Repubblica Democratica del Congo. Kabila: elezioni nel 2017? Si, forse

Nena News Agency – 20/04/2017

L’opposizione riunita nel Rassemblement Congolais pour la Démocratie accusa Kabila di ritardare il voto per tentare di rimanere al potere. Il governo risponde che mancano i fondi per organizzare le elezioni

UN RDC

di Federica Iezzi

Roma, 20 aprile 2017, Nena NewsIl presidente della Repubblica Democratica del Congo Joseph Kabila si è impegnato a tenere nuove elezioni nel 2017, alla fine di una brutale insurrezione nel centro del Paese. Tuttavia le figure dell’opposizione del Rassemblement Congolais pour la Démocratie, accusano Kabila di ritardare il voto per tentare di rimanere al potere. La risposta del governo è stata quella della mancanza di fondi per organizzare un voto nazionale.

Ma perché il presidente avrebbe deciso di aggrapparsi al potere alla scadenza del suo termine costituzionale, nel dicembre 2016? Perché l’uomo che ha organizzato le due elezioni multipartitiche della Repubblica Democratica del Congo appena dopo l’indipendenza, ha scelto caos e instabilità? Perché non ha capitanato il primo trasferimento pacifico del potere del Congo che sarebbe potuta rimanere la sua più grande eredità?

Intanto Kabila ha nominato come primo ministro Bruno Tshibala, ex membro del più grande partito di opposizione, una mossa che potrebbe dividere ulteriormente gli avversari, dopo che i colloqui per negoziare la fine del suo mandato presidenziale, si sono freddati.

Nel discorso strettamente legato a questa mossa, Kabila ha ribadito, innanzitutto, di non ricercare un terzo mandato, inoltre di non voler alterare la costituzione del Congo e di impegnarsi per liberare i prigionieri politici del Paese. In cambio, il Rassemblement ha accettato di formare un governo di unità nazionale, scegliere un primo ministro, organizzare elezioni libere e giuste, garantire un trasferimento di potere regolare e non violento alla fine del 2017.

Gli oppositori di Kabila, importante fetta del governo congolese dall’assassinio del padre Laurent-Désiré Kabila nel 2001, sospettano un ripetuto ritardo delle elezioni, utile ad organizzare un referendum che consenta legalmente un suo terzo mandato, come hanno fatto i suoi omologhi nel Rwanda, nello Zimbabwe, nel Gabon.

La tesi di Bernabe Kikaya, consigliere diplomatico di Kabila, sostiene che il Presidente rimarrebbe al potere, a dispetto della costituzione del Congo, per evitare una crisi politica. La ragione reale, che si sospetta tra le opposizioni, è che Kabila avrebbe scelto di aggrapparsi al potere perché sarebbe responsabile del coinvolgimento governativo in guerre e conflitti, cause della morte di oltre cinque milioni e mezzo di civili congolesi, nel decennio 1998-2008. In questo contesto, è piuttosto difficile pensare a una ragione per cui Kabila voglia rinunciare al potere, se non forzato.

Ed è ancora più difficile immaginare di voler consentire la creazione di un governo transitorio guidato da Felix Tshisekedi, la scelta del Rassemblemt come capo di Stato, in cui figure di opposizione potrebbero avere importanti ruoli ministeriali, tra cui il potere di nominare un nuovo capo della polizia, dell’esercito, dell’intelligence, della corte suprema, della commissione elettorale e degli ambasciatori. Tutte posizioni attraverso le quali Kabila è riuscito a governare il Congo come il suo feudo privato.

Allora quali sono le ragioni che reggono la fiducia a Joseph Kabila? La prima è legata alla Francia. L’Unione Europea non potrebbe imporre sanzioni sulla Repubblica Democratica del Congo, per non perdere il veto francese sulle loro ex-colonie africane, ognuna delle quali traghettate da un dittatore.

La seconda delle ragioni è la Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno recentemente deciso di tagliare il numero delle truppe ONU in Congo e hanno rifiutato di intraprendere azioni punitive contro Kabila. Nena News

Nena News Agency “Repubblica Democratica del Congo. Kabila: elezioni nel 2017? Si, forse” di Federica Iezzi

 

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CONGO. La grande paura del morbillo

Nena News Agency – 05 agosto 2015

Secondo i dati riportati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, OCHA, sono almeno 320 i decessi dall’inizio dell’anno. Sottostimati i contagi che parlano di 30.000 malati. E il governo tace 

fotoMSF

di Federica Iezzi

Lubumbashi (Repubblica Democratica del Congo), 5 settembre 2015, Nena News – Esplosa lo scorso marzo, nella provincia del Katanga, l’epidemia di morbillo continua a serpeggiare pericolosamente nel sud-est della Repubblica Democratica del Congo. Un significativo aumento di casi è stato osservato all’inizio del mese di marzo, principalmente nella zona di Malemba-Nkulu. Poi verso il distretto di Haut-Lomami con 400-800 nuovi casi a settimana.

Secondo i dati riportati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, OCHA, sono almeno 320 i decessi dall’inizio dell’anno. Sottostimati i contagi che parlano di 30.000 malati, su una popolazione di 11 milioni di abitanti. Esclusi dalle statistiche gli abitanti delle vaste regioni di foreste e delle zone rurali, luoghi non facilmente accessibili.

La costante esposizione alla malnutrizione, alla malaria e alla tubercolosi, la mancanza di una capillare campagna di vaccinazione e le indigenti condizioni di vita continuano ad aggravare l’impatto con il morbillo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla, in Congo, già di gravi complicazioni quali cecità, encefalite, diarrea e disidratazione, infezioni dell’orecchio, polmonite. Nella prima settimana di marzo è stato registrato un tasso di mortalità di quasi il 19%. Mentre i tassi di mortalità sono estremamente bassi nei Paesi occidentali, dell’ordine dell’1‰, i decessi possono superare il 20% nei Paesi in via di sviluppo.

Nel Katanga, le epidemie sono ricorrenti nonostante le campagne di vaccinazione. Ultima grave epidemia nel 2011 con 1.085 decessi e 77.000 contagi.

Nello scorso mese di giugno 10 distretti sanitari su 68 nel Katanga hanno affrontato situazioni di notevole diffusione dell’infezione. Oggi i distretti colpiti sono 20. In un anno, sono stati vaccinati quasi 1,5 milioni di bambini e trattati più di 50.000 casi in 31 distretti sanitari nella provincia del Katanga. I numeri oggi continuano a crescere senza alcuna dichiarazione ufficiale circa l’epidemia da parte del governo congolese.

Intanto si continua a lavorare nelle campagne di immunizzazione nelle province del Sud Kivu, Equateur e Maniema.

Risulta ancora difficoltosa la pianificazione di programmi di vaccinazione di routine per carenza di fondi, mancanza di vaccini, gravi deficienze legate alla stabilità di elettricità per la corretta conservazione dei vaccini, limitatezza di risorse umane qualificate, rifiuto della vaccinazione per motivi religiosi o culturali, insicurezza e isolamento di alcune regioni da parte di gruppi armati.

Durante gli ultimi tre mesi, trattati più di 20.000 pazienti con infezione da morbillo in 5 ospedali e in circa 100 presidi sanitari locali. 287.000 bambini di età compresa tra i sei mesi e i 15 anni sono stati vaccinati come misura preventiva.

Spesso le famiglie viaggiano per 20 chilometri a piedi per ottenere cure mediche, per l’assenza di medicine nei presidi sanitari locali e dopo aver provato i rimedi della medicina tradizionale.

I bambini arrivano nei dispensari medici già con complicazioni respiratorie del morbillo, malnutrizione e altre infezioni concomitanti, come la malaria.

Ottenere forniture mediche è arduo. Per diversi mesi, la strada principale che collega il distretto di Kabalo, centro dell’epidemia, con le altre città della provincia del Katanga è paludosa e impraticabile. A questo si aggiunge la penuria di carburante. L’unico mezzo di collegamento e di approvvigionamento è il treno. Così i pochi farmaci disponibili hanno costi smodati, che pochi possono permettersi.

Dal Ministero della Salute congolese, arriva l’impegno di cure mediche gratuite per i pazienti, vaste campagne di vaccinazione per i bambini, rafforzamento della sorveglianza epidemiologica, formazione del personale sanitario locale e sostegno a strutture mediche.

Nel Katanga, l’epidemia ha inghiottito le zone di Kikondja, Mukanga e Lwamba. E circa un terzo delle aree colpite è oggi oggetto di un esteso programma di vaccinazione. Nena News

Nena News Agency “CONGO. La grande paura del morbillo” – di Federica Iezzi

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BURUNDI, continua la fuga dal Paese

Nena News Agency – 24 luglio 2015

Mentre si attende il risultato di una controversa tornata elettorale, i burundesi scappano oltreconfine nel timore di nuove violenze: almeno 112 mila i rifugiati 

UNHCR Burundi refugees

di Federica Iezzi

Bujumbura (Burundi), 24 luglio 2015, Nena News – Dopo tre mesi di instabilità e repressioni, un fallito tentativo di colpo di stato lo scorso maggio, continui spari ed esplosioni nella capitale Bujumbura, a inizio settimana i burundesi sono tornati alle urne.

Sulla scheda elettorale erano elencati otto candidati, tre dei quali di fatto fuori dai giochi perché schierati contro il terzo mandato di Nkurunziza: Jean Minani, presidente del partito di opposizione Frodebu-Nanyuki, Domitien Ndayizeye e Sylvestre Ntibantunganye, ex capi di stato. Il capofila di coloro che puntano ad evitare che il presidente conquisti il terzo, controverso mandato è l’hutu Agathon Rwasa, leader del National Liberation Forces. In contrapposizione a quest’ultimo Jacques Bigirimana e Gerald Nduwayo, di minoranza tutsi. Ruolo ambiguo invece quello di Jean de Dieu Mutabazi, alla guida del Participatory Opposition Coalition, realtà vicina al governo.

Per mesi a guidare la ribellione nelle strade del Burundi è il generale Godefroid Niyombare, ex capo dei servizi segreti. Al suo fianco numerosi ufficiali dell’esercito e della polizia. Alle proteste è seguita la repressione. Fucilati nelle piazze della capitale decine di manifestanti.

E mentre l’Unione Europea ha annunciato i tagli degli aiuti, come protesta per la violenta repressione, dall’inizio di aprile, più di 112.000 rifugiati hanno lasciato il Burundi per Rwanda, Tanzania e Repubblica Democratica del Congo, tra la crescente violenza e l’intimidazione, soprattutto da parte delle milizie Imbonerakure, ala giovanile del partito di Nkurunziza, il Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia-Forze per la Difesa della Democrazia.

Ancora sanguinante la profonda ferita di un decennio fa, risultato dei crudi conflitti etnici tra hutu e tutzi, che hanno lasciato 300.000 morti, sulla riarsa terra del piccolo Paese del Centrafrica, e come eredità solo paura e sfiducia.

Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), il campo Bugesera, progettato per contenere 8.000 persone, ne ospita più di 13.000. Le tende di Bugesera sono la prima tappa per i 27.000 rifugiati burundesi in Rwanda. “Corridoio umanitario” per permettere loro l’ingresso nei Paesi limitrofi.

Esigui supporti dall’East African Community nella regione di Kigoma, in Tanzania, nel Mahama Main Refugee Camp, e nei distretti di Kirehe e Bugesera, nella provincia orientale del Rwanda.

I risultati dei disordini nel Burundi sono: 66.000 rifugiati in Tanzania, 56.000 in Rwanda, 9.038 in Uganda, 11.500 nella Repubblica Democratica del Congo e 400 nel lontano Zambia. Tra questi si conta un gran numero di bambini. Molti senza i loro genitori. Circa il 30% denutriti. Nessuno nei campi profughi supporta Nkurunziza. Tutti coloro che lo sostengono sono tornati in Burundi.

Per le recenti elezioni il confine del Burundi è rimasto chiuso 48 ore. Schiere di donne e bambini hanno affollato la spiaggia di Kigunga sulla riva del lago Tanganica al confine tra Burundi e Tanzania, in attesa del trasporto verso il campo profughi di Nyarugusu, aperto per contenere circa 50.000 persone, oggi in lotta per ospitare 64.000 congolesi e 78.000 burundesi. Meno di un metro quadrato di spazio a persona. Punto di arrivo della gente del Burundi e di rifugiati di una guerra civile che imperversa dal 1997 nella Repubblica Democratica del Congo.

Crescente il bisogno di acqua potabile, serbatoi e prodotti chimici per depurazione, quando l’UNHCR ha già segnalato 3.000 casi di colera, con picchi fino a 400 nuovi casi ogni giorno.

Mentre il Burundi attende mestamente la terza vittoria del presidente Nkurunziza, l’ONU stima che ogni giorno 500 nuove persone arrivano, in condizioni disagiate, nei campi profughi dei Paesi confinanti. Nena News

Nena News Agency “BURUNDI, continua la fuga dal Paese” – di Federica Iezzi

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Repubblica Democratica del Congo: la guerra dello stupro e del coltan

Nena News Agency – 17 dicembre 2014

Anni di guerre sanguinarie e di contrasti tra ribelli, miliziani e governo. Obiettivo: contendersi le ricchezze del territorio congolese che va dall’Ituri al Katanga. Solo pedine le formazioni ribelli in Congo e i capi guerriglieri, la missione internazionale, l’esercito regolare congolese FARDC e i faccendieri rwandesi  

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di Federica Iezzi

Kinshasa (RDC) – Terre espropriate e diritti violati. 72 milioni di abitanti in una regione ricca di foreste, diamanti, oro e soprattutto di coltan, minerale usato in elettronica. Questo il riassunto della vita nel Congo-Brazzaville e nel Congo-Kinshasa.

Le milizie ribelli del cosiddetto Movimento per il 23 marzo (M23), continuano ad affliggere il nord Kivu, la regione più orientale della Repubblica Democratica del Congo.

Da metà ottobre, almeno 200 vittime. Radice degli attacchi, i ribelli delle Forze Democratiche Alleate e dell’Esercito Nazionale di Liberazione dell’Uganda.

Il traffico di coltan, ma anche di oro e diamanti, frutterebbe oggi ai guerriglieri circa un milione di dollari al mese, che sarebbero, in circonvoluzioni senza fine, reimpiegati per finanziare la guerra contro il governo di Kinshasha.

Con la cattura del generale Laurent Nkunda nel 2009, leader del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), si raggiunse un accordo che prospettò la rimozione delle truppe dal Kivu e l’evoluzione del CNDP in un partito politico tradizionale.

Il trattato di pace in questione venne firmato il 23 marzo 2009 ed è proprio a questa data che il nuovo gruppo di ribelli fa riferimento, per sottolineare il carattere fallimentare di quegli accordi.

I membri dell’M23 sono prevalentemente di etnia Tutsi e la loro opposizione al governo nazionale ha origine proprio nel conflitto irrisolto tra Hutu e Tutsi in Rwanda.

L’M23 ha iniziato le sue attività nell’aprile scorso, quando alcune centinaia di soldati hanno disertato l’esercito del Congo, lamentandosi per le condizioni di vita a cui sarebbero obbligati, e unendosi agli insorti di etnia Tutsi, guidati dal generale Bosco Ntaganda.

Nello stesso periodo il governo centrale del Congo, retto da Joseph Kabila, ha minacciato di trasferire via dal nord e dal sud Kivu i soldati del CNDP. L’annuncio ha provocato un ulteriore aumento delle diserzioni e la decisione dell’M23 di marciare verso Goma, la capitale della provincia.

Negli ultimi 20 anni, nella regione orientale del Paese, vicino al confine con l’Uganda, la cittadella di Beni,  centro commerciale e roccaforte della milizia ugandese ADF-NALU, è stata martoriata dai gruppi ribelli.

Si ripete la spirale di fredda violenza nonostante la costante presenza della missione ONU MONUSCO, a protezione dei civili disarmati.

Con l’opera delle forze di pace delle Nazioni Unite, i 3000 peacekeepers di Sud Africa, Tanzania e Malawi, e con l’aiuto delle Forze armate della Repubblica Democratica del Congo, si è riusciti a ridurre da 55 a 21 i gruppi armati ribelli, nelle regioni orientali del Paese.

Sono ormai saliti a 88.500 gli sfollati nel territorio di Beni e di Walikale, secondo gli ultimi dati dell’UNHCR.

Il conflitto degli ultimi cinque anni ha visto lo scontro tra le forze governative, sostenute da Angola, Namibia e Zimbabwe, e i ribelli, appoggiati da Uganda e Rwanda.

Gran parte delle attività dei ribelli è costituita da abusi contro i civili e lo sfruttamento illegale delle risorse naturali, che si tratti di metalli, avorio o legno. Le grandi quantità di oro, rame, diamanti e di coltan, trasformato poi in tantalio, sono gli incentivi economici perchè la guerra continui.

Le donne e le bambine sono l’obiettivo della guerra che si trascina da 20 anni nell’est del Congo. Gli stupri sono diventati il modo per distruggere il popolo. Non si tratta di un singolo soldato che come per un gioco spietato violenta una ragazzina, ma di un uso sistematico della violenza sessuale per annientare l’umanità delle persone. Si stima che vengano violentate più di mille donne ogni giorno.

La guerra civile, scoppiata nel Congo orientale, oggi ormai coinvolge nove nazioni africane e ha direttamente influenzato la vita di 50 milioni di congolesi.

Educazione, giustizia, e sistemi sanitari sono crollati. Nonostante l’enorme ricchezza di risorse naturali, la Repubblica Democratica del Congo rimane uno dei paesi più poveri del mondo, con un PIL procapite di soli 171 dollari.

L’ultimo decennio di guerra nel Congo è costato oltre 5 milioni di vite. A questo si aggiunge una riduzione di aiuti umanitari da parte del World Food Programme, per cui più di 4 milioni di abitanti del Congo orientale sono oggi a rischio malnutrizione. Nena News

Nena News Agency “Repubblica Democratica del Congo: la guerra dello stupro e del coltan” – di Federica Iezzi

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