GAZA: ospedali al collasso, mancano i farmaci

Il Manifesto – 05 agosto 2015

Sanità. Senza il 32% dei medicinali di prima assistenza. Le cause: embargo, crisi economica e mancata collaborazione tra Hamas e Ramallah

Rafah (Striscia di Gaza) - Al-Najjar hospital

Rafah (Striscia di Gaza) – Al-Najjar hospital

di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza) – Ogni strut­tura sani­ta­ria rima­sta in piedi nella Stri­scia di Gaza dopo Mar­gine Pro­tet­tivo, sta soprav­vi­vendo ad una grave carenza di far­maci e for­ni­ture medi­che. Risul­tato degli otto anni di embargo impo­sto da Israele e Egitto, di un lungo anno di crisi finan­zia­ria all’interno dell’Anp e di una mar­cata man­canza di coo­pe­ra­zione tra il governo di Ramal­lah e Hamas a Gaza. Attual­mente manca il 32% dei far­maci di assi­stenza pri­ma­ria, il 54% dei far­maci immu­no­lo­gici e il 30% dei far­maci onco­lo­gici. Sono dispo­ni­bili solo 260 dei 900 mate­riali sani­tari di con­sumo essen­ziali. Secondo il Mini­stero della Sanità pale­sti­nese nella Stri­scia sono assenti 118 tipi di far­maci (25%) e 334 pre­sidi sani­tari (37%).
Alcuni ane­ste­tici man­cano del tutto. Solo 33 dei 46 far­maci psi­chia­trici essen­ziali sono disponibili.

La con­di­zione dei malati di can­cro a Gaza è segnata dalla carenza di far­maci anti­tu­mo­rali dovuta al blocco impla­ca­bile di Israele del ter­ri­to­rio costiero pale­sti­nese, e dall’impossibilità di rag­giun­gere ospe­dali fuori dalla Stri­scia. Ogni mese solo il 10%, dei 1500 gazawi che chie­dono il per­messo di ingresso in Cisgior­da­nia, Israele e Egitto per cure medi­che, riceve un appro­priato trat­ta­mento anti-tumorale. Negli ultimi dieci anni il numero dei pazienti con can­cro nella Stri­scia di Gaza è lie­vi­tato. Car­ci­noma tiroi­deo, leu­ce­mia e mie­loma mul­ti­plo sono i tumori con più alta fre­quenza. Sotto accusa: l’uso di armi da guerra da parte di Israele in zone alta­mente popo­late, l’uso indi­scri­mi­nato di fosforo bianco già dall’offensiva mili­tare israe­liana del 2008, i con­sumi di acqua inqui­nata, l’uso di ter­reni inqui­nati per la coltivazione.

Nel dipar­ti­mento di onco­lo­gia dell’al-Shifa hospi­tal, a Gaza City, ven­gono trat­tati 150 pazienti onco­lo­gici al giorno, con tre medici, cin­que infer­mieri e solo 15 posti letto. Ogni mese 70–100 nuovi casi. Si lavora con poco meno del 40% dei far­maci anti­tu­mo­rali neces­sari. Proi­bita la radio­te­ra­pia e la tera­pia mole­co­lare, per­ché dal valico com­mer­ciale di Kerem Abu Salem, al con­fine con Israele, non entrano né i mac­chi­nari per la radio­te­ra­pia esterna né i nuovi far­maci onco­lo­gici. Dia­gnosi sem­pre meno accu­rate per la man­canza dei rea­genti di labo­ra­to­rio e dei mac­chi­nari per esami stru­men­tali. I voluti e per­pe­trati ritardi da parte delle auto­rità israe­liane nel rila­scio del nulla osta di sicu­rezza per l’importazione dei far­maci met­tono a repen­ta­glio ogni giorno la vita dei pazienti affetti da cancro.

Il pro­gramma di tra­pianti del rene, unico ini­ziato a Gaza nel 2013, è pra­ti­ca­mente fermo per­ché Israele proi­bi­sce l’ingresso degli immu­no­sop­pres­sori, cate­go­ria di far­maci uti­liz­zata per evi­tare il rigetto dell’organo. Le restri­zioni sui vali­chi di fron­tiera hanno esa­cer­bato le con­di­zioni di salute degli abi­tanti di Gaza che con­vi­vono con malat­tie cro­ni­che. I far­maci pro­ve­nienti da Israele sono molto più costosi di quelli che arri­vano dall’Egitto. Dif­fi­cili da pro­cu­rarsi per­fino anti­per­ten­sivi e anti­dia­be­tici. E una volta otte­nuti i costi sono spro­po­si­tati e le con­se­gne lente. In più l’insulina per i dia­be­tici richiede refri­ge­ra­zione costante, per poter con­ser­vare la sua effi­ca­cia, che diventa illu­so­ria in un posto in cui manca l’elettricità per 18 ore al giorno. Bloc­cate anche le dona­zioni da orga­niz­za­zioni arabe e inter­na­zio­nali attra­verso il valico di Rafah, al con­fine con l’Egitto, aperto sol­tanto per 15 giorni quest’anno.

I mate­riali sot­to­po­sti a spe­ci­fici per­messi da parte del Mini­stero della Difesa israe­liano spesso sono sem­plici pezzi di ricam­bio per appa­rec­chia­ture dan­neg­giate da anni di degrado. I cosid­detti mate­riali nella lista israe­liana «dual-use», quelli che secondo Tel Aviv pos­sono avere un duplice uti­lizzo, mili­tare e non, spesso sono rea­genti o pro­dotti chi­mici che entrano nel pro­cesso di pre­pa­ra­zione di medi­ci­nali nelle indu­strie far­ma­ceu­ti­che, che prima sod­di­sfa­vano il 15% del fab­bi­so­gno locale. In entrambi i casi ven­gono fer­mati a Kerem Abu Salem. Inol­tre i ser­vizi sani­tari a Gaza sono tenuti a pagare per il depo­sito in Israele delle attrez­za­ture medi­che acqui­state, durante gli inter­mi­na­bili con­trolli di sicu­rezza israeliani.

Il Manifesto 05/09/2015 “GAZA: ospedali al collasso, mancano i farmaci” di Federica Iezzi

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REPORTAGE. Gaza, gli ospedali sei mesi dopo Margine Protettivo

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Nena News Agency – 12 febbraio 2015

L’offensiva militare israeliana ha lasciato la maggior parte degli ospedali in uno stato di emergenza giornaliera.  Un percorso tra storie e bisogni

Gaza City (Gaza Strip) - Al-Quds hospital

Gaza City (Gaza Strip) – Al-Quds hospital

di Federica Iezzi

Gaza City, 12 febbraio 2015, Nena News – “Dove va?” “Gaza”. E da allora si entra in una spirale infinita di controlli, domande, interrogatori, ispezioni, visite in uffici reconditi degli aereoporti, colloqui poco graditi con la polizia di frontiera. Come un pacco postale vieni spedito a destra e sinistra, sopra e sotto scale mobili e ascensori, dentro e fuori stanze e terminal, fino a che non riesci quasi accidentalmente ad uscire da un assurdo turbine di esaltazione e follia. E’ così che ha inizio il nostro viaggio negli ospedali massacrati da Margine Protettivo, l’ultima offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza.

All’inizio di luglio colpito dall’esercito israeliano, con azioni indirette, l’European Gaza hospital di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Evacuati terapia intensiva e reparto di pediatria.

A Khan Younis colpito anche l’al-Nasser hospital il 24 luglio. Danni un po’ più lievi

Il turnover di pazienti è continuo. Visibile la condizione di precarietà e deficienza sanitaria in cui è costretto a lavorare il personale medico. Mancano medicine e pezzi di ricambio per le apparecchiature. E l’elettricità è interrotta per più di 8 ore al giorno. Da Margine Protettivo non sono stati risparmiati gli ospedali del quartiere di Tal el-Hawa, a ovest di Gaza City. La  distruzione risale all’operazione Piombo Fuso del 2008-2009 e continua con Pilastro di Difesa nel 2012. Dichiarato dalle autorità israeliane territorio nemico, ostile, perchè controllato dal movimento islamico Hamas. L’invito a lasciare il quartiere, iniziava con un missile non esplosivo, sparato da un drone sul tetto dell’edificio, che doveva essere bombardato dalle forze aeree israeliane. Nessuno sapeva quanto tempo dopo. E così il 17 luglio sotto le bombe viene moderatamente danneggiato, rimanendo aperto, l’al-Quds hospital.

Bombardate dalla marina israeliana anche la farmacia e il laboratorio analisi della clinica Khalil al-Wazer, nel sobborgo di Sheikh Ajleen, sul lungomare di Gaza City. Oggi terreno per le scavatrici che continuano il lavoro di rimozione delle macerie. Sempre a Gaza City, vicino il quartiere cristiano, danneggiati pronto soccorso e sale operatorie e distrutti i sistemi di ventilazione meccanica dell’al-Ahli Arab hospital.

L’al-Wafa rehabilitation center, a Gaza City, ricovero per anziani e disabili del quartiere di Shujaiyya, è stato colpito duramente da raid aerei israeliani il 17 luglio. Totalmente raso al suolo da un attacco il 23 luglio. Già danneggiato un paio di settimane prima da droni israeliani, con la giustificazione che militanti palestinesi avrebbero usato l’ospedale come base di partenza di colpi di mortaio. Versione mai confermata da fonti indipendenti.

All’ospedale, con i suoi 80 pazienti con gravi disabilità, è stata affidata dal Ministero della Sanità palestinese, una nuova sede, nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City, ci racconta il dottor Basman Alashi, direttore esecutivo della struttura sanitaria. Una cucina è stata adattata a nuovo laboratorio analisi. Terrazzi e balconi sono diventati le nuove stanze per la riabilitazione.

Il Shuhada al-Aqsa Martyrs hospital, a Deir al-Balah, è stato colpito dall’esplosione di missili anticarro il 21 luglio. Distrutti totalmente i dipartimenti di medicina e chirurgia generale. Cinque persone uccise. Almeno 40 i feriti. Due ambulanze danneggiate. Garantisce servizi sanitari nell’area centrale della Striscia, agli almeno 145.000 rifugiati dei campi palestinesi di Nuseirat, Bureij, Maghazi e Deir al-Balah. Abbiamo potuto constatare in dieci minuti si possono contare almeno tre cali improvvisi di tensione elettrica. Significa niente più monitor in terapia intensiva, niente più luce in sala operatoria. Di nuovo attivo anche il servizio di dialisi. Le 21 ore giornaliere senza corrente elettrica e la carenza cronica di gasolio per i generatori, rendono per ciascun paziente, le canoniche tre sedute di dialisi settimanali, di quattro ore ognuna, sempre più impraticabili.

L’attività del Balsam hospital, a Beit Lahiya, si è fermata per un mese, dal 23 luglio, dopo che la struttura è stata gravemente lesionata dai combattimenti. Era già stata colpita dai carri armati israeliani l’11 luglio. Danneggiato gravemente il terzo piano, dove c’erano il dipartimento di chirurgia e le sale operatorie. Danni minori nel reparto di pediatria, dove hanno perso la vita quattro bambini, e nella farmacia, al primo piano. Evacuato disordinatamente nel Kamal Udwan hospital, struttura da 100 posti letto, a cui afferiscono 300 mila persone tra Beit Lahiya e il campo di Jabaliya.

Oggi nel Balsam hospital sono ripresi gli interventi di piccola chirurgia. Per le radiografie sono disponibili sono apparecchiature portatili. La pediatria conta 12-13 posti letto e la neonatologia può accogliere quattro bambini, avendo a disposizione solo due ventilatori automatici. Per gli adulti, non esiste più un reparto ma solo una sorta di pronto soccorso.

Situazione sovrapponibile nella clinica al-Atatra, a ovest di Beit Lahiya, costretta a rimanere chiusa il venerdì e il sabato per mancanza di materiali.

Il 25 luglio colpito per la seconda volta l’ospedale di Beit Hanoun, nel nord della Striscia. 50.000 erano le persone che vi afferivano. L’ospedale ha accolto e trattato almeno 30 bambini, violentemente feriti, dopo l’attacco indiscriminato del 24 luglio, sulla scuola UNRWA che ospitava più di 800 palestinesi. Il direttore medico e anestesista, Dr Aiman Hamdan, ci racconta che sono stati distrutti completamente, dai bombardamenti israeliani: pronto soccorso, sale operatorie, reparto femminile e quello pediatrico, Out-Patients Clinic e generatori centrali di elettricità. Parzialmente distrutti i sistemi di erogazione di ossigeno e i ventilatori meccanici della terapia intensiva. L’ospedale è stato evacuato nel giro di 48 ore. Rimane chiuso per 10 giorni e riprende l’attività medica solo come Primary Health Care. Dopo due settimane dall’attacco rinizia anche l’attività chirurgica con turni di 24 ore per il personale sanitario e con il ritmo di un centinaio di persone visitate ogni 10 minuti.

Oggi l’ospedale conta 70 posti letto, tra cui 10 di terapia intensiva. Nelle due sale operatorie scorrono tra mille difficoltà due interventi al giorno di chirurgia generale e chirurgia pediatrica. Le attività vanno avanti con alternativamente 6 ore di elettricità e 12 ore di buio, coperte dal lavoro dei generatori elettrici. Chiaramente il gasolio, come i materiali, le apparecchiature di sostituzione, i farmaci e le forniture di ossigeno arrivano tassativamente da Israele. E spesso nei posti letto delle terapie intensive, manca l’erogazione di ossigeno. L’attività di ricostruzione del solo immobile è garantita dai fondi stanziati dal Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Nello stesso pomeriggio, erano più o meno le quattro, bombardato il Mohammed al-Durrah Children’s hospital, nel quartiere di al-Tuffah a est di Gaza City. Due bombardamenti e almeno 3-4 colpi di mortaio centrano una fabbrica di materiale plastico a 193 metri dall’ospedale. Indirettamente e intenzionalmente l’ospedale viene colpito dalle macerie dell’azienda e viene parzialmente danneggiato. Lesionati murature, finestre, porte, macchinari. Un bambino in terapia intensiva rimane ucciso, uno gravemente ferito. 30 piccoli pazienti erano ricoverati. Dopo tre giorni nuovi raid aerei ordinati dal governo di Netanyahu che distruggono totalmente la struttura.

Evacuato per ragioni di sicurezza e per i severi danni riportati, i membri dello staff medico vedono i loro pazienti trasferiti all’al-Shifa hospital e al Rantisi specialist paediatric hospital, a Gaza City. Rimane chiuso per sei mesi. L’ingresso al pronto soccorso è stato ristabilito solo durante questa settimana, con l’odore fresco e pungente della vernice grigia sulle pareti. La terapia intensiva è passata da cinque a tre posti letto disponibili. Il reparto di pediatria da 85 a 30 letti. Ancora nessun posto di terapia intensiva neonatale. Mancano monitor, computer, facilitazioni in laboratorio e farmacia. Parzialmente danneggiati e mai sostituiti gli apparecchi per ecografia e per radiografia. Vengono utilizzati 4000 litri di gasolio al mese, per i generatori di corrente elettrica. Contando che un litro di gasolio costa tra i sei e i sette shekel, vengono  di fatto regalati ad Israele tra i 24.000 e i 28.000 shekel (l’equivalente di circa 6000 euro).

L’attacco senza distinzione sull’al-Durrah paediatric hospital è oggi tra le azioni sotto indagine, come crimine di guerra.

Il primo agosto a seguito di un raid aerei del governo di Tel Aviv, il Ministero della Salute palestinese annuncia la chiusura dello Abu Youssef al-Najjar hospital, a Rafah. Nessuna sicurezza per pazienti e staff medico. Oggi plastica e cerotti sostituiscono ancora i vetri delle finestre. Il Ministero della Sanità palestinese ha ufficialmente autorizzato allo staff dell’ospedale solo attività di emergenza. Di fatto nelle due sale operatorie ruotano circa 30 interventi a settimana.

Secondo i dati di riferimento dell’Autorità Palestinese e dell’UNRWA colpite da Margine Protettivo 101 strutture sanitarie. 18 delle quali sono state gravemente o moderatamente danneggiate. Lesionati il 66% di tutti gli ospedali della Striscia. Nena News

Nena News Agency “REPORTAGE. Gaza, gli ospedali sei mesi dopo Margine Protettivo” – di Federica Iezzi

 

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