Macedonia di disperazione

Il Manifesto – 28 agosto 2015

Il racconto. A Gevgelija in attesa del treno che porta verso il nord

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di Federica Iezzi

Gevgelija (Macedonia) – Folle di rifu­giati siriani tra le mon­ta­gne mace­doni di Kouf e Pajak. Campi saturi di piog­gia, notti fredde e umide tra­scorse all’aperto. Niente riparo. Poco cibo e poca acqua. Die­tro il filo spi­nato, entrate razio­nate dalla poli­zia mace­done. Gra­nate e lacri­mo­geni. È il qua­dro alla irri­co­no­sci­bile sta­zione fer­ro­via­ria di Gev­ge­lija, a due chi­lo­me­tri dal con­fine greco-macedone.

Da giu­gno almeno 44.000 migranti, soprat­tutto siriani, sono entrati in Mace­do­nia. I dati dell’Alto com­mis­sa­riato delle Nazioni Unite per i rifu­giati, in que­sta set­ti­mana, hanno con­tato 1.500–2.000 ingressi ogni giorno. Il primo obiet­tivo è salire nel treno che da Gev­ge­lija porta a Sko­pje o Taba­no­v­tse, nel nord della Mace­do­nia. Punto di con­tatto con le città serbe e quindi con l’Ungheria. E poi pro­se­guire per la Black Road attra­verso l’Europa.

Rag­giun­gere l’Ungheria — nono­stante l’accoglienza dall’incalzante con­trollo di 2.100 poli­ziotti, dispie­gati sui 175 chi­lo­me­tri di con­fine con la Ser­bia — signi­fica entrare nei Paesi della zona Schen­gen. Dun­que, viag­giare in tutta l’Unione euro­pea senza essere bloc­cati ai vali­chi di fron­tiera e avere la pos­si­bi­lità di chie­dere asilo poli­tico.
Dichia­rato lo stato di emer­genza, le auto­rità, per giorni, hanno lasciato migliaia di rifu­giati nella pol­ve­rosa no man’s land tra Mace­do­nia e Gre­cia. Non sono immi­grati. Non sono qui per ragioni eco­no­mi­che. Sono rifugiati.

Robar, Amira, 23 anni e incinta del secondo figlio, e il pic­colo Elyas, di soli due anni, hanno cam­mi­nato a piedi da al-Hasakah, nel nord-est della Siria, a al-Derbasya, al con­fine con la Tur­chia. Robar nella sua città, pro­vata dall’assalto durato mesi da parte dello Stato Isla­mico, ha incon­trato il suo «con­tatto». Rasheed, un traf­fi­cante siriano, che ha per­messo loro di attra­ver­sare il con­fine turco-siriano, nell’area di al-Qamishli. Robar dice: «I traf­fi­canti cono­scono le vie. Ogni vil­lag­gio siriano ha la sua via per acce­dere alla Tur­chia. Noi abbiamo cam­mi­nato un chi­lo­me­tro attra­verso una pic­cola strada tra i campi». Con­ti­nua: «Io e mia moglie abbiamo pagato 300 dol­lari a testa solo per pas­sare il con­fine. Elyas non ha pagato nulla».

È invece Nesli­han il traf­fi­cante turco a cui Robar e Amira hanno dato 1.200 euro, per un viag­gio di tre ore in mare dal porto turco di Bodrum all’isola greca di Leros. Amira rac­conta: «Siamo arri­vati ad Atene, in un tra­ghetto insieme ad altri 2.500 migranti», e sospira «Due set­ti­mane da al-Hasakah alla Gre­cia, nasco­sti per ore nei boschi del con­fine turco-siriano, aspet­tando di attra­ver­sarlo di notte, ran­nic­chiati e con­trab­ban­dati in gom­moni e mer­can­tili, implo­rando acqua». Poi il viag­gio è con­ti­nuato a piedi. Dieci giorni, 500 chi­lo­me­tri. Fino a Gev­ge­lija, son­no­lenta cit­ta­della macedone.

Qui nes­sun cen­tro di acco­glienza li attende. Arri­vano da Aleppo, Homs, Kobane, Tar­tus, Hama e Dama­sco. Gli ultimi passi sui binari che por­tano dal vil­lag­gio greco di Ido­meni ai treni di Gev­ge­lija. Pre­sto i rifu­giati incon­trano la poli­zia mace­done. Li obbli­gano ad aspet­tare senza motivo e per un tempo non defi­nito. Dor­mono su sca­tole di car­tone per le strade, men­tre atten­dono l’arrivo dei docu­menti e il per­messo di rima­nere in Mace­do­nia o Ser­bia per 72 ore.

Spesso non esi­ste una mèta. «La mag­gior parte vuole andare in Ger­ma­nia o in Sve­zia» con­fer­mano le auto­rità macedoni.

Samer è arri­vato in treno a Taba­no­v­tse, vicino al con­fine con la Ser­bia. Per tre volte ha cer­cato di attra­ver­sare il con­fine tra Mace­do­nia e Ser­bia e per tre volte è stato respinto dai sol­dati serbi.

Sa del muro che con­ti­nuano a costruire tra Ser­bia e Unghe­ria? «È una rete, si può pas­sare sotto…». Il fra­tello ha attra­ver­sato il con­fine serbo-ungherese, nei pressi di Asot­tha­lom. Lui farà lo stesso.

Da Gev­ge­lija par­tono solo tre treni al giorno per Sko­pje. Il biglietto (che prima costava 6,50 euro) adesso costa 10 euro. Nes­suna restri­zione sul numero di biglietti ven­duti: signi­fica che i colo­rati treni rossi e gialli mace­doni diven­tano vagoni merci. La scena è la stessa per ogni par­tenza. Spin­toni, grida e ammassi di per­sone sulle ban­chine. Tutti i vagoni si riem­piono troppo rapi­da­mente, lasciando a terra donne e bam­bini in lacrime.

Le ban­chine della pic­cola sta­zione fer­ro­via­ria di Gev­ge­lija degli anni ’70, hanno spa­zio suf­fi­ciente per una ven­tina di pas­seg­geri. Fino a poche set­ti­mane fa si aspet­ta­vano i treni aran­cioni che por­ta­vano verso il nord. Ora si lotta per un posto. Esau­sti si dorme ovun­que: basta tro­vare un posto, sotto una stri­scia di luce tre­mo­lante. È il risul­tato della rotta dei Bal­cani occi­den­tali: mare, giorni di cam­mino e con­trolli. Spie­tata quanto la tra­ver­sata in mare dalla Libia.

Ci sono due rotte attra­verso i Bal­cani dalla Tur­chia. Quella dei Bal­cani orien­tali, diretta in Bul­ga­ria, via terra, com­pli­cata dalla recin­zione di reti metal­li­che e filo spi­nato, costruita lungo i 160 chi­lo­me­tri del con­fine turco-bulgaro. E quella dei Bal­cani occi­den­tali, diretta in Unghe­ria, attra­verso Gre­cia o Alba­nia, Mace­do­nia e Serbia.

Coloro che soprav­vi­vono rischiano di essere pic­chiati dai traf­fi­canti o dalla poli­zia locale. O peg­gio, arre­stati e inse­riti nella lista dei richie­denti asilo poli­tico in paesi come l’Ungheria, di fatto negando ogni pos­si­bi­lità di otte­nere asilo invece in Ger­ma­nia, Sve­zia o Regno Unito.

Secondo l’UNHCR, negli ultimi giorni, più di 10 mila per­sone hanno rag­giunto la sta­zione di Pre­sevo, in Ser­bia.
Hisham, pale­sti­nese rifu­giato nel campo di Yar­mouk a sud di Dama­sco, è arri­vato nella città unghe­rese di Sze­ged, ma è rima­sto fermo per giorni in uno dei pic­coli campi dis­se­mi­nati sulla strada prin­ci­pale tra Sko­pje e Bel­grado, prima di rag­giun­gere il cen­tro di regi­stra­zione dei rifu­giati a Pre­sevo in Serbia.

Nella sta­zione di Pre­sevo, gio­vani serbi con­trat­tano con i rifu­giati i prezzi degli auto­bus. Hisham spiega: «Sono 25 euro per Bel­grado, 32 per Subo­tica. I bam­bini pic­coli viag­giano gra­tis. Dopo 400 chi­lo­me­tri fino a Bel­grado, ne riman­gono solo 200 per l’Ungheria».

Il Manifesto, 28/08/2015 “Macedonia di disperazione” di Federica Iezzi

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