REPORTAGE. I racconti dei sopravvissuti di Garissa «Cristiani da un lato, musulmani dall’altro»

Il Manifesto – 06 aprile 2015

Kenya. Tra gli studenti feriti durante l’attacco di al-Shabab al campus universitario. Chi non conosceva il Corano non ha avuto scampo. Ma in ospedale scatta la gara di solidarietà: persone di diverse etnie e religioni in fila per donare il sangue

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di Federica Iezzi

GARISSA (KENYA) – Le 16 ore dram­ma­ti­che nel cam­pus universitario di Garissa, nel Kenya del nord, a 150 chi­lo­me­tri dal con­fine somalo, sono ini­ziate gio­vedì scorso subito dopo l’alba, ora della salat al-fajr, la pre­ghiera isla­mica del mat­tino. Almeno cin­que uomini con volto coperto e pesan­te­mente armati, affi­liati al gruppo jiha­di­sta somalo al-Shabaab, hanno aperto il fuoco con­tro i custodi dei dor­mi­tori, riu­scendo a infil­trarsi in stanze, aule, biblio­te­che e labo­ra­tori dell’università. Char­les, stu­dente di scienze informatiche, rac­conta che dalla sua stanza al piano terra, ha sen­tito colpi di arma da fuoco e grida. Nel suo dor­mi­to­rio gli stu­denti sono stati divisi in gruppi, in base alla loro reli­gione. I non-musulmani sono stati giu­sti­ziati e i musul­mani sono stati liberati.

Il bilan­cio delle vit­time, ancora oggi prov­vi­so­rio, parla di 153 morti, tra cui 148 stu­denti e cin­que addetti alla sicu­rezza, e 104 feriti, tra cui 19 in con­di­zioni cri­ti­che. Già nella notte di gio­vedì il Natio­nal Disa­ster Ope­ra­tion Cen­ter kenyano, par­lava di 587 stu­denti eva­cuati dal cam­pus, su 850 iscritti. Almeno in cento man­cano all’appello, ma potreb­bero essere anche di più i gio­vani ancora nelle mani dei mili­ziani. Le forze armate di Nai­robi con­ti­nuano a pat­tu­gliare l’università. Jacob Kai­me­nyi, segre­ta­rio di Gabi­netto per l’Educazione, ha annun­ciato che la strut­tura rimarrà chiusa. A Garissa, Wajir, Man­dera e nella con­tea di Tana River, rimarrà il copri­fuoco dalle ore 18.30 alle ore 6.30, per due settimane.

Il mini­stro dell’Interno Joseph Nkais­sery, ha comu­ni­cato l’uccisione di quat­tro pre­sunti aggres­sori e dell’arresto di altri cin­que. Uno dei mili­ziani che hanno preso parte all’assalto sarebbe Abdi­ra­him Moham­med Abdul­lahi, kenyano, figlio del gover­na­tore della con­tea di Man­dera. Mente dell’attacco viene invece con­si­de­rato Mohammed Moha­mud Kuno, fino al 2000 diret­tore del Madrasa Najah Insti­tute a Garissa, una scuola cora­nica, ben noto come lea­der di al-Shabaab nella regione auto­noma di Juba­land, a sud della Soma­lia, che con­di­vide più di 700 chi­lo­me­tri di con­fine con il Kenya. Kuno ha riven­di­cato anche l’attacco a Man­dera, pic­colo centro al con­fine tra Kenya e Soma­lia, dove lo scorso novem­bre vennero uccisi 28 civili non musul­mani, a bordo di un auto­bus diretto a Nai­robi. Ed è col­le­gato all’attacco del set­tem­bre 2013 nel cen­tro com­mer­ciale West­gate a Nai­robi, quando 67 per­sone per­sero la vita in quat­tro giorni di asse­dio. Lati­tante dallo scorso dicem­bre, le forze dell’ordine kenyane hanno messo sulla sua testa una taglia di 220 mila dol­lari. E al-Shabaab minac­cia nuovi attac­chi fin­ché il Kenya man­terrà le truppe in Somalia.

La rispo­sta del Kenya Defence For­ces è arri­vata imme­diata domenica, con bom­bar­da­menti a tap­peto nei campi di Gon­do­dowe e Ismail, entrambi nella regione di Gedo, al con­fine tra Kenya, Etiopia e Soma­lia, fer­tile rete dei mili­ziani di Kuno.
I mili­ziani di Kuno hanno inten­zio­nal­mente scelto la Garissa Univer­sity Col­lege, per­ché iden­ti­fi­cata come facile obiet­tivo, pienamente con­sa­pe­voli della cor­ru­zione para­liz­zante e della carente gestione della sicu­rezza nella scuola. «Rumori di gra­nate, di colpi di arma da fuoco e di esplo­sioni ci hanno sve­gliate», raccontano Jene e Nadja, che divi­de­vano la stessa stanza del dormito­rio fem­mi­nile da 360 posti. «Con­ti­nua­vano a chie­dere se tutti noi era­vamo cri­stiani o musul­mani. Ci chie­de­vano di pronunciare versi del Corano in arabo. Chi non l’ha fatto è stato ucciso».

Jene ha volato con i pic­coli aerei dei fly­ing doc­tors al Kenyatta Natio­nal Hospi­tal di Nai­robi, dopo essere stata col­pita da una scheggia all’addome. È stata sot­to­po­sta a un deli­cato inter­vento chirur­gico. Era entrata solo da pochi mesi al Garissa Uni­ver­sity College. Ci rac­conta che i colpi di kala­sh­ni­kov dei guer­ri­glieri sono diven­tati più fitti quando l’esercito kenyano ha rag­giunto e circondato il col­lege, ben sette ore dopo l’irruzione.

Lun­ghe file di uomini e donne di diverse nazio­na­lità, etnie e religioni, si sono river­sate nel cor­tile del pic­colo ospe­dale di Garissa, in attesa di donare il pro­prio san­gue alle vit­time dell’attacco jiha­di­sta. Il per­so­nale della Croce Rossa locale ha alle­stito una sorta di cen­tro di primo soc­corso nel cor­tile del Garissa Pro­vin­cial General Hospi­tal, per lo smi­sta­mento dei pazienti. Anche un’equipe di Medici Senza Fron­tiere ha sup­por­tato l’ospedale nella fase di emer­genza. I ragazzi soprav­vis­suti insieme alle fami­glie ora sono al Nai­robi Nyayo Natio­nal Sta­dium, adi­bito a cen­tro di gestione dei disa­stri. Gra­zie al lavoro dello staff della St Johns Ambu­lance e del Kenya Blood Tran­sfu­sion and Sto­rage Ser­vi­ces, pro­prio dallo sta­dio è partita una staf­fetta di soli­da­rietà, della durata di tre giorni, per continuare la dona­zione di san­gue alle vit­time dell’attacco che ancora lottano per la vita, nelle sale ope­ra­to­rie dell’ospedale di Nairobi.

Tra la gente in fila anche la madre di Faith, che ha perso la vita nell’attentato. «Faith non c’è più – dice -, ho visto e rico­no­sciuto il suo corpo. Ma sua sorella è ancora in tera­pia inten­siva e ha biso­gno di me ora. Non posso per­met­termi di pian­gere».
Intanto nelle strade della capi­tale si sono dispie­gati cor­tei di protesta e di soli­da­rietà. Ieri mat­tina pre­si­dio di fronte alla succursale della Moi Uni­ver­sity, a Nai­robi. Decine di car­telli a ricordare i nomi e le foto degli stu­denti uccisi. «I ragazzi di Garissa pos­sono stu­diare con noi», scan­di­vano a gran voce i gio­vani universi­tari, dopo la nota dira­mata dal Mini­stero dell’Istruzione di tenere ancora chiuso il Col­lege e di tra­sfe­rire gli stu­denti nella sede prin­ci­pale della Moi Uni­ver­sity a Eldo­ret, nel Kenya dell’ovest.

Aleela è la sorella mag­giore di Nadira e quest’ultima è in sala d’attesa al Kenyatta Natio­nal Hospi­tal di Nai­robi da almeno 29 ore. Aspetta che Aleela esca dalla tera­pia inten­siva. «È stata col­pita alla testa – ci dice – Non so come sta, i dot­tori non mi sanno dire ancora nulla. Io voglio solo sapere se si sve­glierà». Ci rac­conta che Aleela vuole diven­tare una mae­stra per inse­gnare nelle scuole elemen­tari di Mar­sa­bit, il vil­lag­gio dei loro geni­tori. Aveva otte­nuto dal suo col­lege una borsa di stu­dio, per con­ti­nuare ad andare a scuola. Si era tra­sfe­rita poi a Garissa, a 360 chi­lo­me­tri da casa sua. «Non la vedevo da mesi, ma sapevo che era contenta».

Il Manifesto 06/04/2015 – I racconti dei sopravvissuti di Garissa «Cristiani da un lato, musulmani dall’altro» di Federica Iezzi

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KENYA, oltre 40 bimbi operati da missione italiana

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ANSA.it

Equipe delle associazioni lombarde Ndugu Zangu e Mission Bambini

In sala operatoria del Kenyatta National Hospital di Nairobi

di Federica Iezzi

(ANSA) – TRIESTE, 27 MAR – Sono 40 i bambini già operati al cuore al Kenyatta National Hospital di Nairobi (Kenya) nell’ambito della terza missione italiana di cardiochirurgia con staff medico delle associazioni lombarde “Amici di Ndugu Zangu ONLUS” e “Mission Bambini”. Gli interventi sono stati compiuti all’interno del programma “bambini cardiopatici” e, per la prima volta in quest’ultima missione, sono stati sottoposti a delicati interventi di cardiochirurgia anche quattro bambini provenienti dallo Zimbabwe. Le missioni italiane completano il programma con la formazione di medici e infermieri keniani, che si svolge alla School of Medicine dell’università di Nairobi.

Luigi Panzeri, che i bambini chiamano Mzee Luigi (nonno Luigi), ha fondato nel 1996 la Comunità di Ndugu Zangu, a Oldonyiro, nel nord del Paese; da 14 anni accoglie bambini cardiopatici provenienti dalle famiglie samburu. La Fondazione Mission Bambini fu costituita invece dall’ ingegnere bolognese Goffredo Modena a Milano nel 2000 per aiutare i bimbi poveri, ammalati, emarginati, senza istruzione. (ANSA)
DO/ S0B QBXB

http://www.ansa.it

L’Unione Sarda – 27 marzo 2015 “Kenya: oltre 40 bimbi operati da missione italiana” – di Federica Iezzi

Trieste Prima – 30 marzo 2015 “Kenya, cardiochirurgia italiana protagonista: già operati 40 bambini“ – di Federica Iezzi

Il Tirreno Edizione Massa-Carrara – 08 aprile 2015 “Il cuore dell’OPA cura i bambini del Kenya” – di Federica Iezzi

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KENYA. I bambini operati al cuore tornano a correre nella savana

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Missione di cardiochirurgia – Luglio 2014

Kenyatta National Hospital – Nairobi (Kenya)

 

 

Nena News Agency – 25 luglio 2014

 

Dalle regioni più povere del Kenya a Nairobi. Il viaggio dei piccoli operati al cuore, nella missione italiana di cardiochirurgia al Kenyatta National Hospital di Nairobi

 

Nairobi (Kenya) - Kenyatta National Hospital 18 luglio 2014  - Steria e Sinante in reparto, dopo l'intervento al cuore

Nairobi (Kenya) – Kenyatta National Hospital 18 luglio 2014 – Steria e Sinante in reparto, dopo l’intervento al cuore

 

Testo e foto di Federica Iezzi

Nairobi (Kenya), 25 luglio 2014, Nena News – Il vento che graffia la terra arida. La polvere che si insinua ovunque. Si sente fin dentro l’anima. Tutt’intorno il deserto e le carovane cariche di sale. Qualche piccolo villaggio a ricordare che anche in questa parte del mondo c’è qualcuno che prova a vivere. Un Paese ancora schiacciato tra deserto e povertà. Il 60% della popolazione sopravvive con un dollaro al giorno.

Sono partiti nella buia notte africana, al lume di una lampada a petrolio, i piccoli pazienti cardiopatici, dal distretto di Isiolo e dal distretto di Uasin Gishu, nel centro-nord del Kenya. La pista di laterite rossiccia ha accompagnato il lungo viaggio, per raggiungere l’ospedale nella capitale kenyana. Lungo la strada euforbie, palme, manghi e tamarindi riempiono l’aria di odori penetranti.

Le acacie come ombrelli accarezzano il cielo, dagli altipiani. E’ la stagione delle piccole pioggie. Alla terra rosso sangue si alternano sconfinati spazi verdi. I nuovi germogli acerbi delle acacie, sostituiscono le vecchie foglie verdastre. Le pozzanghere sulle strade diventano un prezioso nutrimento per stuoli di piccoli animali che, come anime perennemente in fuga, abitano la savana. Le euforbie giganti tendono le loro lunghe braccia al cielo blu cobalto, verniciato di soffici nuvole bianche.

Centinaia di persone, distese su sottili stuoie, sui pavimenti di terra battuta, nelle loro capanne, aspettano il canto del gallo al mattino, per iniziare la giornata. Risvegli senza acqua, senza elettricità, senza un fornello da accendere. Ma con lo squisito sapore del pane, cotto nella sabbia, e il te bollente con qualche goccia di latte. I bambini indossano l’uniforme scolastica azzurra. A cingere le spalle di giovani donne, dalla pelle levigata, regali kenta a fiori.

L’Africa ha lo straordinario potere di rinascere dalle proprie ceneri a Kigali, a Mogadiscio, a Bamako. La gente sopravvive strappando miglio e nutrimenti alla terra. Sulle rive dei fiumi, dove nei secoli sono fioriti villaggi e mercati di regni scomparsi, oggi vive un popolo di conciatori, pescatori, agricoltori e piccoli mercanti, con le loro necessità incolmabili e con i loro contrasti.

I piccoli samburu della savana, arrivano nella caotica Nairobi, con gli occhi ancora assonnati. Ad aspettarli nell’unico ospedale pubblico della grande città, i muzungu [“uomini senza pelle”: sono gli uomini bianchi, ndr]. E’ la seconda missione umanitaria in meno di un anno. La scorsa missione è stata tra novembre e dicembre scorsi e ha visto protagonisti 19 piccoli pazienti sottoposti a delicati interventi al cuore. Oggi questi bambini imitano i loro giocatori di calcio tra le acacie africane. Portano al pascolo il loro gruppetto di capre. E rassicurano i volti impauriti dei bimbi con il cuore malato, che aspettano pieni di speranza il loro turno in sala operatoria. Inconsapevolmente tinteggiano questa vita umanissima, in cui la felicità e l’infelicità camminano spesso abbracciate.

La lista operatoria riempie velocemente e con precisione decine di fogli bianchi. Sono i nomi dei bambini che aspettano il loro momento in sala operatoria. Da Oldonyiro, nel distretto di Isiolo, a nord del Kenya, i piccoli hanno viaggiato per 5 ore. Da Eldoret, nel distretto di Uasin Gishu, nelle regioni centrosettentrionali kenyane, si arriva a Nairobi dopo aver percorso 300 chilometri di strade sterrate.

Nell’ambulatorio di cardiologia del Kenyatta National Hospital di Nairobi, sono tutti in silenzio accanto all’ecocardiografo. Non ci sono genitori, non ci sono amici. Nessun bambino piange. Si tengono compagnia fra di loro. Si dividono la frutta. In terapia intensiva, finiti gli interventi, chiedono biscottini e yogurt. Dopo due giorni sono in piedi, in reparto, pronti a camminare scalzi, come nella savana.

Tetralogia di Fallot, difetto atrioventricolare, malattia valvolare: non importa quale sia la diagnosi. Dopo l’intervento l’elegante passo dei samburu riempie l’aria. Sotto il sole a picco dell’equatore. Sotto quel cielo che in Africa sembra più vicino alla terra. Nena News

 

Nena News Agency “KENYA. I bambini operati al cuore tornano a correre nella savana” – di Federica Iezzi

 

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Chapati e chai

On the way to Oldonyiro - Kenya

On the way to Oldonyiro – Kenya

 

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KENYA 2012

 

Ed eccomi ancora di fronte all’alba della mia Africa. L’ombrosa notte in cui si intravede ancora la via Lattea viene allontanata dalle prime vernici del giorno. L’arancione e il giallo ocra sfiorano le sagome scure e pigre degli altipiani. Vicino al tiepido chiarore di un sole ancora nascosto, nuvole violacee lasciano spazio allo sconfinato celeste del cielo.

Le acacie con i loro germogli, protetti da lunghe spine, pronti per essere divorati e per nutrire decine di creature, le inavvicinabili euforbie spinose, imprigionate in quella rigida e impervia terra, gli animali stanchi dopo la fertile notte, aspettano soltanto quei raggi caldi e essenziali dello scandito ripetersi del giorno e della notte.

Il prezioso giallo oro arriva e con esso sembra che tutte le cose rimaste congelate durante la notte, prendano nuova vita. I profili della savana si tingono delle varie tonalità di verde e di giallo sabbia. Le vette montuose e le vallate assorbono assetate e avide la luce di un nuovo giorno, simile a tutti gli altri ma profondamente discrepante in migliaia di ignoti e sconcertanti dettagli.

D’improvviso, come un interruttore che viene abbassato, la notte impavida ruba il posto alla luce e alle ombre che accarezzano gentilmente le assolate colline.

La notte africana si lascia permeare da uno sconcertante silenzio apparente. In questo illustre silenzio, le minuscole creature della notte danno voce al buio. Allora, il frinire delle cicale e il canto notturno dei grilli, i suoni striduli degli uccelli che riempiono le notti, il vento che si infiltra con maestria tra le foglie di banano, si mescolano ai lontani belati e muggiti, plasmando una melodia armoniosa e un sacro equilibrio.

Lo stentato viaggiare durante le notti africane tinteggia i brulli altipiani, gli scorci raggianti che di giorno catturano l’attenzione degli uomini e degli animali, gli alberi solenni che spuntano dalla compatta terra rossa. Un insieme di ombre riempie un gravoso scuro. Tra le radure spuntano brillanti luccichii. La prospettiva sparisce. La profondità si perde. E quegli scintillii diventano occhi di dik-dik sui lati delle strade o occhi di leone che da lontano osservano attenti il passaggio di intrusi.

Puntualmente la stella polare segue l’intero cammino. E’ la prima a comparire quando le luci si affievoliscono. Poi con ritmo lento e cadenzato, inizia a comparire un turbinio di stelle che si incontra magicamente, dando vita alla via Lattea. Ed ecco che parallelamente alle strade di fango e di pietre, corre la via Lattea.

Niente corrente elettrica. E’ possibile vedere le ombre della notte solo quando c’è la luna piena e solo quando le pupille imparano a seguire diligentemente i ritmi della savana e diventano lentamente e totalmente dilatate. Si accompagna alla soffocata luce della luna, riso e chapati con una bollente tazza di chai.

Dalla caotica Nairobi con i suoi citi hoppa, carichi di persone dirette chissà dove, con il Daily Nation a ogni semaforo, con i vestiti inglesi e i lussuosi palazzi di un’Africa spersonalizzata, il cammino verso la savana si porta dietro le gocce battenti e aggressive, di una stagione delle piogge arrivata con un po’ di ritardo.

Sfreccianti Isuzu sfiorano gli edicolanti della strada e i giovani, con in mano una bottiglia di Tusker, rannicchiati sui distrutti marciapiedi.

Così ci si lascia alle spalle le enormi discrepanze che dilaniano la capitale, per percorrere le strade di terra rosso sangue della savana. Dall’enkare nai-robi, il “luogo dell’acqua fredda”, e di fronte alle piantagioni di caffè, perpetuamente descritte con rabbia e passione, chilometri e chilometri di terreni ben irrigati, mostrano i frutti di un mondo delizioso.

Ananas, banane, manghi, papaye colorano i margini pietrosi delle strade con il verde delle foglie, il giallo dei frutti, l’arancione dell’essenza, il marrone dei semi. Una miscela di odori asprigni nasce e cresce, avvolge il cielo, segna la polvere rossa degli ultimi giorni della stagione secca, riempie la vita dei passanti e rende beata quella degli abitanti.

Eucalipti e palme, euforbie e acacie si appoggiano sugli altipiani. Le tonalità di verde diventano più chiare dove corrono i selvaggi corsi d’acqua e un suggestivo verde muschio appare sulle più alte vette.

Le nyumba costruite con legno, fango e paglia, si immergono e si mimetizzano naturalmente nel verde delle foglie e nel marrone dei tronchi di alberi dalle contorte forme.

Le estranee lamiere delle prime costruzioni dei wusungu, invece, lampeggiano sotto i raggi dell’ardente sole di mezzogiorno.

Ciuffi di nuvole bianche basse, sembrano sorrette da invisibili fili al cielo indaco, impegnato ad allontanarsi dalla terra, come nelle trame di una macchinosa ragnatela.

Mentre uomini preparano e accatastano sacchetti, color avorio, di carbone, ai lati delle strade, donne e bambini camminano, con addosso contenitori di plastica o di latta, nell’eterna ricerca dell’acqua.

Aprile. Le piogge tardano ad arrivare. Tutto è dorato. Piccoli scorci di verde sulle euforbie. Il verde sui rami più alti delle acacie sembra protetto dalle lunghe e acuminate spine.

Macchie confuse di colori ardenti, aggrappate al verde scuro, circoscrivono i lodge.Bouganville fucsia e rosso scuro, con le bianche corolle in miniatura, abitate dalle candide farfalle, danno luce all’arida savana. Il nobile frangipane sfida l’aria rovente, con le sue rotondità color crema, concedendo alla leggera brezza il suo fine aroma. Lo stesso vento traina la fresca fragranza di salvia selvatica.

Un’enorme varietà di magre piante verdi, ai lati delle strade di fango aspro e sulla secolare pietra, riesce miracolosamente a sopravvivere alla mancanza di acqua.

Sulle calde pietre, immobili dall’inizio dei tempi, i gechi hanno l’aspetto di piccoli coccodrilli. Primitivi polmoni che fanno alzare e abbassare la ruvida pelle, appena sotto le zampe anteriori. Alcuni dalla testa gialla, il corpo colorato dalle varie sfumature del blu, zampe anteriori azzurro scuro, zampe posteriori verde mare, coda lunghissima e una sottile linea bianca che solca longitudinalmente l’intero corpicino. Altri più banali, con scarabocchi disegnati grigi e verde scuro. Animali a sangue freddo che scaldano la pelle sulle pietre roventi del mezzogiorno africano. Immoti aspettano la loro preda: una mosca, un moscerino, uno dei milioni di insetti volanti che popolano l’aria africana. Come un antico rituale magico, con agilità, alzandosi sulle zampe anteriori, per ispezionare il loro orizzonte, e con movimenti ritmici della testa, catturano il loro pasto quotidiano.

Alberi maestosi seguono attentamente stradine che si snodano dolcemente su un terreno rosso fuoco. Quieti movimenti di fronde possono significare spostamenti di interi branchi di babbuini, richiami di uccelli dalle mille gradazioni e dai mille disegni, piccoli gruppi di antilopi incessantemente all’erta.

Dalla malandata pista di terra battuta, un flebile rumore di rami spezzati. E inaspettatamente, al di là della curva, un branco di elefanti, attenti a proteggere i più piccoli, cammina indisturbato, sotto gli occhi immobili di antilopi, zebre, impala e giraffe. E’ raro vederli dove corrono i robusti fuoristrada. Le zanne colorano incantevolmente di avorio, il verde scuro della boscaglia. La grinzosa pelle grigia si maschera tra i rami e i tronchi secchi e grigi di acacia. Non hanno voce ma sono loro i padroni del sentiero che percorrono. Gli altri si possono solo adeguare.

Dopo un lungo attimo di incredulità, le palpitanti antilopi riprendono la loro marcia. Le zebre si puliscono il manto con piacevoli capovolte sull’erba umida. Le giraffe continuano incuranti a gustare, come succulenti bocconcini, i germogli più alti delle acacie. La vita dei mille piccoli animali della savana riprende laboriosa. Tutti sembrano rispettare e venerare la saggezza e la costanza di questo imponente essere, capace di bloccare lo sguardo con naturale magnificenza.

Nelle strade polverose e scarne, camminano instancabilmente bambini con in spalla una piccola zappa, accompagnati da donne con carichi smisurati dietro la schiena, sorretti da una corda sistemata accuratamente sulla fronte.

Sembra che tutti ti aspettino da anni. L’Africa guarda avida ogni movimento con occhi vigili e premurosi.

Esattamente sull’equatore. L’austero sole e le morbide nuvole bianche riempiono piccoli spazi di un cielo che si perde con l’orizzonte.

Gli abitanti di questa terra fulva sono i samburu. Un popolo che vive di allevamento, che si sposta continuamente alla ricerca dell’acqua per le onnipresenti capre.

La manyatta è il provvisorio accampamento. Circondata da rami spinosi e secchi di acacia. La boma. Nel recinto, le capanne sono circolari, di vaga forma allungata. Fango, paglia, foglie e legno si fondono per resistere alle notti africane e al sole penetrante del giorno. L’entrata alla capanna è stretta e bassa e dopo un oppresso corridoio, ecco il fuoco e qualche pietra che lo delimita. Pochi suppellettili per raccogliere il latte di capra e un angolino per dormire.

Le donne, snelle e dall’andatura elegante, sono avvolte da variopinti kanga e adornate con vistose file di collane di perline, dai colori caldi, e braccialetti di ottone sui sottili polsi e caviglie. Ingenti orecchini dagli svariati materiali appesantiscono i lobi allungati. Sulla cartilagine dei padiglioni delle giovani fanciulle, irrompono tinteggiati orecchini a forma di cono, con piccoli ciondoli pendenti alla fine. Capelli lanuginosi e cortissimi. Sulla schiena portano diligentemente legna da bruciare o per cucinare. Ai piedi sandali neri, ricavati da vecchi copertoni di automobili, abbandonati lungo le strade.

Sulle rive dell’Ewaso Nyiro, tra le pietre di quarzo incastonate nella povera terra, la prima autentica responsabilità. Ragazzini di meno di 10 anni, con in mano una piccola lancia, portano le caprette della famiglia a bere e mangiare.

Dopo la circoncisione, i ragazzi diventano murran. Gli aristocratici guerrieri samburu rimangono lo spettacolare panorama dell’arsa savana. I capelli, che si allungano lentamente, sono coperti di ocra rossa. La testa guarnita con lunghe piume. Torso nudo decorato con stringhe di perline colorate, incrociate tra loro. Kikoi rossi a quadri avvolti sui fianchi. Braccialetti con arabeschi di perline su polsi e caviglie. Ottone lavorato sui polpacci. E poi il viso rigoroso, fregiato da catenine di rame e alluminio. Portano con loro mperekissu e rungu come protezione nella lussureggiante boscaglia. Tutto è celato dai raffinatishuka.

Il martedì, ogni quindici giorni, su un verdeggiante altopiano, padroneggia il mercato di Oldonyiro. Dopo due ore dal sorgere del sole, quando l’orologio biologico segna le due per la popolazione locale, iniziano i fermenti per la preparazione delle merci sugli spazi sconfinati della savana.

Dai camion, ricordando un’antica armoniosa aria, saltano fuori persone dalla pelle come carbone e bisacce color avorio traboccanti di mercanzia.

Sacchi vecchi, che un tempo avevano contenuto legumi, vengono tagliati, aperti e stesi per terra in modo da tenere separate la solida terra rossa, le pietre grigie e i prodotti esposti. Giovani donne e qualche anziano uomo, preparano le assortite e variopinte bancarelle. Come in un puzzle per bambini, appare inaspettatamente un ordine nel grande disordine. Vestiti con scarpe. Bicchieri, tazze e teiere. Torce, detersivi e coltellini. Banane, pomodori e cavoli. Sacchi di fagioli, riso e zucchero. Piccoli sacchettini di sale. E poi le donne samburu con i loro magistrali lavori. Braccialetti e collanine di migliaia di colorate perline, preparate alla luce del fuoco dentro le loro manyatte, durante quelle due settimane senza mercato. Monili di ottone da mettere sulle caviglie. Gioielli di perline e ciondoli di alluminio e rame con i quali donne e uomini decorano la fronte e il viso. Lunghe corde riempite di perline più grandi che i guerrieri samburu indossano, incrociandole in modo accurato e raffinato sul torace.

La parte scoscesa dell’altipiano, coperta di erba da mordicchiare e di germogli di acacie da assalire, è occupata dal bestiame in vendita. In libertà caprette e galline, dentro un imponente recinto buoi. A vegliare sulle proprietà, i guerrieri samburu con lance appuntite, bastoni dritti e sottili di legno e pesanti rungu.

L’attenta e esperta osservazione dei buoi e delle capre, da parte dei compratori, e la successiva contrattazione hanno bisogno dell’intera giornata. Questo per arrivare a portare a casa una capra per 12 dollari. Subito rimpiazzata dalla nascita in diretta di una nuova capretta, dall’attenzione della mamma e dal primo latte. Le galline sono in mostra in braccio alle donne samburu.

Il momento della contrattazione è il più spiritoso e curioso.

L’interazione con i venditori può durare anche mezza mattinata per un piccolo gioiello di perline, per un semplice kikoi o per un sacchetto di the. Naturalmente il prezzo iniziale è sproporzionatamente alto, proprio per permettere la concessione di ingenti sconti. Distante dai gretti prezzi del “Made in China”. Non è raro trovare venditori che parlino un inglese decente, sufficiente a chiederti da dove arrivi e chi sei per farsi una idea iniziale del prezzo da spuntare.

Ognuno dei due sa che l’altro mente ma i ruoli durante la commedia sono recitati con rispetto reciproco e con febbrile divertimento. Alla fine, pagare la metà di quanto chiesto all’inizio dal venditore è un risultato soddisfacente per un “senza pelle” occidentale. Rimangono le donne quelle che riescono, in ogni occasione, a spuntare il prezzo migliore. Accovacciate vicino ai venditori contrattano ogni centesimo in maniera esasperante e competente. Poi finalmente l’accordo e la fiera esibizione del sacchetto nero di plastica.

 

LiberArt “Nairobi: luogo dell’acqua fredda” – di Federica Iezzi

LiberArt “Laikipia: terreno rosso fuoco” – di Federica Iezzi

LiberArt “Oldonyiro: comunità rurale” – di Federica Iezzi

LiberArt “Oldonyiro: il mercato” – di Federica Iezzi

 

https://www.facebook.com/notes/federica-iezzi/chapati-e-chai-di-federica-iezzi-oldonyiro-kenya-2012/10150869678450984

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