perplessità dei cristiani da Mosul a Qaraqosh sono le stesse. Quale sarà il nostro futuro qui? Come possiamo convincere i nostri giovani a rimanere nel loro Paese? Come possiamo ricostruire le nostre case? Come possiamo avere indietro il nostro lavoro? Da più di un milione, oggi la popolazione cristiana in Iraq arriva appena a 300 mila anime.

“I jihadisti dello Stato Islamico, i sunniti più estremisti, agli ordini di al-Baghdadi possono essere fermati oggi solo da una reazione dei sunniti moderati, in Medio Oriente” ci dice un sacerdote secolare siro-cattolico dell’arcieparchia di Hassaké-Nisibi.

Lo Stato Islamico autonominato non è nato nel vuoto. Si è nutrito di città sunnite una dopo l’altra, del sostegno delle popolazioni sunnite che subirono brutali rappresaglie settarie dal governo di al-Maliki, appoggiato dagli Stati Uniti. La storia dell’Iraq non è legata all’ISIS, ma è quella di una guerra faziosa eternamente in corso tra musulmani sunniti e sciiti.

Quando i combattenti dell’ISIS presero il controllo di aree sunnite nell’Iraq occidentale un anno fa, incoraggiarono violenza e rabbia contro il governo sciita di Baghdad, al potere dal 2003. Per i sunniti e l’ISIS, il governo di Baghdad è stato un nemico comune. Si creò un matrimonio di necessità. Oggi attriti e crepe si rincorrono nel rapporto ISIS-sunniti per le pesanti richieste di fedeltà del Califfato nero e l’assillante esigenza di attuare la shari’a.

La dottrina fondamentalista sunnita è complice dunque nell’eccidio dei cristiani in Iraq. Terreno fertile coltivato poi dalla legge dell’ISIS. Non sono consentiti simboli cristiani. Introdotta la “tassa religiosa”, obbligatoria ai non musulmani. Le case dei cristiani a Mosul sono marchiate dalla lettera araba N (nun) che sta per ‘Nasara’ (nazareni). I luoghi di culto oggi sono cenere. Conversione, fuga o morte. E’ questo che potevano scegliere i cristiani nel nord dell’Iraq. “I cristiani in Iraq, per ironia della sorte, si sentivano più sicuri sotto Saddam Hussein” racconta avvilito padre Issah, il sacerdote siro-cattolico.

Quando qualche mese fa Rahel tornò nella casa dove viveva a Tel Tamar, nel nord-est della Siria, trovò davanti la sua terra un cartello che diceva ‘Proprietà dello Stato Islamico’. L’ISIS ha preso il controllo delle città cristiane, a maggioranza curda, nella valle del fiume Khabur, lo scorso giugno. A febbraio centinaia di cristiani sono stati costretti a lasciare i propri villaggi per le violente incursioni del gruppo estremista nelle aree di al-Hasakah e Qamishli. Si sono susseguiti sanguinosi assedi. La gente era affamata, le case bruciate, le chiese profanate e saccheggiate, i figli mutilati e i feriti trascinati lontani dalle granate. I miliziani hanno nascosto mine nelle case, nelle fattorie, nei campi e nelle antiche rovine cattoliche. I risultati sono stati: l’uccisione di più di due dozzine di civili, il sequestro di circa 300 e la fuga di almeno 2.500 persone.

Costretti a lasciare le proprie case e passare anni in campi profughi, i cristiani di Siria e Iraq restano nel mirino dei gruppi jihadisti. Circa 200 mila cristiani iracheni hanno trovato rifugio in Kurdistan. Almeno 138 mila cristiani siriani hanno oggi lo status da rifugiato in Libano e paesi limitrofi.

In città come Aleppo i cristiani imbracciano le armi contro i ribelli dell’Esercito Siriano Libero. In altre, combattono contro i jihadisti dell’ISIS a fianco dei peshmerga curdi ad Arbil in Iraq, o dell’Esercito Nazionale Siriano ad al-Hasakah, in Siria. Comunità decimate e in frantumi in mezzo al lungo conflitto in Siria, e nella terra dello Stato Islamico di Mosul e della piana di Ninive in Iraq.

La maggior parte dei siriani siriaci sostiene il governo di al-Assad. “I ribelli locali, perfidamente spalleggiati dal governo turco, hanno interamente distrutto case e chiese cristiane in villaggi come Kassab, nella provincia di Latakia, Maaloula, a nord-est di Damasco, Homs e non certo come danni collaterali da colpi lanciati contro le forze governative. L’esercito di Damasco ha ripreso il controllo di città cristiane, come prova della determinazione di al-Assad di proteggere le minoranze religiose”, ci dice esaltato Ouseph. E continua “Dall’altra parte non c’è opposizione democratica, solo gruppi estremisti. Nè Daesh nè ribelli sono i nostri vicini islamici con cui abbiamo convissuto serenamente per anni”.

Yacoubieh è un villaggio a maggioranza cristiana nella provincia nord-occidentale di Idlib, sotto il controllo dei miliziani di Jabhat al-Nusra, braccio siriano di al-Qaeda, da quando all’inizio di quest’anno sono state allontanate le forze di regime. “I nostri figli sono senza cibo, acqua e medicine. Non c’è elettricità per 15 ore al giorno”, ci raccontano le voci dei frati francescani, dal convento colpito da un missile solo una settimana fa. Limitati da posti di blocco militari gli ingressi e le uscite ai quartieri. “Annientare chiese e monasteri, rapire ecclesiastici, affamare la popolazione sono solo alcuni dei crimini che i ribelli commettono contro la comunità cristiana di Siria e Iraq”, continuano.

I cristiani hanno camminato per le strade irachene e siriane per più di mille anni. Oggi c’è silenzio. Ogni strada è deserta. Case e beni abbandonati alle depredazioni anti-governative che Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Turchia e i loro alleati sostengono. Nena News

Nena News Agency “Il nuovo Iraq che non ha posto per i cristiani” di Federica Iezzi

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Siria: tre anni di guerra civile

Bansky - Ragazza con palloncino

Bansky – Ragazza con palloncino

 

LiberArt – 20 marzo 2014

 

Aleppo (Siria) – Per più di cinquant’anni nessuna voce di protesta, nessuna divergenza di idee, nessun dissenso erano permessi nel regime fondato su censura e intimidazioni della dinastia al-Assad.
Prima con Hafiz al-Assad, poi con il figlio Bashar. La popolazione siriana è religiosamente ed etnicamente disomogenea e il regime non ha fatto fatica a distruggere gli animi, le convinzioni, i pensieri, le ispirazioni.
Il popolo non integralista guidato dai precetti religiosi cristiani, alawiti, islamici, sunniti o sciiti, che ha provato a uscire dalle righe esprimendo opinioni discordanti a quelle del governo siriano oggi è rinchiuso nelle insalubri prigioni disseminate in territorio siriano o è stato costretto ad abbandonare la propria terra per passare il resto della propria vita in campi profughi fuori dalla Siria. Attualmente la Giordania, il Libano, la Turchia, l’Iraq e l’Egitto sono tra i paesi che accolgono milioni di rifugiati siriani.
Tutto ebbe inizio nel 2011 con le prime rivolte e le prime sommosse civili.
Si respirava da lungo tempo un’aria carica di risentimento.

Scoppiarono una sequenza sterminata di dimostrazioni pubbliche contro il regime di Bashar al-Assad da parte del gruppo salafita Ahrar al-Sham, guidato dal precetto della Shahada.
Ad appoggiare i ribelli islamici, contro il governo siriano, entrarono il fronte Al-Nusra, un gruppo vicino all’ideaologia di Al-Qaeda e i jihadisti iracheni, con il fine ultimo di portare la legge coranica della Shari’ah in territorio siriano.
Si schierano a fianco dei miliziani anche Turchia, Arabia Saudita e Qatar.
Le forze armate siriane reprimono furiosamente le rivolte. Il governo di al-Assad viene supportato dai miliziani libanesi sciiti di Hezbollah, appoggiati dall’Iran, e dalla Russia.

L’Occidente condanna le efferatezze messe in opera dal dittatore ma esclude qualsiasi intervento armato.
Siamo davvero a conoscenza di ciò che sta accadendo giorno dopo giorno in Siria? Si fa fatica a volte a tenere aggiornato il database mentale sugli avvenimenti di un luogo così bello quanto tormentato. Si contano circa 140.000 vittime.
Una guerra che per tre lunghi anni, ha sconvolto le vite di civili che ancora oggi portano sui loro corpi segni di violenza e di barbarie.
In questo paese, crocevia del Medio Oriente, si contano migliaia di persone mutilate a colpi di arma da fuoco, uomini costretti alla sopravvivenza, figli senza genitori, famiglie divise e annientate.
Per anni, durante il regime di Bashar la televisione siriana contava due canali e nel pomeriggio, dopo la scuola, iniziavano i programmi educativi, come quello dello studio della lingua araba.
Per i bambini i momenti di divertimento iniziavano con i cartoni animati dai sottotitoli in arabo e alla fine dei piani di istruzione giocavano liberi nei cortili delle grandi case dallo stile arabeggiante.

 

LiberArt “Siria: tre anni di guerra civile” – di Federica Iezzi

 

 

 

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Racconti dal Sudan

Khartoum

 

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Racconti tratti dalla missione cardiochirurgica al Salam Centre for Cardiac Surgery di Khartoum in Sudan, nel 2010-2011

 

 

Sono arrivata a Khartoum nella notte del 3 dicembre. Di nuovo investita dalla mia aria africana: secca e bruciante, sotto quel cielo limpido e immerso nelle stelle lontane.

Dall’aereoporto, attraverso le strade sempre piene di traffico di Khartoum, in direzione del Nilo Azzurro.

Era quasi l’alba. La luce si faceva spazio nel buio sconfinato dell’orizzonte africano. Dalle moschee di Soba Hilla (una vecchia zona di Khartoum) l’eco delle parole dei Mu‘adhdhin”, gridate dal punto più altodel minareto, richiamava all’ “adhān”.

C‘era un’atmosfera quieta, una leggera brezza mi si poggiava sulla pelle, trasportando odori nuovi.

Rosso e bianco: era solo di due colori l’ospedale dall’esterno. Una struttura quadrangolare che ruotava attorno ad una corte, rappresentata da un giardino, curato da sudanesi dai sorrisi contagiosi.

All’interno i colori cambiavano: il bianco e il blu elettrico.

Dalle finestre di ogni stanza si poteva guardare il sole africano. Dai vetri sigillati non si permetteva alla sabbia di entrare.

Una miscela di colore che andava dal marrone al viola, si muoveva nei corridoi dell’ospedale: i cleaner, vestiti con larghe divise bordeaux, addetti a lavare ogni angolo dell’edificio. Li trovavi ad ogni ora, chini sul pavimento, raschiando con pazienza sabbia, terra, polvere o vernice.

Il lunedì cercavo di pranzare insieme alle mie compagne di vita sudanesi, nella mensa dell’ospedale. Uno spazio aerato con grossi ventilatori, con una ventina di tavoli rettangolari.

Il lunedì era il giorno del “full”: una zuppa di fave, arricchita con spezie, cipolla e “ghibna”. Il tutto annaffiato da un bicchiere di acqua filtrata.

E durante la giornata, quando si trovava un momento libero, mi prendevano per mano e, con quel sorriso scaltro che si stampava sulle loro labbra, si andava a prendere lo “jabanà”, una sorta di caffè bollente e speziato.

Una serie di piccoli sgabelli erano disposti sotto un capanno, creato da cartoni, pezzi di tessuto rammendato e rami di acacia.

Una donna, avvolta in quei colorati vestiti sudanesi, riscaldava, su un arrangiato fuoco, chicchi di caffè, zenzero, cannella e zucchero e poi con regalità filtrava la mistura, versandola in bicchierini di vetro, sciacquati con l’acqua di un recipiente lurido che aveva a fianco.

Il Nilo Azzurro era di fronte a me ogni mattina. I papiri, queste fitte colonie di piante rivierasche, che a ciuffi emergevano dalle acque basse e le palme, che verdeggianti crescevano sul terreno solido delle due rive, dipingevano l’immagine di questo possente fiume.

Spuntavano immobili, sulle maestose palme, ombre di uccelli dalle piume variopinte che, senza preavviso, sembrava si tuffassero in acqua, in realtà ne sfioravano appena la superficie e vittoriose, con il loro pesce nel becco, tornavano a dare al fiume una cornice di calma.

Di tanto in tanto una feluca, con la sua vela triangolare spiegata, fendeva il fiume controcorrente. A bordo, come in un passato lontano, uomini a torso nudo, buttavano le reti.

Un fumo chiaro saliva lento verso il cielo azzurro, illuminato solamente da un sole terso, mai minacciato dalle nuvole. L’acre odore di quel fumo si muoveva traghettato da una leggera brezza. Era l’odore delle fornaci, disseminate lungo il corso del fiume, in cui ardevano i mattoni, che erano lavorati con l’argilla stessa del fiume.

Un esercito di uomini, ragazzi e bambini prendevano con le mani il limo dagli argini dell’imponente fiume, lo impastavano con argilla grigia e, grondanti di sudore, lo mettevano in una sorta di scatola di legno rettangolare senza fondo. Poi stendevano queste sagome al sole per farle asciugare e seccare. Che lavoro. E’ facile così immaginare la storia della schiavitù. Il giorno dopo avrebbero pazientemente accatastato queste inverosimili sagome formando una piramide, che rimaneva vuota al centro, e le avrebbero cotte infilando dei pezzi di legno nello spazio vuoto. Il legno avrebbe avuto il compito di mantenere acceso il fuoco.

La paga era di un dollaro circa al giorno.

La terra, dopo che le acque del fiume si ritirano, appare disegnata di crepe. E il sole, serpeggiando tra le fessure delle profonde incisioni, nutre di luce e calore i giovani arbusti.

Nelle strette e selvagge stradine di terra battuta, che si dipanavano dal letto in cui riposava il Nilo, camminavano veloci frotte di bambini, che con un vociare allegro, con un gesticolare continuo e con saltelli e corse, cercavano di conquistare la prima posizione.

Avevano addosso magliette variopinte, strappate e impolverate; i piedi erano nudi, solo qualcuno di loro portava colorate ciabattine di plastica. Le bimbe, quelle che non portavano il velo sulla testa, avevano i capelli raccolti in treccioline bizzarre e colorate. Tutti avevano in comune quel sorriso accattivante e spontaneo e quegli occhi magnetici, capaci di raccontare la storia della loro vita.

La mattina mi alzavo presto, prima dell’alba, quando fuori la luce era ancora velata e l’aria ancora fresca.

Portavo il mio latte ancora fumante sul terrazzo, aspettavo che ad oriente si levava quel bagliore di luce che poi si spandeva sull’orizzonte, a cui si accompagnava la “Salat al-sobh”, la preghiera del mattino, gridata dal Muezzin.

Quella voce metallica arrivava come un’ondata, seguita dal levarsi di un fiammante sole.

Spesso, prima del tramonto, uscivo fuori dalle mura dell’ospedale. Mi addentravo nelle polverose vie di Soba e mi perdevo nella vita quotidiana che incontravo. Sabbiosi e improvvisati campetti di calcio, proteggevano gruppetti di ragazzi, che correvano scalzi dietro un pallone consumato, con un vociare continuo. Orci di terracotta e bicchieri di metallo, per raccogliere l’acqua, erano spesso l’unico mezzo per dissetarsi, in quell’arso territorio. Gruppi di ragazzini, alcuni accovacciati per terra, altri seduti su instabili sgabelli, abbozzavano una specie di scacchiera sulla terra e poi muovevano pietre di diverso colore, lanciandole su quel disegno.

Case e negozi erano preservati da porte di metallo, colorate di vernici azzurre o verdi, in forte contrasto con la monotona muratura marrone circostante.

La legge di stato in Sudan è la “sharīʿa”, la legge islamica. Per l’Islam, il venerdì è il giorno santo.

Non si lavora ma la città brulica di attività. Khartoum conta più di sette milioni di abitanti: di questi, il dieci per cento vive nell’agio, il resto nella povertà più nera. E’ il souq di Omdurman che raccoglie centinaia di persone, donne e bambini, durante i giorni di festa, tutti alla ricerca di qualcosa.

Si erge a nord di Khartoum, la precoloniale Omdurman, vecchia capitale dei Mahdisti.

Taxi derivati da motocarri o ricavati da strambi veicoli a tre ruote, da sempre emblema delle metropoli del sud-est asiatico, da Bangkok a Phnom-Penh, sono gli unici mezzi per raggiungere il souq.

Dopo quasi un’ora di traffico convulso, dopo turbanti e assidui suoni di clacson, dopo aver osservato il modo di guidare con gli sguardi di questa strabiliante gente, eccomi in questo dedalo sterminato di viuzze.

Si mercanteggiava per abiti e scarpe, stoffe, tappeti, utensili, vasellame, collane, braccialetti e orecchini, maschere e statuette in legno o in rame, pugnali, sciabole e scimitarre.

Osservavo appassionata le mie grandi compagne di vita sudanesi. Tutte indossano abiti lunghi, avvolti nei “kanga”. Tolti questi abiti scuri, rimangono pantaloni e magliette a maniche lunghe, che vengono nascosti dalle divise bianche, verdi o blu, in uso in ospedale. Alcune arrivano con il “niqab” altre solo con la “hijab”, per coprire la testa. In ospedale viene tutto sostituito da veli bianchi, e dal loro rituale per sistemarli, con spille e ferrettini, per tenere i capelli in quelle posizioni innaturali.

Un ardente giovedì pomeriggio mi ritrovai a 200 chilometri a nord di Khartoum, nell’antica città posta sulla riva orientale del Nilo, oggi sito archeologico di Meruwah.

Durante le prime due ore di viaggio, si correva su una strada asfaltata, lungo la quale mano a mano si perdevano case, che venivano sostituite da gruppi di acacie ombrellifere. Nei pressi del sito si trovavano solo alcuni villaggi chiamati “Bragrawiyah” con poca gente e molte capre.

Agglomerati di case in mattoni, che sembravano disabitati, riuscivano a sorprenderti quando si riempivano in un attimo di vita. Apparivano immagini deliziose e lontane di donne, con abiti pieni di colore, che si opponevano alla desolazione reale del deserto. Gli uomini tenevano costantemente in bocca un rametto di pianta, morsicato in punta, lungo una decina di centimetri, e inamovibili, davanti alle loro abitazioni, regalavano la percezione della difesa.

Cosa facevano tutto il giorno, tutte le settimane, tutti i mesi, tutti gli anni quelle creature?

D’improvviso il paesaggio cambiò, un profilo vagamente montuoso affiancò l’ultimo tratto di strada: un improbabile sentiero arido, intervallato da ciottoli e pietre calcaree.

In pieno deserto nubiano, svettavano con la forma aguzza verso il cielo, le piramidi della necropoli reale di Meroe. Il sole fulvo del tramonto le tingeva, accarezzando dolcemente le piccole dune di sabbia gialla.

Un leggero venticello cominciò a soffiare, solleticando la sabbia. La magia della notte nel deserto: lo spazio più incontaminato del pianeta, il deserto e il firmamento sotto i miei occhi. Il disegno della via lattea, le forme irregolari dei crateri della luna, le stelle che ti soffocavano.

E l’alba, con il suo pallido e giovane sole che dava vita ad ombre brune e colorava d’oro la sabbia.

Proseguendo nell’ideale percorso dell’antica Nubia, affiorano i templi di Naga, luoghi sacri tra deserto e savana, di una dimenticata civiltà dell’alto Nilo.

Il sole colpiva la terra bruciata perpendicolarmente, e un vecchio e stanco asino, trainato da una donna coperta di veli insabbiati, continuava senza sosta a issare acqua da un pozzo.

Il maestoso serpeggiare del Nilo riapparve lungo il cammino, il paesaggio cambiò repentinamente, si lasciava il deserto e man mano tornavano a crescere indisturbate, lungo una pista sassosa, macchie di acacie e palme. A ridosso della vallata, si vedevano le prime elementari coltivazioni di cereali.

La settimana antecedente un matrimonio, culturalmente nell’Islam, è una festa che mostra l’incanto della donna. Durante ognuno di questi riti: si partecipa al salotto culinario, si cantano e si ballano brani tradizionali, si gioca arricchendo la bellezza del proprio corpo.

L’henna, incorporato tra le usanze islamiche a partire dal VI secolo d.C., è preposto a creare disegni su mani, braccia, piedi e gambe.

Il locale era illuminato con fioche e pigmentate lampadine, svettava al centro di questo posto, senza tempo e senza spazio, un baldacchino coperto da teli arabescati e decorati con sfumature d’oro.

Lui composto, saggio e al di là con gli anni; lei una giovane e inesperta dama.

Campo profughi di Mayo, un dimenticato sobborgo di Khartoum.

Abitato circa da 500mila persone, di tribù diverse, per lo più provenienti dal sud del Sudan.

Le infezioni causate dalla mancanza di acqua pulita, dall’inesistenza di un sistema fognario e da condizioni igieniche disastrose, insieme alla malnutrizione, rendono questo posto al limite della sopravvivenza.

Case fatte di fango e paglia, in un paesaggio dove mano a mano aumenta la povertà.

Capre scheletriche, sagome umane vestite di stracci, qualche scarno somaro carico di tutto e di niente.

Le donne aspettavano con pazienza, senza dire una parola, con i bambini arrotolati addosso: allattavano e scacciavano mosche. Erano ferme ad aspettare la distribuzione delle medicine per la malaria, degli intrugli per la malnutrizione, delle vaccinazioni.

Uno dei cinque pilastri dell’Islam è il “sawn” (digiuno), che trova la sua estrema manifestazione durante il “mese caldo”, il Ramadan. Ho iniziato dal primo giorno di agosto il Ramadan. Avevo un foglio su cui erano annotati gli orari di alba e tramonto di ognuno dei 29 giorni di digiuno. La mattina, la mia sveglia suonava quando era ancora buio fuori e quando dalla moschea iniziava la prima preghiera del giorno, con la lettura di passi del Corano (“Al-ahzàb”). Bevevo acqua e mangiavo frutta e quella decisione mi doveva bastare per tutto il giorno, fino a che il sole non avrebbe più accarezzato la terra. Il mio digiuno non è stato un cerimoniale religioso, ma una tentativo di guardare e afferrare cosa alloggia oggi nell’animo di un uomo. L’autodisciplina, la pazienza, l’autocontrollo, la consapevolezza di non avere cibo o acqua e la coscienza di poter radunare le energie, mostrando la stessa operosità. In realtà, in quei momenti si è di fronte a se stessi, si può decidere di nascondersi per mangiare o bere, oppure si può scegliere di farsi accompagnare dalla purità rituale di quel semplice gesto. Non c’è autorità umana che possa controllare, costringere o punire il comportamento dell’uomo, ma è solo la coscienza integra e pulita che fa da guida. Arriva il tramonto, la salat al-maghrib” tuona nell’aria, ed ecco che un bicchiere d’acqua simboleggia l’onestà, la vittoria, la libertà, la dignità.

La “ʿīd al-fiṭr” ha il significato di interrompere il digiuno del mese sacro. E’ un’ancestrale festa che ogni anno si fa spazio nei quattro angoli del pianeta. Passeggiando nei sobborghi di Khartoum, si respira e si assapora l’idea che la diffidenza tra culture e alfabeti differenti, è sempre più cosa da libri di storia. Mi è sembrato di tornare piccola, quando la domenica, il “dì di festa”, bimbi e nonni si incontravano nella piazza del Paese. Vestiti non usati durante la settimana, fermagli e mollettine tra i soffici capelli. Gruppi di anziane signore ai lati delle strade che si raccontavano la settimana. Mamme che badavano e correvano dietro agli scapestrati figli. E gli ubbidienti uomini che portavano a casa i dolci per la fine del pranzo.

 

https://www.facebook.com/notes/federica-iezzi/racconti-dal-sudan-di-federica-iezzi-surgical-mission-2010-2011/10150454828685984

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