GAZA. Ospedali sotto le bombe

Gaza City (Striscia di Gaza) 28 luglio 2014 – Al-Shifa hospital dopo il bombardamento israeliano che ha ucciso 10 bambini

 

Nena News Agency – 28 luglio 2014

 

Nella Striscia di Gaza devastati ospedali, ambulanze, servizi e forniture mediche. Colpito duramente il personale sanitario che continua, senza sosta, a curare feriti e a strappare alla morte centinaia di civili 

 

 

Striscia di Gaza - Ospedale di Beit Hanoun -

Striscia di Gaza – Ospedale di Beit Hanoun –

 

di Federica Iezzi

Khan Younis, 28 luglio 2014, Nena News – E’ il ventesimo giorno dall’inizio dell’attacco israeliano a Gaza. Il numero di palestinesi uccisi supera i 1000, per lo più civili. Almeno 194 sono bambini. I morti nelle fila dell’esercito israeliano sono 43. I feriti palestinesi sono più di 6.000 e continuano drammaticamente ad aumentare. Almeno 1300 sono bambini. Più di 165.000 i profughi.

Sabato, durante la tregua umanitaria di 12 ore – che  pareva prolungata a 24 – sono stati recuperati almeno 151 corpi carbonizzati dai bombardamenti, schiacciati sotto grigi edifici distrutti, mutilati e insanguinati. Molti di questi sono stati rinvenuti nel quartiere di Shujaya, zona est di Gaza City e nel villaggio di Khuza’a, a sud della Striscia. Continua l’incessante lavoro del personale sanitario, privo di alcuna protezione.

Secondo il Ministero della Salute palestinese dei 13 ospedali presenti nella Striscia di Gaza, 6 sono stati obiettivi dei bombardamenti indiscriminati e sono oggi danneggiati. Ventisei tra servizi medici, ambulanze, cliniche e ospedali maggiori sono stati oggetto della furia israeliana.

Dall’inizio dell’offensiva israeliana via terra, l’ultimo a essere colpito in ordine di tempo è stato l’ospedale di Beit Hanoun, a nord della Striscia. Dopo i bombardamenti di giovedì sulla scuola dell’UNRWA che accoglieva profughi palestinesi, venerdì anche il nosocomio è stato investito dai colpi dei carri armati israeliani. Al suo interno sono rimasti bloccati pazienti, civili e 61 persone dello staff medico. L’ospedale è stato parzialmente evacuato, mentre l’esercito israeliano circondava le aree limitrofe. Ieri è stata colpita un’altra ambulanza: è morto un paramedico e un altro è gravemente ferito.

Nella notte tra giovedì e venerdì è stato bombardato anche l’ospedale pediatrico al-Durrah  a Gaza City. E’ morto un bambino di due anni, già severamente ferito, in trattamento nel reparto di terapia intensiva. E i feriti sono stati almeno 30.

Giovedì della scorsa settimana, dopo l’attacco aereo israeliano, è stato completamente evacuato il centro ospedaliero geriatrico e di riabilitazione al-Wafa, nel quartiere di Shujaya. Mercoledì è stato interamente distrutto dalla pioggia di missili israeliani. Il bilancio è stato di almeno 7 cliniche mediche lesionate, 5 membri dello staff sanitario uccisi e altri 13 feriti.

Nei giorni passati è stata colpita da ininterrotti bombardamenti – insieme a 12 ambulanze – la clinica medica al-Atatra, nell’omonimo quartiere di Beit Lahiya, a nord di Jabaliya. E’ stato attaccato per la seconda volta l’ospedale Balsam, a nord della Striscia.

Lunedì scorso i carri armati hanno devastato l’ospedale al-Aqsa, a Deir al-Balah, nel centro della Striscia di Gaza, provocando la morte di almeno 5 persone e il ferimento di più di 50 civili. E’ stato danneggiato e reso inutilizzabile il sistema di erogazione di ossigeno dell’ospedale.

I bombardamenti non sono stati preceduti da nessun avvertimento.

L’evacuazione di molti ospedali causa l’inevitabile sovraffollamento di altri: è il caso dell’ospedale Nasser a Khan Younis, che lotta ogni giorno per far fronte alle centinaia di feriti che si riversano come fiumi nel pronto soccorso.

Nell’European Gaza Hospital di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza, le notti diventano sempre più difficili. Il rumore assordante delle esplosioni e l’odore amaro della polvere da sparo riempiono la porta del pronto soccorso. Molte famiglie dormono nelle aree circostanti l’ospedale. Tutti i letti della terapia intensiva generale sono occupati, molti da donne e bambini. Il personale sanitario si avvicenda con turni di 24 ore. L’ospedale è senza elettricità e senza acqua per la maggior parte della giornata. Le sale operatorie sono state parzialmente lesionate da colpi di artiglieria, ma riescono ancora a rimanere funzionanti. La mancanza di farmaci essenziali e di forniture mediche ha raggiunto livelli critici. Pericolosi e senza copertura gli spostamenti delle ambulanze e del personale sanitario, che avvengono solo prima delle 11 di mattino, diventati, contro ogni norma del Diritto Internazionale Umanitario, target delle bombe israeliane.

Venerdì l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiesto la possibilità di aprire un corridoio umanitario, per consentire l’ingresso di materiale sanitario nella Striscia di Gaza e per permettere l’evacuazione di feriti. Soltanto 61 feriti hanno avuto il permesso di attraversare il valico di Rafah, al confine con l’Egitto. E’ rimasto aperto venerdì e sabato il valico di Kerem Shalom, al confine tra Striscia di Gaza, Israele ed Egitto, per l’ingresso di aiuti umanitari. Nena News

 

Nena News Agency “GAZA. Ospedali sotto le bombe” – di Federica Iezzi

 

 

 

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GAZA. Sempre più critica la situazione sanitaria

Gaza City (Gaza Strip) 20 july 2014 – Massacre in Shujaya neighborhood

 

Nena News Agency – 12 luglio 2014

 

Gli ospedali sono vicini al collasso. L’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala l’insufficienza di forniture mediche e di carburante per i generatori autonomi di elettricità. Condizioni che non consentono di gestire l’ondata dirompente di feriti, mutilati e invalidi

 

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di Federica Iezzi

Khan Younis, 12 luglio 2014, Nena News – L’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala la grave carenza nei serivizi sanitari palestinesi. Insufficienza di forniture mediche e di caburante per i generatori degli ospedali, rendono le strutture sanitarie della Striscia di Gaza inadatte a gestire l’ondata dirompente di feriti, mutilati e invalidi causata dall’offensiva aerea israeliana.

I risultati degli indiscriminati bombardamenti fanno salire ora dopo ora il numero di civili feriti, che si riversano caoticamente negli atri e negli affollati corridoi degli ospedali maggiori della Striscia. I pazienti arrivano negli ospedali in ambulanze, furgoni, auto private e taxi collettivi, senza nessuna forma di allertarmento. Il 23% sono bambini.

Attualmente almeno 250 palestinesi non hanno la possibilità di ricevere cure mediche adeguate, per la mancanza assoluta di letti e barelle nei centri di pronto soccorso. Bloccata le attività sanitarie in elezione.

Mancano farmaci di emergenza, antibiotici e antidolorifici, materiale monouso e materiale sterile. Mancano guanti, cateteri urinari, punti di sutura e attrezzature mediche diagnostiche. Crolla l’attività  dei laboratori. Pesante lo stato delle banche del sangue. Già in utilizzo le scorte di materiale, che diminuiscono severamente. Non ultime, mancano forniture di carburante medico-ospedaliero per fronteggiare le innumerevole ore in cui l’elettricità manca. Critiche le condizioni dei pazienti ammessi nei reparti di emergenza, nelle rianimazioni e nelle sale operatorie.

Nel centro della Striscia di Gaza, nei pressi dei campi profughi di al-Nussairat e al-Maghazi,  negli ultimi bombardamenti sono stati danneggiati un ospedale, tre cliniche secondarie e un centro di desalinizzazione di acqua. Secondo il portavoce del Ministero della Salute palestinese, Ashraf al-Qedra, mancherebbe il 30% dei farmaci essenziali per la cura dei feriti gravi. A Gaza rimane un’autonomia del 15% per il resto dei farmaci, utilizzati nelle cure croniche.

Il Primo Ministro palestinese, Rami Hamdallah e il Ministro della Salute palestinese, Jawad Awwad, hanno coordinato una spedizione via mare, dai territori cisgiordani, Ramallah e Nablus, di farmaci per cure croniche, come diabete e malattie renali, farmaci oncologici, soluzioni arteriose, sacche di sangue e materiale di laboratorio.

Il Qatar avrebbe donato 5 milioni di dollari per l’acquisto di forniture ospedaliere e per servizi di emergenza nella Striscia di Gaza. La donazione sarebbe stata annunciata da Muhammad al-Ummadi, membro del Ministero degli Esteri del Qatar, che presiede il Comitato per la ricostruzione della Striscia di Gaza.

Intanto il personale medico gazawi lavora senza sosta, con turni logoranti senza orari.

Tre giorni fa, l’European Gaza Hospital di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza, ha subito danni durante un attacco aereo avvenuto a breve distanza. Un infermeire è stato ferito. Nonostante il barbaro perpetrarsi di bombardamenti senza preavviso su case, famiglie e bambini, nei pressi dell’ospedale, il personale sanitario continua a lavorare. Divisi in tre gruppi, medici e infermieri, coprono le 24 ore.

Ormai gli spostamenti sono diventati troppo pericolosi. Alcuni non riescono ad arrivare in ospedale perché vivono troppo lontani, per affrontare, senza rischi, il cammino a piedi. A molti mancano soldi per il trasporto pubblico. L’ospedale al-Shifa, nel distretto di Rimal a Gaza City, riceve ininterrottamente da quattro giorni feriti da schegge di proiettili – pare in qualche caso anche dalle operazioni di lancio dei razzi indirizzati dai miliziani palestinesi verso Israele – vittime dei martellanti bombardamenti e dei crolli degli edifici. I 12 letti della terapia intensiva dell’ospedale sono assiduamente occupati.

Da quando, giovedì, le autorità egiziane hanno aperto il valico di Rafah, dopo estenuanti pratiche burocratiche, solo 11 pazienti con ferite gravi hanno avuto il permesso di attraversare il confine tra Striscia di Gaza ed Egitto, in ambulanza. Chiuso nuovamente ieri dopo l’opera di allertamento degli ospedali egiziani più vicini a Rafah e quelli del Sinai settentrionale. Nena News

 

Nena News Agency “GAZA. Sempre più critica la situazione sanitaria” – di Federica Iezzi

 

Gaza Strip 21 july 2014 – AlJazeeza “Deaths as Israeli tanks shell Gaza hospital”

 

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L’Egitto apre il valico di Rafah per i feriti gazawi

Striscia di Gaza – Watania Media Agency (13 luglio 2014) – Così Bombardano Gaza

 

Frontiere News – 10 luglio 2014

 

È il terzo giorno dell’operazione Protective Edge e degli assidui bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Gli ultimi aggiornamenti documentano almeno 81 morti e più di 550 feriti dall’inizio degli indiscriminati raid aerei israeliani

 

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di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza) – Tutto ha avuto inizio il 12 giugno con la scomparsa di Eyal Yifrah, Gil-Ad Shayer e Naftali Frenkel, dalla colonia di Gush Etzion, in Cisgiordania, nei pressi di Hebron. I corpi senza vita dei tre ragazzi furono trovati 18 giorni dopo.

Alla notizia, è seguito l’omicidio di Mohammed Abu Khdeir, sedicenne palestinese, spietatamente bruciato, fino alla morte, nel quartiere arabo di Shu’fat a Gerusalemme Est.

Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha condannato aspramente l’assassinio del ragazzo palestinese. Ma, nonostante la mancanza di prove, non concede il beneficio del dubbio sull’assassinio dei tre ebrei adolescenti, per mano di Hamas.

Senza fine le rappresaglie nei territori occupati palestinesi. Da ormai 10 giorni è iniziato un vortice di attacchi aerei su Cisgiordania, Gerusalemme occupata e Striscia di Gaza. I missili lanciati dalla Striscia di Gaza, inercettati dal sofisticato sistema israeliano Iron Dome, hanno raggiunto Tel Aviv, Gerusalemme e Haifa, senza provocare nessuna vittima. Nella giornata di ieri di 81 missili lanciati, 21 sono stati intercettati.

Con l’operazione “Protective Edge”, scattata nella notte tra il 7 e l’8 luglio, Israele scaglia 160 raid aerei in una sola notte contro obiettivi collegati ad Hamas e obiettivi civili. I 322 raid aerei la scorsa notte, fanno salire a 750 i siti colpiti.

Se all’inizio gli attacchi aerei israeliani erano confinati a terre non abitate, a fattorie e terre coltivate, oggi vengono centrati indiscriminatamente case e strutture civili, oltre siti di addestramento di gruppi armati palestinesi.

Ashraf al-Qidra, il portavoce del Ministero della Salute palestinese, parla di almeno 81 morti, di cui 23 bambini, e più di 550 feriti nella Striscia di Gaza, dall’inizio dell’operazione militare sferrata negli ultimi giorni dall’aviazione israeliana sulla Striscia.

A Rafah, sul confine egiziano, lanciati 95 attacchi aerei. 130 missili su case, terreni agricoli, aree pubbliche comuni, tunnel di collegamento con l’Egitto e centri di formazione militare legati ad Hamas. Dozzine di bombardamenti da forze navali e forze di terra isrealiane. 5 morti. Almeno 50 feriti, tra cui almeno 10 bambini. Decine di case distrutte.

A Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, a pochi chilometri dal confine egiziano, almeno 74 attacchi aerei hanno colpito due moschee, case, terreni agricoli, ospedali e siti paramilitari. Le vittime identificate sono 27, di cui 6 bambini. Ferite centinaia di persone.

4 morti anche a Zeitoun, sud della Striscia di Gaza.

A Gaza city 42 raid aerei israeliani hanno colpito obiettivi civili. Almeno 8 sono i morti.

Nella zona centrale della Striscia di Gaza, proprietà civili nei pressi di al-Mughraqa sono state bersagli del lancio di almeno 30 missili isrealiani. 4 morti e decine di feriti. Colpiti anche i campi profughi di al-Nussairat, dove sono morte tre persone, di al-Boreij e di al-Maghazi dove sono morte altre 5 persone.

Nel nord della Striscia di Gaza, ad al-Qarara, Beit Hanun, Beit Lahia e Abraj al-Sheikh Zayed contati 112 raid aerei. Usati 114 missili contro case, civili, terreni coltivati. I morti sono saliti almeno a 25 e il numero di feriti continua ad aumentare.

Mentre il portavoce dell’Israel Defense Forces, il maggiore Peter Lerner, comunicava che Tel Aviv si stava preparando alla possibilità di inviare forze via terra nella Striscia di Gaza, come ulteriore sviluppo della campagna Protective Edge, negli ospedali della Striscia si lavora ininterrottamente, sotto i bombardamenti, per accogliere le centinaia di feriti che continuano a riversarsi negli androni.

Questa mattina aperto il valico di Rafah, al confine egiziano, esclusivamente per il trasporto di feriti gravi. Le autorità egiziane non lo aprivano dal 3 luglio. Allertati gli ospedali del Sinai, per accogliere le centinaia di feriti gazawi. Mentre il valico di Erez, al confine con Israele, è stato danneggiato da 8 missili, lanciati dall’aviazione israeliana.

Frontiere News “L’Egitto apre il valico di Rafah per i feriti gazawi” – di Federica Iezzi

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Dall’altra parte del muro

LiberArt – 07/04/2014

 

Missione di cardiochirurgia 

European Gaza Hospital – Khan Younis (Striscia di Gaza)

 

Erez crossing

Erez crossing

 

Khan Younis (Striscia di Gaza) – Quando si sente parlare al telegiornale della Striscia di Gaza, si pensa ad una sorta di Stato.
In realtà è solo un banda di terra incarcerata acutamente tra il blu cobalto del cielo e la salmastra aria marina, le continue violazioni israeliane e i muri egiziani aperti per pochi giorni all’anno. E’ lunga 41 chilometri e larga tra i 6 e i 12 chilometri, dove vivono quasi 2 milioni di persone. Prima di entrare nel terreno di Gaza, pini marittimi, ulivi e palme, immersi in macchie tinteggiate di alberi di mandarino, nascono dalla nuda roccia.
Il sole è cristallino e il cielo è terso. Le case sono basse e sono costruite di bianca pietra granitica.
I cartelli stradali sono più larghi perchè devono contenere le indicazioni in ebraico, in arabo e in inglese. Le persone sono separate da muri e idee.
L’avvolgente inferriata si prolunga dritta e abbandonata nella terra di nessuno arsa e sabbiosa, senza più coltivazioni di datteri, dalla quale osservi e ti senti osservato.
Dall’altra parte del muro. Dentro, la vita è difficile. Non c’è lavoro. Non c’è comunicazione con il mondo.
C’è chi affida il suo pensiero a Internet. Sembrano tutti imprigionati nella loro terra, nelle loro case, nei loro pensieri, nelle loro lotte.

Bisogna farsi bastare l’elettricità per più o meno otto ore al giorno. La rete elettrica di Gaza riceve 160-170 megawatt a fronte di un fabbisogno di 300-350.
Sentire esplosioni sui confini israeliani e egiziani è tutt’altro che raro. Erez, Nahal Oz, Karni, Sufa, Kerem Shalom e Rafah non sono solo punti di ingresso e uscita da questo lembo di terra. Si trasformano repentinamente in teatri di violenze.
Gli uomini non possono nemmeno dare la mano alle donne come saluto. E’ questa la scuola di pensiero sunnita della salafiyya.
La religione non permette contatti fisici tra uomini e donne a meno che non si parli di persone sposate tra loro.
I pescatori palestinesi sono liberi di navigare con i loro modesti pescherecci fino a 3 miglia dalla costa dei territori palestinesi. Ad aspettarli motovedette israeliane, pronte a far fuoco su chi oltrepassa la tenace linea immaginaria che separa Israele dalla Palestina.
Eppure si vede una bellezza con cicatrici profonde, soffocata dalle macerie e ostacolata da muri sotterranei che attraversano la solitudine. E’ concretizzata dalla vita, dalle storie e dai ricordi della gente.
La gente è in gran parte gentile. Come da tradizione araba danno il benvenuto agli stranieri con una tazza calda di tè. Il cibo è semplice e invitante.
I falāfil, polpette fritte e speziate a base di legumi, quali fave, ceci e fagioli tritati con sommacco, cipolla, aglio, cumino e coriandolo, vengono serviti con l’hummus, una salsa a base di pasta di ceci e tahineh (pasta di semi di sesamo) aromatizzata con olio di oliva, aglio e semi di cumino in polvere e prezzemolo finemente tritato.
La quedra, un piatto a base di riso e pollo si consuma con l’immancabile marqūq, la focaccia di pane schiacciata tipica dei paesi arabi.
A dipingere il traffico di Khan Younis sono le poche auto e i carretti straripanti di frutta e verdura trainati da muli o da cavalli smagriti.

Le strade asfaltate sono coperte di sabbia. L’arabeggiante suq domina le strade e i vicoli di Gaza.
Si compra e si scambia ogni tipo di oggetto, dalle kefiah alle ciambelle di pane e sesamo. Le case quadrangolari sono fatte di grossi mattoni. Su molte manca l’intonaco. E’ tutto in costruzione e tutto sembra lasciato a metà.
Le moschee riempiono l’aria. L’adhān del muʾadhdhin segna e scandisce dettagliatamente i frammenti di ogni giornata. Allāhu Akbar. Ašhadu an lā ilāh illā Allāh. Ašhadu anna Muḥammadan Rasūl Allāh. Ḥayya ʿalā al-salāt. Ḥayya ʿalā l-falāḥ. Allāhu Akbar. Lā ilāh illā Allāh. La stessa voce stentorea echeggia per le cinque ṣalāt giornaliere, in luoghi in cui il tempo non conta.
I bambini giocano scalzi, sul terriccio davanti le case. Fanno colazione per strada con frutta o con piatti colmi di ceci.
Le bambine più grandi portano già l’hijab per coprire la testa. All’uscita di scuola indossano tutte il velo bianco e si incamminano a piedi verso le loro case e le incombenze famigliari che le aspettano. Le donne indossano il niqab nero, altre coprono solo la testa con colorati chador. E’ una scelta del padre, del fratello, del marito, dell’uomo.
Si vive nei crateri intervallati da ferraglie accatastate, nelle tormente di sabbia. Il paesaggio cambia giorno dopo giorno.
Cambiano le forme e i colori. Si sciolgoo i nodi di una bandiera invisibile.
I genocidi riconosciuti dalla comunità internazionale sono quattro: Metz-Yeghern, Shoah, Cambogia, Rwanda.
E dove sono: Darfur (totale delle morti, durante più di tre anni di conflitto: 450.000), eccidio di Srebrenica (massacro di oltre 8 mila musulmani bosniaci)? E dove sono, per non parlare di tanti altri, i territori palestinesi?

 

LiberArt “Dall’altra parte del muro” – di Federica Iezzi

 

 

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