GAZA. La gioia del campo estivo per curare bimbi traumatizzati da bombardamenti

Nena News Agency – 04 giugno 2015

E’ cominciato il campo estivo della ONG palestinese “Palestine Children’s Relief Fund” (PCRF). Le ultime statistiche delle Nazioni Unite documentano la necessità di sostegno psicologico specialistico ad almeno 373.000 bambini a Gaza, come conseguenza dell’operazione militare “Margine Protettivo”

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di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza), 4 giugno 2015, Nena News  Sono un piccolo angolo di serenità in una terra martoriata. Chi organizza e chi se ne occupa non è altro che personale volontario. Sono punti di crescita per bambini orfani, con disordini psicologici, con disabilità e con malattie croniche. Sono i campi estivi.

E’ partito lo scorso 30 maggio l’ “al-Sammoud summer camp” del Palestine Children’s Relief Fund. Per dieci giorni nella spiaggia nord di Khan Younis, 100 bambini, dai 4 ai 15 anni, sono impegnati nelle attività estive proposte dall’associazione non-profit. 25 di loro sono disabili. 40 di loro hanno diagnosi di disturbo post-traumatico da stress, dopo la perdita dei genitori e della propria casa, durante l’ultima operazione militare israeliana sulla Striscia, nel 2014.

Due giovani insegnanti volontari coordinano incontri di scrittura e lettura per i bambini più grandi e laboratori di disegno su vetro e ceramica per i più piccoli. Lo scopo è lo stesso: aiutare i bimbi a esprimere i loro sentimenti, pensieri, paure, problemi e speranze. In maniera indiretta vengono affrontate in profondità: difficoltà di comunicazione, traumi emotivi, violenze, perdita di memoria e riabilitazione fisica. Altri quattro volontari pianificano sport e giochi di team building. L’obiettivo è quello di aiutare i bambini a sviluppare capacità di lavoro di squadra, fiducia in se stessi, ascolto, decisione e comunicazione.

La maggior parte dei bambini che partecipa al campo estivo ha vissuto tre guerre in soli sei anni: l’operazione Piombo Fuso nel 2008, l’operazione Pilastro di Difesa nel 2012 e l’operazione Margine Protettivo durante la scorsa estate. Almeno 6500 bambini a Gaza sono orfani. L’ultima guerra ha creato più di 1500 nuovi orfani.

Amal ha una lunga maglia bianca, esce dal suo guscio e si rompe in un sorriso, quando iniziano i canti dell’apertura della giornata al campo estivo. Ha una profonda ferita alla fronte. Mentre Amal canta a squarciagola, come volesse allontanare tutto e tutti, la maestra mi racconta che ha perso la madre e il padre, quattro tra fratelli e sorelle, quando un F16 israeliano ha bombardato il piccolo condominio in cui viveva a Rafah.

Le ultime statistiche delle Nazioni Unite documentano la necessità di sostegno psicologico specialistico ad almeno 373.000 bambini a Gaza, come conseguenza di Margine Protettivo. Inoltre, 900.000 bambini hanno bisogno di un certo livello di supporto psicosociale.

Amal è per la gran parte della giornata senza parole e manca di espressione, a quasi nove mesi dalla fine degli scontri. Samira, la maestra del laboratorio di disegno, ci racconta: “All’inizio Amal disegnava aerei nel cielo, carri armati e ambulanze. Poi scarabocchiava tutte le immagini e le strappava. Adesso piano piano prova e impara a disegnare la sua casa nuova, gli alberi e il mare attorno a casa”. Amal quando sente il suono dell’ambulanza rimane paralizzata.

Khaled ci dice “A questi bambini non basta la vasta gamma di giocattoli, blocchetti Lego e bambole che arrivano negli enormi container dagli Stati Uniti. Questi bimbi oggi stanno vivendo la guerra dopo che la guerra è finita”. I gravi disturbi di salute mentale tra i bambini a Gaza sono aumentati drammaticamente nel corso degli ultimi anni. Uno degli ultimi studi dell’UNICEF ha mostrato un aumento del 91% dei disturbi del sonno e dell’85% dei disturbi alimentari. Secondo i dati UNRWA, il 42% delle persone sottoposte a trattamento medico per disturbo da stress post-traumatico, nella Striscia di Gaza, è sotto l’età di nove anni.

A causa dell’assedio, che imprigiona Gaza dal 2007, la maggior parte di farmaci, laboratori adeguati e strumenti diagnostici non è disponibile. Negli Health Centre mancano medici e il personale sanitario ha bisogno di aggiornamenti scientifici continui. Ogni istituto mentale garantisce servizi a più di 350.000 pazienti, compresa l’attività di ambulatorio esterno. Secondo l’UNICEF sono stati raggiunti con le cure appena 3000 bambini ma i bisogni rimangono sconcertanti. Nena News

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GAZA. Tra embargo e monopolio

Nena News Agency – 15 gennaio 2015

Sotto la supervisione delle Nazioni Unite, da Kerem Abu Salem (Kerem Shalom), unico valico commerciale di accesso a sud della Striscia di Gaza, entrano esclusivamente materiali israeliani. Il blocco di Gaza è anche un grande affare per le imprese israeliane

Rafah (Striscia di Gaza) - Il valico di Kerem Abu Salem

Rafah (Striscia di Gaza) – Il valico di Kerem Abu Salem

Testo e foto di Federica Iezzi

Gaza City, 15 gennaio 2015, Nena News  Controllati dall’assedio israeliano e dall’omertoso appoggio egiziano, i quasi 2 milioni di abitanti della Striscia di Gaza non conoscono importazioni ed esportazioni che non passino per le rigide restrizioni imposte dal governo Netanyahu. Dal valico di Kerem Abu Salem (Kerem Shalom), si vedono sventolare la bandiera dell’Egitto, quella palestinese e, dai camion carichi di materiali, quella israeliana. Crocevia di merci, prodotti, combustibile, alimenti e acqua, tutti a rigorosissimo marchio israeliano, il valico di ingresso sulla Striscia, è calpestato dalle ruote di decine di autocarri ogni giorno.

Dunque gli abitanti di Gaza hanno poca scelta: comprare acqua israeliana o non comprarla. La bottiglia piccola costa uno shekel (21 centesimi di Euro), la bottiglia grande due shekel. Venti litri di acqua provenienti dalle stazioni di filtrazione, distrutte dall’esercito di Tel Aviv durante l’offensiva militare della scorsa estate (“Margine Protettivo”), costavano ai palestinesi esattamente come una bottiglia da mezzo litro.  Costi elevati in un quadro generale, in cui le famiglie  bisognose di Gaza ricevono, dal Ministero degli Affari Sociali, poco meno di 1000 shekel (210 Euro) ogni tre mesi. Molte persone raggiungono il luogo di lavoro a piedi, camminando per più di 15 chilometri, perché pagare 4 shekel per prendere un taxi collettivo, è una spesa troppo alta per l’economia di una famiglia. Trovare alternative ai prodotti israeliani è estremamente difficile. Dopo “Margine Protettivo”, di fatto impossibile. Si compra l’acqua con l’etichetta israeliana, trasportata dai camion israeliani.

Lo scorso ottobre, a poco più di un mese  dalla fine dell’ultima offensiva militare, è iniziata la sfilata di autoarticolati israeliani carichi di materiali da costruzione, diligentemente in fila per entrare nella Striscia di Gaza. La storia si è puntualmente ripetuta. Dopo  l’offensiva “Piombo Fuso” tra il 2008 e il 2009 fu lo stesso. Dopo quella nota come “Pilastro di Difesa” del 2012, fu lo stesso.

Sono entrate in quei giorni 600 tonnellate di cemento e ghiaia, camion carichi di ferro e di acciaio. Tutto materiale proveniente da Israele sottoposto ad un meccanismo di controllo attuato da rappresentanti delle Nazioni Unite. Garanzia perché i materiali non vengano consegnati a rappresentanti di Hamas, per la costruzione di nuovi tunnel. Garanzia, dice il governo Netanyahu, per la sicurezza dello Stato di Israele.

Oggi come in quei giorni i materiali da costruzione entrano all’ombra, si fa per dire, delle circa 18.000 case distrutte o severamente lesionate e le 32.150 parzialmente danneggiate. Cemento portland, calcestruzzo, cavi di acciaio, prodotti per isolamento termico e asfalto sono alcuni dei materiali che compaiono nella lista, redatta lo scorso anno dal Ministero della Difesa israeliano, il cui ingresso è proibito a Gaza. Un sacco di cemento da 50 kg che entra da Israele viene pagato dagli abitanti di Gaza 120 shekel. Quando il prezzo di mercato è di circa 7 dollari e mezzo.

Sotto il benestare delle Nazioni Unite, tra monopolio e embargo, i residenti di Gaza sono costretti ad acquistare i materiali di ricostruzione da fornitori israeliani designati: Nesher, Readymix e Hanson. Compagnie con sede a Tel Aviv e Ramat Gan, coinvolte peraltro nella costruzione di insediamenti illegali in Cisgiordania. Alternativa è aspettare il trasferimento dei materiali da costruzione che provengono, a prezzi esorbitanti, dal porto di Ashdod, per mezzo dell’unica società israeliana autorizzata la Taavura Holdings, tra l’altro di proprietà della Nesher.

L’unica magra consolazione per i lavoratori della Striscia di Gaza sarebbe l’esportazione dei prodotti agricoli e quelli della pesca, esclusivamente nella aree palestinesi della Cisgiordania, solo tramite società israeliane. Naturalmente i contadini palestinesi devono pagare per i cartoni e i contenitori prefabbricati israeliani e per il carburante utile al trasporto, prima che il processo di esportazione addirittura inizi. I prodotti alimentari non escono dalla Striscia da almeno cinque anni. Chili di merci vengono sistematicamente sequestrati e distrutti, sotto il pretesto che non soddisfano i criteri di Israele, causando enormi perdite ai commercianti palestinesi.

Ogni anno Gaza acquista da Israele il 90% di tutti i beni esteri presenti nella Striscia. Senza nessuna reciprocità. Prima di “Margine Protettivo”, si muoveva dalla Striscia appena il 2% di articoli palestinesi.

Gli agricoltori hanno difficoltà nella cura di frutta e verdura, perché mancano i fertilizzanti e quelli che arrivano attraverso Abu Salem, sono costosi. In più non entrano nella Striscia quelli con concentrazione di potassio superiore al 5%. Quindi la gente è obbligata a comprare la frutta e la verdura che arriva direttamente da coltivazioni israeliane. 10 shekel per due chili di frutta (l’equivalente di due euro). Il costo di un chilo di arance nel vicino Egitto, oscilla tra 1 e 2 egyptian pounds, l’equivalente di 20 centesimi di euro al massimo.

La maggior parte delle imprese manifatturiere è stata costretta alla chiusura a causa sia del divieto di esportare e sia della scarsità di importazioni di beni di consumo. Senza contare le tante fabbriche distrutte dai bombardamenti israeliani della scorsa estate. Non entrano a Gaza peraltro tessuti contenenti fibre di carbonio o tessuti di polietilene. Nena News

Nena News Agency “Gaza. tra embargo e monopolio” – di Federica Iezzi

“I camion di Kerem Abu Salem” – Reportage di Federica Iezzi

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La dottoressa dal velo bianco

Nena News Agency – 19 marzo 2014

Missione di cardiochirurgia – European Gaza Hospital – Khan Younis (Striscia di Gaza)

 

La storia di Shaymaa Shurrab, pediatra palestinese all’European Gaza hospital di Khan Younis, prendendosi cura dei bambini della sua terra, nonostante i mille impedimenti

 

 

di Federica Iezzi (Cardiochirurgo pediatra)

 

Shaymaa Shurrab, pediatra palestinese

Shaymaa Shurrab, pediatra palestinese

Striscia di Gaza, 19 marzo 2014, Nena News – Ci sono vite che passano inosservate, i cui ardenti racconti invece penetrano violentemente sotto la pelle. Questa è la storia della dottoressa dal velo bianco.

Il suo nome è Shaymaa Shurrab. Ha 28 anni. È nata in Arabia Saudita da una famiglia palestinese, ha trascorso la sua infanzia nel villaggio di Abha, non lontano dalle coste del Mar Rosso. Durante la guerra del Golfo del 1991 lei e la sua famiglia furono strappati dalle montagne saudite, trattenuti sul confine giordano e poi deportati nella Striscia.

I primi anni dell’adolescenza e le scuole correvano parallelamente, fino al giorno in cui, tra migliaia di studenti, le fu affidata una borsa di studio per frequentare la facoltà di Medicina in Siria, all’università di Damasco. A 16 anni si è ritrovata improvvisamente donna, senza una famiglia a cui chiedere conforto, senza la quiete dell’infanzia ma solo con responsabilità, obblighi e saggezza da imparare. Anche quegli anni passano velocemente e si ritrova medico, in un paese diverso dal suo paese che sente fortemente come la sua casa, con gente diversa dalla sua gente, che sente come la sua famiglia.

A causa dell’assedio israeliano sulla Striscia di Gaza e la continua chiusura del valico di Rafah, al confine tra la Striscia e l’Egitto, i risparmi di quei quattro anni la portarono a rivedere i suoi genitori a Gaza soltanto nel 2008. Il 2008 fu un doloroso anno nel taccuino degli avvenimenti, accuratamente custodito dalla Striscia di Gaza, per i sanguinosi e selvaggi attacchi da parte delle forze israeliane contro gli obiettivi sospettati di essere legati al governo di Hamas. Parliamo di quella che oggi i libri ricordano come “operazione Piombo fuso”. Era il dicembre 2008. I morti solo durante la prima giornata di bombardamenti, un sabato di freddo sole invernale, furono 300. In tutto si contarono circa 700 vittime. In qualsiasi strada, vicolo, viale si poteva sentire l’odore di sangue, il sapore della morte, l’essenza di corpi martoriati per avere la sola colpa di difendere le loro case, le loro storie, le loro vite, le loro idee. Shaymaa per qualche mese lavora come volontario a Khan Younis, nell’European Gaza hospital. Finalmente la Rafah circondata da alte mura, apre i suoi cancelli e Shaymaa raggiunge di nuovo la Siria dove inizia la sua specializzazione in pediatria. Dopo gli 11 anni di solitudine, fede, duro lavoro, intervallati da attimi di cupo sconforto, passati a Damasco, Shaymaa oggi è la pediatra che si prende cura dei bimbi della sua terra, nonostante i mille impedimenti e gli incoerenti ostacoli.

Nella guerra civile scoppiata in Siria nel 2011, per Bashar Al-Assad ogni palestinese risultava colpevole a causa della sua nazionalità. L’unica colpa era il possesso di un passaporto palestinese. Così Shaymaa per l’ennesima volta è stata scaraventata inumanamente al di là del muro della Striscia.

Oggi, instancabile, con il suo composto hijab bianco che le tiene coperta la testa, lavora nella terapia intensiva neonatale dell’European Gaza hospital. È stata il nostro braccio destro in rianimazione durante la missione di cardiochirurgia pediatrica. Precisa, intelligente, competente cura i suoi bambini, supporta e sostiene i grigi timori dei genitori. Ed ecco il suono intenso della sua voce “the only thing that could stop me is death”. Nena News

 

Nena News Agency “La dottoressa dal velo bianco” – di Federica Iezzi

 

 

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