SUD SUDAN. La guerra civile piega il paese

Nena News Agency – 15/12/2016

Il costante processo di pulizia etnica in corso in diverse aree del Sud Sudan tra le 64 diverse tribù che abitano il Paese, annovera fame, stupri di gruppo e incendi di villaggi

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di Federica Iezzi

Roma, 16 dicembre 2016, Nena News – Più volte paragonata al genocidio del Rwanda, la violenza etnica in Sud Sudan orchestrata dal governo di Salva Kiir sta raggiungendo cifre vertiginose.

Nel terzo anniversario della guerra civile nel Paese più giovane del mondo, non è più sufficiente l’enorme dispiegamento delle unità di protezione ONU per separare le parti in guerra.

La violenza è scoppiata nel dicembre 2013, quando il presidente Salva Kiir ha accusato il suo vice-presidente, Riek Machar, di essere a capo di un colpo di stato. Il Paese aveva ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011 a seguito di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi avvenuti in Africa.

Le tensioni etniche hanno fatto saltare in aria istituzioni deboli e inesistente identità nazionale. Le tribù più popolose del paese, i Dinka e i Nuer, avrebbero dovuto condividere il potere nel nuovo governo. Ma l’estrema povertà e la mancanza di istituzioni ha relegato il Paese nella morsa di una guerra etnica.

Decine di migliaia, i civili che hanno perso la vita nei combattimenti. Secondo i dati OCHA più di un milione di persone ha lasciato il Paese e sono più di un milione e mezzo i rifugiati interni. Il Programma Alimentare Mondiale stima che almeno 3,6 milioni di persone hanno necessità di assistenza alimentare.

Le minacce di violenza hanno avuto solo una debole riduzione quando i leader locali sono intervenuti per fermare le continue espressioni di odio.

L’Ufficio del Consigliere Speciale delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Genocidio, ha sottolineato l’importanza in questo delicato momento di imporre un embargo sulle armi. “Il genocidio” afferma, “E’ un processo che si instaura in un lasso di tempo medio-lungo, e proprio per questo può essere evitato. Ci sono passi che possono essere adottati, prima di arrivare vicini alla catastrofe”.

Solo nello scorso mese di luglio, a seguito di un aumento della violenza nella capitale Juba, altre 4.000 unità sudanesi facenti parte della missione dell’ONU in Sud Sudan (MINUSS) erano state reclutate per la protezione dei civili. Obiettivo mancato, visto che il governo sudanese ha accettato solo il dispiegamento di truppe straniere sul suo territorio.

Il costante processo di pulizia etnica in corso in diverse aree del Sud Sudan tra le 64 diverse tribù che abitano il Paese, annovera fame, stupri di gruppo e incendi di villaggi.

L’economia schiacciata del Paese ha il più alto tasso di inflazione del mondo, arrivato a sfiorare più dell’800% nello scorso mese di ottobre.

I servizi sanitari continuano il lento processo di deterioramento, la crisi idrica nazionale è in crescita, il settore agricolo è in declino e i tassi di malnutrizione sono tra i più alti al mondo. La repressione è l’unico strumento di sopravvivenza per il regime nazionale. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. La guerra civile piega il paese” di Federica Iezzi

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SUD SUDAN. Human Rights Watch ‘L’ONU non ha protetto i civili dagli attacchi’

Nena News Agency – 18/11/2016

Un rapporto dell’organizzazione denuncia la missione di pace delle Nazioni Unite perché non sarebbero intervenute a Juba durante tre giorni di aggressioni e abusi da parte delle truppe governative

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di Federica Iezzi

Juba (Sud Sudan), 18 novembre 2016, Nena News – Secondo un rapporto di Human Rights Watch, la missione di pace delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS) non è riuscita a proteggere centinaia di civili da violenze, stupri e morte, durante i tre giorni di intensi combattimenti a Juba, avvenuti nello scorso mese di luglio.

Il crollo della fragile tregua tra il presidente sud-sudanese, Salva Kiir, e il leader dell’opposizione Riek Machar, ha comportato episodi di estrema violenza nel più giovane tra i Paesi africani. In quei giorni, durante un attacco da parte delle truppe governative in un campo profughi, vicino la sede UNMISS a Juba, hanno perso la vita 73 persone, di cui 20 sotto la protezione delle Nazioni Unite. Sono stati uccisi anche due componenti delle forze di peacekeeping dell’ONU, decine i feriti.

I civili sono stati sottoposti dai soldati armati del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan a gravi violazioni dei diritti umani, tra cui attacchi indiscriminati, intimidazioni, minacce, torture, violenza sessuale. Per contro, il portavoce dell’esercito governativo Lul Ruai Koang ha definito prematura la conclusione sulla responsabilità diretta del suo esercito, pur non negando l’attacco.

Secondo una dichiarazione di Human Rights Watch le forze di pace non sarebbero intervenute al di fuori delle basi militari per proteggere i civili sotto imminente minaccia. Stesso discorso per l’ambasciata degli Stati Uniti che ha ricevuto richieste di aiuto simili a quelle pervenute alle forze UNMISS durante l’attacco. Non ha risposto alle ripetute richieste di assistenza.

Secondo il report, le forze di pace UNMISS non operavano sotto un comando unificato, con conseguenti conflitti di ordini sui quattro contingenti di truppe impegnati, provenienti da Cina, Etiopia, Nepal e India.

A più di tre mesi dall’ultima crisi, i caschi blu dell’UNMISS continuano a non effettuare operazioni di pattugliamento regolari al di fuori dei campi rifugiati. Anche nello scorso mese di febbraio nella base ONU di Malakal, a nord del Paese, che ospitava 47mila sfollati, soldati governativi sono entrati nel campo uccidendo 30 civili e ferendone più di 120. Sono state inoltre bruciate sistematicamente le aree che ospitavano civili provenienti da gruppi etnici pro-opposizione.

Gli stessi disagi etnici tra i gruppi Shilluk, Dinka e Nuer hanno esacerbato gli attacchi. In quell’occasione, è stata criticata la riluttanza a usare la forza per proteggere i civili, da parte dei caschi blu dell’UNMISS. Questi sono solo gli ultimi episodi. Già nell’aprile 2014, il sito ONU a Bor era stato attaccato, causando la morte di circa 50 civili. Il rapporto della commissione di inchiesta di quell’incidente ad oggi non è ancora definito. E il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva deciso per il rimpatrio immediato dei peacekeeper che non erano riusciti a rispondere in modo efficace alla violenza.

Dopo il conflitto scoppiato nel dicembre del 2013, più di due milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, tra cui i circa 200mila civili rifugiati in sei basi delle Nazioni Unite. Nei tre anni di conflitto, il governo del Sud Sudan ha regolarmente consentito l’impunità per violenze e omicidi.

Sono in corso indagini indipendenti da parte delle Nazioni Unite per il fallimento dei compiti delle sue forze di pace in Sud Sudan. Il Consiglio di Sicurezza ha inoltre autorizzato in una delle ultime risoluzioni, sostenuta dagli Stati Uniti, l’invio a Juba di ulteriori 4mila caschi blu per proteggere i civili. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. Human Rights Watch: L’ONU non ha protetto i civili dagli attacchi” di Federica Iezzi

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SUD SUDAN. Il campo profughi di Yida: l’anormale via alla normalità

Nena News Agency – 11/08/2016

Nato come insediamento spontaneo nel 2011, ha scuole, asili, un mercato e una clinica. Ma cibo e acqua scarseggiano, mentre le bombe di al-Bashir gli piovono addosso

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di Federica Iezzi

Juba (Sud Sudan), 11 agosto 2016, Nena News – Sono 60.288 nel campo rifugiati di Yida. Siamo nello stato di Unity, nel Sud Sudan settentrionale a 12 chilometri dal confine con il Sudan. Insieme ai campi di Yusuf Batil, Doro e Jamam, Yida è stato per oltre quattro anni la casa dei profughi provenienti dalle regioni di Nuba Mountains e Blue Nile, fuggiti dalle violenze e dagli orrori che si sono verificati nel vicino sud Kordofan sudanese.

L’ingresso a Yida è polveroso. Le dita delle centinaia di bambini stringono i fili di ferro delle reti metalliche che separano il campo dal territorio desertico attorno. Illuminati da una sola lampadina, grandi blocchi di terreno con servizi igienici, sono diventati la casa di centinaia di rifugiati.

L’audacia di indossare infradito in terreni infestati dagli scorpioni. Il dono di dormire con dignità durante i lunghi viaggi sconnessi. La noncuranza per il ronzio delle mosche sulle latrine. Ecco il popolo di Yida. Dove doccia significa acqua fredda da un secchio sopra la testa.

Ci sono asili, una scuola secondaria e quattro scuole elementari a Yida. L’istruzione è gratuita. C’è un mercato e strade interne. La distribuzione di cibo da parte delle agenzie umanitarie avviene ogni mese, ma le razioni bastano appena per 5-6 giorni alle numerose famiglie. E l’acqua arriva solo da cinque pozzi costruiti negli anni. L’assistenza sanitaria è affidata a una clinica di base che fa riferimento per i casi più gravi al Pariang County Hospital, nell’omonima circoscrizione.

I residenti di Yida sono comprensibilmente diffidenti nei confronti della delocalizzazione. A parlare è il passato. Nel 2012, l’UNHCR ha disposto il trasferimento di 30.000 abitanti di Yida nel campo profughi di Nyeli, palude invivibile dopo inondazioni preannunciate. Solo un anno più tardi i civili erano di nuovo senza una casa.

Nato come un insediamento spontaneo, bombardamenti deliberati dal governo di al-Bashir hanno costellato la vita del campo di Yida dal 2011: almeno 2.000 bombe sganciate nel 2015. Comunità internazionale e Nazioni Unite appoggiano la politica del dittatore intoccabile sudanese, accusato dalla Corte Penale Internazionale di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Darfur. Le motivazioni? Il campo non ha un ufficiale riconoscimento e al suo interno ci sarebbe la presenza di elementi armati.

Gli scontri in Kordofan hanno assunto dimensioni critiche nello stesso periodo dell’indipendenza del Sud Sudan, dopo l’offensiva condotta dal governo di Khartoum contro i ribelli Nuba, raccolti sotto la sigla del Movimento Popolare di Liberazione Sudanese-Nord (SPLA-N), supportati da fazioni militari del Sudan del Sud. Il governo sudanese ha sempre accusato l’esercito di Salva Kiir di supportare i gruppi ribelli nel territorio sud-sudanese. Da questo le pressioni nella chiusura, che continuano ad arrivare dal presidente sudanese Omar Hasan Ahmad al-Bashir.

Ora l’UNHCR sta lentamente pianificando lo spostamento dei rifugiati di Yida presso altri campi, tra cui Ajuong Thok e Pamir, a poco più di 10 chilometri dal confine tra Sudan e Sud Sudan. E attualmente 42.374 civili sono stati distribuiti a Ajuong Thok e Pamir. Sta anche potenziando i programmi educativi a Ajuong Thok. Ma già molte persone si lamentano delle strutture scolastiche: le aule sono così piene che gli studenti non sono in grado nemmeno di vedere l’insegnante.

Sono stati assegnati terreni agricoli agli abitanti di Ajuong Thok ma l’insicurezza e le tensioni con le comunità locali, non permettono nè una buona semina né un adeguato raccolto. La vicinanza di Ajuong Thok e Pamir a Liri, zona a nord di entrambi i siti, che ospita militari del Sudanese Armed Forces (SAF), tribù arabe nomadi e ribelli dell’SPLA, non rende la zona accessibile ai civili in fuga. Nena News

Nena News Agency “SUD SUDAN. Il campo profughi di Yida: l’anormale via alla normalità” di Federica Iezzi

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Sud Sudan. Il disastro tre anni dopo l’indipendenza

Nena News Agency – 05 luglio 2014

 

Alla vigilia del terzo anno di indipendenza del Paese gli scontri tra opposte fazioni continuano. In pochi mesi, almeno 6 ospedali bruciati e distrutti. 58 i morti tra pazienti e personale sanitario 

 

Sud Sudan - Leer Hospital

Sud Sudan – Leer Hospital

 

di Federica Iezzi

Juba, 5 luglio 2014, Nena News – Il 9 luglio, tra poco meno di una settimana il Sud Sudan salta il traguardo dei tre anni di indipendenza. Dopo decenni di guerra civile, nel dicembre 2013 i ribelli antigovernativi di etnia nuer, guidati dall’ex vicepresidente Riek Machar, attaccarono la città di Bor. Così l’antico conflitto tra nuer e dinka, parzialmente sanato nel 2005, al termine della seconda guerra civile, si è travestito in conflitto politico tra Salva Kiir, attuale Presidente, e Riek Machar, leader dei ribelli. Nonostante il secondo accordo di cessate il fuoco, sigliato alcune settimane fa, gli scontri continuano e tutti i colloqui di pace sono stati sospesi.

Il ventennio di guerra civile contro il Sudan ha lasciato in eredità al nuovo Stato: territori devastati, carenza di infrastrutture come acquedotti e servizi sanitari. Secondo il dettagliato report di Medici Senza Frontiere, sulla situazione sanitaria in Sud Sudan, in pochi mesi, 6 ospedali sono stati  distrutti e bruciati e almeno 58 persone uccise al loro interno.

La campagna di devastazione è iniziata nel Bor State hospital, sulla riva orientale del Nilo, lo scorso dicembre. 14 pazienti e un membro del Ministero della Salute sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco. A gennaio è stato totalmente distrutto, insieme a gran parte della città, il Leer hospital. Nell’Unity State, l’ospedale forniva assistenza medica a un’area abitata da circa 270.000 persone. Ridotti in macerie interi edifici. Smantellati laboratori, attrezzature chirurgiche, stabilimenti per la conservazione dei vaccini, banche del sangue.

Sulle rive del Nilo Bianco, lo scorso febbraio, nel Malakal teaching hospital sono morte 14 persone, tra cui 11 pazienti, a cui hanno sparato mentre erano nei loro letti.

17 tra ambulanze e mezzi sanitari sono stati rubati o distrutti. Almeno 13 episodi di saccheggio e distruzione di strutture sanitarie secondarie. In aprile, nel Bentiu State hospital almeno 28 persone sono state uccise. Lo scorso maggio documentato 1 morto nell’ospedale della città di Nasir, roccaforte dei ribelli.

Una condizione che sembra ricalcare il Darfur degli anni 2003-2006. Il conflitto che vide contrapposti i Janjawid, miliziani arabi reclutati fra i membri delle tribù nomadi dei Baggara, e la popolazione della regione sudanese, composta dai gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit. Un genocidio dai numeri sconvolgenti. Le Nazioni Unite parlarono di almeno 200.000 morti (anche se fonti locali documentarono 450.000 morti) e più di 2 milioni di rifugiati.

Oltre che villaggi, scuole, chiese e moschee, la guerra distrusse sistematicamente servizi idrici e sanitari. Le strutture mediche delle ONG internazionali per anni hanno coperto le richieste sanitarie di centinaia di chilometri quadrati. Nel resto del Paese furono allestiti ospedali da campo, regolarmente saccheggiati.

Attualmente a causa del conflitto in Sud Sudan, si contano quasi 1,5 milioni di rifugiati in Etiopia, Kenya, Sudan e Uganda. 10.000 i morti. Sullo sfondo un’incontrollabile epidemia di colera è arrivata ormai fino alla capitale Juba. In poche settimane già segnalati 1812 casi di colera, con 18 morti. Inoltre, le ultime stime dell’ONU e del Disasters Emergency Committee, prevedono una dura carestia nelle prossime settimane, che potrebbe essere la più grave dopo quella che nel 1984 colpì l’Etiopia. Donatori internazionali hanno promesso finanziamenti per 600 milioni di dollari e urgenti aiuti alimentari. Nena News

 

Nena News Agency “Sud Sudan. Il disastro tre anni dopo l’indipendenza” – di Federica Iezzi

 

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SUD SUDAN, oltre alla guerra il colera: già 23 morti

Nena News Agency – 29 maggio 2014

A Juba in meno di un mese si contano quasi 700 contagi. Il colera ha ucciso già 23 persone. Raddoppiate le dosi di vaccino tra gli sfollati dei campi profughi interni 

 

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di Federica Iezzi

 

Roma, 29 maggio 2014, Nena News  – Sono saliti a quasi 700 i casi di colera registrati in Sud Sudan. Il bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di 23 morti. L’epidemia è per ora confinata a Juba, la capitale della piccola nazione africana, che ha ottenuto l’indipendenza soltanto 3 anni fa. In altre località nel Paese, negli stati di Jonglei, Lakes and Upper Nile, ci sono stati casi sospetti, in attesa della conferma di laboratorio.

La prima conferma di infezione da colera è arrivata il 6 maggio. Il 15 maggio il Ministero della Salute del Sud Sudan ha confermato ufficialmente l’epidemia nella capitale. Una delle aree maggiormente colpite è il distretto di Gudele. Colpite anche le aree: Juba Nabari, Jopa, Kator, Gabat, Mauna, Newsite, Nyakuron e Munuki. I primi 200 casi sono stati trattati al Juba Teaching Hospital, con oneroso dispendio delle già scarse risorse. Medici Senza Frontiere sul territorio del Sud Sudan dal 1983, sta operando duramente per contenere il contagio di colera.

Insieme allo staff di Medici Senza Frontiere, UNICEF, Medair, Organizzazione Mondiale della Sanità e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni hanno supportato con donazioni di medicinali e materiali medicali le strutture sanitarie del Sud Sudan. Inviati letti, kit di laboratorio per la diagnosi di colera, materiale per la clorazione dell’acqua, sali per la reidratazione orale. Inviato personale medico e paramedico di appoggio.

La guerra civile che impera nel Paese da anni e le selvagge violenze tra gruppi etnici hanno provocato mezzo milione di sfollati interni. Attualmente gli scontri tra truppe e ribelli continuano, nonostante l’accordo per un cessate il fuoco, firmato all’inizio del mese a Addis Abeba tra il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e il leader dei ribelli, Riek Machar.

La situazione sanitaria nei campi profughi è drammatica. Condizione che peggiora di giorno in giorno per l’arrivo della stagione delle piogge. La mancanza di acqua potabile nei traboccanti campi profughi costringe gli sfollati ad usare l’acqua del Nilo per bere e per lavarsi le mani, aumentando il rischio di contagio del batterio. Il colera si diffonde attraverso acqua e cibi contaminati. Il numero di casi raddoppia ogni giorno. Nel campi profughi di Mingkaman, Malakal, Bor, Tomping, Melut e Bentiu sono stati installati centri per rispondere all’epidemia di colera, sono state organizzate linee per la distribuzione di acqua potabile, sono state condotte campagne di sensibilizzazione e vaccinazione contro il colera.

Dei 12 milioni di abitanti, più di 80 mila persone tra aprile e maggio sono state vaccinate contro il colera. Nei campi profughi, distribuite due dosi di vaccino per ogni soggetto. Particolare attenzione ai 50.000 bambini a rischio imminente di morte per malnutrizione e ai 740.000 ad elevato rischio di insicurezza alimentare. Nena News

 

Nena News Agency “SUD SUDAN, oltre alla guerra il colera: già 23 morti” di Federica Iezzi

 

 

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