Migranti sulla rotta balcanica

Mentinfuga – 08/11/2018

INTERVISTA a Federica Iezzi a cura di Pasquale Esposito

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Campi rifugiati a Bihać, nel nord della Bosnia-Erzegovina

Gli esseri umani, per sfuggire alle loro sofferenze causate da guerre, regimi dittatoriali, dalla povertà e dai cataclismi climatici, continuano a migrare. Quasi tutti i paesi oramai non provano nemmeno a trovare soluzioni, si adoperano solo per respingerli. Con Federica Iezzi, cardiochirurgo pediatrico e curatrice di un sito web di informazione (federicaiezzi.wordpress.com), parliamo della rotta balcanica e della situazione in alcuni campi al confine bosniaco-croato.

 

Prima di entrare nel vivo della nostra intervista vorrei chiederle di riepilogare, a beneficio di tutti, e per comprendere meglio il livello di chiusura che stiamo adottando, la collocazione dei muri anti-migranti in Europa

Mentre i governi europei sono riusciti ad arginare il flusso migratorio attraverso il Mediterraneo verso l’Europa, esiste purtroppo una vergognosa mappa di muri eretti sui confini di ciascun Paese della comunità europea.
Si inizia nell’agosto 2015 con la Bulgaria di Plevneliev e del muro lungo 269 chilometri che corre lungo il confine con la Turchia. Solo un mese dopo si continua con le immagini strazianti del muro di cemento e filo spinato e delle violenze nell’Ungheria di Orbán.
Nel 2016 è stata la volta della Slovenia che ha iniziato ad innalzare i suoi pannelli anti-migranti a Gruškovje e Obrezje. In tutto sono stati complessivamente dispiegati più di 180 chilometri di filo spinato dal valico di Gibina fino alla valle del fiume Dragogna in Istria, a difesa del confine esterno di Schengen.
Nell’aprile del 2016 l’Austria ha presentato ufficialmente il suo muro contro i migranti. E nel novembre dello stesso anno anche la Macedonia ha completato il suo muro, accuratamente sormontato da filo spinato, con il confine greco.
A questi si sono uniti Francia e Gran Bretagna con il grande muro di Calais, voluto dal governo di Londra per impedire ai migranti il passaggio dalla Francia.
Il quadro si completa con la Norvegia che ha aumentato i controlli alle frontiere e agli arrivi dei traghetti da Germania, Svezia e Danimarca. Rinforzo delle ispezioni e imposizione di misure severe anche in Belgio e Slovacchia.

La rotta balcanica che avrebbe aperto le porte all’Europa ancora nel 2015 vedeva transitare centinaia di migliaia di donne, bambini e uomini in fuga da guerre e miseria. Nel 2016 quando l’Unione europea ha chiuso un accordo miliardario con la Turchia si è teoricamente chiusa, ma di fatto il flusso migratorio non si è arrestato del tutto. Ora che gli ultimi governi italiani e l’Ue bloccano i migranti del Mediterraneo, i flussi migratori hanno ripreso pesantemente la strada della Spagna ed è nuovamente tornata alle cronache la rotta balcanica. È dì questi giorni la tensione al confine tra Bosnia e Croazia. Lei attualmente in quale area sta portando il suo aiuto?

Il flusso migratorio non si è mai arrestato. Alla chiusura di vecchi itinerari, è seguita l’apertura di nuove rotte.
L’Unione Europea versò nel 2016 tre miliardi di euro di aiuti nelle casse turche, per la sola gestione dei campi profughi. Per completezza di informazione la maggior parte di questi campi è non ufficiale, quindi tuttora i profughi al loro interno non hanno diritto a ricevere nessun sostegno da parte del governo Erdoğan. Inoltre l’Unione Europea ha mobilitato fino a un massimo di altri tre miliardi di euro entro fine 2018.
Continuano ad esserci forti difficoltà nel valutare l’impatto dei fondi investiti. Basti pensare che fra i canali di finanziamento sono finite anche forniture militari.
Attualmente, con l’organizzazione non governativa, One Life ONLUS, stiamo affiancando negli interventi sanitari, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), nel cantone di Una-Sana, nell’area nord-occidentale della Bosnia-Erzegovina, al confine con la Croazia.
Le stime formali parlano di circa 3.000-3.500 migranti nell’area compresa tra le due città di confine bosniaco-croato di Bihać e Velika Kladuša.
Gli arrivi e le partenze cambiano repentinamente ogni giorno, per cui la più grande sfida rimane la sistemazione ufficiale. Abbiamo attraversamenti irregolari di confine e altrettanti violenti respingimenti in Croazia ogni giorno.

Vuole raccontarci quale atmosfera c’è tra i migranti, come dialogano tra di loro viste le culture e le lingue diverse, come sopravvivono? E le forze dell’ordine e i militari come si comportano?

I migranti in Bosnia sono per lo più provenienti da Afghanistan, Pakistan, Siria e Iraq, qualcuno dal Sahel dopo aver attraversato la rotta di Agadez. Di questi, la metà sono bambini tra i due mesi e i 16 anni. Alcuni con le mamme, altri sono soli, altri ancora sono accompagnati da amici di famiglia.
La sopravvivenza è legata al rispetto delle loro tradizioni. Ciascuna vita si interseca con l’altra. Non si avvertono distinzioni di etnia e religione.
I racconti sono amaramente comuni. Il viaggio spesso è fatto in silenzio, così nessuno può capire dall’accento la provenienza. Non si hanno notizie riguardo la propria famiglia per giorni, mesi. Né i propri parenti conoscono i luoghi dove sei. E questo è già sufficientemente inumano. Nonostante ciò ognuno di loro cerca di rendere normale la quotidianità. E io stessa mi chiedo come si fa a non essere esasperati.
I campi a Bihać e Velika Kladuša sono presidiati dalla polizia bosniaca. Piccole unità all’ingresso di ogni campo, come controllori dei movimenti.
A causa della mancanza di alloggi ufficiali, la protezione e la sicurezza diventano una preoccupazione. La vulnerabilità delle persone spesso sfocia in vere e proprie frodi da parte di contrabbandieri e trafficanti senza scrupoli
Altra storia sono le cruente testimonianze sui respingimenti violenti al confine con la Croazia. In nessun caso le forze dell’ordine avrebbero il diritto di usare la violenza, anche quando i migranti cercano di attraversare i confini in modo irregolare. È vero che ciascuno Stato ha il diritto di decidere se accettare o meno il migrante nel proprio territorio, ma i maltrattamenti non dovrebbero essere permessi. La nostra posizione ufficiale è molto chiara, nel rispetto delle leggi internazionali sui diritti umani, nel rispetto del diritto internazionale umanitario e nel rispetto del diritto di accesso all’asilo.

Quale situazione registra tra i migranti e la popolazione locale? È reale la solidarietà legata al richiamo del trauma della vicina guerra bosniaca?

Un aumento del 600-700% degli arrivi in Bosnia ha messo in crisi una struttura amministrativa già particolarmente complessa, risultato di un ‘patto di carta’, quello di Dayton del 1995.
Tutti gli abitanti della Bosnia, per interposti e contrapposti crimini, sono stati trasformati in profughi e la rotta balcanica occidentale, che solo due anni fa, sorprendentemente, non sfiorava il Paese, oggi riapre lacerazioni non ancora cicatrizzate.
Il primo obiettivo dei migranti, dall’ingresso in Bosnia, è Sarajevo, dove possono presentare una richiesta di asilo all’ufficio immigrazione locale. Mancando totalmente di strutture di accoglienza, solo fino a qualche mese fa nascevano accampamenti di fortuna nel centro storico della capitale, in condizioni disastrose. E a Sarajevo tutti gli abitanti hanno tragici ricordi della guerra, sanno con esattezza il significato dell’essere rifugiati, dunque il supporto è stato immediato e senza alcun compenso.
Malgrado ciò, tra gli abitanti del Paese si è creata una bipartizione ben chiara: c’è chi ha visioni nazionalistiche e addita i migranti come pericolo, e chi invece ci si rispecchia e li aiuta.
L’esempio più eclatante di questa bipartizione è stato il trasferimento dei migranti dal parco di Sarajevo al centro di Salakovac, vicino Mostar, nel Cantone dell’Erzegovina-Neretva, dove la popolazione principale, dall’enorme atteggiamento di ospitalità, è quella croata e bosniaca.
D’altra parte, la Repubblica Srpska, a maggioranza serba, ha categoricamente rifiutato di accettare qualsiasi migrante sul suo territorio.

La scorsa primavera il primo ministro bosniaco Denis Zvizdić annuncio che avrebbe rinforzato la polizia di frontiera per bloccare migranti illegali. Le politiche anti-migranti, in Bosnia, subiranno degli inasprimenti in considerazione della conferma dei due grandi partiti nazionalisti vincitori delle elezioni del 7 ottobre scorso, i nazionalisti bosgnacchi (SDA) e quelli serbi (SNSD)?

Nel corso dell’anno, pur essendo consapevoli dell’arrivo inevitabile di un numero sempre maggiore di rifugiati, le autorità bosniache non sono riuscite a rispondere adeguatamente alla crisi umanitaria. La risposta è arrivata, come spesso succede, dai semplici cittadini e da alcune organizzazione non governative internazionale.
Zvizdić, spalleggiato dalla Turchia, ha dichiarato in più incontri ufficiali che il Paese non ha alcuna capacità di accettare migliaia di rifugiati. La Bosnia conta ancora oggi circa 85.000 sfollati interni, triste risultato della guerra degli anni ’90, il che diminuisce necessariamente la capacità delle autorità di accettare e sostenere un numero, destinato ad allargarsi a macchia d’olio, di migranti. A questo purtroppo si aggiunge una chiara mancanza di volontà politica.
In un certo senso, non sorprende che il flusso migratorio sia stato trascinato nelle dispute politiche della Bosnia, come elemento di modifica dei dati demografici nel Paese e come elemento di minaccia alla sicurezza.
In un Paese disfunzionale e ancora profondamente diviso tra bosniaci musulmani, serbi ortodossi e croati cattolici, i migranti sono stati impugnati come arma politica.
Il leader separatista serbo (SNSD) Milorad Dodik ha chiuso i confini della Repubblica Srpska ai migranti, considerando una cospirazione politica l’arrivo e l’inserimento, nella trama territoriale bosniaca, di popolazione di religione musulmana.
Dunque, il successo delle due principali forze politiche della destra nazionalista, per niente disponibili a una società multietnica, potrebbe portare a debilitare le istituzioni statali stesse e per questo accodarsi alle incoerenti politiche sull’accoglienza ai migranti che imperano nell’Unione Europea.

Mentinfuga “Migranti sulla rotta balcanica”

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Con Federica Iezzi parliamo del disastro umanitario in Yemen

Mentinfuga – 06/06/2017

 

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Da Sana’a (Yemen), Federica Iezzi – cardiochirurgo pediatrico e curatrice di un sito web di informazione continua (https://federicaiezzi.wordpress.com) – è ancora una volta testimone di un’ emergenza umanitaria per le popolazioni di questa guerra dimenticata da molte parti.

 

Scusi la franchezza della domanda. Perché, secondo lei, della guerra nello Yemen e delle sue atrocità si parla poco e non ci scandalizza? Sono troppo pochi i morti? Figli di un dio minore? Più lontani dalle preoccupazioni per i rifugiati? O cosa?
La complicità occidentale ha generato una sorta di amnesia autocosciente. Le notizie sullo Yemen come ‘guerra dimenticata’ sembra che consentano alla classe politica di continuare a trascurare le sofferenze che affliggono il Paese.
La Comunità Internazionale e il mondo arabo continuano a tollerare indiscriminati attacchi ai civili da parte di un potere statale. La coalizione sunnita, guidata dai sauditi, comprende i paesi più ricchi del Medio Oriente, mentre lo Yemen è un Paese aggredito dalla crisi economica già prima della guerra civile. Questa asimmetria di potere economica spiega perché il governo saudita gode dell’impunità collettiva.
L’approccio della Comunità Internazionale è quello dell’hands-off, preferendo agire attraverso mediatori discutibili piuttosto che impegnarsi direttamente.
La guerra siriana ha monopolizzato l’energia diplomatica mondiale allo svantaggio dello Yemen e di altri conflitti regionali, come Israele-Palestina. Il messaggio non intenzionale a Teheran e agli houthi è stato che lo Yemen non è una priorità.
Accanto a questo quadro, gli sforzi ripetuti delle Nazioni Unite per raggiungere un qualche tipo di risoluzione sulla pace sono stati gravemente sottovalutati.

Nello Yemen non solo è in atto una guerra civile ma le potenze dell’area si stanno affrontando nel paese direttamente o per interposto esercito. Lo Yemen è uno dei teatri di guerra con cui gli stati del Golfo con l’appoggio USA intendono contrastare la presenza e l’attivismo iraniano nell’area. Che idea se ne è fatta e vede spiragli per fermare questa macelleria?
La Coalizione sunnita a guida saudita, spalleggiata dal governo degli Stati Uniti, mira alla repressione di persone già impoverite, al fine di far abortire qualunque ideale di evoluzione.
Questo agevola il cammino delle potenze straniere che appoggiano le fiamme della guerra per servire i propri interessi e perseguire i propri progetti coloniali.
Non c’è niente di più sordido e più basso di coloro che sfruttano povertà e fame del popolo, per raggiungere ciò che non ha ottenuto con i mezzi e i metodi sporchi della guerra.
Cosa sta facendo la Coalizione a guida saudita se non trasformare la penisola arabica, con la sua ricca storia, in mini emirati impotenti che saranno ignorati in tutti i calcoli relativi alle questioni in Medio Oriente?
In passato non si sono mai contate ostilità o disaccordi tra Yemen e i popoli dei Paesi della coalizione. È la pressione del denaro saudita che ha illuminato questi Paesi a partecipare all’assassinio degli yemeniti.
A condurre l’aggressione è uno dei Paesi più ricchi al mondo. Il regno saudita, armato di sconfinate riserve petrolifere, proprietario di ingenti somme di denaro, usato per acquistare un arsenale di armi tra le più letali. Ha raccolto e riunito mercenari senza scrupoli da tutto il mondo arabo e si è armato attraverso un impegno permanente degli Stati Uniti che fornisce copertura politica e logistica e preziosi armamenti per la furia aggressiva.
La cosa più vergognosa del silenzio del mondo arabo e della Comunità Internazionale ha a che fare con le prove di genocidio compiute dalle forze in lotta e con un ingiusto assedio via terra, mare e aria che viola tutte le leggi internazionali e i valori umanitari.

Lei è appena tornata dallo Yemen. Si legge da più parti che siamo di fronte ad un disastro umanitario. È quasi impossibile anche far arrivare gli aiuti perché porti e aeroporti sono chiusi. Può farci un quadro della situazione che ha osservato e vissuto in questi giorni?
Tutte le navi commerciali al momento hanno il permesso di entrare nelle acque territoriali yemenite, dopo un feroce controllo da parte delle forze della coalizione saudita.
Sono completamente chiusi i porti di Belhaf, al-Mokha e Ras Isa.
Al-Hudaydah appare come una delle porte di ingresso allo Yemen, rimanenti sulla costa del Mar Rosso, sotto il controllo degli houthi. Il porto gestisce più del 70% di tutte le merci importate nello Yemen, compresi cibo, medicine e carburante. Gli attacchi aerei nel 2015 avevano già gravemente danneggiato una zona del porto, riducendone la capacità, ma al-Hudaydah rimane oggi l’unica via di salvataggio del Paese.
L’embargo de facto che sta interessando il porto di al-Hudaydah, blocca la catena di aiuti umanitari.
In questa fase del conflitto il porto di al-Hudaydah rappresenta l’obiettivo principale su cui si appresta a convergere l’operazione ‘Golden Spear’, scattata lo scorso gennaio nel distretto nord-occidentale di Dhubab (situato circa 30 chilometri a nord rispetto allo stretto di Bab el-Mandab), con lo scopo di riprendere possesso delle aree in mano ai ribelli houthi situate lungo i 450 chilometri di coste occidentali sul Mar Rosso.
Le procedure di ingresso di medicinali e materiale sanitario, destinati a strutture sanitarie yemenite, possono durare anche sei mesi.
Tutte le navi che trasportano carichi umanitari sono minuziosamente ispezionati in mare dalle forze di coalizione. Le spedizioni commerciali verso i porti occidentali dello Yemen sono soggette a un meccanismo di verifica e di ispezione delle Nazioni Unite per assicurare l’applicazione dell’embargo sulle armi imposto dal Consiglio di Sicurezza.
Il maggior aeroporto del Paese, quello della capitale Sana’a, ormai chiuso al traffico dallo scorso agosto, potrebbe a breve riaprire per voli commerciali una volta alla settimana e per il trasporto di civili che necessitano di trattamenti medici di alta specialità.

Oltre a bombardamenti e distruzioni le strutture sanitarie vengono derubate di qualsiasi cosa possa essere utile ai contendenti. Per la sua attività di medico quali sono state le emergenze maggiori? E cosa si potrebbe fare dall’esterno per alleviare le sofferenze dei malati e dei feriti?
Ancora prima che il conflitto iniziasse nel marzo 2015, lo Yemen si trovava a fronteggiare molteplici sfide derivanti da anni di povertà e sottosviluppo.
Secondo i dati del Disasters Emergency Committee più di 270 strutture sanitarie nello Yemen sono state danneggiate dagli effetti del conflitto e le recenti stime suggeriscono che più di metà delle 3.500 strutture sanitarie del Paese valutate, sono ormai chiuse o funzionano solo parzialmente.
La maggiorparte degli operatori sanitari è stato costretto a trasferirsi a causa dell’escalation di violenza, lasciando 49 distretti senza medici specialisti. Questo ha lasciato per esempio otto milioni di bambini senza accesso all’assistenza sanitaria di base.
Le malattie non trasmissibili, il diabete, l’ipertensione arteriosa, il cancro stanno uccidendo più persone di proiettili o bombe. Molte di queste condizioni sono facilmente trattabili in circostanze abituali. La fame in aumento ha avuto un impatto diretto sulla situazione sanitaria. D’altronde ogni crisi alimentare è anche una crisi sanitaria. La malnutrizione lascia le persone, in particolare i bambini, più vulnerabili per esempio alle infezione e qualsiasi infezione peggiora gli effetti della malnutrizione.
Non ultima va considerata l’emergenza colera con oltre 49.000 casi sospetti e più di 360 morti. Quasi 15 milioni di persone non ha accesso all’assistenza sanitaria e le grandi epidemie come quella di colera, legata all’acqua non purificata, continua disordinatamente a diffondersi.
C’è disperato bisogno di medicinali di primo soccorso, antibiotici, materiali sanitari per i centri di alimentazione terapeutica, carburante per generatori ospedalieri e ambulanze, acqua potabile per le strutture sanitarie, vaccini.

Immagino che oltre agli operatori stranieri ci siano molti yemeniti nelle strutture sanitarie. Chi sono e cosa fanno? Rispetto alla guerra civile cosa pensano?
Lavorano incessantemente tra il ronzio dei generatori ospedalieri e il rumore delle esplosioni.
Le ferite da guerra non sono le sole necessità mediche che devono affrontare. Lo Yemen sta combattendo una doppia guerra negli ospedali: da un lato mutilazioni e disabilità come conseguenze dirette dei combattimenti, dall’altro malnutrizione, malattie prevenibili e condizioni croniche. I problemi di salute mentale sono completamente ignorati. A causa dell’inflazione incontrollata, la sanità è inaccessibile a grandi porzioni della popolazione.
Tutto il personale sanitario combatte contro gravi carenze di carburante, cibo, elettricità e acqua. Salari bloccati da almeno otto mesi.
Gli attacchi indiscriminati sugli ospedali e sui civili, mirati o inopportunamente etichettati come danni collaterali, aggiungono un ulteriore livello di complessità. Talvolta ci si chiede se ciò che si sta facendo in Yemen vale il rischio che inevitabilmente ci si prende. È una domanda che spesso rimane senza risposta.

Quando e come ha preso la decisione di andare nello Yemen? Credo sia importante far capire la complessità di ciò che accade, anche operativamente parlando, da quando muove i primi passi in Italia fino al suo arrivo sul posto, a chi e come si è protetti?
L’assistenza umanitaria deve raggiunge ogni persona che ne ha bisogno: è questo il principio che dovrebbe muovere la macchina della Cooperazione Internazionale. Il concetto di diritto internazionale umanitario non deve rimanere solo una frase inespressiva.
La protezione non è mai completamente garantita nei teatri di guerra. Esistono delle regole da seguire ed è necessaria una preparazione tale da non gravare sul lungo percorso già difficoltoso del corridoio umanitario.

Intervista a cura di Pasquale Esposito

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Carestia in Somalia. Federica Iezzi, medico sul campo nell’emergenza

@Mentinfuga – 24/03/2017

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Intervista di Cristiano Roccheggiani a Federica Iezzi

Impantanati nella melma delle sabbie mobili della grande crisi economica e sociale che attanaglia le nostre vite, chiuse sempre più ermeticamente nelle nostre città, ci siamo dimenticati ancora una volta dell’Africa. E pensare che a questo Continente, che abbiamo spogliato mentre lo condannavamo a un eterno non-futuro, la nostra civiltà deve tanto. Per il grande debito morale e umano che vi abbiamo contratto; e perché lo sfruttamento sistematico delle risorse ha consentito a tutti noi di poterci permettere vite, nonostante tutto, ancora comode.
Proprio nei giorni in cui ricorre il ventitreesimo anniversario dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, giungono in queste ore drammatiche notizie dalla Somalia, dove la terza carestia in 25 anni, sta portando alla diffusione di epidemie come colera e morbillo tra le popolazioni, soprattutto, come è solito in queste situazioni, bambini. Testimoni di questa nuova emergenza umanitaria sono ancora una volta i medici volontari che, insieme alle diverse organizzazioni non governative presenti nella zona, cercano disperatamente di portare il loro aiuto nella speranza di ridurre il più possibile le perdite umane.
Tra queste persone meravigliose, dalla generosità e umanità sconfinate, c’è Federica Iezzi. Cardiochirurgo pediatrico, ma anche curatrice di un sito web (http://www.federicaiezzi.wordpress.com) di informazione continua, chiediamo a Federica di farci un resoconto di queste drammatiche ore.

Federica, innanzitutto com’è ora la situazione?
Il numero di persone che necessita di assistenza alimentare in Somalia attualmente è di 6.2 milioni, oltre la metà dell’intera popolazione del Paese, a causa del peggiorare della siccità, della conseguente carestia e della presenza incombente del gruppo estremista islamico al-Shabaab.
Oltre due milioni di persone, che hanno bisogno di assistenza alimentare, sono al momento irraggiungibili a causa delle condizioni di insicurezza.
Più di 363mila bambini sono affetti da malnutrizione acuta, tra cui 71.000 affetti da forme di malnutrizione grave. Secondo il Cluster Nutrizione per la Somalia, se non verranno forniti aiuti con urgenza i numeri potrebbero quasi triplicare: in 944mila rischiano di entrare nel tunnel della malnutrizione nell’arco di quest’anno, inclusi 185.000 bambini che saranno gravemente malnutriti e che avranno bisogno di sostegno urgente salvavita, secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. In questo momento, secondo le Nazioni Unite, più di 50.000 bambini rischiano di perdere la vita.
Solo un rafforzamento massiccio e immediato dell’assistenza umanitaria, potrà evitare al Paese di precipitare nell’ennesima catastrofe.

Quali sono le zone maggiormente colpite? Di che estensione si può parlare? La carestia ha raggiunto anche gli altri Paesi della zona?
Negli ultimi mesi la siccità che ha colpito la Somalia centro-meridionale, e le regioni settentrionali del Puntland e del Somaliland, la peggiore dal 1950, si è intensificata notevolmente a causa del mancato verificarsi delle piogge stagionali. Le condizioni dei bambini che soffrono la fame e delle loro famiglie sono in netto peggioramento. Nelle aree maggiormente colpite dalla siccità molte persone restano senza cibo per diversi giorni.
La siccità attuale ha lasciato interi villaggi senza raccolti, la Comunità ha visto morire il bestiame. I prezzi dell’acqua e del cibo, prodotto localmente, sono aumentati drasticamente. In alcune parti della Somalia il prezzo dell’acqua è cresciuto di 15 volte rispetto al periodo precedente alla siccità e anche il prezzo dei beni alimentari ha subito lo stesso incremento. La conseguenza diretta è lo spostamento in massa dei civili, verso le grandi città somale. Questo ha determinato una promiscuità nei campi profughi non ufficiali nati nelle periferie delle città, con un aumento delle malattie causate dall’acqua contaminata. A complicare il quadro, si contano ad oggi oltre 8.400 casi di diarrea acuta e colera. Più di 200 i decessi.
Secondo l’UNICEF, quest’anno, circa un milione e mezzo di bambini è a rischio di morte imminente per malnutrizione acuta grave, viste le incombenti carestie in Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Yemen. E più di 20 milioni di persone si troveranno ad affrontare la fame nei prossimi sei mesi tra Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Sudan e Uganda. La siccità, che continua ad essere una piaga in Somalia, è secondo le stime peggiore dell’ultima del 2011 che uccise 250.000 persone.

Come si può riuscire a fronteggiare un’emergenza di queste dimensioni? Quali sono i provvedimenti di prima necessità? Di cosa c’è bisogno?
La comunità internazionale deve intensificare i propri sforzi per fare in modo che quel tragico momento storico, risalente al 2011, non si ripeta e sappiamo che agire efficacemente in questa fase può fare realmente la differenza.
C’è bisogno di acqua. I pozzi poco profondi che fornivano acqua alla gente, ora sono asciutti. Nei letti dei fiumi aridi bisogna scavare fino a 15 metri per trovare l’acqua. Nella maggior parte dei casi si tratta di acqua non potabile che viene utilizzata ugualmente per bere, aumentando il rischio di infezioni del tratto gastrointestinale. Bisogna pianificare la trivellazione di nuovi pozzi, scegliendo oculatamente siti.
C’è bisogno di cibo. Le acque somale continuano ad essere controllate dalla moderna pirateria che implica dirottamento, presa in ostaggio e estorsione delle navi commerciali, non permettendo il trasporto in sicurezza dei pacchi alimentari del World Food Programme (WFP).
Manca un rafforzamento del servizio sanitario nei centri di salute primaria locali, con la fornitura di farmaci di base e beni alimentari.
Se si supportasse la gente con acqua, servizi sanitari e mezzi di sostentamento e venisse pianificata una distribuzione di semi e attrezzature per l’agricoltura, l’insicurezza alimentare sarebbe quanto meno un’entità più lontana, così da migliorare l’accesso al cibo e l’accesso alle attività produttrici di reddito.

Come sta reagendo la Comunità Internazionale di fronte a questa ennesima emergenza umanitaria? Ci sono stati interventi ufficiali, ad esempio dei governi?
Secondo Save the Children la risposta della Comunità Internazionale alla minaccia della carestia in Somalia, sta ripercorrendo i gravi errori dell’ultima crisi.
L’UNICEF, con il supporto dell’European Civil protection and Humanitarian aid Operation (ECHO), ha istituito centri di nutrizione nei campi rifugiati, che finora hanno permesso un tasso di recupero del 92,4% per i 42.526 bambini gravemente malnutriti in tutta la Somalia. Il programma ha mostrato grandi progressi a partire dal 2013, fornendo assistenza a migliaia di bambini malnutriti e donne in gravidanza o in allattamento.
Generosi contributi sono stati forniti da donatori internazionali dell’Europa, dell’Asia, del Nord America e dal sistema ONU per servizi salvavita nei campi della nutrizione, della sicurezza alimentare, della salute, dell’istruzione, delle risorse idriche e sanitarie.
Con l’aumento dei bisogni, l’UNICEF e il WFP insieme, necessitano di oltre 450 milioni di dollari per poter fornire assistenza urgente nei prossimi mesi.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha chiesto alla comunità internazionale lo stanziamento di circa 860 milioni di dollari per fornire immediati aiuti salvavita alle popolazioni.

Organizzazioni mondiali come l’UNICEF, la FAO, l’OMS, sono presenti? Come vi supportano?
Il WFP sta sfamando un milione e mezzo di persone nelle zone settentrionali e centrali della Somalia e a Mogadiscio, dove continuano ad arrivare quanti riescono a fuggire dalle zone della carestia. A partire dallo scorso novembre, più di 135.000 persone sono state costrette a spostarsi all’interno della Somalia a causa della siccità.
Quest’anno, l’UNICEF sta lavorando con i suoi partner per garantire cure terapeutiche a oltre 200.000 bambini gravemente malnutriti in Somalia.
Come dato preoccupate rimane quello dell’accesso umanitario limitato, soprattutto alle regioni a sud. Il WFP e l’UNICEF stanno rafforzando gli impegni congiunti per potenziare la risposta nelle aree meno accessibili dove sono a rischio milioni di vite.

Oltre all’emergenza legata alla carestia, ce ne è senz’altro un’altra di carattere sociale, e la complicata situazione politica di tutta la zona del Corno d’Africa non fa altro che peggiorare le cose. Come stanno reagendo la popolazione e i governi, anche nel resto dei paesi colpiti?
Attualmente un’altra emergenza è quella legata al gran numero di rifugiati che sta rientrando in Somalia. Il programma di rimpatrio a Dadaab, campo profughi a nord-est del Kenya, per esempio, continua con una media di quasi 2.000 rifugiati che, a settimana, tornano volontariamente in Somalia. 49.376 rifugiati somali sono tornati a casa dal dicembre 2014, quando l’UNHCR ha iniziato a sostenere il rientro volontario dei rifugiati somali dal Kenya. Di questi 10.062 sono stati sostenuti nel solo 2017. I rifugiati stanno rientrando in particolare nella zona di Baidoa, a nordovest di Mogadiscio, e nella zona di Kismayu, a sudovest della capitale. Molti rifugiati si ritrovano senza un riparo e versano in condizioni igieniche molto gravi. La qualità dell’acqua rimasta, produce diarrea e malaria che si stanno diffondendo rapidamente. Non ci sono latrine per i nuovi rifugiati, le diffuse pratiche non igieniche espongono le Comunità al rischio di gravi epidemie.
Il cambio al governo somalo e la nuova presidenza, affidata a Mohamed Abdullahi Mohamed, dovranno affrontare molteplici sfide: la minaccia rappresentata da gruppi estremisti somali, la carestia incombente, le istituzioni deboli, le fazioni in lotta, il rientro di civili somali da Paesi limitrofi e la disoccupazione dilagante in un Paese in cui oltre il 70% della popolazione è sotto i 30 anni.
Intanto il neo-presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed ha dichiarato lo stato di disastro nazionale. Sa’ad Ali Shire, ministro degli esteri dell’autoproclamata repubblica del Somaliland, ha invocato aiuti urgenti, soprattutto cibo, acqua e medicine per scongiurare la catastrofe.

Una testimonianza, se puoi, del tuo incredibile impegno e coraggio.
In Somalia ho lavorato nel ‘Mohamed Aden Sheikh Children Teaching Hospital’ (MAS-CTH), un ospedale pediatrico costruito grazie al lavoro e all’impegno italiano, ora amministrato totalmente dal governo del Somaliland.
Intelligente modello di cooperazione internazionale, entrato imponentemente nell’assetto sanitario del Paese, il MAS-CTH, incidendo sulle politiche sanitarie del Somaliland, riveste oggi l’importante compito di punto di riferimento per l’intera popolazione pediatrica.
Sono stati oltre 50.000 i bimbi visitati in cinque anni. Sono stati formati medici e infermieri locali. Negli anni il percorso di apprendimento è stato accompagnato da personale sanitario internazionale.
E tutto questo in un Paese dove dispute tra clan, corruzione, violenze, sono state pratiche quotidiane per anni, dal dittatore Mohamed Siad Barre, al fallimento delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, dai governi di transizione e dalle corti islamiche all’intervento militare di Etiopia e Stati Uniti.

Mentinfuga “Carestia in Somalia. Federica Iezzi, medico sul campo nell’emergenza”

Radio Città Aperta “Somalia, la guerra dimenticata e le nostre responsabilità”

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