Repubblica Centrafricana dimenticata

Nena News Agency – 30 aprile 2014

La guerra di religione è esplosa quando i Séléka, ribelli musulmani, a marzo dello scorso anno, hanno rovesciato il governo di François Bozizé e insediato Michel Djotodia, primo presidente musulmano a guidare il Paese, a maggioranza cristiana

bangui

di Federica Iezzi

Roma, 30 aprile 2014, Nena News  – E’ un piccolo paese dell’Africa centro-occidentale, la Repubblica Centrafricana. Nell’ex colonia francese da oltre un anno imperversa una guerra tra milizie islamiche e milizie cristiane. Si contano migliaia di persone mutilate a colpi di machete, ad opera di uomini che usano violenza per sopravvivere. Sconvolte le vite di civili che ancora oggi portano sui loro corpi segni di violenza e di barbarie.

La guerra di religione è esplosa quando i Séléka, ribelli musulmani, a marzo dello scorso anno, hanno rovesciato il governo di François Bozizé e insediato Michel Djotodia, primo presidente musulmano a guidare il Paese, a maggioranza cristiana.

Le milizie di Djotodia hanno via via incrementato le proprie fila con la presenza di soldati jihadisti di Ciad e Sudan. I combattenti islamici dopo aver assunto il controllo del territorio centrafricano hanno irrobustito vigorosamente i numeri di violenze e saccheggi indiscriminati. Loro bersagli principali: civili di religione cristiana e strutture come chiese e ospedali. Hanno dato alle fiamme centinaia di villaggi, torturando, stuprando le donne e uccidendo gli uomini della popolazione a maggioranza cristiana.

Si schierano così contro i Séléka le truppe anti-balaka, a maggioranza cristiana. Si tratta di gruppi esistenti, a livello locale, dal 2009, organizzati per difendere i civili da aggressioni e soprusi. Il risultato di tanta brutalità è una spirale infinita di rappresaglie, mutilazioni, genocidi e pulizie etniche.

All’inizio dell’anno il parlamento della Repubblica Centrafricana ha nominato presidente ad interim Catherine Samba-Panza.

Lo scorso dicembre l’ONU ha dato mandato alla Francia per un intervento militare, destinato a ristabilire l’ordine nel Paese. 1600 soldati francesi, a sostegno della Mission internationale de soutien à la Centrafrique sous conduite africaine (MISCA), formata da 3.600 soldati, indirizzata a salire a 6000. L’ultima missione di stabilizzazione, denominata MINUSCA, autorizza il dispiegamento di 10.000 soldati e 1.800 agenti di polizia, a partire dal prossimo settembre, che subentreranno alle unità militari del MISCA. Obiettivi: la protezione dei civili e l’allestimento di corridoi umanitari, in modo sicuro e senza ostacoli.

La Repubblica Centrafricana fin dalla sua indipendenza nel 1960 ha vissuto fasi politiche tormentate, tra regimi totalitari e colpi di stato. Le prime elezioni politiche in cui Ange-Félix Patassé diviene presidente sono datate 1993. Da allora instabilità, fino al colpo di stato, 10 anni dopo,  in cui il generale François Bozizé prende il controllo del governo. Bozizé rimane il capo indiscusso del Paese fino alla comparsa dei soldati mercenari Séléka.

Oggi le milizie cristiane hanno il controllo di tutte le principali strade del Paese. A rischio la minoranza musulmana della popolazione centrafricana, per l’ondata inarrestabile di omicidi, maltrattamenti e abusi, che sta costringendo intere comunità a lasciare il paese.

Centinaia e centinaia i morti. Solo nell’ultima settimana 600. Sono circa 750 mila gli sfollati interni, 250 mila rifugiati nei paesi confinanti, su una popolazione che non supera i quattro milioni.

Non si arresta l’arrivo nella Repubblica Democratica del Congo (nelle località di Zongo, Libenge e Gbadolite), nel Camerun (a nord nelle località di Mbaimboum e Touboro e nella regione orientale di Lolo) e nel Ciad (nei pressi della località di Bozoum) dei centrafricani in fuga dal quartiere fantasma PK12 (Point Kilométrique 12).

La Repubblica Centrafricana è scivolata prima nel caos, poi nella pulizia etnica dei musulmani. Il genocidio è stato solo schivato, obbligando i civili di fede islamica a fuggire in massa, per mettersi in salvo oltre i confini del Paese.

A Bangui piove senza tregua per giorni. La sera c’è un serrato coprifuoco. Le amministrazioni non funzionano più, banche e stazioni di rifornimento aprono solo un paio d’ore di mattina presto, le scuole sono chiuse. Nelle panchine seminate sulle strade e vicino le università non siedono più studenti che aspettano gli autobus ma giovani soldati che imbracciano kalashnikov. Nena News

 

Nena News Agency “Repubblica Centrafricana dimenticata” – di Federica Iezzi

 

 

Standard

A 20 anni dal massacro in Rwanda

Nena News Agency – 23 aprile 2014

Il 6 aprile 1994 il dittatore Habyarimana viene ucciso: comincia una strage lunga 100 giorni, un genocidio efferato che ha le sue radici nel colonialismo europeo

 

Camp Kigali Memorial site

Camp Kigali Memorial site

 

di Federica Iezzi 

 

Kigali (Rwanda), 23 aprile 2014, Nena News – Era il 1994. Sembrano svanire nella memoria individuale e collettiva gli orrori e le atrocità del genocidio rwandese. Tutto iniziò nella tiepida giornata del 6 aprile di quell’anno, quando l’aereo con a bordo l’allora presidente rwandese Juvénal Habyarimana, al potere con un governo dittatoriale dal 1973, fu abbattuto da un missile terra-aria.

Così da quella mite giornata primaverile, alla metà di luglio, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati quasi un milione di persone. Lo spietato genocidio, ufficialmente, viene considerato concluso alla fine dell’Opération Turquoise, una missione umanitaria voluta e intrapresa dai francesi, sotto autorizzazione ONU.

Nello stesso anno veniva istituito il Tribunale penale internazionale per il Rwanda, nato per cercare di riparare all’errore umano, ai crimini efferati, alle violazioni e alle violenze, all’annientamento. Gli attori del massacro sono da un lato gli hutu, addetti alla lavorazione della terra, dall’altro i tutsi, le vittime, il popolo errante di pastori. Al centro i twa, gli artigiani.

La concezione dell’esistenza di tre razze nella popolazione rwandese è stata solo un prodotto del colonialismo belga. Nel 1959 i belgi, dopo i colonizzatori tedeschi, diedero potere esclusivo nelle mani dei tutsi, escludendo gli hutu dalla vita intellettuale. Inventarono e realizzarono carte d’identità etniche rendendo inavvicinabili i due gruppi.

Il cambio di alleanza belga fu dovuto al solo fatto di evitare l’indipendenza del Paese. Infatti i tutsi iniziarono a guidare robuste lotte per l’indipendenza, allora i belgi nominarono bruscamente e in massa gli hutu ai posti di potere. Così, insediati in Rwanda sin dal XVI secolo e provenienti dall’Etiopia, i tutsi si trasformarono repentinamente in stranieri, prevaricatori, depredatori.

La popolazione fu divisa in due blocchi e la conseguenza finale più amara di quella politica divisionista fu il genocidio del 1994, che ufficialmente affonda le sue basi nel 1959. La campagna d’odio fu sostenuta dalla tristemente nota Radio-Télévision Libre des Mille Collines, che incitava la popolazione a “tagliare tutti gli alberi alti”, ricordando che le fosse erano solo a metà piene.

Nei 100 giorni del genocidio vennero gettati nelle insalubri acque del Nyabarongo, ingente affluente del Nilo, i corpi senza vita dei tutsi. Seguendo il corso dell’acqua, il sangue e i corpi sfigurati da colpi di machete, arrivavano in Etiopia. Gli hutu dicevano: “Così tornate da dove siete arrivati”.

Furono uccisi dall’esercito, da squadre irregolari e dalla popolazione civile: i dissidenti, gli hutu amici dei tutsi e chiunque non fosse d’accordo con la politica del massacro etnico.

Le numerose famiglie tutsi arrivarono da tutto il territorio, alla ricerca di un rifugio nella piccola chiesa di mattoni rossi. Nella chiesa cattolica di Sainte-Famille a Kigali, furono uccise più di 2000 persone per mano degli hutu. Ora solo ossa spaccate, crani sfondati ammucchiati a ridosso delle pareti, vestiti ammuffiti.

Lungo le strade compaiono d’improvviso grossi mucchi di pietre nere vulcaniche. Sotto mettevano i corpi dei tutsi raccogliendoli da vie, chiese e campagne. Fino al 1996 le colline che circondavano Kigali erano niente altro che sconfinati cimiteri, oggi sulla stessa terra sorgono le ville dei benestanti e gli agricoltori seminano patate e carote. Nena News

 

Nena News Agency – “A 20 anni dal massacro in Rwanda” – di Federica Iezzi

 

Standard